30/10/15

La ragazza di tutti: Janis Joplin e l’eterno suggello sui sogni dell’età psichedelica

In occasione del film presentato alla 72 esima Mostra del Cinema di Venezia, un post, un piccolo special dedicato alla grande Janis Joplin, che con la propria voce e la propria musica ha segnato un'epoca. 8 anni di lavorazione, tanto ha impiegato Amy Berg, per realizzare  Janis, doc agiografico intimo, inedito, toccante e malinconico ritratto dell' indimenticata Janis Joplin,  mentre da tempo è  in cantiere ad Hollywood il biopic ufficiale (che dovrebbe vedere Amy Adams possibile protagonista).

ll Landmark Hotel a Hollywood era conosciuto come l’albergo dei drogati: “La miniera d’oro” degli spacciatori spinti li dalla polizia di Beverly Hills per tenere pulita la zona dei suoi facoltosi residenti. ln Franklin Avenue Janis Joplin aveva preso alloggio, durante le session di Pearl, proprio per farsi d’eroina dopo tre mesi d’astinenza. Aveva deciso di smettere con la droga, ma adesso ne aveva bisogno per superare l’angoscia dell’ennesimo amore infelice con un uomo, Seth Morgan, Seth il bugiardo, che la usava come tutti gli altri..

<<Quando canto è come un orgasmo, capite cosa voglio dire?>>
Sul palco del Monterey Festival e poi di Woodstock, con tutti quei ragazzi sotto, Janis faceva l’amore. Solo che dopo il concerto tutti avrebbero dormito insieme nella stagione dell’amore, mentre lei era sola. <<Faccio l’amore con cinquantamila persone e dopo sono sola a casa o da sola in una stanza di hotel>>, dichiarò in un’intervista. Sola, con l’eroina e l’alcol per provare un altro orgasmo. L’eroina e l’alcol non la giudicavano. Non le dicevano che era brutta, Janis si concedeva a essi come a chiunque le desse un minimo d’attenzione.

Proprio da Monterey emersero 2 musicisti fino ad allora misconosciuti. Divennero non solo superstars della nuova musica ma simboli capaci di incarnare le aspirazioni della generazione psichedelica. Janis Joplin e Jimi Hendrix furono la testimonianza vivente della << filosofia acida» dei tardi anni ’60, ideologia dell’impossibile ottimismo che credeva in un ritorno alle origini, ai campi di un’età senza problemi e ipotizzava utopie future/presenti capaci di vincere definitivamenle l’alienazione, l’apatia, il materialismo del mondo con la semplice forza del sogno e del desiderio. Jimi e Janis parvero provvisti della magia necessaria per esaudire quella profezia; Hendrix irradiava segnali interstellari con il suo strumento supersonico, Janis, coi piedi saldamente ancorati al terreno, mostrava semplice grinta rifacendosi non poco alla leggenda dei cantanti blues, delle regine del Mississippi.
Fra tutti i personaggi che quell’estate psichedelica suscitò d’incanto, Janis sembra ancor oggi la creatura piu fantastica e anche la piu vera. In lei c’era qualcosa di surreale, un’illuminazione paradisiaca, quasi; e forza travolgente, anche, come le innocenti, sensuali gigantesse nubili di Robert Crumb, che proprio a Janis si ispirò per i suoi fortunati fumetti. Janis fu la proiezione di un’incontenibile personalità; dopo la consacrazione al successo, divenne un ruolo sempre piu richiesto. I media vollero specularci, il pubblico si appassionò e alla fine Janis stessa fini col credere a quella recita, smaccata parodia dell’energia che davvero le vibrava in corpo.
L’illusione cosi creata era tanto perfetta che furono in molti a crederla una specie di creatura sboazata da Faulkner, prodotto genuino dell’esotico Sud agricolo che gia aveva generato gente della fatta di Howlin’ Wolf e Tennessee Williams. Ma alle spalle, a parte qualche sogno romantico, non c’era nulla che potesse sostenere il mitico ruolo che la donna era costretta a interpretare sulla scena rock.

“Prendi un altro piccolo pezzo del mio cuore, baby”. 
Chi mai poteva amare davvero la brutta ragazza texana di Porth Arthur? Era fuggita da quella cittadina petrolifera che la emarginava, con tutte quelle ragazzine belle coi loro boyfriend che giocavano a football e lei da sola da una parte, a inseguire il suo sogno di blues guidata dalle canzoni di Odetta e di Bessie Smith che ascoltava a casa in continuazione e che cantava con qualche amico beatnik.  Prima di tre flgli, nella fumosa, umida città petrolifera di Port Arthur, Texas, in un ambiente piccoloborghese di provincia simile a guello di'tanti coetanei, nell’America degli anni ’50. Janis cominciò a odiare tutto e lutti; tanto risentimento venne crudelmente ripagato con la stessa moneta al Campus dell’Università del Texas, dove gli studenti elessero Janis << l'uomo piu brutto della città universitaria >>. Un articolo della rivista “Time” che parlava di Jack Kerouac e dei <<nuovi degenerati pazzi di droga>> la convinse a farsi bearnik e a tagliare i ponti con il Texas, alla volta di San Francisco. Un amico che la incontro in quei giorni cosi la descrive:
<< Era una pazza freak, “sballata”, al limite delle forze nervose. Una di quelle che si vedono per strada con un’aureola lucente di sporco attorno agli occhi ».

Era fuggita per cercare l’amore attraverso la sua voce, Janis.

<<Ero pronta a buttarmi su qualsiasi cosa, e così ho fatto>>, disse. <<Ho fumato, leccato, inghiottito, iniettato e scopato>>. Ci sarebbero state le comuni hippie, l’amore per tutti, ma non per lei.

“Take another little piece of my heaff, baby”, però il suo cuore non lo voleva nessuno. “Break another little bit of my heart , now darling..

Droghe pesanti, come l’eroina. Tenta di disintossicarsi ma deve presto arrendersi a quest’unico piacere, l’unico che pare possibile per lei insieme alla musica per sentirsi davvero appagata: un cocktail di blues, alcol e droga con cui tira avanti, fino al ’66 quando il suo amico Chet Helms, patron dell’Avalon Ballroom una delle centrali della scena hippie della West Coast, colui che diceva <<Calati un acido e lascia che la gente si liberi», la chiama a San Francisco per cantare nel suo locale e nella band di cui era diventato il manager, i Big Brother And The Holding Company. Con loro tutta la rabbia e l’insoddisfazione possono sfogarsi all’Avalon come al Fillmore West e davanti alle folle giunte all’istante per darle quel surrogato d’amore di cui vuole saturarsi.

L’accoppiata Big Brother/Janis (una banda di selvaggi dai capelli biondi e dallo stile spaziale e una cantante di blues << fatta in casa >>) era quasi troppo bella per essere vera; con Grateful Dead, Jefferson Airplane e Country Joe il complesso formo il nucleo della gerarchia hip di San Francisco. Da quel momento, la vita di Janis si mosse a velocità pazzesca; furono quattro rapidissimi anni ricchi come una vita, tragici e intensi come ogni vicenda blues che si rispetti. La festa del solstizio d’estate nel 1966 la vede splendida nella sua purezza, Janis canta blues dal fondo di un vecchio camion che fa da palco per il complesso; i capelli elettricamente mossi formano un triangolo attorno al viso, mentre numerosi monili pendono dalle braccia. A lunghi sorsi, tra una canzone e l’altra, la donna beve da una bottiglia di Southern Comfort; e canta, infiamma l’aria con vecchi blues, simile a un’appassionata, amorevole madre che mette semplici cantilene in bocca ai figli, persi con estasi e droga nell’onda di un sogno che vorrebbero eterno. La Janis di quei giorni era la figlia prediletta di San Francisco e in quell’annuncio di mondo nuovo incarnava ogni aspirazione, parlando paradossalmente il vecchio linguaggio della frustrazione blues. Fu dopo Monterey, culmine della vita del gruppo, che apparvero i primi segni di cedimento. I Big Brother accusarono di certe manie divistiche di Janis.

In effetti il piacere del successo la investe al festival di Monterey e in due album, il primo nel ’67 che porta il nome della band e Cheap Thrills del ’68 (che avrebbe dovuto intitolarsi Dope, Sex And Cheap Thrills, ma la Columbia, con cui il gruppo aveva appena firmato, e il suo nuovo manager, Albert Grossman, lo censurarono). La gloria è un attimo stordente che Janis affronta aumentando il consumo di bottiglie Southern Comfort e di droghe. Nei corridoi del rock business si sente ancora più brutta e la sua crescente richiesta d’amore è sempre più frustrata. Avrà storie infelici e difficili che finiscono tutte prima del tempo con musicisti del giro come Country Joe McDonald dei Country Joe and The Fish, che le dedicherà un brano, Janis, in I Feel Like I Fixin’ To Die nel 1967, ‘Kris Kristofferson, uno dei suoi ultimi amanti e sincero amico, del quale inciderà alla fine l’hit Me And' Bobby McGee, Bob Neuwirth, che le scriverà l’ultima canzone, Mercedes Benz, e il suo chitarrista Sam Andrews. A New York durante le registrazioni di Cheap`Thrills, passava le notti nei bar della Bowery a bere whisky e a cercare di portarsi a letto qualche ragazzo (e anche qualche ragazza - Me And Bobby McGee, all’inizio l’aveva messa al femminile dedicandola a una donna e, solo dopo le insistenze della casa discografica, la riporto al maschile. Col cantautore e scrittore canadese Leonard Cohen ha una relazione che si consuma velocemente in una stanza del Chelsea di New York City, che lui ricorderà in Chelsea Hotel # 2: 
“Ti ricordo bene al Chelsea Hotel /mi parlavi con coraggio e dolcezza muovendo il tuo capo sul mio sesso sopra un letto sfatto mentre le limousine aspettavano in strada / Quelli erano i motivi e quella era New York/ Lo stavamo facendo per i soldi e per la carne / E quello era ciò che gli operai della canzone chiamano amore. Ti ricordo bene al Chelsea Hotel, eri famosa e il tuo cuore era una leggenda / Mi hai detto che preferivi gli uomini belli, ma per me avresti fatto un’eccezione/ Stringesti il pugno [...l Oppressi dalle figure della bellezza [...] Siamo brutti ma abbiamo la musica/ Ti ricordo bene al Chelsea Hotel, questo è tutto e ormai non penso a te tanto spesso”.

Sono attimi che si dissolvono cosi, in un altro sole che entra nella camera con la sua luce rinnovata di solitudine e vuoto. <<Non è quello che non c’è a renderti infelice, ma quello che vorresti ci fosse>>, disse. Non si sente mai accettata e desiderata, per questo cerca di continuo e il confronto con le tante star che le stanno intorno è mortificante. Qualcuno racconta di una lite con Jim Morrison che le aveva fatto cenno di fargli un pompino e poi l’aveva rifiutata e lei gli si era rivoltata con la violenza di cui era capace. lnferocita. Ubriachi e drogati tutti e due. Lei gli aveva rotto una bottiglia in testa. Eppure Janis joplin era diventata una Sex symbol. Anche <<Vogue>> e <<Life>> le dedicano servizi fotografici. Il <<Village Voice» scrisse che era <<un sex symbol in una brutta confezione>>. E la brutta confezione sexy si riempie ancora di più instancabilmente dei velenosi amplessi compensativi.
Lascia i Big Brother And The Holding Company: qualcuno le disse che non erano alla sua altezza, che doveva scaricarli se voleva avere ancora più successo. Insicura, quando non era peggio, smaniosa di decidere per sé e per la propria musica, Janis alla fine si arrese ai piu brutti fantasmi; un anno e mezzo dopo Monterey, dopo un concerto alla Family Dog di San Francisco, il vecchio sodalizio si sciolse. Cheap Thrills, opera che ancor oggi sembra una delle migliori di quell’epoca, con i fumetti di Crumb in copertina, un gigantesco disegno di Jim Gurley che vaga per il deserto, i freaks del Fillmore, il marchio d’approvazione degli Hell’s Angels, tutto esprime alla perfezione quanto di appetitoso e contenuto poi tra le righe: Piece Of My Heart, Turtle Blues, Combination Of The Two, Ball And Chain. E' probabile che non fossero il miglior gruppo del globo, ma con Janis formavano una famiglia e la comunità hip non perdonà mai all’artista di averla distrutta. Nella loro ottica, non si accorgevano che la donna muoveva alla ricerca di uno sviluppo musicale.

Con la Kozmic Blues Band incide nel '69 I got Dem Ol’ Kozmic Blues Again Mama! e si esibisce a Woodstock per cercare il suo più grande amplesso. Ma è un orgasmo mischiato a eroina, che non le fa sentire tutto fino in fondo. Se è vero che la formazione rimase sempre anonima, senza raggiunger mai compattezza, e vero anche che i nuovi musicisti erano gente di talento; il solo album inciso con la loro collaborazione, (I Got Dem Ol’ Kozmic Blues Mama)  fruttò un 45 giri di grande successo, Try, l’incredibile Work Me Lord e un autoritratto patetico, venato di jazz, Little Girl Blue. Dopo un anno di convivenza artistica, Janis ruppe anche con il secondo gruppo e sparì nella giungla del Brasile, << con un beatnik grande come un orso », per riprendersi e smettere il vizio dell’eroina.
Non è più il piacere di prima. Le droghe, il`Southern Comfort e il gin e vodka, il successo, non gli danno ciò che vuole. Lo ha capito. Sfinita si ferma per darsi un po’ di tregua. Decide di smetterla con l’eroina, lo dice a sua sorella Laura. Adesso corre per le strade californiane con la sua Porsche Carrera dipinta a fiori colorati da Dave Richards più bella della Rolls Royce “zingaresca fuoriserie art-noveau limousine psichedelica” di John Lennon. E più veloce. Poi un giorno, Janis s’innamora di qualcuno che la ricambia come lei vuole. Almeno questo è quello che sente. Adesso avverte che Seth Morgan, conosciuto nel luglio del ’70, la ama davvero e vuole sposarla. Cambia gruppo, adesso con lei c’e la Full-Tilt Boogie Band con cui fa un giro di concerti e comincia a registrare nell’estate del ’7O le canzoni per il nuovo disco che si intitolerà Pearl (uscirà poi nel ’7l). Janis è felice, le session d’incisione dell’album vanno bene. Pearl era il suo soprannome, e in quel momento si sentiva proprio una perla: la più preziosa. La più bella. Perché lui l’amava, e lei, quindi, non poteva che essere la più bella. Ma c’era quell’ansia che la tallonava da tre settimane. La verità dall’ennesima bugia che la perseguitava e le frantumava il cuore. “Sono innamorata>>, disse un giorno al telefono a Myra Friedman con una voce strana. <<Ma lui mi ama? Dimmi che mi ami. Ma dimmelo davvero>>. Un ultimo buco, per sei mesi non aveva toccato l’eroina e quelle poche settimane in cui si era drogata non erano niente, poteva farselo.

Al Landmark Motor Hotel di Hollywood, la notte del 4 ottobre del 1970, si fece quella dose e usci dalla camera per scendere giù dal portiere a farsi cambiare cinque dollari per le sigarette. La sera dopo, verso le 19 e 30, john Byrne Cooke, il suo road manager mandato li da Paul Rothchild, il produttore del disco preoccupato perché Janis non si era fatta vedere in sala d’incisione, la trovò sul pavimento priva di vita col sangue che le era colato dalla bocca e dal naso per la caduta e con in mano ancora i quattro dollari e trenta cent del resto. Vince MitChell, corista in Pearl, disse invece d’averla trovata lui dopo che John Cooke aveva aperto la porta con la chiave presa alla reception dell’albergo. Comunque, entrambi erano troppo fatti per ricordare bene i dettagli. Solo di una cosa pero sembrava certo Mitchell: che quella notte .Janis non era sola nella stanza. Pareva che qualcuno, dopo la sua morte, avesse ripulito la camera dalla droga e fosse fuggito. Gli investigatori all’inizio pensarono a un omicidio ma quando il coroner della contea di Los Angeles, il dottor Noguchi, certificò il decesso, avvenuto verso l’una e quaranta per overdose d’eroina “incredibilmente pura”, l’inchiesta fu chiusa come “Morte accidentale”.
Janis mori in solitudine,  a ventisette anni; pochi mesi prima era morto Hendrix, soffocato dal suo stesso vomito, in un <<suicidio» da droga per molti versi simile. Con la sua scomparsa, scese l’eterno suggello del silenzio sui millenari sogni dell’età psichedelica.
In quel weekend altre otto persone furono uccise dalla stessa droga. Come se qualcuno volesse bonificare la zona. C’è una foto, scattata a San Francisco nel 1967 da Bob Seidemann, che ritrae Janis Joplin nuda con tante collanine che le arrivano fino a sotto l’ombelico. Il seno piccolo con i capezzoli che escono tra quelle collane e le mani, una con gli anelli e al polso i braccialetti a coprire il pube. Guarda l’obiettivo, seria, con i lunghi capelli chiari sciolti e pettinati. E’ bella. Molto bella…

Discografia:
Big Brother And The Holding Company, Big Brother And The Holding Company (1967);
Cheap Thrills (1968). 
Janis Joplin, I Got Dem Ol’ Kozmic Blues Again Mama! (1969);
Pearl

Cheap Thrills.rar
Pearl (1971).



29/10/15

Pablo "Ramone" Echaurren: un tributo allo spirito degli anni settanta

“Si tratta di trovare il proprio punto di sottosviluppo, un proprio dialetto, un deserto tutto per se”
(Gilles Deleuze)

Ai Ramones (oggi quì, domani via) è il titolo di uno dei quadri di Pablo Echaurren dipinti in omaggio al gruppo punk nato negli anni settanta.
ll primo disco dei Ramones esce nel 1976. Un anno dopo, la loro musica irrompe come puro concentrato di energia nel clima anarchico, rivoluzionario del ’77, cosi descritto dallo stesso Echaurren:
“Era il 1977, tutt’intorno la citta bruciava sconvolta da gruppuscoli di rivoltosi, corpi speciali camuffati da pischelli, generici street fighting men, schegge impazzite sfuggite di mano a questo e quello. La piazza era un vivaio talmente agitato e intorbidato da ospitare ogni genere di deformazione impolitica: squinternazionalisti, trasversalisti, indiani metropolitani & altro. Io ero fra loro, fra i mohicani romani cioè. Avevo gettato alle ortiche il pennello e impugnato il pennarello dell’agit-pop.”

I Ramones sono adottati come esempio di contro-cultura, in sintonia con le strategie anti-istituzionali del “movimento”, soprattutto della sua ala creativa, di cui proprio Echaurren è la voce collettiva. All’elementarità di un ritmo martellante e ripetitivo basato sul “tre per due” - tre accordi per due minuti -, si accompagnano delle liriche altrettanto brevi - una, due, al massimo tre frasi -, quasi definibili come “haiku-punk”. Al ritmo ipnotico, che funziona alla maniera di un mantra, corrisponde un testo provocatorio, spesso costruito sul non-sense: “Blitzkrieg Bop ”, “I dont’ wanna be learned”, “Second verse same as the first”...
L’elogio della demenza come forma di resistenza, di provocazione, era una strategia propria delle avanguardie storiche. Soprattutto di quella futurista, nei cui testi lo storico dell’arte Maurizio Calvesi gia nel 1978, nel saggio Avanguardia di massa, riconosce la filiazione degli esperimenti linguistici e letterari degli indiani metropolitani. Il gioco di parole, il non-sense, l’elogio dell’idiota, lo stile telegrafico, il calembour sono usati per l’esplosione di significato, per rivendicare al linguaggio un’altra possibilità di senso, una possibilità basata sull’intensita della parola e del suono.

Il testo di una canzone dei Ramones, Beat on the brat with a baseball bat, è sorprendentemente analogo a Sitting like Pat with a bat in her hat, titolo di un quadro di Oyivind Fahlstrom del 1962, ispirato ai comics di Batman. E lo stesso Fahlstrom, artista poliedrico, poeta visuale e pittore raffinato, sembra anticipare il percorso creativo di Echaurren, nell’attraversamento spregiudicato di generi, forme e poetiche, principalmente nell’introduzione della parola e dell’immagine del comic nella pittura. Procedimento adottato da Echaurren sin dagli inizi del suo iter artistico, nei suoi sensibili “quadratini” ad acquarello e china su carta. Per il comic, come anche per Echaurren e i Ramones, si tratta della ricerca di un linguaggio altro
all’interno di quello stabilito: un linguaggio “minore”. Quello che Deleuze qualifica come necessariamente collettivo, politico e sintetico.

I Ramones sono il collettivo per antonomasia: Ramone si diventa, ed ecco gli stessi identici capelli a caschetto, le stesse identiche scarpe da ginnastica, gli stessi identici jeans sdruciti, aperti sulle ginocchia. Un’entita collettiva appoggiata sbilenca alla parete graffitata di una qualunque Strada di New York, un’icona punk fumettistica. I Ramones impersonano quell’idea di “identita partecipata, dilagata, precipitata” (Echaurren), di orizzontalità comunicativa che animava anche il “movimento”. Nell’uso creativo, onomatopeico ( la riproduzione dei suoni attraverso le parole ), essenziale, estatico, della propria lingua si cerca un nuovo linguaggio che vada oltre il significato, inteso come “sequenza di stati intensivi”. I quadri di Echaurren sembrano dipinti al ritmo di questa sequenza. La rappresentazione è schematica; il gesto rapido; i colori acidi galleggiano sulla superficie delle tele; lo spazio si anima nel movimento veloce. Il ritmo Ramones sembra incitare i diversi elementi che configurano il flusso concentrico della pittura. La ripetizione di forme e immagini della composizione acquisisce carattere estatico, lo stesso della musica. L'artista sembra essere agito da un movimento ritmico, come onde scandite dalla circolarità del gesto. Sia nelle tele in cui sono rappresentati i Ramones, ora con aureole ora avviluppati da draghi, sia in quelle piu simili a visioni notturne, tra incubo ed esaltazione, popolate di volta in volta da animali-ibridi, memori dei mostri dell’iconografia precolombiana, tutto gira vorticosamente in questo spaziosenza gravità, in un horror vacui memore delle decorazioni medievali. Nello spazio cosi aperto delle composizioni è come se le immagini perdessero identità e trovassero senso solo nel flusso, nel continuum circolare.

Nel loro essere un omaggio ai Ramones questi quadri diventano nature morte, meditazioni sulla vanitas. Cosi l’ultimo quadro della serie, La fine del tempo, rappresenta una deità femminile che stritola tra le mani i suoi figli, alla maniera di un Cronos primitivo, mentre la morte cavalca falciando teschi. Come omaggio a un modo di essere, quello della generazione rock-punk, che si pensava indistruttibile, questi quadri sono più in generale un tributo allo spirito degli anni settanta, a quel particolare vento di resistenza, anti-accademico, che caratterizza in ugual modo i linguaggi delle avanguardie e dei movimenti rivoluzionari..










27/10/15

Gli anni d'oro dell'Horror

SPECIALE HORROR
Mappa dettagliata, meticolosamente studiata, che elenca circa 250 film horror girati in 50 stati americani. La mappa rappresenta dove si svolgono le storie dei film, e non dove sono state effettivamente girate le riprese. Oggi, la maggior parte dei film horror a stelle e strisce sono girati in California, che registra i costi di produzioni più accessibili, ma anche in questo caso possono esserci incongruenze: ad esempio, Halloween è stato girato fuori Los Angeles, ma il film è ambientato in Illinois.
Questa mappa è un vero e proprio atto d'amore, e ha contribuito anche alla scoperta di un paio di nuovi film. Per tutti gli appassionati...
Horroronscreen.com
(clicca sulle mappe per ingrandire)





FEAR ON FILM: LANDIS - CARPENTER - CRONENBERG E L'ETA' DELL'ORO DEL CINEMA HORROR
Ne parlavamo proprio in questi giorni: gli anni '80 rappresentano oggi quello che gli anni '60 rappresentavano alle generazioni precedenti: una specie di età dell'oro. I primi anni 1980 sono stati l'età dell'oro, un grande momento nel cinema per il genere horror, e questi tre uomini che vedremo nell'intervista nel video sotto, erano proprio al centro di tutto. Questa intervista è stata probabilmente condotta nei primi mesi del 1982, John Landis era uscito con Un lupo mannaro americano a Londra, a un anno di distanza dal video di Michael Jackson "Thriller", che chiunque abbia vissuto l'epoca dirà che non era solo un video qualsiasi, un ordinario video musicale in voga in quegli anni, ma un vero e proprio film horror di 13 minuti, sul tema zombie, ed entrambi, canzone e video erano caratterizzati dal memorabile commento/intervento vocale di Vincent Price. John Carpenter, poi, aveva dato il via alla serie di Halloween del 1978, era nelle sale da poco con The Fog, e avrebbe terminato The Thing ( La Cosa) nell'estate del 1982. David Cronenberg, dopo The Scanner e The Brood, stava promuovendo Videodrome, che sarebbe uscito nel 1983, lo stesso anno di The Dead Zone. E tutto questo senza contare il primo film della serie Evil Dead, uscito nel 1981, o Alien, uscito nel 1979. Ci furono poi le serie di Venerdì 13 e Nightmare on Elm, rispettivamente nel 1980 e nel 1984, e nello stesso periodo furono prodotti molti film da Stephen King, forse troppi, come Firestarter, Cujo, Creepshow, e Christine.

L' intervista. Carpenter insiste sul fatto che i film horror non lo spaventano, ma poi ammette che vedere It Came from outer space (Destinazione ... Terra! ndr) quando aveva 4 anni lo aveva scosso e spaventato. Landis pensava che vi era stato un cambiamento nei film horror: le storie erano abbastanza buone, ma poi l'effetto era rovinato dalla comparsa di un mostri fatti male (di merda nell'intervista..). Dal 1981 il film erano peggiorati ma i mostri effettivamente erano tecnicamente migliorati e piuttosto convincenti da guardare . I nomi Rick Baker e Roger Corman sono sbandierati liberamente. Sia Landis che Carpenter lamentavano la necessità di intere giornate spese per girare una sola scena con effetti pesanti. Cronenberg invece si lamenta della censura in Canada e sottolinea diversi aspetti positivi del sistema statunitense.
Un bellissimo video, purtroppo in inglese, per tutti i fan dell'horror e per tutti quelli che amano indossare.. giacche marroni.




Dangerous Minds


25/10/15

Palestina: “Esistere è resistere”

il valoroso esercito israeliano
di Grazia Careccia
Nell’ultimo mese la tensione in Palestina e in Israele è cresciuta fino ad esplodere in scontri, omicidi, esecuzioni sommarie da parte dell’esercito e fitte sassaiole. Le immagini sono arrivate nelle nostre case dai telegiornali, con giornalisti che, con funambolica abilità, con la solita litania ci dicono che gli israeliani si difendono dai terroristi. Ormai si aggiornano solo i numeri.
E’ diventato questo il conflitto israelo-palestinese per i media? Ebbene sì un susseguirsi di numeri aggiornati in tempo reale. Le scene da film di Tarantino in cui feriti palestinesi, bambini o adulti che siano, vengono ammazzati, o come dice la sicurezza israeliana “neutralizzati”, non vengono trasmesse dai media internazionali.
Così come non lo sono le immagini del bambino ferito da un colono che senza pietà gli grida “figlio di puttana” e chiede ai poliziotti, che calciano il ferito, di finirlo. Le televisioni internazionali non hanno passato il video in cui con disprezzo un colono israeliano ha sbattuto sul viso di un ragazzino palestinese ferito che veniva trasportato su una barella delle fette di carne di maiale, gridando “sappiamo quanto a voi musulmani piace il maiale.” Le immagini di questi attacchi brutali si trovano su Facebook e Twitter, ad uso di coloro che la causa palestinese la seguono da anni e sanno già molto bene quale sia la situazione.
Il linguaggio usato dai media, che non pronunciano mai la parola occupazione e riportano cifre e fatti senza contesto, contribuisce nuovamente ad isolare i palestinesi, a beneficio di Israele. Un’altra porta in faccia a persone che da generazioni hanno fatto della resistenza, del restare attaccati alla propria terra ad ogni costo una ragione di vita.
“Esistere è resistere”, si legge sul Muro che Israele ha costruito oltre la Linea Verde per prendersi terre e risorse idriche palestinesi. Ma oggi i giovani palestinesi pensano che forse anche esistere non sia più sufficiente perché la loro è diventata una realtà che è al di sotto della sopravvivenza. Soffocati dall’oppressione del regime militare di occupazione che controlla le loro vite fin dalla nascita, dal numero sempre crescente di coloni, oggi oltre 600,000 di cui circa 300,000 solo a Gerusalemme Est, i giovani palestinesi hanno rotto le fila dell’immobilismo imposto dalla politica di contenimento dell’asservita autorità palestinese.
Con i leader politici di un certo calibro dietro le sbarre delle carceri israeliane e i burocrati neoliberisti dell’Autorità Palestinese al potere impegnati a far quadrare i conti per ingraziarsi i generosi donatori stranieri, occidentali o arabi che siano, i giovani palestinesi non hanno trovato che se’ stessi come ultima ed unica “arma” per contrastare l’occupazione. E non si può dire che non abbiano provato a farlo con mezzi pacifici.
Forse in pochi ricordano quando nel 2011 tentarono azioni di disobbedienza civile salendo sugli autobus riservati agli israeliani che attraversano la Cisgiordania con destinazione Gerusalemme e furono brutalmente picchiati e arrestati. Non fa notizia il fotografo palestinese che, nonostante abbia avuto entrambe le gambe amputate a seguito di operazioni militari, continua a chiedere giustizia pubblicando le foto di Gaza in macerie. Non hanno fatto notizia i ragazzi e le ragazze vestiti come i personaggi di avatar per protestare contro il muro che a Bil’in gli porta via le terre che le loro famiglie hanno coltivato da generazioni, che gli porta via il futuro.


Stanchi anche dell’indifferenza della politica internazionale, che ha ridicolizzato i timidi tentativi dei burocrati palestinesi di far uso dei meccanismi di giustizia internazionale, i giovani palestinesi non possono fare altro che prendere in mano il proprio futuro; è la loro unica possibilità di sopravvivenza. Non gli resta altro che danzare la debke mentre lanciano un sasso contro una jeep dell’esercito israeliano o andare verso morte certa colpendo con un coltello chi è partecipe, più o meno consapevole, di un sistema coloniale che da decenni li umilia e li opprime.
Sarebbe miope pensare che quello a cui stiamo assistendo in questi giorni sia la reazione alle restrizioni che Israele ha imposto un mese fa all’accesso alla moschea di Al Aqsa o che da parte israeliana la furia sia stata scatenata dall’attacco in cui hanno perso la vita due coloni israeliani nei pressi di Nablus.
Le violenze e le manifestazioni di questi giorni sono la cartina tornasole del fallimento degli accordi di Oslo, della pace economica di Saeb Erekat, della soluzione a due stati. Da parte palestinese è tragicamente sfociato in impotenza l’ottimismo di coloro che, non avendo capito che i lunghi documenti degli Accordi di Oslo altro non erano che una trappola per sottrarre ai palestinesi il controllo delle proprie terre, risorse e del proprio destino, vent’anni dopo, si sono solo trovati inermi e indebitati con le banche.
In questo clima di frustrazione, di slogan politici e nazionalisti che non erano altro che parole portate via dal vento, sono cresciuti i ragazzi e le ragazze che, con l’incoscienza e spudoratezza della loro età, oggi affrontano a volto coperto e con le mani piene di pietre un nemico crudele e inesorabile. Anche i bambini, cresciuti nei campi profughi o in una Gerusalemme est intrisa di tensione e paura, che hanno visto i propri parenti e i compagni di scuola picchiati e arrestati dalle forze di sicurezza israeliane, si sentono grandi e prendono parte ad un gioco al massacro più grande di loro.
Chi dovrebbe proteggerli ancora sembra non aver capito che le regole del gioco sono cambiate e che uccidere a sangue freddo un bambino palestinese per Israele è ordinaria amministrazione. A Gaza durante l’attacco dell’estate 2014, Israele ha ucciso oltre 550 bambini e non ha mostrato rimorsi, tanto meno la comunità internazionale ha alzato la voce per far capire che certe morti innocenti non possono essere tollerate, al contrario i dati di quest’anno indicano trend positivi nel settore industriale bellico israeliano.
Gli israeliani, scampato ogni pericolo che il sogno palestinese di oslo potesse diventare realtà, stanno dando libero sfogo alla fobia dell’arabo e alla voglia di vendetta generati dalla propaganda del terrore e dalla disumanizzazione ideologica dei palestinesi che pervade il sistema dell’istruzione, l’esercito e i media israeliani e internazionali.
La disumanizzazione dei palestinesi agli occhi degli israeliani è ulteriormente rafforzata dalla separazione fisica che i due gruppi hanno subito a causa delle politiche adottate da Israele e culminate con la costruzione del Muro e la chiusura di Gaza. In una società profondamente militarizzata è facile instillare disprezzo e senso di superiorità verso coloro tenuti sotto il giogo militare e coloniale. I continui attacchi dei coloni contro i palestinesi, le migliaia di ulivi sradicati, le case palestinesi bruciate e la morte di famiglie innocenti sono testimonianza di questi sentimenti.
Negli ultimi giorni questa violenza è sfociata in follia e caccia all’arabo, per cui il minimo sospetto legittima agli occhi dell’israeliano e dell’occidentale medio esecuzioni sommarie come quella avvenuta nella stazione degli autobus di Afula. La gravità della situazione è confermata dall’impunità con cui tutto questo avviene, ad ulteriore conferma del fatto che le autorità israeliane sono non solo complici ma istigatrici di questa violenza.
Gestire il livello di violenza a seconda delle necessità politiche è una delle tattiche con cui Israele si destreggia abilmente per assicurarsi la coesione interna e l’appoggio incondizionato delle potenze occidentali unite nella lotta al terrorismo. Fino a che il conflitto israelo-palestinese sarà confinato nella retorica del terrorismo il ciclo di violenza non si arresterà.
Fino a che non si condannerà l’occupazione israeliana in maniera categorica chiedendone la fine incondizionata, i ragazzi palestinesi continueranno a morire ammazzati senza che nessun rappresentanza politica rivendichi queste giovani vite. I ragazzi e le ragazze palestinesi che in questi giorni hanno accettato di sfidare la morte anche semplicemente uscendo da casa o da scuola, l’hanno fatto con la triste consapevolezza di non avere nessun esercito che si mobiliterà in loro difesa e che nessuna sentenza punirà mai i colpevoli della loro morte.
E’ difficile prevedere quali potranno essere gli sviluppi di una situazione in cui i responsabili politici, da un parte gli israeliani per un piano preordinato e dall’altra la leadership palestinese per debolezza politica e interesse, hanno rispettivamente voluto e lasciato che il conflitto sfociasse nella violenza privata. Il sindaco di Gerusalemme che esorta i propri cittadini ad armarsi e le misure punitive adottate dal Governo israeliano di chiudere alcuni quartieri di Gerusalemme Est e di non restituire i corpi dei palestinesi coinvolti in attacchi contro israeliani sono benzina sul fuoco, ed indicano che Israele intende far affogare la causa palestinese nel sangue.
Il rappresentante diplomatico palestinese alle Nazioni Unite ieri ha affermato che i Palestinesi necessitano della protezione delle forze delle Nazioni Unite, forse dimenticandosi che tale forza può essere autorizzata solo dal Consiglio di Sicurezza, l’organo delle Nazioni Unite che da sempre è stato ostile verso l’adozione di misure efficaci contro le violazioni israeliane a causa del diritto di veto dell’alleato chiave di Israele: gli Stati Uniti.


Forse avrebbe dovuto prendere nota del comunicato con cui l’amministrazione americana condannava gli attacchi contro gli israeliani senza far alcun riferimento ai morti palestinesi, che in meno di due settimane sono arrivati ad oltre 30. Il resto della comunità internazionale, impegnata in manovre bellico-diplomatiche sull’ingestibile fronte siriano, si è limitata a poche frasi di routine senza mordente.
Il presidente palestinese Abu Mazen ha dimostrato di aver perso completamente il polso della situazione e ha ribadito il proprio impegno per la pace e chiesto la fine dell’occupazione. Impegnarsi per la fine dell’occupazione con ogni mezzo e senza concessioni, per avere libertà, giustizia e rispetto per i propri diritti per arrivare a parlare di pace, è invece quello che oggi chiedono i giovani palestinesi, in Palestina e in Israele.
Ora più che mai sentono che il tempo è loro nemico e che l’occupazione li sta strangolando. E si sa, chi si sente afferrato alla gola non può che reagire scalciando violentemente per liberarsi dalla presa e non soccombere per la mancanza di ossigeno.
Se questa sia una terza intifada o meno poco importa, non è importante darle un nome, è importante capirne il messaggio: la politica a tutti i livelli e per ragioni diverse ha fallito, ha lasciato le persone indifese e gli individui devono far cambiare la politica.
Questo messaggio sembra essere arrivato anche ai palestinesi cittadini d’Israele e agli arabi israeliani che hanno indetto uno sciopero generale e in circa 200,000 hanno dimostrato a Sakhnin, nel nord di Israele, in solidarietà con i palestinesi sotto occupazione. A questa specifica manifestazione avrebbero dovuto aggiungersi gli ebrei israeliani, in quanto vittime della manipolazione e delle politiche coloniali israeliane.
Dovremmo tutti riempire le strade delle capitali europee, di New York, di Pechino, fare come a Santiago del Cile, avere il coraggio di esigere dai nostri politici di smetterla con l’ipocrisia di considerare le parti del conflitto israelo-palestinese come duellanti ad armi pari e di riconoscere che Israele detiene le chiavi per la soluzione di questo conflitto, che non è né religioso né lotta al terrorismo, ma un regime coloniale e razzista camuffato da occupazione militare. Riprendiamoci anche noi, come stanno facendo i giovani palestinesi il potere nelle nostre mani e facciamo sentire la nostra voce di dissenso nei confronti dei nostri stati per la loro connivenza con i crimini commessi da Israele.
Dobbiamo far in modo che la comunità internazionale sia costretta a mandare un segnale forte, assordante, che faccia sentire Israele a disagio con il resto degli alleati di sempre. Non è questo che si fa anche con un amico quando, dopo ripetute rimostranze, continua dritto per la sua strada? Ad un certo punto lo si allontana per incoraggiarlo a riflettere e cambiare atteggiamento.
E allora abbiamo il dovere di chiedere che i nostri stati cessino di fornire armi ad Israele, di puntare il dito ogni volta che la nostra politica estera filo-israeliana contribuisce a rafforzare l’occupazione, di rifiutarci di vedere nei nostri supermercati prodotti delle colonie israeliane in Palestina. Se alzassimo la testa e facessimo sentire la nostra voce e il nostro appoggio aiuteremmo questi giovani palestinesi a non dubitare che “Esistere è Resistere”, insieme.
La terza intifada, per quelli che vogliono chiamarla in questo modo, è una lotta a mani nude per la libertà e contro l’oppressione, che dovrebbe andare oltre i confini della Palestina, per dare a tutti noi di nuovo il coraggio di prendere in mano una pietra per scagliarla contro il muro d’indifferenza dei nostri politici, per far valere i nostri diritti.

BDS ITALIA 








 

20/10/15

Un assalto sensoriale, implacabile: Requiem for a dream

Non sò se avete letto qualcosa di Hubert "Cubby" Selby jr, scrittore e sceneggiatore statunitense, qualcosa tipo "Ultima fermata Brooklyn", o The Demon, romanzi degli anni '70: schietto e diretto, ha scritto di portuali, senzatetto, delinquenti, sfruttatori, travestiti, prostitute, omosessuali, tossicodipendenti e in generale della povera comunità al margine della città, con cui aveva avuto a che fare mentre lavorava nella marina mercantile americana (come suo padre). Ammalatosi di tubercolosi, trovò rifugio nella letteratura, e nell'eroina come analgesico, per alleviare i postumi di varie operazioni ai polmoni.
I romanzi di Selby sono stati perseguiti per oscenità, vendita di materiale pornografico, istigazione alla violenza e all'omosessualità: tra gli scrittori che testimoniarono a sua difesa ci furono Anthony Burgess, William S. Burroughs, Allen Ginsberg .. Condannato varie volte, le sentenze furono sempre annullate in appello. Anche in Italia, la pubblicazione di "Ultima fermata Brooklyn” fu impedita. L'intimità con la sofferenza, l'onestà e l'urgenza morale, per comprendere Selby bisogna comprendere le nostre angosce.
Requiem for a Dream, è il secondo lungometraggio del regista Darren Aronofsky, e offre una rara sintesi di sperimentazione cinematografica e narrazione emotivamente coinvolgente. Dal potente racconto di Selby, Requiem for a Dream offre un viaggio sincero nelle profondità dell'esperienza umana. Una trasposizione totalmente fedele al testo scritto, quasi un omaggio d'insieme allo scrittore, a cominciare dal titolo designato per questo film. Immagini di amore, sogni e dipendenza, e immagini di un cancro, quello di cui è affetto la società del ventunesimo secolo, lo stesso che si manifesta sul braccio infetto di Harry/Leto.

E’ un assalto sensoriale, implacabile, che minaccia di travolgerci mentre assistiamo a queste immagini viscerali, il montaggio frenetico cattura i picchi 'alti' di euforia e i rituali ripetitivi di vite distrutte dalla droga, mentre disegna chiari i paralleli tra le diverse forme di dipendenza dei personaggi. Aronofsky intreccia le storie di quattro residenti a Coney Island, e al tentativo disperato di sfuggire a una vita noiosa. Droga, prostituzione, televisione, progresso nichilista. Sono le immagini che appartengono alla vita di Harry e alla sua cerchia, sua madre Sara, la sua ragazza Marion, il suo amico Tyrone. Non esiste il Bene in "Requiem for a Dream". Solo il timido, flebile desiderio di fuggire dalla realtà. Harry che sogna di vendere un kg di eroina e di aprire un negozio di abbigliamento con i disegni della sua Marion, mentre con l’amico fidato Tyrone riesce a malapena a tirare avanti sostenendo le proprie abitudini; la madre di Harry, vedova che invece cerca di scrollarsi di dosso la letargia sognando di diventare la star di un quiz in televisione, mentre scivola anche lei in una dipendenza devastante nel tentativo di dimagrire. Promesse e illusioni di un mondo ormai divenuto incomprensibile, assurdo, destinato al tracollo. "Requiem for a Dream" è un ritratto e una critica inquietante del sogno e della cultura pop americana, della nozione di successo facile e della gratificazione veloce, oltre che un attacco feroce alle dipendenze e lle varie forme di ossessione che queste creano a persone innocenti e ordinarie, attraverso il lavaggio del cervello dei mass media.
Ormai una grossa fetta di tossicodipendenti non vivono più per strada, rubando e commettendo reati. La maggior parte di loro sono persone della classe media, che prendono farmaci e droghe attraverso i loro medici e farmacisti di fiducia. "Persone normali” con le famiglie, i sogni e le speranze, le stesse di chiunque altro, che fanno del loro meglio per vivere alla giornata, cercando di trovare un po 'di felicità senza ferire nessuno. Questo film ci porta in un limbo di autoriflessione, ansia, panico, paura nei confronti del progresso e della caduta dei valori della nuova generazione americana (e non). Lo squallore del film degenera in concomitanza con la rovina fisica dei protagonisti, fino all'esagerato, raccapricciante finale dal sapore granguignolesco. Ellen Burstyn (sesta nomination all’oscar per questo film) colpisce come un pugno sullo stomaco con la sua straziante interpretazione di Sara, e con il suo percorso autodistruttivo intrapreso che la porta lentamente alla disconnessione dalla realtà. Jennifer Connelly, Marlon Wayans e Jared Leto meritano tutti i complimenti per aver dato vita a personaggi difficili, ma in definitiva onesti. La trainante colonna sonora è dell’ex Pop Will Eat Itself , Clint Mansell, che fa da contrappunto e rafforza le immagini sempre più da incubo.





16/10/15

Oscuro, fumoso, cupo, pieno di alcol e solitudine: Mark Lanegan Post

Otto anni, otto lunghissimi anni dall'ultimo, meraviglioso Bubble Gum: Mark Lanegan torna ed è.. Funeral Blues. Un disco dal passato che non passa, ma con notevoli cambiamenti rispetto ai dischi precedenti, con le drum machine che spesso sostituiscono la batteria (nonostante in cabina di regia ci sia anche Jack Irons, ex batterista di mille e più band, tra le quali Red Hot Chili Peppers e Pearl Jam, in compagnia del fido Josh Homme e di Greg Dulli), in un disco elettrico dove synth e tastiere dominano, piuttosto che le magiche chitarre che hanno sempre caratterizzato il sound del buon Mark. Un lavoro che è un antidoto al nuovo conformismo dell'indie rock, al rock alla moda che non graffia e non scuote. Perchè il blues non è solo un genere musicale, ma uno stato d'animo, uno stato d'animo che M.Lanegan ha sempre avuto e che a noi piace, lo sentiamo nostro: oscuro, maledetto, fumoso, irrequieto, paludoso, cupo, pieno di alcol e solitudine ma sempre con una dose di ironia e speranza, di fondo. Mark ci fa sapere di non amare la stampa, il gossip, i riflettori. Gli piace stare per conto suo, con i suoi animali (cani..) e che la privacy è un bene ultra prezioso, di questi tempi. Come non amare lui e la sua musica?











Mark Lanegan - Funeral Blues 


Un album di cover, l'ennesimo. Estetico e melodioso, ripercorre i ricordi d'infanzia di Mark Lanegan e ne illustra  l'ampiezza, insieme alla portata delle sue radici. Con momenti di rara  profondità, questo disco che conferma Lanegan comunque  come una delle voci più potenti della sua generazione, non mi convince. Anzi, con l'esclusione di un paio di pezzi, "She's Gone" ( Vern Gosdin) e  "I'm Not the Loving Kind" del solito  John Cale, non mi è proprio piaciuto. Lo trovo pomposo, monotono, "lento". Forse solo perchè non mi piacciono gli "originali", ma il confronto con l'altro disco di cover di Mark,  I'll Take Care of You, del '99,  è impietoso.  Strano,  avevo letto un pò di recensioni in giro e i pareri sono discordanti: Imitation è considerato un ottimo album, quello della.."maturità" (!) e Blues Funeral come un passo falso. In totale disaccordo, considero il primo  disco, un ottimo disco di cover, non un omaggio alle canzoni di infanzia ma alle sue fonti d'ispirazione, primo tra tutti il J. Lee Pierce dei Gun Club  e  il secondo sperimentale, intrigante, con l'inserimento si synth e drum-machine, che ben si combinano con la sua malinconia. Perchè.. "tutte le canzoni che trasmettono positività e allegria, a me fanno venire una tristezza infinita. Perché dentro di te sai che le cose, nella realtà, saranno sempre diverse".
E' questa l'originalità del buon Mark, quella che tanto ce lo fa amare..


Imitation  (2013, Vagrant Records)
"Flatlands" - Chelsea Wolfe -- Chelsea Wolfe
"She's Gone" - Jan Paxton/Clarence White -- Vern Gosdin
"Deepest Shade" - Greg Dulli -- The Twilight Singers
"You Only Live Twice" - Leslie Bricusse -- Nancy Sinatra
"Pretty Colors" - Al Gorgoni/Chip Taylor -- Frank Sinatra
"Brompton Oratory" - Nick Cave -- Nick Cave and the Bad Seeds
"Solitaire" - Neil Sedaka/Phil Cody -- Andy Williams
"Mack the Knife" - Kurt Weill/Bertolt Brecht -- Bobby Darin
"I'm Not the Loving Kind" - John Cale -- John Cale
"Lonely Street" - Carl Belew/Kenny Sowder/W.S. Stevenson -- Andy Williams
"Élégie funèbre" - Gérard Manset -- Gérard Manset
"Autumn Leaves" - Joseph Kosma/Johnny Mercer/Jacques Prévert -- Andy Williams 


I'll Take Care Of You  (1999, Sub Pop)
Carry Home - 3:00 - (Jeffrey Lee Pierce)
I'll Take Care of You - 2:50 - (Brook Benton)
Shiloh Town - 3:22 - (Tim Hardin)
Creeping Coastline of Lights - 3:20 - (Leaving Trains)
Badi-Da - 3:21 - (Fred Neil)
Consider Me - 3:49 - (Eddie Floyd, Booker T. Jones)
On Jesus' Program - 2:45 - (Overton Vertis Wright)
Little Sadie - 3:23 - (traditional)
Together Again - 2:34 - (Buck Owens)
Shanty Man's Life - 3:12 - (Steven Harrison Paulus)
Boogie Boogie - 2:04 - (Tim Rose)


Mark_Lanegan_Imitation.rar
Mark Lanegan I'll Take Care of You 




11/10/15

Il ricciolo del diavolo: Misfits

Personaggi:
Bobby Steele, Jerry Caiafa, Glenn Danzig - Misfits

I Damned, è la prima band che alla fine del 1977 anticipa il goth. Dave Vanian, ( singer dallo stile vocale da crooner e unica presenza costante nella lunga e tormentata carriera della band) sarà anche il primo ad adottare il look da vampiro e impiega fin dall’inizio il face painting sul palco. La carriera dei Damned si incrocerà più volte - alla fine del decennio magico che furono i Settanta - con quella di un altro gruppo che porterà ancora più in alto l’asticella dell’horror punk: i Misfits, che ne diventeranno presto il contraltare a stelle e strisce e che andranno spesso in tour con la band inglese.

Band horror punk, hardcore, heavy thrash , speed metal, I Misfits si formano nel 1977, nel New jersey, guidati da Glenn Danzig, (Glenn Anzalone), destinato a diventare un’icona dell’hard rock e dell’horror rock grazie alla sua voce calda e particolare e l’attrazione per il cinema di fantascienza, horror e per i B-movie in generale. A Gerald Caiafa, bassista poi noto col nome di Gerry Only, si dovrà gran parte del look dei Misfits, a partire dalla sua particolare acconciatura, il “ricciolo del Diavolo”, più o meno, un ciuffo al centro del viso lungo fino al mento. Gli anni Settanta, nonostante le uscite e gli apprezzamenti in sede live, sono anni tormentati per i Misfits: caos durante i live, risse a colpi di bottiglie e coltelli, arresti, prigione. . Incidono una canzone dedicata all’attrice horror di serie Z Vampira, collaborano col regista del genere George A. Romero, proiettano spezzoni di film del terrore durante i live e nell’ottobre del 1982, il 17 del mese (il giorno giusto) saranno arrestati, insieme ad alcuni fan al seguito, per furto aggravato dentro un cimitero di New Orleans, il Saint Louis Cemetery , dopo un concerto coi Necros: si erano addentrati nel camposanto cattolico alla ricerca della tomba della leggendaria regina del voodoo bianco creola, ex parrucchiera e tenutaria di bordello nella città della Louisiana, Marie Laveau, morta il 16 giugno 1881. WALK AMONG US del 1982 è considerato uno dei migliori album punk di sempre e autentico manifesto della band del New Jersey. Glenn Danzig abbandona per sempre i compagni in una data a Detroit il 29 ottobre del 1983, e quello che verrà sarà un intrico di liti legali tra Danzig (che formerà la band che prende il suo nome realizzando una “striscia” di quattro dischi clamorosi, gli album solisti di Glenn sono numerati) e il resto della formazione per i diritti sul nome durate tredici anni, ( fino al 1995, anno in cui, finalmente, troveranno un accordo ) con interruzioni, resurrezioni e manipolazioni del combo che torna nel 1997 con American Psycho e Gerry Caiafa come leader e Michael Graves alla voce per continuare a sopravvivere..

i Misfits influenzeranno decine di band, con esplicito riconoscimento o meno, dagli Slayer a Marilyn Manson, agli alternative AFI, che adotteranno in toto il devil rock di Jerry Only.





09/10/15

Omaggio, tributo o talento: le cover di successo

Che siano un omaggio a un mito o un "collega" del passato (o del presente), un tributo alla bellezza e alla potenza della canzone che sembra perfetta, o solamente una ciliegina alla torta del successo raggiunto, le cover dal vivo o in studio sono la dimostrazione di un talento in grado di spaziare in altri campi e generi. Esistono tuttavia differenti casi - e qui se ne leggono alcune pensando agli esempi più famosi ed eclatanti - di rock band o solisti che hanno raggiunto le vetti delle classifiche (e talvolta artistiche) proprio grazie a una cover, che assurge a marchio di fabbrica, quasi a oscurare quanto di valido si faccia prima, durante o dopo. Ad esempio..


The Kingsmen, Louie Louie (1963)
Suonavano nel garage di casa, i Kingsmen,  quintetto di Pordand (Oregon), quando decisero di registrare la cover, incisa nel 1957 da Richard Berry, un calypso venato di r’n’b, sulla scia di Havana Moon di Chuck Berry (nessuna parentela fra i due).  Il pezzo ha una struttura semplice, quasi proto-punk, e piace subito ai ragazzi, centra in pieno l'obiettivo: i testi sono quasi incomprensibili e vennero giudicati osceni dalla borghesia dell'epoca, che ne proibì la diffusione presso alcune emittenti locali, il canto è rauco, il ritmo battente, con un solo e breve assolo, incontrò subito il favore dei dj radiofonici e di tantissimi adolescenti, facendo dei Kingsmen uno dei più duraturi complessini degli anni Sessanta.

The Animals, The House Of The Rising Sun (1964)
Il brano risulta, da tempo, inestricabilmente legato alla popolarissima cover dei cinque Animals, mentre le versioni precedenti, benché valide o imponanti, vengono quasi di colpo rimosse o trascurate.In origine il pezzo é un motivo popolare, scoperto dal musicologo Alan Lomax, che lo tirò fuori da alcune registrazioni degli anni Trenta.
The House ofthe Rising Sun viene in seguito ripresa e moditicata da un vasto numero di artisti, dal blues di Josh White e Leadbelly al folk di Pete Seeger e Joan Baez, da Bob Dylan al beat africano di Miriam Makeba. Ma è la versione del folksinger Johnny Handle ad attrarre la curiosità degli inglesi Animals, che la fanno propria con arpeggi di chitarra elettrica, con il ritmo scandito dall’organo e con il vocalismo strozzato dal whisky di Eric Burdon in chiave rock blues: gli Animals faranno della canzone un inno dei giovani, del beat e della British Invasion.

The Byrds, Turn, Turn, Turn (1966)
Pionieri del folk rock, David Crosby e Roger McGuinn cominciano a studiare le possibilità di incrociare i due mondi (il folk e il rock, appunto) partendo dalle chitarre. Da un lato McGuinn sceglie un'inglese Rickenbacker 12 corde perché il beatle George Harrison ne suona una; dall’altro Crosby sceglie numerosi pezzi del Bob Dylan acustico per il nascente quintetto. L’album di debutto Mr. Tambourine Man (1965) non a caso ha ben quattro cover dylaniane (title track compresa) con la band che va ancor più in profondità nel costruire un nuovo folk: in questa cover da Pete Seeger - che la scrive negli anni Cinquanta ma l'incide solo nel 1962 - David e Roger aggiungono inedite armonie corali, un suono chitarristico tintinnante, che va al la dell’aspetto meditativo originale. La cover dei Byrds vola al numero 1, mentre, negli anni successivi, molti original, firmati anche dagli altri membri' Gene Clark e Chris Hilhman, vantano successi inferiori, giacché i cinque "Uccelli" non raggiungeranno mai la top ten con una loro canzone.

Aretha Franklin, Respect (1967)
Nella versione originaria di Otis Redding del 1965, il brano è una hit di proporzioni modeste che non va oltre il numero 35 della Billboard Hot 100, ma un giovane quartetto, i Vagrants - ne fanno un exploit locale, nel 1967, con una versione garage rock -  il testo del soulman su onore e fedeltà aumenta il tasso di misoginia. Ci vuole un’altra grande Voce r'n’b, Aretha Franklin, per trasformare Respect da standard pop a personalissimo biglietto da visita musicale. Lavorando sul pezzo di Redding per l’album I Never Loved a Man the Way I Loved You, Aretha opta per un mutamento cruciale della prospettiva letteraria, assicurandogli un ruolo simbolico determinante come inno non ufficiale , dell'emergente movimento femminista. Sostenuta dalle sorelle Enna e Carolyn, - la Franklin esige rispetto anche nella giusta ripartizione della cover medesima, confermando che, sebbene Otis Redding scriva Respect, la canzone appartiene pure ad Aretha Franklin

Joe Cocker, With a Little Help from My Friends (1968)
Il brano viene scrirto dai Beatles ( Lennon/McCartney) con l'idea di dare qualcosa da cantare anche a Ringo Star per l’album Sgt.Pepper's Lonely Hearts Club Band (1967) affibiandogli, come sempre, i motivetti più facili e più stupidi. Ma, nelle mani di un ancora sconosciuto bluesman di Sheffield, il pezzo viene musicalmente stravolto da cima a fondo, diventando un lento rabbioso che monta in testa alle classifiche nel Regno Unito, facendo girare il nome di Joe Cocker all'estero, fino alla consacrazione iconica nella lunga performance a Woodstock. La versione di Cocker impressiona favorevolmente i Beatles che gli concedono la licenza a eseguire altri due loro pezzi per il secondo album, la stella di Joe continua a brillare <<con un piccolo aiuto>> di questi e altri amici (il  jamaicano Jimmy Cliff per esempio) grazie ai quali offrirà splendide versioni delle loro canzoni.L'immagine e la carriera del vocalist fricchettone però, rimarranno  per sempre legate alla sua.. Friends.

Ike and Tina Turner, Proud Mary (1970)
All'epoca in cui registra il celebre pezzo dei Creedence Clearwater Revival, il duo soul afro - americano ha già alle spalle oltre un decennio di carriera e circa venti album a proprio nome. Ma, nonostante diversi tentativi in direzione pop, il successo si rivela quasi sempre effmero per i coniugi Turner, quando passano dal r’n’b al mainstream. Fresca dell’esperienza come supporter per i concerti dei Rolling Stones, l‘anno prima, la grintosa coppia non è estranea alle cover di notissime melodie rock: ecco quindi per Ike & Tina il biglietto da visita con l'eccitata ed eccitante interpretazione (soprattutto nella provocatoria sensualità della vocalist) della hit che i Creedence incidono un anno prima. Proud Mary in chiave black raggiunge il quarto posto nella hit parade, vendendo, come singolo, più di un milione di copie, guadagnando l'apparizione all'Ed Sullivan Show, cosi come la vittoria di un Grammy per la migliore performance di r’n’b vocale nel 1972.

Elvis Costello, (What’s So Funny about) Peace, Love and Understanding (1970)
In veste di cantautore rock, Elvis Costello è l’artefice di alcune tra le più belle composizioni dell'era post post punk, da Alison a Pump it Up, da Almost Blue a Everyday I Write the Book. Ma la canzone che meglio lo rappresenta (e per la quale è conosciuto in tutto il mondo) viene scritta nel 1970 dall'amico e produttore Nick Lowe, il quale é anche il primo a registrarla con la propria pub band nel 1974. (What's So Funny 'bout) Peace, Love and Understanding nell’immenso songbook costelliano vanta dunque la vita piu lunga, il che è tutto dire considerando la feroce concorrenza di ben altri pezzi dello stesso geniaccio londinese.

Joan Jett, I Love Rock’n’Roll (1979)
Stando agli unanimi consensi attorno alla band, il nuovo singolo degli Arrows dovrebbe essere il colpo grosso per tutto il 1975: presentato in un noto show televisivo inglese (come pure negli States), non basta per risalire nelle classifiche britanniche. Invece, Joan Jett, che vede il gruppo negli Stati Uniti da spalla al tour delle Runaways, é folgorata da I Love Rock'n’Roll che subito incide assieme a musicisti come SteveJones e Paul Cook dei Sex Pistols. Il brano originariamente appare quale lato b di You Dont Own Me, ma Jett non è soddisfatta e quindi lo registra di nuovo nel 1981 assieme al proprio quartetto The Blakhearts: la grinta hard rock della cover vale la cima di Billboard e la carriera solista della bruna cantante di Filadelfia.

Kim Carnes, Bette Davis Eyes (1981)
Scritto nel 1974 da Donna Weiss e Jackie DeShannon, quest'ultimo musicista di talento che nel 1964 apre la tournée americana dei Beatles e poi compone brani assieme a Jimmy Page e Randy Newman - il brano trae ispirazione dal film drammatico e proto-femminista Perdutamente tua (1942), grazie alla scena in cui Paul Henreid accende una sigaretta a Bette Davis. Diversi anni dopo, Weiss porta la canzone a un’amica, la cantante e autrice Kim Carnes: e dopo che il tastierista Bill Cuomo ripulisce la melodia con alcuni synth, Bette Davis Eyes è pronta a decollare, restando al n° 1 per nove settimane nelle classifiche e vincendo sia il Grammy Award sia il Record of the Year del 1982.

Soft Cell, Tainted Love (1981)
Nel 1976, la cantante soul americana Gloria jones - già corista nei T. Rex, nonché fidanzata del loro epico frontman Marc Bolan - riregistra questa canzone già incisa nel 1964: e proprio durante i Sixties il meditabondo e cadenzato inno strappalacrime resta un punto fermo dei dj inglesi di gusto northern soul. Ma Tainted Love diventerà famosa nel mondo nel 1981, quando il duo inglese con Marc Almond e David Ball ne offre una versione tecnopop arrivando in testa alle patrie classifiche e all'ottavo posto negli Stati Uniti. A proprio vantaggio, i Soft Cell non giocano sulla fedeltà o sulla nostalgia: la cover è di proposito lenta, misteriosa e sensuale, un inno dancefloor duraturo che contesta l'idea che i sintetizzaton tipici della new wave debbano per forza apparire freddi o spersonalizzanti.

Sinead O’Connor, Nothing Compares 2 U (1989)
La versione originale resta sostanzialmente dimenticata, benché venga eseguita da The
Family, un progetto utilizzato da Prince (e con ex membri di The Time) come valvola di sfogo per il copioso songwriting di Minneapolis. Rimasto nel dimenticatoio per due-tre anni, dunque vicino al fallimento commerciale, il brano viene però riconsiderato dal manager di Sinead O'Connor che lo suggerisce, quale single, alla giovane cantautrice irlandese, che, a sua volta, lo muta nel maggior successo di una lunga e impegnativa carriera. Grazie a lei Nothing Compares 2 U ispira una vagonata di nuove cover, con Prince che inizia a suonarlo dal vivo, fino a farne una propria versione nell'album Hits. Resta tra l’altro la canzone che spinge la calva dublinese verso i riflettori del mainstream, un genere in cui si trova spesso a disagio sul piano esistenziale.

The Lemonheads, Mrs.Robinson» (1992)
Sulla scia di Nevermind dei Nirvana che fa impazzire l'industna musicale dei primi anni Novanta, le grandi major americane propongono contratti favolosi a qualsiasi giovane band il cui credito indie rock sembri vagamente commerciale. Solo dopo la firma sugli anticipi, lo show business si accorge che in fondo i vari gruppi alternativi, salvo rarissime eccezioni, non vanno al di la di audience specialistiche. Infatti l'eccellente album It's a Shame about Ray del trio di Boston originariamente non include la cover dell’ormai classicissima ballata di Simon & Garfunkel, ma quando le <<teste di limone>> registrano un video per il 25° anniversario del film Il laureato (dove Mrs. Robinson è di fatto il leit-motiv), la nuova versione (molto più rock) decolla. E l'Atlantic ristampa quasi subito It’s a Shame about Ray con l'aggiunta della cover. Il tutto funziona, anche perché Mtv offre alla fresca Mrs. Robinson molto più spazio di quanto faccia con gli altri pezzi dell‘album. Ma né prima né dopo i Lemonheads riescono a conseguire tanta attenzione mediatica.

Jeff Buckley, Hallelujah (1994)
Per molti, l’Hallelujah dello sfortunato Jeff Buckley (morto giovane come il padre Tim, anch’egli cantautore) è la versione deiinitiva del brano stesso, ignorando che non si tratta di un original, bensi della cover di una cover. Buckley s’ispira difatti alla versione del 1991 dell’ex Velvet Underground John Cale, il quale, a sua volta, pesca da quella autentica composta dal canadese Leonard Cohen nel 1984, comunque già famosa nei toni poeticamente oppressivi e deprimenti. In circa trent’anni le cover di Hallelujah sono quasi seicento in almeno venti lingue e’ nel 2008 vantano oltre cinque milioni di copie vendute nelle interpretazioni di Buckley, Cohen, Cale, come pure di Rufus Wainwright o anche di me dell‘uragano Sandy.

Run-D.M.C., Walk This Way (1986)
Non c'é dubbio che i Run-D.M.C. abbiano un posto assicurato nella storia della musica anche senza la cover del pezzo hard rock degli Aerosmith uscito nel 1975, ma il successo commerciale del trio hip hop inizia (e per certi versi si conclude) con il rifacimento black di Walk This Way undici anni dopo. Il brano - prodotto da Rick Rubin con la partecipazione di Steven Tyler e Joe Perry, i due leader del quintetto di Sunapee - risulta il primo rap in assoluto nella top five di Billboard, confermandosi, alla distanza, fondamentale nella messa a punto del 'cosiddetto rap rock (e la clip ne rappresenta simbolicamente l'incontro/scontro).

Los Lobos, La Bamba (1987)
Los Lobos, insieme dal 1973, con oltre venti album alle spalle, è il sestetto tex-mex (o rock Chicano) più noto in assoluto e osannato nel mondo per le singolari versioni del repertorio folk messicano. I <<Lupi>> vengono chiamati per la musica di Richie Valens nel biopic La Bamba di Luis Valdez, nella cui soundtrack si ascoltano sei canzoni dello sfortunato cantautore, morto a diciassette anni nell’incidente aereo in cui perdono la vita anche Buddy Holly e Big Bopper. E La Bamba originale, che rilanciata postuma nel 1959 si piazza al numero uno in otto paesi (compresi Stati Uniti e Gran Bretagna), e assunta e pensata da Los Lobos quale omaggio al genio precoce del losangelino, che dal quartiere multiemico di Pacoima, rima in chiave pop rock, una song latina di solito cantata in occasione di matrimoni e battesimi nello stato di Veracruz. L' originale, un po' piu lento rispetto alle due cover, è documentata fin dal 1830.


07/10/15

Rock-star accademici: improbabili e qualche eccezione


Abbiamo già parlato di come un paleontologo di fama, con un dottorato alla Cornell University di L.A. (Ucla) possa contemporaneamente essere il leader di uno dei gruppi più influenti dell'intera scena punk della West Coast americana. E infatti il rocker oggi più affermato che riesce a coniugare la vita da musicista e contemporaneamente l’attività accademica è senza dubbio Greg Graffin, cantante e leader dell'ormai storico gruppo punk californiano Bad Religion. La sua carriera musicale inizio nel 1981 quando era ancora al liceo, con il suo gruppo pubblica l’album How Could Hell Be Any Worse?, disco capostipite per il punk della West Coast. La band non ottenne però al momento grande successo commerciale e questo permise a Graffin di proseguire gli studi prima alla University of California e poi alla Cornell University dove consegui un Phd in geologia. A partire dal 1986 però i Bad Religion diventarono una delle principali band punk-rock americane, e il loro successo diventò rapidamente internazionale. Graffin riuscì comunque a proseguire l’attività accademica scegliendo come campo privilegiato di studi la biologia evolutiva e ottenendo un insegnamento presso la Ucla. Tra le canzoni della band appaiono titoli come <<Processo di Markov>>, <<Entropia>>, <<Big Bang», <<L'aspetto positivo del pensiero negagativo>> e <<Ad hominem>>.

<<E sempre stata l’unione di accademia e musica che mi ha arricchito di più>>. Per la storia di Gregg, rimandiamo al post già pubblicato.

Continuiamo invece con un famoso verso di No Surrender, tratta dall'album Born in the Usa di Bruce Springsteen: <<Abbiamo imparato di più da un disco di tre minuti che da tutto quello che ci hanno insegnato a scuola>>. Chi di noi non l'ha mai pensato almeno una volta? Tuttavia, un numero folto di musicisti e rockstar ha avuto un passato (o un presente) da professore e docente, talvolta (come sopra) addirittura con esiti di un certo prestigio.

Tutti credo sanno di Sting, leader dei Police e poi idolo di tutti gli yuppies di questo mondo: prima di diventare la star alla guida dei Police si laureò all’Università di Warwick, insegnando poi alla scuola elementare cattolica St. Catherines Convent School di Newcastle. Letteratura e musica le sue materie, oltre che allenatore di calcio, con risultati che egli stesso ha definito scarsissimi. <<Per me è stato un inferno - ha detto il cantante in un’intervista rilasciata nel 2006 - Tentavo di ispirare i ragazzini solo insegnando loro quello che piaceva a me. Questo alla fine si riduceva alla poesia e al calcio, il resto non ero proprio capace di insegnarlo>>.

Gordon Summer, professore di giorno e musicista jazz di notte, per la sua abitudine a esibirsi vestendo un curioso maglione giallo e nero, che lo faceva apparire simile a un’ape si meritò il soprannome di Sting, il pungiglione. Il trasferimento a Londra nel 1977, in piena rivoluzione punk, e tutti sappiamo come sono andate le cose: nacquero i Police che due anni dopo raggiunsero i vertici delle classifiche inglesi e americane. Ritornando alla sua breve esperienza come maestro, in Don’t Stand so Close to Me (1980) Sting descrive i turbamenti di un professore alle prime armi per una sua alunna: <<Il giovane maestro, l’oggetto/della fantasia di una ragazzina/ lei lo desidera cosi tanto /la ragazza ha la metà dei suoi anni/ Non starmi cosi vicina». Lui nega che il brano sia autobiografico, ma nessuno ci crede.

E' quella di Kris Kristofferson la storia che più mi ha incuriosito e appassionato. In breve, conosciamo Kris come una star della musica country e del cinema, ma da ragazzo Kristoiferson vinse quattro premi dell’autorevole Atlantic Monthly per scritti di fiction e dopo la laurea con lode in lettere al Pomona College gli era stata assegnata nel 1958 l’ambitissima Rhodes scholarship grazie a cui andò a studiare a Oxford. Alla fine deli studi decise pero di andare volontario nell’esercito dove divenne capitano e pilota di elicotteri, che lo portò poi ad insegnare nella più titolata accademia militare americana, West Point. Quì rifiutò una cattedra di lingua inglese, perchè la passione per la musica era troppo forte. Smessa la divisa, andò a Nashville dove il suo primo impiego fu per la Columbia records che però lo assunse per pulire i pavimenti di uno studio di registrazione. Fu in quell’occasione che conobbe Johnny Cash il quale incise - portandolo al successo - il suo brano Sunday Mornin' Comin Down. Che storia!

Anche Art Garfunkel nel 1962 si laureò in storia dell’arte alla Columbia University di New York. Per tutti gli anni Sessanta alternò la carriera musicale a quella di docente alla Litchfield Preparatory School in Conneticut, un incarico che tenne anche quando la sua carriera in coppia con Paul Simon lo aveva reso una star. Garfunkel lasciò definitivamente l'insegnamento nel 1970, mentre il suo partner Paul Simon, proprio lo stesso anno, fu chiamato dalla New York Univeristy per un corso dedicato al songwriting. Il seguito di Simon era tale che si decise di selezionare le iscrizioni attraverso alcune audizioni. ll corso, che non venne ripetuto, riuscì a produrre una sola autrice che ebbe poi successo, Melissa Manchester che ha avuto una lunga carriera e ha prodotto due singoli celebri Midnight Blue e You Should Hear how She Talks about You, vincendo anche un Grammy Award.

Anche la storia di Robert Leonard è avventurosa. Geniale ed eclettico personaggio, riuscì a passare da Woodstock all’Fbi fino ad approdare a una Cattedra universitaria. Negli anni Sessanta Leonard fondò gli Sha Na Na, protagonista del primo vero revival della storia del rock, riproponendo in maniera coreografica alla generazione degli hippie i classici dei primi anni Cinquanta <<A quei tempi di sperimentazioni - ha ricordato Leonard in un'intervista - sembravamo la vera avanguardia, tanto che Frank Zappa (!!!) ci definì il gruppo più strano che avesse mai visto. A uno dei nostri primi concerti vidi che nelle prime file, in piedi su una sedia, c’era Jimi Hendrix che saltava e ballava. Venne da noi e ci disse che eravamo bravi. Passammo con lui tutta la serata».

L’amicizia con Hendrix li portò dritti al festival di Woodstock dove tennero una scatenata e divertente esibizione decisamente in controtendenza con lo spirito della manifestazione. La band ebbe un momento di grande fama, ma i progetti di Robert Leonard erano un po’ diversi. Decise di lasciare i compagni e di proseguire gli studi ottenendo un Phd alla Columbia University in linguistica. <<A 21 anni avevo già suonato a Woodstock, e al Fillmore West di San Francisco dove ho bevuto vino con Janis Joplin, ho inciso dei dischi, mi sono esibito al Johnny Carson Show. Ma c’erano altre cose nella vita che volevo fare». Leonard è stato un pioniere degli studi in linguistica forense diventando consulente della polizia federale in diverse delicate investigazioni per omicidio. La sua passione per le lingue lo ha portato anche in Africa dove ha studiato diversi dialetti ed è diventato un esperto di Swahili di cui è ancora docente presso la Hofstra University di New York, dove dirige il dipartimento di linguistica. La sua figura di esperto linguista ha anche ispirato un personaggio di un romanzo dell’antropologa forense e scrittrice di gialli Kathy Reichs. Wow!

Che dire di Gene Simmons? Bassista dei Kiss, il vampiro sputa-sangue, l'uomo dalla lingua più lunga del mondo, l’autocelebrato sesso-dipendente, è stato professore in una scuola media non certo raccomandabile a New York, nel quartiere di Spanish Harlem. <<L'ho fatto solo per sei mesi' e volevo uccidere ogni singolo ragazzin>> Ci crediamo. Nel 2004 Gene é tornato dietro la cattedra nell reality show inglese Rock School che l’ha visto impegnato con alcuni ragazzini di un liceo britannico e l’obiettivo di creare una rock band.

Ci sono poi JT Taylor, leader del gruppo dance-pop Kool and the Gang, che dopo una borsa di studio alla Norfolk State University, divenne insegnante alla scuola per infermieri mentre si cimentava come cantante nei club all’alba della stagione d’oro della disco-music. Fu solo grazie a un audizione che iniziò la carriera professionale nella musica.

E Shery Crow, che ha insegnato per un periodo nella scuola elementare Kellison a Fenton in Missouxi. Diplomata all’Università del Missouri e all’inizio di una stentata carriera musicale alla guida di un gruppo chiamato Kashmir, sbarcava il lunario insegnando musica. Lasciò per approdare in California, dove riuscì a diventare la corista di Michael Jackson. Dieci anni dopo l’uscita dal College pubblicò l’album Tuesday/NightMusic Club destinato a vendere quasi 5 milioni di copie.

Chiudiamo con Bono degli U2.
<<Non penso ci sia nulla di più improbabile della visione di una rock-star nelle vesti di un accademico, mi ricorda le persone che vestono i loro cagnolini in cappottini di tartan. Non è naturale e i cani non diventano certo più intelligenti...» Siamo al 17 maggio 2004, quando l’università di Penn State di Filadelfia, prestigioso ateneo della Ivy League, gli conferì il titolo di Doctor of Law, dottore in giurisprudenza per il suo impegno e il suo ruolo a favore dell’Africa. ln quell'occasione, arringò gli studenti in un appassionato discorso:<<Dottore in legge. Tutto quello che riesco a pensare sono le leggi che ho violato! (...) No, non sono mai andato al college. Ho dormito in posti molto strani e vi assicuro che la biblioteca non è mai stata uno di questi. Ho studiato rock'n'roll e sono cresciuto a Dublino negli anni Settanta, la musica fu per me una sveglia. Mi svegliò nei confronti del mondo». Alla fine però Bono ha saputo dare agli studenti di Penn State la sua morale:
<<ll mio punto di vista e che il mondo è più malleabile di quanto voi possiate immaginare e sta solo aspettando un martello che ‘riesca a plasmarlo. Se fossi un cantante folk mi metterei subito a cantare ‘Datemi un martello. Ma vengo dal punk-rock e quindi preferirei avere quel martello nel mio pugno. Ricordate che il vostro titolo di studio è proprio questo, un semplice strumento. Cosi dovete andare avanti e farci qualcosa. (...) Questo è il tempo per le misure audaci e voi siete la generazione». A posto, e seduti...



06/10/15

E non sapevano nulla della rivoluzione compiuta da Little Richard e Bob Dylan: Valerio Morucci - A guerra Finita


Non è che gli italiani non ne vogliano sapere di mettersi alle spalle gli anni di piombo, infatti non amano parlarne, e quando lo fanno, come nel caso Battisti, lo fanno a vanvera: ad esempio, "inaccettabili e fuori luogo" le proposte di boicottare i prodotti brasiliani, il turismo e di non mandare gli atleti a concorrere ai mondiali militari, che si sono fatte strada all'interno della politica italiana (e non solo) nei momenti più caldi della polemica. Ci sono cose che la cultura e la politica italiana non hanno saputo far capire all'interno del nostro Paese, e forse neanche siamo riusciti a far comprendere anche a Paesi amici vicini e lontani che cosa hanno significato quegli anni. Soprattutto, non sanno o non vogliono chiedersi, al riguardo, il perché un numero non trascurabile di giovani decise, all’epoca, di tentare la strada della lotta armata. La nostra opinione è legata alle strategie di tensione e di provocazione che settori dello Stato misero in campo a partire dalla strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969. Strage che le ricostruzioni storiche più attendibili attribuiscono a settori dei servizi segreti, con complicità o addirittura direttive internazionali e manovalanza fascista. Su queste trame non è stata mai fatta la necessaria giustizia, punendo esecutori, mandanti e strateghi ad alto livello. Ci furono poi le stragi successive, come quella di Brescia, di Bologna, l’attentato alla questura di Milano, e tanti altri episodi ancora. Condanniamo senza indugi la scelta della reazione armata, ma bisogna prendere atto del fatto che tutti coloro che furono responsabili di questa scelta hanno da molto tempo riconosciuto che si tratta ormai di un’esperienza finita, rispetto alla quale molti di essi si rapportano in modo autocritico. Quasi tutti hanno pagato il loro debito con la giustizia e quindi, ci sono tutte le premesse, per chiudere definitivamente una pagina triste della storia nazionale...


... e poi.. Master of War, It's a hard rain's gonna fall..
Si conoscevano da sempre, da quando tutto ebbe inizio: l'assalto al cielo del febbraio '68, poi a marzo, lo shock e insieme all’acre sapore del primo scontro: Valle Giulia..
Stesse esperienze, stessa formazione. Carlo era finito poi in Prima Linea, mentre Enrico, forse perché' aveva anticipato un po' le proprie scelte, era entrato nelle Br (...)


"Enrico carissimo, anch’io in questi anni mi sono posta molti interrogativi su di te, e sulla storia di molti altri e non sempre ho trovato le risposte. Conosco parte del tuo ragionare da quello che ho letto in questi anni, ma mi manca il lato più personale delle tue scelte. Spesso abbiamo discusso con rabbia. Da una parte emergeva l’estraneità verso gesti folli, dall'altra le distinzioni, l'affetto, l'amicizia, i ricordi personali e umani per ogni singolo volto da tempo scomparso.."

Dopo anni, e con qualche reticenza, si levavano da più parti altre voci critiche sulla lotta armata. Molti che ne erano stati protagonisti cercavano ormai spiegazioni, analisi convincenti. "Cara Francesca, le cose sono in continua evoluzione ed io credo che lo sforzo maggiore vada compiuto per rispondere anche alle domande, intime e imbarazzanti, che tu poni. Le domande di chi ha condiviso con noi le nostre stesse speranze ma non le stesse scelte. E oggi chiedi 'perché'?. Non il perché' ufficiale, da consegnare ai documenti, all'arida carta, ma il perché' umano, personale. Oggi ne parlavo con Carlo durante l'ora d'aria e, come al solito da un po' di tempo a questa parte, siamo finiti ai ricordi non certo 'politici'.."

"Una volta si diceva che si lottava per la Dittatura del Proletariato", lo interruppe Enrico, "per la rivoluzione, per lo stato borghese; oggi anche i più incalliti militaristi dicono che in realtà lottavano per la 'trasformazione' della società...

"...Quello che può dar fastidio, Francesca, è che in politica ogni ciclo ha la sua parola chiave. Si è scoperto nel fallimento della lotta armata che la 'rivoluzione' era una parola troppo netta, aggressiva (oltreché' inadatta a esprimere progetti di modificazione di una società complessa) e si è passati alla meno contundente 'trasformazione, fingendo che sempre di questo si fosse parlato.."

"Rimane una superficie liscia" disse Enrico "non si riesce a rendere ragione di ciò che veramente ci sentivamo dentro quando compivamo certe scelte, del perché' vero, non quello cosciente, razionalizzato, autogiustificatorio. Certo, la politica può spiegare convincentemente la parte emersa del continente lotta armata: la parte tutta ideologica che poco c'entrava con la società reale. Una lotta armata e un terrorismo piovuti dal passato; una roba da marziani, egregiamente rappresentata dalle Br. Quelle mettevano giù piatte il manuale marxista-leninista dell'avanguardia di massa che preparava pezzo su pezzo l'insurrezione operaia. Conoscevano a menadito qualche capitolo di Stato e Rivoluzione e del Che fare?.."

"..e non sapevano nulla" aggiunse Carlo ironico "della rivoluzione, fondamentale per la nostra generazione, compiuta da Little Richard e Bob Dylan".
"Già'. E non sapevano neanche nulla della violenza di cui tanto parlavano" riprese Enrico "Delle sue leggi, le sue regole. Dilettanti in confronto ai veri professionisti. Quelli sapevano, con Machiavelli, che la violenza va usata tutta e repentinamente. Poi la pace del nuovo ordine. Santo Domingo, Persia, Indonesia, Italia, Grecia, Cile, Argentina.. Ne avevano di esperienza! Un solo piano tirato al ciclostile e poi adattato dagli agenti in loco. I palazzi da occupare, chi ammazzare, chi far sparire, chi internare. Noi invece a centellinarla pezzo a pezzo. Altro che terroristi, pedagoghi. Se avessimo seguito la strada di Guy Fawkes anziché' quella di Osvaldo Peci.."

"... I confini, Francesca, non erano più netti come una volta, gli operai apparivano sempre più simili ai giovani che nel '77 avevano invaso le piazze, portandovi il disagio, la rabbia e la voglia, matura e azzardata a un tempo, di vivere una vita più ricca, anche fuori dalla sfera della produzione, del lavoro. Quelli invece stavano ancora fermi alla 'fabbrica come luogo di disciplina rivoluzionaria', alla lotta armata come scelta obbligata imposta dai 'padroni'. Roba da museo, anticaglie sopravvissute solo per l'arretratezza generale del sapere politico in questo paese.."
"Sarebbe ora" insistette Enrico "che ci guardassimo in faccia e ci dicessimo le cose come stanno, senza fare i furbi. Sarà impolitico..ma chi se ne frega. Dobbiamo darci una ragione credibile per quello che abbiamo fatto e per quello che stiamo pagando. Io non ci sto a farmi trent'anni di galera nella camicia stretta del 'rivoluzionario' e neanche, come oggi è più di moda dire, perché' volevo 'trasformare la società. Chiacchiere che se provi a dirtele davanti ad uno specchio ti viene da ridere, prima, e da piangere poi. La mia ragione di fondo, anzi, la mia passione, è stata da sempre trasgredire, rompere l'ordine, le maglie che mi tenevano stretto.."

"..Le magli che tenevano stretto non so neanche io cosa, Francesca. Dentro c'era insofferenza, rabbia, certo; lo sai. Poi tutto questo è entrato nell'impegno politico, nelle lotte del movimento; e lì tutto è diventato più indecifrabile.

"...E' grossa, forse, ma potrei dirti allora che la lotta armata può essere stata il surrogato di una mancata esperienza culturale. Se così è stato, essa ha espresso allora la parte più radicale delle tensioni, dell'insofferenza, della rabbia che era andata crescendo in tutti i nostri anni '60: i Kennedy, Luther King, Lumumba, Steinbeck e Whitman, Osborne e gli Hungry Young Men, e poi.. Master of War, It's a hard rain's gonna fall, la strage del Vajont, il sangue di Ignacio, il Canto general e l'anima lacerata di Majakovskij, La solitudine del maratoneta, King and Country (che dolore il volto martoriato di Courtney, così ingenuamente tenace e per questo così irrimediabilmente sconfitto..).
E l'intrattenibile gioia della trasgressione. Forse già venata da un inconsapevole annuncio di sconfitta. La spinta folle (ma era poi folle?) di Rhet Butler: abbracciare una causa solo proprio perché' è persa..."

Il flusso di parole in sintonia correva rapido tra i due. In galera succede così. Si può andare avanti e indietro per ore, coprire cento e più 'vasche', smozzicando avari pezzi di conversazione oppure, al contrario, arrancare nel tener dietro al fluire concitato delle parole. Foss'anche il rimandarsi, in una gara senza fine, di tutte le battute e le facce dei cento film americani ripassati dalle tv locali (...)
O come la storia del cucciolo di labrador entrato di contrabbando in un carcere speciale dei più duri. Cresciuto poi clandestinamente fino a che, ormai troppo grosso e cattivo, nessuno, tranne il padrone e i suoi amici, aveva più il coraggio di avvicinarlo. Cane che aveva condiviso la più rigida clausura e aveva respirato aria e tensione, sviluppando un odio feroce per ogni divisa e che, quando qualche incauta guardia cercava di sorprenderlo nel sonno (figurarsi! lui che, come il padrone, aveva imparato a dormire con un occhio solo e le scarpe da tennis ai piedi) la preferiva alla sua dieta abituale, risputandone fuori, con soddisfazione, solo le suole e le mostrine..

Valerio Morucci - A guerra Finita