28/02/15

Il ritorno di Drugstore Cowboy, e l'unico mondo di James Fogle

Ogni tanto capita di andarsi a rivedere qualche film già visto, e che ha più di qualche annetto sulle spalle. Mi è capitato ultimamente con Drugstore Cowboy di Gus Van Sant, e ri-guardandolo, ho apprezzato ancora di più, e in particolare, William S. Burroughs che ha l'aspetto di chi 's'avvia verso la fine' come - e come altro? - un saggio/guru della droga la cui presenza benevola aiuta il protagonista Matt Dillon a delle conclusioni che gli cambieranno la vita. Quel film ha rappresentato una rottura per Van Sant, nel cinema più o meno mainstream, regista già noto per Mala Noche, un duro bianco e nero sulle prostitute di strada di Portland.

Ma la presenza di Burroughs , tra le altre cose, ha permesso a Drugstore Cowboy di mantenere un certo stile grezzo. Se lo si vuole veramente vedere in un contesto di crudezza cinematografico, bisogna dare un'occhiata a questi filmati. Tirati fuori dalle infinite soffitte di Internet e pubblicati per la celebrazione del 101 ° compleanno dell'autore del Pasto nudo. Solo leggermente modificati, queste gemme in VHS (parte uno, parte due) poi digitalizzate, raffigurano candidamente Burroughs nella sua casa a Lawrence, Kansas, nel 1996, appena un anno prima della sua morte. In compagnia di amici importanti come Patti Smith, Steve Buscemi, e Allen Ginsberg, si fuma, si beve, e - nel caso della Smith – si imbraccia la chitarra. I suoi amati gatti vagano per tutta la casa, mentre vediamo Burroughs in tutto se stesso, reso solo un po 'meno esuberante dal tempo passato, ma in lui sembra vi sia uno spirito che irradia una sorta di ..animazione, che lo accompagnerà fino alla fine e certamente questo spirito era alimentato da luminari della controcultura che lo hanno sempre circondato e omaggiato.
A questo indirizzo la prima parte, visibile solo su You Tube. La seconda, sotto..



Drugstore Cowboy, il sequel e le farmacie di James Fogle
<<Sono stato coinvolto nella droga e nel crimine e sono stato in carcere quasi per tutta la mia vita. Ho cominciato a scrivere di questi argomenti proprio in carcere, soprattutto per passare il tempo e evitare di impazzire. Vogliono davvero che io scriva una biografia della mia vita. Suppongo che dovrei farlo, perché ne uscirebbe una grande storia. Nessuno però ci crederebbe, ci sono tante curve e tornanti. E la gente direbbe: 'Nessuno può essere così stupido. 'Questo è l'unico mondo che davvero conosco, e questo è ciò di cui scrivo.>> (autopresentazione ..)


1989 Il film di Gus Van Sant Drugstore Cowboy, tratto dal romanzo autobiografico di James Fogle sulla sua dipendenza dalle droghe, i crimini e le avventure, fu un successo inaspettato che lo proiettò diretto nel circuito dei cult. Tuttavia, non contribuì alla pubblicazione (autorizzata) di altre opere o di trarne altri film dagli scritti di Fogle. Finalmente, 25 anni dopo c'è un sequel in lavorazione, Drugstore Cowboy (Backside of a Mirror), scritto dallo stesso sceneggiatore Daniel Yost e con il contributo che lo stesso Fogle diede durante i suoi ultimi anni. <<Il film originale è quasi tutto suo (anche se, ovviamente, ben diretto e fotografato), tratto dal romanzo che mi ha mandato con la storia intatta e i tanti dialoghi >>, dice Yost. << Il sequel è iniziato con un'idea che mi è venuta una mattina appena sveglio e non ho resistito. L'ho scritta, e allora ho chiesto a Jim di mandarmi un paio di cose, una di queste era l'esperienza vissuta durante l’isolamento per disintossicarsi. Sullo schermo quest’esperienza sarà straziante, rivaleggiando con il personaggio di Gene Hackman in French Connection II. >> Era stato Yost che per primo aveva introdotto l'allora nascente regista Van Sant al lavoro di Fogle ed è stato lui a dare il via allo sviluppo del film. Nel corso degli anni Fogle aveva inviato a Yost numerosi romanzi e racconti, e prima di incontrare Gus Van Sant Yost è stato in grado di raccogliere molti racconti di Fogle, dopo la modifica e il riordino, e pubblicati un po’ ovunque.

Fogle sarebbe potuto diventare un anti-eroe simile a Burroughs o anche un artista, poeta e cantante sulla scia e come Jim Carroll, nel 1989, al momento della pubblicazione di Drugstore Cowboy. Ebbe certamente l'opportunità di riprendere la sua esistenza e di godere di tutti i frutti della celebrità. Ma nonostante i molteplici tentativi di riabilitazione, la sua vena autodistruttiva non è mai scomparsa. Con grande frustrazione dei suoi amici e della famiglia, Fogle divenne una sorta di eroe popolare nel nord-ovest, con arresti per furti nelle (ovviamente) farmacie, le ultime due volte a Redmond, Washington nel 2010 e a Seattle nel 2011. Tutti i suoi racconti e romanzi sono stati scritti in carcere, dove ha trascorso quasi cinquanta dei suoi 75 anni, e al momento della sua morte, sempre in carcere nel 2012, stava scrivendo un'altra autobiografia romanzata.

In un'intervista tramite email Daniel Yost ha recentemente risposto ad alcune domande sulle sue esperienze di lavoro con James Fogle e dei suoi progetti per Drugstore Cowboy  (Backside of a Mirror)).

Come hai conosciuto Jim Fogle? Come lo descrivi come scrittore?
Daniel Yost: Fogle era al Washington State Penitentiary a Walla Walla, quando inviò un manoscritto a Tom Gaddis autore di L'uomo di Alcatraz, a Portland. Ero un ex giornalista sportivo freelance per The Oregonian e ho avuto modo di conoscere Tom dopo averlo intervistato per il giornale. Mi ha chiamato un giorno e mi ha detto che aveva ricevuto questo manoscritto per posta e voleva che io gli dessi un'occhiata. Ho chiesto di cosa trattasse ma si è rifiutato dicendo che.. dovevo assolutamente leggerlo. "Satan Sandbox era un romanzo su un ragazzo ingenuo e una drag queen nera in prigione a San Quentin. Era inebriante e vertiginoso nella forza della sua storia, della sua complessità e dell'umanità dei suoi personaggi. L'ho letto in una sola seduta, tutto di un fiato.

Jim aveva letto un sacco di libri nelle varie prigioni dove era stato ed era uno scrittore meraviglioso, fantastico soprattutto nei dialoghi. Ma aveva una formazione solo di 6 ° grado e il suo lavoro era pieno di errori grammaticali e di parole errate. Tom mi ha detto che avrei dovuto scrivere a Fogle e chiedere se potevo ripulire e riempire qualche buco della trama, dopodiché il libro sarebbe stato pubblicabile. Scrissi a Fogle, che accolse la mia partecipazione e iniziò subito a riversare con il cuore, e l'anima le sue esperienze in prigione in lunghe lettere. Anche nelle prime bozze, i manoscritti a volte avevano buchi nella trama e problemi strutturali. Quindi dovevano essere scritti e riscritti per essere pubblicabili. Quando ho finito la riscrittura, Tom lo ha inviato al suo agente di New York, che lo presentò a vari editori. Ma era troppo duro, troppo crudo per la loro sensibilità letteraria. Non c'erano acquirenti. Tre anni dopo Jim mi inviò Drugstore Cowboy, per cui feci lo stesso lavoro. Anche in questo caso, non vi furono acquirenti. Così decisi di scrivere una sceneggiatura di Satan Sandbox . Intanto stavo scrivendo una commedia per un cineasta di Portland, e durante quel periodo ho incontratoi Gus Van Sant. Verso la fine degli anni '80 mi ero trasferito a Los Angeles e aveva scritto diverse sceneggiature. Gus mi ha chiamato, dicendo che era a Los Angeles e mi ha chiesto se avevo qualcosa per le mani. Aveva fatto un film in 16mm molto low-budget, Mala Noche, e il suo agente di Los Angeles gli aveva dato l'opportunità di fare un altro film. Ci siamo incontrati in un negozio di gastronomia e ha chiesto se poteva leggere Drugstore Cowboy. Ha detto subito che sarebbe stato un film di $ 500K. Il resto è storia.
Dopo Drugstore, Satan Sandbox è stato opzionato, ma non se ne è fatto mai nulla. Da allora ho scritto cinque e più sceneggiature dagli scritti di Foglei. Ho ampliato il racconto Bird’s Nest On The Ground in The Thief And The Stripper. Fogle ampliò Bird’s Nest On The Ground dopo che ho io ne avevo scritto la sceneggiatura. E 'stato opzionato un paio di volte, ma anche qui non se né ha fatto niente. Doing It All era il terzo romanzo di Fogle. E 'stato opzionato un paio di volte nel corso di diversi anni, sempre con lo stesso risultato. E ho scritto un sequel di Drugstore Cowboy. Un produttore sta attualmente lavorando sui finanziamenti. Altri manoscritti inediti di Fogle hanno bisogno di essere rivisti. C'è la possibilità che tutto ciò che ha scritto, tra cui le sue lettere nel corso degli anni, finirà per essere considerato di valore, soprattutto se verranno realizzati altri film.

Solo Drugstore Cowboy è stato pubblicato (Delta Fiction), e solo dopo che il film iniziò a vincere dei premi. Due anni fa è stato pubblicato in Francia. Jim Fogle ha scritto romanzi originali e racconti: Satan Sandbox, Drugstore Cowboy, Do it All, House Of Worms, Reckless Endearment, Harse Apples, Gold Gold Gold, Needle In The Sky, The Just And The Unjust e “Bird’s Nest On The Ground” (a short story). Più una autobiografia (I was born) che stava scrivendo quando è morto.

Inoltre, ha scritto Happy Face Killer da un manoscritto autobiografico inedito del serial killer Keith Jesperson. Nel 2001, senza che Fogle lo sapesse e senza il suol permesso, Harse Apples è stato pubblicato su Amazon come Cissy ‘s Magic da un compagno di cella di Fogle, Edwin Allen Lee (pseudonimo), che ha aggiunto anche il suo nome come co-autore. Lee ha fatto la stessa cosa con Happy Face Killer. Né Fogle, né Yost sapevano come questo sia successo, Lee è poi morto nel 2007, non avendo mai contattato Fogle.

Come lo descrivi come persona?
Daniel Yost: Jim è stato uno delle persone più dolci e più belle che io abbia mai conosciuto. Naturalmente abbiamo avuto un rapporto fiducioso di amicizia e di collaborazione costante, e abbiamo condiviso il reddito (meno di sei cifre) ricavato dalla sua scrittura e dalle mie opzioni sulle sceneggiature. Tuttavia, ho incontrato molti dei suoi amici, quando era uscito di prigione, ed era chiaro che era ben voluto e rispettato da tutti. E quando l'ho visitato un paio di volte nella grande sala pranzo presso l’Istituto di Correzione Monroe a nord est di Seattle, prima di morire nel 2012, era evidente che anche lì era ben voluto. Lui rideva, citando sua madre , "Jim ti darà la sua camicia, e se non ce l’ ha, ne ruberà una per te." Sua madre, morta alla fine degli anni '90 lavorava come consulente speciale per la scuola superiore, mi ha detto che la cosa che più rimpiangeva nella vita era quella di non aver impedito al marito di picchiare Jim quando era ragazzino.

Qualcuno, per quanto si sa, è intervenuto fuori del sistema giudiziario per cercare di convincerlo a cercare aiuto per sconfiggere la sua dipendenza?
Daniel Yost: Jim entrava e usciva dal carcere nel corso degli anni. Un paio di volte è stato rilasciato a metà della pena grazie ai programmi di metadone. E quando era più giovane, aveva fatto il macchinista (anche in carcere). Ma non sono mai stato in grado di fare abbastanza denaro attraverso i libri e il cinema per non fargli avere bisogno di un lavoro. Così a volte sistemava vecchie auto con gli amici per venderle. E rubare nelle farmacie, vendere i medicinali (tranne quelli che teneva per lui) è stato per lui come avere cucito un abito addosso ed è stata sempre lì come opzione. Non c'è mai stato un vero aiuto esterno per la sua dipendenza. Amava raccontare storie e recitare alcune delle sue poesie che aveva memorizzato

Quali sono state le tue esperienze di lavoro con lui nel corso degli anni? Come hai fatto a lavorare e stare con lui senza la paura di poter essere arrestato ripetutamente?
Daniel Yost: Abbiamo avuto un grande rapporto di lavoro. Principalmente questo mi ha coinvolto nel chiedere materiale aggiuntivo quando scrivevo le sceneggiature (che ha sempre fornito), che gli inviavo per sentire la sua opinione e avere l'approvazione. Ho continuato a informarlo tramite lettera su quello che stava succedendo con le sceneggiature, gli incontri con i produttori, e così via. Purtroppo, nessuno è stato mai in grado di finanziare un film. Senza i soldi, non ero in grado di aiutare Jim più di tanto. Altro che amicizia. Ovviamente non ero felice di vederlo sempre farsi arrestare e tornare in prigione. Ma mi sono ricordato quello che Tom Gaddis mi aveva detto, che molti detenuti si abituano alla carcerazione ed è quasi un ritorno a casa: alcuni di loro vivono meglio in una situazione altamente strutturata. Faceva molto male ricevere una telefonata di Jim nel bel mezzo della notte, in inverno, quando pioveva, a Tacoma e non aveva un posto dove andare. Ed è anche vero che tutto quello che ha scritto Fogle lo ha scritto in carcere. Quando era fuori, nulla. Sua madre mi ha detto che una volta che lo ha trovato sul pavimento nella sua camera da letto a piangere. Si sentiva senza speranza e non sapeva cosa fare di se stesso. Una settimana prima di morire, ero al suo capezzale nella prigione di Monroe. Aveva il cancro mesotelioma al polmone, preso dopo aver lavorato come operaio addetto alle tubazioni piene di amianto in diverse prigioni, ma i medici non sono mai stati in grado di dimostrarlo definitivamente, senza avere un campione di tessuto di grandi dimensioni. Avvocati di Seattle volevano portare il caso in tribunale, anche senza il campione di tessuto. Jim mi aveva detto di chiedere un'autopsia e così avrei potuto ottenere soldi in una causa legale. Gli ho detto che avrei aperto una fondazione per il trattamento farmacologico dei tossicodipendenti in suo nome. Emaciato, collegato a tre tubi, si era messo improvvisamente a sedere e alzò la voce, "Diavolo, con quei soldi,fai un film!" Dopo la sua morte, è stato cremato, su richiesta del solo suo parente in vita. Niente autopsia.

Al suo capezzale, mi sono scusato con Jim per non essere stato in grado di fare tutto quello che andava fatto. Gli ho detto che lo avrei fatto prima o poi e promesso che sarebbe stato lì quando sarebbe successo, nello spirito se non del corpo. Disse: "Io ci sarò." Forse il migliore di tutti i film possibili sulla sua vita e sul suoi lavoro, sarà fatto. E gli altri anche.

Qual è la trama di Drugstore Cowboy (Backside of a Mirror)? A che punto dopo la fine del primo libro inizia?
Daniel Yost: E 'una quindicina di anni più tardi. Bob Hughes è sobrio, vive con sua madre, che gli rifà il letto e gli mette a posto i calzini. Gioca a golf con Det. E va con Gentry (ora suo amico), a lavorare come macchinista e al programma di mantenimento. Rick e Diane si presentano improvvisamente, entrambi ancora tossicodipendenti. La polizia le ha sparato alla coscia, e si scatena l'inferno. E 'una storia di redenzione per Bob, con sua madre, la moglie e se stesso. Ma con tanto di conflitto, caos, follia, umorismo assurdo e vicinanza commossa, come il primo film..



26/02/15

Ai lavoratori della conoscenza, e a quelli del lavoro tradizionale: #MAI CON SALVINI


Un appello ad artisti, insegnanti, lavoratori della conoscenza, al mondo del lavoro tradizionale per costruire una grande campagna contro la manifestazione della Lega a Roma il 28 febbraio. INTERZONE ADERISCE


Caro Lettore, Artista, Insegnante, Artigiano, Ricercatore, Lavoratore della conoscenza,
Cara Persona, prima di qualsiasi mestiere,
Che veicola saperi attraverso le infinite linee immateriali della cultura,
Che vivi e vuoi vivere in un mondo pieno di bellezza, quella che si riversa su di te o che scaturisce direttamente dalle tue energie positive.


Non sei abituato e mai lo sarai al malessere, alle strade che si sporcano di odio, alle pance che dimagriscono per ingrassarne altre, alla violenza, alla privazione di libertà.
Sei abituato invece a sopportare tutto questo se accade agli altri fintanto che “l’altro” non sei tu.
Sei affascinato dai contrasti di colori sulla tela del pittore, dalle sfumature in lontananza aggrappate all’orizzonte, da ogni singola differenza che genera armonia.
Non sopporti la distruzione della composizione sociale in nome dell’appartenenza, del privilegio, dell’avidità, della prevaricazione, della paura.
Non sopporti chi distrugge, anziché valorizzare, la dignità umana in nome di differenze etniche, di genere, religiose, culturali, occultando parole come xenofobia, razzismo ed omofobia.

Disprezzi ogni forma di degrado, di abbandono, di mal curanza dovuta a chi vuole per sé togliendo agli altri, ma per troppo tempo hai tollerato chi accoppia il degrado al disagio di persone alle quali molto è stato tolto per ingrassare quelle pance lì o quelle appartenenze là. Per troppo tempo hai tollerato chi spiega il degrado con il linguaggio del razzismo, quando il primo è la conseguenza del secondo; il risultato di chi in virtù di una sprezzante, infondata, superiorità, priva l’altro della possibilità di integrarsi e nega ogni condivisione, costruisce privilegi fondati sull’esclusione e protetti da barriere, muri, filo spinato, guerra e ulteriore povertà.

Il vero degrado è la crisi e la povertà non chi è in crisi ed in povertà.
Il vero degrado è chi nella crisi e con la crisi si arricchisce.
Il vero degrado è chi la crisi l’ha prodotta.

A te che nascondi una forte disapprovazione per tutto questo, chiediamo che il 28 Febbraio, il giorno dell’arrivo di Salvini a Roma, dell’orribile sfilata di Lega Nord e CasaPound, alfieri del “Razzismo del Terzo Millennio”, tu venga a contestare quello che ormai non accetti più, la discriminazione e una distorta visione del degrado. Chiediamo che tu venga a contestare Salvini e ad esprimere tutta la tua voglia di libertà e giustizia, vero motore di ogni bellezza.

Invitiamo lettori, artisti, insegnanti, artigiani, ricercatori, lavoratori della conoscenza, persone prima di qualsiasi mestiere, chi veicola saperi attraverso le infinite linee immateriali della cultura, chi vive e vuole vivere in un mondo pieno di bellezza…
…ad aderire al nostro appello, condividerlo e rilanciarlo, a girare brevi clip video e foto in cui raccontino il loro perché #MaiConSalvini, che ci aiutino a far viaggiare la campagna e che siano al nostro fianco il 28 febbraio, al fianco della Roma che resiste tutti i giorni nei quartieri, nelle scuole nelle università nelle case occupate alle politiche di austerity, alle campagne razziste e omofobe di cui Salvini e i suoi sono responsabili.

TUTTI A ROMA, Sabato 28 febbraio ore 14 corteo da Piazza Vittorio
La pagina FB della campagna #MaiConSalvini

#MAI CON SALVINI ROMA NON TI VUOLE
#ROMANONSILEGA

STAY TUNED



Interviste (Inspiegabilmente) ostili

Non bisogna mai prenderla sul piano personale. Forse il giornalista, o la persona incaricata di intervistare ha ricevuto informazioni sbagliate, forse è stato mandato..allo sbaraglio. Fatto sta che l'’intelligenza empatica degli artisti, la trama della loro vita intessuta di sogni e dolore, il loro modo speciale di infrangere e personalizzare le regole possono farci da “tutorial”. Il carisma è un muscolo da allenare: con perseveranza, spirito d’osservazione e dosi massicce di humour, doti che spesso le rockstar non posseggono. La cosa nelle interviste scatena domande a carattere personale e artistico che ... fermi a pensare, è uno degli elementi che manda fuori di testa le rockstar.
Certo è che gli arti­sti pop e rock hanno sem­pre avuto una certa avver­sione nei con­fronti dei media in genere ma..  ovvia­mente i gior­na­li­sti musi­cali, oggi meno influenti di una volta,  che un tempo erano in grado di deci­dere con un tratto di penna le for­tune di intere car­riere sono i bersagli preferiti. «Il gior­na­li­smo che si occupa di rock è fatto da gente che non sa scri­vere che inter­vi­sta gente che non sa par­lare, per gente che non sa leg­gere». Perla di saggezza immortale del solito Frank Zappa..

Prima di ingen­ti­lirsi can­tando con Kylie Mino­gue, Nick Cave era un tipo dav­vero poco rac­co­man­da­bile. E da cui girare alla larga. Almeno cosi sem­bre­rebbe dalla can­zone Scum (letame) uscita sull’album Your Fune­ral… My Trial. È una can­zone dell’odio in cui Cave elenca senza pietà una serie di per­so­naggi che odia e che descrive in modi irri­pe­ti­bili. Non manca un gior­na­li­sta reo, secondo il testo di aver scritto una «cat­tiva recen­sione». Nick non dimen­tica e pro­mette ven­detta: «Forse tu stai pen­sando che sia solo acqua pas­sata. Mio non-amico, io sono uno che si tiene il risen­ti­mento. Ti ho creato io, fot­tuto tra­di­tore, sega­iolo cro­nico… Da che buco sei spun­tato fuori Giuda, Bruto, Letame?»...
E' 1994 e il rocker australiano Nick Cave non sembra molto contento di esibirsi al Lollapalooza Festival. Fortunatamente, MTV ha avuto la lungimiranza di mettergli vicino degli amici rock star e affida l'intervista al frontman degli Smashing Pumpkins, Billy Corgan. Corgan gli chiede di come è stato invitato al festival: "Beh, il mio manager mi ha telefonato e mi ha detto che dovevo fare questa cosa." Inizia così, l'affascinante conversazione. Occhiali da sole e volto inespressivo, Cave risponde alla domanda successiva, poi visibilmente annoiato, e lamentando che ha già fatto questo "stessa intervista con MTV" chiede a Corgan se le domande sono le sue. Si potrebbe pensare se Cave, dopo alcuni decenni nel business della musica, non riesca a capire che fa parte dell'essere una celebrità rispondere alle stesse domande più volte, soprattutto quando si è in un grande evento sulla televisione nazionale. Il buon umore di Corgan non rende un buon servizio a se stesso, e erroneamente dice che la band di Cave è inglese!. In sua difesa, c'è solo il fatto che Cave si trasferì in Inghilterra molto presto dall'Australia, e che alcuni dei membri della sua band sono inglesi. Corgan si scusa, viene fuori il suo "livello di rispetto e di preparazione" ma questo fa solo irritare Cave . Conclude l'intervista dicendo a Corgan, allora 27 enne, che ha "la mentalità di un adolescente." Al poveretto era stato affidato un incarico ingrato, e dopo gli è toccata anche un intervista molto "impegnativa" con MCA dei Beastie Boys



Billy Bob Thornton, candidato all'Oscar per la sua interpretazione in Sling Blade (Lama Tagliente) da lui scritto e diretto nel 1996 di (ne poi ha vinto uno per la sceneggiatura). in questa intervista alla radio canadese con Jian Ghomeshi per promuovere la sua band, i Boxmasters, aveva messo in guardia i produttori dello show che assolutamente non avrebbe risposto a domande sulla sua carriera cinematografica. Thornton si adombra già con l'introduzione di Ghomeshi, in cui comprensibilmente fa riferimento ai suoi piani futuri nel cinema. Thornton fornisce solo risposte da cupo-adolescente, tutte le varianti di "Non so cosa intendi".. mentre gli altri Boxmasters sembrano soffrire molto la situazione.

Ghomeshi per un po' reindirizza le sue domande ai membri della band , ma ricade con Thorton nella grande errore: lui divaga parlando senza senso di una rivista a cui si era abbonato da bambino, Famous Monsters of Filmland. Ascoltarlo, è una straordinaria impresa di digressione. Thornton infine (si vede al 7° minuto..) esprime la sua frustrazione con Ghomeshi, che secondo lui suggerisce che la musica per lui è solo un hobby, e afferma che un intervistatore non avrebbe mai chiesto a Tom Petty se la musica fosse il suo primo amore. "Il mio primo amore è stato un pulcino di nome Lisa Cohen," dice impassibile, rispondendo una volta per tutte alla questione tanto dibattuta se Thornton avesse mai avuto una ragazza ebrea!. Il padrone di casa chiama una tregua di 10 minuti, e i due avversari zoppicando si avviano al traguardo. Nota a margine: le serie iniziali di Famous Monsters of Filmland, dagli anni '50 ai '60, vengono vendute su eBay per diverse centinaia di dollari. Non si sa se Thornton stia progettando di fare un film, e affidare la colonna sonora .. a se stesso.



Se pensavate che Billy Bob Thornton è stato sul passivo-aggressivo-taciturno nell'intervista di cui sopra, non è niente rispetto al leader della band islandese Sigur Ros, ospite del Bryant Park Project, un programma mattutino di notizie della NPR., nel 2007. Parla con Luke Burbank, anche se "parlare" è in questo caso un modo di dire, mentre i membri della band borbottano, ridono nervosamente nelle pause, e atrocemente, di tanto in tanto, sussurrano una parola o due, comportandosi come se stessero assistendo a un omicidio particolarmente raccapricciante. Immaginate la conversazione più tesa e nervosa che vi sia mai capitata, moltiplicatela per 10, e mettetela in onda in diretta radiofonica. Si potrebbe pensare che ci sia una barriera linguistica. Forse sono più a loro agio nel comunicare "Hopelandic," la lingua inventata che usano in alcune delle loro canzoni. Fino a quando Burbank chiede qualcosa sulla band, e uno di loro risponde "E' solo una fottuta stronzata .." (tutto censurato poi da NPR) .
L'intervista era così orribile che NPR ha poi fatto il suo mea-culpa, con Burbank che coraggiosamente chiede a un vero giornalista musicale di giudicare le sue abilità di intervistatore. Si fa notare, per esempio, che avrebbe dovuto mirare ai singoli membri invece della band nel suo insieme, facendo domande a cui hanno sempre dato risposte in altre occasioni e suscitando solo la loro irritabilità.
Per un colloquio meno imbarazzante, forse Burbank avrebbe dovuto intervistare l'amica e collega islandese della band, Bjork...




«Entri nella stanza con la matita in mano, vedi qual­cuno nudo e dici chi è quell’uomo? Ce la metti vera­mente tutta ma non capi­sci». Il Mr. Jones di cui canta Bob Dylan in que­sto brano tratto da High­way 61 Revi­si­ted è un po’ l’archetipo del gior­na­li­sta un po’ inge­nuo inca­pace di capire i cam­bia­menti del mondo che lo cir­conda. È anche diven­tato il sim­bolo di come i pro­ta­go­ni­sti della musica vedono cri­tici e repor­ter. Dylan che all’epoca era in pole­mica col mondo intero e dete­stava di cuore la stampa non rispar­mia iro­nie cau­sti­che: «Sta suc­ce­dendo qual­cosa qui ma tu non sai che cosa (…) dovrebbe esserci una legge per impe­dirti di andare in giro».
Il Tour di Bob Dylan del 1965 nel Regno Unito, catturato nel documentario Don't Look Back, l'americano dalla voce roca spende un sacco di tempo rilasciando interviste e pasticciando, a volte davvero goffamente, con la stampa insaziabile . Ma in una terribile discrepanza, la rivista Time diede incarico a Horace Judson, uno storico di biologia molecolare, di intervistare la voce della sua generazione. Il folksinger - un'etichetta che Bob ha sempre sdegnato - si lancia in un lungo, semi-articolato monologo sbraitante contro Time e la stampa mainstream in genere per spaccio di falsità. Sembra una matricola di un college che ha appena scoperto Noam Chomsky e torna a casa per la festa del Ringraziamento a raccontare la sua famiglia come questi sono disgustosamente borghesi . Judson rimane imperturbabile mentre Dylan è sempre più infiammato, si vanta di essere un buon cantante come il grande tenore italiano Enrico Caruso. "La mia opinione di allora e di oggi", ha poi detto Judson, che continuò a seguire Dylan nella sua esibizione di quella sera "è che la musica fu sgradevole, i testi gonfiati, e Dylan un auto-indulgente, piagnucolone esibizionista."





25/02/15

Interzone Best Sony World Photography 2015

Ramil Gilvanov Rimma Gilvanova. Gattine
L'OSCAR DELLA FOTOGRAFIA 2015

Sony World Photography Award: 35 istantanee d'autore in gara

Ancora fotografia, dopo il World Press Photo, ancora scatti d'autore, immagini emozionanti, testimonianze di eventi e di denuncia. O semplici ritratti. 173.444 immagini, provenienti da 171 Paesi, suddivise in 3 sezioni: Professionisti (13 categorie), Open (10 categorie) e Giovani (3 categorie), aperte rispettivamente a professionisti, fotoamatori e giovani fino ai 19 anni. I vincitori saranno annunciati durante la cerimonia di gala dei Sony World Photography Awards che si terrà a Londra giovedì 23 aprile.   Abbiamo come sempre scelto quelle che consideriamo più efficaci, tra le prescelte alla finale di una tra le competizioni più ambite..

(clicca per ingrandire) 
 
Vladyslav Musiienko. Un rivoltoso suona il piano sulle barricate di piazza Maidan durante le proteste che hanno dato il via alla rivoluzione ucraina.

Gili Yaari. Uomini dela setta ultra-ortodossa Toldot Aharon celebrano la festività del Purim a Gerusalemme.

Simon Morris. Nenet cerca di giocare a meno 40 gradi, in Siberia.

Farid Sani. Venice Tehranù Spandau Berlino, quattro città in una

Andrea de Franciscis,They shall never die 

Massimo Rumi, Pushkar, India. Morning Mantra



Clint Eastwood a Michael Moore: se vieni ti uccido

Ormai è compromesso… il suo rapporto con Clint Eastwood, stando alle sue recenti parole. E Michael Moore fa risalire tutto ad un episodio del 2005, quando Eastwood lo minacciò di morte.. Come ha spiegato poi il sulla sua pagina Facebook: «Un sacco di gente mi chiede se il rumor è vero, cioè la natura del mio confronto con Eastwood nel 2005. Quindi ho deciso di dire alcune parole… Dieci anni fa, in questa settimana, Clint Eastwood durante la cena dei premi National Board of Review ha annunciato a me e al pubblico presente che mi “avrebbe ucciso” se mi fossi presentato a casa sua con una telecamera per realizzare un’intervista. “Ti uccido” ha dichiarato. Il pubblico ha riso nervosamente. Ho deciso immediatamente che stava solo cercando di essere divertente, quindi ho riso, nervosamente, come tutti gli altri. ”Dico sul serio”, abbaiò poi, e il pubblico è diventato più silenzioso. “Ti sparerei”.
Dovrei probabilmente stopparmi qui e dire soltanto che Clint Eastwood è un grande regista. Ma qualcosa ha cominciato a diventare strano nell’ultimo decennio. Ora American Sniper, un caos di film che riscrive la storia del cinema (noi che invadiamo l’Iraq per vendicarci dell’11 settembre), che porta avanti sentimenti razzisti nei confronti degli Arabi, e ha una trama semplicistica che mostra come Hollywood veda il cecchino buono bianco e quello cattivo in nero. Il protagonista diventa una vittima sia dell’epidemia dello stress post traumatico sia della violenta cultura americana e texana delle armi che, alla fine, si prende la sua vita.»

Non per essere fuori dal coro a tutti i costi, ma quì il cinema di Eastwood non ha mai avuto particolari estimatori, dagli spaghetti western (volevo un attore che non esprimesse assolutamente niente, disse una volta Sergio Leone..) a Dirty Harry fino alle ultime sue fatiche, con alcuni buoni primi tempi, per poi scivolare sempre nella melassa e nella retorica. Scatenando polemiche a raffica, il suo American Sniper, sull'infallibile tiratore dei Navy Seals americani che abbatte iracheni a più non posso, era uno dei candidati all'Oscar di quest'anno, ma è stato quasi completamente ignorato, se non fosse per il premio al miglior mon­tag­gio sonoro, insieme a un film che forse qualcosa meritava, quel Selma della regi­sta Ava DuVer­nay,( rievocazione delle marce da Selma a Montgomery che dal 1965 segnarono l'inizio della rivolta per i diritti civili negli Stati Uniti) e forse The Grand Buda­pest Hotel, di Wes Ander­son, che non ha vinto — come ci si aspet­tava invece — il pre­mio di miglior sce­neg­gia­tura non ori­gi­nale, ma ha por­tato a casa Oscar per la migliore colonna sonora. Ora, il film di Eastwood era salito alla ribalta anche per il processo all'assassino del vero American Sniper, un suo commilitone colpito dalla malattia che affligge molti dei reduci americani combattenti in Medio Oriente, processo che si è concluso con la condanna all'ergastolo dell'imputato. Del film, di Eastwood e delle ultime vicende della destra americana ci perla Michael Moore in quest'intervista rilasciata poco prima della cerimonia degli oscar a Vice America..

Il 18 gennaio, due giorni dopo l'uscita di American Sniper di Clint Eastwood, Michael Moore ha twittato: "Mio zio è stato ucciso da un cecchino durante la seconda guerra mondiale. Ci hanno insegnato che i cecchini sono dei codardi. Ti sparano alle spalle. I cecchini non sono eroi. E gli invasori sono peggio," seguito da: "Ma se sei sul tetto di casa tua a difenderla dagli invasori venuti dall'altro capo del mondo allora non sei un cecchino, sei un eroe." La reazione della destra è stata rapida e decisa. Breitbart ha definito i tweet "un trollaggio patetico," John McCain li ha trovati "idioti" e "offensivi," mentre Kid Rock ha scritto sul suo sito, "Michael Moore, sei un pezzo di merda e tuo zio si vergognerebbe di te." Ma la reazione più drammatica è arrivata da Sarah Palin, che durante la cerimonia per il conferimento della medaglia al valore al sergente Dakota Meyer ha mostrato un cartello con scritto: "Fuck You, Michael Moore" con due mirini al posto delle O di Moore.


Prima di parlare delle reazioni e di darti l'opportunità di chiarirne il significato, puoi dirci cosa ti ha spinto a scriverli, qual era la tua condizione emotiva?
Voglio premettere che non sento necessità di chiarire o difendere quello che ho scritto. Ne vado fiero. Non mi rimangio niente, e anzi ho aggiunto altro. Non mi faccio intimidire da persone che hanno trascinato un'intera nazione in una guerra illegale e senza senso. Tutto questo non ha avuto alcun impatto su di me. Ovviamente se mi fossi sbagliato, se fossi stato ingiusto, mi sarei certamente corretto, ma in questo caso non ho sbagliato. E mi manda davvero in bestia sentir dire che Michael Moore ha fatto marcia indietro, perché non è vero. Non devo giustificare le mie opinioni, né devo scusarmi per il fatto che voglio che i guerrafondai di questo paese la piantino una volta per tutte.

Su Twitter hai parlato dei cecchini, un tema che merita di essere approfondito, e poi c'è American Sniper—stai parlando di due cose diverse, giusto?
Esatto. Nei miei tweet sono stato attento a non dire nulla di American Sniper. Ho scritto quello che ho scritto perché quel weekend si parlava molto dei cecchini, per via del film, ma anche perché era l'anniversario della nascita di Martin Luther King, e ho trovato sgradevole che un film su un cecchino uscisse proprio nei giorni dedicati a un grande cittadino americano ucciso da un cecchino. E se nessuno ci trova niente di sbagliato, come vi sentireste se l'uscita di American Sniper 2 fosse annunciata per il 22 novembre [anniversario della morte di J.F.K.]?

Sì, non credo che sarebbe una grande idea realizzare un film su un attacco terroristico e farlo uscire l'11 settembre, ad esempio.
Esatto. Sarebbe come se un negozio di elettrodomestici sfruttasse il giorno Giorno della memoria per mettere fuori un cartello con scritto Oggi, forni in saldo. Chiaramente si tratta di un esempio estremo, ma dimostra che bisogna stare attenti al contesto. O magari hanno pianificato tutto. Magari il piano era, È appena uscito Selma. Ma i bianchi andranno a vederlo? Diamo anche ai bianchi qualcosa da vedere al cinema nel weekend dedicato a Martin Luther King. Non lo so, mi ha lasciato davvero di sasso. Mi ha fatto pensare ai cecchini, e se tu fossi cresciuto nella mia famiglia capiresti che è un nervo scoperto.

[...] Subito dopo il primo, ho scritto un altro tweet per chiarire cosa intendevo con il termine "cecchino." Un cecchino, per me, è un membro dell'esercito aggressore. È il soldato che combatte in modo sbagliato, che sale sul tetto degli edifici o sugli alberi, si nasconde e uccide senza che le vittime possano accorgersi della sua presenza, senza che possano in alcun modo difendersi o reagire. Ma se l'esercito di un altro stato marciasse su Broadway e qualcuno si arrampicasse su un tetto e cercasse in ogni modo di fermarlo, quello non sarebbe un cecchino. Sarebbe semplicemente una persona che sta difendendo la patria. Anche il cecchino arabo in American Sniper stava facendo proprio questo: stava cercando di fermare gli invasori.
All'inizio i cecchini venivano chiamati "tiratori scelti." Non si è parlato di "cecchini" fino alla Prima guerra mondiale. È stata la Germania durante la Prima guerra mondiale a perfezionare il concetto di cecchino, non gli Alleati. E da lì si è affermato. Durante la Seconda guerra mondiale—puoi controllare—due terzi dei soldati uccisi dai tedeschi e dai giapponesi sono morti per mano dei cecchini. Col proseguire della guerra, anche i russi hanno iniziato a usare questa tattica. Negli Stati Uniti avevamo una scuola di perfezionamento per cecchini in Ohio, ma Eisenhower l'ha chiusa tra il 1956 e il 1957.

Perché?
Non lo so. Questa settimana ho fatto un po' di ricerca. È rimasta chiusa per 30 anni, finché Reagan non l'ha riaperta nel 1987 a Fort Benning. Se ne è parlato molto dopo la guerra in Corea—me l'ha raccontato un veterano—e ne è risultato che non ha nulla a che fare con il modo americano di combattere. Quando dobbiamo difenderci siamo disposti a tutto, quindi se oggi venissimo attaccati diventeremmo tutti dei cecchini, se così si può dire. Ma quando arrivano i liberatori, sono i cecchini che li fanno fuori. Ed è questa la confusione che fa nascere FOX News. Intendo dire che quando parlano di American Sniper parlano dei soldati americani come fossero i liberatori dell'Iraq! Non abbiamo liberato proprio un bel niente. Abbiamo solo peggiorato la situazione, e abbiamo perso la guerra. Avremo un futuro migliore quando riusciremo ad ammettere che abbiamo perso in Vietnam, perso in Iraq e perso in Afghanistan.

La destra americana elogia questo film, sta andando davvero bene. Posto che un film va bene se alla gente piace il protagonista, vuol dire che agli americani piace questo cecchino, giusto? Perché, secondo te? Hai ragione quando dici che i cecchini sono sempre stati una figura sinistra. A morire è sempre il povero soldato in campo aperto, mentre l'infido cecchino si nasconde. Ma cosa c'è in questo cecchino che ha colpito e soddisfatto così tanto il popolo americano? Intorno a questo film è sorto un vero dramma psicologico nazionale.
Sì, e torna al fatto che siamo consapevoli di aver sbagliato. Sappiamo che non c'era nessuna arma di distruzione di massa. Sappiamo che 4.400 americani hanno perso la vita, come decine di migliaia di iracheni. Lo sappiamo, e sotto sotto ci sentiamo profondamente in colpa. Inoltre molti repubblicani che vanno a vedere il film, sai anche tu che non vivono fuori dal mondo. Tra i loro famigliari e tra i loro vicini ci sono reduci che sono tornati a pezzi dalla guerra. Il disturbo post-traumatico da stress è incredibilmente diffuso. I soldati tornati da questa guerra hanno gravi problemi a livello psicologico. E devo confessarti che, avendolo visto due volte, durante il finale rimangono tutti molto tranquilli. Nessuno festeggia. Credimi, io il film l'ho visto in compagnia di un pubblico che non ha esattamente le mie stesse idee politiche. Erano tutti molto colpiti, molto tristi. Tutti i personaggi principali del film finiscono per avere problemi psichici o peggio. Il film non è una celebrazione. Magari c'è chi arriva in sala esaltato, ma di certo non ne esce allo stesso modo.
Adesso la gente vuole vedere il film per il dibattito che ha scatenato, e perché è stato nominato agli Oscar. E poi è di Clint Eastwood—ha fatto dei film straordinari. La gente va al cinema per molte ragioni, ma devo dirti un'altra cosa, io l'ho visto a Union Square e in quel cinema non c'era una sola persona di Greenwich o di Manhattan. Venivano tutti col treno dal New Jersey o da Long Island. È stata fatta una ricerca—per sapere chi va al cinema—e ne è venuto fuori che il pubblico di questo film è tutta gente che va al cinema una volta all'anno, o nemmeno quella. È lo stesso tipo di pubblico di La Passione di Cristo.

È uscito da poco un altro film intitolato Fury. L'hai visto?
Sì.
 
Anche in quel film c'è un cecchino. Sembra che il valore di un cecchino dipenda dal punto di vista dell'osservatore. Qui il cecchino è il personaggio negativo che fa un'imboscata contro Brad Pitt.
Mi è piaciuto quel film. È un film di guerra fatto veramente bene che mi ha tenuto incollato allo schermo. All'inizio del film gli alleati arrivano in una città dove c'è un altro cecchino tedesco. I cecchini tedeschi erano sempre un problema per gli americani che entravano nelle città. Gli invasori, i tedeschi, occupavano la città e provavano a respingere le truppe liberatrici. Non potevano vincere in uno scontro diretto, gli americani avevano più soldati, più armi, più risorse. Ma io la vedo anche in modo più karmico: nella storia l'oppressore, l'invasore finisce—non sempre ma quasi—per essere sconfitto. In altre parole il bene trionfa sul male. Con alcune eccezioni, tra cui i nativi americani sono la più evidente.
Ricevo molte mail da persone che scrivono, Chris Kyle ha protetto i nostri soldati e ha salvato molte vite. Cosa vuol dire, che ha salvato delle vite? Le vite dei nostri soldati non dovevano essere messe a repentaglio. Eravamo noi quelli dalla parte del torto; eravamo gli invasori e alla fine abbiamo perso. Siamo andati là con motivazioni false, e abbiamo lasciato quel posto in condizioni peggiori di quando siamo arrivati.

Considerate anche le tue emozioni e la tua personale esperienza sul concetto di cecchino, puoi descriverci come ti sentivi prima di entrare al cinema, e come ti sei sentito uscendone?Era chiaro che quel cinema era pieno di veterani, soldati in servizio, famigliari e amici, ma ero contento di essere al cinema con questo tipo di pubblico, perché erano molto presi dal film. C'è chi ha pianto. I titoli di coda non erano accompagnati da nessuna musica—c'era un'atmosfera funebre. Tutti i personaggi principali escono devastati dalla guerra, alcuni cambiano idea e diventano pacifisti, altri muoiono. Alla fine non c'è nessuna vittoria americana per cui festeggiare, non c'è modo di pensare, Guardate cosa siamo riusciti a fare, o, come alla fine di Salvate il soldato Ryan, quando Tom Hanks muore, Be', almeno è morto per una buona causa. In questo film non c'è niente di tutto questo. Non c'è catarsi.

[..] Sono state fatte alcune buone scelte: ad esempio ho trovato coraggioso scegliere di non avere una canzone di chiusura, nessun tipo di musica, solo i titoli di coda che scorrono nel buio. Nel buio e nel silenzio. Per quanto riguarda invece la storia, è qui che il film si fa un po' più ostico, perché di base Clint voleva semplicemente girare un western vecchio stile—quindi mantenere una struttura molto semplice: le Torri Gemelle vengono colpite, loro vengono chiamati e subito dopo si ritrovano in Iraq.
Se non si presta attenzione, il film praticamente dice che noi siamo stati attaccati e quindi a nostra volta abbiamo attaccato l'Iraq. Sappiamo perfettamente che l'Iraq non c'entra nulla con l'11 settembre, ma il film sottintende che c'entri, e che la missione del protagonista sia di difendere il nostro paese. Ma il fatto che sia andato in Iraq non ci ha difeso da nulla. Ci sono dei problemi con la trama del film, e credo fosse per questo che la gente parlava in sala, perché erano confusi. American Sniper copre un lasso di tempo di circa cinque o sei anni per un totale di tre o quattro giri dell'Iraq, e la gente si chiedeva, come è possibile che finisca proprio nella stessa città con quella stessa persona? È solo semplicistico come i vecchi film western. In questo senso, è una specie di B-movie. Poi ovviamente ci sono tutti i dettagli storici sbagliati, ma non mi voglio addentrare. È un film, quindi non lo guardo come se fosse un documentario.

A Traverse City, dove vivo, ho iniziato questi programmi di recupero per veterani affetti da disturbi post traumatici da stress. Organizzo conferenze per aiutarli a trovare lavoro. Ho dato il via a un progetto pensato appositamente per favorire l'assunzioni dei veterani della guerra in Iraq e in Afghanistan e i soldati e le loro famiglie possono frequentare i miei cinema gratis, senza dover sborsare un centesimo.

Proietterai il film nei tuoi cinema, vero?
Sì, lo farò vedere in uno dei miei tre cinema. Perché penso che sia parte del dibattito sull'identità americana, e la gente dovrebbe guardarlo. Non puoi parlarne se prima non l'hai visto. John McCain mi ha criticato per quello che ho detto sui cecchini in generale, un reporter gli ha poi domandato se avesse visto il film e lui ha risposto, No, non l'ho ancora visto. Mi ha ricordato quella volta che è stato da Letterman e ha criticato 9/11; Letterman gli ha chiesto, Ha visto il film? e lui ha risposto, No, non l'ho ancora visto. Allora Letterman gli ha detto Senatore, crede sia giusto criticare qualcosa che non ha visto? E McCain ha risposto, No, forse ha ragione lei. Dovrei guardarlo.

Infine, il giudizio "politico" di Moore su Clint Eastwood:[...] Clint Eastwood non è un ideologo di destra; politicamente è un po' un mix. È un vero e proprio liberale. Non credo che sia dell'idea che gli Stati Uniti dovrebbero essere il poliziotto del mondo. È stato un segnale forte mostrare che il fratello del protagonista è contro la guerra.
Tutti capiscono che Chris continua a mentire a se stesso, a dire che ne vale la pena; continua a ripeterselo perché sotto sotto sa anche lui che non è vero—non si trova lì per difendere gli Stati Uniti d'America. Difendere gli Stati Uniti sarebbe il suo unico lavoro, il motivo per cui tutti noi paghiamo le tasse. Perché se ci attaccano o ci sono delle minacce incombenti, ci proteggano. L'Iraq non ci stava minacciando in nessun modo, non ci stava attaccando né stava pianificando attacchi futuri.


 

23/02/15

Intoxication: la storia degli animali e le piante medicali, è la nostra storia


Le Nazioni Unite dicono che la logica della guerra alla droga è quella di costruire "un mondo libero dalla droga - e che possiamo farcela!". I funzionari del governo americano sono chiaramente d'accordo, sottolineando che quindi "non esiste una cosa come l'uso di droghe ricreative." Bisogna eliminare la dipendenza, e la diffusione delle droghe tra adolescenti. E 'una guerra per fermare l'uso della droga tra tutti gli esseri umani, e in tutto il mondo. Tutte queste sostanze chimiche, già vietate, devono essere eliminate e estirpate dalla terra. Questo è ciò per cui stiamo combattendo . Noi abbiamo sempre visto questo obiettivo in modo diverso, e adesso ne siamo ancora più convinti, dopo esserci imbattuti, come al solito, nella storia degli elefanti ubriachi, del bufalo d'acqua dinoccolato, e della mangusta dolente. Storia che abbiamo appreso da uno scienziato straordinario di Los Angeles, il Professor Ronald K. Siegel.

Quando si parla di di DROGA, la maggior parte delle persons associa immediatamente questa parola al <<problema droga>>, e ci porta alla visiune comune che vede la droga e il <<problema droga>> identificarsi. La connotazione negativa del concetto si fa ancora più esacerbata in un ambiente culturale che nega qualunque utilizzo dell'atto di drogarsi.
La droga fa male, la droga è vizio, la droga è sintomo di un disagio e di una sofferenza individuale c sociale. Tali giudizi portano al luogo comune spesso sottinteso, che l'uso della droga è un comportamento umano aberrante, peculiare della specie umana. A contraddire questo paradigma del pensiero occidentale moderno è un insieme di dati, sempre più cospicuo e incontestabile, ma che continua ad essere sottovalutato, che dimostra che il comportamento di drogarsi é diffuso anche nel mondo animale. Alcuni casi di addiction animale erano noti già da tempo, ma non vi si faceva caso seguendo la regola, di cui l'uomo occidcntale fa continuo abuso, di non interessarsi a dati inspiegabili o in forte contraddizione con i modelli interpretativi prescelti. Tutt’al più qualche sociologo più scrupoloso interpretava questi bizzarri comportamenti animali in termini psicologici come un sintomo di malessere dell'animale stesso, mentre in questi ultimi decenni, con l'adozione di tecniche di osservazione sempre più raffinate e la centralizzazione dei dati raccolti su tutte le regioni del globo, gli etologi stanno accumulando una massa di dati sugli animali che si drogano tale da non potere più essere sottovalutata.


22/02/15

Minimum-Maximum, Kraftwerk Live

Nel 2002, dopo quattro anni di assenza, i Kraftwerk riprendono la loro attività dal vivo introducendo per la prima volta la strumentazione che viene utilizzata tuttora, costituita da computer portatili Sony VAIO, mentre alla fine del tour, all'inizio del 2003, il gruppo pubblicherà una ristampa del singolo Tour de France da cui sarà ricavato anche un video. Nell'estate dello stesso anno, in concomitanza con il centesimo anniversario dell'omonima corsa ciclistica, i Kraftwerk pubblicheranno un nuovo album in studio a diciassette anni dall'ultimo, Tour de France Soundtracks a cui seguirà, a partire dal febbraio del 2004, una tournée mondiale che toccherà più di ottanta città e da cui sarà ricavato Minimum-Maximum, primo album live ufficiale del gruppo pubblicato nel giugno del 2005. Nel dicembre dello stesso anno viene pubblicato inoltre il primo video ufficiale dei Kraftwerk, intitolato sempre Minimum-Maximum, contenente registrazioni delle esibizioni del gruppo durante la tournée e un'esibizione agli MTV Video Music Awards del 2003.
Da Varsavia a Riga, da Ljubiana a Mosca, da Berlino a Londra, da Tokyo a San Francisco, da Tallin a Parigi...

Minimum-Maximum





Part 1
01. Meine Damen Und Herren
02. The Man-Machine
03. Planet of Visions
04. Tour De France 03
05. Vitamin
06. Tour De France
07. Autobahn
08. The Model
09. Neon Lights
10. Radioactivity
11. Trans Europe Express
Part 2
01. Numbers
02. Computer World
03. Home Computer
04. Pocket Calculator / Dentaku
05. The Robots
06. Elektro Kardiogramm
07. Aero Dynamik
08. Music Non Stop
09. Aero Dynamik / MTV



21/02/15

L'underground al tempo dell'Urss

Cosa intendiamo veramente con il termine Underground?
L’Unione Sovietica è considerata un classico esempio di societa "disciplinare", e siamo abituati ad assumerla come un sistema arretrato rispetto alle società post - disciplinari della democrazia liberale.
 Forti di questa premessa, è' stato sempre problematico e difficile dare una definizione definitiva e precisa del termine "underground", almeno per quanto riguarda il rock in Occidente. In genere facciamo riferimento a gruppi punk e garage, soprattutto degli '80s e noi abbiamo potuto ascoltare e comprare i loro dischi apertamente, senza paura e senza il rischio di essere addirittura arrestati. Anche la moltitudine di band che si muovevano su un confine molto labile di "illegalità", per i loro testi e per gli incidenti che si verficavano puntualmente nei loro concerti, non sono mai state realmente in un reale pericolo. Nei paesi in cui la censura non colpisce direttamente la musica l' "underground" era inteso per indicare gruppi "cult" o "emergenti" (confesso che è un termine che anch'io ho usato e uso in proposito), e la domanda è se questo non rischia di banalizzare le lotte che molti gruppi, la cui esistenza era effettivamente in pericolo, hanno dovuto fare, magari suonando di nascosto per molto tempo.

Questo è il motivo per cui troviamo le storie dei gruppi rock del blocco sovietico così irresistibili. Al di là del romanticismo irresistibile di immaginare Vaclav Havel e Plastic People Of The Universe ( gruppo rock ceco originario di Praga. È stato il principale rappresentante della cultura underground della capitale cecoslovacca fiorita tra il 1969 ed il 1989) complottare per cambiare il corso della storia, mentre rannicchiati intorno ad uno stereo portatile ascoltano i dischi di contrabbando Velvet Underground, c'è qualcosa di avvincente e stimolante circa la volontà di coraggiosi artisti sovietici di sfidaren la censura per continuare a fare la propria musica anche a fronte di punizioni, perdita delle proprietà, e della libertà personale. Mentre l'esempio "ceco" che abbiamo citato sopra sono note, alcune storie di impatto durante l'era Gorbaciov, che portò alla fine dell'URSS: così ci siamo imbattuti nell' articolo di Vasily Shumov..

<< Era tipico per il sistema sovietico negli anni '70 e '80 infliggere pene detentive non per tradimento dell'ideologia, ma per illeciti e reati finanziari e/o violazioni del passaporto, il tentativo di espatrio illegale.Tutto ad un tratto, però, per la musica rock sovietica tutto è cambiato, dal nero al bianco. Subito dopo la nomina di Gorbaciov, la musica rock è stata legalizzata, mentre le band precedentemente "underground" furono autorizzate ad andare in onda sulle radio e di apparire negli show televisivi. Un fiume di articoli della stampa favorevoli ai gruppi rock underground riempirono giornali e riviste sovietiche. Gli amanti del rock ebbero la possibilità di acquistare i biglietti ufficiali per i concerti dei loro gruppi preferiti per la prima volta nella loro vita..>>

Il pezzo di Vasily Shumov è profondamente illuminante, e racconta non solo l'impatto che ebbero le band dell'epoca sulle emergenti libertà sociali, ma anche l'estrema difficoltà della loro transizione alla legittimità pubblica:

<<Il processo di integrazione non fu un processo facile per i tanti gruppi rock durante la perestrojka. I musicisti che erano abituati agli stranieri e agli stili di vita bohemien improvvisamente ricevettero un' opportunità che non avrebbero potuto neanche sognare solo di pochi anni prima. La maggior parte dei musicisti rock erano poveri, anche per standard di vita sovietici . Inoltre, secondo le leggi sovietiche, tutti i cittadini dovevano avere un lavoro ufficiale: lavoravano come guardie di sicurezza, facevano i custodi e i portieri. Non è stato facile per i musicisti underground adattarsi ad uno stile di vita tradizionale fatto di stazioni radio, TV e studi cinematografici. Anche i normali Tour erano qualcosa a cui non erano abituati. Molti musicisti non avevano disciplina o desiderio di trattare con gli ambienti sociali sovietici tradizionali: c'è da dire che l'alcolismo ha rappresentato un problema per molti musicisti, impedendo loro di diventare membri effettivi della società sovietica..>>

Possiamo aggiungere che quello che per gli stati occidentali è stato uno sviluppo graduale verso condizioni "post-disciplinari", dopo la seconda guerra mondiale, è diventata una terapia d’urto per gli Stati dell’ex Unione Sovietica in seguito all'89. L'ingresso nel <<mondo democratico civilizzato» doveva essere realizzato tramite misure che erano spesso estreme ed eccezionali; questo ha comportato la monetizzazione occidentale, cancellando garanzie sociali, imponendo un forte cambiamento verso un’economia di mercato, e permettendo la diffusione di iniziative criminali. Paradossalmente, questi feroci caratteri della transizione alla democrazia» post-sovietica sono stati spesso sradicati con misure anche più severe e autoritarie, e  nel nome dell'integrazione nel mondo della democrazia liberale occidentale  ha portato a un drastico impoverimento della popolazione.

L'articolo è davvero una miniera, pieno di video di prestazioni di gruppi, e può essere un buon punto di partenza per ulteriori esplorazioni. Quasi nessuno di queste band sarebbe considerata "underground" in occidente, è tutta roba per noi abbastanza .."commerciale" e per niente sovversiva. Per sottolineare il punto di partenza, semplicemente mettendo su una band è stato un atto pericoloso; in una società "senza classi"scioccare la borghesia sarebbe solo una ridondante palificazione, dopo tutto.


Quì il country rock laconico del pionieristico e solo recentemente sciolto gruppo degli Aquarium:





20/02/15

Libertari, pop, acidi: 10 best Film della controcultura degli anni '60

Siamo sempre nella controcultura, sempre nel mondo della celluloide e dopo i registi ci occuopiamo di film veri e propri. Particolari, curiosi, iconici, alcuni meravigliosi: sono i film della controcultura degli anni '60, con quei costumi (figli dei fiori), i dialoghi in gergo, la fotografia di ispirazione allucinogena , il modo in cui i colori erano sbiaditi. I fan del periodo possono rallegrarsi per le nuove edizioni spumeggianti in Blu-ray di due fondamentali pellicole indies di quegli anni: The Wild Angels - I selvaggi, di Roger Corman e Psych Out - Il velo sul ventre di Richard Rush. Quì una piccola retrospettiva del cinema  che meglio racchiude i favolosi '60.



The Wild Angels - I selvaggi
Il produttore / regista Roger Corman, che si era fatto le ossa fin dagli anni '50, diede via a tutto il movimento di filme sui bikers fuorilegge, orientato a una nuova onda nel cinema giovanile di quegli anni, con questo classico cult del 1966 , interpretato da Peter Fonda, Nancy Sinatra, Bruce Dern, e Diane Ladd, e "membri degli Hells Angels di Venice, CA". Lanciare i figli delle star di Hollywood come Henry Fonda e Frank Sinatra dava ai film un innegabile vantaggio, e i veri Hells Angels completavano il quadro nel dare una autenticità da documentario agli scontri e alle feste. La fotografia di Corman ha un'energia ruvida e tempestiva nel rappresentare lo spirito anti-autoritario, meglio drammatizzato nella scena del famigerato funerale , dove il discorso di Peter Fonda, "Vogliamo essere liberi!" diventò una sorta di manifesto per il periodo.

Psych Out - Il velo sul ventre 
Bruce Dern quì comprimario, mentre è il suo amico Jack Nicholson, futuro re di Hollywood,  in giubbotto di pelle, perline, che suona la chitarra e canta: datato quanto si vuole e sempliciotto, non preoccupatevi:  oltre a Jack, troviamo Garry Marshall, Dean Stockwell vestito da indiano, Susan Strasberg ragazza sorda che sente. Un viaggio acido amoreggiando nei parchi, tra i figli dei fiori, slogan,  propositi pacifisti e libertari.  Strawberry Alarm Clock  e altri brani da intenditori accompagna un montaggio di segnali stradali invadenti,ma è tutto magistralmente fotografata dal grande László Kovács (a un  anno di  distanza da Easy Rider). E il regista Richard Rush  arriva a una conclusione che è mirabilmente cinica, ma non giudicante, insomma un tragico finale. (No spoiler..)

The Trip - Il serpente di fuoco
Strasberg e Dern apparsi già in Pshyic out l'anno prima, in questo affascinante ibrido di psichedelia e sperimentazione, ancora una volta prodotto e diretto da Corman, su una sceneggiatura di Nicholson, che avrebbe voluto anche interpretare il film, ma Corman scelse poi Peter Fonda. Jack in quegli anni sosteneva la sua carriera di attore alle prime armi scrivendo sceneggiature, soprattutto per Corman, che fece parecchi film sulla fiorente cultura della droga. Questo però fu anche uno dei suoi più personali, la cronaca di un borghese della classe media che tenta di aprire la sua mente assumendo LSD (anche Corman la usò in preparazione del il film). Girato in California, nei canyon di Big Sur, contiene alcune scene davvero.. ispiegabili, ma forse sono solo il prodotto per simulare le allucinazioni della mente del protagonista Paul, alterata e indotte dall'LSD. Il Serpente di Fuoco è l'anticipazione del quadro che vedeva Nicholson, Peter Fonda e Dennis Hopper ricongiungersi due anni più tardi nel film che avrebbe chiuso per sempre gli anni '60: Easy Ryder.

Easy Rider
Ed ecco che siamo arrivati, c'è molto da lottare con Easy Rider, che è problematico e goffo quanto prezioso e influente. Ma in termini di pietre di paragone dei tardi 'anni '60 non c'è paragone: era esattamente quello che gli spettatori (soprattutto giovani) stavano cercando nel 1969, quando incassò sorprendentemente 60 milioni dollari. Biker fuorilegge, hillbillies beffardi, balbuzie, e la sequenza del "bad trip".. Girato in 16mm con un budget sufficiente basso a convincere i boss degli studios che forse il mercato per i giovani, e i registi che si adattavano e producevano per loro, aveva la chiave per la sopravvivenza del loro business..

Head - Sogni perduti
Un anno prima che colpiscano con Easy Rider, la BBS Enterprises produsse un altro film, che con meno successo, fu uno dei più strani e affascinanti dell'epoca. I produttori Bob Rafelson e Bert Schneider furono gli artefici, e i creatori dei The Monkees, e della sitcom su di loro, ma ben presto detestarono l'immagine pre-fabbricata del gruppo quasi quanto la odiavano i membri della band. Così decisero di bruciare il tutto con questo film del 1968, scritto da Rafelson e Jack Nicholson, con i Monkees proiettati sullo schermo in un turbine di psichedelia, surrealismo, senza una trama precisa, in una bizzarra esplorazione del flusso di coscienza dell'epoca. Non piacque a critica e pubblico, ma nei decenni successivi, ha trovato un seguito di culto che riconosce come sia un film molto in anticipo sui tempi.

Wild in the Streets - Quattordici o guerra - (Furore nelle strade)
Prodotto (come Wild Angels, Psych-Out e The Trip) dalla American International Pictures, sull'onda della contestazione del '68 e per sfruttare il filone della controcultura hippie, (la guerra del Vietnam , i diritti civili, disordini e omicidi, il baby boom generazionale) questa commedia esplicitamente corteggiava il pubblico giovanile: l'età di voto si abbassa dai 21 anni ai 14, con le conseguenze che rock star e adolescenti assumono poteri di governo. E 'una trama.. un pò sciatta, ma non priva di fascino, e contava tra i suoi fan Pauline Kael, critica del New Yorker dal '68 al 1991; nel suo influente saggio "State of Art", ne ha scritto male, che era "stato messo e tenuto insieme con sputi, isteria e opportunismo," ma che era anche "intelligente in un sacco di modi e a cui le immagini non rendono giustizia..." Secondo il regista Kenneth Bowser, la parte recitata da Christopher Jones fu offerta all'inizio a Phil Ochs, che dopo aver letto la sceneggiatura, respinse l'offerta, sostenendo che la storia distorceva la reale natura della controcultura giovanile del periodo.

Medium Cool - America, America, dove vai?
Il direttore della fotografia Haskell Wexler (Chi ha paura di Virginia Woolf, La calda notte dell'ispettore Tibbs, Il caso Thomas Crown ) ha girato e diretto questo dramma politico riflessivo e spesso straziante, che è invecchiato meglio di molti dei suoi contemporanei grazie alla sfocatura intenzionale tra narrativa e documentario; Wexler girò nell'estate rovente di Chicago del '68, intuendo che le proteste alla Convenzione Nazionale Democratica avrebbero messo a ferro e fuoco.. da un punto di vista culturale. Quelle scene ancora toccano i nervi per la loro intensità, catturando una città, e un paese, al punto di rottura. Un cameraman deve filmare proprio la convenzione democratica del 1968. Si verificano incidenti, la polizia carica gli studenti, provocando morti e feriti, ma il cameraman continua a filmare. Succede però che mentre con la sua amante è alla ricerca del figlioletto di lei, sparito nella confusione, resti coinvolto in un mortale incidente. Impassibile, un suo collega lo filma mentre sta morendo. Si, straziante..

Blow Up
Dramma di Michelangelo Antonioni del 1966, è soprattutto ricordato per i suoi elementi di thriller, in cui un fotografo di moda crede di aver fotografato un omicidio: diventa un ossessione quella di scovare indizi dalle immagini fangose . Meno ricordato, o almeno meno efficaci, sono le scene della Swinging London dei '60 (A partire dalla scena dell'orgia scioccante dei i mimi)

Beyond the Valley of the Dolls - Lungo la valle delle bambole
Del 1970, si sente che è l'ultimo film degli anni '60, un grande affresco sul nulla che va, sesso, violenza, rock, droga, e il kitsch dal regista Russ Meyer e sceneggiato da Roger Ebert. Definito dal regista stesso «il mio capolavoro di sesso e violenza», mentre Ebert lo definì il primo "Rock-camp-horror-exploitation-musical" della storia del cinema. Influenzato dal movimento, e dalla scena rock di Los Angeles, il titolo fa riferimento agli omicidi della "famiglia Manson" che scossero tutta la costa l'anno prima. Anche quì, ci fu chi stroncò il film, come l'autrice del romanzo da cui era tratto, Jacqueline Susann, che rimase sconvolta e impose una didascalia nei titoli di testa del film, per smentire ogni collegamento con la sua opera, e chi invece lo adorò, guadagnandosi un grandissimo seguito di estimatori, per il suo singolare mix di musica pop, spirito camp ed exploitation.

Skidoo
Se altri film del periodo agivano come studi antropologici e tendevano a raccontate dall'interno verso l'esterno, dobbiamo citare Skidoo, che è simile a un film straniero girato da un regista che non parla la lingua. Da una parte, i complimenti al produttore / regista Otto Preminger, vecchia scuola di Hollywood che cerca di fare un film per e sui giovani; dall'altro, uno stanco tentativo di fondere cinema commedia mainstream e cultura della droga che finisce per rappresentare il peggio di entrambi; del tutto incoerente, è una farsa stanca satirica, un film fallito che però incuriosisce per certi suoi vezzi stilistici di tipo semisperimentale, e per l'affascinante qualità del cast: Jackie Gleason, Carol Channing, Fankie Avalon, George Raft, Mickey Rooney, e Groucho Marx..
Un gangster ha lasciato l'organizzazione criminale del terribile Mr. Geova per dedicarsi alla famiglia, ma gli rapiscono la figlia per costringerlo ad uccidere un traditore rinchiuso in carcere. Il poveretto acconsente a farsi arrestare per eseguire il compito, ma in cella conosce un hippy che l'aiuta a risolvere i suoi problemi. Alla fine anche Geova, grazie all'Lsd, diventerà buono... Wow!!

19/02/15

Skinheads, non solo violenza e razzismo

"Ora, anche i Coldplay sostengono che in gioventù erano skinhead", spiega l'instancabile punk, archivista, curatore, e artista Toby Mott. E davvero tutti dicono che erano punk. Tutti. Anche Bono. Essere stato Punk è molto di moda.
Il nuovo libro di Mott sulla cultura skinhead, Skinhead – An Archive, raccolta di materiale e pubblicazioni a tema skinhead edita da Ditto Press con la collaborazione di Jamie Reid è intrigante, anche se per motivi diversi, rispetto alle altre pubblicazioni sull'argomento. Pubblicato lo scorso dicembre, è scaturito dalla collezione di Mott: un archivio che esplora le ideologie socio-politiche che hanno reso la sottocultura skinhead inglese internamente polarizzante: dalla Gran Bretagna di fine anni Sessanta, dove è nata, alla sua diffusione attraverso evoluzioni, scissioni e derive che l'hanno profondamente trasformata. 
"Una volta procurata l'uniforme skinhead, si andava dall'etero al gay, dalla destra alla sinistra, comunista, fascista, socialista, anarchico, tutti convergevano sotto la stessa denominazione: skinhead" dice Mott. E' un rispetto rigoroso di una rigida serie di regole culturali, dal taglio di capelli agli stivali rigorosamente Dr. Martens, dalle bretelle alla marca delle camicie [di solito Ben Sherman o Fred Perry]. Il Punk era molto più semplice e creativo, un melting pot in cui non si facevano distinzioni di classe o razza, perché quelli che vi gravitavano attorto erano dei ribelli, e non si doveva per forza comprare dei vestiti per omologarsi e avere una divisa..
La cultura Skinheads, ovviamente, aveva fanzine, volantini e altri supporti, distribuiti per diffondere messaggi specifici all'interno della sottocultura. Materiale politico, tanto di destra che di sinistra. E' a questo armamentario che Mott rivolge il suo sguardo: nel processo di evidenziare gli angoli nascosti del movimento giovanile più radicale e frainteso che il mondo abbia mai conosciuto.

"L'archivio è stato costruito nel corso degli anni, e il germe è nato quando ero un adolescente", dice Mott, che raggiunse la maggiore età mentre era a Londra negli anni '70 e i primi anni '80. "E 'stato molto difficile trovare il materiale. E 'scarso perché gli skinheads non frequentavano le scuole di arte o di letteratura. I Punks avevano nei loro riferimenti il movimento Dada e John Heartfield. Skinheads erano in realtà quello che hanno sempre detto di essere, giovani e ragazzi provenienti dalla classe operaia. Non ci sono mai stati skinheads nella classe media. Si sono sempre opposti e non frequentavano le scuole d'arte o le università. Erano operai, e occupavano posti di lavoro comunemente riservati ai manovali ".
Skinhead è un termine impantanato spesso nel razzismo e nel neofascismo, anche se non è sempre così. Alla fine degli anni '60, skinhead era diventato un termine conosciuto in giro per Londra per indicare un "mod duro", o un operaio mod. La musica giamaicana come il reggae, rocksteady e lo ska - una volta una pietra miliare della cultura skinhead - divenne meno importante quando emerse e si sviluppò parallelamente il movimentoe punk nella seconda metà degli anni 1970. Presto i legami del movimento skinhead a specifici generi musicali si ampliarono quanto le sue idee politiche, ma classismo e militanza sono rimasti la base degli skinhead.
"Quando si inquadra storicamente lo skinhead , molti tendono di minimizzare l'aspetto razzista: ma la maggior parte di skinheads erano comunque bianchi, della classe operaia, alienati, e avevano idee razziste."
Illustrando il mondo dei sottogruppi di minoranza - skinheads gay, neri, donne, anche quello molto politicizzato (Skinheads Vs Racial Prejudice) - e i loro messaggi, Skinhead: An Archive ottiene qualcosa di completamente nuovo e diverso rispetto ai precedenti Skinhead di Nick Knight o Spirit of '69: A Skinhead Bible . Il capitolo sugli skinheads gay (e porno-y) è particolarmente affascinante ; in uno dei diversi saggi che compaiono nel libro, il regista canadese e scrittore Bruce LaBruce racconta dell'utilizzo della divisa skin come travestimento per nascondere la sua omosessualità e evitare di subire attacchi.
C'era poi il caso di Nicky Crane, una delle figure più note associate all'immaginario skinhead. Era il leader del British Movement, aveva posizioni apertamente razziste e al contempo era omosessuale.

"C'è una grande mancanza di conoscenza circa le dimensioni della comunità gay che ha adottato la facciata skinhead per nascondersi", afferma Mott. "Non sapevamo neanche che ci fossero skinheads queer. Anche se era grande, questa comunità era comunque segreta. Skinheads è 'stata davvero una sottocultura. Quando è finita sotto i riflettori dei media, era sempre per la sua componente di violenza. E 'l'unica cosa che la gente conosce degli skinheads, ma c'è sicuramente di più. "






18/02/15

Ilan Pappé: l'Isis è la miglior cosa che potesse capi­tare a Israele

Quest'interessante intervista è tratta dal Manifesto. Ilan Pappè, storico israeliano, intellettuale e studioso anti-sionista, si è già distinto per la sua opposizione, con critiche pesanti al governo e alla politica di Tel Aviv sulla Palestina. Ricordiamo che  insegna all’Università di Exeter, in Inghilterra. Prima insegnava ad Haifa, ma non gli è stato rinnovato il contratto perché non è disposto ad insegnare le falsità sempre più assurde sulla Storia d’Israele. Pappè era stato invitato nella capitale dall'’ateneo di Roma Tre, che però ha revocato poco dopo il convegnoEuropa e Medio Oriente: una strada contro gli identitarismi” con alcune motivazioni a  cui nessuno ha dato credito. Sembra invece chiaro il veto e la pressione dell’Ambasciatore Israeliano e dei capi della comunità ebraica di Roma” affinchè l'incontro sia sospeso:
Sembra che offendere il profeta Maometto nelle vignette francesi sia libertà di parola mentre avere un dialogo accademico sulle sofferenze dei Palestinesi sia incitamento all’odio .

Israele / Palestina. Ilan Pappé: «L'Isis pesca adepti tra i marginalizzati dell'Occidente. Non è una questione religiosa, ma socio-economica. E Tel Aviv lo sfrutta per avere supporto dall'Europa»

Alla fine Ilan Pappé ha par­lato. Sca­val­cando la can­cel­la­zione della con­fe­renza «Europa e Medio Oriente oltre gli iden­ti­ta­ri­smi», che avrebbe dovuto essere ospi­tata dall’Università di Roma Tre, il pro­fes­sore dell’Università di Exter, uno dei più noti sto­rici israe­liani, ha incon­trato il pub­blico romano lunedì al Cen­tro Con­gressi Fren­tani su ini­zia­tiva di AssoPace.
Lo abbiamo incon­trato e discusso con lui del con­cetto di iden­tità e del suo uti­lizzo da parte occi­den­tale e israeliana.

L’avanzata dello Stato Isla­mico viene stru­men­ta­liz­zata in Occi­dente per dare fon­da­mento al cosid­detto scon­tro di civiltà, in chiave neo-colonialista. Israele, Stato nato come bastione occi­den­tale in Medio Oriente, otterrà mag­giore sup­porto a sca­pito delle aspi­ra­zioni palestinesi?
Asso­lu­ta­mente sì. Lo Stato Isla­mico è la miglior cosa che potesse capi­tare a Israele. Con il calif­fato si risol­leva la voce di coloro per i quali esi­ste un solo Stato illu­mi­nato in Medio Oriente, Israele, baluardo con­tro l’avanzata dell’estremismo isla­mico. Spero che in Occi­dente la gente non cada in un trucco tanto meschino: non si tratta affatto di uno scon­tro di civiltà, ma di giu­sti­zia sociale e modelli demo­cra­tici di inte­gra­zione. Basta guar­dare a come l’Isis attira gio­vani musul­mani euro­pei andando a pescare tra i gruppi più oppressi e mar­gi­na­liz­zati. Non stiamo par­lando di una que­stione cul­tu­rale e reli­giosa, ma sociale ed eco­no­mica: se in Europa si assi­stesse ad una tra­sfor­ma­zione demo­cra­tica, se si impe­disse a ideo­lo­gie raz­zi­ste e pra­ti­che capi­ta­li­ste di deter­mi­nare l’esistenza della gente, gruppi come l’Isis non tro­ve­reb­bero spa­zio. L’Isis non ha ter­reno fer­tile dove la gente si sente inte­grata, dove è uguale a livello sociale e economico.
Per que­sto è neces­sa­ria un’analisi appro­fon­dita dell’imperialismo occi­den­tale e del movi­mento sio­ni­sta per com­bat­tere le sim­pa­tie che musul­mani euro­pei accor­dano a gruppi radi­cali. Se sei un mar­gi­na­liz­zato o un escluso trovi nell’identità musul­mana lo stru­mento per miglio­rare la tua esi­stenza. La stra­grande mag­gio­ranza degli oppressi non rea­gi­sce così, ma alcuni indi­vi­dui optano per la vio­lenza, in ogni caso minima rispetto a quella dell’oppressore. Così si allarga lo Stato Isla­mico, que­sto mostro che l’Occidente ha fab­bri­cato, novello Frank­en­stein che si ribella al suo creatore.