31/01/15

La musica su misura: The Cars

Ci sono diverse <<cose>> che rappresentano l’America, le sue origini e i suoi miti. Il rapace che simboleggia la libertà dei grandi spazi é stato preso come simbolo da quella che - molto controversamente – era all’epoca forse la band americana più popolare, gli Eagles. In tempi più moderni, cos’altro poteva rappresentare meglio della macchina lo stile di vita americano? Nonostante le file ai distributori, le targhe pari e dispari e i razionamenti in memorabili tempi di crisi abbiamo messo le automobili se non fra le <<specie>> in estinzioni, almeno fra quelle da ridiscutere. La macchina rimane un pilastro inabbandonabile. Da American Graffiti a James Dean, da Kerouac a Springsteen, intorno a questo ambiente mobile é stata vissuta e scritta cronaca e poesia dei nostri tempi. Immagini di fuga, di trionfo, di alcova, di seconda casa. Questo per quanto riguarda il mito.

I Cars, il quintetto di new wave-pop di Boston che raggiunsero la tacca dei due milioni di copie del primo album in poco più di un anno, non si spingevano, peraltro così nell’intellettuale: <<guidavamo giù per le strade e vedevamo la parola ‘macchina’ 15 volte al giorno. Immaginavamo che ogni sedicenne americano ne volesse possedere una. Mi piaceva l’idea della macchina: è tutta americana. Il tuo ambiente cambia quando c’entri dentro, sei tagliato fuori. Per la musica hai la radio. Cominciammo a pensare alle macchine in termini di musica: le macchine sono meccanizzate, vanno veloci. La musica è costruita in più fasi, come le macchine. Devi mettere a punto una macchina devi farlo con un gruppo. Il nome non è tipo Jesus, che ha un significato profondo. Non significava nulla, sembrava solo andare su misura..>>

Forse non erano esattamente new wave, ma la scena aveva bisogno di loro. Colmarono il divario tra i Ramones e Elvis Costello con la loro modalità di un pop semplice ma orecchiabile, un pò strano con quegli effetti di moog spastici.
I Cars sono stati grandi nel loro tempo, ma ai nostri giorni, sono ricordati più come i precursori della musichetta di marca dei Weezer. Noi possiamo ricordare solo che Rick Ocasek, leader dal volto scavato, magrissimo e pallido come un cencio è noto oltre per essere stato il fondatore del gruppo per il quale ha scritto la maggior parte del materiale, oltre a cantare e suonare la chitarra, la tastiera e occasionalmente il basso, è stato un ottimo produttore, spaziando dal pop al punk, gruppi storici come i Suicide, Hole, Bebe Buell, No Doubt, The Killers, Nada Surf, Black 47, Bad Religion, Johnny Bravo, Martin Rev e Jonathan Richman.

La musica dei Cars sembrava vivere su questo concetto di “starci bene, di essere su misura.” Tanto per cominciare la connessione più precisa col loro nome è quell’aggeggio che ogni macchina possiede (all’epoca, siamo negli ’80, finchè non te lo rubavano..ndr), la radio. Una specie di juke box su scala industriale che sforna una dopo l’altra le facili melodie che tengono compagnia, fanno canticchiare tutto il tempo come se fossi tu dall’altra parte dell’altoparlante, finiscono in ultimo per rendere periodi indimenticabili e inscindibili dalla loro colonna sonora. Riportare un po’ di arte è la loro raison detre. Nobile e isolato scopo che sia i Cars ci riuscirono. Le loro canzoni di tre quattro minuti sono tutte come automobiline in miniatura, giocattoli perfettamente congeniati, rifinite nei minimi dettagli, sempre pronti a dare qualche minuto di divertissement. Infilate in mezzo ad altre melodie easy listening, le loro vecchie e quelle più recenti canzoni hanno ancora la stessa gradevole essenza commerciale e in più non sono né stucchevoli né un fenomeno portante totalmente fuori proporzione, il che ancora di questi tempi non guasta. Canzoni quindi quasi su misura, per il formato americano d’eccellenza, quello radiofonico: un suono ben costruito, pulsante e sempre in continuo movimento, parole facili, che si incastrano benissimo fra batteria e piroette di sintetizzatori e chitarre, una progressioni di accordi che tengono in sospeso e creano l’attesa per the hook, che inevitabilmente arriva e ti si stampa in testa per sempre. Quando si considera che nell’album di debutto c’erano almeno 5 canzoni con potenziali di orecchiabilità super non meraviglia che in quegli anni diventò un classico radiofonico, The Cars, proprio per la sua disponibilità ad essere messo in una playlist in ogni stazione. Fu il disco che pian piano si avvicinò al doppio platino, che in termini di cifre significa che i Cars furono il gruppo New Wave americano più commerciale in assoluto. All’epoca c’erano Elvis Costello e Blondie che arrivò al disco d’oro. The Cars è uno di quei tipici album di canzoni che ancora, di tanto in tanto, si risentono volentieri e che hanno venduto costantemente per lunghi periodi.

Dopo oltre vent'anni il gruppo si è riformato senza Benjamin Orr, morto nel 2000 e ha pubblicato un nuovo album nel 2011, Move like this.
Nella primavera del 99 uscì una versione deluxe di The Cars, evento surclassato solo dalla programmazione nelle sale dell'attesissimo remake di .. Star Wars, la minaccia fantasma!

 

30/01/15

Il futuro è arrivato, ma..


Ogni giorno siamo sempre più connessi. Il web permea ogni secondo della nostra vita; ce ne accorgiamo quando infiliamo lo smartphone nella nostra tasca, quando siamo in metropolitana, in strada, al cinema, persino a letto.

Questa progressiva evoluzione del nostro modo di comunicare e connetterci con altre persone, aziende e servizi non è una prerogativa dei Paesi occidentali ma riguarda praticamente tutto il mondo. We Are Social ha pubblicato una interessante ricerca di 183 slide che evidenzia in modo chiaro che oggi il 35% della popolazione mondiale è connessa a Internet, e che il 26% degli abitanti del pianeta ha almeno un account su un social network. Facebook è quello più utilizzato nel mondo (ma non in Cina), e la penetrazione delle connessioni mobile raggiunge il 93% della popolazione mondiale.

Ciò che manca nell’enorme quantità di dati messi a disposizione in questa ricerca è un summary che interpreti i trend evolutivi per il 2014. Un primo dato interessante riguarda l’ecosistema dei social media.




Social, Digital & Mobile Around The World (January 2014) 


Facebook è il social network più utilizzato, con oltre un miliardo di utenti attivi; la loro distribuzione, tuttavia, non è uniforme in tutto il globo e risente in primo luogo dei confini di natura politica e linguistica posti dalla Cina, che privilegia QQ e Qzone. Un altro dato particolarmente interessante è la crescita esponenziale di WhatsApp, che si è affermato come il sistema di messaggistica più diffuso al mondo, superando la stessa chat di Facebook.

Già Manuel Castells, nel suo libro Comunicazione e potere, afferma come la disponibilità di reti mobili a banda larga possa essere oggi interpretata come il riflesso tecnologico dell’evoluzione socioeconomica di un Paese; se questa tocca una punta del 72% in Nord America, essa si ferma al 7% in Africa e crolla addirittura al 4% nelle regioni più meridonali dell’Asia.
La ricerca evidenzia poi la penetrazione di internet per ogni Paese, e l’Italia non ci fa una bella figura: il nostro 58% ci posiziona infatti alle spalle della Polonia. Per quanto riguarda il tempo speso su internet, i dati evidenziano la crescita progressiva delle connessioni effettuate da smartphone e tablet a discapito delle modalità di accesso tradizionale effettuate attraverso computer fisso; si tratta di un dato che continuerà a crescere in modo molto importante anche quest’anno.


Per quanto riguarda la penetrazione dei social media nei vari Paesi, in Italia gli utenti attivi sui social media sono il 42% della popolazione, e ogni giorno ciascuno di noi spende in media 2 ore e mezza sui social.
L’Italia è da sempre considerata la nazione con più smartphone che abitanti; in effetti la penetrazione dei dispositivi mobile arriva al 158%: è un dato che ci fa primeggiare rispetto a tutti gli altri Paesi del mondo: solo gli Emirati Arabi Uniti (252%) e la Russia (184%) fanno meglio di noi. La ricerca passa in rassegna i principali dati sull’utilizzo di internet, dei social media e del mobile nei maggiori Paesi del mondo, e nel report viene dato spazio anche all’Italia.

Per quanto riguarda il nostro Paese, internet raggiunge oggi il 58% della popolazione, pari a 35 milioni e mezzo di italiani. Il 42% degli italiani sono su Facebook, e per quanto riguarda il mobile abbiamo più di 97 milioni di SIM attive.

Un dato destinato a crescere ulteriormente nel corso di quest’anno, riguarda il tempo speso su internet dagli utenti. Gli internauti del nostro Paese dedicano in media 4 ore e 42 minuti alla navigazione online attraverso un computer tradizionale (desktop o laptop). Il 46% della popolazione utilizza internet in mobilità, dedicandovi mediamente due ore al giorno. Inoltre, il 54% degli italiani utilizzano i social media e vi dedicano due ore e mezza al giorno.

Il 47% degli utenti dei social media utilizza regolarmente le app installate sul proprio smartphone per visualizzare, produrre e convididere contenuti social. E il 16% degli utenti mobile accede a servizi e piattaforme geolocalizzate.

Il social network più utilizzato è Facebook (83% di account sul totale degli utenti internet italiani, di cui il 49% attivi nell’ultimo mese), seguito a grande distanza da Google+ (solo il 16% di utenti attivi su questo social) e da Twitter (15% di utenti attivi). In questo computo si evidenzia la grande crescita di Instagram come social media privilegiato per la produzione e la condivisione di contenuti fotografici attraverso lo smarphone: ha un accunt su Instagram il 17% degli utenti internet italiani, e quasi la metà degli Instagrammers utilizza attivamente questa applicazione). L’ultimo dato evidenziato per l’Italia riguarda l’utilizzo degli smartphone: il 41% degli italiani ne è dotato. Il 92% degli utenti mobile cerca informazioni geolocalizzate con il proprio telefonino, e l’84% di loro, in particolare, utilizza lo smartphone per cercare informazioni su prodotti e servizi specifici.




29/01/15

Peter Saville e il fottuto coccodrillo

Dal punk ai rave <<La sfida più forte è legare il mio lavoro alla vita. Più che alla musica penso al Contest>> dice 1’artista, che vive a Londra, dove ha un suo studio indipendente. Figura chiave dell’inglese Factory records, le sue copertine lanciano King Crimson, The Smiths, Stone Roses, Pulp, Suede... E' Peter Saville..

Insignito con la prestigiosa medaglia del London Design , il riconoscimento più famoso del Regno Unito per quanto riguarda il graphic designer. Pesantemente coinvolto anche nel settore della moda dove, afferma, il <<controllo mentale di massa e la banalità  schiavizza e induce le persone al consumo. All'inizio di quest'anno mi era stato chiesto di elaborare un progetto per celebrare l' 80 ° compleanno della Lacoste. Hanno detto: "Fai tutto quello che vuoi, ma non toccare il logo del coccodrillo."  Ecco, questo è proprio quello che ho fatto: ho distrutto il coccodrillo in digitale, frantumandolo in 80 modi diversi.>>  Mostra le camicie derivate. <<"Un coccodrillo completamente fottuto>>, dice ridendo. <<Ho sentito che dovevo farlo per questa sorte di ossessione per il marchio. La gente parla dei brand ed è terribile. Si può vendere tutto con un logo. Questo doveva essere messo in discussione>>. Sempre controcorrente e alternativo, ricorda il suo lavoro, apparentemente mortificato dagli aspetti commerciali. <<Ricordo di essermi seduto in una riunione e c'era una situazione di stallo, e l'uomo a capo del tavolo disse: " Relax, siamo tutti qui solo per fare soldi.."  A dire il vero, non sono qui per fare soldi. Sono qui per cercare di fare qualcosa di buono, di diverso. L'idea è che le persone fanno cose solo per fare soldi, perchè in realtà non ci sono altri valori , e faranno qualsiasi cosa necessaria per questo obiettivo, che non ha nulla a che vedere con quello che io ho fatto e che faccio.>> Peter Saville non ha un agente, non è in cerca di lavoro, anche se ne ha bisogno, perché..<< è costoso e difficile vivere Londra.>>. Chiaramente è enormemente  orgoglioso del suo lavoro in questi ultimi anni come direttore creativo per il consiglio comunale di Manchester, sua città natale, anche se alla fine non ha idea di quello che ha effettivamente fatto, oltre che frequentare incontri e riunioni: in una di queste rifiutò di adottare come slogan la frase "Modern Original", alchè il Consiglio decise di annullare  il suo contratto nel 2011 e, con tutta la buona volontà del mondo, si può capire perché. <<Le band musicali non mi hanno mai detto o  imposto cosa progettare,>> dice. <<I Joy Division erano troppo impegnati a cercare di capire come suonare i loro strumenti, e dopo la morte di Curtis,  i New Order erano troppo occupati a discutere tra di loro. Io ero irrimediabilmente impreparato per le realtà della vita fuori dalla Factory, per così dire..>> Uno stato di cose che non lo ha aiutato, insieme al fatto di aver eredito non solo l'idealismo di Tony Wilson, (vedi sotto) ma anche il suo leggendario e  spaventoso senso degli affari . Nonostante tutto, nel 2010, la cover di Power, Corruption and Lies dei New Order, è stata premiata con il rilascio di un francobollo nazionale di prima classe.



Peter Saville ha vissuto in prima persona la scena creativa di Manchester alla fine degli anni Settanta, che in campo musicale avrebbe dato vita a progetti come Joy Division e i New Order, e successivamente a gruppi come The Smiths e gli Stone Roses. Da allora Saville ha continuato a disegnare copertine di dischi per band come i King Crimson, e in seguito per i Pulp e i Suede, e a lavorare per le campagne di stilisti di moda come Yohji Yamamoto. Dopo aver collaborato con studi internazionali di graphic-design ha ora uno studio indipendente a Londra, dove ha lavorato all’immagine grafica del Barbican Centre, la Whitechapel Gallery e il Design Museum, che ha ospitato una retrospettiva del suo lavoro. Figura di culto nell’ambito dell’arte grafica è stato ospite a Treviso di Fabrica.

Che ruolo hai avuto nella fondazione della Factory Records di Manchester, nel 1978?
Quando frequentavo l’art college di Manchester erano esplosi i Sex Pistols, tra il 76 e il 78 in citta c’erano molti concerti di gruppi punk. Il punk dava fastidio all’establishment, esattamente come i rave nei primi anni Novanta. Cosi le autorità cominciarono a togliere le licenze ai locali dove si suonava, e nel 1978 a Manchester tutto era praticamente chiuso. Tony Wilson faceva il giornalista per una tv locale e cominciò a presentare il fenomeno del punk e della new wave. Quindi con l’attore Alan Erasmus decise di aprire un locale e di chiamarlo Factory. Warhol non c’entra, eravamo in piena recessione economica, si vedevano molti cartelli con scritto “Factory closing» (fabbrica chiusa), quindi decisero di dar vita a un locale, mettendo i manifesti <<Factory opening>>. Per cambiare un po’. Tramite Malcom Garrett, un amico che stava già lavorando con i Buzzcocks, sono andato da Tony Wilson, che aveva già fatto un poster per la Factory, utilizzando un’immagine tratta dal manuale dei situazionisti. Decisero di autoprodurre un disco che presentasse le band che suonavano alla Factory, come Cabaret Voltaire e Joy Division. Da li nacque l’album Factory Soundbook di cui disegnai la copertina, e la stessa Factory records. Il disco è andato a ruba, ci hanno sommerso di demo, tra cui quello degli Orchestra Manoeuvres in the Dark. Però la casa discografica ha preso corpo solo nel 79, quando i Joy Division decisero di fare un disco con noi, Unknown Pleasures, dopo aver avuto contatti con tutti i discografici di Londra. I Joy non avevano contratto, anticipi, pubblicità o promozione, avrebbero solo ricevuto il 50% degli utili sulle vendite, e questo è andato avanti per anni, anche con i New Order, fino alla fine della Factory.

C’é una storia dietro alla creazione della copenina di Unknonw Pleasures?
L’idea é venuta ai Joy Division. Come tutti i gruppi sapevano alla perfezione che immagine doveva avere la copertina del loro primo album; mi passarono dei ritagli tra cui un’immagine di Ralph Gibson, cosa che all’epoca non sapevo. I Joy Division volevano un album bianco fuori e nero dentro, senza credits, senza titolo o nome. E stato l’unico accordo che abbiamo avuto fino al 2000. Nel frattempo ho continuato a fare copertine per loro. Lì ho seguito i loro input, pero ho fatto l’interno bianco e la copertina nera. Di solito mentre disegni la copertina di un disco non conosci ancora la musica, la data finale per l’incisione di un album o la masterizzazione di un cd corrisponde a quella della copertina. Quindi in pratica prendi tutte le decisioni prima di ascoltare il disco. Perciò non ho mai fatto copertine sulla musica, piuttosto sul contesto. Non ho fatto altro che individuarla come un prodotto, non secondo i paradigmi del marketing, ma più che altro per inserirla in uno schema più ampio. La grafica è come il servizio postale, non fa che passare qualcosa restando sempre al servizio della fotografia o della moda. La cosa di per sé e abbastanza scialba. Invece mi ha sempre intrigato vedere come legare il lavoro alla vita.


C'é un’influenza post-moderna nel suo approccio stilistico?
Certo, è assolutamente post-moderno, ma non in modo intenzionale. Quando avevo venticinque anni non intellettualizzavo ciò che facevo. Credo che solo per il fatto di aver avuto quindici anni nel 1970 potevo considerarmi post-moderno. Gli anni Sessanta mi hanno formato, ma alla fine gli hippies sopravvissuti non avevano molto da dire… Con David Bowie e i Roxy Music le cose sono cambiate. C’è un film che mi ha molto colpito, cioè Bonnie and Clyde: era strano che un film del 1968 fosse ambientato negli anni Trenta. Perciò ero automaticamente post-moderno, perché tutto ciò che mi interessava riguardava il periodo prima degli anni 60. Lo stile degli anni Settanta visto in chiave di Cultura stilistica post-moderna, é giustificabile nelle mani di chi ha dei valori preesistenti. Chi era cresciuto negli anni sessanta sapeva con cosa aveva a che fare, vedi Sottsass con il progetto Memphis; la giocosità che mette nel suo approccio. Nel 1978, quando ho cominciato, si doveva litigare con clienti e discografici per fare le cose in modo diverso, e lo stesso negli anni 80. Negli anni Novanta la nuova generazione del marketing conosceva benissimo design e pubblicità. Teoricamente non sarebbe più servito discutere, invece si era obbligati. Il design é il nuovo strumento di comunicazione subliminale, codifica ogni aspirazione. Tutto si riduce all’essere desiderabili attraverso l’immagine.



27/01/15

My one and Only: Viaggio d'estate

1954, Ann Deveraux parte all’avventura per le strade americane con i figli adolescenti George e Robbie al seguito, dopo essere stata abbandonata dal marito direttore d'orchestra. La lussuosa macchina su cui viaggiano non riesce a celare i problemi economici, per orgoglio Ann rifiuta il denaro che il marito cerca di farle avere, e sempre in cerca di un uomo che possa assicurare a lei e ai ragazzi una nuova vita va a infilarsi in strane e imbarazzanti situazioni, finendo addirittura in galera accusata di adescamento. On the Road da una città all'altra, Anne è ostinata nella sua ricerca di qualcuno che le voglia veramente bene, e questo la porta a scontrarsi con George, cresciuto troppo in fretta, intelligente, che non si sente amato, e che stanco della precarietà vorrebbe un po’ di sana normalità.


Say you love me.. Demis Roussos




Più di 60 milioni di album in tutto il mondo, membro del gruppo progressive Afrodite Child con Vangelis, che gli ha reso omaggio in una dichiarazione.. essenziale:<< "Demis era mio amico.. sono scioccato, perché non posso credere che questo sia accaduto così presto.
La natura gli ha donato questa voce magica che ha fatto felice milioni di persone in tutto il mondo. Quanto a me, continuo con quei ricordi speciali che condividiamo insieme, e gli auguro di essere felice ovunque si trovi."
Demis Roussos Roussos oltre per la sua musica, era famoso per i suoi abiti e aveva incontrato Vangelis quando giovanissimo entrò a far parte degli Idols: divennero subito grandi amici. Con gli Afrodite Child ha prodotto tre album tra cui 666, bellissimo e enigmatico album di prog europeo..

Afodite Child  - 666 (1971)


26/01/15

Technopolis: la Yellow Magic Orchestra

SPECIAL: YMO
Ancora Giappone, ancora Tokyo.. Sol Levante.
Pochi artisti hanno avuto un' influenza sulla musica elettronica e basata sulla tecnologia come i nipponici della Yellow Magic Orchestra. La portata dell' influenza si estende agli angoli più profondi del sottosuolo del hip-hop, ai numerosi ceppi della cultura dance, alla New Wave e al sinth rock, e in definitiva alle più brillanti melodie pop di tutto il mondo. Formati nel 1978 dal cantautore, bassista, e cantante Haruomi Hosono, l'obiettivo originale della YMO era di pubblicare un album tecnologico di esotica (exotica), con sonorità orchestrali caraibiche, latine e naturalistiche e rendere omaggio ai talenti musicali di Martin Denny e Les Baxter, due bandleaders di exotica americani i cui album strumentali hanno il fascino del sound post-seconda guerra mondiale, anticipatori della musica etno e lounge. Questo album, Yellow Magic Orchestra, fece enorme scalpore in Giappone e con la sua gamma diversificata di talento e scintille di vera ispirazione trovò terreno fertile negli ascolti dei giovani occidentali, un ponte ideale tra la nuova musica d'oriente e la fame di musica nuova che attanagliava l'occidente. I fan casuali non sanno che la YMO non era una band di musicisti dilettanti che cercavano di farsi strada relativamente attraverso le nuove tecnologie, ma erano tutti esperti e alcuni già veterani al momento della loro formazione. Nel corso della loro carriera hanno continuato a sperimentare le nuove tecnologie, trovando il modo per fondere queste innovazioni con le classiche canzoni pop da classifica.

Hosono inizialmente era salito alla ribalta come un membro degli Happy End, uno dei primi gruppi rock giapponesi degli anni '60 e primi anni '70 dove scriveva canzoni nella loro lingua madre, piuttosto che limitarsi a scimmiottare gli stili e le mode occidentali . Il desiderio di dare una forte identità culturale alla propria musica portò alla creazione di un pop cosmopolita, che poi è sfociato direttamente nel vibrante "technopop" che Hosono portò in cima alle classifiche giapponesi, con l'aiuto del batterista e cantante Yukihiro Takahashi, (in precedenza nel gruppo glam rock dei Sadistic Mika Band, che andò in tour in Europa con i Roxy Music!) e un talentuoso giovane studente universitario di nome Ryuichi Sakamoto, che contemporaneamente utilizzava il suo talento di tastierista come turnista, produttore, arrangiatore per un certo numero di artisti pop nell' orbita di Hosono. Hosono e Sakamoto in particolare sono stati sempre ossessionati con l'identità culturale giapponese. Il nome della band è uno scherzo malizioso, e riguarda l'ossessione del Giappone per la magia nera ("yellow magic" era a metà strada tra magia bianca e magia nera", spiegò Hosono. "In realtà, è un nome stupido, vero?"), E la band continuò a esplorare nozioni di asiaticità, exoticisation e orientalismo.
Hosono era l'uomo delle idee, Takahashi il divulgatore, il comunicatore, mentre Sakamoto ha fatto la teoria, tanto che veniva chiamato "il professore."
Quando gli chiesero perché la band si sciolse nel 1984, Hosono dichiarò: <<"Ci eravamo tanto odiati">>.




Dietro le quinte c'era il programmatore Hideki Matsutake, che aveva imparato il funzionamento dei primi sintetizzatori analogici mentre lavorava come assistente del compositore elettronico Isao Tomita e le cui conoscenze inestimabili aiutarono il gruppo a rimanere all'avanguardia nel diluvio delle nuove tecnologie che arrivavano in quel periodo. Insieme, i loro rispettivi talenti dominarono gran parte del sound in Giappone nella prima metà degli anni '80, e le cui scosse di assestamento si avvertono ancora oggi nel pop e nell'underground di tutto il mondo.
Mentre i loro coetanei a Düsseldorf e a Detroit iniziavano ad usare la tecnologia dei sintetizzatori per creare una tetra visione distopica del futuro - un mondo di robot senza volto e brutali paesaggi post-industriali - la YMO vedeva la tecnologia come qualcosa di gioioso e liberatorio. Nelle loro mani, il sintetizzatore era quasi un giocattolo, uno strumento per niente stravagante.

Mentre la discografia di ogni membro è vasta e meritevole di un approfondimento, mettiamo quì a disposizione interamente quella del gruppo, a partire dal 1978 e fino 1985, anno dello scioglimento, più i dischi live e alcuni best. Sakamoto, chiaramente ha avuto il più alto profilo internazionale, collaborando con David Sylvian, e gli XTC di Andy Partridge, prima di andare a lavorare con artisti diversi come David Byrne, Iggy Pop e Talvin Singh. Ha scritto opere, colonne sonore per i film di Hollywood (The Last Emperor), e anche recitato in Merry Christmas Mr Lawrence con David Bowie. Hosono e Yukihuro hanno continuato a fare musica in Giappone, e hanno collaborato come duo nei Sketch Show.

Dai Duran Duran, a Van Halen, da Whitney Houston agli Human League, Afrika Bambaataa (il primo a campionare la loro musica) e gli Underworld, Depeche Mode e gli stessi Japan di D. Sylvian per tutti gli '80s hanno dato splendore futuristico all'elettronica: si dice che il pop sintetico sia stato creato dai Kraftwerk e dai Devo, ma i veri padrini sono i musicisti della Yellow Magic Orchestra Giapponese, tanto da guadagnarsi l'adorazione di alcuni dei massimi esponenti del synth pop come Ultravox, John Foxx, Gary Numan.. Il produttore e musicista Todd Rundgren ha avuto per anni un album della YMO sulla parete del suo studio di registrazione; l'improbabile cover della loro Behind the Mask di Eric Clapton è stato un enorme successo internazionale; in Giappone, erano più famosi e stimati dei Beatles, tanto che Sakamoto dichiarò di odiare la sua band perchè sempre inseguita dai paparazzi e le ragazze gli avrebbero strappato i vestiti di dosso, se avebbero potuto. <<"In Italia, il pubblico cominciò a discutere durante il nostro concerto", disse Hosono. "C'erano questi uomini molto seri, con barba e capelli lunghi, che organizzarono un simposio sulla nostra musica mentre stavamo suonando.">>
Sakamoto:<< "Sembravano filosofi greci o romani. E' stato così divertente...">>

Nella storica reunion che si tenne al Royal Festival Hall - il loro ritorno in UK dal 1980 - i tre membri originali sono stati coadiuvati dai Massive Attack.

Mentre i pari teutonici Kraftwerk erano rigidi e robotici, la YMO era capricciosa e bizzarra, chi ascolterà i loro dischi sicuramente riconoscerà, nei meandri, tanti motivetti disco che spopolavano nelle radio e nelle classifiche di quegli anni, e gli renderà onore per aver contribuito alla nascita di tanti gruppi elettronici e electro pop e per aver plasmato quello che sarebbe diventato il moderno J-pop.. Ancora oggi, il sound pioniere della YMO costituisce spesso il legame comune di generi, dalla dance (di Rihanna "We Found Love") all' indie (dei Foster the People di "Pumped Up Kicks") fino al pop ("Sexy and I Know It" di LMFAO). Inoltre, chi aveva i primi giochi Sega, e i campioni di giochi arcade come Space Invaders si accorgerà che le musichette di sottofondo furono affidate proprio alla YMO, che già negli anni '70, aveva combinato gli strumenti come la gloriosa batteria elettronica programmabile Roland TR-808 (è stata la prima band ad usarla) e il sintetizzatore Polymoog, alle sonorità tipicamente giapponesi.

Yellow Magic Orchestra_Complete 2GB


Oltre al video della reunion (sopra) questo è un mix di alcuni punti salienti della band, materiale di ascolto ideale mentre si legge: 
 




24/01/15

Copyright: il rapporto Reda, la pirata

Noi tifiamo per lei..

UNIRE L'EUROPA sotto la bandiera del libero link e sprigionare la cultura in rete. Ci sta provando una 29enne. "Le vecchie regole, quelle pensate quando ancora non esistevano Youtube e Facebook, stanno frenando la cultura e la conoscenza", dice la pirata all'arrembaggio del copyright europeo. Il suo nome è Julia Reda, tedesca, capelli corti, grandi occhiali e nessun trucco. Giovane ma con alle spalle ben 13 anni di militanza politica, prima nel partito socialdemocratico tedesco (SPD) e poi nel partito pirata. È lei l'unica pirata eletta a Strasburgo. A lei il Parlamento europeo ha affidato il compito di analizzare la vecchia direttiva europea sul copyright datata 2001. Detto fatto. Julia Reda ha appena confezionato e reso pubblica la proposta che il Parlamento metterà ai voti in primavera, in vista della riforma europea sul copyright promessa dalla Commissione Juncker. Reda l'ha fatto a modo suo: tentando un dibattito aperto e bilanciato, rendendo pubbliche tutte le richieste di incontro ricevute dai lobbisti. "Dimostrando - parole sue - che i pirati sono guidati dal buon senso". Sì, ma per arrivare a quale conclusione? Glielo abbiamo chiesto.

IL RAPPORTO REDA (PDF)

Cosa non va nelle norme sul copyright europee oggi?
"Abbiamo una direttiva europea che risale al 2001: il peccato originale è che è stata concepita ben 13 anni fa. L'altra grande debolezza è la mancanza di armonizzazione legislativa tra gli Stati membri. In pratica, chiunque di noi abbia navigato in internet si è imbattuto prima o poi nella scritta: "Questo contenuto non è disponibile nel tuo Paese". 
Una cosa simile, in un mercato comune come il nostro, non dovrebbe accadere. E può essere drasticamente ridotta introducendo una riforma europea del copyright che si applichi direttamente in tutti i Paesi dell'Ue. L'ultima volta che l'Unione ha affrontato la questione a livello normativo, e cioè nel 2001, Youtube e Facebook non esistevano neppure. La gente non girava con degli apparecchi in tasca che le offrivano la possibilità in qualsiasi momento di creare, consumare, remixare e condividere i media. Il risultato? Molti gesti che fanno ormai parte della nostra quotidianità, come postare foto di edifici pubblici sui social oppure condividere il fotogramma di un film che ci è piaciuto, sono illegali in parecchi Stati membri. Mentre noi ci "scambiamo" sempre più cultura, ci vorrebbero nel frattempo gli avvocati esperti di 28 differenti normative sul copyright per dimostrare che non stiamo facendo niente di illegale. E non sono solo gli utenti a venire penalizzati dall'incertezza e dalla frammentazione del diritto. Un esempio? Anche le biblioteche e gli archivi hanno sempre più difficoltà ad assolvere al loro compito, nonostante sia di pubblico interesse: è difficile per loro anche solo determinare quali opere siano vincolate da copyright. E poi le opere digitali come gli ebook spesso vengono considerate dalla legge in modo differente rispetto alle opere materiali come i libri di carta".

Cosa potrebbe cambiare con la bozza che lei ha presentato, e quali azioni concrete si aspetta?
"Io sostengo l'introduzione di una legge sul copyright comune in Europa. Come minimo, le eccezioni alla protezione del copyright devono essere estese in modo standard in tutta l'Unione. Questo perché abbiamo bisogno che le eccezioni coprano gli usi scientifici ed educativi delle opere, bisogna tener conto dei modi in cui oggi le persone fruiscono dei media e interagiscono. Abbiamo bisogno di una legge "future-proof", elastica, che sia in grado di rispondere alle urgenze del futuro, anche quelle che oggi non possiamo neppure immaginare. Altrimenti tra pochi anni ci ritroveremo come ora, con leggi che non reggono più. La mia proposta prevede anche di rafforzare il potere negoziale degli autori nei confronti di editori e intermediari. E che tutti i contenuti prodotti dai governi siano copyright-free".

Da cosa, in questa bozza, si vede la "firma" pirata?
"Molti sono convinti che i pirati vogliano abolire il copyright tout court. Si sbagliano: non è così. Nel mio rapporto non trovate idee radicali, ma aggiornamenti di buon senso. Servono a garantire che il copyright incoraggi la creatività e che intanto consenta anche un ampio accesso alla cultura e all'informazione nell'ecosistema digitale. La "firma" pirata in quel rapporto la trovate nella visione ottimistica delle nuove tecnologie e di come la società può beneficiarne, mentre altre forze politiche ne hanno una visione nefasta e pensano a difendere lo status quo. Ma è una falsa convinzione, quella che se non cambiamo le leggi tutto rimarrà come prima. Internet ha già trasformato radicalmente il nostro approccio a cultura e conoscenza. O le leggi ne tengono conto, o faremo solo un danno ai consumatori, agli artisti, all'economia".


Da una parte le trattative per la liberalizzazione dei commerci con gli Usa, dall'altra la risoluzione approvata da Strasburgo su Google: sono due delle iniziative già in campo che potrebbero avere effetti sulla questione copyright. Come si intreccia la sua proposta con i percorsi già avviati dall'Ue?
"Gli accordi internazionali limitano le possibilità di manovra legislativa, per cui dobbiamo fare attenzione che il TTIP (Trattato transatlantico su commercio e investimenti), CETA (il trattato Ue-Canada) e altri accordi non ci privino della possibilità di fare una riforma sensata del copyright: il rischio, se non interveniamo in tempo, è quello di ritrovarci con le leggi deboli di ieri scritte sulla pietra dura dei trattati di domani. Purtroppo finché i negoziati avvengono in segreto, per la società civile è difficile reagire in tempo. Quanto ai tentativi fatti da Spagna e Germania per imporre una "Google tax" a Google se voleva far comparire le notizie in Google News, quello sforzo è subito fallito quando è diventato evidente quanto quei siti di notizie si avvantaggiassero dal comparire nel motore di ricerca. Mi preoccupa che il commissario Ue per l'economia e la società digitali Günter Oettinger abbia fatto intendere di voler applicare uno schema simile su scala europea: non condivido affatto. La mia posizione è: facciamo pagare ai "giganti" le loro tasse impedendo le scappatoie, invece di farlo limitando la condivisione delle informazioni online".

In Italia un'autorità amministrativa, l'Agcom, con un regolamento sul copyright si è riservata il potere di intervenire bloccando alcuni siti senza che prima ci sia un intervento dell'autorità giudiziaria o che ci sia stata una discussione parlamentare sulla materia. Questo, se la riforma europea venisse approvata, come cambierà?
"Secondo me i blocchi sul web sono una cattiva idea in generale. Lo Stato non dovrebbe stimolare i provider internet a mettere in piedi infrastrutture di tipo censorio, tanto più a stilare liste segrete di siti bloccati e a fare tutto ciò senza supervisione giudiziaria. Ci sono molti casi di siti perfettamente legali che sono finiti in quelle liste. Il fatto che questo approccio sia ancora consentito o no in futuro, dipende dalla specifica legislazione in materia. Quando il commissario Oettinger presenterà la sua proposta di riforma tra qualche mese, considererò di introdurre un emendamento che impedisca questa pratica".

23/01/15

Come si ..pronuncia? Il Festival perfetto

Datemi una F, datemi una U, datemi una C, datemi una K !



Ha perfettamente spiegato il tutto Noel Gallagher, ex Oasis:
<< Se sei al numero 1 in classifica in questo momento, significa automaticamente che sei una merda – ha esordito – La band in questo momento sono completamente nelle mani dell'industria discografica e sono i discografici che decidono come creare le star. Ma le classifiche sono tutte uguali. Ogni singolo che arriva nella Top 10 suona uguale solo con una voce differente”. Tempi diversi. E Gallagher rivela che ora la sua band non avrebbe nessuna possibilità di farsi notare o entrare in classifica: “Se gli Oasis avessero cominciato oggi penso che non avremmo neanche lontanamente lo stesso impatto che abbiamo avuto perché verremmo giudicati sin dal primo concerto e magari le radio ci giudicherebbero da quanti follower hai su Twitter o Facebook. Ora il sistema è completamente diverso, noi abbiamo avuto la possibilità di fare quasi tutto quello che volevamo. Adesso invece devi rispettare un'intera catena di comando>>.

Una fotografia, più che un commento. La musica odierna fa schifo, a dispetto di rarissime eccezioni. Così, abbiamo organizzato noi il Primavera Sound Festival 2015, il "nostro" festival ideale. Questa la line/up compilata da D. Mancino: mancano alcuni nomi per noi..fondamentali ma non si può avere tutto dalla vita!




A parte gli scherzi.. I nomi dei gruppi che si leggono nel manifesto del nostro festival confermano di come siano cambiati i tempi. Per un festival così sarebbe proprio il caso di fare una follia. Invece il "vero" Primavera Sound Festival di quest'anno,  tre giorni, dal 27 al 30 Maggio 2015 nell'arena del Parc del Fòrum di Barcellona, in Spagna festeggia i suoi 15 anni e lo fa annunciando la sua line-up attraverso questo divertente video/giochino. E' vero che in questi 15 anni è diventato l'appuntamento più importante, il FESTIVAL per antonomasia. E quest'anno ha una carrellata di gruppi e cantanti che spaziano dal mainstream all'indie underground e incontrano tutti i gusti possibili: ci sono anche un paio di giorni extra con nomi meno conosciuti ma di sicuro effetto. Solo per citare qualche nome a noi caro: Interpol, Albert Hammond Jr, Patti Smith, Einstürzende Neubauten, Gui Boratto, Swans, Voivod.. Ma non basta sinceramente, per fare una follia..

Prezzi dei biglietti del Primavera Sound 2015 variano a seconda dell'anticipo con cui si acquistano.
Fino al 3 Febbraio: 175 euro
Dal 4 Febbraio al 4 Maggio: 185 euro
Dal 5 Maggio fino all'inizio del festival: 195 euro.

Punti vendita convenzionati sono Portal Primavera Sound, La Botiga del Primavera Sound, Ticketmaster, Atrapalo, Ticketscript, Fnac Francia, Seetickets, Paylogic, Digitick, Festicket e Vivaticket.





22/01/15

Sadhana: David Sylvian

<<IL PERCORSO SPIRITUALE E' UNA GUERRA SANGUINOSA..>>

10 Anni, quasi un anniversario. Tanto il tempo trascorso dall'unica performance dal vivo a cui ho assistito di Mr. David Sylvian. Era con i suoi Nine Horses, a presentare Snow Borne Sorrow, molto bello e appena uscito, (2005) all'Auditorium Conciliazione di Roma.
Erano anni difficili, soprattutto sul piano personale, e sentimentale. Una pura coincidenza con il folle innamoramento per la musica pensierosa, nostalgica, ansiosa, cupa dell'ex Japan. Un innamoramento che naturalmente resiste, solo un pò affievolato. Snow Borne Sorrow è un bel disco, un ascolto più facile rispetto al precedente (e bellissimo Blemish), la voce si erge, canzoni pop contemporanee  a volte delicate (come un uomo che cammina sul ghiaccio) con Ryuichi Sakamoto al pianoforte, e per il resto lento, emotivo come sempre. L'umore, meno felice e eclettico rispetto ad esempio ad un album come Dead Bees on a Cake, riflette la sua crisi matrimoniale e sullo stato del mondo, dilaniato dalla guerra e dalle diseguaglianze. Ora mi sono imbattuto nell'ultimissimo lavoro, che già dal lungho titolo, There's a light that enters house with no other house in sight , dava un pò di pensieri. E' in pratica un unica traccia, quasi un'ora di musica davvero difficile da catalogare e commentare. Composta con Christian Fennesz, musicista francese a me totalmente sconosciuto e con la collaborazione del poeta americano Franz Wright, premio Pulitzer che declama alcuni suoi brani poemici sulle musiche di Sylvian. Molto sperimentale, musica elettronica fredda e atonale, forse più adatta come sottofondo di un film, mi ha lasciato poco o niente.

Per ricordare il "mio" Sylvian, ripesco una bella intervista concessa a L. Arena per il suo libro Orient Pop (Castelvecchi), in cui si analizza il rapporto tra musica e spiritualità, tra il ruolo della musica nelle varie religioni e sulle alchemie che spesso nascono tra musicisti e la loro visione del mondo, con l'esperienze delle varie filosofie orientali.

Sadhana è parola sanscrita, che ci orienta alla comprensione del dialogo con David. Indica la pratica di una disciplina spirituale personale, che ci guida al risveglio. Tra i suoi significati, la capacità di dirigerci allo scopo e di sottomettere i fantasmi interiori: una facoltà cosiddetta magica, la perfezione stessa e persino la forza militare. Ciò non deve stupire. L’adepto del proprio sadhana entra in contatto con i propri conflitti, la parola allude anche alla lotta.

La costante ricerca alchemica del cantante, il confronto con la propria ombra e i lati bui del carattere. David svela il rapporto problematico con la propria voce. Sconcertante e illuminante nel contempo. Inoltre, il desiderio di raggiungere la completezza, piuttosto che la perfezione. Ciò significa scoprire l'Inferno dentro di noi senza lasciarsi devastare. Esiste un rapporto simbiotico tra l'esperienza musicale di Sylvian e il suo misticismo o la sua spiritualità. Si tratta di una ricerca coerente, che ben pochi potrebbero vantare nell’ambito odierno della musica pop o rock. Ed è indicativa di una nuova direzione, successiva agli entusiasmi originari, ingenui, della scoperta dell'Oriente nei gruppi degli anni Sessanta.





21/01/15

60 vigliacchi

60 fascisti hanno assaltato il Centro Sociale Dordoni di Cremona. I compagni presenti nel centro sono riusciti a respingere l'attacco, ma Emilio, militante del centro, è in ospedale in coma farmacologico con una emorragia cerebrale estesa. I fascisti sono stati solo identificati, prima di andarsene difesi dalle forze dell'ordine mentre i compagni venivano caricati dalla celere di fronte al centro sociale.

Diversi dei militanti di estrema destra che hanno preso parte a questa vigliacca aggressione squadrista appartengono al noto partito politico Casa Pound, che negli ultimi mesi ha costruito in diverse città rapporti sempre più stretti con la Lega Nord. Proprio in un momento in cui la Lega con Matteo Salvini si candida come alternativa a Renzi, e lancia a Roma la prima comparsata della sua nuova ipotesi elettorale per il 28 Febbraio, i fascisti di Casapound nelle strada coperti da politici e forze dell'ordine fanno il lavoro sporco attaccando le realtà attive dal punto di vista sociale nei territori. Infatti proprio a Roma abbiamo visto nelle ultime settimane (vedi l'inchiesta Mafia Capitale) anche sui giornali quale sia la funzione dell'estrema destra nella gestione dei territori, e nel rapporto con istituzioni e polizia.

60 aggressori contro pochi attivisti dell’autonomia cremonese
L'attacco è stato premeditato e scientificamente organizzato dai fascisti di CasaPound cremonesi, in combutta con altri militanti di estrema destra provenienti da fuori città, e ha trovato una risposta determinata da parte dei compagni presenti nel centro sociale, ma purtroppo Emilio è stato colpito alla testa da diverse sprangate.
I fascisti si sono accaniti sopra ad Emilio fino a quando è stato portato in sicurezza all'interno del centro sociale; è stata, tuttavia, immediatamente chiara la gravità del suo stato di salute.
Come sempre è stato, complice il comportamento della polizia che ha semplicemente identificato gli assaltatori e successivamente, per permettere loro di andarsene indisturbati, caricando violentemente il presidio di antifascista che si era radunato sul posto.

INTERZONE, che da sempre sostiene la linea del "NON UN PASSO INDIETRO",
esprime piena solidarietà al C.S.A. Dordoni di Cremona, nonché un pronto recupero per Emilio, vittima dell'ennesima infame aggressione da parte dei fascisti di Casa Pound, che
conferma la pericolositá di questo “movimento, e aderisce, contro squadristi, polizia complice e istituzioni conniventi :

SABATO 24 GENNAIO CORTEO NAZIONALE ANTIFASCISTA, determinato, autodifeso e militante con la parola d'ordine: chiudere subito tutte le sedi fasciste!

CONCENTRAMENTO ORE 15.00 davanti al CSA DORDONI (via Mantova 7/A, ex foto Boario, parcheggio dello stadio)


A Roma si stanno organizzando bus per raggiungere la manifestazione di Cremona.
PER ADESIONI: 3886192158


 

Grandi diseguaglianze crescono

La ricchezza globale si sta sempre più concentrando nelle mani di una ristretta elite di ricchi individui che hanno generato e sostenuto i loro ingenti averi grazie ad interessi ed attività in alcuni importanti settori economici, tra i quali la finanza e il settore farmaceutico e sanitario. Le imprese appartenenti a questi settori spendono milioni di dollari proteggere e rafforzare ulteriormente i loro interessi. Le più fruttuose attività di lobby negli Stati Uniti riguardano il bilancio e il fisco, ovvero gli ambiti di gestione delle risorse pubbliche che dovrebbero essere indirizzate a beneficio dell’intera popolazione, piuttosto che rispondere ad interessi di potenti lobby.

Le élite economiche mondiali agiscono sulle classi dirigenti politiche per truccare le regole del gioco economico, erodendo il funzionamento delle istituzioni democratiche e generando un mondo in cui 85 super ricchi possiedono l’equivalente di quanto detenuto da metà della popolazione mondiale. Alla vigilia del World Economic Forum di Davos, il rapporto di ricerca Working for The Few, diffuso oggi da Oxfam, evidenzia come l’estrema disuguaglianza tra ricchi e poveri implichi un progressivo indebolimento dei processi democratici a opera dei ceti più abbienti, che piegano la politica ai loro interessi a spese della stragrande maggioranza.

Una situazione che riguarda i paesi sviluppati, oltre quelli in via di sviluppo, dove l’opinione pubblica ha sempre più consapevolezza della concentrazione di potere e privilegi nelle mani di pochissimi. Dai sondaggi che Oxfam ha condotto in India, Sud Africa, Spagna, Gran Bretagna e Stati Uniti, la maggior parte degli intervistati è convinta che le leggi siano scritte e concepite per favorire i più ricchi.

In Africa le grandi multinazionali – in particolare quelle dell’industria mineraria/estrattiva – sfruttano la propria influenza per evitare l’imposizione fiscale e le royalties, riducendo in tal modo la disponibilità di risorse che i governi potrebbero utilizzare per combattere la povertà; in India il numero di miliardari è aumentato di dieci volte negli ultimi dieci anni a seguito di politiche fiscali altamente regressive, mentre il paese è tra gli ultimi del mondo se si analizza l’accesso globale a un’alimentazione sana e nutriente. Negli Stati Uniti, il reddito dell’1% della popolazione è aumentato ed è ai livelli più alti dalla vigilia della Grande Depressione. Recenti studi statistici hanno dimostrato che, proprio negli USA, gli interessi della classe benestante sono eccessivamente rappresentati dal governo rispetto a quelli della classe media: in altre parole, le esigenze dei più poveri non hanno impatto sui voti degli eletti.

“Il rapporto dimostra, con esempi e dati provenienti da molti paesi, che viviamo in un mondo nel quale le élite che detengono il potere economico hanno ampie opportunità di influenzare i processi politici, rinforzando così un sistema nel quale la ricchezza e il potere sono sempre più concentrati nelle mani di pochi, mentre il resto dei cittadini del mondo si spartisce le briciole”, afferma Winnie Byanyima, direttrice di Oxfam International. “Un sistema che si perpetua, perché gli individui più ricchi hanno accesso a migliori opportunità educative, sanitarie e lavorative, regole fiscali più vantaggiose, e possono influenzare le decisioni politiche in modo che questi vantaggi siano trasmessi ai loro figli”.

Il rapporto di Oxfam evidenzia, ad esempio, come sin dalla fine del 1970 la tassazione per i più ricchi sia diminuita in 29 paesi sui 30 per i quali erano disponibili dati. Ovvero: in molti paesi, i ricchi non solo guadagnano di più, ma pagano anche meno tasse.
Questa conquista di opportunità dei ricchi a spese delle classi povere e medie ha contribuito a creare una situazione in cui, nel mondo, 7 persone su 10 vivono in paesi dove la disuguaglianza è aumentata negli ultimi trent’anni, e dove l’1% delle famiglie del mondo possiede il 46% della ricchezza globale (110.000 miliardi dollari)

“Se non combattiamo la disuguaglianza, non solo non potremo sperare di vincere la lotta contro la povertà estrema, ma neanche di costruire società basate sul concetto di pari opportunità, in favore di un mondo dove vige la regola dell’ ‘asso pigliatutto’, conclude Winnie Byanima.

Negli ultimi anni il tema della disuguaglianza è entrato con forza nell’agenda globale: Obama lo ha identificato come una priorità del 2014, e proprio il World Economic Forum ha posto le disparità di reddito diffuse come il secondo maggiore pericolo nei prossimi 12-18 mesi, mettendo in guardia su come stia minando la stabilità sociale e “minacciando la sicurezza su scala globale”. Anche per questo Oxfam chiede ai partecipanti del World Economic Forum – decision maker politici e istituzionali – di assumere un “impegno solenne” volto a:
sostenere una tassazione progressiva e contrastare l’evasione fiscale;
astenersi dall’utilizzare la propria ricchezza per ottenere favori politici che minano la volontà democratica dei propri concittadini;
rendere pubblici tutti gli investimenti nelle aziende e nei fondi di cui sono effettivi beneficiari;
esigere che i governi utilizzino le entrate fiscali per fornire assistenza sanitaria, istruzione e previdenza sociale per i cittadini;
adottare dei minimi salariali dignitosi in tutte le società che posseggono o che controllano;
esortare gli altri membri delle élite economiche a unirsi a questa causa.


Si chiede inoltre ai governi di affrontare la diseguaglianza reprimendo più severamente la segretezza finanziaria e l’evasione fiscale, anche attraverso il G20; investendo nell’istruzione universale e nell’assistenza sanitaria; e concordando un obiettivo globale che inquadri la disuguaglianza estrema in ogni paese all’interno dei negoziati per gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile post 2015.

I numeri della disuguaglianza

• Circa metà della ricchezza è detenuta dall’1% della popolazione mondiale.
• Il reddito dell’1% dei più ricchi del mondo ammonta a 110.000 miliardi di dollari, 65 volte il totale della ricchezza della metà della popolazione più povera del mondo.
• Il reddito di 85 super ricchi equivale a quello di metà della popolazione mondiale.
• 7 persone su 10 vivono in paesi dove la disuguaglianza economica è aumentata negli ultimi 30 anni.
• L’1% dei più ricchi ha aumentato la propria quota di reddito in 24 su 26 dei paesi con dati analizzabili tra il 1980 e il 2012.
• Negli USA, l’1% dei più ricchi ha intercettato il 95% delle risorse a disposizione dopo la crisi finanziaria del 2009, mentre il 90% della popolazione si è impoverito.


Il rapporto di Oxfam Working for the Few in pillole:
-ovunque, gli individui più ricchi e le aziende nascondono migliaia di miliardi di dollari al fisco in una rete di paradisi fiscali in tutto il mondo. Si stima che 21.000 miliardi di dollari non siano registrati e siano offshore;
negli Stati Uniti, anni e anni di deregolamentazione finanziaria sono strettamente correlati all’aumento del reddito dell’1% della popolazione più ricca del mondo che ora è ai livelli più alti dalla vigilia della Grande Depressione;
-in India, il numero di miliardari è aumentato di dieci volte negli ultimi dieci anni a seguito di un sistema fiscale altamente regressivo, di una totale assenza di mobilità sociale e politiche sociali;
in Europa, la politica di austerity è stata imposta alle classi povere e alle classi medie a causa dell’enorme pressione dei mercati finanziari, dove i ricchi investitori hanno invece beneficiato del salvataggio statale delle istituzioni finanziarie;
-in Africa, le grandi multinazionali – in particolare quelle dell’industria mineraria/estrattiva – sfruttano la propria influenza per evitare l’imposizione fiscale e le royalties, riducendo in tal modo la disponibilità di risorse che i governi potrebbero utilizzare per combattere la povertà.

see more: Oxfam.com


19/01/15

Il '68 di Frank Zappa: We're only in it for the money

Un film e ora un album. Terzo lavoro per Frank Zappa e uno dei primi per me della sua discografia, custodito ancora gelosamente su nastro.

Frank Zappa è stato un genio supremo della musica contemporanea americana e non solo . Una testimonianza diretta di questo forse, sono stati a volte i grandi ostacoli e polemiche che ciascuno dei suoi dischi ha dovuto superare nel tempo intercorso tra la registrazione e la pubblicazione. Ancora una volta è il turno di Zappa a rivendicare la nostra piena attenzione. Il suo ingegno nella concezione della forma, dell' innovazione delle tecniche di registrazione, e l'integrazione di tipi di musica notevolmente differenti tra loro, lo pone spesso sopra tutti i possibili concorrenti. I suoi ritmi e le armonie sono stati veramente sublimi, e i suoi testi contengono probabilmente l'ironia e la satira più brillante in tutto il mondo del pop. Quello che ho scoperto e che amo di più è il suo ambiente originale, il suono vocale rhythm & blues degli anni '50, che Zappa ha conosciuto intimamente sia come spettatore e che come protagonista. Più tardi, si è cimentato nella musica classica contemporanea. Ha scritto molta musica strumentale, dalle sonate per pianoforte al grande lavoro orchestrale, molto del quale registrato (per Capitol), ma mai pubblicato. Quello che più l'ha influenzato in questo campo è stato probabilmente Edgar Varèse, di cui una buona selezione di composizioni è disponibile su catalogo Columbia.


We're only in it for the money è del '68, in piena rivoluzione giovanile e Frank come sempre va dalla parte opposta. Ironia e pessimismo in combutta, declamati già dalla copertina: vestito da ragazzina e attorniato da una serie di personaggi insieme alle Mother of Invention, in una parodia della Summer of Love di Sgt Pepper dei Beatles in versione discarica.
Zappa è uno dei pochi eletti che ha sviluppato un linguaggio musicale di gran lunga sufficiente a se stesso, senza l'aiuto e l'influenza dei Beatles.
Quì le madri sfidando Lennon, McCartney & Co. musicalmente e ideologicamente.
Zappa esprime brutalmente l'irrilevanza di gran parte del loro mondo, degli hippie, e il "Flower power gli fa schifo", dice una voce, e la stessa cosa, in modo più sottile, dicono molte altre voci su questo disco. Zappa non ci lascia mai troppo lontano dalla realtà di quel periodo: la guerra, l'omicidio, la polizia, i nazisti affiorano spesso in molti contesti. Una canzone, "Mom and Dad," è così triste che lascia per per un momento il regno dell' umorismo. Questo album è in fondo una specie di messaggio. Il suo umorismo è tagliente e asciutto più che mai, ma ci sono dei momenti di pessimismo che rispecchiano i titoli dei giornali dell'epoca. E', ovviamente, una parodia di Sgt. Peper. Ma è più di una parodia. È necessario guardare bene la copertina per vedere di cosa stanno parlando le Madri, che riescono nell'intento di far apparire gli Dei di Liverpool in una luce un po 'meno elevata di quanto si era abituati a vederli. Nel Rock'n'Roll c'è molta musica che è essenziale, ma la creatività di We're only in it for the money fa si che il puro genio di Frank Zappa e The Mother of Invetion si eleva in piedi da solo.

Frank Zappa Only in it We're Only in it for the money











Il Mistero del salto del pesce

Iniziamo la settimana con il film che da solo, probabilmente, scatenò la guerra alla droga negli Stati Uniti.   :)
The Mystery of the Leaping Fish è una breve commedia del 1916, diretta da John Emerson e da Christy Cabanne. Interpretato dal grande Douglas Fairbanks, scritto da Tod Browning di Freaks e Dracula, The Mystery of the Leaping Fish è una parodia del personaggio di Sherlock Holmes: Fairbanks interpreta infatti Coke Ennyday, "detective scientifico" dipendente dalla cocaina. La stranezza di questo film sta nel fatto che, guardandolo oggi, si evince l'atteggiamento più che disinvolto verso l'uso di droghe (siamo nel  1916) e il fatto che ad interpretarlo fu una delle persone più famose al mondo in quel momento . Il film è molto divertente, anche per arguzia e umorismo, ed è pieno di doppi significati che giocano sul consumo di cocaina, ed è molto attuale nella sua rappresentazione delle emozioni umane.

E' davvero difficile credere che in quegli anni fosse possibile produrre una pellicola su un argomento così particolare. Parallelamente il film mostra l' atteggiamento della società verso droghe come la cocaina e l'oppio: i narcotici potevano essere usati come argomento per divertire e far ridere. L'originale è un film muto con musica aggiunta. Che è di qualche anno più tardi rispetto al momento in cui il film è stato girato. E la musica è meravigliosa. Barrymore è esilerante nello spingere il naso di tutti in una nuvola di coca.
Si dice che Charlie Chaplin abbia preso in prestito questa performance di Fairbanks per le scene con la cocaina in "Tempi Moderni".

La trama non è in fondo la parte più importante, e la maggior parte di noi che guardiamo un film muto realizzato nel 1916, "probabilmente non è abbastanza preparata a vedere un attore protagonista che indossa una bandoliera di siringhe e che prende manciate di polvere bianca da un secchio con l'etichetta cocaina", strofinandosele su tutto il viso. Inoltre, è divertentissimo il suo osservare i visitatori su quello che sembra essere una televisione a circuito chiuso, mentre alla sua porta vi è il suo "periscopio scientifica," un orologio che sul muro gli ricorda di scegliere tra "mangiare, bere, andare a letto e drogarsi!! ".
Certo, ce ne vuole per scioccare un moderno frequentatore di cinema, ma ci sono alcune gag visive che, se non scioccanti, sono davvero molto sorprendenti.
Penso che tante persone, esperti di cinema, semplici appassionati, saranno sorpresi di come sia sovversivo questo piccolo gioiello, e in conclusione, sono contento di aver scoperto e visto questo film e credo che, nel poterlo pubblicizzare, sia destinato ad avere un seguito di culto.







17/01/15

Frustate nel silenzio

Je suis..confused
10 anni di carcere, multa di 266 mila dollari, mille frustate, 50 a sttimana (ogni venerdì), e in pubblico. Le pressioni delle ong, di Amnesty International non hanno prodotto l'annullamento della sentenza, che è momentaneamente sospesa per motivi di salute, dopo le prime frustate ricevute il 9 gennaio. La confusione deriva dal silenzio delle leadership politiche mondiali, silenzio assordante, ipocrita,  soprattutto dopo i fatti di Parigi, l'agguato a Charlie Hebdo. L'Arabia Saudita, ricco di petrolio, è alleato di ferro dell'occidente in medio oriente, ha rapporti privilegiati con Usa e Israele, ma ricordare che è una monarchia in cui quasi tutto è proibito, dove vige un sistema religioso asfissiante che domina la politica, dove le donne sono in una condizione di totale inferiorità, e dove il governo continua a dire di combattere il terrorismo e l'islam radicale da una parte, mentre dall'altra permette il sovvenzionamento ad Al Queda e allo stato islamico attraverso i suoi ricchi sudditi, è d'obbligo. Ricordiamo che la colpa principale di Raif Badawi è quella di aver pubblicato sul suo BLOG d'informazione che "l'Università diIslamica Iman Muhammad ibn Saud di Ryad è un laboratorio che spinge molti giovani sauditi ad arruolarsi nelle file della jihad.."

Questo il comunicato di Amnesty International sulla vicenda:

LE FRUSTATE E L'OCCIDENTE SILENZIOSO
Ieri non è stato fru­stato. La nuova ses­sione di 50 fru­state al blog­ger sau­dita Raif Badawi pre­vi­sta venerdì non ha avuto luogo per motivi di salute.
Il medico ha veri­fi­cato che le lace­ra­zioni delle prime 50 del 9 gen­naio non si erano ancora cica­triz­zate e ha rac­co­man­dato di rin­viare di una set­ti­mana. Il rin­vio mostra la pro­fonda bru­ta­lità della puni­zione e ne sot­to­li­nea l’oltraggiosa inu­ma­nità. L’idea che sia con­cesso di ripren­dersi per poter sof­frire di nuovo è maca­bra e ver­go­gnosa. Le fru­state sono proi­bite dal diritto internazionale. 

Por­tone ser­rato, fine­stre chiuse. Per oltre un’ora è stata la scena che hanno visto gio­vedì le decine di par­te­ci­panti al sit-in orga­niz­zato da Amne­sty Inter­na­tio­nal di fronte all’ambasciata dell’Arabia Sau­dita, con l’adesione di Fnsi e Arti­colo 21, per chie­dere la scar­ce­ra­zione di Raif Badawi, il blog­ger con­dan­nato a 10 anni di car­cere e a 1000 frustate per aver offeso l’Islam.
A Gedda, era pre­vi­sta la seconda serie di 50 fru­state, cru­dele regalo di com­pleanno per il pri­gio­niero di coscienza che ha com­piuto 31 anni mar­tedì scorso. Poi, se le pres­sioni (invero blande) dei governi amici di Riad non avranno effetto, la gogna pro­se­guirà per altre 18 set­ti­mane. Sem­pre che Badawi soprav­viva a quella che somi­glia a una sorta di ese­cu­zione capi­tale a puntate.

L’esperienza delle fru­state, oltre a essere degra­dante (a mag­gior ragione quando, come in que­sto caso, avviene in pub­blica piazza, di fronte a una folla festante), è deva­stante dal punto di vista fisico. La pelle si apre e non basta una set­ti­mana a cica­triz­zare le ferite.
La prima serie di 50 fru­state è stata oscu­rata dalla com­mo­zione mon­diale per i tra­gici eventi di Parigi.
L’Arabia Sau­dita ha con­dan­nato l’attacco con­tro il set­ti­ma­nale sati­rico Char­lie Hebdo, «col­pe­vole» di aver offeso l’Islam con le sue vignette.
Lo stesso paese ha con­dan­nato a 1000 fru­state e 10 anni di car­cere un uomo «col­pe­vole» di aver offeso l’Islam coi suoi post. Raif Badawi è un pri­gio­niero di coscienza, il cui unico ‘reato’ è stato quello di eser­ci­tare il diritto alla libertà d’espressione fon­dando un sito per il pub­blico dibat­tito, «Libe­rali dell’Arabia Saudita».
Il suo è un caso estremo, ma non è l’unico esem­pio del totale disprezzo sau­dita nei con­fronti del diritto alla libertà d’espressione. Negli ultimi anni, sono state impri­gio­nate decine di per­sone che ave­vano chie­sto riforme, pro­mosso dibat­titi, fon­dato orga­niz­za­zioni indi­pen­denti per i diritti umani, difeso vit­time di tor­ture e pro­cessi irregolari.
Lo stesso avvo­cato di Badawi, Waleed Abu al-Khair, si è visto ina­sprire in appello la con­danna inflit­ta­gli in primo grado il 6 luglio 2014: 15 anni di car­cere, di cui cin­que sospesi. A causa del suo man­cato «pen­ti­mento», lunedì scorso anche la sospen­sione è stata annullata.

Dal Canada, dove ha otte­nuto asilo poli­tico, Ensaf Hai­dar chiede al mondo di non dimenticare suo marito. Ha dovuto rac­con­tare tutto ai figli, per evi­tare che venis­sero a sapere dai com­pa­gni di scuola che il papà viene fru­stato ogni set­ti­mana in un paese lontano.Fino a quando la fusti­ga­zione pub­blica di Raif Badawi andrà avanti, Amne­sty International si pre­sen­terà di fronte all’ambasciata sau­dita di Roma, alla vigi­lia di ogni nuova ses­sione di frustate.
E anche qua­lora que­sto ter­ri­bile castigo verrà sospeso, occor­rerà pro­se­guire la cam­pa­gna per l’annullamento della con­danna a 10 anni di car­cere. E con­tro que­sti agghiac­cianti attac­chi alla libertà d’espressione.

Riccardo Noury
* por­ta­voce di Amne­sty International


15/01/15

Gipi: Charlie Hebdo, la satira, la religione.

Come falchi sono piombati anche su #jesui­schar­lie, c’è stato "l’orgasmo mul­ti­plo dei com­plot­ti­sti di tutto il mondo" : dopo l'11 settembre questa è la mes­sin­scena hol­ly­woo­diana di pro­por­zioni epi­che. I nostri rappresentanti, in maggioranza dirigenti dei 5 stelle, non hanno perso tempo e si sono distinti come sempre: un mare di caz­zate spa­rate senza alcuna cognizione di causa, teo­rie del com­plotto, gli illumi­nati, le scie chimiche, la Cia, bilderberg.. facili verità senza possibilità di poter essere smentiti. Segnaliamo a questo proposito di leggere il divertente  "LaScia o Raddoppia", sottotitolo <<Complotti e cospirazioni nella politica italiana: storia delle #sciechimiche dal centrosinistra ai grillini>>, prefazione di Fulvio Abbate. Si inizia nel lontano 2003, con l'interrogazione sulle celeberrime scie chimiche del parlamentare DS Italo Sandi, poi il complottismo diventa mainstream: Piero Pelù, Gianni Morandi, gli esperti Paolo Attivissimo e Massimo Polidoro,  il M5S in forze,  e  i complottisti per eccellenza  come Domenico Scilipoti ( Forza Italia) e il Divino Otelma!



scie al circo massimo, in onore del capo
 

Gipi, invece, come noi non crede a complotti e cazzate varie, e mercoledì 14 gennaio ospite a Le Invasioni Barbariche, il talk show televisivo di La 7 condotto da Daria Bignardi racconta del suo rapporto con la religione, con Dio, e di come ha vissuto l’attentato terroristico a Charlie Hebdo. Su quello che è accaduto Gipi ha precisato:

<<Io non credo a nessun tipo di complotto, mi danno fastidio tutte quelle teorie. Loro sono morti per blasfemia, sono morti per aver offeso qualcosa di invisibile. È inconcepibile che oggi qualcuno possa morire per un motivo del genere. Io sono profondamente democratico, chiunque può adorare ciò che preferisce ma non può imporre la sua visione a terzi. Personalmente ho grossissimi problemi con la religione e con Dio. Se esiste un Dio è inconcepibile per l’uomo: tutto ciò che viene definito tale oggi è stato palesemente ideato e viene spiegato dall’uomo per l’uomo>>.

Sulla satira ha aggiunto:

<<La satira secondo me c’ha una regola sola: che deve andare dai deboli verso i potenti. Chi fa satira deve appartenere a una minoranza, o essere in una condizione di debolezza, e deve lavorare su quelli che sono più forti o che hanno il potere. [...] Quando il potente o chi lavora per il potente fa satira su chi il potere non ha, non fa satira, è un’altra cosa. Quella cosa è prepotenza, è fascismo>>

Nel video l'intervista completa a Gipi della Bignardi..



Gipi (Gianni Pacinotti) è del 1963. Vignette, racconti, storie a fumetti. Collabora con Cuore, con il mensile "Blue" e con altre testate e giornali italiani. Oggi è  illustratore per il quotidiano "La Repubblica"e collaboratore del settimanale "Internazionale". I libri: escono Esterno Notte e Appunti per una storia di guerra, premiato come Miglior fumetto dell'anno al Festival internazionale di Angoulême nel 2006, sempre per la  Coconino Press. Ancora, Questa è la stanza, la serie Baci dalla provincia, S., La mia vita disegnata male, l’antologia Diario di fiume e Verticali. L'ultimo terrestre, prodotto da Fandango, è il suo film d'esordio.




Late Show: Laurie Anderson

Home of the Brave è per le nuove generazioni, perchè si rendano conto di come, all'alba di una nuova era tecnologica, Laurie Anderson fosse innovativa, futurista, brillante. Siamo nell'estate del 1985, girato al Park Theater di Union City, NJ (New Jersey) , è la documentazione del tour per l'uscita di Mr Heartbreak. Viene pubblicato l'anno seguente, 1986.
Diretto dalla stessa Anderson, questo concerto-documentario è una panoramica divertente del suo live -act, della sua musica, i suoi unici punti di vista su persone e sulla società in generale. 18 pezzi vengono eseguiti con una band strepitosa, con Adrian Belew alla chitarra, David Van Tieghem, Dolette McDonald e Joy Askew. Alcuni dei momenti più divertenti sono i testi spiritosi, i commenti oltraggiosi della Anderson, e le invenzioni tecnologiche come l' "abito tamburo" che trasforma il suo corpo in un ensemble di percussioni. Imperdibile il suo tango con William S. Burroughs, amico di lunga data di Laurie e suo ispiratore, che passeggiando sul palco in alcuni momenti dello show borbotta di volta in volta con la suo voce gutturale i suoi testi criptici di grande effetto.

Qualcuno affermò che Home of the Brave fu il tentativo di fare per Laurie Anderson quello che Stop Making Sense aveva fatto per i Talking Heads, ma quì siamo in presenza di un autentico esperimento, un grande lavoro teatrale multimediale, una performance avant-garde originale per i tempi e soprattutto.. divertente. Con tutti gli strumenti modificati elettronicamente (all'epoca con i più recenti progressi della tecnologia digitale) e con sullo sfondo animazioni generate dalla computer grafica, Laurie Anderson durante le canzoni, vestita in abito bianco e con i capelli corti a punta, interpreta la parte di un guru che utilizza la sua intelligenza per spiegare come la tecnologia sta rimodellando la vita dell'uomo moderno e il modo in cui si deve combattere "contro una civiltà fascista che sta cercando di privarci della nostra individualità".
I suoi messaggi sono ancora oggi attraenti e anzi la spiritosa osservazione ripresa da Burroughs, che Il linguaggio è un virus, sembra quanto mai attuale in quest'epoca dove i proclami, la propaganda scritta e parlata, ha raggiunto livelli mai visti prima.
Ormai l'era dei video musicali è finita da un pezzo, laccati, ordinari, noiosi, e Home Of The Brave rappresenta ancora qualcosa di diverso, non convenzionale, intelligente ,e anche impegnativo,termine che qui non significa noioso o alienante.

Mai pubblicato su DVD, gira un file torrent di buona qualità (in laserdisc) ed è abbastanza facile da trovare, mentre l'album, sempre dell'86, deriva in parte dalla colonna sonora: 8 brani, alcuni però registrati in studio.




Laurie Anderson (The Voice of Reason)
William S. Burroughs
Joy Askew
Adrian Belew (Guitar and Vocals)
Richard Landry (Horns and Winds)
Paula Mazur (Game Show Hostess)
 Dolette McDonald (Vocals)
Won-sang Park (Kayageum and Voice)
Janice Pendarvis (Vocals)
David Van Tieghem (Percussion)

SONGS:
 Good Evening (instrumental)
Zero and One (spoken word)
Excellent Birds
Old Hat (spoken word)
Drum Dance (instrumental)
Smoke Rings
Late Show (instrumental with vocal sample by William S. Burroughs)
White Lily (spoken word)
Sharkey's Day
How to Write (instrumental with spoken word introduction by Won-sang Park)
Kokoku
Radar (instrumental with wordless vocalizations by Anderson)
Gravity's Angel
Langue D'Amour
Talk Normal
Difficult Listening Hour (spoken word)
Language is a Virus
Sharkey's Night
Credit Racket (instrumental)

*No Copyright Owned. Shared only for Educational Purposes.





14/01/15

The Holy Hole, il buco sacro di Chet Baker

Chet 1981
Quì Let's Get Lost: Chet Baker,  considerazioni su "Come se avessi le ali", le memorie perdute del grande trombettista americano.
La "nostra" Fernanda Pivano incontrò Baker a Milano nel 1960, incontro che viene riportato nel libro "Amici Scrittori", sottotitolo: "Quarant' anni di incontri e scoperte con gli autori americani". Da "Spoon River" a Jay McInerney. Passando per Ezra Pound, Ernest Hemingway, Saul Bellow, Jack Kerouac, Allen Ginsberg. E tanti, tanti altri, i compagni di tante avventure, Amici scrittori, appunto..

Chet Baker, Milano 1960
Anche Chet Baker era un consumatore di sostanze chimiche.

Era venuto a Milano a suonare in un piccolo locale ed eravamo diventati amici, come si poteva essere amici con Chet che in quattro ore diceva al massimo una parola. Veniva da noi e senza parlare si gettava affranto su un divano, o suonava il pianoforte, o pizzicava la chitarra, o metteva un disco; poi mangiava una banana, beveva una Coca-Cola, sorrideva e se ne andava. Una sera che dovevamo andare a cena insieme (c’era da noi a dormire Gregory Corso), invece di arrivare con la moglie Halima, una bellissima indiana bengala di pelle scura, arrivò con una ragazza bruna nuda sotto il maglione rosso con la scollatura a V. Non gli chiesi niente, naturalmente; quando fummo seduti al ristorante, disse:
<<Back home.>>
Gli chiesi perché. Rispose:
<<Buco nel polmone. Troppo faticoso vivere con me>>, e rimase zitto senza toccare il cibo finché tutti ebbero finito. Poi volle andare in uno di quei sotterranei con i biliardini e giocò tre ore a ping-pong con Gregory Corso. Dopo volle andare in un night dove, disse, lavorava la sua nuova ragazza. Aspettammo a lungo, con Gregory Corso sempre più nervoso mentre guardava la gente ballare all’antica, guancia contro guancia e i corpi incollati quasi in un coito. Venne il momento che Gregory esplose. <<Perché non se ne vanno a scopare in un letto?>> ripeté a voce sempre più alta, per fortuna in inglese. Si quietò solo quando cominciò lo spettacolo e comparve la ragazza di Chet Baker. La sua <<parte>> consisteva nell’attraversare il palcoscenico a sipario chiuso reggendo un cartello con la cifra del prossimo “numero”

<<Oh, God>>, mormoro Gregory sopraffatto; ma Chet sorrideva felice.

Si era fatto togliere un incisivo per eliminare ogni ostacolo tra il suo respiro e la tromba, e quando sorrideva con quel viso da bambino, bello in un profilo senza futuro e teso in un dramma senza speranza, quel buco nero in mezzo alle labbra pareva un monito. The Holy Hole, il buco sacro, lo chiamò subito Gregory Corso; e Chet lo guardò fisso prima di rispondergli con un sorriso. Chet parlava soltanto quando era certo che non si cercava di fargli dire perché era venuto via dall'America, perché si drogava, con che cosa si faceva e tutte le altre cose che incuriosiscono i giornalisti. Se si accorgeva che qualcuno si interessava davvero a quello che da anni cercava di fare con la sua tromba parlava per ore di seguito, senza interrompersi, passandosi ogni tanto la mano sulla fronte pallida e sudata. Per lo più si interrompeva soltanto perchè doveva andare a suonare. Allora sorrideva, con il suo holy hole in quel sorriso tragico, e dopo qualche minuto di tensione quasi insopportabile sussurrava le prime note.

L'impresario era disperato. Lo facevano suonare troppo, lo sfruttavano fino a logorarlo; e nemmeno per lucro, soltanto per ignoranza, perché non sapevano che un artista non può suonare cosi a lungo senza spaccarsi le labbra. Ma Chet non protestava mai. Suonava fuori del tempo e dello spazio fino a cadere svenuto; sfiorandosi ogni tanto il labbro dolente, asciugando ogni tanto, in una carezza, la tromba bagnata di saliva e di sudore. Mi diceva che la musica per lui si basava più su pause inespresse, su messaggi sottintesi, su significati non detti, che su uno slancio verso l’esterno o uno sfogo passionale: la sua si sarebbe potuta chiamare la musica del silenzio. In America, dove si esibiva con una sua orchestra, eseguiva di preferenza musica modernissima, basata sugli accordi anziché sulla melodia. Componeva per lui la musica Bob Zeiff, abilissimo nell’inventare nuovi accordi, che gli aveva preparato un repertorio da portare in Europa, ma Chet lo aveva perso su un taxi: era il manoscritto originale.
In questa musica trovava il suo unico mezzo di espressione, si distendeva dalle sue ansie scherzando su una batteria o su un pianoforte; poi con raccoglimento, con umiltà, quasi con timidezza impugnava la tromba e aspettava che si creasse col pubblico il circuito che, - diceva, <<lo rendeva felice>>.

Quando taceva durante le sue pause sedeva a occhi chiusi, con il viso pallido, intenso: sembrava immobile, ma in realtà tremava di una vibrazione segreta che era insieme conclusione e anticipazione della sua carica espressiva. In polemica con certi esibizionismi del momento i suoi abiti erano neri secondo l’”uniforme” dei progressive jazzmen della West Coast: ben tagliati, molto seri, con cravatta nera, pantaloni aderenti e camicia celeste. ' In Italia gli volevano molto bene. Poi intervenne la rispettabilità. Chet venne incarcerato a Lucca e i suoi fan andarono a suonare la tromba davanti alla sua finestra. Nessuno immaginava che sarebbe morto misteriosamente, tragicamente, squallidamente nell’intercapedine di un albergo di Amsterdam..