30/03/11

Life and Jacknife: Keith Richards

Zio, ho assoluto bisogno di..quindicimila lire! Non sò dove sbattere la testa e tu,tu sei la mia ultima risorsa. I Rolling Stones!? Tra quella masnada di drogati e depravati? Sei minorenne e i tuoi faranno fuoco e fiamme.. Zio,quindici bigliettoni e sarò tuo schiavo..per sempre! Lo zio cedette,venti invece di quindici,il resto per una coca e un panino e vedi di fare attenzione..Non ti deluderò. Niente coca e niente panino,l'avanzo in cassa comune per la spesa,non certo alimentare.
A volte non lo sopporto,io che passai le due ore del concerto-ne al S. Paolo di Napoli con lo sguardo fisso su Keith,mentre infuriava la battaglia sulle nostre teste a colpi di bottiglie,lattine,mazze e tutto quel che si poteva lanciare tra noi delle prime file e i militari della Nato di stazza a Bagnoli,accorsi in massa e arroccati pieni di birra e bandiere a stelle e strisce sulla tribuna destra dello stadio,non appena echeggiò il riff di Street Fighters Man.. ma nel contempo non posso fare a meno di questo vecchio pirata capellone che continua a sbraitare ancora in giro per il mondo questa vecchia canzone in cui chiede amore e felicità,con quelle sue movenze da burattino indiavolato,che è stato per lungo tempo considerato un pericolo per la società e che oggi risulta impossibile quanto ridicolo che un musicista rock possa scioccare a tal punto di svegliarsi una mattina qualsiasi attorniato da venti poliziotti in assetto di guerra..Il suo modo di suonare è sempre cattivo,a volte osceno,un energia minacciosa che rimanda al sesso e alla droga e sul perché nessun musicista oggi possa avere un impatto culturale così forte come ha avuto lui (forse johnny rotten il marcio e le dieci coltellate che si beccò dai monarchici fascisti inglesi..).Il r'n'r è si un genere musicale,una comunità di anime e stile di vita,ma chi è venuto su,chi è cresciuto a pane e chitarre elettriche sa benissimo che questo ha formato,culturalmente ed ideologicamente.. Sul nostro,il buon J. Depp si ci è costruito una carriera,io ho trascorso l'adolescenza cercando di vivere da rock star,in cerca di una direzione,in un ozio sognante.Lui risveglia il fanciullo che è in noi ma senza l'ingenuità che contraddistingue i fanciulli,l'ultima illusione tenace,che ascoltarlo e sopratutto a guardarlo si arriva ad una decisione titanica:negarsi e sostituirsi ad ogni forma di autorità ed induce a lavorare,per giorni,mesi, anni per cercare e crearsi uno stile,qualcosa che ci avvicini al supremo desiderio,da Peter Pan ad Oscar Wilde..forever young..

Non c'è introduzione,ne un anteprima blanda . Si è subito dentro la storia di uno dei più grandi chitaristi della musica rock,e nella narrazione di quella che tutt'ora viene presentata nei live show come la più grande band di rock'n'roll del pianeta. E' l'autobiografia di K.Richards e di conseguenza dei Rolling Stones,dall'infanzia nei sobborghi di Londra all'incontro con M.Jagger e il resto dei componenenti che andarono a formare la prima line-up del gruppo.“Una stanzetta piena di cartoni delle uova provvista di un registratore Grundig”. È il primo studio di registrazione dove il gruppo prova interpretando le cover di Muddy Waters e C.Berry non avendo altra aspirazione che diventare la band regina del blues di Londra,fino ad arrivare a quel suono “grezzo, rauco, potente" che è il marchio di fabbrica degli Stones da circa mezzo secolo .Per poi ostentare jet privati, macchine costose, ville e castelli in giro per il mondo firmando contratti discografici milionari. E' la narrazione di un percorso musicale e umano forse unico nel grande circo della musica alternativa,perché al di là della ricostruzione della vita da pirata del 67enne chitarrista è un formidabile spaccato della cultura pop dell'ultimo mezzo secolo.Un libro da leggere tutto d'un fiato e che è stato scritto con la semplicità di una chiacchierata tra amici ,densissimo di date e di fatti,il tutto senza nessun ombra di autocensura:la creazione di riff entrati nella leggenda e che hanno influenzato generazione di musicisti, la storia della tossicodipendenza e dell’isolamento,della descrizione minuziosa delle droghe assunte,gli effetti benefici e quelli devastanti e delle terribili astinenze,spazzando via leggende e dicerie che lo hanno perseguitato per anni,come il suo presunto completo riclico di sangue in Svizzera fino alla storia secondo cui,non riuscendo a sballare abbia fumato le ceneri funerarie di suo padre. Ci sono resoconti brutali sui rapporti con gli altri menbri della band,in particolare con B.Jones e lo stesso Jagger,amori dannati e folli,passando da vere e proprie muse come Anita Pallemberg (soffiata proprio a Jones) fino alle centinaia di groupie che seguivano la band in ogni angolo del mondo,ad altri che mostrano l'altro lato di Keith,il racconto di come si prese cura di una ragazza cieca,fan sfegatata che si reca dal magistrato che lo sta giudicando in Canada per possesso e spaccio di stupefacenti e intercedere in suo favore. Una schiera impressionante di celebrità dai membri della Factory Warholiana alle top model, registi, pittori, gente che ha influenzato la moda, lo stile, le visioni di tre generazioni, restituita nella sua controversa umanità (sempre con ghigno sarcastico implicito) da Richards. , i guai con la legge e con il fisco, la Francia,la residenza in Svizzera e l'innamoramento per la Jamaica e i ritmi reggae,insomma,una vita sempre al limite e sopra le righe, vissuta attraverso il forte uso di droghe, con la convinzione di essere quasi immortale, intramontabile e del fatto di potersi ormai permettere qualsiasi cosa, alla continua ricerca di se stesso con il rischio di diventare una parodia di quel che si pensa di essere e il rifiuto di far parte dello show biz e delle sue regole,lontano anni luci dal presenzialismo e del jet set che caratterizza molte delle star del grande circo del Rock'n'Roll.



Afferma, Keith:
"Ho sempre avuto un coltello con me. Ma è sempre e solo servito per difesa,per sostenere con maggior forza il mio punto di vista e,in alcuni casi,per farmi meglio ascoltare. Se uno ha intenzione di usare una lama bisogna riuscire a fare un taglio in orizzontale sulla fronte dell'altro,il sangue cola a fiotti ma in realtà il tizio non si fa molto male e per lo spavento si limita a ritirarsi perchè non riesce più a vedere. Ma la regola principale è quella di non usare mai e poi mai la lama:è lì per distrarre l'avversario,per essere convincente e per prendere tempo:mentre lui fissa l'acciaio luccicante gli appioppi un calcio nei coglioni..ed è tuo!"

Talk is Cheap












In un tempo lontano..
Pomeriggio inoltrato. Devo avviarmi alla metro e traversare tutta la città per raggiungere un ospedale,meglio, una clinica,una delle più esclusive e costose di tutto il paese. Lì è ricoverato un mio nipote carissimo,colpito da leucemia fulminante. Ha solo 8 anni.. La piazza è deserta,semibuia,teso e nervoso,affranto. Non so minimamente come affronterò questo immenso dolore,ho la mente in completo disordine,in una condizione di fragilità emotiva estrema. Sofferenza. Cerco di attraversare la strada,un rombo improvviso e sento una botta al braccio sinistro. La moto sfreccia incurante,finisco di scansarla e resto immobile mentre mi arriva un insulto..Deficiente.. Rispondo con un..coglione,tutto il fiato che ho in corpo tanto che risuona e rimbomba su tutta la piazza. La moto si ferma e torna un po indietro Sono in due,tolgono i caschi aperti,teste rasate e avanzano verso di me. Ho la saliva che mi luccica sulle labbra,un ondata di calore mi sale alla testa,cede il passo la prudenza e la..ragione. Comincio a correre verso di loro e mentre faccio scattare la lama che ho in tasca, con movimenti da..invasato tolgo il giubbetto di pelle che indosso come seconda pelle. Attimi in cui loro osservano tutta la scena. Di colpo si bloccano,tornano indietro,rimontano in sella veloci..Io continuo a correre..correre,il respiro esce dalla bocca a piccoli sbuffi per l'aria gelida. Quello dietro si volta a guardare..gli sono addosso e riesco a tirarlo giù..L'altro continua la sua corsa. Andare incontro ai propri disastri come un fiore all'occhiello..







29/03/11

Primavera

Si..la primavera è arrivata,l'aria è dolce e i profumi nell'aria.Come sempre ad ogni cambio di stagione il sonno ritarda ad arrivare,la sera.L'uomo che lavora per sopravvivere non può godere di una vera integrità,così non mi importa se faccio l'alba e la mattina arrivo stravolto al lavoro. E io..io adesso ho i problema di dormire.Essere un osservatore ti fà mantenere a distanza e comunque,costantemente in allerta. Osservi gli avvenimenti,le persone,il loro mondo,il modo di interagire..Ci vuole tempo per affinare questa..facoltà che ti tiene stranamente distaccato. Cosi mi ritrovo in un deja vù,e di quelli peggiori. Seduto nell'oscurità davanti ad uno schermo ad osservare la luce e i lampi dei tracciati di bombe e proiettili scagliati sulle città,incredibilmente commentati da una giornalista che con enfasi si sofferma sulla "bellezza" dei missili cruise sparati dalle portaerei americane. Per i media la guerra,il più grande spettacolo che esista e che fà guadagnare share pazzeschi. Qualsiasi odore percepisco nell'aria mi dà la nausea.Di tanto in tanto vado alla finestra,sul vetro,insieme a quella del gatto,vedo il mio riflesso deformato,una valanga di pensieri che,ti ripeti,non hanno senso ma che continuano a ronzarti per la testa.E' che la gente ci mette del tempo ad arrivare al punto delle cose,quando ci arriva e quello che non ho capito è che i sogni non sono fantasie:mostrano quello che la coscienza vede in mondi..superiori e nascosti e allora rimpiangi di non aver dato retta negli anni alla coscienza e alla forza delle proprie idee. La domanda è sempre quella:perchè? In spregio alla costituzione e alla disparità di trattamento nei confronti di altri paesi (Israele sopratutto,con centinaia di risoluzioni Onu a carico). Questa volta,dopo i farfugliamenti iniziali,la disinformazione sui morti civili(prima diecimila,poi ottomila..una pena) e per evitare che vengano sbugiardati dopo (le armi di distruzione di massa dell'Irak inventate di sana pianta)hanno subito ammesso:nessuna guerra è umanitaria,ma sempre di conquista. E noi siamo lì per "evidenti obiettivi strategici e interessi economici". Quanto basta.
In questa nuova guerra,una nuova aggressione ad un paese sovrano l'Italia non aveva alcuna veste per intervenire. Siamo stati un paese coloniale anche se ridicolo e straccione,siamo stati i primi ad usare i bombardamenti aerei sui civili proprio in Libia ad inizio secolo,insieme a gas nervini con cui abbiamo fatto stragi e il fatto di aver dato armi e tecnologia ci mette in una condizione morale imbarazzante,quanto meno. L'attacco dopo avere sottoscritto un vergognoso trattato di amicizia con Gheddafi,con relativa pagliacciata e pacchiana accoglienza con tanto di accampamento beduino nel centro di Roma e condita con l'ormai famosoin tutto il globo..baciamano. Siamo quelli della "pugnalata alle spalle", e lo resteremo.
Il trattato recita :
Capo 1, ART. 3 :
- Le Parti si impegnano a non ricorrere alla minaccia o all'impiego
della forza contro l'integrità territoriele o l'indipendenza politica
dell'altra Parte o a qualunque altra forma incompatibile con la Carta
Delle Nazioni Unite.-
ART. 4 :
- 1. Le Partisi astengono da qualunque forma di ingerenza diretta o
indiretta negli affari interni o esteni cherientrino nella
giurisdizione dell'altra Parte, attenendosi allo spirito di buon
vicinato.
2. Nel rispetto del principio della legalità internazionqale,
l'ITALIA NON USERA' Né PERMETTERA' L'USO DEI PROPRI TERRITORI IN
QUALSIASI ATTO OSTILE CONTRO LA LIBIA E LA LIBIA NON USERA', Né
PERMETTERA'L'USO DEI PROPRI TERRITORI IN QUALSIASI ATTO OSTILE CONTRO
L'ITALIA-
ART. 20 :
- 1. Le due Parti si impegnano a sviluppare la collaborazione nel
settore della Difesa tra le rispettive Forze Armate, anche mediantela
finalizzazione di specifici accordi che disciplinino lo scambio di
missioni di espert, istruttorie tecnici e quello di informazioni
militari nonchè l'espletamento di MANOVRE CONGIUNTE.

Firmato dagli attualui primo ministro, ministro della difesa, degli esteri...dei due paesi.
A distanza di poco più di due anni l'italia si accinge, con i medesimi
vertici, a fare ...esattamente l'opposto.




Alpini Italiani (bravagente) in Libia


28/03/11

Notizielle

Intanto il nostro governo si mobilita per la ricostruzione proprio nel Giappone del dopo terremoto e il disastro di Fukushima: lo stesso Governo che non riesce a far partire la ricostruzione de L'Aquila. Oggi il sottosegretario agli Esteri, Stefania Craxi, un nome una garanzia, ha annunciato in pompa magna un'iniziativa concreta per dimostrare la solidarietà delle imprese italiane che operano in Giappone. Il 5 Aprile alla Farnesina si riuniranno i manager del Made in Itlay che hanno partner commerciali nipponici: il tutto per avviare una raccolta fondi destinata ad un progetto di ricostruzione comune, anche questo ancora da decidere. "Il 5 Aprile mobiliteremo le eccellenze italiane" ha detto la figlia di Bettino Craxi, sotto gli occhi di Gianni Letta, Lamberto Dini e l’Ambasciatore giapponese a Roma Hiroyasu Ando; "Col ministro Gelmini – ha anche aggiunto - stiamo pensando di organizzare una giornata di solidarietà nelle scuole". Gianni Letta ha precisato che "A fianco di questa iniziativa c’è tutto il governo italiano, e soprattutto il popolo italiano", ricordando anche che in occasione del terremoto in Abruzzo "I giapponesi sono stati i primi a offrire la loro solidarietà e i primi ad a offrire un segno tangibile, offrendosi di realizzare opera simbolica per la rinascita. Si sono offerti infatti di costruire un auditorium". Struttura che è già in piedi e che da metà Aprile sarà già funzionante. L'iniziativa è sicuramente lodevole, e necessaria al prestigio internazionale, ma non può che suscitare qualche ironia.
Gianni Letta in Abruzzo - Lo Stesso Gianni Letta in questi giorni si è recato a L'Aquila per sanare le baruffe tra Sindaco e presidente della Regione in merito a chi debba gestire i fondi per la ricostruzione della città devastata dal terremoto di 2 anni fa. Nello stesso lasso di tempo in cui si sono svolti i faccia a faccia tra Sottosegretario e istituzioni Abruzzesi, a Tokyo hanno tirato su un'autostrada. Ad aumentare i risvolti comici della pomposa iniziativa di ricostruzione italiana in Giappone, c'è un altro piccolo fatto: sempre lo stesso Letta due giorni fa ha partecipato all'inaugurazione del "Lotto Zero", una variante stradale che migliora i collegamenti di Teramo con il resto dell'Abruzzo. La sua lunghezza è di 2,7 chilometri e per realizzarla ci hanno impiegato più di dieci anni. Forse è meglio restarcene a casa.

A tal proposito ecco una notiziella,da Repubblica,per sottolineare ancora una volta come si cerca di manipolare l'informazione,a volte in modo subdolo e sotterraneo,altre in modo squallido e maldestro e ricordare ,perchè sempre ce ne bisogno,che uno dei nodi da sciogliere in questo paese è il conflitto d'interessi,un conflitto macroscopico e devastante,che non ha eguali e che pesa come una spada di Damocle sulla democrazia di questo paese (una vera non democrazia)


Mediaset manda in onda una finta terremotata pagata 300 euro. Pagata per leggere un copione scritto dagli autori del programma Forum, condotto da Rita Dalla Chiesa su Canale 5. "L'Aquila è ricostruita"; "Ci sono case con giardini e garage"; "La vita è ricominciata"; chi si lamenta "lo fa per mangiare e dormire gratis". Per questo "ringraziamo il presidente..." . "Il governo... ", precisa la conduttrice.

Marina Villa, 50 anni, nella trasmissione di venerdì si dichiara "terremotata aquilana e commerciante di abiti da sposa" in separazione dal marito Gualtiero. Ed è lì in tv con il coniuge a discutere della separazione davanti al giudice del tribunale televisivo. Ma è tutto finto: lei non è dell'Aquila, non è commerciante, il vero marito è a casa a Popoli, il paesino abruzzese nel quale la coppia vive: si chiama Antonio Di Prata e con lei gestisce un'agenzia funebre.

L'assessore alla Cultura dell'Aquila, Stefania Pezzopane, ha scritto una lettera a Rita Dalla Chiesa: "Nella sua trasmissione, persone che, mi risulta, non hanno nulla a che vedere con L'Aquila, hanno fatto un quadro distorto e assolutamente non veritiero". Quando scoppia la polemica anche su Facebook, non è difficile rintracciare Marina. "Ma che vogliono questi aquilani? Ma lo sanno tutti che è una trasmissione finta". Si dice, la signora Villa, molto sorpresa dalla rabbia dei terremotati: Mediaset manda in onda una finta terremotata pagata 300 euro. Pagata per leggere un copione scritto dagli autori del programma Forum, condotto da Rita Dalla Chiesa su Canale 5. "L'Aquila è ricostruita"; "Ci sono case con giardini e garage"; "La vita è ricominciata"; chi si lamenta "lo fa per mangiare e dormire gratis". Per questo "ringraziamo il presidente..." . "Il governo... ", precisa la conduttrice.

Ma che pretendono. Io non c'entro nulla. Ho chiesto di partecipare alla trasmissione e quando gli autori hanno saputo che ero abruzzese, mi hanno chiesto di interpretare quel ruolo. Mi hanno spiegato loro quello che avrei dovuto dire". Marina racconta di essere stata pagata: "Mi hanno dato 300 euro. Come agli altri attori. Anche Gualtiero, che nella puntata interpretava mio marito, recitava. Lui è un infermiere di Ortona. Hanno scelto un altro abruzzese per via del dialetto".

Ecco il copione di Marina in tv: "Hanno riaperto tutti l'attività. I giovani stanno tornando". Durante il terremoto "sembrava la fine del mondo, non riuscivo a capire se era la guerra, la casa girava. Si sono staccati i termosifoni dal muro". Ora invece è tutto a posto: "Vorrei ringraziare il presidente e il governo perché non ci hanno fatto mancare niente... Tutti hanno le case con i giardini e con i garage, tutti lavorano, le attività stanno riaprendo". Le fa eco la Dalla Chiesa: "Dovete ringraziare anche Bertolaso che ha fatto un grandissimo lavoro". E giù applausi. Mentre Marina aggiunge: "Quello volevo pure dire". "Inizialmente - continua il copione - hanno messo le tendopoli ma subito dopo hanno riconsegnato le case con giardino e garage. Sono rimasti 300-400 che sono ancora negli hotel e gli fa comodo". "Stanno lì a spese dello Stato: mangiano, bevono e non pagano, pure io ci vorrei andare". Ma lei non è dell'Aquila, la notte del 6 aprile 2009 era a casa a Popoli. È stata solo finta terremotata a pagamento per un giorno su Mediaset.

Alert ! Fukushima












Il Giappone ha fama di avere un potente sistema sanitario nazzionale. Ha un sistema sanitario nazionale a disposizione per tutti i cittadini con una particolare attenzione gli anziani,e offre l'assicurazione sanitaria a centinaia di milioni di persone, cosa che comunque è obbligatorio avere se si è cittadino della loro nazione. D'altra parte hanno un tasso di..obesità molto basso mentre questo cresce a dismisura negli USA,fattore importante sul costo sanitario nazionale,dato che l'obesità è carrello di moltre altre patologie(asma,malattie cardiocircolatorie,diabete..).L'efficienza tecnologica nipponica è risaputa. Investono pochissimo (l'1%) per gli armamenti riversando fondi cospicui nella ricerca e lo sviluppo tecnologico portando il paese in rapidi progressi in tutti i campi.E' uno dei paesi più forti soprattutto nei settori della macchine e dell'informatica, leadership nella robotica,una buonissima istruzione, una qualità complessiva della vita elevata. Ed è sostenuto da molti essere il posto migliore dove impiantare una società tecnologica invece che negli Stati Uniti. Tra qualche hanno il denaro scomparirà dalla vita dei giapponesi,insieme a carte di credito e documenti di riconoscimento:grazie al sistema Wallet,che è un sistema di sicurezza e informazione attraverso i cellulari. Questo a dimostrazione di quanto la tecnologia giochi un ruolo di qualità nella vita dei cittadini e come essa sia messa a disposizione dei cittadini stessi. Un elenco di innovazioni inaudito con una massa di informazioni prodotte senza precedenti,comunque.Il Giappone è anche il paese che ha provato sulla sua pelle cosa vuol dire un esplosione nucleare, un paese che sa cosa vuol dire vivere su delle isole soggette a terremoti, eha ben 55 centrali nucleari. Ora proprio a causa di un terremoto è successo quel che è successo a Fukushima. Fà alquanto impressione e fà spavento le facce e le espressioni dei dirigenti e tecnici del sito atomico esploso che in televisione continuano a scusarsi e a fornire informazioni di cui il popolo giapponese (e ormai tutto il mondo) diffida. La situazione è molto più grave di quanto vogliano far credere sopratutto perchè la densità di popolazione è molto più elevata rispetto a Chernobyl a fronte della quantità di fuoriuscita del materiale minore,a loro dire. Il punto è che se in questa nazione così avanzata è accaduta una tragedia simile come non pensare che non possa accadere altrove? Superficialità e negligenze ci saranno pure ma la questione è che il nucleare è un energia che non si può produrre senze conseguenze perchè non si possono prevenire eventi di clamità naturali oltre alla superficialità e alle negligenze. Inoltre non è in pericolo solo il paese che la produce:si pensi ad un esplosione in Francia ,o in Svizzera.. Qui in Italia non sappiamo smaltire i rifiuti ne riconvertirli in energia e in prodotti (creando cosi economia come tanti paesi hanno imparato a fare),come pensano di fare una volta che ci saranno quei fustoni? Sottoterra? In mare? Sarebbe il disastro in un paese già martoriato. Il contrappasso è il taglio dei fondi all'energie rinnovabili in attesa dell'avvio del progetto nucleare italiano affidato a..Scajola,lo stesso Scajola che non ricorda chi cazzo gli ha comprato un super appartamento con vista sul Colosseo!(Crozza dicet) Speriamo nel referendum e sul'opposizione che si farà al tentativo che faranno per ribaltarlo anche il caso di vittoria del Si. In Germania,paese con centrali e che dopo Fukushima ha deciso di sospendere il programma, in alcuni lander importanti i verdi hanno stravinto le elezioni,premiati per la continua e netta battaglia antinucleare. Un velo pietoso sui verdi italiani e i loro ..disastri, appunto.





26/03/11

Gli anni '90 nei suoi slanci ed eccessi: Tutt'orecchi di Dennis Cooper

Tutt'orecchi ha la felice varietà della vita. E' un incursione ispirata e approfondita nelle culture e sottoculture giovanili, ma anche una cronaca puntuale dei fermenti e dei malesseri della West Coast. La fotografia degli anni '90 nei suoi slanci ed eccessi,ma anche una riflessione di carattere universale sul nesso tra arte e vita. Tanti e diversi i protagonisti: da Leo Di Caprio ai prostituti sieropositivi di L.A., dalla fotografa Nan Goldin agli studenti stralunati dell'UCLA. Questa è una raccolta di interviste, ritratti e reportage, un vero classico del giornalismo d'autore. Tutt'orecchi è pubblicato da PLAYGROUND nella sezione Liberi e Audaci.


AIDS: LETTERE DAL FRONTE

(I nomi dei personaggi sono stati cambiati)

Me ne sto seduto a un tavolo dell’Onyx, un bar poco illuminato a East Hollywood, decorato con goffi quadri neoespressionisti e affollato da una manciata di trendoidi tutti curvi a leggere i loro libri. Jason, il cliente di un amico che lavora con ragazzi di strada sieropositivi, ha deciso di condividere un paio delle sue giornate con me, a patto che faccia un po’ di pubblicità alla sua band. Si chiamano i Rambo Dolls, ci torneremo dopo. Intanto, ecco Jason, che si infila nell’ingresso con la forza di un tornado. Non può che essere lui, basta un’occhiata: capelli biondi e spettinati, facciata ossuta, due occhi blu davvero giganteschi e tutto l’armamentario grunge regolare, jeans strappati, maglietta dei Sandy Duncan Eye, camicia di flanella fuori dai pantaloni, doc martins a pezzi. Jason sembra davvero una rockstar, anzi assomiglia proprio a Dave Pirner dei Soul Asylum. Ma non appena si avvicina al tavolo e posso squadrarlo da vicino, mi accorgo che il suo viso fa quasi paura, come se fosse troppo perfetto, costruito a tavolino. E fai davvero fatica a credere che un ragazzino così carino non abbia più una casa e viva per strada.
“Come ti sei ammalato?” gli chiedo.
“Be’, non lo so. O perché scambiavo le spade con gente che non conoscevo”, mi risponde senza spostare lo sguardo dalle gambe. “O perché mi sono fatto scopare senza goldoni, o perché mi sono scopato qualche ragazza che sapevo che aveva l’AIDS, senza mai usare un gommino. Vedi, me lo sarei potuto beccare centinaia di volte il virus”. Fa una pausa, e il suo sguardo si fa più disperato. “Credi che cambi qualcosa?” Mi fissa per un istante. “Cioè, voglio dire, credi che cambi qualcosa anche se potevo rimanerci chissà quante volte, no?”.
Riesco a malapena a balbettare, che, insomma, ecco, dovrebbe stare più attento.
“Be’, certo, ovvio, no! Sì, cioè, dovevo starci attento prima… più attento, cioè”. Si gira di scatto, all’improvviso, e grida qualcosa verso la porta dell’Onyx: “Vattene! Vai a fare qualcosa!”.
Si voltano tutti. Fuori dal locale c’è una ragazza magra, smunta, coi capelli rossi, probabilmente sui venticinque, ventisei anni. Se ne sta lì sul marciapiede. “Va bene, va bene” urla, e scivola via, scomparendo oltre lo specchio della porta.
Deve essere la sua ragazza, più o meno.
Jason si gira di nuovo verso di me. “Sì. Katie. Sto da lei ultimamente. È okay, è solo che, cioè, vorrebbe che l’amassi ma le ho detto che non posso perché io tra poco muoio, ma lei vuole che la amo lo stesso e allora…” Piega un poco la schiena, come se volesse scomparire.
“È dura”.
Annuisce con violenza. “E si fa pure di eroina capisci”. Si allunga sulla sedia. “E cioè è un casino totale perché io sono pulito da quando ho scoperto sta cosa del virus. E quindi mi tocca guardarla mentre si fa le pere ed è un casino davvero. A me poi non mi è mai piaciuta l’eroina, quindi in un certo senso è più facile, cioè è meglio che se si facesse di crack o cose così che mi piacciono insomma. Ma comunque è tutto più difficile, capito?” Sembra sempre più nervoso, e continua a fissare una strana briciola che è praticamente fossilizzata sul tavolo, proprio al centro, a metà strada tra Jason e me.
“Sì, capisco” gli dico. Comunque, che mi dici del tuo gruppo?
“Oh, cazzo”. Si irrigidisce, schizza indietro, scattando in piedi e fa un faccia come se gli avessero appena sparato. “Cioè, adesso mi tocca mantenere la promessa, vero? Se vuoi, puoi venirci a vedere quando proviamo, tra un po’. E poi decidi cosa fare con la band e tutto il resto…” Solleva le spalle.

Con tutte quelle organizzazioni come Covenant House, Angel’s Flight, Gay and Lesbian Center, che si danno da fare per risolvere la piaga dei ragazzi di strada, viene quasi spontaneo pensare che la situazione sia più o meno sotto controllo. O almeno era così che la pensavo io. Jason la vede un po’ diversamente. D’altra parte lui ha fatto tutto ciò che è umanamente possibile pur di evitare qualsiasi servizio di aiuto e assistenza sanitaria, anche se non riesce nemmeno a spiegare la sua avversione. Jason dice che non gli piace essere “controllato”. A sentir lui, anche i programmi più laici, senza nessuna menata religiosa, impongono una serie di restrizioni alla sua libertà. Preferisce avere una serie di figure parentali più o meno mobili e intercambiabili. In passato si è affidato a uomini anziani che lo pagavano per un po’ di sesso e che si interessavano al suo benessere in modo abbastanza autentico da offrirgli un certo senso di calore, pur mantenendo un rapporto così corrotto da permettere a Jason di darsela a gambe ogni volta che gli faceva comodo, senza sensi di colpa. Oggi invece si affida agli amici più vicini, molti dei quali li incontrerò nel corso della giornata, più tardi: tutti più o meno affetti da una specie di sindrome del buon samaritano, persone che si dedicano al benessere di Jason, spesso sfiorando il limite dell’isterismo e della compulsione. E, be’, anch’io nel nostro breve incontro, mi ritrovo a provare qualcosa di simile a una relazione psicologica tipo padre e figlio.
Ce ne stiamo appoggiati a un’auto parcheggiata davanti all’Onyx. Mezzo isolato più in là Katie entra ed esce da un negozio di libri, fa avanti e indietro come uno yoyo, con il collo piegato. Di tanto in tanto ci lancia un’occhiata, mi pare. Jason parla di quello che gli passa per la testa, lo lascio fare. Più che altro ce l’ha a morte con la clientela dell’Onyx, e tutti quei discorsi sugli artisti scoreggioni e tronfi, l’oppio della nuova borghesia, ecco, no? Un classico predicozzo stile punk, penso io.
Jason è un rottame emotivo, ma è anche acuto, certo in uno stile un po’ da autodidatta. I suoi gusti politici e musicali, ad esempio, se li è fatti sfogliando Maximum RockNRoll, un giornale punk niente male, molto affettato, che Jason legge religiosamente da quando era un ragazzino. E adesso che ce ne stiamo al sole, mi accorgo che infilata nella cintura dei pantaloni Jason tiene una copia di un libro di Noam Chomsky, che deve avere appena rubato da qualche parte. Mi spiega che voleva leggere Chomsky da un bel po’, prima che iniziassero i suoi giorni sieropositivi e senza casa, cioè più o meno quattro mesi fa.
Allora Jason viveva con un gruppo di teenager, tutti più o meno anarchici, con i quali aveva occupato un edificio abbandonato a un paio di isolati da Hollywood Boulevard. Di questo periodo della sua vita Jason parla senza problemi, dandoti tutti i dettagli; ma qualsiasi cosa sia successa prima – vale a dire, tutta la sua infanzia e adolescenza – è praticamente un terreno minato, off limits. Ogni volta che gli scappa detto qualche dettaglio – che so, che è cresciuto nella San Fernando Valley, o che suo padre era un dottore – il suo corpo è come scosso da una strana esplosione di energia fisica. Prende a pugni l’aria, a calci il marciapiede. Se cerco di incastrarlo, Jason ammette solo che qualsiasi cosa sia accaduta, e comunque non sono affari miei, gli ha insegnato che alla gente non gliene frega un cazzo di niente degli altri, e non credere a quello che ti dicono.
Gli chiedo dei suoi amici.
“Ecco. Giusto appunto. Anche loro. Non è che me li tenga molto a lungo. La maggior parte dei miei amici non sono amici veri. È solo gente che gli piaccio sessualmente. Ma quando capiscono che sono una testa di cazzo e che mica mi faccio scopare così, se ne vanno”.
Perché non ti fai scopare? In fondo Jason è una marchetta, quindi…
“Perché loro dovrebbero essere i miei amici” mi urla. Poi si guarda la punta dei doc martins, sorride e si schiarisce la voce. “Piaccio anche a te, vero?”.
“No” gli dico. Ed è la verità.
Jason mi lancia un’occhiata. E gli si stampa in faccia un sorriso strano, tutto smancerie e flirt. “Sì, sicuro” mugugna.
Lo conosco quel sorriso. Il mio primo ragazzo era un marchettaro, come quasi tutti i suoi amici. E primi che iniziasse l’AIDS, anch’io bazzicavo i bar delle marchette, più che altro perché mi piaceva la tensione che c’era nell’aria. Ho già visto quel sorriso centinaia di volte, quando fanno i preziosi, e se Jason non è un vero esperto in materia, certo è un veterano. Se poi ci aggiungi la sua bellezza, be’, non ci metti tanto a capire che Jason deve fare affari d’oro in quel giro. Vero?, gli chiedo.
“Vero” ammette, ridendo alla grande. “Ma non è che ho deciso di passare gli ultimi giorni della mia vita nella casa di qualche vecchio porco miliardario”. A quanto dice, ha avuto un bel po’ di occasioni di sistemarsi, per usare le sue parole, soprattutto con un “famoso manager discografico” del quale non mi vuole dire il nome, più che altro perché il tizio lo invita fuori ancora di tanto in tanto, e anche perché Jason dice di rispettare la privacy della gente. “E poi se avessi la testa sulle spalle, in fondo sarei ancora là, a vivere nella casa occupata, mica a dividere i miei giorni con una tossica”: Un’altra occhiata, questa volta un po’ assassina, in direzione della ragazza. “Katie, cazzo, muovi quel culo. Andiamo”.

Siamo in macchina, sto accompagnando Jason e Katie a casa di lei, a downtown, dove i Rambo Dolls dovrebbero provare. Ho chiesto a Jason di guidarci in un tour lungo l’Hollywood Boulevard, per farmi vedere un po’ dei posti che bazzicava quando viveva ancora nella casa occupata. Dalle parti del Teatro Cinese, che Jason definisce il “posto migliore al mondo per fare moneta”, incontriamo un vecchio amico di J, uno dei suoi compagni di occupazione, poi diventato il cantante dei Rambo Dolls.
Bouncer è un ragazzo poco più che adolescente, alto, magro, con un viso dolce e una lunga e morbida cresta di capelli biondi. Se ne sta lì a chiedere moneta e Jason mi ordina di accostare.
“Ehi, sacco di merda!” gli urla, infilando la testa e un braccio oltre il finestrino. Scivola fuori così e atterra sul marciapiede. Bouncer lo aiuta ad alzarsi, e si danno un mezzo abbraccio e intanto fanno finta di fare a botte, mentre i turisti cercano di schivarli.
Katie e io li fissiamo restando in macchina, scambiandoci sorrisi divertiti. Se Jason non racconta balle sulle storie di droga di Katie, be’ allora lei in questo momento sta parecchio male. Il viso è un maschera pallida e verdastra, con due pupille gigantesche. Si è avvolta le braccia scheletriche attorno al torace, come se volesse strangolarsi. “Jason è… proprio… un bugiardo” mi dice battendo i denti e senza spostare lo sguardo dai due ragazzi che continuano a picchiarsi.
“Perché bugiardo?”
“Tipo quando dice che non mi ama. Sono sicura che lo ha detto anche a te, vero? Ma io me ne frego delle sue stronzate. E sono la prima a farlo, nessuna ha mai avuto il coraggio: lui è molto più malato di quanto dice. All’inizio non te ne accorgi, ma è magrissimo, proprio sotto peso, e ormai ha sempre la diarrea. Ecco perché non fa più tante marchette. E allora…”
All’improvviso Jason spalanca la portiera, salta in macchina spingendo Katie contro di me, che mi stringo nell’abitacolo. Sale anche Bouncer, che sbatte la portiera e si siede dietro.
“Come butta?” mi chiede il nuovo arrivato.
“Due cose. Uno: possiamo dare un passaggio a Bouncer, giusto?” Il viso di Jason è a un paio di centimetri dal mio. Il fiato gli puzza di AZT. È un odore acido, chimico, che sembra fuori posto con il corpo di questo ragazzino. “Due: Bouncer vuole sapere se dopo che hai lasciato Katie e me a casa, be’, se te lo vuoi scopare, lui ti fa un prezzo speciale, davvero quattro soldi. E poi tu e lui ci raggiungete da Katie, quando avete fatto, così vedi le prove. Cioè, gli ho detto che tu sei…” Sguardo confuso. “che sei gay, giusto? È così che vi si deve chiamare adesso, giusto? Anche Bouncer è gay, ed è carino, al verde, capito?”.

Lasciamo Katie e Jason a casa, e offro un pranzo a Bouncer, che mi racconta la sua storia, censurandola pari pari, come Jason. Al momento vive più che altro facendo moneta: fuma un sacco d’erba, ogni tanto fa qualche marchetta sul Santa Monica Boulevard, anche se le marchette lo deprimono parecchio perché è gay e forse si aspetta un po’ troppo affetto dai tizi che se lo fanno, o qualcosa del genere comunque. Al contrario di Jason, a Bouncer non dispiace avere a che fare con le organizzazioni di volontariato e quando gli serve, se ne scappa e si fa aiutare per un po’. In fondo, dice, un po’ di prediche e qualche ora di terapia di gruppo del cazzo valgono un letto caldo. Di solito però vive nella casa occupata di Hollywood, quella dove stava anche Jason. Finiamo il pranzo e gli chiedo di portarmici.
Entriamo in una vecchia villa vittoriana che deve avere vissuto almeno altre sette vite da quando è stata trasformata in un condomino con chissà quanti appartamenti. L’eleganza vittoriana è stata spazzata via, distrutta, insozzata a tal punto da trasformare l’intero edificio in una misteriosa grotta barocca. Non c’è quasi nessun al momento: i ragazzi devono essere tutti fuori, a battere i boulevard, a fare moneta per raccattare un pranzo da Mc Donald’s e comprare un po’ di droga. In casa c’è solo una coppia etero, probabilmente sui quattordici anni. I due giocano a carte in quello che doveva essere la sala da pranzo della villa, ora ridotta a uno stanzone vuoto, sporco e spoglio. I due hanno visi angelici, tagli di capelli punk un po’ fuori moda e indossano chissà quanti strati di abiti da due soldi. L’odore del loro corpo mi accompagna fino al secondo piano, dove Bouncer mi mostra la sua camera da letto, una vecchia cabina armadio nella quale ha gettato un materasso, un paio di coperte aggrovigliate e un cumulo di abiti. Bouncer si lascia cadere sul letto, per qualche secondo si fissa il pacco e poi solleva lo sguardo verso di me; e mi sorride. Uno di quei sorrisi.
“Chi decide chi può vivere qui?” gli chiedo.
“Chi vuole. Devi solo essere onesto, e non essere troppo fuori. E non devi cazzeggiare con la roba degli altri”.
“E allora Jason quale regola ha infranto?”
“Tutte. Io ho lottato per lui, per farlo restare. E avevamo quasi deciso di perdonarlo, perché è così bello lui”.
“Cioè, io è così che la penso” mi dice Jason.

Ce ne stiamo sul pianerottolo, fuori dall’appartamento di Katie, mentre lei si fa una pera in casa. Bouncer è andato in un negozio a fregare un paio di birre. “Cioè io non è che ci penso all’AIDS. Voglio dire, ad avere l’HIV. Mi dimentico sempre che non è ancora AIDS, in teoria. Ma poi se ci penso, le cose vanno così: cioè succede quasi sempre dopo che faccio sesso con qualcuno, non tanto con Katie, ma con qualche tizio che mi paga e penso ‘Ho solo l’HIV, va bene, andrà tutto bene’. Il dottore dice che mi restano magari ancora dieci anni da vivere da quando sono stato infettato, dieci anni prima che muoio se faccio le cose bene, se mi curo. Ma poi penso, ‘Be’, cazzo, magari me lo sono preso sette anni fa, visto che mi lascio scopare da quando avevo dodici anni, anche se magari sembra strano, ma è così. E poi ti viene da pensare a tutte le droghe che ti sei fatto, a come devono averti ridotto il sistema immunitario. E allora ti viene davvero paura, e pensi: affanculo, adesso mi ammazzo prima di ammalarmi davvero’. Perché è davvero troppo, capito? E ti trovi a pensare cose tipo ‘Odio tutti. È stato qualcuno ad attaccarmela questa roba. Non ti puoi fidare di nessuno’. E ti viene così tanta rabbia che vorresti ammazzare qualcuno, e i miei amici si beccano tutte queste menate, perché mi incazzo e faccio casino e loro sono sempre lì, per me, accanto a me. E allora ti senti in colpa per come li tratti, gli chiedo scusa e loro poi capiscono. Ed è un sollievo e magari torni a sentirti a posto e ti dimentichi dell’AIDS per un po’. È così che vanno le cose, la testa fa tutto un giro strano per non farti pensare più all’AIDS, cioè all’HIV. Secondo te lo fa cioè è un cosa cosciente?”.
Jason ti fa sempre queste domande impossibili. Grazie a dio il suo livello di attenzione è ridotto a uno straccio, e non si preoccupa mai delle risposte. Si gira di scatto e si mette a picchiare sulla porta di Katie. “Svegliati, cazzo di puntaspilli”.
Qualche minuto dopo arrivano gli altri Rambo Dolls. Brian è un ragazzo afroamericano, sui vent’anni, alto e gentile. Sei mesi fa un amico ha regalato a Brian una mezz’ora con Jason, per il suo compleanno, e sono diventati amici. Brian è il bassista ed è l’unico in tutto il gruppo che ha una vaga idea di cosa voglia dire suonare. Bart, il chitarrista, è un sedicenne hippie: ha appena chiuso con le droghe e a quanto pare è un specie di cristiano rinato. Non parla molto. Si è portato dietro un piccolo amplificatore scassato al quale si collegano sia la chitarra sia il basso. Jason suona la batteria, ma non si può permettere di comprarne una e allora si siede sul letto di Katie, con le gambe incrociate e un grosso libro d’arte sul quale pesta con due matite.
Per un’ora e mezza Jason colpisce il libro con tanta violenza da farsi sentire nel frastuono generale. Da quanto si riesce a capire in questo casino di suoni indistinti, il sound dei Rambo Dolls è una specie di hard core in versione parrocchiale. Più o meno come se gli Shaggs fossero cresciuti ascoltando i Melvins. Bouncer, che rimbalza e poga da solo al centro della stanza con uno strana smorfia da scimmia, canta e urla versi un po’ poetici e tronfi con le solite menate di politica punk, contro il razzismo, la droga, la misoginia ecc. E a dire la verità, di fronte a questa versione patetica dei Little Rascal, ci si sente davvero tristi. Grazie a dio, i ragazzi non mi prestano molta attenzione. Solo quando Bart e Brian se ne sono andati, e Bouncer si è addormentato in un angolo, Jason trova il coraggio per chiedermi nervosamente cosa ne penso. Ma a quel punto ho avuto tutto il tempo per prepararmi e dirgli un piccola bugia, incoraggiandoli un po’. “Niente male, davvero figo anzi”.
“Grazie” dice Jason. Mi sembra felice. Katie è sdraiata sulle sue gambe, e annuisce o forse dorme. “Sì, penso che tra un anno saremo famosi. È lì che voglio arrivare”.
“Quanto famosi?”
“Famosi come, cioè bravi quanto i Sandy Duncan’s Eye.”
“Ma non sono davvero famosi” gli dico. Comincio a capire cosa volesse dire Katie: sotto la luce tagliente che arriva dalla finestra, il corpo di Jason è come se fosse sgonfiato, la pelle del suo viso è troppo tesa, come se l’avessero tirata sulle ossa degli zigomi.
“Famosi abbastanza” risponde.
“Perché non essere famosi come gli U2?”
Jason mi sorride. “Perché fanno schifo”.
“Va bene, ma perché non essere in un grande gruppo che riesce a essere davvero famoso?”
Mi fissa disgustato. “È impossibile, amico”.
“Okay. Altri obiettivi? Cosa altro vuoi fare?”
“Non voglio morire. Almeno per un po’.” Lancia un’occhiata verso Katie. E mi sorride complice. “E avere una ragazza vera” sussurra controllando se lei è sveglia. No, dorme. “E diventare ricco, non so come, ma diventare ricco.” Abbassa di nuovo il capo. “Non vedere mai i miei genitori, mai più. E, certo, diventare un grande batterista.”
“Grande quanto?”
“Adam Pfahler.”
“Che suona con…”
“I Jawbreaker. Cazzo, sono grandissimi. Okay, ecco, voglio che il mio gruppo diventa famoso come i Jawbreaker. Bravi come loro.”
“I Jawbreaker sono più famosi dei Sandy Duncan’s Eye?”
“Be’, i Jawbreaker li conoscono tutti perché sono davvero forti. Sandy Duncan’s Eye vanno più che altro perché hanno un nome strano. Quindi sarebbe meglio essere come i Jawbreaker.” E fa una smorfia che lo fa sembrare un bambino di sette anni. La smorfia si trasforma in un ghigno, e Jason comincia a prendere a pugni l’aria. “Tanto muoio tra poco, quindi chi se ne frega, no?” Il suo sguardo si fissa nel vuoto per un secondo. All’improvviso spinge Katie che cade a terra, rotola su se stessa fino a raggiungere Bouncer. Si gira lentamente sul fianco e fissa Jason con uno sguardo preoccupato ma come annebbiato, confuso.
“Merda” biascica. “Stai piangendo, Jason?”
E, be’, cazzo, sì, sta piangendo.

Fast-forward. Questa giornata con Jason sarebbe dovuta essere la prima di una lunga serie, ma passa qualche giorno e di lui non c’è più traccia, scomparso. Ho chiamato Katie per chiederle di organizzare un incontro e lei ha cominciato a urlare, a dirmi che non sapeva dove fosse Jason e che non gliene fregava niente. Il mio amico, il terapista che mi aveva messo in contatto con lui, non vede Jason da mesi. Non ci pensa nemmeno tanto: ha almeno una dozzina di ragazzi da seguire. Ho dovuto guidare un bel po’ su Hollywood Boulevard, avanti e indietro, prima di incontrare Bouncer, sempre lì a far moneta. Dice che nemmeno lui ha visto più Jason, ed è preoccupato: cioè non che il suo amico si sia messo nei guai, ma che forse sia tornato dai suoi genitori invece di starsene lì con la sua vera famiglia, i suoi amici. Il terremoto di Los Angeles era passato da qualche giorno: la casa occupata è stata danneggiata e i ragazzi, Bouncer compreso, se ne sono andati, sparpagliandosi chissà dove.
Ancora oggi mi capita di uscire e guidare su e giù lungo il Santa Monica Boulevard, dove bazzicano i marchettari, alla ricerca di Jason. Non che sappia cosa dirgli. Fatti aiutare, curati, bla bla bla. Circa sei mesi fa ho incontrato Brian, il bassista dei Rambo Dolls, in una discoteca. Sì, mi ha detto, nessuna notizia di Jason. Ha sollevato le spalle, così come se niente fosse, ma il suo sguardo tradiva un dolore profondo: sembrava distrutto. Forse, ha continuato, l’ha rimorchiato qualche donna bellissima e l’ha portato a casa. Sì, forse. Questo è un mondo in cui la gente va e viene, e non sai mai perché e per come. Non ti resta che la tua immaginazione. Ami gli amici e gli amanti, li ami anche intensamente, ma devi essere sempre pronto a tagliarti fuori, a cancellare le emozioni. Sì, forse Jason ha avuto fortuna, ce l’ha fatta a uscirne alla grande. Chissà. Ma è davvero un errore illudersi e sperare che Jason sia tornato dai suoi genitori? Sarà sbagliato, ma spero che sia andata così. Per quanto distruttivo possa essere quell’ambiente, almeno sarebbe uno scenario reale. Se fosse tornato a casa, Jason sarebbe davvero da qualche parte, non saerbbe perso nel nulla. Ma poi per me è troppo facile: io non lo conosco, non so niente di lui.

Flash back. Subito dopo le prove dei Rambo Dolls. Sto accompagnando Jason e Bouncer al posto delle marchette, dove vogliono passare la notte per fare un po’ di soldi facili. Jason è un po’ fuori, urla, scazza, più che altro si lamenta e non sa se vuol dire a chi lo rimorchia che ha l’AIDS. Sto cercando di convincerlo che non dire niente sarebbe una cosa spietata. Bouncer annuisce e mugugna, più o meno è d’accordo con me. Più cerco di parlargli e più Jason si incazza, le sue idee si fanno più estreme: mi viene persino il dubbio che sia così incazzato solo perché cerca di farsi odiare per conquistare un po’ di simpatia e attenzione. Comunque in macchina c’è un vero casino. Si sta facendo buio, e i marciapiedi iniziano a riempirsi di ragazzi che passeggiano avanti e indietro, con aria svogliata, quasi tutti senza maglietta e lo sguardo puntato sui finestrini della macchine di passaggio. Ci fermiamo a un semaforo a ovest di LaBrea. Jason si allunga fino alla maniglia, apre la portiera, spinge fuori Bouncer e salta giù dalla macchina. Atterra quasi sui piedi di Bouncer e barcolla nel buio. Lo perdo di vista quasi subito. Bouncer si avvicina alla mia auto, chiude la portiera e appoggia i gomiti sul finestrino. Mi fissa con uno sguardo strano, come se volesse chiedermi scusa, ma è così pieno di paura e confuso che davvero non so cosa rispondere. Forse anch’io sembro spaventato. Non so che dire. Comunque sia, Bouncer si avvicina abbastanza da farmi sentire il suo alito impastato di AZT, proprio come quello di Jason.
“Staremo bene” mi dice prima di baciarmi sulla guancia. Scatta dietro, si volta e scompare chissà dove.





Usker Du - Warehouse:Songs and Storie

Dennis Cooper è nato nel 1953 a Los Angeles. Fonda la rivista Little Cesar, pubblica una trentina di volumetti di poesia, si dedica alla critica d'arte. Vive per dieci anni in Olanda. Un ciclo di cinque romanzi lo consacra autore di culto: Closer (1989; Tutti gli amici di George, Marco Tropea Editore 2001), Frisk (1991; Frisk, Einaudi 1997), Try (1994; Ziggy, Tropea 1997), Guide (1997; Idoli, Tropea 1998), Period (2000). Nel 1994 ha fondato la casa editrice Akashic Books, altrettanto di culto. Attualmente vive a Parigi. Fra i suoi estimatori Bono Vox,L.Di Caprio,Bret E. Ellis,S.Malkmus

Tutt'orecchi:
- Violenza, informazione, scrittura. La scrittura e la vita secondo D.Cooper
- AIDS: Parole dal fronte
- Intervista a K. Reeves
- Courtney Love e le Hole
- A colpi di fucile:la pittura di W.Burroughs
- Troppo cool per la scuola
- Tossici per emulazione:Rapporto tra rappresentazione della droga nella musica
- La ballata di Nada Godim
- L'ascesa di SonnySonny Bono
- Strettamente personale:Intervista a Bob Mould,ex leader degli Husker Du
- Ribelle tanto per:Intervista a Leo Di Caprio
- Visto da un raver Reportage dalla scena rave americana
- Il re del mormorio Stephen Malkmus
- Bellezza e tristezza La morte di River Phoneix
- La grana della voce La morte di Kurt Cobain
- La veglia di Flanagan La morte di Bob Flanagan,artista estremo
- Il re dei tossici La morte di William S.Burroughs
... ditemi se non è un libro da divorare!



Ma voi pacifisti,che fareste?


«Ma in questa situazione voi pacifisti che cosa fareste?» Tutte le volte è la stessa cosa. Quando scoppia un conflitto (Golfo 1, Kosovo, Afghanistan, Golfo 2, ora la Libia) puntualmente si assiste alla “liturgia” dei giornalisti che chiamano qualche illustre esponente del mondo pacifista/non violento e pone la domanda (convinto peraltro di aver posto una domanda intelligente). Il malcapitato intervistato cerca di articolare la risposta, ma il sagace cronista non lo lascia “tergiversare”: «Sì, ma Gheddafi voi lo avreste lasciato libero di continuare il massacro degli insorti? Come lo avreste fermato con la non-violenza?»… e via intervistando.

È una situazione difficile, per chi dice no alla guerra. Che può dire? «Sì, lascerei che Gheddafi terminasse il suo lavoro». Oppure, «no, in questo caso lo sommergerei di missili?»

Ebbene, la risposta è un’altra. Qualche anno fa feci un’intervista ad Alessandro Baricco (all’epoca stava cominciando la guerra in Afghanistan voluta da Bush). Il tema era tutt’altro, ma finimmo per parlare del non violento braccato dal quesito di cui sopra, il «voi-adesso-cosa-fareste». Lo scrittore disse che lui avrebbe risposto «adesso nulla; adesso che avete voluto la guerra, fatevela; adesso che avete compiuto tanti passi in direzione del conflitto, non vi resta che combattere, ma non chiedete la soluzione al pacifista». Già.

È come una partita a scacchi, durante la quale si chieda una via d’uscita quando mancano due mosse allo scacco matto. A quel punto c’è ben poco da suggerire. Ormai la situazione è compromessa.

È paradossale, ma i sostenitori della guerra (in questo come in tutti i casi precedenti) conducono un’azione politica che porta inevitabilmente al conflitto, salvo tacciare di disfattismo o di irenismo chi poi quella guerra contesta.

Prendiamo il caso della Libia. Chi, negli ultimi anni, ha sdoganato politicamente il ditattore Gheddafi? Chi ha sottoscritto contratti e accordi con lui? Chi lo ha invitato in visite ufficiali, in qualche caso baciandogli pure la mano? Chi lo ha chiamato a presiedere addirittura Commissioni per i diritti umani? Chi gli ha fornito l’apparato bellico? Non certo i pacifisti, per i quali Gheddafi è stato sempre e comunque un dittatore sanguinario. Non certo i pacifisti, che hanno sempre denunciato lo scandalo delle vendite di armi ai regimi autoritari e a quelli in guerra civile.

Eppure, poi, dovremmo essere noi, noi che prendiamo sul serio l’articolo 11 della nostra Costituzione (“L’Italia ripudia la guerra…”), a inventarci la quadratura del cerchio, cioè a evitare di rispondere alla guerra con la guerra, quando ormai gli insorti hanno le armi in mano e Gheddafi ha già fatto partire i suoi caccia.

No, la partita a scacchi la si conduce dall’inizio. Ci sarebbero state condotte politiche e strategie diplomatiche internazionali in grado di evitare i passi verso una guerra. Quei passi non sono stati fatti, quelle azioni non sono state messe in atto. L’Italia ha pensato al petrolio e ai respingimenti, la Francia al petrolio futuro, gli Stati Uniti a non farsi invischiare in un pantano euro-africano, e via di questo passo.

I pacifisti hanno le soluzioni. Le teorie e le prassi della non-violenza sono ormai antiche e collaudate. Ma occorre che i non violenti siedano a giocare la partita fin dall’inizio, non a tempo scaduto. A tempo scaduto continui a giocare chi ha voluto scendere in campo. E non chieda magiche soluzioni quando la partita della pace è ormai perduta.

L.Scalellari

Leghe

«Umberto, hai la patta dei pantaloni aperta!”». E lui? «Mi ha risposto: “Vaffanculo!”, ed è uscito dalla stanza. Dopo tre secondi è rientrato, e ha detto: “È aperta perché è sempre pronto”». Rosanna Sapori snocciola aneddoti sui suoi giorni verdi parlando da dietro il bancone di una tabaccheria a Zanica, provincia di Bergamo. Poco più che 50enne, ex giornalista di Radio Padania, ha tagliato i ponti con la Lega Nord nel 2004 quando, dopo vari contratti co.co.co, è stata “accompagnata alla porta”. Rompeva le scatole riguardo ai conti del Carroccio, ed era troppo in confidenza con Umberto Bossi. «Alla nomenclatura non andava bene il rapporto che avevo con lui», racconta. Eravate amici? «Lo conoscevo molto bene, ma non così tanto da diventare parlamentare. Capito mi hai?» Messaggio recepito, eccome.

Eppure, si intuisce, Bossi – “il Capo”, come lo chiamano da sempre i militanti padani della prima ora – le manca. Il Bossi che si affacciava negli studi di Radio Padania urlando: «Chi è Moretti?» (risposte dei presenti: «Un parlamentare della Lega?», «Quello della birra?»; risposta di Rosanna: «Il capo delle Brigate Rosse». Conclusione di Bossi: «Esatto! Tu lo sai perché sei una comunista di merda!»). Ricordan-dolo nel suo abbigliamento classico, Rosanna quasi si commuove: «Pantaloni grigio topo, scarpe stringate marroni, uno spolverino verde della Padania, canottiera bianca e in mano due sacchetti di plastica con dentro i sigari. Una volta gli ho detto: “Ma come sei ridotto?”. E lui: “Non ho dormito tutta la notte, non mi rompere i coglioni”».

Ma, al di là del folclore, i coperchi sollevati da Rosanna sono piuttosto interessanti. Interessanti al punto da chiedersi com’è che nessuno abbia mai fatto un grinza tutte le volte che lei ha parlato (l’ultima in ordine di tempo: lo scorso agosto al Riformista). Ad esempio: riguardo ad antiche relazioni economiche tra Silvio Berlusconi e la Lega. Alle voci secondo cui nel 2000 i due avrebbero (condizionale d’obbligo) stipulato un accordo per cui il primo avrebbe ripianato i debiti del secondo, congelando querele e rinnovando fideussioni, in cambio di cieca fedeltà. «Non ho prove», ammette Rosanna, «la mia è una supposizione. Ma se ripercorriamo la storia di quegli anni, quel che vediamo è una Lega sull'orlo della bancarotta: le rotative del giornale sotto sequestro, la disastrosa impresa della banca Credi-EuroNord...». E quindi? Quindi un patto che ha del mefistofelico: la cessione del simbolo. L'Alberto da Giussano e relativo brand leghista (s)venduti al Cavaliere in cambio di una pietra sopra le denunce nei confronti de La Padania per i titoli contro il Berluskaiser mafioso e piduista, e di sostanziosi aiuti alle casse del Carroccio fatte a pezzi da debiti.

Di un ipotetico contratto tra Berlusconi e Bossi i giornali in realtà già scrissero nel 2007, nel bel mezzo dello scandalo Telecom, parlando di una somma intorno ai 70 miliardi delle vecchie lire: «Che siano uno, 20, 70 o 100 non ha importanza», dice Rosanna. «Erano i soldi necessari per evitare il fallimento della Lega». Ma il lato più interessante (e inedito) è ovviamente quello che riguarda il simbolo. Da un’indagine di RS presso l'Ufficio Italiano Brevetti e Marchi risulta che, a nome di Umberto Bossi o di gente del suo entourage, non è registrato alcun logo raffigurante Alberto Da Giussano. L'unico marchio “Lega Nord/Lega Lombarda” depositato appartiene a una ditta di Sesto San Giovanni che produce medaglie e distintivi: da noi sentito, il proprietario spiega di aver registrato il simbolo con spadone e dicitura Lega Lombarda/Lega Nord nel 1992, dunque nel periodo di espansione del movimento padano, e di aver fornito al partito 5.000 medagliette per un evento a Monza nei primi ’90. Il Sole delle Alpi, invece, risulta sì di proprietà della società cooperativa Editoriale Nord, così come altri marchi leghisti (ad esempio, Mister Padania), ma il simbolo del partito no...

Stando al racconto della Sapori, (ripreso anche da Leonardo Facco nel libro Umberto Magno. La vera storia dell'imperatore della Padania, Aliberti 2010), Silvio Berlusconi durante una cena a Milano in compagnia di alcuni onorevoli avrebbe detto: “Non preoccupatevi di Bossi, lui non tradirà più. Lo spadone è mio”. Correva l'anno 2000 e insieme al Cavaliere – sempre secondo la Sapori – ci sarebbero stati Gianfranco Fini e l’onorevole (attualmente Alleanza per l’Italia) Bruno Tabacci. Quest'ultimo, presunto testimone della dichiarazione di Berlusconi, smentisce però a RS l’episodio, aggiungendo di non essere mai stato a cena con l'attuale premier.
Di certo, riprende Rossana, una siffatta configurazione spiegherebbe perfettamente perché: «...in tutti questi anni la dirigenza leghista abbia digerito certe cose». In effetti... «Sono convinta», conclude, «che dal 2001 quello della Lega sia un partito tenuto in mano da una persona». E questa persona non sarebbe Bossi, «tuttora amatissimo dalla base» e tuttora ricordato, quantomeno con affetto, da Rosanna. Dopo il famoso ictus della notte tra il 10 e l'11 marzo del 2004, «venuto a mancare lui, tutti quelli che gli giravano intorno sono stati fatti fuori». Sapori compresa, che ha smesso di fare la giornalista e ha aperto, appunto, una tabaccheria. Ci accomiatiamo con una sua ultima tagliente battuta: «Continuo comunque a vendere fumo, no?».

Quel che si intuisce quasi subito, bazzicando l’universo della Lega, è che al di là del suo peso politico nelle ultime legislature (non indifferente, soprattutto in quella in corso), al di là della manifesta capacità del partito di muoversi sul territorio e parlare alla famosa “base”, il mito delle origini padano (e bossiano) ha dei passaggi poco chiari. Leonardo Facco, autore del già citato pamphlet Umberto Magno, ex militante leghista e giornalista a La Padania dal 1997 al 2003, ha le idee molto chiare al riguardo, idee che spesso esprime in maniera assai colorita. «Ero a Pontida nel 1990», racconta. «Ero tra quelli che dicevano: “Per fortuna abbiamo il Bossi”. Credevo avrebbe scardinato il sistema, invece non ha fatto che incrementarlo». Una delusione... «Sì, ma lui è così. Era così anche da giovanissimo: diceva di essere laureato, usciva di casa in giacca e cravatta sostenendo di andare a lavorare in ospedale quando invece si arrabattava in mille lavoretti casuali». Ma fin qui sarebbe ancora roba leggera. Sulla famosa questione del federalismo, invece, Facco suggerisce di fare mente locale alla storia recente del nostro continente. «Durante la guerra in Serbia, è risaputo che Bossi si è schierato al fianco di Milosevic, contro l'indipendenza del Kosovo».

E ancora. Franco Rocchetta: classe 1947, già padre della Liga Veneta. Con Bossi, uno dei fondatori della Lega Nord. Lo sento al telefono. Lui mi richiama da un call center (per paura di intercettazioni...). Gli chiedo di ricordare la riunione da cui è nato tutto: quella da lui organizzata all'hotel Due Torri di Verona il 7 aprile 1979, e in cui confluirono tutti i movimenti autonomisti, etnici e federalisti. «C'erano sardi, siciliani, albanesi...». E ovviamente c'era anche Bruno Salvadori, leader dell'Union Valdotaine che – proprio nel '79 – fulminò Bossi sulla via per Pontida. «Io allora ero al corrente di gruppi in Veneto, Liguria, Emilia Romagna... ma dalla Lombardia non mi risultava nulla. Salvadori non mi ha mai parlato di Bossi, allora. Io stesso l’ho incontrato per la prima volta solo nell'81». Secondo punto: al famoso meeting di Verona venne respinta la partecipazione della Lista per Trieste, «perché erano iper-nazionalisti, cripto-fascisti, anti-sloveni». La stessa Lista per Trieste che nel 1983 presentò a Varese proprio Bossi, ora paladino del Federalismo, «candidato per un partito anti-federalista».

Nel 1989 Rocchetta fonda con Bossi la Lega Nord. Ne viene quindi espulso, nel 1994, “per aver cercato di creare una scorciatoia verso un partito unico di berlusconiana origine” (pensa te). Questioni di leadership, in realtà, e di conflitti tra lombardi e veneti. A questi ultimi non è mai andata giù la centralità di via Bellerio (sede milanese del partito). «Ma soprattutto», conclude Rocchetta, «i 12 punti del programma politico della Lega non li ha inventati Bossi, sono copiati dai nostri». Nostri della Liga Veneta...

Rolling Stone Magazine

23/03/11

HIGH TECH And LOW LIFE - ELEMENTI DI CYBERPUNK



HIGH TECH And LOW LIFE - ELEMENTI DI CYBERPUNK

Antecedenti del Cyberpunk:
G. Ballard – W. Burroughs – P.K. Dick – T. Pynchon.T. Leary
Contemporanei Cyber:
W. Gibson – B. Sterling – R. Rucker – Pat Cadigan
John Shirley - Paul Di Filippo - Walter Jon Williams
Neal Stephenson..

high tech and low life 


Negli anni 40/50 la Fantascienza riuscì a sintetizzare il rapporto tra tecnologia e società, celebrando il sogno di un’infinita espansione della produzione, esaltando le grandi conquiste scientifiche che avrebbero portato l’umanità ad un futuro di tecnologia avanzata e di sviluppo. Più tardi, nei ’60, la fantascienza attraversò un periodo di riflessione e sperimentazione, la ricerca di un linguaggio per esprimere l’influenza delle nuove tecnologie sulla coscienza individuale e collettiva. La controcultura degli anni ’60 era pastorale, romantica, antiscientifica, la cultura hippie imperava con una forte visione antitecnologica, ma aveva una contraddizione nascosta, rappresentata dalla chitarra elettrica.
La New Wave degli anni settanta elimina quell’alone di magia e di mistero che era propria della fantascienza classica, la musica Rock rimane sullo sfondo, e il rapporto tra corpo e mezzi tecnologici cambia l’idea e l’autorappresentazione che l’uomo ha di stesso.
J. Ballard, con Crash e La mostra delle atrocità, convoglia sullo stesso piano la letteratura scientifica, la storia, la cronaca e in genere la letteratura mainstream. Nel 1984 esce Neuromante, romanzo di William Gibson in cui la società è priva di potere politico e il pianeta è dominato da un regime delle multinazionali fondato su una rete immateriale delle comunicazioni, all’interno di un’enorme rete mondiale di computer, la matrice o cyberspazio. I beni e gli strumenti più preziosi in questo mondo sono proprio quelli dell’informazione, organizzati in immense banche dati che i proprietari proteggono con gli Ice, entità informatiche simili al sistema immunitario dell’uomo. Con Neuromante nasce il Cyberpunk.
Gibson con altri scrittori esibivano un forte legame con la cultura Pop, facendone non solo uno sfondo delle loro opere, ma un vero e proprio elemento narrativo. Il Rock acquistava valore centrale, mentre era stato escluso e guardato con sospetto dagli autori della fantascienza classica (molti dei maestri della fantascienza erano reazionari e conservatori).
Come nella musica della metà dei ’70 (Clash – SexPistols…) il termine Punk rimandava a un atteggiamento di rottura non solo nei confronti del linguaggio (rifiuto nei Punks di una pur minima sintassi musicale) ma in generale nei confronti di uno stile di vita conforme a regole stabilite che negavano l’individualità.

La tecnologia del Rock col passar del tempo si è sviluppata, raffinata, con studi di registrazione ad alto livello, video con i satelliti, applicazione del computer alla musica e alla grafica.
La cultura Pop ribelle ha come avanguardia tecnici degli effetti, maestri del mix, hacker grafici… La cultura tecnologica e il progresso delle scienze sono divenuti incontrollabili, rivoluzionari, inquietanti, tanto da influenzare tutto l’universo della cultura stessa. Nasce l’alleanza tra tecnologia e controcultura degli anni ’80, tra mondo della tecnica e il dissenso organizzato del pop underground. Il personal computer rappresenta questo collegamento.

Cyber ricorda esplicitamente la “cibernetica”, la nuova scienza del controllo degli organismi artificiali. I racconti Cyberpunk riconoscono l’esistenza della macchina e la sua integrazione con l’uomo sempre più spinta, fino alla fusione tra di esse (tramite sofisticate interfacce) e la nascita di un nuovo essere.
Come gli autori di questi racconti, anche i loro lettori non si limitano a leggere la fantascienza ma frequentano trasversalmente la musica Pop e d’avanguardia, il video e cinema indipendente, il fumetto, le arti visive. Questo collegamento tra nuova letteratura fantascientifica e la street culture permette a piccole comunità, a culture marginali e individuali di incontrarsi, di comunicare, riunendo movimento internazionale degli hackers e nuovo underground tecnologico sotto la bandiera del Cyberpunk.

“La narrativa Cyberpunk si occupa prevalentemente dell’informazione” (da R. Rucker).
Parlerà spesso di computer, di software, di microprocessori ecc…
Il Cyberpunk è una fantascienza colta, di facile lettura, che contiene molta informazione e dice qualcosa sulle nuove forme di pensiero derivate dalla rivoluzione informatica.
Uno dei punti fondamentali del C. è quello di affiancare alla narrazione un lavoro di ricerca e di analisi delle nuove possibilità legate alla tecnologia: la repressione delle attività degli hackers è una delle contraddizioni nel rapporto tra poteri istituzionali con la società informatizzata, la criminalizzazione di chi resiste all’uso autoritario di queste tecnologie dimostra la difficoltà del potere di rispondere alle istanze di democratizzazione espresse dalle nuove generazioni già familiarizzate con lo scenario informatico. Tre sono i temi che più ricorrono nelle storie Cyber: l’invasione del corpo (membra elettroniche, innesti genetici, circuiti impiantati…);
l’invasione della mente (intelligenza artificiale, interfacce cervello-computer…)
il mondo del Pop sopracitato;
il mondo delle droghe, sempre più sperimentali e prodotte sinteticamente. Alla base di tutte queste argomentazioni è al centro una costante e difficile ricerca dell’io nel 2000 del futuro.Cyberpunk quasi sempre si concentra sull'underground,la storia può portare alla rivoluzione e rovesciare la struttura del potere, la prospettiva è sempre quella degli oppressi e il punk diventa l'anti-eroe degli oppressi.





CYBERMOVIE

1980
Arancia Meccanica*
Alien*
Creation of the Humanoids
Cyborg 2087
Metropolis*
Westworld (Non cyberpunk, ma un proto-cyberpunk )

1980 - 1989
Akira
Android
Blade Runner*
Brainstorm
Brazil*
Cyborg
Heavy Metal*
Liquid Sky
Robocop
Runaway*
Tetsuo (The Iron Man)
Terminator*
Tron
Videodrome*
War Games
Fuga da N.Y
1990 - 1999
964 Pinocchio
Aeon Flux
Alien Resurrection*
American Cyborg: Steel Warrior
L'uomo bicentenario
Cyberpunk (Documentario)
Cyborg 2
Dark City*
Death Machine
eXistenZ*
Il quinto elemento
Freejack* (Cn M.Jagger e D.Johannsen!)
Full Metal Yakuza
Gattaca*
Hackers
Johnny Mnemonic
Judge Dredd
Matrix*
Nemesis*
Nirvana
RoboCop 2
Robocop 3
Screamers*
Sneakers
Strange Days*
Terminator 2: Il giorno del giudizio
Tetsuo II: Body Hammer
Timecop
Total Recall
L'esercito delle dodici scimmie*
Virtuosity
Webmaster
X-Files: Kill Switch (Episodio 11, Stagione 5)
Fuga da L.A
Dobermann
Johnny Mnemonic2000
2009: Lost Memories
A Scanner Darkly*
Absolon
Aeon Flux (2005)
Armitage: Dual Matrix
Artificial Intelligence: AI
Avalon
Beyond Human
I, Robot
Matrix Reloaded*
Matrix Revolutions*
Maya
Metropolis (2001)
Minority Report*
Terminator 3: Rise of the Machine*s
Terminator Salvation
Terminator: Sarah Connor Chronicles Pilot Episodes
The Island
Ultraviolet
William Gibson: No Maps for These Territories*
Battlestar Galattica



CYBERMUSIC

Sonic Youth
Nine Inch Nails
Atari Teenager Riot
Sigue Sigue Sputnik
Voivoid
Billy Idol(?!)
Prodigy
Ramstein
Paul Oakenfold
Spiral Tribe
Warren Zevon
Daft Punk
Matthew Dear
Pop Will Eat Itself
Zeromancer
Overcoat
D.Bowie



DA CAOS E CIBERCULTURA:
TIM LEARY E WILLIAM GIBSON



Tim Leary: Se potessi riassumere Neuromante in una sola frase,come lo descriveresti?
W.Gibson: Più che altro mi importa il fatto che si parla del presente. Non parla in realtà di un futuro immaginario;è un modo di confrontarmi con la soggezione e con il terrore che mi ispira il mondo in cui viviamo. Non vedo l'ora di sapere cosa ne pensino i giapponesi. Oddio..comincio a sentirmi come Edgar R. Burroughs o qualcuno del genere. Voglio dire,in cuor suo che sentimenti può aver avuto nei confronti di Tarzan? Ne fu prpprio stufo marcio e alla fine andò a vivere a Tarzana,California..
TL: E tu finirai per andare a vivere in una colonia spaziale chiamata Neuromante
WG:Non sarebbe male. Non credo che siamo destinati ad un futuro di questo tipo. Penso che il libro sia tanto più simpatico di quanto sembra stia accadendo davvero. Voglio dire,sarebbe un bel posto da visitare,non mi dispiacerebbe andarci
TL: Dove
WG: Allo Sprawl,a quel futuro..C'è un sacco di gente che trova Neuromante un libro pessimista,ma io lo trovo ottimista
TL: Anch io
WG: Io penso che in realtà il futuro sarà più..noioso.Penso che un qualche tipo di futuro alla Falwell potrebbe con ogni probabilità essere la mia idea del peggio che possa accadere
TL: Si..è bella quella scena in cui ci sono quei Cristiani che stavano per assalire quelle ragazze in metropolitana
WG: Non è chiaro se vogliono assalirle oppure semplicemente costringerle ad accattare qualche orrendo volantino o qualcosa di simile.Personalmente ho una vera fobia contro i tipi cosi (a chi lo dici,William! ndr)che mi vengono incontro per strada
TL: Quella scena è potente! E descrivi le ragazze come animali con gli zoccoli che portano tacchi alti
WG: Si..le segretarie dello Sprawl
TL: E indossano vagine,oddio è una scena potentissima!
WG: Mi piace l'idea di quella metropolitana:è la metro allo stato dell'arte,và da Atlanta a Boston,proprio veloce!
TL: Hai creato un mondo..
WG: Il messaggio che ti arriva quando leggi quel libro,l'impressione è molto complessa ma in realtà tutto ha lo spessore di una sola molecola. In parte è ancora abbastanza misteriosa anche per me.Sai..deglui USA non si parla neppure una volta nel libro.E c'è qualche dubbio circa il fatto che gli USA asistano come entità politica o se siano stati balcanizzati in qualche strano modo. E' una delle mie idee preferite che il mondo venga spezzettato in..
TL: Anche io..
WG: Separatissimo dalla costa occidentale. In Count Zero parlo un pochino di cosa sta accadendo in California. Uno dei personaggi ha la ragazza che abita in una città galleggiante ancorata al largo di Redondo. Più o meno come una specie di allucinato..è lo Sprawl diventato come Sausalito,lo Sprawl ma più mite. Alla fine di Neuromante tutta la matrice è senziente,ha una sola volontà. E come dice a Case,in un modo abbastanza terra-terra,ha trovato un altro suo simile ad Alfa del Centauro o in qualche posto simile,cosi ha qualcosa con cui parlare. Count Zero comincia sette anni dopo e come nella poesia di Yeats su come il centro non potrebbe tenere,questa specie di consapevolezza divcina è ormai frammantata. non è riuscito a tenere tutto insieme. Cosi i cultisti vudù dello Sprawl,che credono di essere entrati in contatto attraverso la matrice con il pantheon vudù,in realtà hanno a che fare con gli elementi frammentati di questa stanchezza divina. E i frammenti sono tanto più demoniaci e umani;riflettono aspattative..culturali!
TL: A proposito..Adoro Norman Spinrad
WG: Ha scritto un libro intitolato The Iron dream (Sogno di ferro). E' un romanzo di fantascienza il cui autore sarebbe A.Hitler,in un mondo alternativo in cui Hitler è scrittore di SF. Molto divertente. Per me ,in base ai dati forniti nei libri,le chiavi alla personalità di Case sono l'alienazione dal suo corpo,dalla carne,che mi sembra riesca a superare. la gente ha criticato Neuromante perchè non conduce Case a qualche specie di esperienza trascendentale. eppure secondo me ci arriva:ci arriva nel costrutto della spiaggia e ci arriva quando ha il suo orgasmo.C'è un lungo paragrafo in cui accetta la carne come cosa infinita e complessa e,da certi punti di vista,in seguito è più umano
TL: Mi ricorda qualcuno dei personaggi di W.Burroughs..
WG: Si..Case potrebbe essere uno dei ragazzi di Burroughs. In un certo senso,Burroughs mi ha influenzato profondamente. Non avevo pensato di riuscire a convincere il pubblico americano della fantascienza,perchè non sanno chi è Burroughs,oppure sono immediatamente..ostili! Ha trovato la fantascienza degli anni 50 e l'ha usata come apriscatole arrugginito sulla vena giugulare della società (!!).Non hanno mai capito. ma quando avevo qualcosa come quindici anni ho letto Il Pasto Nudo e mi ha fatto per modo di dire..scoppiare la testa. E io,da bravo megalomane ho la fantasia di qualche ragazzetto che si mette a leggere Neuromante e..Bam!.. Ho dovuto insegnare a me stesso di non scrivere troppo come Burroughs. avevo questa influenza e ho dovuto filtrare il mio lavoro per eliminare una parte della roba burroughsiana.In un intervista a Londra,in uno dei miei rari momenti di lucidezza,ho detto al tipo che mi intervistava che la differenza tra quello che faccio io e quello che fà Burroughs,è che lui semplicemente incolla la roba sulla pagina,mentre io faccio tutto il lavoro con l'aerografo..
TL:..Eravamo molto amici.Non ci sopportava (Burroughs),eravamo fin troppo bravi e buoni. E' implicito che la gente che frequentava Case fosse un gruppo interessato alle droghe
WG: Si,questo sembra essere un mondo in cui tutti sono di regola abbastanza fatti
TL: Tu definiresti in Cyberspazio come matrice di tutte le allucinazioni?
WG: Si,è un allucinazione consensuale creata da questa gente,come se,con questi strumenti,sia possibile mettersi d'accordo e condividere le stesse allucinazioni.In effetti stanno creando un mondo.Che non è in realtà un posto,non è uno spazio. E' spazio nozionale,concettuale.

WG: ..E' un libro pieno zeppo di psicotici
TL: Ma qualcuno trova che è un libro molto positivo,malgrado tutto
WG: Davvero?Io cerco solo di riflettere il mondo che trovo intorno a me
TL: Si..lo sò. Sei uno specchio. Quale libro ti è piaciuto di recente?
WG: Bruce Sterling è lo scrittore di fantascienza che amo di più. Schismatrix è il romanzo di fantascienza più visionario degli ultimi 20 anni. L'umanità si evolve,muta rapidamente usando ingegneria genetica e biochimica. E' un libro sconvolgente.Sarà una miniera per la gente,che ne userà le idee per i prossimi 30 anni
TL: Come Gravity's Raimbow?
WG: Si.E' uno dei miei preferiti. Mi ha bloccato la vita per tre mesi. E' andata a puttane la carriera universitaria,stavo sempre lì a leggere questa cosa
TL: L'industria cinematografica non è riuscita mai a fare niente con Grevety's Raimbow
WG: Contiene otto miliardi di volte più roba di Neuromante. Un romanzo..enciclopedico
TL: Una delle cose meravigliose del Neuromante è questa gloriosa camerateria tra Case e Molly. Hanno dei figli?
WG: Figlio di Neuromante. In Count Zero la gente ha si dei figli,che per me è stata una cosa nuova. stavo cercando di aggiornarmi. Mi piace di più Count Zero. Neuromante per me,è un pò il mio libro adolescente. Il mio libro di teenager,ma che non avrei potuto scrivere quando lo ero davvero..


19/03/11

LIBERTADIA: WILLIAM S. BURROUGHS

"QUALSIASI MONDO ASCOLTATE LE MIE ULTIME PAROLE. ASCOLTATE TUTTI VOI CONSIGLI DIRETTIVI SINDACATI GOVERNI DELLA TERRA. E VOI POTENZE DI POTERE DIETRO QUELLE LURIDE TRATTATIVE FATTE IN QUELLE LATRINE ALLO SCOPO DI IMPADRONIRVI DI CIO’ CHE NON VI APPARTIENE. ASCOLTATE CIO’ CHE HO DA DIRE VALE PER TUTTI GLI UOMINI NESSUNO ESCLUSO IN QUALSIASI LUOGO. GRATIS PER TUTTI QUELLI CHE PAGANO IN DOLORE. COSA VI HA TANTO SPAVENTATO TUTTI DA FARVI ENTRARE NEL TEMPO? CHE COSA VI HA TANTO SPAVENTATO TUTTI DA FARVI ENTRARE NEI VOSTRI CORPI? PER SEMPRE NELLA MERDA? VOLETE RESTARCI PER SEMPRE? ALLORA ASCOLTATE LE ULTIME PAROLE DI HASSAN SABBAH. ASCOLTATE GUARDATE O CAGATE PER SEMPRE. COSA VI HA TANTO SPAVENTATO DA FARVI ENTRARE NEL TEMPO? NEL CORPO? NELLA MERDA? VE LO DIRO’ IO. LA PAROLA. IN PRINCIPIO ERA LA PAROLA. USCITENE FUORI PER SEMPRE. USCITE PER SEMPRE FUORI DALLA PAROLA TEMPORALE IL. USCITE PER SEMPRE DALLA PAROLA TEMPORALE TU. USCITE PER SEMPRE DALLA PAROLA MERDOSA IL. TUTTI FUORI DAL TEMPO E NELLO SPAZIO. PER SEMPRE. NON C’E’ NIENTE DA TEMERE. NON C’E’ NIENTE NELLO SPAZIO. NON C’E’ PAROLA DA TEMERE. NON C’E’ NESSUNA PAROLA. ATTRAVERSO TUTTI I VOSTRI CIELI GUARDATE LA SCRITTURA SILENZIOSA. LA SCRITTURA DELLO SPAZIO. LA SCRITTURA DEL SILENZIO"

WSB da Lettere dello Yage

Burroughs e il Cut-Up
E’ difficile fermare questa mano che scrive
…”Le tecniche letterarie di Lady Sutton Smith” e cioè il CUT-UP, il FOLD-IN, gli scambi, non sono un’invenzione di William S. Burroughs. Essi hanno precedenti celebri: Lewis Carrol, F.P. Martinetti, Gertrude Stein ecc.. Brion Gysin fu il primo a scoprirne le possibilità e a sistematizzarne i principi. Burroughs ha radicalizzato e perfezionato un modo di scrittura già ampiamente trasgressivo: la scomposizione dei testi, il loro sbriciolamento, la loro frammentazione sono gli elementi essenziali del CUT-UP. All’inizio il CUT-UP era soltanto un modo per collegare passaggi che non potevano essere connessi logicamente: questa tecnica venne poi estesa nel FOLD-IN, dove due pagine di autori diversi venivano tagliate in mezza colonna e accostate fra loro in modo da evitare per sempre la possibilità di concessioni alle immagini romantiche, alle associazioni personali, alle reazioni abituali e alla sintassi normale che influenza la ragione. Dal CUT-UP non ci si può aspettare strutture formali preordinate o precise: una disquisizione medica verrà interrotta da un’immagine oscena, un periodo di prosa verrà spezzato con un rigurgito di gergo, parole inventate verranno usate accanto a parole arcaiche.
Come già detto la “tecnica” non era nuova. Agli inizi del secolo i pittori ebbero la loro posizione rappresentativa artistica calciata via sotto i piedi della fotografia. Molte mostre fotografiche dell’epoca avevano come sottotitolo “la morte della pittura”. Prematuro. Così la pittura dovette trovarsi un new look. I pittori si rivolsero per prima cosa al “montaggio”. Ora il montaggio è davvero molto più vicino ai fatti della percezione, alla percezione Urbana, almeno, che non la pittura figurativa. Fate una passeggiata in una strada di città e mettete giù su una tela quello che avete appena visto: mezza persona tagliata in due da una macchina, pezzi e bocconi di cartelli stradali e pubblicità, riflessi da vetrine, un montaggio di frammenti. E la stessa cosa accade con le parole. Il montaggio è un vecchio trucco della pittura. Nessuno più dipinge mucche nell’erba. Ma se applicate il montaggio alla scrittura sarete subito accusati di “plagio”. La coscienza è un CUT-UP, la vita è un CUT-UP. Ogni volta che andate per la strada, o guardate fuori dalla finestra, il fluido della coscienza è tagliata da fattori casuali…

I’m not an entertainer

“…La scrittura non ha inizio paradossalmente che da una riscrittura: l’Operation Rerwrite. Lo scrittore non crea le proprie parole, egli lavora una materia prima costituita dal linguaggio scritto. Al contrario dei letterati Cinesi egli non considera il lavoro dello scrittore una rilettura e un reinterpretazione interminabile dei classici, quanto piuttosto un saccheggio della Biblioteca di Babele (!!)
… Attraverso la generalizzazione del Plagio, la spersonalizzazione dello scrittore, la realizzazione completa della profezia di Lautreamont (la poesia sarà fatta da tutti) non si limita ad intaccare i fondamenti stessi della proprietà letteraria. Egli si volta alla distruzione della nozione di identità…
“Non c’è che un’unica cosa di cui può scrivere uno scrittore: ciò che è davanti ai suoi sensi nel momento in cui scrive… Io non sono che uno strumento di registrazione…
Non pretendo di imporre né storia ne trama né continuità… Fintanto che riesco nella registrazione diretta di alcune aree del processo psichico posso avere una funzione limitata… Non sono uno che vuole divertire…”
Questa registrazione diretta Burroughs cominciò a realizzarla scrivendo i suoi libri su tre colonne dove venivano annotati i fatti che gli accadeva di vivere o di vedere, una colonna per registrare il resoconto dell’accaduto, la successiva per descrivere i ricordi di quello stesso fatto e la terza per segnare citazioni dal libro che in quel momento stava leggendo.
I primi Cut-Ups su magnetofono furono delle semplici estensioni dei Cut-Ups su carta: si registrava dieci minuti, poi si faceva scorrere la bobina avanti e indietro senza registrare, si fermava a caso e ci si tagliava dentro una frase: tagliare, rallentare, accelerare, andare all’indietro, strofinare il nastro, suonarne più di uno insieme, tagliare avanti e indietro tra due magnetofoni. Si avranno parole nuove che non c’erano nelle registrazioni originali. Ci sono dunque molti modi di ottenere parole e voci su nastro che non arrivano con i soliti procedimenti di registrazione…
Siamo negli anni ’50 – ’60, e Burroughs, con B. Gysin, anticipa l’estetica dei campionamenti e di altre frammentazioni sonore…
… L’utopia fu che i Cut-Up potessero minacciare la macchina del Controllo, quel sistema che porta all’oligarchia e alla schiavitù mediante istituzioni come quelle della polizia, della religione, dell’educazione e della propaganda…

Burroughs e il controllo

NULLA E’ VERO TUTTO E’ PERMESSO
Maggio 1983. Dopo sei anni di attese e ostracismi, grazie alla caparbietà buddista di A. Ginsberg e pochi altri, William S. Burroughs, 69 anni, viene eletto Membro all’Istituto di Arti e Lettere dell’Accademia Americana. Pochi e sparpagliati furono gli applausi, a ricordo dei commenti e dei giudizi sprezzanti (…quel tipo spaventoso; …quell’orribile individuo; …i suoi scritti non sono altro che pornografia per finocchi…) che gli erano stati rivolti ogni qual volta si ripresentava lo spettro della sua entrata nel limbo dei letterati, pittori, musicisti americani.
Così il rinnegato, il parìa, il diverso, il tossicomane fermato sempre alle frontiere dopo interminabili perquisizioni, l’anarchico, l’omosessuale, il FUORILEGGE DELLA LETTERATURA che aveva preso di mira e accusato il sistema, commentava la sua elezione: “…voglio fregiarmi di tutte le decorazioni possibili che posso ottenere, così da meritare rispetto dagli agenti della polizia doganale…”
Ma perché tanti giudizi feroci, stroncature letterarie, avversioni personali si erano abbattuti per tanti anni su quello che N. Mailer e J. Ballard avevano definito uno dei più grandi scrittori americani? Discendente da una famiglia della buona borghesia di St. Louis (suo nonno W.S. Burroughs aveva inventato la prima macchina calcolatrice!) dopo essersi laureato ad Harvard si ribellò ai valori della famiglia e della sua classe sociale, praticando e scrivendo della sua omosessualità e tossicodipendenza da eroina e altre droghe, totalitarismo, capitalismo, tirannia, psichiatria, razzismo, guerra nucleare, lavaggio mentale, tecnologia fantascientifica al potere, in anni in cui tutto questo incombeva sull’America e sul mondo intero.
I suoi scritti furono dichiarati osceni e banditi dalla censura degli Usa. Fu accusato di svariate attività criminali e arrestato più volte.
Il problema non era che Burroughs fosse socialmente emarginato, un omosessuale o un tossicomane, ma che fosse stato eletto a simbolo di un intero movimento della controcultura che i critici (e non solo…) detestavano con tutto il cuore. La denuncia del lavaggio mentale esercitato dal “controllo”, una protesta disperata contro la repressione psichica e contro la distruzione ecologica…
La parola controllo è una specie di ossessione per Burroughs. Il controllo esercitato dal potere, dai poteri sull’uomo è quello della Super Autorità e del totalitarismo che serra L’America e il mondo. Alla domanda se esistevano uomini liberi dice: “Direi che non esistono uomini liberi su questo pianeta in questo momento perchè non esistono nei corpi umani: per il fatto di essere in un corpo umano si è controllati da ogni genere di necessità biologiche e ambientali. Continua attraverso le immagini e la parola che sono gli strumenti di controllo usati dalla stampa e dalla televisione. Le parole sono il principale strumento di controllo: le suggestioni sono parole, le persuasioni sono parole, gli ordini sono parole. Nessuna macchina di controllo può operare senza parole.”
“…La programmazione precisa del pensiero…da parte della tecnologia rende possibile agli stati di polizia mantenere una facciata democratica da dietro la quale denunciano come criminale, pervertito e tossicomane chiunque si opponga alla macchina del Controllo. Vogliamo distruggere la macchina della polizia…Che và sotto il nome di stampa conservatrice.
“…Eliminate come prima condizione la nazione, la famiglia e il metodo attuale di riproduzione, il Sistema si potrebbe organizzare con comunità prive di confini nazionalistici (di quei campi di concentramento chiamati Nazioni!): comunità raccolte intorno a gusti e affinità comuni, per esempio comunità tutte femminili o tutti maschi, comunità ESP o igieniste, o praticanti lo judo o lo yoga o le teorie di Reich, come in un certo senso è avvenuto coi Musulmani Neri e gli Hippies.”

Libertadia
“Questo mondo potrebbe essere un luogo molto più piacevole in cui poter vivere se ognuno potesse badare ai fatti suoi e lasciasse che gli altri facciano la stessa cosa…”. Padre nobile dei Beat (a Burroughs è attribuita la reinvenzione della parola Beat, usata negli anni ’40 a Time Square per indicare gente senza lavoro e senza un soldo, per trasformarla in indicazione di persone di particolare spiritualità) e del Movimento, delle utopie lisergiche dell’era hippie, lui stesso spiega a modo suo quanto poco si senta Beat: “Li frequentavo, ma artisticamente eravamo diversi. Ci univa il concetto di apertura ed espansione della consapevolezza. Ma io non credo alla non violenza, le persone al potere non si autodepongono, nessuno manda fiori ai poliziotti se non tirandoli da una finestra e dentro un vaso.” Anche se poi riconosce: “Non c’è dubbio che oggi si vive in un’America più libera grazie al movimento letterario dei Beat, prima una parolaccia non poteva apparire in una pagina a stampa e i diritti delle minoranze erano ridicoli!”
La sua scrittura affonda le radici negli anni trenta e nell’America del New Deal. Ne fa fede proprio il suo primo romanzo, Junkie, scritto nel ’53, nel quale attraverso la storia del bambino e dell’adolescente di una famiglia puritana e borghese ricostruisce l’ambiente nel quale è maturata la ribellione e la scelta lucidamente eversiva della droga. E prosegue tracciando una linea che va da Tristan Tzara e arriva allo spazio cosmico, inquietante Cassandra del disfacimento ecologico e morale degli anni ’80, nume tutelare della cultura cyberpunk dei ’90. Burroughs (e i beat) ha mostrato che la letteratura può diventare vita, incidere sul mondo, forgiare coscienze nuove, risvegliare intelligenze smorte e fasi arma, rischiando davvero e in prima persona: “Tutto il mio lavoro è rivolto contro coloro che sono intenti, per stupidità o per programma, a far saltare in aria il pianeta o renderlo inabitabile…Mi interessa la precisa manipolazione della parola e dell’immagine per creare un’azione, non per andare a comprare una coca-cola, ma per creare un’alterazione nella consapevolezza del lettore…”

Le città della notte rossa

Il Capitano Mission fu uno dei precursori della Rivoluzione Francese. Era un centinaio d’anni in anticipo sul suo tempo, perché la sua carriera si fondò sul desiderio iniziale di sistemare meglio i problemi dell’umanità. Mission veniva da una ricca famiglia della Provenza e alla fine del ‘600 aveva studiato lettere, logica e matematica all’Università di Angers. Si imbarcò come ufficiale sulla nave da guerra francese Victorie e dopo aver sconfitto gli Inglesi in varie battaglie venne acclamato capitano dall’intero equipaggio. Issò sul pennone la bandiera pirata con la scritta LIBERTE’ ed esortò gli insorti a vivere in stretta armonia tra di loro. Il denaro venne dichiarato di proprietà comune, i vestiti vennero ridistribuiti a tutti coloro che ne avessero bisogno e si raccomandò un comportamento umano e generoso verso i prigionieri. Fu deciso di stabilire le basi terrestri della Repubblica nelle baie del Madagascar. Mission con la sua banda di pirati francesi, inglesi, marinai disertori e schiavi liberati, costruì fortificazioni e fondò la libera colonia di LIBERTADIA.
La colonia venne posta sotto gli Articoli scritti dal Capitano. Questi Articoli erano basati su idee assai simili a quelle poi sostenute dalla Rivoluzione francese. Vennero abolite la schiavitù e la pena di morte, la prigionia per debiti e venne proibita ogni interferenza con il credo religioso e i costumi sessuali dei coloni.
LIBERTADIA con i suoi trecento coloni venne spazzata via da un attacco di sorpresa degli indigeni Malgasci e il Capitano Mission con i pochi sopravvissuti venne ucciso poco dopo in una battaglia navale…
Vi erano altre colonie di questo tipo nelle Indie Occidentali e in America Centrale e Meridionale, ma non furono in grado di conservarsi non essendo popolate abbastanza da poter resistere agli attacchi. Se lo fossero state, la storia del mondo avrebbe potuto essere cambiata.
Immaginate un certo numero di queste fortificazioni per tutto il Sud America e le Indie Occidentali, estese dall’Africa al Madagascar alla Malesia e alle Indie Orientali, tutte in grado di offrire rifugio ai fuggiaschi dalla schiavitù e dall’oppressione: VENITE CON NOI E VIVETE SOTTO GLI ARTICOLI. Subito troveremmo alleati in tutti gli asserviti e oppressi di tutto il mondo, dalle piantagioni di cotone del Sud degli Stati alle piantagioni di canna da zucchero delle Indie Occidentali, l’intera popolazione indiana del continente Americano dall’Artico al Capo Horn, peonizzata e degradata dagli spagnoli in una povertà e ignoranza subumane, sterminata dagli americani, infettata dai loro vizi e dalle loro malattie, i neri colonizzati dell’Africa: tutti questi sono i nostri alleati.
Posizioni fortificate in stretta cooperazione con bande mobili di guerriglieri, rifornite di tutto dalle popolazioni locali. Se l’intero esercito Americano non è riuscito a vincere i Viet Cong in un’era in cui le posizioni fortificate sono rese sorpassate dall’artiglieria e dagli attacchi aerei, certamente gli eserciti d’Europa, operanti in zone sconosciute ed esposti a tutte le logoranti malattie tropicali non sarebbero riusciti a vincere sulle tattiche di guerriglie aggiunte alle fortificazioni. Una simile combinazione sarebbe imbattibile! Immaginate un simile movimento su scala mondiale. I bianchi saranno i benvenuti come lavoratori, tecnici, coloni ma non come colonizzatori o padroni. I risultati catastrofici di una industrializzazione incontrollata ne verrebbero diminuiti, poiché i lavoratori delle fabbriche e gli abitanti degli slams delle città cercherebbero rifugio nelle zone Articolate. Chi, potendo stabilirsi in una qualsiasi zona di sua scelta vorrebbe lavorare nelle loro fabbriche e comprare i loro prodotti, quando può vivere dei campi e del mare e dei laghi e dei fiumi in aree di incredibile abbondanza?
Cito questo esempio di utopia retroattiva poiché avrebbe realmente potuto avverarsi a quel tempo, se il Capitano Mission fosse vissuto abbastanza a lungo da affermare un esempio da seguire per gli altri. L’occasione era là. L’occasione è stata mancata. I principi delle Rivoluzioni Francese e Americana divennero tortuose menzogne nelle bocche dei politicanti, creando una cupa storia di oppressione, corruzione, dittature, burocrazie.
Il vostro diritto a vivere dove volete, con compagni di vostra scelta, sotto leggi che approvate, morì nel diciottesimo secolo con il Capitano Mission. Solo un miracolo o una catastrofe potrebbe restituirlo.

Burroughs e la droga

“Quando dico tossicomane intendo dedito alla droga. Ho usato droghe in molte forme: morfina, eroina, cocaina peyotl, mescalina opium, demerol, dolophine, metadone, paracodeina…
“Ho fumato droghe, le ho mangiate, annusate, le ho iniettate in vena-pelle-muscolo, assunte in supposte rettali…”
Per capire le vicissitudini e il rapporto con le droghe di W. Burroughs si potrebbe rimandare tutto a Junkie (La scimmia sulla schiena in italiano), libro pubblicato nel ’53, in cui racconta di come si sia avvicinato agli stupefacenti e di come ne divenne schiavo in poco tempo. Le droghe e l’omosessualità saranno comunque presenti in tutti i suoi libri. Per molti, i suoi scritti su queste questioni non sono altro che il resoconto di un uomo malato, di un assassino, di un volgare tossico da strada. Ma Burroughs è stato un raffinato esperto di droghe, la sua produzione letteraria è continuamente alternata a saggi scientifici, e molte Università lo hanno invitato a tenere corsi sugli stupefacenti e i loro effetti nelle esperienze creative. Non ha mai incoraggiato all’uso delle droghe: delle sue esperienze di drogato si serve per raccontare gli orrori della malattia (nel gergo di B. la malattia è la crisi di astinenza da droga) più dei suoi eventuali piaceri (si parla di vomito, diarrea, svenimenti, convulsioni, apatia, isterismi…)
Quello che differenzia Burroughs da un comune scrittore drogato è la sua strana capacità di restare sempre del tutto oggettivo di fronte alle sue esperienze. Con lucida razionalità prese a consumare droga come un medico può iniettarsi un virus per vederne i risultati.
I periodi della droga di Burroughs sono a New York dove fa da tramite tra la Columbia University e Time Square, in Messico, dove si abbatterà la catastrofe della morte di sua moglie Joan, in Colombia e in Amazzonia per sperimentare gli allucinogeni, a Tangeri dove si riduce all’ultimo stadio (veniva chiamato ombre invisible). Poi la decisione: si reca a Londra dal Dott. Dent che lo disintossica dall’eroina con l’Apomorfina.
Anche per la droga Burroughs oppone un distacco a chi lo accomuna ai Beat. Per questi ultimi la droga è semplicemente un kick, un modo abbastanza divertente per sottrarsi ad una realtà che rifiutano sostanzialmente di conoscere (Kerouac), sottraendosi alla dialettica in favore dei mondi, precari e soggettivi, della metafisica. Burroughs invece rifiuta ogni ipotesi metafisica in favore di una ricerca empirica e scientifica.
Questo insolito drogato-scienziato, della conoscenza di tutte le droghe esistenti si è servito non per assuefarsi all’uso di quelle afrodisiache o pseudodistensive, ma soltanto di quelle che avevano per lui un’importanza creativa.
“Quello che mi interessa, interessa tutte le persone che si drogano, l’alterata coscienza. Se la mia coscienza fosse stata completamente convenzionale, nessuno sarebbe stato abbastanza interessato ai miei libri… Ora non fai certo questo per gratificazione letteraria, puoi farlo solo se lo vuoi. Ma naturalmente alterare la coscienza non deve essere solo in relazione con la droga, noi alteriamo la nostra coscienza sempre, minuto per minuto…
Ho visto il modo esatto in cui il Virus della droga opera attraverso quindici anni di abitudine… La piramide della droga, ciascun livello che divora quello di sotto, fino al vertice o i vertici poiché ci sono molte piramidi della droga che mangiano i popoli del mondo e tutti costruiti su principi di monopolio”
Per Burroughs l’eroina diventa una grande metafora della merce, l’unico caso in cui lo spacciatore non vende merce all’acquirente ma direttamente l’acquirente alla merce. Il sogno mostruoso ma neppure troppo utopistico di tutti i cultori del mercato!! “Non è un caso che tutti i pezzi grossi della droga sono sempre grassi e il tossicomane della strada è sempre magro”.
La droga è il prodotto finale… la mercanzia finale. Nessuna propaganda è richiesta!
Anche per la droga ritorna l’ossessione del controllo interpersonale e istituzionale: accusa l’AMA (potente associazione medica americana) di impedire scoperte e prodotti che aiuterebbero la libertà degli uomini dalle medicine e dalla schiavitù degli agenti chimici (terapia dell’apomorfina), e il sistema intero che ha interesse a far continuare la tossicomania per rafforzare il potere della polizia.
Lo spacciatore ha bisogno della partecipazione del drogato, il drogato ha bisogno di sentirsi controllato da qualcosa di più potente della sua determinazione. Lo stesso tipo di bisogno può esserci tra lavoratori e padroni, tra cittadini e governo. Tutti i sistemi richiedono acquiescenza: una persona deve cooperare per essere controllata.
La droga mostra una formula fondamentale di virus del male, e il volto del male è sempre il volto dei bisogni totali.
La droga è una grande industria. Se si vuole eliminare l’industria droga bisogna cominciare dal fondo della piramide: è il tossicomane di strada. Lui ha bisogno della droga per vivere ed è l’unico fattore non rimpiazzabile nell’equazione droga perché i cosiddetti pezzi grossi sono tutti immediatamente rimpiazzabili. Quando non ci sono più drogati a comprare droga non c’è più traffico di droga. Finché esiste un bisogno di droga qualcuno la servirà.
W. Burroughs ha anticipato programmi antidroga attualmente sperimentati in paesi come la Svizzera, l’Olanda, la Germania: la riduzione del danno.
“Ai tossicomani e a quelli che soffrono di una dolorosa malattia cronica potrebbe essere consentita una dose di mantenimento prescritta da un medico. L’intero mercato nero della droga verrebbe abolito, il tossico non è più costretto a comprare al mercato nero (in molti casi roba tagliata e adulterata con sostanze tossiche) e svolgere la sua occupazione normale e condurre una vita non criminale.” E poi c’è la cura dell’Apomorfina, adottata con successo da lui stesso con il Dott. Dent a Londra.
Le politiche repressive nei confronti della droga sono un totale fallimento, con lo sperpero di denaro pubblico per mantenere in piedi strutture con programmi che non hanno avuto nessun risultato se non quello di mantenere il controllo sui drogati.


La medicina alternativa e la critica al sistema sanitario

Come aveva già fatto in tutte le sue opere precedenti, Burroughs non esita a perseverare nella propria accusa al capitalismo nella medicina. Egli lo aveva denunciato più di dieci anni prima sia nella trilogia Nova (2) (dove il personaggio del dottor Benway è espressione delle multinazionali, e più in generale della medicina fine a se stessa, colosso burocratico e senza scopo benefico), sia nel volume saggistico The Job. In esso accusava il mancato riconoscimento, da parte delle multinazionali, di nuove scoperte in campo terapeutico, quali le teorie di Wilhelm Reich e i suoi accumulatori orgonici, le teorie scientologiche e dianetiche di Hubbard, l’uso della vitamina. E nella prevenzione dell’infarto, e della vitamina A per la cura del raffreddore (al posto della inutile vitamina C), il trattamento della tossicodipendenza con l’apomorfina al posto del metadone, una pillola anticoncezionale la cui azione può durare sette anni. L’apomorfina ha un posto speciale nella narrativa di Burroughs: essa infatti e, assieme all’orgonomia di Reich, uno degli esempi di terapia medica perseguitata e poi resa indisponibile dalla FDA americana. L’apomorfina è un preparato composto da morfina e acido cloridrico riscaldato a 150 gradi e utilizzato nel casi di avvelenamento. ll suo utilizzo nella cura della tossicomania lo si deve al dottore inglese John Yerbury Dent, al quale Burroughs si rivolse per disintossicarsi. Come regolatore del metabolismo, l’apomorfina riduce i sintomi dell'astinenza ed elimina il bisogno organico della droga. Burroughs dice che interrompe le connessioni da droga del cervello. Purtroppo, questo tipo di trattamento è scomparso una volta che Dent è morto di infarto. Nessuno ha proseguito i suoi studi e questo ha rafforzato le idee di Burroughs sul controllo che il servizio sanitario mondiale attuerebbe sulla popolazione attraverso la droga: l’utilizzo di una blanda sostanza come il metadone, una terapia che abbisogna di continuità, fa sì che il tossico debba continuare ad assumerlo per molto tempo, legandolo così al sistema. Stessa cosa può dirsi per l'orgonomia dl Wilhelm Reich, terapia alternativa molto famosa negli anni della contestazione e che Burroughs appoggia incondizionatamente. ln una lettera a Jack Kerouac del 24 giugno 1949, dopo aver letto La biopatia del cancro di Reich, egli indica lo scienziato come “l’unico uomo che in psicoanalisi abbia capito qualcosa. Dopo aver letto il libro, ho costruito un accumulatore orgonico, e quell’affare funziona. Quell’uomo non è pazzo, e un maledetto genio”“. Per lo scrittore, questa energia vitale Che l’ex psicoanalista freudiano convertito alla biologia asserisce di avere scoperto nell’atmosfera, non solo avrebbe effetti benefici generalizzati sull'organismo ma, se opportunamente concentrata, provocherebbe veloci remissioni delle patologie cancerose. Anche qui Burroughs vede un complotto della FDA, che fece morire Reich in carcere nel 1957 e ne fece bruciare i libri, consegnando cosi l’esclusiva delle terapie oncologiche alla chimica delle grandi case farmaceutiche. ll vero rimedio alla malattia per Burroughs passa attraverso il rifiuto dei sistemi centralisti (governo, grandi istituti farmaceutici di ricerca) e dei loro interessi commerciali. Lo scrittore rifiuta che interessi commerciali rendano croniche le terapie e i trattamenti. Ln Blade Runner Burroughs cita l’apomorfina, ma anche un contraccettivo sviluppato dagli Indios dell’Amazzonia, una dose del quale poteva prevenire la gravidanza per sette anni, e una dose di un'altra sostanza permetteva ll concepimento. Nel 1956 tale trattamento fu sottoposto ad una casa farmaceutica americana per essere testato e distribuito, ma ovviamente venne rifiutato; la pillola anticoncezionale classica prevede una somministrazione giornaliera, e quindi molto più remunerativa ai fini commerciali. La mercificazione della salute, Burroughs la associa alle tre modalità (sesso, droga, linguaggio) con cui opera ll Controllo, organizzazione governativa segreta che assume caratteri quasi metafisici. Gli agenti universali che sembrano governare gli Stati Uniti (e quindi il pianeta), operano attraverso il controllo della sessualità, l’esclusività delle terapie di disintossicazione per la tossicomania, l’uniformità dei messaggi mediatici. ll sovvertimento delle regole del capitale (della medicina e dei media) avviene attraverso la rivoluzione giovanile violenta.

2) Formata dai romanzi La macchina morbida (The Soft Machine, 1961), Il biglietto che esplose (The Ticket That Exploded, 1962) e Nova express (id,1964).



Burroughs e il rock
The dream Machine

Il linguaggio è un virus venuto dallo spazio
“Incollate frantumi di frasi, sforbiciate articoli, accartocciate testi, appallottolate fotocopie, fate origami di manifesti, rimescolate nastri di audiocassette, sostituite colonne sonore, impastate i discorsi altrui, perché il discorso è sempre altrui. Il linguaggio è sempre di qualcun altro, noi non lo scriviamo, lo riscriviamo. E’ il linguaggio che è originale, non noi, perciò non avere paura di plagiare: ruba, copia, trascrivi, perché ogni volta che apri bocca stai plagiando il linguaggio”
Di personale possiedi solo il silenzio!”

Burroughs in effetti constata che l’uomo moderno ha perso l’opzione del silenzio.
“Tentate di arrestare la parola non vocale. Tentate di ottenere dieci secondi di silenzio interiore. Vi imbatterete in un organismo resistente che vi costringe a parlare. Da qui la mia teoria per una comprensione finale della parola: la Parola è letteralmente un virus, e che non è stata riconosciuta come tale perché ha raggiunto uno stato di relativamente stabile simbiosi con il suo ospite umano: vale a dire che il virus parola si è imposto così saldamente come parte accettata dell’organismo umano da poter adesso sghignazzare dietro virus gangster come la varicella e spedirli all’Istituto Pasteur. La parola porta l’unica caratteristica di identità del virus: è un organismo senza altra funzione interna che quella di replicare se stesso”.
…Anche rispetto alla Beat generation nessuno come Burroughs ha preso la Letteratura sul serio, ha creduto nel potere della parola scritta e nei doveri che usarla comporta…




THE DREAM MACHINE
Laurie Anderson, geniale musicista d’avanguardia americana, polistrumentista e sperimentatrice elettronica, attuale compagna di Lou Reed, ha avuto una lunga frequentazione con Burroughs, si è ispirata alla teoria de “Il Linguaggio è un Virus” attorno a cui ha costruito un brano e una parte nel bellissimo Video Musicale Home of the Brave.
“Mi sono sempre interessato poco alla musica, ma sono rimasto veramente affascinato e divertito quando ho ascoltato le musiche degli indigeni marocchini registrati da B. Jones (Rolling Stones).” Certo che invece la musica rock, sotterranea, alternativa, a lui si è sempre interessata, tanto da coinvolgerlo in una miriade di produzioni disseminate lungo il corso di questi anni. Che cosa cercavano i musicisti rock in Burroughs? Sentivano e ammiravano il suo fascino estremo, maledetto, la visione anticonformistica, spietata, come affine al loro mondo. Ma soprattutto la possibilità di sperimentazione sul linguaggio che il lavoro di Burroughs indicava loro.
Le immagini e i personaggi dei suoi libri (ragazzi selvaggi in costumi sgargianti, mescolati a divinità egiziane e maya, ragazzi pipistrello e ragazzi uccelli gatto e tutte le fantasie perverse, paranoiche, agghiaccianti e angosciose), il sesso, la droga, il declino dell’Occidente; e poi l’utopia di LIBERTADIA, colonia guidata dal Capitano Mission, il quale quasi un secolo prima delle rivoluzioni Francese e Americana, predicò la completa uguaglianza, l’abolizione della schiavitù, per dimostrare che un gruppo di sbandati possono coesistere in relativa armonia tra loro e con l’ambiente che li circonda (Le Città della notte rossa), sono tutti temi trattati da B. che hanno influenzato gruppi e artisti rock dagli anni ’60 fino al grunge dei ’90. Le sue parole hanno dato nome a gruppi come Soft Machine, Insect Trust, Dead Fingers Talk, Steely Dan, Doa, 23 Skidoo (dal n. 23, altra ossessione di B.) Naked Lunch ecc…
Hanno omaggiato il “maestro” Lou Reed con i Velvet Underground, Gerry Garcia (Grateful Dead), Frank Zappa, Iggy Pop, Rolling Stones, D. Bowie (in Outside ha dichiarato di aver usato la tecnica del Cut-Up e definito Burroughs il “Giovanni Battista del postmoderno!), Patti Smith, J. Cale, D. Johansen ecc…
Non c’è gruppo Punk e New Wave che non deve al lavoro di Burroughs almeno uno spasmo o una contrazione: Germs, Slits, Husker Du, SPK, Sukia, Bomb the Bass, Master Musicians of Joujouka, Sonic Youth, Debbie Harry con i Blondies, Jim Carroll, L.Lunch, R.Hell, D.Galas, Devo, Dead Kennedys, Talking Heads, industrial come Thobbing Gristle, Cabaret Voltaire, ClockDVA, Genesis P-Orrige fino ai Material di B.Laswell, Nirvana (con Kurt Cobain condivideva la passione smodata per le armi!), U2, Rem; incursioni nell’Hip Hop con i Disposible Heroes of Hiphoprisy.
A lui si attribuisce la locuzione Heavy Metal (da cui il genere).
Burroughs era una specie di Totem per i Punks a causa delle sue vicissitudini con la droga (culminate con la morte accidentale della moglie in Messico per sua mano, mentre strafatti giocavano a Guglielmo Tell con una pistola). Acerrimo nemico della cristianità egli inorridisce per la diffusione che questa ha assunto tra i giovani e le sue apparizioni nei punkclub (“sponsorizzati” da P.Smith) erano sempre accompagnate da moniti sulla dinamica del controllo mentale.
“Originariamente la parola Punk stava a disegnare il teppista di una piccola città, e questo è un significato. Significava poi un omosessuale passivo. E questo è un altro significato. Nessuna di questa definizioni si adatta a quello che intendiamo ora per punk. Diciamo che è qualcosa nella tradizione dell’antieroe…”
“I Punks si sono sviluppati dai Beats nello stesso modo in cui i Beats si erano sviluppati dagli esistenzialisti. Sento molte affinità con i Punks, infatti molti dei miei personaggi sono Punk.”
Gli ultimi che sono andati a trovarlo, poco prima della sua morte, sono gli U2, che hanno avuto ospite W. Burroughs nel video della canzone “Last night on the earth” e che più volte nei loro concerti hanno citato la feroce Thanks Giving Prayer (declamata da B. con la sua voce yankee, nasale, tagliente) dedicata a J. Dillinger, nella speranza che sia ancora vivo, da qualche parte…





MATERIAL: Hallucination Engine


Burroughs e i Gatti
Fatto come un Gatto

“Voi che amate i gatti, rammentate che i milioni di gatti che miagolano nelle stanze di questo mondo ripongono ogni loro speranza e fiducia in voi.”
Burroughs racconta frammenti di vita quotidiana insieme ai suoi gatti, in forma di diario: il gioco e le malattie, l’incontro con il selvatico, i problemi dell’assenza. Sono spesso parole di vero amore:
“Il gatto non offre servigi, il gatto offre se stesso. Naturalmente vuole cura e un tetto. Non si compra l’amore con niente. Come tutte le creature pure i gatti sono pratici. Noi siamo il gatto che è in noi. Siamo i gatti che non possono camminare da soli e per noi c’è un posto soltanto.”

The cat inside

Sarà probabilmente una sorpresa per molti scoprire che W. Burroughs, l’efferato cantore di saghe che si svolgono in terre di mutanti e in cui l’umanità è una sopravvivenza arcaica, ha scritto uno dei più delicati e percettivi libretti sui gatti e, più precisamente, sul gatto come compagno psichico.
“Le testimonianze indicano che i gatti furono addomesticati dapprima in Egitto… Non hanno cominciato con l’essere cacciatori di topi… Io avanzo l’ipotesi che i gatti nascano come compagni psichici, come spiritelli del focolare, e che non abbiano deviato da questa funzione.”


Conversazione con William Burroughs

Timothy Leary: Vuoi fare questa cosa, William?
William S. Burroughs: Perché no?
• TL: Il primo tema è l’immortalità. Sai, io ho fatto la firma per la crionica. Ci hai pensato anche tu, alla crionica?
• WSB: Ah… Ci ho pensato, ma no, no, no. Penso che una qualsiasi immortalità fisica sia un passo nella direzione sbagliata. E’ una questione di separare l’anima – comunque la si voglia chiamare – dal corpo, senza perpetuare il corpo in alcun modo. Ecco: penso che perpetuare il corpo sia comunque un passo nella direzione sbagliata. Gli Egizi facevano le loro mummie, e la conservazione di queste era indispensabile alla loro immortalità. Penso che bisogna allontanarsi dal corpo, più che cercare di entrarci.
• TL: Perché non avere a disposizione l’opzione di fare saltare, prontamente, la coscienza di nuovo dentro il corpo? Sai, gli Egizi sono davvero interessanti; io vedo le loro tombe, in fondo, come capsule di rianimazione.
• WSB: Ecco precisamente.
• TL: Si servivano della scienza più avanzata dei loro tempi. Ho lavorato negli ultimi tempi con degli scienziati in un nuovo campo che si chiama bio-antropologia. Nel corso di venticinque secoli ci sono state quattro ondate di predatori di tombe. La prima ondata ha preso l’oro, la seconda i tesori artistici, poi sono arrivati i Britannici e i Francesi. Tutti questi saccheggiatori hanno preso le fasciature, intrise di sangue essiccato, e le hanno gettate in un angolo. Ma ora i microbiologi possono estrarre il Dna dai resti biologici. Così il progetto egizio ha addirittura funzionato: tra dieci anni saremo in grado di clonare i faraoni! Certo, c’è il problema che non avrebbero i loro ricordi. Ma ecco perché hanno compreso anche il software, sotto forma di gioielli e altri artefatti. Lo trovo ammirevole. Il tuo libro sulle Terre d’occidente [The Western Lands] mi ha affascinato. L’ho letto e riletto, e cito abbastanza spesso le tue parole nei miei scritti sulla crionica.
E cosa mi dici delle possibilità postbiologiche? Moravek eccetera. Lui dice che puoi scaricare il contenuto del cervello umano e inserirlo nei computer, e costruire un nuovo corpo con software-antenna simili a spazzole…
• WSB: Certo, certo.
• TL: E il linguaggio come virus, Michel Foucault?
• WSB: E’ ovvio come il linguaggio sia un virus, perché dipende dalla replicazione. Quali altri discorsi ponderosi abbiamo?
• TL: I tuoi dipinti di ogni genere… certo, Brion Gysin era sempre quello che faceva il pittore.
• WSB: Vedi non avrei mai potuto cominciare a dipingere sul serio se non dopo la morte di Brion Gysin. Non avrei mai potuto fargli concorrenza. Ma ora ci ho guadagnato più quattrini di quanti ne abbia guadagnato lui in tutta la sua vita.
• TL: Probabilmente hai guadagnato di più con i dipinti che con i libri, vero?
• WSB: Mi ha tirato fuori da un abisso finanziario. Mi posso comprare le pistole ad acciarino.
• TL: Ben per te. E’ un modo più facile di fare soldi che non correndo in giro a fare conferenze e a tenere dibattiti su G. Gordon Liddy.
• WSB: Adoro le pistole ad acciarino.
• TL: E cosa ne pensi, di Liddy? Sai che ci va matto per le armi da fuoco.
• WSB: Si, lo so. E io delle armi ne so quanto lui.
• TL: Passiamo all’isterismo della Guerra contro la Droga.
• WSB: Oh, ascolta un po’. Solo un paio di ideuzze, una cosa che nessuno ha preso in considerazione, come il semplice fatto che prima della legge sugli stupefacenti [Harrison Narcotics Act] del 1914, queste droghe si vendevano liberamente senza ricetta.
• TL: Oppio, cocaina?
• WSB: Oppio, cocaina, morfina, eroina. Venduti come farmaci da banco. Ebbene, erano quelli i giorni che i conservatori rievocano come “I bei tempi passati”. L’America era in crisi? Certo che no. E come funzionava bene il sistema inglese, fino a quanto l’American Brain Commission è andata a convincerli a non farlo più. Quando io ero lì nel 1967 e ho fatto la cura con l’apomorfina con il dottore Dent, c’erano circa 600 tossicomani nel Regno Unito, tutti registrati e conosciuti perché potevano ottenere la loro eroina in modo del tutto legale – e anche la cocaina e la tintura di cannabis. Ora che l’hanno reso impossibile, e i medici non possono prescrivere per i tossicomani, Dio solo sa quanti tossicomani ci sono; e Dio sa quanti poliziotti della squadra narcotici.
• TL: Una volta mi sono fatto di eroina a Londra con R. D. Laing. Ronnie mi ha mandato dal farmacista e mi ha fatto lui la pera a casa di Alex Trocchi. Ti ricordi di Trocchi?
• WSB: Lo conoscevo bene.
• TL: La Svizzera è interessante. A Zurigo e altrove hanno parchi e altri posti dove i tossici possono andare. L’atteggiamento è umanistico: “Siamo tutti una famiglia, siamo Svizzeri. E se i nostri tossici debbono farsi, noi forniamo siringhe pulite”. Non c’è criminalizzazione.
• WSB: Mi ricordo una volta che ero in Olanda in un posto dove avevano siringhe e macchinette: ci mettevi una moneta e usciva una spada.
• TL: Ago-mat.
• WSB: Agomat! Pensa alla storia, al fatto storico che per anni non esisteva un problema dell’eroina britannico. Il sistema funzionava molto bene.
• TL: Be’, il problema è dovuto ai puritani, moralisti alla Cronwell che negli ultimi cent’anni hanno imposto sull’America e sull’Inghilterra le loro nevrosi del cazzo. Ogni tipo di idea, o la stessa idea che l’individuo abbia il diritto di andare alla ricerca della felicità, basta pensare così e subito ti stanno dietro. In fondo è una cosa da Inquisizione, religiosa. Ne do la colpa ai puritani.
• WSB: Be’, forse si. Ma cioè… non sono del tutto d’accordo con questa osservazione. Fondamentale è il modo in cui si crea un desiderio, una necessità nella loro mente, di controllare l’intera popolazione. Ma hai sentito certe statistiche? I sondaggi mostrano come metà di quelli che si diplomano al liceo non erano in grado di trovare il Vietnam sulla carta geografica e non sapevano che da quelle parti avevamo combattuto e perduto una guerra! Quando si tratta della II Guerra Mondiale, lascia perdere. Mai sentito parlare di Churchill, non sapevano dov’è la Francia. L’unico che avevano sentito nominare era Hitler.
• TL: Costumistica! Aveva i costumi migliori, ecco perché.
• WSB: Poi c’era un otto per cento che non era in grado di trovare gli Stati Uniti su una carta geografica. E’ assolutamente scioccante. E senti questo. Metà degli intervistati – si tratta di un sondaggio sessuale – pensava che il rapporto anale potesse produrre l’Aids, anche se nessuno dei due partecipanti fosse infetto dal virus dell’Aids.
L’Immacolata Concezione!
• TL: L’Immacolata Infezione!
• WSB: Ma si può immaginare una scemenza del genere? Una tale mancanza di logica. Metà degli intervistati!!
[James Grauerholtz arriva per annunciare che è ora di recarsi al dibattito tra Leary e Liddy.]
• TL: Voglio dire ancora una sola cosa, William. Tu sei con me ogni giorno. Parlo continuamente di te; ho imparato tanto da te e insieme a te. E ci tornerò.
• WSB: E anche io penso spesso a te.


IN MORTE DI W.S. BURROUGHS
Dopo Timothy Leary e Allen Ginsberg a pochi mesi di distanza, è toccato a lui, al “ragazzo dagli occhi di ghiaccio”, lasciare questo inferno per un inferno forse migliore. Strano, William Burroughs sarebbe potuto morire per droga, accoltellato da un amante. Ma il destino ha scelto diversamente. Lo ha colto nel letto e se lo è portato via con un infarto. Aveva 83 anni. Dietro alle spalle una vita (anche letterariamente) intensa e dissipata, davanti qualche breve apparizione, sotto forma di testimonianza, su quello che era stato il suo periodo più fecondo: gli anni sessanta e la beat generation. Ora restano gli scampoli e la memoria che non si rassegna all’idea che un mondo di letteratura, affanni e marginalità si può anche chiudere senza fragore, ne rimpianto. Eppure quei ragazzi, che sembravano usciti da qualche pagina di Céline o Dostoevskij, si erano autoinvestiti di un compito: uscire dal sogno americano. Salvo poi far entrare le nuove generazioni in un alone di nomadismo, di profumo orientale e di nuove tecnologie. Dei tre santoni, quello con più talento narrativo fu Jack Kerouac, il più impegnato Allen Ginsberg. A William Burroughs la sorte riservò un buon polso letterario, una grande curiosità ed una eccellente nevrosi che lo avrebbero spinto verso inconsueti sperimentalismi. Ma una cosa è certa: nonostante gli anni e le strade si fossero divise, quelli della beat generation, i sopravvissuti, continuavano a rimpallarsi frasi affettuose e reciproche attestazioni di stima. Sembravano i vecchi soci di un club inglese. Ricordo che proprio un paio di anni fa a New York Ginsberg, che intervistavo in occasione dell’uscita di un suo diario, rievocava con gratitudine e nostalgia la figura di Burroughs, condendola di alcuni dettagli. Si erano conosciuti nel 1944 al Greenwich Village. William si era preso una cotta per Allen, tanto che spesso gli scriveva lettere raccontandogli le sue fantasie. Poi Ginsberg fece per un anno il suo agente letterario e in seguito diventarono amanti. Vissero insieme gran parte del 1953. Poi si separarono: Ginsberg volò a San Francisco e Burroughs partì per Tangeri, da dove continuò a mandargli lettere e le parti di Naked Lunch, il romanzo che stava scrivendo. Naked Lunch (tradotto da noi con il titolo “Il Pasto Nudo”, da cui Cronenberg ha tratto un film inevitabilmente contorto e deludente), uscì nel 1959 e gli costò lo scandalo generale e vari processi per oscenità. Il libro ha una trama spezzata, stravolta da incisi, digressioni, flashback, nella quale Burroughs comincia a sperimentare la tecnica del cut-up (una specie di montaggio casuale tra i testi, la cui provenienza era la più disparata). Una tecnica che lo avrebbe dovuto proteggere dai luoghi comuni, di cui la letteratura sovrabbondava, e dall’eccessivo razionalismo (la stessa idea, ma funzionò molto meno, Burroughs la trasferì nella pittura: sparava barattoli di vernice contro tele immacolate). Su Naked Lunch Norman Mailer scrisse che era il ritratto dell’inferno, anzi era l’inferno. Di Burroughs disse che era un genio dal vasto talento. Quanto poi effettivamente fosse vasto quel talento è difficile dire. Ma di certo vi è che i suoi libri, così simili a dei mutanti, e debordanti di allucinazione, spinsero McLuhan a riconoscergli una specie di rappresentatività epocale e invogliarono Mary McCarty a prenderlo sul serio. Fu proprio McCarty a notare in quest’uomo, che prima di diventare scrittore era stato barista, operaio, detective privato, reporter e pubblicitario, una strana forma di umorismo, simile a quella di “un attore di varietà che recita da solo sulla scena davanti al sipario infiammabile di un vecchio teatro trasformato in cinema”. Dove è chiaro che ogni battuta, anche la più comica, può trasformarsi in tragedia. C’è da dire che Burroughs non si lasciò mai coinvolgere dai generosi attestati, come pure da quelle critiche che lo accusavano di mettere in pericolo la cultura americana e di trascinare la gioventù, già tanto sbandata, in un cul-de-sac anti-macho e anti-umanista. Seppe quasi sempre servirsi con ironia o malumore degli uni e degli altri. Una quindicina di anni fa Burroughs venne ammesso nella celebre Accademia americana dell’Istituto di Arti e Lettere. Fu un’entrata, che nonostante qualche dissenso, aveva tutta l’aria di assomigliare all’incoronazione ufficiale dell’ultimo degli irriducibili. Al ritorno della cerimonia Burroughs commentò alla sua maniera: “Quella gente vent’anni fa andava dicendo che il posto più adatto a me era la galera. Adesso vanno fieri che io appartenga al loro gruppo. Non li ho mai ascoltati prima e non gli darò certo retta adesso”.



ESSENZIALI

Junkie La scimmia sulla schiena Bur/Rizzoli
The Naked Lunch Il Pasto Nudo SugarCo
The Soft Machine La Morbida Macchina SugarCo
Port of Saint Porto dei Santi SugarCo
Creative Writing La Scrittura Creativa SugarCo
The Cat Inside Il Gatto che è in noi Adelphi
Ghost of Chace La Febbre del Ragno Rosso Adelphi
Literaty Outlaw Fuorilegge della Letteratura SugarCo Biografia

The Exterminator Sterminatore SugarCo
The Ticket that Exploded Il Biglietto che è Esploso SugarCo
The Yage Letters Lettere dallo Yage SugarCo
Nova Express Nova Express SugarCo
Ah Pook is here E’ arrivato Ah Pook SugarCo
Last Words of D.Schultz Le Ultime parole di D.Schultz SugarCo
The Wild Boys Ragazzi Selvaggi SugarCo
Queer Diverso SugarCo
Interzone Interzona SugarCo
The Cities of Red Night La Città della Notte Rossa SugarCo
A Meeting of Dead Roads Strade Morte SugarCo
Western Lands Terre Occidentali SugarCo
Queer Checca Adelphi

RARI

Dead Fingers Talk
Minutes to Go con B.Gysin – G.Corso
Time
Ali’s Smile
The Book of Breething con Bob Gale
Cobble Stone Gardens
The Third Mind
Blade Runner (a movie)
My Education A book of…
The Burroughs File’s

Collaborazioni – MUSICA E CINEMA

MUSICA

Laurie Anderson Home of the Brave video/Liveconcert
Laurie Anderson Mister Heathbreak album/Sharkey’s Night
Disposible Hero of HipHop Spare Ass Annie and other Tales album
Nirvana The Priest Called Him album
R.E.M. Star Me Kitten album/x-Files
U2 Last Night on Hearth video/appariz.
U2 Thanksgiving Prayers video/Zoo Tv Tour
Sonic Youth & J.Cale Dead City Radio album
B. Lawsell e Material: Seven Souls/Hallucination Engine
The Slits The Final Accademy
Sukia Contact espacial con el tercero sexo
Kurt Cobain The priest they called him
CINEMA

Antony Balch Towers Open Fire and CutUp 1970
Howard Brookner Burroughs. The Movie 1984
Klaus Maeck Commissioner of the Sewers 1986
Ridley Scott Blade Runners 1982 sceneggiatura
Davide Cronemberg The Naked Lunch 1991
Gus Van Sant Drugstore Cowboy 1989
Gus Van Sant Cowgirls

OLD BULL LEE S. LOUIS 1914 / LAWRENCE 1997

THANKSGIVING PRAYERS 1986 PREGHIERA DEL RINGRAZIAMENTO

Grazie per il tacchino e i piccioni viaggiatori, destinati ad essere cacati attraverso le sane budella Americane –
grazie per un continente da saccheggiare e avvelenare –
grazie per gli Indiani che ci procurano quel tanto di stimoli e di pericoli –
grazie per le immense mandrie di bisonti da uccidere e scuoiare –
grazie per il SOGNO AMERICANO da involgarire e falsificare fin quando la nuda menzogna non vi risplenda attraverso –
grazie per il KKK, per gli uomini di legge che incidono una tacca per ogni negro ucciso, per le rispettabili signore casa-e-chiesa con le loro facce meschine, smunte, sgradevoli, perverse -
grazie per gli adesivi “Ammazza un frocio in nome di Cristo” –
grazie per l’Aids di laboratorio –
grazie per il Proibizionismo e la lotta contro la Droga –
grazie per un paese dove a nessuno è dato badare ai fatti propri –
grazie per una nazione di spie, grazie per tutti i ricordi… facci vedere le tue braccia, sei sempre stato un problema, c’hai proprio rotto i coglioni –
grazie per l’ultimo e più grande tradimento dell’ultimo e più grande dei sogni umani.

WILLIAM SEWARD BURROUGHS

Dove si parla del vecchio Old Bull Lee cercando di analizzarne qualche luogo poco frequentato e confutarne altri invece molto comuni.
Il recente, rinnovato interesse per la cultura beat – il movimento letterario che, impostosi sul finire degli anni ’50, ha contribuito alla nascita di quei movimenti (pacifista, per i diritti civili, per le libertà sessuali, per l’ambiente) che si sono affermati durante e dopo gli anni sessanta modificando stabilmente e profondamente la sensibilità e le coscienze soprattutto giovanili – se é stato decisivo per il rilancio di autori come Kerouac, Ginsberg, Corso, Ferlinghetti, non ha toccato la figura di William Seward Burroughs, per la semplice ragione che l’interesse per Burroughs, lungi dall’essersi attenuato si è incrementato negli anni. Anche in questo Burroughs conferma la sua atipicità rispetto agli altri autori del movimento beat, del quale pure è considerato il padre nobile (ma sull’appartenenza di Burroughs al beat torneremo più tardi).

Nato a St. Louis, Missouri, nel febbraio 1914, da una famiglia benestante, William Burroughs crebbe nella città natale palesando precocemente inclinazioni poco compatibili con i rapporti sociali intrattenuti da una tipica famiglia della buona società. Manifestò infatti assai presto intense pulsioni omosessuali, una forte attrazione per le armi e, più in generale, una sorta di irrefrenabile, naturale inclinazione a infrangere ogni regola del vivere sociale. La sua inettitudine a inserirsi nella società “normale”, anzi la sua evidente ripugnanza per questa società, comunque non gli alienò il sostegno della famiglia, che anche dopo la laurea conseguita ad Harvard, continuò per lungo tempo a fargli pervenire a periodi regolari un assegno.

Si trasferì a New York alla fine del 1942 e poco dopo ebbe inizio la dipendenza dall’eroina, della quale si sarebbe liberato per sempre solo nel 1959. Frequentando gli ambienti della Columbia University entrò in rapporto con un gruppo di giovani aspiranti scrittori, tra questi Kerouac e Ginsberg, sui quali Burroughs, più anziano di qualche anno, esercitò una forte impressione. Fino al 1945 Burroughs, Kerouac e le future mogli, Joan Vollmer Adams e Edie Parker abitarono insieme. Sposata la Volmer, Burroughs si trasferì con lei in Texas, dove cercò di guadagnarsi da vivere conducendo una fattoria, nella quale, tra l’altro, coltivava anche la marijuana. Lo squallore della vita di Burroughs e della moglie nella fattoria, ambedue completamente dipendenti dalla droga, è stato vividamente reso da Kerouac, che era andato a visitarli in compagnia di Neal Cassady, in Sulla Strada e in Visioni di Cody.

Trasferitosi in Messico, ormai a trentacinque anni, nel 1949, Burroughs esordì in letteratura con due lavori fortemente autobiografici: Junky e Queer, centrati, rispettivamente, il primo sulla propria dipendenza dall’eroina, il secondo sulla propria omosessualità. Junky, (firmato come William Lee, dal cognome della madre) trovò comunque un editore, mentre Queer fu pubblicato solo nel 1985.

In Messico, nel 1951, si verificò l’evento che avrebbe cambiato la vita di Burroughs: per dimostrare la propria abilità con le armi da fuoco mirò con la pistola, mancando il tiro, a un bicchiere collocato sulla testa della moglie, che restò uccisa sul colpo… Burroughs trovò riparo prima in Sud America poi a Tangeri, dove, a partire dal 1953, scrisse una gran quantità di materiale, che, tra il 1957 e il 1959 rielaborò nel The Naked Lunch, l’opera che gli ha dato l’immortalità, pubblicata nel 1959 a Parigi dalla Olympia Press. Il libro esplose come una bomba, e fece di Burroughs una stella di prima grandezza. Disintossicato per sempre dall’eroina nel 1959, si apriva per Burroughs una fase di intensissima attività creativa che dura tuttora, a 82 anni.

Fondamentale nella produzione posteriore appare la trilogia The Soft Machine (Parigi, 1961), The Ticket That Exploded (Parigi, 1962) e Nova Express (New York, 1964) per la quale adottò sistematicamente la tecnica del cut up. A partire dal 1974, l’anno del definitivo rientro negli Stati Uniti, Burroughs ha avviato una frenetica stagione creativa, che dura tutt’ora, ad ottantadue anni, della quale, per la sola parte relativa alla produzione saggistica e letteraria, diamo conto in appendice. L’intensa attività di conferenziere, le letture pubbliche dei propri testi, la partecipazione a festival di poesia, la presenza come guest star a eventi artistici hanno fatto sì che Burroughs sia comparso e continui a comparire su numerosissime produzioni discografiche, cinematografiche e video…

L’influenza, a partire dagli anni ’70, su autori tanto più giovani di lui, impegnati in diversi settori e discipline artistiche, è andata di pari passo con la diffusione dell’impiego delle tecniche del cut up ben oltre la parola scritta, in ambiti via via più ampi, quali video, cinema, musica, sui quali lo stesso Burroughs aveva avviato la sperimentazione dopo essersi cimentato con la scrittura.

Al centro di tutta la scrittura di Burroughs c’è la denuncia e il rifiuto del controllo esercitato dall’organizzazione sociale, ogni organizzazione sociale, sull’uomo, attraverso la manipolazione del pensiero e la repressione. Per Burroughs il controllo conduce necessariamente a un controllo ancora più rigoroso, fino al totalitarismo. Ne Il Pasto Nudo la droga diventa la metafora del controllo totale: superata una certa soglia, per il tossicomane il bisogno di droga non conosce limite, consegnandolo in modo totale allo spacciatore. Si realizza in questo modo la rappresentazione della condizione dell’umanità sottoposta al controllo.

Se il rifiuto di ogni genere di totalitarismo e la ricerca di una assoluta libertà è l’elemento che certamente collega Burroughs a Kerouac, Ginsberg o Corso profondissime sono anche le differenze. Ci sarebbe da discutere a lungo sulla appartenenza di Burroughs al movimento Beat, una appartenenza asserita in tempi relativamente recenti. Ancora nel 1971, Bruce Cook, nel suo importante saggio sul beat, definiva Kerouac, Ginsberg e Corso capifila del movimento beat, dal quale escludeva Burroughs.

Le ambientazioni di Burroughs, disegnano una società post-tecnologica, il cui disfacimento è caratterizzato con elementi costantemente ricorrenti, personali ossessioni di Burroughs: le barbare, grottesche impiccagioni, complete di erezioni ed eiaculazioni, la droga, l’omosessualità coatta, ossessiva, drogata, moltiplicata all’infinito dal cut up (quale distanza dalla gioiosa, liberatoria omosessualità cantata da Ginsberg!), le mutazioni a seguito di contaminazioni da virus, le epidemie, in una cornice completamente priva di speranza. Tutto questo sembra essere alquanto distante dallo spirito del beat, che muovendo da una stessa denuncia dei rischi e delle insidie della società dei consumi e tecnologica e da una stessa forte enfasi posta sulla libertà personale ha aperto la strada a utopie di altro genere, quelle dei movimenti giovanili degli anni ’60, mentre, come è stato osservato, Burroughs, già dal Pasto Nudo, è semmai in sintonia con il chaos and anarchy della sottocultura punk, precorrendo i tempi di quasi vent’anni…

Tra le ossessioni di Burroughs vogliamo ancora ricordare quella antifemminile: il nostro ha un pessimo rapporto con le donne, praticamente assenti dai suoi romanzi, un vero e proprio odio che lo porta a immaginare situazioni nelle quali un particolare tipo di nascita o di rinascita si verifica senza l’intervento delle donne: penso alle pagine finali di The Wild Boys, dove ragazzi selvaggi vengono generati da altri ragazzi selvaggi.

L’ossessione fondamentale sottesa a tutta l’opera di Burroughs e che ne costituisce il tema in fondo unico è quella del controllo e del totalitarismo, che secondo lui ha soffocato l’America e tutto il mondo: a un’unica (sostanzialmente) ispirazione corrisponde una grande, unica opera letteraria, della quale i singoli componimenti sono solo parti. Questo spiega il frequente ricorrere in molte opere del dottor Benway, il manipolatore per eccellenza, l’esperto del controllo diversi, e di altri personaggi e situazioni ricorrenti (l’impiccagione rituale, l’accoppiamento omosessuale etc.). L’ultima evoluzione del tema del controllo, nel romanzo The Western Lands, costituisce l’esito estremo delle teorie già esposte contenute nell’articolo The Electronic Revolution, nel quale Burroughs mostrava come applicando il metodo del cut up a pellicole e nastri magnetici sia possibile, a partire da unità assai piccole di suono e di immagine, creare un virus: il virus è in realtà il codice cifrato che trasmesso attraverso radio e tv all’insaputa degli utenti può garantire il controllo su chi ascolta, operando per via subliminale.

Note

(1) Il volume fu pubblicato nel 1953 presso gli Ace Books, casa editrice della quale era proprietario lo zio di un amico di Ginsberg.

(2) La ricostruzione dell’incidente è stata inserita da Kerouac in Visioni di Cody – a dire il vero con scarsa pietas, anzi con un’abbondante dose di humor nero – , nel corso di una conversazione con Neal Cassady.

(3) Nel dare forma compiuta ai suoi appunti, Burroughs venne aiutato da Ginsberg. Il titolo, The Naked Lunch, fu trovato da Kerouac.

(4) Dovrebbe essere universalmente nota la tecnica di scrittura detta cut up: si tratta di spezzettare brani di prosa, poesia, proprie e/o di altri e di rimontarli casualmente. Ecco come Burroughs descrive la forma più elementare di cut up: “Nel cut up più semplice si taglia una pagina in verticale e orizzontale dividendola in quattro sezioni. La sezione 1 viene posta accanto alla sezione 4 e la sezione 3 accanto alla 2 in una nuova sequenza. Portando avanti il lavoro poi possiamo dividere ancora la pagina in parti sempre più piccole e in sequenze alternate.” (da The Electronic Revolution, Cambridge 1971).

(5) Vittore Baroni ha effettuato in William S. Burroughs: Sound Effects of a Nuclear Blast! (l’articolo è comparso nel 1990 sul n. 1 di Sonora, la rivista edita dalla Materiali Sonori di S. Giovanni Valdarno) un primo tentativo di catalogazione delle opere di Burroughs comparse su nastro, vinile o compact, delle compilazioni e riviste, delle apparizioni speciali, dei progetti musicali ispirati da Burroughs. Dopo sei anni l’articolo è bisognoso di aggiornamenti, in quanto nel frattempo Burroughs, nonostante l’età avanzata, non ha rallentato la sua attività, tuttavia costituisce ancora un insostituibile punto di partenza.

(6) Vittore Baroni, nell’articolo citato sopra.

(7) Una vena burroughsiana autentica scorre nei Velvet Underground dei primi due Lp: nei testi, nelle musiche, nella attitudine generale, caratterizzata dalla assoluta mancanza di sentimentalismo, dalla cruda precisione linguistica adottata per la descrizione di situazioni orribili, dallo humor nero, tutti elementi costitutivi della scrittura di Burroughs.

William S. Burroughs (1914-1997)

• The Best of William S. Burroughs
… from Giorno Poetry Systems, this 4
disc set includes a full color book packed
with photos and commentary.

• Burroughs network database
… a collection of searchable Burroughs-
related documents.

• Burroughs Primer
… an introduction to Mr. Burroughs’life
and artistic accomplishments.

• Cut-up Machine
… a text manipulator

• Subterraneans is live!
… Beat literature mailing list
information.

• Products/Services
… Burroughs-related products and
services.

• Research
… preliminary results of the Word Hoard
experiment.

• Concordance of Naked Lunch
… a mechanical index.

• Burroughs Memorial
… funeral program, others.

WSB: Junky
William S. Burroughs’hard-boiled description of addiction
William S. Burroughs uses Dent’s apomorphine treatment and the innerdam breaks
WSB: Apomorphine, metabolic regulator
William S. Burroughs used apomorphine to kick junk. Here’s how it supposedly works.
WSB: Publishing Naked Lunch
William S. Burroughs’ Naked Lunch was first published by Grove Press in 1959.
WSB: Maurice Girodias & the Olympia Press
Maurice Girodias & the Olympia Press
WSB: Naked Lunch
How to read William S. Burroughs’ Naked Lunch
WSB: The Ticket That Exploded
Reading Burroughs’ The Ticket That Exploded
WSB: The Soft Machine
Reading Burroughs’ Soft Machine
WSB: Nova Express
Reading Burroughs’ Nova Express
WSB: Writer of Addiction
William S. Burroughs has been labeled The writer of drug addiction.
WSB: A Model of Control
William S. Burroughs: a model of control (with Dr. Benway).
WSB: Critical Reaction to Naked Lunch
William S. Burroughs’ Naked Lunch received mixed reviews.
WSB: a Sketch of Norman Mailer
A brief sketch of Norman Mailer and his relation to William S. Burroughs
WSB: a Sketch of Terry Southern (1924-1995)
A brief sketch of Terry Southern (1924-1995)
WSB: John Ciardi
A brief sketch of John Ciardi.
WSB: Marshall McLuahn (1911-1980)
A brief sketch of Marshall McLuahn (1911-1980)
WSB: The Last Words of Dutch Schultz
A look at The Last Words of Dutch Schultz
WSB: Burroughsian Humor
William S. Burroughs’ work has not always been well received.
WSB: Much Is Intended to be Funny
Burroughs’ humor salvages violent overtones.
WSB: Louis-Ferdinand Celine (1894-1961)
A brief sketch of Louis-Ferdinand Celine (1894-1961)
WSB: Thomas Nashe (1567-1601)
A brief sketch of Thomas Nashe (1567-1601)
WSB: Experimental Composition
Burroughs has often been pigeonholed due to his verbal and written experiments.
WSB: Experimental Writing Styles
William Burroughs has been heralded as a stylistic innovator.
WSB: The Cut-up Technique
William S. Burroughs’ cut-up technique brought writing methods up to speed.
WSB: Bryon Gysin
Bryon Gysin is highly respected by William Burroughs.
WSB: Space Travel and Biological Mutation
William S. Burroughs second “trilogy” deals with space, time, and evolution.
WSB: The Wild Boys
William S. Burroughs’ The Wild Boys—analysis
WSB: Exterminator!
William S. Burroughs’ Exterminator!— analysis
WSB: Port of Saints
William S. Burroughs’ Port of Saints— analysis
WSB: Travelling Through Space & Time
One of William S. Burroughs’ themes is travel—through both space & time
WSB: Tribal Societies
Tribal Societies are part of Burroughs’ work.
WSB: Tribal Society and the Family
Tribal Society and The Family in William S. Burroughs literature.
WSB: Burroughs Comes Home
William S. Burroughs returned to the United States in 1974. He shelved verbal experiments and wrote Cities of Red Night
WSB: Cities of the Red Night
William S. Burroughs’ Cities of the Red Night— analysis
WSB: The Adding Machine
William S. Burroughs’ published a series of essays under the title «The Adding Machine».
WSB: The Soured Utopian
William S. Burroughs explains the pitfalls of a static society.
WSB: Function, purpose, conflict
William S. Burroughs explains that Happiness is a byproduct of function, purpose, and conflict.
WSB: Correcting of Biological Flaws
William S. Burroughs explores time travel and biological mutation gone wrong.
WSB: Language is a Virus From Outer Space
William S. Burroughs’ famous take on the human condition.
WSB: Libertarian Revolution
The revolution begins in earnest, the workers rebel, kill the priests, politicians, dictators, communists, capitalists, imperialits, and other nameless assholes.
WSB: Writer of the Apocalypse
William S. Burroughs may ben a prophet of doom, but he’s hardly alone.
WSB: Apocalypse
William S. Burroughs graphic depiction of apocalypse. Nothing is True. Everything is Permitted.
WSB: Here to go!
William S. Burroughs explores the human artifact and space station Earth.
WSB: The Place of Dead Roads
William S. Burroughs writes the sci-fi-western.
WSB: Violence in Nature
William S. Burroughs explores Mother Nature’s one way street of evolution.
WSB: Religion and Spirituality
William S. Burroughs Western Lands explores religion and the afterlife
WSB: The Western Lands
An introduction to William S. Burroughs’ The Western Lands
WSB: Christianity, Islam, etc.
William S. Burroughs doesn’t doubt an afterlife
WSB: The Magical Universe
The Magical Universe is the most basic concepì of William. S. Burroughs’ work.
WSB: The Magical Universe Described
William S. Burroughs describes the magical universe.







MATERIAL:Hallucination Engine