28/09/12

Mary Shelley, Laurell Hamilton e le altre. Il Fantastico al femminile



"Ora entra.. e gioisci delle delizie e dei terrori del mio mondo.." (cfr "Narcissus" Laurell K. Hamilton")

Benchè nell'immaginario gotico la figura femminile abbia sempre avuto un ruolo fondamentale, esso rimane tuttavia essenzialmente confinato  all'icona, al personaggio stereotipato.. magari principale e funzionale alla trama, ma non reale protagonista e orchestratore della stessa.. sia che si tratti dell'innocente vittima da salvare, dell'etereo spirito senza pace, o del demone insidioso e lussurioso, erede di una certa visione calvinista della donna, mai del tutto scomparsa. Bisognerà arrivare ai giorni nostri, passando per il giro di boa degli anni 60/70 e l'imporsi negli anni 80/90 di scrittrici "di genere" carismatiche come la Rice, per assistere ad un'inversione di tendenza, una svolta nel modo di porsi delle scrittrici, e dei loro personaggi femminili.   Queste iniziano ad uscire dagli schemi usuali del fanta horror, si fanno sempre più indipendenti, individualiste ed accentratrici, pronte a misurarsi alla pari sia con le entità paranormali che con gli uomini. Inizia l'epoca delle saghe, delle eroine horror, dell'espandersi a macchia d'olio in libreria di un genere prima di nicchia. Effetto collaterale di questa inversione, accanto all'imporsi di ottime autrici come Laurell K. Hamilton e Stephanie Meyers, è stato il prolificare di uno sciame di opportunistiche imitatrici, che ha dato vita ad un singolare fenomeno editoriale.. se non la scomparsa, almeno il ridimensionamento della tradizionale letteratura rosa femminile, a favore di una forma completamente nuova di avventura passionale tinta di nero, dove gli oggetti del desiderio non sono più romantiche fanciulle e impavidi cavalieri, ma fascinosi vampiri, streghe e licantropi. E se la validità artistica di una tale produzione è indubbiamente discutibile, è altrettanto vero che sta avendo il merito di avvicinare il mondo dei teenager alla lettura, auspicando che con la pratica passino, prima o poi, agli scaffali accanto.. Indubbio è tuttavia, il progressivo prevalere di autrici in un campo prima prevalentemene appannaggio maschile.
Chiaramente, nel panorama fantastico letterario, sono sempre esistite, anche nel secolo scorso, ottime, anche grandissime scrittrici.. la loro presenza era però se non nascosta, almeno defilata, quasi del tutto confinata al racconto o al romanzo breve.. oppure ad una sorta di sotto-produzione proveniente da autrici accreditate in altri generi, come Jane Austen, Charlotte Bronte, alcune celebri gialliste come Agatha Christie e Ruth Rendell.. tutte loro si sono cimentate anche nel genere horror, ma tale produzione, pur se altrettanto valida  rispetto alle altre opere, è passata in sordina, come una sorta di estemporaneo divertissement, e si trova solo in antologie specifiche, raccolte in tempi recenti.. Tuttavia, il merito di aver reso l'horror un genere a se stante, non più filone si diffuso ma difficilmente definibile, e da allora in poi ricercato ed imitato, segno questo sicuro di riconoscimento, è proprio di una donna,
Mary Wollstonecraft Shelley.



"No man chooses an evil because it is evil.. he only mistakes it for happiness, the good he seeks." - Mary Wollstonecraft Shelley"


Durante un celebre fine settimana sul lago di Ginevra, trascorso assieme al marito poeta e filosofo, Percy Shelley e ad altri letterati, lord Byron e John William Polidori, (autore successivamente del romanzo gotico "Il vampiro", che ispirerà il Dracula di Stoker, scritto alcuni anni dopo), la Shelley concepirà "Frankenstein, o il moderno Prometheus" una storia dalla potente valenza simbolica, derivata dall'interesse per il galvanismo e le nuove scienze unito al tema sempre indagato della ricerca sulle origini della vita e dell'anima, qui scevro tuttavia da influenze sovrannaturali.. ottenendo il doppio risultato di rafforzare e dare spessore alla corrente gotica con quello che ancora oggi è uno dei personaggi maggiormente impiantati nell'immaginario comune, e gettare nello stesso tempo le basi del romanzo di fantascienza, di cui il Frankenstein è uno dei primi esempi in assoluto.


Mary è un'anticipatrice, una donna moderna ed anticonformista per i suoi tempi. Figlia del politico William Goldwin e della filosofa e femminista Mary Wallstonecraft, assorbirà dai genitori ideali e atteggiamenti fuori dagli schemi. Nata nel 1797 a Londra, conduce a lungo una vita bohemien, irrispettosa delle convenzioni dell'epoca, tanto che inizialmente convive con il futuro marito ed ha una figlia senza sposarsi, deceduta dopo pochi giorni. E' colta e intelligente e frequenta alla pari gli ambienti letterari. Cosa questa non insolita negli ambienti medio alti dell'epoca, dove spesso la letteratura prosperava e si diffondeva partendo dai salotti bene, dietro i quali c'erano donne all'avanguardia, all'altezza degli stessi autori di cui promuovevano l'opera. Ma soprattutto, e questa è una vera novità per quei tempi, riuscirà a mantenere sia lei che il figlio con il mestiere di scrittrice.


Morirà nel 1851, in seguito ad una lunga malattia, probabilmente un tumore al cervello. Ma il suo tormentato personaggio, in cui infuse molto della propria indole e dei propri ideali, che per tutti noi continua ad avere il volto del grande Boris Karloff,  è ancora vivo e vegeto ai tempi nostri, e continua a suscitare incubi, e ad ispirare scrittori e registi. L'ultimo remake, ad opera di Kenneth Branagh, lo vede interpretato da Robert De Niro.


Con l'ingresso nel '900, quella che ha esercitato il maggior ascendente sui temi e sull'evoluzione della corrente fantastica attuale è certamente la scrittrice e giornalista americana Shirley Jackson, nata nel 1916 a San Francisco. Purtroppo, non è molto conosciuta in Italia, dal momento che la maggior parte delle sue opere non è mai stata tradotta.


Tuttavia, è bastato il libro "La casa degli invasati", conosciuto anche come "L'incubo di Hill House", scritto nel 1957, per mutare completamente l'immaginario di lettori ed autori relativamente al tema delle case infestate. Il mostro non è più "altro" rispetto a noi.. il cervello e i sentimenti si rivelano più pericolosi degli ectoplasmi, per trovare l'inferno non bisogna poi scavare troppo a fondo.. esso si trova molto più vicino di quanto si credesse.. e la moderna parapsicologia fa il suo ingresso nelle tematiche horror. Stephen King ammette apertamente di essere stato influenzato dalle opere della Jackson, e di averle prese a modello per "Shining" .. ma anche mostri sacri come Richard Matheson non sono affatto immuni dal suo influsso, tanto che la sua "Casa d'inferno" ne sembra a tratti un puntuale rifacimento.

"Nessun organismo vivente può mantenersi a lungo sano in condizioni di assoluta realtà.. perfino le allodole e le cavallette sognano, a detta di alcuni. Hill House, che sana non era, si ergeva sola contro le sue colline, chiusa intorno al buio.. si ergeva così da ottant'anni e avrebbe potuto continuare per altri ottanta. Dentro, i muri salivano dritti, i mattoni si univano con precisione, i pavimenti erano solidi, e le porte diligentemente chiuse. Il silenzio si stendeva uniforme contro il legno e la pietra di Hill House, e qualunque cosa si muovesse lì dentro, si muoveva sola." (cfr "La casa degli invasati" Shirley Jackson)


Anne Rice, nata nel 1941 a New Orleans, può essere amata o detestata, ma ha l'indubbio merito di essere la prima scrittrice di genere fantasy horror ad aver assunto una popolarità mondiale, capillare. I suoi libri vengono discussi nelle scuole e nelle università, si possono trovare in biblioteca e in libreria, come nelle edicole e nei supermercati, e il suo stile è subito riconoscibile, fin dalle prime righe.


"I feel like an outsider, and I always will feel like one. I've always felt that I wasn't a member any particular group" cfr Anne Rice
Per molto tempo, prima dell'avvento della Meyers e della Twilight's saga, il Vampiro, nell'immaginario comune, non era più l'affascinante creatura della notte di Stoker, e nemmeno la ripugnante creatura di King.. aveva invece i pur improbabili riccioli biondi di Tom Cruise, e i modi e gli abiti affettati della sua interpretazione di Lestat..


Personalmente, le Vampire Chronicles non sono la parte della sua produzione che apprezzo di più.. Certamente, "Intervista col vampiro", "Scelti dalle tenebre" e "La regina dei dannati", i primi della serie, sono originali e ben scritti.. per la prima volta il vampiro non è rappresentato soltanto come un'entità maledetta assetata di sangue, ma va in cerca, come tutti, delle ragioni del proprio esistere, si interroga sull'esistenza dell'anima, problema che accomuna allo stesso modo umani e vampiri.. Tuttavia i suoi personaggi servono da pretesto e da sfondo per elaborate, a tratti forzate riflessioni etico/filosofiche. Diventano delle icone, preda di sempre più complesse dinamiche psicologiche che li conducono a sublimare la propria natura,o, al contrario, a scivolare in una sottile e diabolica perversità. Da un lato simbolo dell'estremizzazione delle passioni umane, dall'altro strumento dialettico usato dall'autrice per indagare i limiti di psiche e spirito. L'eternità non è più la pietra filosofale da sempre agognata, ma si rivela un peso, per esseri che iniziano ad essere ossessionati dal mistero della propria origine, sempre in blico tra dannazione e redenzione.. e la ricerca delle vita eterna viene implicitamente condannata, visto che il suo epilogo sembra essere la progressiva follia, disperazione, o staticità dei protagonisti. Nel proseguire della saga, tali temi si fanno ancora più pesanti e autocompiacenti, e la Rice utilizza i suoi personaggi per scandagliare se stessa e la crisi religiosa che da sempre la affligge, in bilico tra cattolicesimo e ateismo.

"Chi ha smesso di credere in Dio o nel bene, continua lo stesso a credere nel diavolo.. Non so perchè.. No, anzi, lo so.. il male è sempre possibile. E il bene è eternamente difficile.." cfr "Intervista col vampiro"
 
Ovviamente, visti i suoi vampiri filosofi e raffinati, non c'è da stupirsi che detesti, seppur cordialmente, quelli di Stephanie Meyer.. Eccola in un'intervista interessante e spiritosa sull'argomento:

Dell'autrice, apprezzo invece molto la versatilità, l'essersi spesso cimentata in generi molto diversi dall'horror (tra la sua produzione c'è anche un originale romanzo storico, di ambientazione seicentesca "Un grido fino al cielo" e persino una serie di romanzi erotici). Ritengo però che la sua opera migliore sia "L'ora delle streghe", il primo libro della trilogia sulle streghe Mayfair, che riesce veramente a stregare, anche chi di solito non ama il genere, e rende un'affascinante e indimenticabile rappresentazione di New Orleans e dei suoi costumi celati.. C'è un'antica dimora a New Orleans. Nulla sembra distinguerla da molte altre simili, se non l'aspetto trascurato e incolto del giardino.. eppure, passandoci davanti, non si può fare a meno di fermarsi a guardare tra le sbarre del cancello, anche solo per un momento.. Può accadere allora di scorgere qualcuno in piedi.. una figura pallida e malinconica confusa tra le ombre.. Una figura dal fascino antico e fatale che lascia scivolare il suo richiamo tra le nebbie del tempo. E attende..


Laurell K. Hamilton può essere considerata l'anti Anne Rice, almeno per quanto riguarda le rispettive saghe incentrate sul vampirismo.


Al contrario del carattere complesso e tormentato, dall'indecisione e dall'immobilismo che contraddistingue Lestat & C., le creature della Hamilton, umane o immortali, vivono al massimo la propria esistenza, eterna o brevissima che sia, e lo fanno in modo disincantato e "politicamente scorretto". Attraverso le avventure di Anita Blake, sua eroina, prende vita un vero e proprio universo parallelo, reale e convincente nella sua struttura, al quale i fan hanno dato il nome di "Anitaverse" e in cui le considerazioni etiche passano in secondo piano e gli umani convivono con le creature sovrannaturali, a tratti perfettamente integrati, altre volte in conflitto.


Anita, la protagonista, esercita ufficialmente il mestiere di "risvegliante", mette cioè i suoi naturali poteri di negromante al soldo di una società che riporta in vita i morti dietro compenso.. perchè riportarli in vita?.. ma per numerosi e assi utili motivi!.. tipo risolvere dispute ereditarie, chudere delitti insoluti, chiarire diatribe familiari, ecc.. La sua fama è però dovuta all'altra sua attività, quella inizialmente non ufficiale di "sterminatrice" di vampiri.. la polizia si rivolge a lei per eliminare "succhiasangue" e altre creature particolarmente turbolenti, rei di aver infranto la legge, incrinando il sottile equilibrio che consente la convivenza con la comunità umana.. Le sue avventure sono estreme, colorate, e sensuali.. La vita sentimentale di questa singolare ragazza dalla pistola facile, ma che allo stesso tempo colleziona peluche a forma di pinguino, è assai complessa, in bilico tra l'attrazione per il vampiro Jean Claude e il licantropo Richard, entrambi capi delle rispettive comunità.


Il binomio eros-thanathos ha del resto grande rilievo nell'intreccio, ma in modo ironico e disinvolto.. L'autrice crea un originale mix tra la simbologia sessuale che ha da sempre accompagnato in letteratura il mito del vampiro e del licantropo, e le peripezie di eroine di fumetti alla Modesty Blaise e alla Satanik.. Dallo spiccato piglio fumettistico, rivelato da descrizioni vivide ed evocative, mai statiche, e dai dialoghi serrati, dipende del resto gran parte del fascino della saga, oltre allo stile particolare e coinvolgente, a tratti frenetico, e a trame mai scontate, solo apparentemente leggere e facilmente fruibili. In conseguenza di queste caratteristiche, i libri hanno dato origine ad una serie a fumetti sceneggiata dall'autrice stessa, in concerto con lo staff dell'editore, la Marvel Comics. Notevole, è anche il alvoro di ricerca alla base della storia. Leggendo tra le righe, chi si intende di tematiche esoteriche noterà che i riferimenti alla strutturazione dei gruppi sovrannaturali si rifanno ad antiche tradizioni, piuttosto che alla mera inventiva dell'autrice. Questo è evidente soprattutto nella descrizione dei riti voodò, nell'organizzazione del gruppo dei Licantropi, e in quello delle Fate.. Quest'accuratezza travestita da intranttenimento leggero è un notevole pregio rispetto alla verbosità spesso inconsistente dei personaggi della Rice.. presuppone una metodica e accurata raccolta di informazioni, e la successiva capacità di metabolizzarla e tradurla in fiction. Le avventura di Anita, infine, danno.. dipendenza!.. e in fondo è proprio questa la loro attrattiva maggiore. Libri di questo genere devono essere divertenti, altrimenti perdono la loro stessa ragione d'essere.. e forse proprio qui sta il limite principale della Rice.. il prendersi troppo sul serio. Una curiosità.. "Resti mortali", tipico esempio delle stranezze editoriali italiane, è uscito come sesto libro della serie, nonostante sia, cronologicamente, il secondo.. Inizialmente fu deciso di non distribuirlo a causa di passi giudicati eccessivamente efferati per il gusto italiano. Successivamente, in seguito all'inaspettato successo di vendite, l'editore si è precipitato a tornare sui suoi, di passi.. peccato che nel frattempo la storia era andata avanti di ben 4 libri!.. Ma Anita non se la prende.. continua imperterrita per la sua strada, forte dello stuolo dei suoi fan, dell'abilità con le armi, e del suo carattere sentimentale ed umano, che riesce tuttavia ad essere contemporaneamente cinico e spietato. Tipica sua, questa battuta tratta da "Butterfly":

"Edward si era sempre chiesto perchè provassi simpatia per i mostri.. Bè.. la risposta è semplice.. sono un mostro anch'io.."


L'americana Stephanie Meyer, nata nel 1973, non avrà forse l'abilità artistica e la versatilità di Anne Rice, ne l'originalità stilistica della Hamilton.. e molti detestano il suo nome a prescindere, senza neanche aver mai letto una sua riga, associandolo allo sciame di ragazzine(i) adoranti, in deliquio per la coppia dark più celebre e romantica degli ultimi anni, quella formata da Edward Cullen, che ha reso celebre l'interprete cinematografico Robert Pattinson, e Bella Swan..


Tuttavia, se un libro, e gli altri a seguire, è in grado di suscitare un vero e proprio fenomeno di costume, in grado di mantenersi stabile negli anni, e generare, come si accennava sopra, tutta una serie di imitazioni, in grado di prosperare solo sfruttando l'onda del successo della matrice, non credo sia possibile possa ottenere questo risultato in mancanza di qualità.. come minimo, possiederà il dono di colpire l'immaginazione di massa, di offrire qualcosa che evidentemente mancava, e che è in grado di coinvolgere ed emozionare.. già questo è molto più di quanto la maggior parte degli scrittori riesce ad offrire.. ed è la ragione per cui, pur ammetto con un certo pregiudizio di base, ho voluto leggere, in rapida successione, tutti e quattro i libri della saga.. Ebbene, li ho trovati avvincenti e ben scritti, per nulla superficiali.. romantici, ma non sdolcinati..


Certo, il mito del vampiro viene del tutto rielaborato, trasformato, favolizzato, e adattato a modelli più fruibili dalle generazioni attuali.. il tema è quello classico dell'amore avversato, ma Romeo e Giulietta hanno dalla loro giovinezza e vita eterni, e nessun ostacolo è realmente insuperabile. L'eternità viene rielaborata in senso romantico, e diviene di nuovo attraente, sorgente continua di possibilità di conoscenza, miglioramento ed esperienza, invece di generare conflitti interiori insanabili. Il nuovo Dracula adolescente, non è più un outsider, si integra alla perfezione ai tempi, lasciandosi alle spalle bare e luoghi oscuri.. la luce del sole non è un problema, si limita a svelare la sua natura, e non somiglia più ad un feroce predatore, preferendo tenere a bada gli istinti a favore dell'integrazione con la comunità umana.. anche il conflitto secolare con i licantropi non è più assoluto, può addirittura trasformarsi in alleanza, di fronte ad un nemico comune.. E i licantropi stessi, alle stragi di luna piena, preferiscono a loro volta l'integrazione, nel branco come nel liceo locale.. Certamente, queste caratteristiche faranno inorridire i puristi del genere.. ma è indubbio che la formula funziona, visto che, con buona pace della Rice, la parola vampiro e/o lupo mannaro evoca ormai questo tipo di soggetto, rafforzato dalle varie serie tv di successo nate da questa scia.. La saga ha poi il pregio, non indifferente, di non peggiorare proseguendo, ma di evolversi e chiudersi senza strascichi, completando un ciclo, ed evitando infinite ripetizioni, capaci di rendere annacquata e insipida qualsiasi buona idea iniziale. Volutamente, la Meyer si è congedata dai suoi personaggi all'apice del successo, lasciando intendere che non avrà problemi a dimostrare, con gli scritti futuri, che l'ispirazione non si è estinta con essi..


Una menzione a parte, merita l'attuale panorama letterario fantastico italiano al femminile.. anche qui, non mancano le pseudo-scrittrici, imitatrici dell'imitazione stessa, che pure vanno avanti e si fanno pubblicare libri piatti e tutti uguali, forti di certe logiche italiane a cui, ovviamente, non può sfuggire l'editoria.. meglio la forma, ossia le conoscenze e la bella presenza, che garantiscono il passaparola e l'attenzione dei media alle presentazioni, piuttosto che la sostanza.. Mi chiedo se poi questi libri vengano davvero letti, da chi li osanna in pubblico e da chi li commenta.. o se venga loro gettato solo uno sguardo distratto, e prevalga l'interesse per il risvolto di copertina, dove lo sguardo bistrato e sorridente di certe autrici sembra suggerire che quello che davvero conta, è far parte del coro.. se tutti ne parlano bene, dovrà per forza essere anche brava,.. no?.. Viene da pensare agli incubi virtuali della scrittrice Connie Willis, nel suo "Strani occhi".. dove non esistono più gli attori in carne ed ossa, ma solo fantasmi elettronici costruiti pezzo per pezzo e manipolabili.. Certo, si parla di cinema, ma la formula è perfettamente adattabile anche alla letteratura.. Brrrrrr!.. impallidirebbe anche Mary Shelley.. meditate, lettori e critici, meditate..
Ma per fortuna, non mancano altrettante scrittrici davvero valide, che non hanno nulla da invidiare alle colleghe d'oltreoceano, e danno ossigeno ad una produzione a volte asfittica e poco originale.. E' purtroppo di recente mancata Chiara Palazzolo, grande scrittrice e donna intelligente e sensibile, siciliana di nascita, ma romana di adozione.


La sua è una scrittura complessa e raffinata, che offre sempre più piani di lettura, senza per questo diventare meno avvincente e coinvolgente. Già i suoi romanzi di esordio, "La casa della festa" e "I bambini sono tornati" sono affascinanti e pieni di suggestioni, a metà strada tra l'indagine psicologica e il sovrannaturale, che si propone senza imporsi, appena sussurrato.. La fama arriva tuttavia in seguito ad una decisa virata verso l'horror, con la saga dei "sovramorti", la trilogia di Mirta ("Non mi uccidere", "Strappami il cuore", "Ti porterò nel sangue"), dove rielabora a suo modo la figura dello zombie, immaginandolo consapevole e potente, mutato dal passaggio attraverso la morte, ma non mutilato da essa, ne fisicamente ne mentalmente. I suoi sovramorti sono giovani e belli, resi cinici ed egocentrici dalla consapevolezza del potere acquisito.. perdono le debolezze e le insicurezze della personalità che li aveva contraddistinti in vita, ma non quelle più profonde e generali dell'appartenenza alla razza umana. La loro è una non-umanità presente e dolorosa, resa ancora più vivida dal contrasto, dalla mancanza di quell'esistere che pur in apparenza non indispensabile, facile da imitare, limitante, acquista invece sempre maggiore sostanza e realtà, solamente attraverso l'assenza. Il linguaggio, soprattutto nel primo volume, è spiazzante e innovativo, a tratti disturbante.. ma riesce perfettamente nell'intento di descrivere lo stato mentale della protagonista, prima delirante e disperato, poi lucido, razionale e disincantato, nel tentativo di strappare da sè i residui di un'umanità vissuta ormai come una malattia, una febbre lontana che fiacca e consuma. Belle ed evocative, come sempre nei suoi libri, le descrizioni naturali. La natura, che aveva tanto amato da viva, è il mezzo con cui Mirta/Luna si mantiene in equilibrio a metà tra i due mondi.. Ecco un paesaggio perfetto, dipinto con pochi tratti, che sembra preludere al capolavoro di Chiara, il romanzo della piena maturità artistica, e purtroppo l'ultimo.. "Il bosco di Aus"

"Il bosco. Con i suoi fruscii. I richiami sommessi. I versi degli uccelli notturni, che stridono nel buio. Un lieve stormire di foglie, nella brezza che percorre la vallata. Fuggevole come un brivido. Tutto è passeggero, nel bosco. Tutto cresce. Cambia. Solo le radici degli alberi restano ancora ancorate alla terra. Come sentinelle nella notte.." cfr "Strappami il cuore" 


"Ci sono solo due streghe. Quindi una di troppo. In tutto tre." cfr Chiara Palazzolo "Il bosco di Aus"

"Il bosco di Aus" parla di donne e di streghe, ed è esso stesso un calderone.. un crogiolo catartico nel quale l'autrice inserisce l'esperienza passata e quella presente, la malattia da superare e le aspettative per il futuro.. se stessa, il suo io più trasparente e quello più celato.. gli altri, il suo modo di vederli, e quello di rapportarsi ad essi.. un romanzo lirico, corale, in questo senso.. ma allo stesso tempo intimo e ovattato, come l'eco di segreti sussurrati, come i passi silenziosi di Carla nel bosco.. un bosco che è assieme onirico e fin troppo insidioso e reale, quello di tutte le favole mai scritte, che ancora mette in allerta una parte inconscia di noi, una paura atavica e nascosta.. che si risveglia quando ci ritroviamo a passarci in mezzo, pur se in pieno giorno e tra alberi radi.. oppure quando lo osserviamo da lontano, splendido e verdeggiante in un bel paesaggio.. e quella parte nascosta sussurra di oscurità e cose nascoste.. Questo è secondo me, oltre che l'ultimo, anche il più bel libro di Chiara, quello meglio riuscito, anche e soprattutto perchè fa paura, sul serio, e questo, al di là di tutti gli altri pregi, è alla fine il risultato principale che chi scrive horror deve attendersi.. La stregoneria è più temibile e insidiosa proprio perchè celata, appena accennata e non dimostrata, all'inizio con leggerezza, come una facezia tra amiche, una chiacchiera di paese.. e quando alla fine manifesta i suoi effetti, anche se ci si credeva preparati, si riceve uno schiaffo, si resta storditi.. e nulla è come sembra, e tutto è come è sempre stato.. Ci sono momenti di vero gelo, mentre si legge, perchè l'illusione, se di illusione si tratta, diventa perfetta, e sembra che quanto accade alla protagonista sia tanto vicino da poterlo sfiorare, potrebbe succedere davvero.. come è sempre accaduto, accade, e accadrà.. in un'eternità stantia e immutabile, alla quale non si può sfuggire, così come non si può uscire da un cerchio.. Una bella storia oscura, che non si dimentica.. da ascoltare magari in una sera d'inverno, al sicuro nella propria casa, con porte e finestre chiuse.. Dice di sè Chiara nell'intervista che segue:

"Sono una a cui piace inventare delle storie. E raccontarle a chi ha voglia di stare a sentire"

Intervista a Chiara Palazzolo


Cristiana Astori, nata ad Asti nel 1973, conosceva ed apprezzava Chiara, e ne condive il modo di concepire il mestiere di scrittrice, tanto che la seguente è una delle sue citazioni preferite:

"Mi è sempre piaciuto scrivere. La scrittura è un dono. Un dono che ti cambia la vita e la rende in qualche modo diversa. Originale. Tua." cfr Chiara Palazzolo


Originale è anche il modo di scrivere di Cristiana, che la rende uno dei talenti più promettenti nello letteratura fantastica italiana contemporanea. Uno dei suoi punti di forza è l'essere poliedrica, mettersi di continuo alla prova in forme espressive differenti. Crea storie brevi e taglienti di straordinaria efficacia, che inquietano e divertono allo stesso tempo. E' una raccolta di racconti il suo libro d'esordio, "Il re dei topi e altre favole oscure", che ha ricevuto l'onore di una prefazione scritta da Joe Lansdale, che ha conosciuto la Astori, ed è rimasto colpito dal suo stile.. In queste trame, il lato nascosto dell'esistere si svela poco a poco, celato dalla rassicurante normalità dei gesti ordinari. Quello di Cristiana è un universo quantico, plastico e in divenire, dove le certezze si sciolgono in dubbi, il tempo perde la sua stabilità, i rassicuranti rituali della vita quotidiana si trasformano in esperienze borderline.. per sopravvivere si è costretti a guardare negli occhi di Medusa.. o a fissare senza occhi, come ne "Il regalo di Marla" i colori del buio, le profondità dell'inconscio che nascondono ogni spettro.. Ci ricorda che se l'orrore non si annidasse per prima cosa nell'animo umano, sarebbe impossibile per creature mostruose e archetipi oscuri fare presa su di esso.. Così un tranquillo campo scout può trasformarsi nel terreno di caccia di affascinanti entità che da sempre risiedono nei boschi.. ma, come sirene, si svelano soltanto a chi è predisposto a subire la loro malia.. Allo stesso modo, ne "La voliera" non occorre l'intervento sovrannaturale.. bastano l'insicurezza umana, il sospetto e la tendenza ad immaginare il male per scatenarlo e provocare la tragedia. In parte autobiografico, dal momento che l'autrice è appassionata di speleologia, e conosce bene grotte oscure ed atmosfere claustrofofiche, è "L'abisso di Dora".. dove nel percorrere cunicoli tortuosi si esplorano anche i limiti della sopravvivenza e i confini tra bene e male si fanno sempre più indistinti, finchè, come spesso accade, ci si ritrova alla fine a parteggiare per "il mostro".. Onirico e retrò "Oltre la sbarra", che sembra uscire da un vecchio episodio di "Ai confini della realtà".. Tutti noi poi, in un angolo della mente, siamo stati almeno una volta tentati di prestare orecchio, con attrazione e repulsione insieme, alle parole melliflue e insinuanti de "Il re dei topi" che da il titolo alla raccolta. Per dirla con le parole di De André in "Sally" che fanno da introduzione al libro:

“Seduto sotto un ponte si annusava il re dei topi
Sulla strada le sue bambole bruciavano copertoni
Straiato sotto il ponte si adorava il re dei topi
Sulla strada le sue bambole adescavano i signori
Mi parlò sulla bocca mi donò un braccialetto
Dite alla quercia che non tornerò
Mi baciò sulla bocca mi propose il suo letto
Dite a mia madre che non tornerò”

Cristiana è anche un'appassionata di fumetti, che divora fin da bambina. Il suo primo lavoro in assoluto è stata la graphic novel "L'amore ci separerà", da lei sceneggiato, con disegni di Alberto Lingua. Dalla collaborazione con Alberto deriva anche la realizzazione a fumetti di alcune storie del suo personaggio Axl Reverte, alter-ego di Dario Alessandri. Questi è uno scrittore horror, nient'affatto brillante e disinvolto, a differenza di Axl Reverte, da lui creato, eroico protagonista di avventure trash e sanguinolente, tra mostri di ogni genere.. Tuttavia, Dario finisce sempre per ritrovarsi in situazioni ancora più pulp delle storie che scrive, tra veri zombie e vampiri, nelle quali coinvolge l'algida e odiosa Anna, di cui è perdutamente innamorato, e dalla quale viene ovviamente sempre snobbato.

Sono storie frenetiche e divertenti, dove non si può non parteggiare per l'imbranato e simpaticissimo protagonista, eroe suo malgrado.. una sorta di mix tra un improbabile Dylan Dog in t-shirt macchiata e un'Anita Blake al maschile che cerca di scappare dai mostri invece di cacciarli.. ma che alla fine riesce sempre ad avere la meglio sugli antagonisti, usando l'intelligenza e l'ironia al posto del fascino e del carisma.. così ne parla Cristiana:

"In genere scrivo cose più cupe & dark, ma ultimamente mi sembra che gli spunti per situazioni grottesche si vadano moltiplicando... o sarò io che capito sempre nei posti sbagliati?!?

Ebbene.. senza nulla togliere all'horror puro, a volte c'è davvero bisogno di ironizzare e sdrammatizzare, di gettare all'inquietudine uno sguardo diverso, che ne sappia cogliere il lato ridicolo e bizzarro, se si è in grado di farlo con originalità e inventiva.. E ritengo quindi che dare più spazio a Dario/Axl, farlo apparire più spesso, e magari riunire in unico volume le sue avventure, sia quelle a fumetti che quelle in prosa, sarebbe un'iniziativa molto apprezzata, da pubblico e critica.
E' però nel romanzo che Cristiana dà il meglio di sè, esprimendo tutti gli aspetti già presenti nel resto della sua produzione, ma in forma più completa e strutturata. Il suo primo libro "Tutto quel nero" è uscito l'anno scorso per il Giallo Mondadori, ed è un omaggio al cinema, altra grande passione dell'autrice, soprattutto quello dei B-movie anni 60/70, divenuti poi oggetto di culto, ma perlopiù sconosciuti al grande pubblico... Primo grande merito del romanzo, che esula dall'horror, e si può piuttosto definire un noir affascinante e visionario, è farli uscire dalle cineteche e dai circoli degli appassionati.. mostrando a tutti quanto siano degne di rispetto quelle scene vivide ed eccessive, quegli intrecci onirici e allucinati.. e tutto il mestiere e la maestria celati dietro una produzione a basso costo apparentemente leggera e popolare, in un'epoca in cui non esisteva il digitale, e non si poteva contare sugli effetti speciali per nascondere gli errori e la mancanza di idee. E altrettando vivida, emerge dal romanzo la figura di Soledad Miranda, attrice spagnola realmente esistita e davvero morta tragicamente in giovane età, musa del regista Jesus Franco, che la dirige in diverse pellicole di genere horror-erotico. Il suo sguardo intenso, la bellezza sensuale e carismatica, la rendono una Lucy indimenticabile, che non sfigura accanto al celebre Christopher Lee.. Nessuna, più di lei, è possibile immaginare come spettro inquieto, in cerca di vendetta per oscuri segreti e una morte violenta e prematura.. come immagine ricorrente che torna.. ad animare una pellicola scomparsa, ad infestare luoghi e pensieri, ad impregnare con la sua presenza una storia sempre più cupa, dove il nero, tutto quel nero, inizia a diffondersi, e a colare..


"La guardò. Era sdraiata a terra, avvolta in un abito di pizzo nero che disegnava striature segrete sulla pelle. Le labbra socchiuse. Lo sguardo enigmatico. E quella sciarpa di seta che le fluttuava sul volto e glielo copriva e scopriva in un'onda scarlatta. E poi le mani..".. "Quelle mani che colmavano come in un gorgo l'intera inquadratura e la risucchiavano in un vortice di seta, di sguardi, di ombre. Lo risucchiavano.. Soledad.." cfr "Tutto quel nero" Cristiana Astori

Nel libro, realtà e finzione, passato e presente, si intrecciano e confondono.. sempre più veloci, fino ad assomigliare alla folle corsa di una macchina sulla Costa del Sol, che si ripete all'infinito.. La trama è agile ed avvincente.. anch'essa omaggia il noir anni '70, e gli appassionati potranno divertirsi a trovare in essa una miniera di riferimenti e citazioni. Ma è assolutamente godibile per tutti, anche per chi preferisce tutt'altro genere di film, e non ha mai sentito parlare di una giovane attrice spagnola morta tanti anni fa.. E alla fine, ci si accorge che quelle pagine hanno prodotto una strana malia.. Soledad non è più soltanto un fantasma di celluloide.. è viva e reale, presente. Forse è davvero così.. era quello che voleva. Trovare un mezzo, le pagine di un libro, un'autrice che comprenda il suo spirito, e le renda giustizia. Restituendole la pace, assieme al ricordo. E sembra quasi di vedere i suoi occhi intensi non più inquieti e tormentati ma sorridenti.. sereni, ora davvero.. libre..

Cristiana svolge infine anche un'intensa attività di saggista e traduttrice. Sue sono ad esempio le voci italiane di Dexter, il serial killer "buono" creato da Jeff Lindsay, di alcuni romanzi del celebre giallista Jeffrey Deaver, e di due episodi della trilogia zombie di David Wellington.

Intervista a Cristiana Astori


Articolo a cura di Fatamorgana


27/09/12

Populisti e messianici, nemici della democrazia. Tzvetan Todorov

Popolo, Libertà e Progresso sono i fondamenti della democrazia, che però quando alimentano populismo, ultraliberismo e messianismo, possono diventare una minaccia per la democrazia stessa. La democrazia, oggi, non rischia di essere messa in discussione dai suoi tradizionali nemici, fascismo di tutti i colori. Anche se dopo l'11 settembre, c’è chi ha cercato di trasformare l'Islam in un nemico globale della democrazia, in realtà per i sistemi democratici le minacce esterne non sono più un pericolo reale: oggi i veri pericoli provengono dall'interno della democrazia stessa, nemici "intimi", forme di perversione e di stravolgimento di alcuni dei suoi principi di base. Il populismo, l'ultraliberismo, il messianismo sono il risultato della dismisura di alcuni elementi che la costituiscono: popolo, libertà e progresso.

Dismisura diventata possibile perché' sono venute meno le limitazioni reciproche cui questi elementi erano sottoposti. Il liberismo classico ha proclamato si la libertà degli individui, ma senza immaginarla come una libertà illimitata. La libertà nello spazio pubblico diventa sempre un potere e ogni potere, senza limiti, è un pericolo. Chi ha un potere cerca di espanderlo e la tentazione della tirannia è inerente al comportamento umano. Di conseguenza i poteri devono limitarsi e controbilanciarsi a vicenda. Solo cosi si evita il rischio del dispotismo. Il caso dell'ultraliberismo è il caso più evidente del mancato equilibrio tra i diversi principi che caratterizzano la democrazia: un’esasperazione smisurata del giusto principio di libertà. Vero è che da sempre gli uomini avanzano rivendicazioni di libertà individuale ma anche di appartenenza collettiva. E bene comune e bene individuale non vanno sempre nella stessa direzione. Oggi le democrazie corrono il rischio della tirannia dell'individuo, che in nome della libertà assoluta e smisurata, sottomette la vita sociale al dominio di un’ economia regolata esclusivamente dalle leggi del mercato. In questa prospettiva vi è l'assenza di ogni controllo della società e della politica sulle forze individuali dell'economia. Si arriva poi al neoliberismo di stato, la mostruosa combinazione in cui la funzione dello stato diventa quella di smantellare lo stato stesso e di impedire qualsiasi controllo della società sull’attività degli individui. Di fronte al potere dell'economia, il potere politico si ritrova impotente. E le democrazie rischiano di trasformarsi in oligarchie dirette dai pochi che controllano il potere economico.

(...) Il messianismo è il rischio che corre la democrazia quando, considerandosi superiore, pensa di dover intervenire per imporre agli altri i propri principi. Il colonialismo con la sua pretesa d'imporre ai popoli "selvaggi" una civiltà considerata superiore nasceva da questa prospettiva. Oggi, come allora, crediamo ingenuamente nella superiorità della democrazia, al punto che consideriamo giusto e legittimo imporla anche agli altri attraverso guerre asimmetriche, le cui vittime sono soprattutto civili. Tutto ciò non fa altro che indebolire la democrazia.

(...) Il populismo non si manifesta solo attraverso il razzismo e la xenofobia. E' presente ogni volta che pretende di trovare soluzioni semplici per problemi complessi, proponendo ricette miracolose all'attenzione distratta del popolo. Il populismo preferisce le semplificazioni e le generalizzazioni, sfrutta la paura e l'insicurezza, fa appello al popolo, cortocircuitando le istituzioni. Ma la democrazia..non è un sondaggio continuo..
In passato le forme di potere erano più facilmente identificabili, era quindi possibile rivoltarsi contro un avversario visibile. Con la mondializzazione il potere economico è diventato un potere diffuso, sfuggente, quasi impersonale. Per questo c’è una disillusione nei confronti della democrazia.

(...) La democrazia ha ancora la possibilità d'intervenire almeno in parte sulla realtà. I partiti e i programmi non sono tutti uguali, e con il voto è possibile determinare alcune scelte collettive sul piano dell'economia e della società. La moltiplicazione dei livelli d'impegno nella vita pubblica è un altro principio contro la crisi delle democrazie e segno di vitalità della democrazia stessa..

"I nemici intimi della democrazia"
Tzvetan Todorov
Garzanti - 16.40 E




Blue Ear, il Super Orecchio



Anthony Smith e' un ragazzino americano di quattro anni, del New Hampshire. E' sordo e fino a qualche tempo fa per nessuna ragione avrebbe mai voluto indossare una protesi acustica. Del resto non lo fa nessun super eroe, o almeno nessuno di quelli di cui divora ogni giorno fumetti su fumetti. Disperata, la mamma Christina D'Allessandro si e' rivolta direttamente alla Marvel, l'universo editoriale dell'Uomo Ragno, dei Fantastici 4, Thor, X-Men, e tanti altri. Si sono subito attivati e le hanno risposto inviandole una copertina del '84 dedicata ad Hawekeye (Occhio di Falco), super eroe il cui udito era stato temporaneamente distrutto da una freccia sonica. Nell'immagine il protagonista indossa un apparecchio acustico. Di piu': il caso Anthony - un raro disordine genetico che induce sordita' - e' stato preso molto a cuore dalla Marvel tanto che due disegnatori si sono messi subito al lavoro. Lentamente e' nata la figura di Blue Ear, personaggio con difficolta' uditive che grazie alla sua protesi sente se qualcuno ha bisogno d'aiuto.
Il primo a ricevere l'albo con il nuovo super eroe è stato proprio Anthony che,  ci dicono le ultime notizie e stando a quanto dice la mamma, e lui stesso nelle interviste, da quel momento vuole indossare sempre il suo “orecchio blu".. 

Le onde sonore che si trovano nell'aria vengono convogliate attraverso il padiglione auricolare nel condotto uditivo fino a giungere alla membrana timpanica.

La vibrazione della membrana viene trasmessa ai liquidi cocleari mediante la catena degli ossicini (martello, incudine, staffa)

I liquidi cocleari stimolano le cellule ciliate cocleari

Le cellule ciliate stimolano l' attivita' elettrica del nervo acustico

Il nervo acustico trasporta il segnale elettrico al cervello Il cervello interpreta gli impulsi arrivati come suoni e cosi ne coglie il significato

L'alterazione di una di queste fasi determina riduzione della capacita' uditiva, meglio conosciuta come IPOACUSIA (O SORDITA')

Gli Apparecchi acustici
Sono sofisticati dispositivi miniaturizzati a tecnologia digitale, costituiti da un microfono che cattura il suono proveniente dall'ambiente e da un amplificatore che ne aumenta il volume in maniera tale da compensare al meglio la perdita uditiva. Operano in modo selettivo riuscendo ad amplificare quelle frequenze di ascolto in cui sono presenti le difficolta' uditive.














26/09/12

Non abbiamo bisogno di un martire della libertà con la faccia di Sallusti.

Due o tre cosucce sul caso del martire Sallusti. E perché non è il caso di piangere

Alessandro Robecchi
Giorna..chè?!
Va bene, pare che tutto il mondo “intellettuale” italiano, con tutto il milieu giornalistico in prima fila, compatto e granitico, sia in grandi ambasce per il rischio che Alessandro Sallusti, oggi direttore de Il Giornale e al tempo dei fatti di Libero, finisca in galera a seguito di una condanna per diffamazione. E’ confortante assistere a una così poderosa levata di scudi contro la restrizione della libertà personale, e dispiace semmai che tanta compattezza non si veda in altre occasioni. Tanta gente va in galera per leggi assurde e ingiuste – come circa tremila persone accusate del bizzarro reato di “clandestinità” – eppure la notizia è Sallusti. Bene, allora vediamola bene, questa notizia, al di là delle sentenze, delle polemiche, dei meccanismi della giustizia. Proviamo insomma ad applicare il vecchio caro concetto del “vero o falso?”

Il fatto. Nel febbraio del 2007 una ragazzina di Torino (13 anni) si accorge di essere incinta. I genitori sono separati. La ragazzina (che tra l’altro ha problemi di alcol ed ecstasy) vuole abortire, ha il consenso della madre, ma non vorrebbe dirlo al padre (i genitori sono separati). Per questo si rivolge alla magistratura. E’ quanto prevede la legge: mancando il consenso del padre si è dovuto chiedere a un giudice tutelare, che ha dato alla ragazzina (e alla madre, ovviamente) il permesso di prendere una decisione in totale autonomia. Come del resto precisato in seguito, a polemica scoppiata, da una nota dettata alle agenzie dal Tribunale di Torino: “Non c’è stata alcuna imposizione da parte della magistratura”.

L’articolo querelato. Strano che, in tutto il bailamme suscitato dal rischio che Sallusti finisca in carcere, nessuno si sia preso la briga di ripubblicare l’articolo incriminato. Anche in rete si fatica a trovare la versione completa, anche se basta scartabellare un po’ nella rassegna stampa della Camera dei Deputati per trovarlo (andate qui e leggetevelo: http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/getPDFarticolo.asp?currentArticle=DHQW1). L’articolo (Libero, 18 febbraio 2007) è firmato con lo pseudonimo di Dreyfus (quando si dice la modestia) e racconta la vicenda in altri termini. La prosa maleodorante e vergognosa – un cocktail di mistica ultracattolica e retorica fascista – non è suscettibile di querela e quindi ognuno la valuti come vuole. Ma veniamo ai fatti. La vulgata corrente di questi giorni insiste molto su una frase, questa:

“… ci fosse la pena di morte, e se mai fosse applicabile in una circostanza, questo sarebbe il caso. Per i genitori, il ginecologo e il giudice”

E’ vero. Si tratta di un’opinione. Scema, ma un’opinione. Disgustosa, ma un’opinione.

Vediamo invece le frasi che non contengono opinioni ma fatti. Falsi.

Il titolo, per esempio: “Il giudice ordina l’aborto / La legge più forte della vita”.

Falso. Nessun giudice ha ordinato di abortire.

Altra frase: “Un magistrato allora ha ascoltato le parti in causa e ha applicato il diritto – il diritto! – decretando l’aborto coattivo”.

Falso. Il giudice ha dato libertà di scelta alla ragazzina e alla madre.

Ancora: “Si sentiva mamma. Era una mamma. Niente. Kaput. Per ordine di padre, madre, medico e giudice, per una volta alleati e concordi”.

Falso. Il padre non sapeva (proprio per questo ci si è rivolti al giudice) e le firme del consenso all’aborto sono due, quella della figlia e quella della madre.

E poi: “Che la medicina e la magistratura siano complici ci lascia sgomenti”.

Falso. Complici di cosa? Di aver lasciato libera decisione alla ragazza e a sua madre?

Ora, sarebbe bello chiedere lumi anche a Dreyfus, l’autore dell’articolo. Si dice (illazione giornalistica) che si tratti di Renato Farina, il famoso agente Betulla stipendiato dai Servizi Segreti che – radiato dall’Ordine dei Giornalisti – non avrebbe nemmeno potuto scrivere su un giornale il suo pezzo pieno di falsità.

Non c’è dubbio che il caso della ragazzina torinese sia servito al misterioso Dreyfus, a Libero e al suo direttore Sallusti per soffiare quel vento mefitico di scandalo che preme costantemente per restringere le maglie della legge 194, per attaccare un diritto acquisito, per gettare fango in un ingranaggio già delicatissimo. Ma questo è, diciamo così, lo sporco lavoro della malafede, non condannabile per legge.

Condannabile per legge è, invece, scrivere e stampare notizie false. Di questo si sta parlando (anzi, purtroppo non se ne sta parlando), mentre si blatera di “reato d’opinione”.

Il reato d’opinione non c’entra niente. C’entra, invece, e molto, un giornalismo sciatto, fatto male, truffaldino, che dà notizie false per sostenere una sua tesi.

Per questo la galera vi sembra troppo? Può essere. Ma per favore, ci vengano risparmiati ulteriori piagnistei sul povero giornalista Sallusti che non può dire la sua.

PS) Un mio vecchio maestro di giornalismo, all’Unità (sono passati secoli, ma io gli voglio ancora bene), scrutava i pezzi scritti da noi ragazzini con maniacale attenzione. Quando trovava qualcosa di querelabile ci chiamava e ci diceva: “Vuoi che ci portino via le rotative? Vuoi che ci facciano chiudere il giornale dei lavoratori?”.

Nel fondo di oggi su Il Giornale, Sallusti lamenta con toni da dissidente minacciato di Gulag, che non intende trattare per il ritiro della querela, che ha già pagato 30.000 euro e non vuole pagarne altri 30.000. Spiccioli. Ecco. Forse “portargli via le rotative”, come diceva il mio vecchio compagno sarebbe meglio. Meglio anche della galera. Di molte cose abbiamo bisogno, ma non di un martire della libertà con la faccia di Sallusti.


25/09/12

I veri social sono i Blog


Sono i blog a esserne il cuore, per la loro libertà di espressione e condivisione

I social media sono software o siti come le webzine (riviste su Internet), i forum online, i blog, i social blog, i microblog, i wiki, i social network, i podcast; siti che raccolgono fotografie, immagini o video, o che svolgono content rating (classificazione dei contenuti) o social bookmarking (condivisione in rete dei propri preferiti). I social media permettono di svolgere delle attività creative ed espressive, e non solo di comunicare: sono molto più importanti di social network come Facebook o di siti 2.0 come YouTube. I due social network sopra citati continuano a ricevere attenzione perché sono gestiti da grandi aziende e raccolgono numerosi utenti grazie ai loro servizi centralizzati. Eppure è lecito pensare che questi grandi servizi centralizzati vadano contro la logica emancipata dei social media.

I social media permettono a ognuno di noi di dare il proprio contributo alla cultura e alla società; mettono nelle nostre mani la comunicazione, la produzione e la distribuzione di attività che, prima dell’avvento di Internet, erano accessibili solo a una manciata di grandi aziende. E al cuore dei social media ci sono i blog. Ogni qual volta leggerete o sentirete dire che i blog sono un’idea superata, pensate a questi dati: secondo le rilevazioni della NM Incite (una consociata della Nielsen/McKinsey) nell’ottobre 2011 c’erano 173 milioni di blog, il 17% in più dell’anno prima; la loro velocità di crescita ha toccato l’apice nel 2009 (il 62% di crescita in un anno) per poi rallentare, sicuramente perché alcuni autori avevano cominciato a usare Facebook per postare contenuti che prima mettevano sui loro blog. I blog, compresi quelli di fotografia, audio e video, sono fondamentali perché sono la casa telematica di un individuo, il suo personale spazio informazionale pubblico (con sezioni private dove, per esempio, si possono conservare le proprie creazioni non ancora pubblicate). E naturalmente c’è chi ha più di un blog, proprio come c’è chi ha più di una casa, e può invitare i lettori a uno dei suoi blog proprio come si possono invitare gli amici a casa propria. Parlando di autori che scrivono narrativa e poesia sul Web, il romanziere François Bon ha definito i loro blog e siti personali " alberi i cui rami sono il laboratorio aperto del processo creativo" (si veda Après le livre, Seuil 2011, in formato e-book).

I social media sono tipici della cultura digitale perché affondano le proprie radici negli individui. Naturalmente, se li chiamiamo social è perché i suddetti individui entrano in contatto e interagiscono, comunicano tra loro, sviluppano attività e progetti per mezzo dei social media. Oltre ai blog esistono tutte le tecnologie e i software che li collegano gli uni agli altri; Ping che avvisano un sito della pubblicazioni di nuovi contenuti, Rss feed che permettono di inserire la visione dei contenuti di un sito in un altro, tag e bookmark condivisi, oppure l’uso del microblogging per consigliare o criticare dei contenuti, e così via.

Il potenziale sviluppo umano derivante dai social media nasce da una combinazione senza eguali:
- il fatto che l’individuo possa progredire nelle sue attività creative, espressive o produttive a piccoli passi, nessuno dei quali richiede un investimento troppo ingente di tempo ed energie o l’acquisizione di nuove abilità;
- il fatto che gli scopi di questo processo di sviluppo siano totalmente sotto il suo controllo;
- il fatto che una larga parte delle espressioni culturali siano de facto accessibili e riutilizzabili, permettendo così a ognuno di noi di farne dei punti di partenza o delle fonti di ispirazione.

Bastano pochi minuti per aprire un blog su WordPress, ma il giorno in cui decidiate di passare al self-hosting (magari affidandovi a un hosting provider) potrete continuare a usare lo stesso software open source di WordPress e trasferirvi i contenuti del vostro blog. In altre parole, non sarete costretti a sacrificare l’ autonomia in favore della comodità. Nelle comunità di scrittura letteraria online la cosa che più mi colpisce è la frequenza con cui gli autori decidono di cambiare le proprie piattaforme o il loro aspetto per adattarle a nuovi progetti o scopi. Non c’è alcuna differenza tra lo scegliere gli strumenti, e a volte addirittura svilupparli, e i contenuti per cui sono usati. Come è ovvio, le persone hanno competenze diverse: le più difficili da acquisire riguardano l’uso delle parole o delle immagini e l’interazione sociale. Ma i social media forniscono una gigantesca scuola en plein air per lo sviluppo umano.

Questo potenziale è minacciato da alcune tendenze contemporanee. La prima ha a che fare con quello che spesso abbiamo dato per scontato su Internet: il fatto che la produzione di un individuo sarà sempre ragionevolmente ricercabile, accessibile e tramessa tanto quanto la produzione di una società internazionale o di un governo. Questa neutralità di Internet, sua caratteristica fondamentale, è minacciata quando si accede alla Rete tramite dispositivi mobili o specializzati come lettori di ebook e persino quando ci si collega con la normale connessione domestica. Gli operatori telefonici, in particolare i membri dell’Etno (cioè gli ex monopolisti) stanno cercando di inserire dei provvedimenti nella revisione del trattato dell’Itu (International Telecommunication Union). Se ci riuscissero, non sarebbe altro che un coup d’état privato contro Internet.

Ho già citato l’altro pericolo, dovuto alla centralizzazione dei servizi. Facebook ne è il caso più estremo, poiché ambisce a centralizzare non solo gli utenti e i loro dati, ma anche vari tipi di media che sarebbe meglio gestire separatamente. Anzi, nella cultura digitale è essenziale saper usare ciascun social medium per lo scopo per il quale è stato sviluppato, per esempio servirsi del microblogging per formulare una breve idea o per suggerire o criticare un contenuto segnalato tramite un link abbreviato. A questo proposito, in pochi anni il microblogging è diventato un canale chiave per consigliare contenuti Web (compresa l’autopromozione) e una forma di espressione unica, oggi celebrata nella twitteratura e nei festival di poesia su Twitter, e naturalmente accusata da altri ambienti di essere un inutile ronzio e di abbassare il livello della cultura. Twitter nasce da un’idea meravigliosa che è stata spinta con efficacia sul mercato. Eppure, la sua posizione dominante ha ben poco a che fare con qualsivoglia innovazione radicale abbia mai prodotto. Anzi, alcune delle innovazioni più importanti, come gli hashtag (le parole chiave segnalate dal simbolo #) e i retweet, sono riconducibili agli utenti. Twitter domina il mercato principalmente grazie ai suoi effetti di rete: è arrivata per prima ed è difficile spodestarla perché l’utente vuol essere dove sono tutti gli altri e ascoltare. Una funzionalità alla Twitter può essere raggiunta su un’implementazione distribuita in cui i tweet e le interazioni di tutti gli utenti siano self-hosted o ospitati su server distribuiti. Prima o poi gli utenti di Twitter si accorgeranno che tutta la loro storia di microblogging è accessibile solo con grande fatica e con un sotfware terzo, usando delle Api (Application Programming Interface), il cui utilizzo è soggetto a regole arbitrarie stabilite da una società quotata in borsa e spinta dai suoi azionisti a monetizzare gli utenti. A quel punto forse prenderanno in considerazione delle alternative, ma potrebbe essere troppo tardi. È meglio esplorare queste alternative oggi, anche solo per fare pressione su Twitter e altri servizi simili perché diventino più aperti.


Philippe Aigrain, tra i fondatori di La Quadrature du Net, un collettivo per la difesa delle libertà dei cittadini su Internet e autore di Sharing: Culture and the Economy in the Internet Age.

fonte: Wired 

 

23/09/12

Double Vision - Lusine, A Certain Distance

Lusine

Alias Jeff McIlwain, produttore techno di Seattle.Un disco, A certain Distance, che unisce pop, melodia e ritmo, in una forma del tutto nuova e coraggiosa. Entra in un campo sonoro e in una direzione completamente nuova nell'ambito dell'elettronica moderna e della computer-music. Melodie e loop sofisticati e voci affascinanti (vocalist Vilja Larjosto) su alcuni dei brani, al di fuori del territorio familiare del genere. Suoni d'ambiente preferibilmente da ascoltare in cuffia..

Il disco, piacevole e rilassante, è del 2009


A Certain Distance



22/09/12

Pigneto: Un attacco indiscriminato alla nuda vita della classe operaia


Roma, sui muri del Pigneto

 EROE SENZA EROINA

Debole come un gatto alla sua settima vita
Raro, come un veneto astemio
Il buon senso mi evita
non saluta, non mi frequenta
Altrove (non so dove) la vita mi sfida
non molla dall'alba
aspetta che mi rassegni e consegni
nel dirmi convinto..hai vinto!
Sarò protagonista X sempre entusiasta
di correre in pista aprire la posta
mangiare la pasta godere la festa
saltare con l'asta


"Freak" Antoni



Polverini e i maiali

Maiali
Che regione, il Lazio! Che città, Roma.
La seconda regione del paese, in mano ad una banda di coattoni, fagottari, zotici, e incompetenti. Regione che dovrebbe essere governata da questi personaggi, tutti provenienti dal basso Lazio, dal frusinate, da Latina, zone nere, e, tanto a capirsi, ad alto rischio criminalità, zone di pertinenza camorrista. Sarà mica un caso.

Ma..avete letto le dichiarazioni, le interviste sui giornali? Er Batman, er federale di Anagni..Ma avete visto che soggetto? E parliamo non di un peone, uno dei tanti portaborse e lacchè che si spendono per poche briciole. Er federale è il capogruppo pdl alla regione Lazio, il più votato alle elezioni, lui, da Anagni. Come il degno compare, Samuele Piccolo, vice presidente del consiglio comunale, il più votato pdl a Roma città, al gabbio con tutta la famiglia per aver rubato a man bassa tutto quel che poteva, senza che nessuno, nel suo partito e fuori, s'accorgesse di niente. E sto Fiorito era anche il tesoriere del pdl alla regione. E da tesoriere ha svuotato le casse del partito, casse riempite con soldi pubblici sotto forma di contributo per la politica e finiti invece su conti di familiari e amici, in festini e parti, acquisti di auto e case.. Gente che sa vivere, senza dubbio. Gente che sa cos' è la democrazia.

"Pensano di riuscire a far credere che il porcile in cui sono stati, in cui i soldi venivano spesi da qualcuno per andare a puttane, sia una faccenda che riguarda solo Fiorito. Hanno fatto male i loro conti. Daremo ai Pm tutti i documenti che provano che questo è un sistema."

Lo sappiamo, avv. Taormina, lo sappiamo e non da adesso. Corrado Guzzanti sono vent'anni che ce lo dice: "Noi del pdl..facciamo come cazzo ci pare!"
Ma ai romani, ai laziali, sembra importare poco.

L'avvocato Taormina, quello che dalla commissione Telecom Serbia tuonò contro il più grande scandalo della storia della Repubblica, che avrebbe definitivamente sepolto la sinistra italiana, e finito con la carcerazione del principale accusatore; quello che dalla commissione per la morte della giornalista del Tg3 Ilaria Alpi e del suo operatore concluse che si trattò di una vacanza finita male, mentre il tribunale di Roma ha accertato che fu un agguato in piena regola per stoppare un’inchiesta sul traffico d'armi in Somalia; l'avvocato Taormina..

Ma li avete visti questi personaggi? Uno che si va a comprare una Smart, con soldi pubblici, e dopo scopre di essere talmente grasso da non entrarci nemmeno e quindi..la regala!
Come non subire il fascino della romanità, uno che si fa' chiamare er federale, e allora festini con centurioni, ancelle, eroi in armatura, ninfe che succhiano chicchi d'uva dalle prodi mani di Ulisse..Ma le avete viste le foto? E i coatti sarebbero i ragazzetti delle periferie che la sera calano in centro per far baldoria con qualche birretta a Campo de Fiori? La volgarità di questa gente supera davvero tutto l'immaginario possibile.

Adesso tutti si meravigliano, tutti a indignarsi, politici, giornalisti, gente comune. Ma era sotto gli occhi di tutti, era evidente, inevitabile il disastro. Anche noi c’eravamo occupati di questa incredibile coppia, Alemanno - Polverini, e del sacco della città, condotta dai camerati del sindaco, amici e parenti piazzati nei punti chiave dell'amministrazione senza nessun merito o competenza, a spartirsi le risorse di cui tanto avrebbe bisogno la capitale. E la domanda cui è difficile dare una risposta è: come hanno i cittadini di Anagni, quelli di Roma e della regione a votare simili elementi?

Visti i personaggi, la loro statura politica e morale, quali risultati potevano arrivare, cosa mai avrebbero potuto fare per migliorare la città, la regione, quali effetti sulla vita dei cittadini, quotidianamente alle prese con lo sfascio dei servizi pubblici, la sanità, i mezzi di trasporto, il traffico, le buche nelle strade, la criminalità e il ritorno della violenza fascista, le scuole e i monumenti che cadono a pezzi, la cementificazione selvaggia, come selvaggio è il turismo, invasa dai centri commerciali, e il problema dei rifiuti..Un caos totale. E' per questo che ci girano ancora più forte i coglioni: mentre questa banda di mangioni sperpera e si appropria del denaro pubblico, la regione non paga le forniture ospedaliere, la manutenzione dei mezzi pubblici e del decoro urbano, imprese e operatori che forniscono servizi. Ora il comandante in capo si agita, si dispera, indice conferenze stampa, dove tira in ballo anche il privato, senza vergogna, con la storia del tumore alla gola, di cui aveva riferito il Manifesto,  con il resoconto della requisizione, DA SOLA, di un intero reparto dell'ospedale Sant'Andrea da 25 posti letto, per un'operazione chirurgica urgente, resoconto che ha fatto tanto infuriare la presidente da revocare la pubblicità al giornale, motivando il provvedimento come taglio alle spese di bilancio. Mentre una fattura da tredicimila euro per dei manifesti politici, alla tipografia di Viterbo che li ha stampati, la fattura risulta di tremila euro: hanno aggiunto "a penna" un uno, per una stecca di diecimila euro, sicuri dell’impunità. Davvero, dei rubagalline.

Governatrice?! Ma de chè?
Al ridicolo non c’è fine.. Ora si dispera, Polverini, lei si fidava e niente sapeva. Peccato per le foto che la ritraggono ai party insieme ai sodali vestiti da maiali, peccato che er federale l'abbia pubblicamente smentita, peccato che le esorbitanti spese del suo consiglio siano scritte nel bilancio e approvate dalla sua giunta. Si dispera ma mica si dimette, la poltrona non la molla.

Tutta questa storia è che la conferma che l'interesse privato è la linea del partito di Berlusconi, e di una conferma c'era bisogno, evidentemente, viste le interviste ai cittadini romani che avevano votato questa giunta regionale e questo sindaco e che ora non riescono a esprimere altro che schifo e rassegnazione. Noi non siamo rassegnati, non apparteniamo alla schiera dei Grillo e dei Travaglio, né tantomeno, personalmente, a quelli come il mio capo al lavoro: non sono tutti uguali: c’è una bella differenza tra i quattordicimila euro di stipendio base di er Batman e i quattromila dei consiglieri di Toscana ed Emilia, c’è differenza su come sono governate le due regioni e la catastrofe di Roma e del Lazio. E non ci rassegniamo, perché' nonostante i problemi, Roma e una città viva, piena di risorse e di fermenti, sede di università prestigiose, una città antichissima e per questo città della memoria, solidale nei suoi quartieri periferici, impregnata di arte, cultura e musica. E di opposizione..




Al mio paese questo si chiama...peculato!!


20/09/12

La seconda vita di Malcom X

L'influenza del leader afroamericano sul Rap anni '80

U -Net


Quando ho iniziato a fare rap io, alla fine degli anni ‘80, Malcolm X andava alla grande. Tutta la scena hip-hop afro americana era sotto la sua influenza. Andava il suo pensiero, la sua voce e il suo stesso portamento estetico. (…) Malcolm X, artista della parola, figlio di un predicatore, rivoluzionario anche nell’uso del linguaggio, offriva immagini perfette per l’identità della comunità afro americana. 



Ed è proprio come afferma Militant A, dopo un periodo di declino durante gli anni Settanta, infatti, la figura di Malcolm X visse una sorta di rinascimento culturale con la generazione dell’hip hop. Le registrazioni dei suoi discorsi, i poster, i libri a lui dedicati e, in particolar modo, il successo dell’Autobiografia scritta da Alex Haley, esercitarono un’influenza profonda sulle idee politiche dei giovani di colore degli anni Ottanta del Novecento.
Paradise Gray, membro fondatore degli XClan, riflettendo sul significato dell’esperienza di Malcolm per la sua generazione afferma, Le condizioni di vita per i neri erano mutate, l’hip hop iniziava a esser influenzato dalle idee del Black Power Movement, per via dell’attività nelle strade della Nation of Islam di Farrakhan, dei 5%, della Zulu Nation con il suo orgoglio nero e, successivamente, del Black Watch Movement. Public Enemy, Paris, X Clan, KRS-1, Lakim Shabazz e molti altri gruppi diffondevano conoscenza e orgoglio attraverso le liriche. E le ingiustizie del sistema criminale e la brutalità poliziesca erano all’ordine del giorno. L’insieme di quegli elementi creò le condizioni affinché i discorsi e le idee di Malcolm X trovassero nuovamente terreno fertile e popolarità. Molti artisti iniziarono a sostenere apertamente la NOI: un esempio su tutti, Chuck D che in Bring the Noise rappa “Farrakhan è un profeta e penso che voi tutti dovreste ascoltarlo”. All’epoca queste canzoni erano trasmesse sia sulle radio commerciali quali Kiss FM e WBLS, sia su quelle universitarie; oltre a ciò i video erano nella programmazione di Video Music Box e Yo MTV Raps, entrando nelle classifiche, vendendo milioni di copie e favorendo ulteriormente il diffondersi del nome e delle idee di Malcolm X.

È possibile affermare che l’hip hop della Golden Age rappresentava la totalità dell’esperienza afroamericana nella società americana, così come la figura e la biografia di Malcolm racchiudeva il senso dell’esperienza afroamericana. Proprio come sostiene Wu Ming 5 nell’articolo Da Malcolm all’Hip Hop passando per Ghost Dog, pubblicato su Liberazione del 27 febbraio 2005, in occasione dei quarant’anni dalla scomparsa del leader nero:
Piccolo delinquente “stilistico” che vive jazz, ballo e sesso come terreno preparatorio di un’esperienza spirituale decisiva, zoot suiter partecipe non così inconsapevole di una temperie culturale la cui onda lunga condurrà ai movimenti di liberazione dei decenni successivi, convitto che assume la religione in senso identitario e politico, leader influente, oratore efficace, minaccia pubblica. Nella biografia di Malcolm c’è tutto. Malcolm ha portato alla luce e reso manifesto un destino alternativo rispetto a quello dell’America bianca. La sua lezione è stata declinata nel senso della sopravvivenza individuale e comunitaria (…) L’eco delle sue parole è ovunque.

L’icona e l’eco delle parole di Malcolm era davvero ovunque e il rap fu certamente tra i massimi artefici del miracoloso politicizzarsi dei ghetti neri. Grazie al campionamento di discorsi di figure storiche di leader neri, con particolare riferimento a Malcolm X, molti giovani sentirono quei nomi e quelle filosofie per la prima volta. Uno dei primi pezzi musicali a campionare Malcolm X fu No Sell Out di Keith La Blanc, pubblicato nel 1983 dalla Tommy Boy, nel quale estratti dei suoi discorsi si alternano su un beat hip hop. Nel 1986 Afrika Bambaata e i Soul Sonic Force in Renegades of Funk inneggiano a Malcolm e ad altri leader neri come a dei duri capaci di denunciare le condizioni dei neri in maniera esplicita, dei veri renegades of the atomic age. Sempre nello stesso anno i Run DMC ribadiscono il concetto in Proud to be Black, Like Malcolm X said, I won’t turn a right cheek – Come ha detto Malcom X, non porgerò l’altra guancia.

Un ulteriore contributo alla rinascita del messaggio di Malcolm X fu la trasmissione del documentario della PBS Eyes on the Prize (1987), un’analisi dettagliata sul Movimento per i Diritti Civili. Eyes celebra gli eroi e condanna i traditori della lotta nera in America: per molti giovani della generazione dell’hip hop la visione di quelle immagini rappresentò un momento storico di evoluzione della coscienza politico sociale; la retorica e i simboli del Black Liberation Movement degli anni Sessanta ebbero una profonda influenza proprio sugli artisti più conscious dell’epoca – Public Enemy, KRS One, Queen Latifah, X Clan, Brand Nubian e Poor Righteous Teacher.
Proprio il secondo storico album dei Public Enemy, It Takes a Nation of Millions to Hold Us Back, contiene un’abbondanza di estratti dai discorsi di leader neri, con particolare attenzione per Malcolm. In Bring the Noise, pezzo incluso nella colonna sonora dell’adattamento cinematografico del romanzo di Bret Easton Ellis, Less Than Zero, i PE campionarono il discorso Message To The Grassroot, inserendo ad arte nell’intro l’intimazione, Too Black, Too Strong. E in Party for Your Right to Fight Chuck D denuncia le operazioni clandestine ad opera di FBI, CIA, esercito e polizia locale per distruggere le forze di opposizione sociale, con un accanimento particolare nei confronti delle organizzazioni nere, rappando su J. Edgar Hoover che … had King and X set up.
Lo stesso anno, l’88, l’anno d’oro dell’hip hop, uscì By all means necessary, con Krs-One che in copertina riprende la famosa foto di Malcolm X, ma la attualizza, facendogli indossare una tuta da ginnastica al posto di giacca e cravatta e una mitraglietta uzi invece del fucile automatico. Il messaggio sembrava cruento per attirare i più estremi ma all’interno le parole dicevano: Bisogna fermare la violenza tra di noi con ogni mezzo necessario. L’enorme popolarità dei Public Enemy e di KRS One, nonché la loro forte identificazione con l’immagine e il messaggio di Malcolm X, fecero sì che molti altri artisti includessero il leader nero nella propria musica.

Tra i numerosi esempi di utilizzo dei campioni di discorsi di Malcolm toviamo Lakim Shabbaz che campionò sample da The Black Revolution nel pezzo Black is Back (1989), Word From the Wise dei Poor Righteous teachers o Self Destruction (1989) dello Stop the Violence Movement, che conteneva estratti di una lecture di Malcolm, e il cui video musicale dava ampio risalto ad alcuni murali raffiguranti Malcolm che facevano da background alla performance degli artisti. Paris, in Break the Grip of Shame del 1990, inserì una delle minacce più note rivolta alle strutture del potere, Affermiamo il nostro diritto di uomini su questa terra, di essere umani, a esser rispettati come esseri umani, ad avere i diritti di qualsiasi essere vivente su questo pianeta oggi, cose che intendiamo realizzare con ogni mezzo necessario. E l’Hip Hop in quei giorni interpretava a livello culturale proprio quell’aggressione che Malcolm aveva intimato.
Alla fine degli anni Ottanta Malcolm X dominava l’ispirazione delle liriche hip hop così come la musica di James Brown alimentava i sample dei campionatori. Il successo commerciale del film X di Spike Lee del 1992, associato alla celebrazione di Malcolm come homeboy, crearono il contesto per quel fenomeno che lo storico Russell Rickford ha definitio Malcolmology. Malcolm era diventato un’icona dell’immaginario popolare e una delle poche figure a emergere dalla tradizione nazionalista/separatista nera per esser accettato nel pantheon delle leggende del movimento per i diritti civili.


18/09/12

I Social Network, Diaspora e la Stupidità Intelligente



A mo’ di sfogo..

Ho un account 'istituzionale su Facebook. In realtà, avevo resistito anni prima di attivarlo e una volta aperto si sono manifestati palesemente tutti i timori e le remore: un social network completamente in mano alle multinazionali che sfruttando le informazioni che gli stessi utenti forniscono, quello che ci piace, quello che facciamo, gli stili di vita, ci bombardano con pubblicità mirate. I nostri dati personali che finiscono in enormi database e messi a disposizione delle autorità, il rilevamento dei nostri spostamenti, il continuo monitoraggio da parte di aziende e datori di lavoro. Insomma, una schedatura di massa in piena regola cui, sembra, nessuno dei milioni di utenti da peso, continuando a spiattellare pure quante volte si va al bagno, in quale posizione fanno l'amore, quello che comprano per la cena della sera. Cosi ho limitato il mio account, fornendo semplicemente la mia vera identità (Facebook non accetta anonimi), e la città dove vivo, pochissimi amici intimi con cui condividere solo informazioni di servizio e ricevendo (cliccando sul famigerato "mi piace") solo notizie da alcuni organi d’informazioni on-line e aggiornamenti sui concerti che si svolgono in città. Lo stimolo maggiore è arrivato comunque dalla famiglia, e in particolare dai nipotini, che ho la sfortuna di avere lontani, autentici geek, famelici di contatti e condivisioni e che preferiscono la rete al cellulare per comunicare, ormai come la stragrande maggioranza della loro generazione. E poi per il lavoro: paradossalmente, si desta più di qualche sospetto: non hai un account Facebook, allora hai sicuramente qualcosa da nascondere. Quindi informazioni e contatti ridotti al minimo indispensabile, mentre i miei interessi, i miei acquisti, le mie posizioni politiche (per quanto evidenti), i miei stati d'animo e le esperienze che mi sento di condividere li ho spalmati su altri siti: un blog personale "generalista", un account per i video, uno per la musica. Google+, per curiosità e subito abbandonato, dopo la censura di una vecchia foto tratta dagli archivi di Life, pensate come stanno messi.. E Twitter, che comunque uso pochissimo. Per discussioni più approfondite, mailing list su argomenti specifici.

Già Robert Musil osservava che ' la stupidità è ormai a tal punto compenetrata nelle forme alte del nostro sapere, da renderla assolutamente inseparabile dall'intelligenza che la produce', potendo cosi parlare di "stupidità intelligente" e di "intelligenza stupida". Forse è impossibile aggirare la stupidità dei singoli (soprattutto la propria!), ma qualcosa si potrebbe e si dovrebbe pur fare contro quella collettiva e sistematica, che ha condotto e conduce a un vero e proprio regresso della ragione. L'intelligenza è sempre scaturita dall'ambiente in cui essa si sviluppa: l'intelligenza è ciò che permette di collegare gli individui sconnessi tra loro e da loro stessi...

Ero dunque curioso e contento quando lessi di un nuovo social in arrivo: una federazione di pod sparsi per il mondo, quindi dislocati e indipendenti anche se riconducibili a un unico server, progetto open source, cioè l'opportunità da parte degli utenti di poter intervenire sul codice sorgente e migliorarlo, niente pubblicità, più attenzione alla privacy mediante gli aspetti (una classificazione e sotto classificazione dei contatti, per scegliere più facilmente e con più attenzione cosa e con chi condividere i post..), la totale proprietà dei nostri dati e del materiale postato e la liberta di chiudere l'account in qualsiasi momento e in maniera definitiva. Be, con queste premesse, chi non avrebbe voluto partecipare? E poi..mi piaceva far parte di un progetto nuovo, costruito da un gruppo di ragazzi indipendenti, auto finanziato, aperto e totalmente in linea con le mie idee e la mia visione di una rete più aperta, sganciata dal potere e dalle pressioni dei grandi colossi commerciali, più rispettosa della liberta e della privacy degli internauti. Cosi ho spedito la richiesta (sul pod principale era richiesto un invito..) e dopo un po’, un bel po’ in verità, ho finalmente avuto un account su Diaspora.


Al primo colpo d'occhio risulta evidente che il codice della piattaforma è scritto un po’ alla carlona: semplice, essenziale, graficamente bruttino. Poco intuitivo comunque, per chi è a digiuno di linguaggi di programmazione e difficoltà a installare plug-in per utenti non esperti. La prima sensazione quindi è stata quella di un progetto debole, pieno di falle e bug, anche dopo il rilascio di una nuova versione. Ma non si può non dare fiducia a un impegno simile: ragazzi universitari che sottraggono tempo e risorse alla loro vita privata per tentare di sviluppare qualcosa in larga scala forse mai vista prima in rete: un connubio tra privacy e connessioni sociali. Fiducia accordata anche dopo le voci filtrate (e verificate) di un interessamento con relativa donazione da parte di Zuckerberg, dell'indicizzazione dei contenuti pubblici degli utenti da parte di Google e la destinazione finale delle foto e delle immagini, che finirebbero sui server di Amazon, altro colosso commerciale della rete.

E forse è proprio il connubio tra il tentativo di mantenere un livello di privacy accettabile e i rapporti tra utenti che riserva la delusione peggiore. C’è un po' aria da..unti del signore: un po’ per la vecchia faccenda degli inviti, e un po’ per il fatto di essere su di un social nuovo con tutte le aspettative descritte sopra. Per autodefinizione, tutti alternativi, anarchici, 'pieni di diversità, (sì, qualcuno, legittimamente per altro, si definisce cosi!), visionari, ecologisti, rivoluzionari... Io personalmente ho sempre diffidato di chi si auto definisce diverso, ma tant'e.. Gli aspetti, in definitiva, risultano quasi inutili: la maggior parte dei post sono pubblici, questo perché' si è sempre a caccia di nuovi contatti e una volta ottenuto uno nuovo, si passa oltre. La connessione sociale si limita al "mi piace" di Facebukkiana memoria e a qualche commento sui post: un fiorire di..wow!, wonderful, e soprattutto di 'LOL, il nuovo intercalare per bimbominchia deficienti e su cui hanno fatto addirittura un film che più idiota non si può. Ho già diffidato per altro, quelli che insistono con un altro intercalare, 'ehi man..ehi brother'..all arabs are terrorists: io non ho fratelli, né sorelle, coglione! .. Un flusso di post che scorrono sulla bacheca su arte (presunta e non), immagini, foto, gif stupidine e video musicali che per lo più non vengono riconosciuti, non si capisce se per un bug di sistema o per problemi di copyright. (Su gli altri social sono tutti ben visibili..). E a proposito di copyright, tutti anarchici e rivoluzionari, pronti pero a rimbrottarti se non metti la discalia dell'autore della foto o dell'immagine, cosa a volte impossibile dato i continui reshare che queste subiscono ogni giorno sulle sterminate highway della rete, e poi appropriarsi di vecchi post di altri utenti a nome proprio. Dopo le foto, le gif e i video, l'ingrediente più postato sono le citazioni: frasi storiche, proverbi, battute di cantanti e attori, versi, pezzetti di romanzi, barzellette: servono a dar prova di conoscenza diretta, di vastità d’interessi, puntando a far colpo e però alimentando il narcisismo che contraddistingue noi utenti della rete. (Sappiamo benissimo che le citazioni non provengono dalla conoscenza dei testi, ma dalle raccolte di citazioni, veri e propri dizionari presenti a migliaia sulla rete e in tutte le lingue, Google e Wikipedia in testa).



Ci sono poi quelli che occupano "militarmente" la bacheca e la quantità di tempo trascorso sui social network è sempre proporzionale alla qualità di post e commenti: la società odierna, più che di consenso, ha bisogno di attenzione, ma la troppa sollecitazione all'attenzione produce alla fine solo..insensibilità'. (In altre parole, alla fine più richiedi attenzione, più non ti si fila nessuno..)

Certo, ci sono persone e post interessanti, ma tocca stare sempre allerta.. Ci sono pochissimi utenti che esprimono qualcosa al proprio riguardo, alla propria vita, alle esperienze, che non significa dire a tutti che ti stai facendo una pasta e fagioli: quello, si chiama cazzeggio, ed è comunque lecito. Comunicazione, quindi, pari quasi a zero. Personalmente avevo più volte pensato di chiudere l'account. Tanti l'hanno fatto ed erano quelli tra i più interessanti, poi ho deciso di trasformarlo in una specie di diario personale per immagini e musica: tutto quel che posto ha un riferimento alla mia vita, un episodio, un’esperienza, uno stato d'animo, un riferimento al lavoro o a una situazione sentimentale o familiare e a notizie di attualità che mi stanno particolarmente a cuore. Me ne strafrego del "mi piace".

Va bene, come asserisce Fatamorgana, il cazzeggio è la base di tutti i social, nessuna discussione di rango, per lo più chiacchiericcio, riflessioni nervose, frettolose e in molti casi incivili. Si aggiungono poi piccole e grandi molestie reciproche associate a una malignità e un qualunquismo di fondo, schizofrenia, commenti fuori luogo, gioiosa stupidita..
Da un progetto nato non solo per dare un semplice servizio agli utenti ma per sensibilizzare e proporre un modo nuovo di stare in rete (e di socializzare..) ci si aspetterebbe qualcosina in più. Per il momento, ferme tutte le novità annunciate (tra cui una chat video, nuova gestione dei profili e la non risoluzione dei bug e delle falle) due pod hanno già chiuso i battenti, quello italiano (al solito) e quello canadese, ben più frequentato. Quel che resta è l'upload di foto e video, che fanno di Diaspora per il momento, uno dei tanti social sulla rete..

Forse sono solo un vecchio nostalgico: l'unico social davvero degno di questo nome era MySpace, finchè ha funzionato. Invece di potenziarlo, facendo accordi con siti di contenuti musicali, video e altro, preferirono seguire le strategie di Zuckerberg. E si è visto com’è finita. Proprio sullo Space conobbi la mia attuale compagna, come a dire: "Ho detto tutto"..

Per i più curiosi,
questa è la mia pagina su Diaspora



It Was A Pleasure  (E' stato un piacere..)