31/01/13

Incasinati

Lux
"Il Rock'n'Roll è sulla libertà, sulla possibilità d'impazzire, sul sesso e..su tutto quello che fa paura alle persone". (Lux Interior, Cramps)

E allora, la necessità dell'eccesso, per reggere una difficile rivolta contro un mondo che non piaceva e non piace, contro una quotidianità impossibile, praticata con la musica e con stili di vita "eversivi". La droga che scava voragini in esistenze già precarie: l'eroina non aiuta a farti suonare meglio, sosteneva Johnny Winter, e allora noi ci teniamo la musica e affanculo tutto il resto. Però ci siamo chiesti: "Ehi, chi erano,chi sono stati i rockers più..incasinati? Bè, un elenco infinito e di difficile realizzazione.. Abbiamo provato a fare una piccola lista, una sorta di the best, anche se mancano alcuni pezzi da novanta, dal Bowie berlinese a Iggy Pop, dai vecchi Fleetwood Mac a David Crosby, dai toxic twins Aereosmith a Nick Cave, ma comunque, alcuni di quelli citati hanno aperte autostrade nella musica e non solo.


1. Keith Richard 
Il grande..padre dei junkers del Rock & Roll, Keith è ancora in forma, nonostante decenni di abusi che avrebbero ucciso chiunque, e non ha nessuna intenzione di abbandonare i set dal vivo. Deve aver trovato la Fonte della Giovinezza, o almeno equipe di medici stellari e dalle cure sorprendenti. Ascoltare Sticky Fingers e Exile on Main St. , usciti quasi totalmente dalla sua chitarra, e ammirare il suo genio e - la sua costituzione fisica!
Si favoleggia di interi ricicli di sangue in costosissime cliniche svizzere..

2. Johnny Thunders 
Alla fine cedette alle sue dipendenze. Nel suo periodo di massimo splendore negli anni '70, chitarrista nei New York Dolls, era stato soprannominato "il Dean Martin dell'eroina." Ha registrato con gli Heartbreakers dischi di pregio, poi iniziò a vendersi anche le chitarre per pagarsi lo sballo, rubò persino il cappotto a Dee Dee Ramone a Parigi, che per vendetta gli distrusse chitarre e vestiti. Johnny , che ebbe il colpo finale con la morte dell'amico fraterno Stiv Bators (Dead Boys, Lords of New Church), venne ritrovato in un misero albergo nel quartire francese di New Orleans, il corpo attorcigliato sul pavimento stroncato da un overdose di metadone. Aveva 38 anni nella primavera del 1991. Born to lose.

3.Kurt Cobain
Per tutta la sua breve vita aveva cercato di scappare : da quella sit comedy che è la provincia americana, e da quell'insopportabile disagio che gli procurava ormai tutta la faccendei Nirvana. Sempre borderline dai tempi della scuola, i casini di Kurt iniziarono molto presto, dalla separazione dei suoi genitori. I dolori allo stomaco lo fecero iniziare con psicofarmaci e acol, poi.."c'erano volte che rimanevo bloccato a letto per intere settimane, preda del vomito e del digiunio forzato. Quindi ho deciso che, dal momento che mi sentivo un drogato , a quel punto valeva la pena esserlo". Kurt odiava la gente, "tutti vogliono che tu sia triste", tranne una persona, che stimava più di tutte:" È davvero egoista vivere fino a novant'anni, a meno che tu non abbia qualcosa da offrire, come ad esempio William Burroughs"..

4. Shaun Ryder
Una volta e oggi di nuovo frontman degli Happy Mondays. Nei giorni classici di.."Madchester", non ha tralasciato niente: ecstasy, alcol, cocaina ed eroina . Poi il metadone , per prendere a calci la dipendenza e la religione come ulteriore supporto. Quando gli Happy Mondays ragiunsero le Barbados per registrare il loro album del 1992 , Yes Please!, si ritrovarono senza la polvere bianca, e la sostituirono con tonnellate di crack. Finito il denaro per acquistarne altro,vendettero sul posto gli strumenti e le attrezzature per le registrazioni, per continuare la festa. Un vero sopravvissuto di una delle epoche più interessanti della storia della musica.

5. Pete Doherty
Perennemente pallido, poetico, scorretto e incorreggibile, Pete Doherty ha attraversato il suo tempo con i Libertines, contribuendo a fare due buoni album con una delle band più apprezzate del rock britannico degli anni 2000, con Mick Jones dei Clash che produceva. Purtroppo, le sue attività extramusicali hanno distrutto il suo rapporto con i compagni , arrivando addirittura a rubare in casa del cantante e suo migliore amico Carl Barat per pagarsi la roba. Con i Babyshambles, progetto indie, e ennesimo tentativo per stare fuori dai guai, le cose non vanno: i concerti finiscono sempre in risse furibonde e il gruppo finisce nel mirino delle associazioni moraliste. Anche Kate Moss si stanca. Sembra lontanissimo un tanto atteso e annunciato ricongiungimento dei Libertines

6. Ozzy Osbourne
Tutti amano Ozzy. Tutti lo consideriamo un nostro parente un pò matto. Come non potrebbe esserlo? Ha addentato pipistrelli vivi, annusato linee di formiche seminando panico e caos generale. Ora, il suo cervello può essere un pò in pappa, la patetica recitazione nella sit-com Gli Osburnes,  ridotto a fare spot con Justin Bieber, ma il talento rimane. Tra i credits dell'album Black Sabbath 4, c'era una scritta che recitava:" We wish to thank the great COKE-Cola company of L.A." Ultimo casino: quasi sfigurato, gravi ustioni per lo scoppio in casa di una candela (!)



27/01/13

Burroughs e Scientology

Dapprima ne fu affascinato per le sue intuizioni e le sue macchine, poi respinse la dottrina che aveva bisogno di un controllo poliziesco

Per alcuni versi, la dottrina di Scientology delineata da L. Ron Hubbard in Dianetics. La scienza moderna della salute mentale (pubblicato nel 1950; oggi appare con il sottotitolo La forza del pensiero sul corpo), visualizzando alcuni usuali processi mentali, inventa una sorta di «tecnologia della mente umana» antipsichiatrica di relativo interesse – in particolare il meccanismo della così detta mente reattiva (reactive mind) – e, come sostiene in un articolo lo scrittore visionario William Seward Burroughs, («drogato omosessuale pecora nera di buona famiglia»), «alcune delle tecniche sono molto valide e meritano ulteriori studi ed esperimenti» e «L’E – Meter è un utile congegno» («The E – Meter is a useful device»). Ne parleremo più avanti. Per altri versi, la pretesa degli Scientologist di un’adesione acritica al loro pensiero è ingiustificabile, oltre che sospetta. Continua Burroughs: «Sono in netto disaccordo rispetto alla polizia organizzativa. Nessun corpo di conoscenze ha bisogno di una polizia organizzativa. La polizia organizzativa può solo impedire l’avanzamento della conoscenza. C’è un’incompatibilità di base tra qualsiasi organizzazione e la libertà di pensiero».

L’articolo di Burroughs,Scientology Revisited, è apparso per la prima volta su Mayfair (Londra, gennaio 1968) ed è stato ripubblicato nel marzo del 1970 dal Los Angeles Free Press con il titolo Burroughs on Scientology; infine viene incluso nella raccolta di saggi Ali’s Smile / Naked Scientology. L’E-meter o elettro-psicometro – secondo Burroughs «invenzione interessante e sorprendentemente accurata nel calcolo delle reazioni mentali» , in Lettera a Joe Gross, da Londra, 1968, in Letters, vol II; va segnalato che una scelta delle lettere sarà pubblicata da Adelphi) - è un apparecchio elettronico brevettato dallo stesso Hubbard nel 1966 in grado di misurare lo stato delle caratteristiche elettriche del campo statico che circonda il corpo umano,al fine di evidenziare eventuali masse di energia mentale condensate che corrisponderebbero ad altrettanti impedimenti spirituali o alterazioni elettriche causate dall’attivazione della mente reattiva. La mente reattiva viene distinta da quella analitica: la prima archivia e conserva le emozioni dolorose, la seconda organizza i dati per risolvere problemi. I problemi fisici e psichici non sarebbero altro che manifestazioni degli eventi traumatici da noi registrati, denominati Engram, eliminati i quali si perverrebbe allo stato di Clear, ovvero uno stato di igiene mentale senza «aberrazioni» (sic!) in cui l’individuo sarebbe in grado di «funzionare» (!?) al massimo delle sue potenzialità (resta da stabilire cosa significhi il «massimo delle potenzialità»). E il pensiero? La memoria che il nostro pensiero abita? Cancellati senz’oblio. «Il soggetto non mi pare idoneo… Digli di presentarsi allo Smaltimento» (La seduta di Igiene Mentale del dottor Berger nel Pasto nudo). Afferma Burroughs: «Il controllo non può mai essere un mezzo per perseguire un fine pratico… Non può mai essere un mezzo per perseguire qualcosa che non sia un controllo maggiore… Come la droga»: «Polizia del Sogno che si disintegra in gocce di ectoplasma putrido, spazzate vie da un vecchio tossico che tossisce e sputa nell’astinenza del mattino» (Pasto nudo).

26/01/13

L'Inferno dello Stesso

 photo magictrick.jpgLa medusa rappresenta un'alterità così radicale che non si può guardarla senza morirne..

Di tutte le protesi che punteggiano la storia del corpo, quella del doppio e senza dubbio la piu antica. Ma i1 doppio, per·l’appunto, non è una protesi: è una figura immaginaria che, come l’anima, l’ombra, l’immagine allo specchio, assilla il soggetto come altro da lui, fa si che esso sia se stesso eppure non si assomigli mai, e lo assilla come una morte sottile e sempre scongiurata. Non sempre tuttavia: quando il doppio si materializza, quando diventa visibile, allora significa una morte imminente. E' come dire che la potenza e la ricchezza immaginarie del doppio, quelle su cui si gioca l’estraneità e al contempo l’intimita del sogetto a se stesso, poggiano sulla sua immaterialità, sul fatto che esso è e resta un fantasma. Chiunque può sognare, e ha dovuto sognare tutta la sua vita una duplicazione o una moltiplicazione perfetta del suo essere, ma tutto ciò ha soltanto la forza del sogno e si distrugge se vuole forzare il sogno nella realta. Lo stesso vale per la scena (primaria) della seduzione: è operativa solo se fantasmata,rimemorata, solo se non è mai reale. Era un elemento della nostra epoca quello di voler esorcizzare questo fantasma come si fa con gli altri, cioè di materializzarlo in carne e ossa e, in virtù di un totale controsenso, cambiare il gioco del doppio, quello di uno scambio sottile della morte con l’altro nell’eterità dello Stesso..

 Se l’individuo non si confronta piu con l’altro, è con se stesso che si scontra. Esso diventa il proprio·io anticorpo, tramite un rovesciamento offensivo del processo immunitario, un guasto del proprio codice, una distruzione delle proprieie difese. Ora, ogni nostra società punta a neutralizzare l’alterità, a distruggere l’altro in quanto riferimento naturale — nell’effusione asettica della comunicazione, nell’effusione interattiva, nell’illusione dello scambio e del contatto. A forza di comunicazione, questa società diventa allergica a se stessa. A forza di trasparenza nei confronti del proprio essere genetico, biologico e cibenetico, il corpo diventa allergico addirittura alla sua ombra. Tutto lo spettro dell’alterità negata resuscita come processo autodistruttore. La trasparenza del Male è anche questo. L’alienazi0ne è finita: l’Altro come sguardo, l’Altro come specchio, l’Altro come capacità, tutto finito. Ormai è la trasparenza degli altri a diventare la minaccia assoluta. Non c'è più un Altro come specchio, come superficie riflettente, e la coscienza di sé è minacciata di irradiazione nel vuoto. L’utopia della disalienazione; finita anch’essa. Il soggetto non è giunto a negarsi in quanto tale, nella prospettiva di una totalizzazione del mondo. Non c’e più negazione determinata del soggetto, non rimane altro che una indeterminazione della posizione di soggetto e della posizione dell’altro. Nell’indeterminazione il soggetto non è più né l’uno né l’altro, resta semplicemente lo Stesso. Sparisce la divisione di fronte alla demoltiplicazione. Ebbene, se l’altro può sempre nasconderne un altro, lo Stesso nasconde sempre solo se stesso. Questo è il nostro attuale ideale—clone: il soggetto espurgato dell’altro, espurgato della sua divisione e votato alla metastasi di se stesso, alla pura ripetizione. Non è più l'inferno degli altri, è l'inferno dello Stesso..

J. Baudrillard, La trasparenza del male 

25/01/13

Mega: Privacy DotCom

«Non è solo un atto barbaro e vigliacco. Troppo facile liquidarlo così. È un attacco al nostro modello di società. Ci odiano, odiano il nostro stile di vita e colpiscono dove siamo più vulnerabili...
Che tu sia maledetta FBI! La chiusura di Megavideo è un atto di guerra contro un'intera generazione!»
NeetKidz - ZeroCalcare

Con buona pace di Samuel Huntington e dei suoi rapaci epigoni annidati tra i falchi di Washington nell'era Bush, l'unico vero scontro di civiltà consumatosi negli ultimi anni e fondato su valori culturali, è stato quello che ha opposto le grandi major di Hollywood e la generazione digitale dei NeetKidz, raccontata magistralmente dalle strisce di fumetti di ZeroCalcare.

Il raid condotto un anno fa dalle autorità federali statunitensi contro i server di MegaUpload si colloca sullo sfondo di una guerra per il controllo del mercato dell'informazione in corso da anni tra anarco-capitalismo digitale e vecchi conglomerati dell'entertainement. Allora, il sequestro di migliaia di gigabyte di dati – ancora oggi nelle mani del Dipartimento di Giustizia, nonostante si trattasse in larga parte di materiali non coperti da copyright e quindi perfettamente legittimi – mise in luce come di fatto gli utenti non siano soggetti cui è attribuito alcun profilo giuridico. La tutela dei loro diritti (anche quelli di proprietà di beni immateriali) non è ancora materia affermata o condivisa da alcuna dottrina o regolamento internazionale.

Ed è probabilmente a partire da questa intuizione che Kim 'Dotcom' Schmitz ha intenzione di fondare il suo nuovo impero. Il core business della sua nuova creatura, ribattezzata semplicemente MEGA, è la privacy degli utenti. Oltre allo spazio messo a disposizione (50 gigabyte gratuiti per gli account free, fino a 2 terabyte per quelli premium) crittografia ed un senso di sicurezza sono l'oggetto dello scambio. Se non fosse per questi due elementi implicati nella transazione, il cyberlocker dell'ex-hacker tedesco sarebbe simile a tanti altri servizi cloud già presenti sul mercato (come DropBox o Skydrive). E forse non avrebbe alcuna speranza di competere con questi colossi.


Attenzione. L'idea di Dotcom non brilla per originalità. Il pasciuto imprenditore è solo l'ultimo di una lunga serie che devono la loro fortuna proprio allo scontro generazionale di cui dicevamo in apertura. Non è un mistero che da diverso tempo sia in crescita un florido mercato di servizi per la tutela della privacy e della sicurezza, rivolto proprio all'utenza domestica. Si pensi infatti alla miriade di imprese che erogano servizi VPN (acronimo di Virtual Private Network): basta fondare una società in un paese dove la legislazione sulla data retention sia sufficientemente permissiva e per una manciata di euro si può vendere l'accesso a tunnel crittografici. Uno scudo digitale con cui navigare al riparo dagli occhi indiscreti del proprio governo e scaricare in pace musica e film, senza per questo rischiare di finire in tribunale con l'accusa di aver infranto le leggi vigenti sul copyright ed incorrere in multe da decine di migliaia di euro.

Dotcom si inserisce in questa scia. Commercializza privacy e sicurezza nell'epoca segnata dal motto “Privacy? You can have zero privacy” e da una criminalizzazione delle pratiche di sharing al di là di ogni limite immaginabile. L'ex hacker, ed oggi geek a tutti gli effetti, ha avuto l'intelligenza di saper sfruttare bisogni e pratiche socialmente diffusi e trasformare in materia prima per il processo produttivo attitudini, stili di vita e modalità di accesso ai manufatti digitali. Non è il primo e certo non sarà l'ultimo. Facebook ad esempio, in un mondo segnato da dinamiche di precarietà lavorativa ed esistenziale, ha come mission quella di «aiutare l'utente a rimanere in contatto con le persone della sua vita» (ovviamente in cambio dei suoi dati personali). E nel medesimo contesto trova la sua ragion d'essere un social network come Linkedin, ovvero un'agenzia di lavoro interinale aperta 24 ore al giorno dove l'annoso problema dei diritti sindacali è solo un ricordo del passato. Ma nella schiera dei geek (cioè dei cacciatori di tendenze) degni di menzione troviamo altri nomi, apparentemente insospettabili. Ciò che infatti un personaggio come Julian Assange aveva capito perfettamente, è che nell'era della riproducibilità infinita dell'informazione, il leaking (esattamente come il P2P o la condivisione di files) è una tendenza sociale irreversibile che con un pizzico d'ingegno può essere messa a valore. A questo puntava l'operazione Wikileaks prima di sfuggire di mano. Ovvero alla creazione di una nuova forma di impresa ed intermediazione giornalistica che andasse ad affiancarsi alle agenzie stampa tradizionali (ovviamente dietro congruo compenso da parte dei “media partner” prescelti).

Il vero colpo di genio di Dotcom è stato quello di presentare il business plan della sua nuova avventura commerciale come una missione in difesa dei diritti umani. E non ultimo di trasformare l'esibizione di forza muscolare del Dipartimento di Giustizia americano contro MegaUpload in uno spettacolo che ne celebra la rinascita. Unico protagonista dello show è lui, Kim. Come nella più classica delle favole della new economy il self-made-man, deus ex machina di avventure economiche che diventeranno leggenda, ascende al cielo dei folk heroes di Internet partendo dalle segrete del carcere in cui era stato rinchiuso. Con un lieto fine d'obbligo: il nostro protagonista da nemico pubblico numero uno si trasforma in un brand, un'icona pop in cui il pubblico può identificarsi. E guadagna milioni di dollari. Dotcom ha rovesciato come un guanto la sua vicenda personale e ne ha fatto motivo di sfida. In questo senso ha mostrato una profonda conoscenza dei meccanismi del marketing odierno, caricando il suo nuovo prodotto di una dimensione utopistica, generando così uno spazio pubblico dell'emozione che unifica affettivamente la società e rende attraenti le merci che lo popolano.


24/01/13

Corrado Guzzanti ringrazia

Anche se non ne avevamo fatto menzione in questo blog, abbiamo partecipato e sostenuto a livello personale e su varie piattaforme e social in giro per la rete l'appello a favore di Corrado Guzzanti, e contro  L’Associazione dei telespettatori cattolici (Aiart), che aveva denunciato appunto, secondo il  costume bacchettone e retrogrado degli integralisti religiosi, Corrado, reo di aver offeso il 'LORO SENTIMENTO RELIGIOSO' nello show andato in onda qualche settimana fa su la7. Le firme a sostegno della petizione per la non rimozione di Guzzanti dai palinsesti televisivi e per il diritto alla libertà di satira sono state promosse e raccolte da Articolo21 e Change.org. Sotto, il comunicato di S. C., che si è prodigato su Change e la lettera che Guzzanti ha scritto a tutti 'noi'.
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Vittoria doppia, anzi tripla. E qualche volta vale la pena di gioire pubblicamente dei risultati ottenuti per campagne di libertà che si combattono con convinzione. La petizione per Corrado Guzzanti ha raccolto oltre 54mila firme. L’Associazione dei telespettatori cattolici (Aiart) ha ritirato la denuncia. Guzzanti ci ha scritto una splendida lettera (che puoi leggere sotto) per ringraziare te e quanti hanno promosso e firmato l’appello e per dire la sua sulla satira in un paese che dovrebbe essere “laico e democratico” ma troppo spesso appare come uno “stato teocratico”.
Oltre al positivo esito finale della vicenda, la petizione su Change.org ha messo in evidenza che tanti cittadini non accettano né bavagli né censure e che quella per l’informazione libera (e la libera satira) è una battaglia irrinunciabile di democrazia. "Chi lotta può perdere, chi non lotta ha già perso", scriveva un noto rivoluzionario, medico argentino.

Anche un appello individuale può essere una piccola grande lotta per ottenere un diritto, denunciare un sopruso, ristabilire un principio elementare di giustizia e di verità.

S. C.
Change.org.

Ecco la lettera che ci ha inviato Corrado Guzzanti:

“Un enorme grazie agli amici di Articolo21 e di Change.org, per aver promosso la petizione in mia difesa e a tutti quelli che l’hanno diffusa e firmata. Con l’occasione ringrazio anche molti giornalisti che hanno preso le mie parti scrivendo della querelle tragicomica di Padre Pizzarro. Ciò detto è probabile che abbiamo sopravvalutato tutti le minacce dell’Aiart, associazione che pretende di rappresentare i telespettatori cattolici, di cui né io, né voi, né i telespettatori cattolici avevamo mai sentito parlare.

Vorrei innanzitutto precisare, anche se è stato già fatto altrove, che La7 non stava mandando in onda un mio nuovo programma, ma la ripresa televisiva di uno spettacolo teatrale del 2010, già replicato su Sky decine di volte, e anche in chiaro sul canale del digitale terrestre “Cielo”, pubblicato in DVD, presente da tempo su youtube etc. L’Aiart poteva legittimamente non esserne a conoscenza, o essere stato appena fondato e voler recuperare il tempo perduto, ma non lo era neanche del fatto che i reati di opinione, insieme al vilipendio ecc. sono stati fortemente ridimensionati nel nostro ordinamento. Gli attuali limiti della satira, si parli di politica o di religione, si riducono sostanzialmente alla calunnia o all’insulto personale, per i quali la legge, come è noto, prevede il diritto di querela. Dunque paradossalmente avrei più speranze io di sfidare l’Aiart in tribunale per le parole offensive che mi rivolge nei suoi comunicati, senonché l’ultimo di ieri, in cui si dice soddisfatta delle mie scuse, estorte per gioco in una gag de “Le Iene”, mi ha riempito il cuore di tenerezza.

In merito all’offesa confesso di non capire esattamente cosa sia il “sentimento religioso” perché sfortunatamente non ne sono dotato. Ho sempre pensato che essere intimamente credenti non possa essere troppo diverso dall’essere intimamente liberali, o socialisti, o vegani. Si tratta di amare e riconoscersi in delle idee, in una visione della società e del mondo, e le idee non sono sacre e intoccabili solo perché noi crediamo così fortemente in esse; vivono nel dibattito pubblico, confrontandosi e dovendo convivere con idee diverse e a volte opposte. Spero di non offendere nessuno se affermo che l’esistenza di un creatore, l’inferno, il paradiso, l’immortalità dell’anima, il giorno del giudizio ecc. siano, fino a spettacolare prova contraria, soltanto delle idee, delle opinioni che si è liberissimi di sostenere purché non si tenti di imporle agli altri come un tabù inviolabile.

Che il sentimento religioso non possa reclamare una superiore legittimità, perché supportato, mi dicono, da pervasiva e speciale intuizione, appare evidente dal fatto che le credenze religiose sono tante, più di quelle da cucina dell’Ikea, e producono purtroppo affermazioni contrastanti. Un buddista e un cattolico, egualmente persuasi della loro fede, saranno certi di saperla molto lunga sull’origine e il senso dell’uomo e dell’universo, ma almeno uno di loro, al momento del trapasso, avrà una sorpresa. Ciò dovrebbe suggerire che convinzione “sentimentale” profonda e verità siano sostanzialmente due cose diverse.
Si obietterà, magari stavolta tra i denti, che l’unica fede valida sia la nostra (e raramente qualcuno insorge perché sia stata offeso il sentimento religioso di qualcun altro), eppure non tutti i credenti si offendono, alcuni addirittura ridono, e spero che L’Aiart non pensi che a persone di questo genere siano capitati in sorte una fede o un sentimento di serie B.

Mi conforta che questa associazione limiti la sua vigilanza ai nostri canali generalisti; al confronto di ciò che osa la satira in Inghilterra, in Francia o negli Stati Uniti, il mio Padre Pizzarro fa la figura del tenero Giacomo della Settimana Enigmistica. Ma il nostro è un paese “laico e democratico” dove un presidente del consiglio che nessuno di noi ha eletto, come primo atto ufficiale va a porgere i suoi omaggi al Papa. E il motivo per cui io e i miei colleghi scriviamo e recitiamo cose come “Padre Pizzarro” è che l’Italia sembra spesso uno stato teocratico “di fatto”. Solo pochi anni fa un ministro dell’istruzione avanzava, con un certo successo, la proposta di abolire Darwin dall’insegnamento scolastico per rispetto ai creazionisti, che ancora ci devono spiegare (come diceva un noto comico americano) perché Dio prima di creare l’essere a sua immagine e somiglianza si sia gingillato per milioni di anni coi dinosauri. Dunque non mi stupisce troppo che una minoranza di ferventi religiosi, invece di limitarsi a cambiare canale, si senta in diritto di chiedere una punizione legale, e questo rende, e temo renderà ancora, iniziative come la vostra necessarie a difendere e ribadire civilmente la libertà di tutti. In molti anni di televisione non credo di essermi guadagnato la fama del provocatore seriale, a caccia di polemiche per ottenere attenzioni e notorietà, né quella di un comico particolarmente violento o volgare. Ho sempre fatto il mio lavoro seguendo il mio “sentimento satirico”, parlando di tutto e di tutti nel modo più libero che mi è stato e che mi sono concesso. So inoltre cosa significhi sentirsi indignati. Le affermazioni fatte da esponenti di quel mondo, o da politici che, più o meno sinceramente, parlano e decidono in sua difesa, delle nostre scelte in materia di sessualità, diritti, vita e morte, mi hanno offeso numerose volte e continuano ad offendere il mio sentimento laico. Per questo ogni tanto Padre Pizzarro parla ed altri oltre a lui e dopo di lui parlano e parleranno.
Grazie ancora a tutti. Vi abbraccio.”

Corrado Guzzanti


23/01/13

Marginali: In principio era il chiodo

 photo Movie-TheWildOne-BrandowTriumph_zpsc72fdd50.jpgNessun capo di abbigliamento può forse vantare la fortuna e la gamma di connotazioni attribuite al giubbotto in pelle nera, ovvero il classico chiodo, termine gergale che designa la famiglia lanciata dal Perfecto della Schott. E' il giubbotto indossato da Marlon Brando ne ll selvaggio (The Wild One, 1953) di Laszlo Benedek, un film che propose una serie di suggestioni destinate a fissarsi indelebilmente nella cultura contemporanea. C'e innanzitutto da chiedersi quanto questo film abbia pescato dalla realtà: la visione di Benedek, indubbiamente conservatrice, propone un’equazione giovani=violenza tristemente attuale anche ai giorni nostri, ma non applicabile in maniera cosi rnanichea alle bande di motociclisti che dagli anni Cinquanta scorrazzano per gli Stati Uniti (bikers). Inoltre, l'abbigliamento di Brando ha probabilmente cristallizzato e reso fruibile uno stereotipo destinato a influenzare massicciamente i biker stessi: il Perfecto e i jeans a tubo con i risvolti e gli stivali (in pelle anch’essi) rappresentano oggi una vera e propria divisa griffata e resa disponibile dalla marca motociclistica che meglio ha saputo appropriarsi dell’estetica cara a questa sottocultura: la statunitense Harley Davidson. Anche se Brando, in realtà, era in sella a una inglesissima Bsa.

Quel giubbotto diventera allora la bandiera di più di un movimento giovanile, legandosi spesso, nelle sue evoluzioni, a un mezzo di locomozione che è anche oggetto di desiderio: la motocicletta. Innanzitutto, lo indossano i "cattivi" in Gioventù Bruciata (Rebel without a Cause, 1955) di Nicholas Ray, mentre il buon James Dean ne ostenta uno bellissimo in nappa rossa. Ci penserà Elvis Presley a decorarlo (in versione bianca,però) con frange e fibbie diperò stampo western, allontanando via via il Rock 'n’ Roll dalle sue origini contadine. Tanto che poi anche il primo Rock metropolitano, quello dei Velvet Underground di Lou Reed ospitati dalla Factory di Andy Warhol, non disdegnerà la versione originale nera. Saranno i punk alla fine degli anni settanta a rivalutarne la rudezza e l'aggressività, aggiornandolo con spille e badge in materiale plasstico, intonandolo talvolta con pantaloni dello stesso materiale. È una tenuta cara a gran parte dello stile heavy metal, con borchiette per accessorio, che in alcune varianti venate di ambiguita sessuale lambisce il feticismo leather, sul quale torneremo in seguito. Infine gli Skiantos ne canteranno le gesta in un celebre pezzo intitolato, appunto, Il chiodo (dall'album Saluti da Cortina, 1993). Ma in questi decenni il Perfecto è stato più volte ripreso e reinterpretato anche dagli stilisti piu celebri: da Jean-Paul Gaultier a Katharine Hamnett , a Versace , i quali hanno fatto i conti anche con un parente piu maturo dello stesso, ovvero il giubbotto da aviatore (un modello sempre in pelle che riprende lo stile degli anni Quaranta e che continuamente  torna in voga dall’inizio degli Ottanta). Più largo, e da portare sblusato, in quanto fermato in vita da una maglia elastica, si caratterizza in genere per interni e colletti in morbida pelliccia.

L’importante è cavalcare
Il giubbotto di pelle nera con badge infilate si era gia visto nella Gran Bretagna della fine degli anni Cinquanta, quando bande di giovani si radunavano nei bar di camionisti dove si servivano bevande alcoliche (i membri di quelle gang erano spesso minorenni e non era loro concesso di entrare nei pub). Il più famoso aveva un nome rirnasto nell’immaginario collettivo: Ace Caffè. I piazzali e le strade prospicienti a questi bar erano teatro di gare fra moto di serie, scarnificate ed elaborate, guidate dai cosiddetti 'ton-up boys', detti anche leatherboys, o ancora "coffee-bar cowboys". Con loro era nata la cafe racer (termine che individua una tipologia di moto da strada elaborata fino ad assumere un’aria corsara e aggressiva), un tipo di moto di gran moda per diversi anni, che è stato il progenitore delle cosiddette streetfighter (guerriere da strada): le Ducati Monster, le rinate Laverda e Triumph oppure le Buell. E con loro, ecco riapparire i giubbotti sportivi anni Sessanta, aderenti e senza collo, con i marchi dei primi sponsor a fare timidamente capolino. Oggi queste giubbe (altro non sono che la parte superiore delle tute) vengono prodotte regolarmente non solo e non tanto dalle marche specializzate, quanto dalle ditte attive nello sportswear e nello streetwear, cioé nell’abbigliamento di tutti i giorni. Sono uno dei sintomi più evidenti del ritorno a immaginari passati, in particolare quello Sixties. La tuta da moto é, d’altronde, il capo di abbigliamento in pelle più esasperato: attualmente simile a un vero e proprio esoscheletro per proteggere i piloti dalle cadute, viene riproposto dalle ditte specializzate nelle repliche che mimano fogge e colori di quelli indossati dai grandi campioni delle due ruote. D’altronde, le stesse marche si spingono in settori di produzione più accetabili e consueti, per venire incontro alle esigenze di un pubblico più tranquillo e modaiolo. Al fascino della moto non si rinuncia. Non ci rinuncia l'elegante impiegato o dirigente, che però indossa un comodo giaccone e, magari il mezzo di locomozione non è un’aggressiva streetfighter, ma un più comodo e maneggevole scooter.

Robe da Fantascienza

Il giubbotto e la pelle in generale si ritaglia un suo ruolo all’interno di un contesto che, a rigor di logica, dovrebbe esautorarla a favore di nuovi e l'uccicanti materiaili: la Fantascienza, e in particolare quella cinematografica, che ha bisogno di oggetti e materiali reali per illudere lo spettatore. Sono due le modalita attraverso cui la pelle si mantiene presente negli immaginari del futuro: da un lato le icone, ovvero gli elementi canonici nella quotidiana fenomenologia degli stili, dall'altro le forme, cioe l'utilizzo della caratteristica duttilita per la creazione di soluzioni plastiche particolannente potenti . Nella prirna famiglia rientra tutta la Fantascienza metropolitana, quella che accelera un poco il nostro presente proponendo visioni effettivamente plausibili dell'immediato futuro. Capolavoro assoluto del genere in questione è indubbiamente Blade Runner, (Ridley Scott, 1982), esemplare se non altro per la definizione "lavori in pelle" che il protagonista Deckard (Harrison Ford) affibbia ai replicanti, suoi antagonisti nella pellicola. Questi ultimi, guarda un pò, ostentano i classici segni del machismo leather come il cappotto in stile nazi di Roy Batty (Rutger Hauer) o il collarino con borchie di Pris (Daryl Hannah). Per inciso, il fumetto che prima di tutti ha proposto questa logica di accellerazione del presente, ovvero Rank Xerox (poi Ranxerox) inventato da Stefano Tamburini nel 1978, a sua volta non risparmia toni di siffatto genere, specie dopo l'arrivo ai disegni dello spetacolare Tanino Liberatore: ed è un fiorire di cappelli, pantaloni, lacci e giacche in pelle nera.in Con un giubbotto da aviatore si presenta poi Kurt Russell\Snake Plissken (in Italia Iena Plissken) in 1997, Fuga da New York, di John Carpenter, del 1981, presto abbandonato per dare aria ai bicipiti, ma recuperato con più insistenza nell'ironico sequel Fuga da L.A. (sempre di Carpenter del 1996). Arnold Schwarzenegger,Terminator infuriatissimo, non trova abito migliore di un bel chiodo nero nell'omonimo film di James Cameron del 1984. E, per quanto non sia propriamente Fantascienza, va segnalata l’impeccabile tenuta gothic di Brandon Lee ne ll corvo (The Crow, Alex Proyas, 1994): cappotto e pantaloni in pelle nera, faccia bianca e truccata, esattarnente come nel fumetto originale creato da James O’Barr e apparso nel 1988. Il secondo caso e invece praticato da quei registi visionari che usano la Fantascienza per materializzare sogni e fantasie del subconscio, rimescolando le carte dello stile (e del tempo). Due casi esemplari: Barbarella, di Roger Vadim(1968) con Jane Fonda (tratto dall'omonimo fumetto di Jean-Claude Forest) e Dune, di David Lynch (1984), tratto dall'omonima saga di Frank Herbert. Qui la pelle è impegnata in acrobazie formali per adattarsi aè tute biomorfe, armature aggressive, particolari retro. Essa rappresenta un elemento assai forte e significativo della rnescolanza di stili e immaginari proposti da questi due registi, per i quali il futuro é una sorta di passato scornpaginato, guidato da una logica pressoché surrealista. La presenza di quel materiale rappresenta un fattore non secondario per la storia di questo genere: in tutti i casi citati la pelle non é intonsa ma spesso rovinata, usata, vissuta, sottolineatura evidente di un fattore tempo che ha obbligato la Fantascienza classica (quella tutta astronavi scintillanti) a una sorta di testacoda.


Il valore del tempo
 photo JoeStrummer3_zps0cd13072.jpgTuttavia, gli oggetti in pelle (e in particolare il chiodo) invecchiando non perdono dignità, anzi la acquistano, capaci come sono di assorbire la patina del tempo in quanto materiale naturale e quindi soggetto a modificazioni nel corso della sua vita. Il materiale plastico, una volta rigato è definitivamente rovinato e deve essere sostituito. Un oggetto in pelle no, e non è il suo valore economico a determinarne la conservazione, ma il suo plus affettivo e simbolico. La pelle invecchia perché e naturale: si modifica, carnbia leggermente il suo colore, sopporta le ingiurie e le intemperie mostrandole sotto forrna di graffi o sfregi. Esattarnente come la nostra epidermide. Ciò fa si che gli oggetti prodotti con questo rnateriale siano compagni di viaggio aafidabili, colloquiali e duraturi: ci ricordano, una volta invecchiati, delle avventure vissute e del tempo trascorso insieme..

Marginali, Iconografie delle culture alternative

20/01/13

I fratelli Mitchell

 photo 191742_zpsd42d5dc0.jpgQuando si fà riferimento alla cinematografia pornografica il nome che ricorre per primo è forse quello di Larry Flint, editore e cineasta, combattente di innumerevoli e imponenti battaglie riguardanti la legislazione della pornografia negli Stati Uniti, la libertà di espressione e costretto a difendersi dalle accuse di oscenità in svariati processi. La sua storia è raccontata brillantemente da  Miloš Forman, nel film  Larry Flynt oltre lo scandalo, con Woody Harrelson (Flynt) e Courtney Love.

Minor successo ebbe invece Rated X, interpretato dai fratelli Charlie Sheen e Emilio Estevez,  con Estevez anche alla regia, sulla vicenda dei fratelli Mitchell, i primi produttori di film pornografici, che diedero la spinta decisiva alla produzione della cinematografia porno e alla sua diffusione. Vicenda ben scritta in  Vietato ai Minori, di David McCumber (Sperling & Kupfer)

" ...tutto andò a rotoli molto in fretta. Karen sostiene che fu a causa delle droghe che Artie aveva cominciato a consumare per sostenere lo stress delle battaglie legali. L' ho riducevano a pezzi’, disse.
‘Detestava piu di ogni altra cosa mettersi un vestito. Quando doveva vestirsi per andare a un processo, tutti i giorni, diventava pazzo e per reazione si drogava. Iniziò col prendere funghi allucinogeni e non gli importava di recarsi in aula subito dopo averli mangiati. Pensava fosse divertente. E poi fumava marijuana. La coltivava personalmente. Non era raro per lui farsi dieci o venti spinelli al giorno, della migliore qualità. Poi incominciò con la cocaina ed era quella che lo sconvolgeva. Anche Jim faceva uso di coca, finché decise di andare sulla East Coast a disintossicarsi. Ne compravano a etti e la tenevano nell’armadio dell'archivio, sotto la lettera S, come stash, riserva. Credevano che fosse una droga d’élite, che non desse assuefazione né altre conseguenze’. Tutti gli amici concordano nel dire che Artie, che non era mai stato l’incarnazione della moderazione, aveva incominciato per molti versi a esagerare dopo essersi trasterito nella casa di campagna. ll problema è stabilire la ragione."

Dee Dee e i Ramones in Italia - 1980

 photo 182307_zps2d8bc46f.jpgHo recuperato quest'intervista da un vecchio numero di Popster .
E' il 1980 e i Ramones sono in tour per presentare End of the Century, il più che discusso album prodotto da Phil Spector, quello di Baby I love you, per capirci. La serie di concerti in Europa tocca anche l'Italia, e la capitale, con uno show tenuto a Castel S. Angelo. Dee Dee parla di tutto, e mette l'accento sui problemi di allora che sono oggi ancora attuali: la poco disponibilità di spazi adeguati (come i teatri inglesi..) in cui poter suonare, l'antipatia per le grandi arene, il conformismo dei media. Con la consueta semplicità (la politica, i comunisti, l'Inghilterra..) e qualche bugia. Come quella sulla droga, o sul giudizio su End of the Century, disco che qualche anno dopo, lui e Johnny rinnegarono fermamente.
 Sulla scena era il più scatenato. Fuori il più sincero. Con un secco One-two-three-four scandito alla fine di ogni brano, trascinava il gruppo in una cavalcata continua. Ha iniziato strimpellando una Eko che sua madre gli ha poi gettato dalla finestra. Amava tantissimo il proprio pubblico, del quale non ha mai avuto paura. Possedeva tutti i requisiti per dare il massimo sul palco, e gli mancavano tutti i requisiti per rendere decentemente al tavolo di una conferenza  stampa. Preferiva dialogare con  diecimila kids, piuttosto che con una muta ululante di giornasti. E' per questo che rifiutava tutte le interviste che gli chiedevano. E poi per quelle bastava  capo Johnny o il vice capo Joey, ufficiali della band. Forse è per questo che era costretto a rifiutare le interviste.

17/01/13

The Ghostmaker

da Hollywood: «The Ghostmaker», film indipendente del regista, sceneggiatore e illustratore di origine italiana Mauro Borelli. Noi l'abbiamo visto e molto apprezzato in.. "anteprima".
Sotto, una bella recensione di  FILIPPO BRUNAMONTI  per Alias


Come fare quattro passi nell’aldilà  

Con primordiali giochi d'ombra e l'esecuzione balcanica del tempo, Mauro Borrelli, regista / sceneggiatore/illustratore, rischiara la paura (e, di rimando, il senso) della morte. Prorompe nella realtà con il sovrannaturale, schierando aghi e punture dello sguardo là dove il deserto dell'industria americana un tempo (anni Settanta/Ottanta) sognò alieni, stelle e almanacchi. L'autore, di origine italiana, ha sparpagliato talento e ingegno a Hollywood, dapprima come illustratore concettuale per Tim Burton (Sleepy Hollow), Jan De Bont (The Haunting), Bernardo Bertolucci (Il piccolo Buddha) e Terry Gilliam (Le avventure del barone di Münchausen), poi come autore di successo, apprezzato anche da Ang Lee e Gore Verbinski; il debutto al lungometraggio, Goodbye Casanova, ha inaugurato la seconda edizione del Los Angeles Italian film Awards presso l'Egyptian Theatre. La nuova pellicola indipendente The Ghostmaker (titolo originale: Box of Shadows) è già stata venduta in Germania; in Italia uscirà grazie ad una distribuzione indipendente, e così probabilmente in Francia. Somiglia un po' all'Aràk, bevanda alcolica asiatica di riso e frutta, rinvigorente, lisergica, ma con qualche controindicazione per lo spirito. La storia - un ragazzo che recupera una bara del XV secolo congegnata dall'Artigiano del Diavolo in persona - ha il dono di alterare le proporzioni universali della percezione. Perché il feretro, a metà tra oggetto d'antiquariato Hammer e cubofuturismo, cela al suo interno un'anima, perfetto meccanismo ad orologeria in grado di far provare all'ospite, vivo, l'esperienza del trapasso. Febbrile inquietudine seguita da curiosità: il distacco dell'anima dal corpo, la sensazione del «farsi fantasma» e scivolare nel nulla - tormentando, spiando, amando il prossimo tuo come te stesso. È questa la saliva del film. Chi abusa del macchinario infernale, perde letteralmente l'anima.

15/01/13

'Così torturavamo i brigatisti'


di Pier Vittorio Buffa, l'Espresso

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foto repubblica
Usare ogni mezzo per far parlare i terroristi: era il 1982 quando l'Espresso deunciò le sevizie ai responsabili per il sequestro Dozier. All'epoca il nostro cronista fu smentito e arrestato. Oggi il commissario di polizia Savatore Genova conferma tutto: 'Ero tra i responsabili, e ricevemmo il via libera per botte e sevizie"

Enrico Triaca: "Sì, sono anche io responsabile di quelle torture. Ho usato le maniere forti con i detenuti, ho usato violenza a persone affidate alla mia custodia. E, inoltre, non ho fatto quello che sarebbe stato giusto fare. Arrestare i miei colleghi che le compivano. Dovevamo arrestarci l'un con l'altro, questo dovevamo fare".

13/01/13

Eduard Limonov in Italia (Lido di Ostia)

Tra altri popoli spesso vengono ad abitare i falliti. Questa grande e coraggiosa tribù è infatti dispersa in tutto il mondo. Nei paesi anglofoni sono chiamati abitualmente loosers-cioe', perdenti. Questa tribù è assai più numerosa degli ebrei, e non meno audace e intraprendente. Non le manca la pazienza: a volte per tutta la vita si nutre solo di speranze.. Bisogna sottolineare un tratto particolare: gli uomini e le donne di questa tribù, una volta raggiunto il successo, facilmente ripudiano gli altri del gruppo, fanno propri i costumi e i modi di quel popolo, in seno al quale hanno raggiunto il successo, e non resta alcuna traccia della loro trascorsa appartenenza alla gloriosa genia dei falliti..
Enciclopedia Britannica
 
"E poi all'improvviso ti svegli in una vita tua e non tua, indossando un abito Pierre Cardin, un mitra nella mano destra.."

CONSIGLI DEL DOTTOR LIMONOV PER GIOVANI AMBIZIOSI
Il primo obiettivo di un individuo che vuole diventare un personaggio "importante" è non obbedire alle tradizioni culturali della gente "semplice". Se guardo le foto di classe con tutti i miei compagni, quando abbiamo preso il diploma, mi viene da pensare..perché'? Perché' i miei compagni non hanno fatto qualcosa di grande? Dire che fossero stupidi o senza talento sarebbe distorcere la verità. Non sono nemmeno stati raggiunti dalla prosperità. Nessun criminale, nessun assassino, solo folla qualunque. Così, se mi venisse chiesta la formula per diventare una persona importante citerei innanzitutto l’abilità di assumersi dei rischi. L’abilità perfetta nel prendere di volta in volta un rischio..Poi aggiungerei alla formula l'assoluto disprezzo per le tradizioni culturali. E cos'altro?

Penso che la fortuna sia una questione di organizzazione della vita. Uno che sogna di diventare un uomo importante deve anche essere determinato e crudele, come un lupo. Nella sua vita deve far scoppiare tutti i casini che può. Io farei scoppiare questo cazzo di pianeta, se riuscissi ad avvicinarmi a una bomba atomica o a qualche altro congegno del genere. E allora, che senso ha andare avanti in questa esistenza molle come una merda? Qualcuno dovrebbe fermate tutto. E così quel qualcuno diventerebbe definitivamente grande. L'ultimo eroe dell’umanità..

(Eduard Limonov in Italia)

MAR MEDITERRANEO - OSTIA

Avevo una gran fame. Delle 122.000 lire che ci pagava il fondo Toistoj, la signora Francesca ce ne succhiava 60.000 per una fredda celletta in casa sua. Gli ebrei dicevano che a Ostia gli appartamenti costavano molto meno. Un giorno ci siamo decisi e siamo andati in autobus a Ostia.
Abbiamo trovato l'indirizzo. Mentre lo cercavamo, almeno tre volte sono stato sul punto di tirar cazzotti. Elena con 1e sue lunghe gambe aveva un cornpletino con la gonna corta, e gli italiani di sesso maschile ci urtavano, fischiavano, si aveva l'impressione che da un momento all’altro ci dovessero saltare addosso. Un giovanotto occhialuto con i capeili lunghi come me evidentemente non li spaventava troppo. La terra a Ostia sembrava calva. L’erba ci cresceva male, per questo il terreno aveva l'aspetto di un cranio spelacchiato. Probabilmente quando pioveva si formava un gran pantano e poi la melma si riasciugava alla rinfusa, inglobando, come se fosse cemento, mattoni, tavole, pezzi di ferro arrugginito. In realtà a Ostia non sembrava di stare all’estero, non aiutavano neppure le
insegne in italiano, più che altro assomigliava a Saltovskij, i1villaggio della mia infanzia. Forse anche perché eravamo entrati non dalla porta principale, la stazione, la piazza del municipio, ma dalla porta di servizio, più comoda e veloce, come ci avevano spiegato gli “ebrei”. Cosi chiamavamo gli emigranti, ed era vero, perché verso la fine del 1974 in Italia non c’erano altri emigranti all'infuori degli ebrei. E di noi due.
La questione dell'appartarnento l'abbiamo risolta in fretta. Abbiamo fatto il giro delle camere, dove gli ebrei, uomini, donne e bambini se ne stavano stesi sui letti come trichechi. Stavano stesi ad aspettare che gli rilasciassero il visto per gii Stati Uniti o per il Canada. Temendo che non glielo dessero. Gli ebrei odoravano di paura, povertà, attesa. Chi non dormiva, masticava. Ci hanno fatto vedere la camera, uguale alle altre, che avremmo potuto occupare noi. Costava la metà della nostra stanza di Roma, ma per entrarci si doveva passare per una camera dove abitava una grande famiglia. O per lo meno c’erano molti letti.

<E se devo fare pipi?> ha chiesto Elena.
<<Potete comprarvi un vaso da notte>> ci ha consigliato la ragazza grassa e bionda che ci faceva strada, la stessa che ci aveva dato l'idea di Ostia. Studiava inglese assieme a noi in una scuola proprio sulla riva del Tevere. Era chiaro che la camera non l'avremmo presa, troppo sconfortante la visione di tanti ebrei ammucchiati. E poi Ostia decisamente non ci era piaciuta. Appariva del tutto inspiegabile come una cittadina tanto lercia potesse aver svolto la funzione di porto della Grande Roma.
Ce ne siamo andati, dopo esserci messi d’accordo che saremmo tornati la settimana dopo, pregandoli di tenerci la camera: sapevamo perfettamente che non saremmo venuti, ma mentivamo per gentilezza. Isaak Krasnov e la sua famiglia, e persino i due abissini operai in una fabbrica di conserve, nostri coinquilini nell'appartamento vicino alla stazione Termini, erano persone interessanti in confronto a quella mandria oppressa di trichechi. In strada Elena si e accesa una sigaretta.
<Uno schifo di posto> ha detto nervosa. In realta era stata lei a volerci venire. Si lamentava tutto il tempo di come si viveva male nell'appartamento puzzolente della signora Francesca.
<<A mettere insieme tanta gente povera e nervosa, cosa ti aspettavi>> ho riassunto io.
<<Andiamo almeno a dare un’occhiata al tanto decantato mar Mediterraneo>>
<Il mare?> ho chiesto a un ragazzino orrendo, del tutto in tono con il paesaggio. Il ragazzino ha puntato il dito verso la rete di una recinzione e li ci siamo diretti. Finalmente siamo sbucati su una striscia di sabbia sporca. Nella sabbia avevano piantato delle porte da calcio, e cinque o sei monelli malmessi si passavano pigramente la palla.
<<Perché qua sono tutti cosi brutti e storti? — Ha chiesto Elena. — A Roma la gente é bella.>>
<Si, — ho detto io - non brillano per bellezza.>
Abbiamo attraversato il campo di sabbia e dietro abbiamo trovato una timida distesa di acqua grigia.
<<E sarebbe questo il tanto decantato Mediterraneo, quello che solcavano le triremi?>>ha chiesto Elena. <Si, — ho risposto io — non si è rivelato all’altezza.>
Una volta un’amica di Marja Nikolaevna Izergina, che aveva vissuto all’estero con il marito diplomatico, ci aveva detto che Koktebel’, e in generale tutta la Crimea, era molto più bella della tanto celebrata Italia. Molto più bella del golfo di Genova. Ci siamo seduti e, questa volta, ad accendere una sigaretta sono stato io. Il mare era a cinquanta metri da noi. L’acqua era bassa e ci sguazzavano barattoli arrugginiti, alcune bottiglie, altra robaccia.
<<E dov’è il porto?>> mi fa Elena.
<Tutto fa pensare che occorra anclare a destra. Andiamo?>
<<No, — ha risposto lei — già mi sono scorticata i piedi abbastanza. E poi non ne ho voglia.>>
<Ma quale porto ci può essere con un’acqua così bassa? C’è qualcosa che non mi convince con questa storia del porto di Roma. Può darsi che non fosse Ostia il porto di Roma?>
<<Forse il porto era Roma stessa e poi l’acqua si é ritirata?>>
ha osservato Elena.
<Come ha fatto in duemila anni a ritirarsi a questo modo? Ci vogliono intere ere geologiche per processi del genere. Venezia sprofonda, ma mica di metri all’anno. .. Hai mai notato che alcune rovine sembrano più giovani di quel che sono?>
<<E per via del marmo. Al marmo non può succedere nulla.>>
<<Per me contano balle sull’età delle loro città, gli italiani. La alzano apposta, cosi è più prestigioso.>>
Mi sono arrischiato a togliermi le scarpe e a bagnarmi i piedi nell'acqua grigia del mar Mediterraneo. Avrei anche potuto farmi il bagno, non era cosi freddo. Ma non mi è venuta voglia, perché il mare non mi piaceva. Ce ne siamo andati e non siamo mai più tornati a Ostia. L’anno dopo, nell’autunno del 1975, a New York ho letto sul giornale che in una radura desolata di Ostia era stato ucciso Pier Paolo Pasolini. Dalla dettagliata descrizione ho capito che erano esattamente i posti dove eravamo stati io ed Elena.
Le mie osservazioni sulla giovinezza delle antichità italiane e sull’inadeguatezza di un misero porto senza fondale come Ostia alla Grande Roma dell’ antichità mi sono tornate in mente a Mosca all'inizio degli anni Novanta, quando ho letto il lavoro dei professori Nosov e Fomenko intitolato Nuova cronologia della Russia, dell'Inghilterra e di Roma. Vi si sostiene che Roma è molto meno antica di quanto si creda e che la vera capitale dell’Impero romano è sempre stata Costantinopoli. ll destino ha deciso che già da vent'anni Elena viva nella Città eterna. Suo marito è morto, lasciandole il titolo di contessa e la figlia Anastasija.

Eduard Limonov, Libro dell'Acqua - Alet

Eduard Limonov, nato in Russia (Dzerzinsk) come Eduard Savenko. Il primo scrittore dell'epoca postsovietica incarcerato per motivi d'opinione. Ribelle, eccentrico, piantagrane, sempre controcorrente.  Mai smentita la sua fede bolscevica (sottolineata nel libro La nostra era una grande epoca..), Limonov ci suggerisce che al posto dell'Unione Sovietica ci sono oggi pseudo democrazie e una serie esplicite di dittature: la Russia come palestra di nuovi esperimenti di cattura di consenso, totale asservimento dei mezzi di comunicazione di massa, e degli elettori ai mezzi di comunicazione di massa,  meccanismo esportabile in tempi stretti anche alle democrazie occidentali e frutto del matrimonio tra il capillare controllo sociale (esercitato dai servizi segreti) e il Grande Fratello televisivo. In questo quadro sorprende la contaminazione degli estremismi di destra e di sinistra, che coinvolge un intera galassia rosso-bruna di cui il partito Nazionalbolscevico di Limonov è una piccola avanguardia. Un esigua truppa di esagitati, giovani e ragazzotti in maggioranza  punk, anarchici, nazionalisti..

Famiglia semplice, infanzia difficile in quartieri di frontiera, tra alcol e piccoli furti. Si trasferisce a Mosca, scrive poesie e racconti. Nel 74 ottiene un difficilissimo permesso di espatrio: Austria, Italia, Francia, dove seppur senza un soldo frequenta personaggi famosi, e sempre più insiste nello scrivere e pubblicare. Si sposta poi a New York dove sopravvive con lavori umili e saltuari (lavapiatti, maggiordomo, muratore..) In America la moglie Elena lo abbandona per un altro, intensifica la sua vita bohemien,tante donne, e mille esperienze che diventeranno storie per i suoi scritti. Finalmente nel 80 viene pubblicato in Francia Io sono Edicka. Un successo quasi immediato, tradotto in 15 lingue. Poi, Diario di un fallito, l'opera più dura verso la società occidentale, e americana in particolare.


12/01/13

Andati

Non ci piacciono i necrologi, e neanche quel fastidioso rito del R.I.P,  che si consuma sui social network . Ma davvero l'anno appena passato ci ha portato via una quantità di personaggi che hanno molto influito sulla nostra cultura e che più di tutti  hanno lasciato  qualcosa di importante. Mancherà sicuramente qualcuno, è sempre difficile fare liste, ricordare tutti.




Etta James, Gennaio - 73 anni
Regina del rhythm and blues e stella della Chess Records di Chicago. 'Meticcia', madre di colore e padre bianco, è stata stroncata dalla leucemia e, secondo i sanitari, anche dagli stravizi, le troppe droghe in gioventù che ne avevano minato l'organismo. Bellissima l'interpretazione di Beyonce, che impersona Etta nel delizioso Cadillac Records,  film del 2008 scritto e diretto da Darnell Martin, che ripercorre l'ascesa e il declino della Chess Records, casa discografica  fondata da Leonard Chess,(interpretato da un bravissimo Adrien Brody) che tra gli anni cinquanta e sessanta portò al successo  molti artisti di blues, ma anche del soul e R&B, segnando un'epoca.

Wislawa Szymborska, Febbraio - 88 anni
Polacca, Nobel per la letteratura 2006.

Il gatto in un appartamento vuoto

"Morire questo a un gatto non si fa. Perché cosa può fare il gatto in un appartamento vuoto?
Arrampicarsi sulle pareti. Strofinarsi tra i mobili. Qui niente sembra cambiato, eppure tutto è mutato.

Niente sembra spostato, eppure tutto è fuori posto. E la sera la lampada non brilla più.
Si sentono passi sulle scale, ma non sono quelli. Anche la mano che mette il pesce nel piattino non è quella di prima.

Qualcosa qui non comincia alla sua solita ora. Qualcosa qui non accade come dovrebbe.
Qui c'era qualcuno, c'era, e poi d'un tratto è scomparso, e si ostina a non esserci.

In ogni armadio si è guardato. Sui ripiani è corso. Sotto il tappeto si è controllato.
Si è perfino infranto il divieto di sparpagliare le carte.

Cos'altro si può fare. Aspettare e dormire.
Che provi solo a tornare, che si faccia vedere.

Imparerà allora che con un gatto così non si fa. Gli si andrà incontro come se proprio non se ne avesse voglia, pian pianino, su zampe molto offese.

E all'inizio niente salti né squittii."


Lawrence Anthony, marzo - 61 anni
Veterinario, sudafricano, una vita spesa nella difesa degli animali in Africa. Sotto i bombardamenti, a Bagdad, riuscì a salvare 35 dei 600 animali dello zoo della città, ormai ridotta a un cumulo di macerie.


Jon Lord, luglio - 71 anni
Era stato musicista di studio, session man e arrangiatore, prima di formare i Deep Purple con Ritchie Blackmore. Il suono del suo organo Hammond, che amplificava con il Marshall (amplificatore per chitarre) , era il marchio di fabbrica della band che dominò per anni la scena hard rock mondiale, e i duetti dal vivo con la chitarra di Blackmore sono nella storia, fissati in Made in Japan e Made in Europe.  In un bellissimo documentario raccontò delle liti furibonde tra Blackmore e Ian Gillan e i suoi (vani) tentativi di mettere pace tra i due. Ha collaborato poi con tutte le band parallele ai Purple: Whitesnake, Rainbow. Respect

Davy Jones, febbraio - 66 anni
Ex fantino che aveva calcato le scene di Broadway, fu scelto tra gli oltre 500 che si presentarono alle selezioni per un posto di cantante dei Monkees, forse il primo gruppo costruito completamente a tavolino, con la formula 'prima l'immagine, i personaggi, poi la musica adatta al loro aspetto. Con i Monkees, Davy collezionòò 29 dischi d'oro, prodezza riuscita all'epoca solo ai Beatles, con singoli rimasti nella storia come I'm a Believer, A Little Bit Me.. Aneddoti: Davy portòò Jimi Hendrix negli Usa per la sua prima tournè e finanziòò insieme al gruppo addirittura Easy Rider di Dennid Hopper.


Moebius, marzo - 74 anni
Pseudonimo di Jean Giraud, disegnatore visionario e seducente. Mobius era un astronomo e matematico tedesco dell'ottocento, a cui Giraud s’ispira. Protagonista assoluto di quella stagione irripetibile del fumetto francese negli anni '70, disegna Il tenente Blueberry, scritto da J. M. Charlier, che gli da la fama. Creatore di universi e mondi infiniti, fuori dal tempo e dallo spazio, è tra i fondatori di Metal Hurlant, rivista di culto e avanguardia dell'arte figurativa che sconvolgerà l'intero panorama del fumetto tra gli anni '70 e '80. Appassionato di fantascienza le sue storie sono impregnate di elementi onirici, con continui riferimenti alla magia: per lungo tempo in Messico, sulle tracce del mondo di Carlos Castaneda, non ha mai nascosto di aver fatto uso di droghe, .."che hanno condizionato la mia attivitàà creativa, sconvolgendo la mia percezione creativa..".

Antonio Tabucchi, marzo - 68 anni
Dal Portogallo, dove si era rifugiato in un esilio volontario e che aveva eretto a luogo di resistenza, spediva le sue invettive e denunce contro il degrado della politica italiana. Chi non ha letto Sostiene Pereira?

Rosario Bentivegna, aprile - 80 anni
Il partigiano Paolo, gappista vero incubo dei nazisti durante l'occupazione a Roma. Protagonista dell'attentato di via Rasella, ancora oggi c'è gente come Storace che difende l'infame rappresaglia consumata alle Fosse Ardeatine.

Nora Ephron, giugno - 71 anni
Giornalista, scrittrice, regista, blogger. Progressista, sempre attiva nella difesa dei diritti civili e delle donne in America, era stata sposata con Carl Bernstein, con Bob Woodward portò alla luce il Watergate. Harry ti presento Sally, Silkwood (oscar 1984, sulla scomparsa di un sindacalista in un impianto nucleare), C' é posta per te, i suoi maggiori film di successo.

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Gore Vidal, luglio - 77 anni
Lo scrittore Dandy per eccellenza. Membro di una grande e ricca famiglia del sud, che lo voleva politico come il nonno Thomas, decise di seguire la sua vocazione di scrittore, pur non abbandonando gli ambienti politici legati alla Casa Bianca, che descrisse ferocemente in alcuni dei suoi libri piùù famosi: L'età dell'oro, Impero, Hollywood, Le menzogne dell'impero e altre tristi veritàà. Le sue furono vere e proprie denunce sulle falsificazioni della veritàà operate dalla politica, accompagnate però dagli inviti a non subire passivamente le rappresentazioni che il potere confeziona a scapito dei cittadini, ridotti a sudditi inconsapevoli e uno dei primi a metterci in guardia contro il legame tra la politica e i grandi gruppi industriali. "La storia sarebbe una gran bella cosa, se solo fosse vera.."


Michael Davis, febbraio - 68 anni
Bassista degli MC5, gruppo"eretico" di giovani arrabbiati messo su da John Sinclair alla fine degli anni '60. Si è distinto negli ultimi anni come fondatore di  fondazioni no profit a sostegno dell'educazione musicale nelle scuole pubbliche.

Tomas Borge, aprile - 81 anni
Uno dei fondatori del Fronte Sandinista che cacciò il dittatore Somoza in Nicaragua nel 79. Da guerrigliero grande stratega, poi, temuto e rispettato ministro dell'interno per 11 anni. Si auto definiva "sentinella dell'allegria del popolo".

Ray Bradbury, giugno - 92 anni
Devo ringraziare Walter "Uolter" Veltroni, che da direttore de l'Unità pubblicòò (dando il via alla moda dei gadget da affiancare ai quotidiani) una collana , L'ABC della fantascienza, che comprendeva tutti i maggiori romanzi e racconti di Bradbury. Non il mio preferito, in verità, ma Fahrenheit 451 e Cronache Marziane restano due romanzi eccezionali. Autore molto discusso, amato e disprezzato per vari motivi, ottenne forse una definitiva "sdoganatura" mainstream da parte di Stephen King, che oltre ad essere un grande scrittore è anche un grande critico del genere:" Quando Dio fece Ray Bradbury, poi gettò via lo stampo.."

Ernest Borgnine, luglio - 95 anni
Da bambino, il ghigno e l' espressione arcigna mi facevano un pò paura. Poi, Marty, Vita di un timido, Da quì all'eternità, fino al grandioso Il Mucchio Selvaggio di Sam Peckinpah (uno dei primi tra i 10 film della vita). Una miriade di grandi interpretazioni e grandi film, fino all'omaggio di Carpi, città da cui emigrarono suoi genitori.

Roberto Roversi, settembre - 89 anni
Poeta schivo e solitario, era stato partigiano in Giustizia e Libertà. Poi, con Pasolini fondatore de L'Officina, rivista letteraria che oltre a ospitare scrittori e poeti illustri, fu anche veicolo forte di denuncia sociale e rabbia politica. Collaborò con un altro grande di Bologna scomparso a Marzo, Lucio Dalla. Proprietario e animatore di una grande e ricca libreria (una delle poche subito dopo la guerra) a Bologna, sosteneva che di notte, i libri parlassero tra loro.. Nel '77 fu direttore e firma di Lotta Continua. Una vita dalla parte della ribellione.

Renato Nicolini, agosto - 70 anni
L'uomo che mi fece innamorare della capitale. Le sue estati effimere segnarono il decennio dal '75 al '85, con musica, cinema e teatro nelle strade e nelle piazze, in una città che non ha mai più replicato una così entusiasmante stagione. Con lui, tutti i poeti e scrittori Beat al festival di Castelporziano, nonostante l'avversione del suo partito, il Pci.

Carlo Rambaldi, agosto - 86 anni
Artista, pittore, scultore. Pluripremiato con tre Oscar: creatore di King Kong, E.T. e tanti altri, fino alla gelida e mostruosa creatura dello spazio, per l'inarrivabile e imitatissimo Alien di Ridley Scott.

Neil Armstrong, agosto - 82 anni
Del primo uomo che mise piede sulla luna si è detto e scritto già tutto. "Quando passeggiate in una notte limpida e osservate la luna, pensate a Neil Armstrong e fategli l'occhiolino"..


Santiago Carrillo, settembre - 97 anni
Segretario dei comunisti spagnoli, cacciato dal paese dopo la vittoria dei fascisti di Franco, lo ricordo fiero e immobile, in piedi dentro il parlamento invaso dai militari durante il tentativo di golpe di Tejero. L'unico, con il sigaro in bocca, mentre tutti gli altri si rannicchiarono velocemente sotto gli scranni.



Sylvia Kristel, ottobre - 60
Un mito erotico per un’intera generazione. Per quelli come me, troppo piccoli all'epoca per vederla al cinema, rigorosamente vietato ai minori, si scatenò una vera caccia quando la saga di Emmanuelle transitò sulle prime tv libere. Olandese, riuscì a interpretare L'amante di Lady Chatterley, poi solo filmetti di serie B, e tanti problemi con alcol e droga.

Adam Yauch, maggio - 47 anni
Davvero una grande perdita. Musicista, rapper, attivista e regist. Co-fondatore dei Beasty Boys con lo pseudonimo di MCA, il più grande tra i gruppi rap 'bianco'. Impegnato per le campagne a favore del Tibet e contro la violenza sui minori. Il primo disco dei Beasty, Licensed to III, ascoltato sul walkman Sony tutto scorticato, mi dava la carica durante il viaggio in treno che tutte le mattine mi portava al mio primo vero posto lavoro...

Oscar Niemeyer, dicembre - 105 anni
"L'umanità ha bisogno di sogni per sopravvivere alle miserie di ogni giorno. La bellezza, che si manifesta in qualsiasi atto creativo, è il valore che conta piùù di ogni altra cosa".
Tutta la città di Brasilia è opera di questo grande architetto, anomalo nella sua idea di 'bellezza sociale' e anomalo comunista, convinto che avere la pancia piena non basta per realizzare una societàà veramente libera e solidale.

Boris Strugatskij, novembre - 79 anni
Scrittore russo di culto, conosciuto nella ristretta schiera degli amanti della fantascienza. Trenta libri, una laurea mancata in fisica: Picnic sul ciglio della strada  il suo romanzo più famoso scritto con il fratello Arkadij  nel 1972,  ancora modernissimo e attuale, per temi e stile. Fu però la trasposizione cinematografica di Stalker, di Andrej Tarkovskij, a farlo conoscere al "grande pubblico" della fantascienza.

Levon Helm, aprile - 72 anni
Batterista della Band, il gruppo.."capace di infiammare le folle parlando di Abramo Lincoln" e che contribuìì alla svolta nella carriera di Bob Dylan. Levon era l'unico americano tra quattro canadesi, e il suo stile funky s’integròò alla perfezione miscela di Rock e Blues di Robbie Robertson e soci.

Eric Hobsbawm, ottobre - 95 anni
Eric Hobsbawm, uno dei più grandi storici del '900, per il quale conio' la felice definizione del "secolo breve". Sempre fedele alla sua impostazione marxista, restò legato al partito comunista britannico anche dopo l'invasione dell'Ungheria nel 1956, scelta che gli costò non poche critiche. Anni più tardi spiegò di"non aver mai cercato di sminuire le atrocità che avvenivano nella russia sovietica" ma di aver creduto nel sogno comunista di "dar vita a un nuovo mondo....".
Credo che non dovrebbero mancare sui nostri scaffali libri come  "Il secolo breve", "Ribelli. Forme primitive di rivolta sociale"..

Ravi Shankar, dicembre - 92 anni
Ravi Shankar, leggendario sitarista e compositore Ambasciatore musicale dell'India e un fenomeno singolare nel mondo della musica classica di Oriente e Occidente.Come esecutore, compositore, insegnante e scrittore, ha fatto di più per la musica indiana rispetto a qualsiasi altro musicista. Il suo è stato un lavoro pionieristico nel portare la musica indiana in Occidente.






David Bowie, il ritorno

David Bowie, il ritorno a sorpresa (su Internet). Dopo dieci anni di assenza, il ritorno in punta di piedi, con un pezzo non facile, si trasforma in 12 ore in una valanga mediatica per il Duca Bianco Era fermo da dieci anni. Un lasso di tempo che nel mondo del pop ormai equivale a tre carriere sommate. Improvvisamente, la mattina dell'8 gennaio (il giorno del suo compleanno e di quello di Elvis Presley) David Bowie esce con un nuovo singolo e un nuovo video. Esce senza preavvisi e senza annunci. Senza snippet e senza teaser. Esce con un pezzo secco e di una malinconia straziante intitolato Where are we now, dove siamo adesso?

La canzone è accompagnata da un video firmato dall'artista newyorchese Tony Oursler, vecchio amico di Bowie e famoso per i suoi pupazzi su cui vengono proiettati volti umani con effetti disturbanti. Nel video, la faccia di Bowie è proiettata su una delle due teste di un bambolotto mostruosamente bicefalo. Sull'altra, una donna, una sua gemella siamese, sembra ascoltarlo rassegnata. La canzone parla di una passeggiata da sonnambulo per una Berlino che sembra solo una quinta teatrale per questo " man lost in time". Non è più la Berlino in cui l'artista aveva pensato i dischi della famosa trilogia (Heroes, Low e Lodger) e neanche la Berlino festosa del crollo del muro. Il pupazzo prende vita nello studio di un artista, pieno di oggetti, sia strumenti di lavoro che bizzarri objet trouvé. Sembra un cantiere creativo in via di smantellamento.
A dare ancora di più il senso dello straniamento, la camera di Oursler si allarga e mostra il vero David Bowie che, pensoso, osserva l'ologramma di se stesso. Accanto a lui, roba accatastata alla rinfusa e un grande sacco di tela con la scritta rossa e stridente " Thank You For Shopping With Us". Un addio di sapore warholiano al mondo del pop? Le letture, anche le più fantasiose e le più sofisticate, si affastellano nei tweet dei fan.

La mattina dell'8 gennaio emerge anche la copertina del nuovo album di Bowie, che uscirà l'11 marzo, pochi giorni prima della grande mostra che il Victoria & Albert Museum di Londra gli dedicherà. Ed è un altro shock: è la copertina del classico album Heroes (1977) con il volto di Bowie coperto da un quadrato bianco e la scritta " The Next Day", il giorno dopo. Il titolo del vecchio album, Heroes, è coperto da un segnaccio di pennarello nero. " Le vecchie foto su un disco significano solo Greatest Hits", spiega sul suo blog Jonathan Barnbrook, il designer della copertina: "Il senso è tutto nella scritta, The next day , che sopra alla copertina classica di Bowie ci fa riflettere sul fatto che la grande musica pop e rock è sempre del momento e cancella il suo stesso passato".

David Bowie ha già annunciato che non darà interviste e non farà date live per promuovere il nuovo album. Il lancio in sordina è stato comunque garanzia di esposizione mediatica massima, più di qualunque conferenza stampa: il primo tweet dall'account ufficiale di Bowie delle 6 del mattino è stato retwittato più di mille volte in poche ore e la notizia si è presto trasformata, da piccola palla di neve, a valanga mediatica. Una valanga che ha sommerso qualunque altro annuncio musicale. Ironia della sorte, proprio quello degli Suede, la band britpop forse più indebitata con David Bowie, che ha avuto la malaugurata idea di lanciare proprio oggi la notizia del nuovo album.

Wired





09/01/13

Un Eufemismo




E' vero che l'uomo è il peggior nemico di se stesso. Così come è anche il suo miglior amico.
Se combatti con un nemico interno, allora nessun nemico esterno avrà mai possibilità di vittoria

08/01/13

L'inesorabile declino del Cd. E la chiusura dei Virgin Store Francia

Nell'era del CD, con le sue minuscole copertine, 12x12 cm, è andata perduta la profondità espressiva delle copertine dei vinili (LP), che misuravano 31x31 cm. Questa è stata una tragedia per l'art direction, l'illustrazione, la fotografia. Dall'avvento del CD si è giovato (anche se non sempre) la qualità del suono, ma per la cover art il piccolo formato ha rappresentato ..il patibolo
 Ma i tempi cambiano, e se..


(di F. De Luca)
Se avete amato Disfunzioni Musicali o il mitico Nannucci col suo catalogo per corrispondenza, non vi sorprenderà sapere che acquistare un cd nuovo è ormai un’impresa più che ardua (provate a cercare in giro Lux di Brian Eno o Pecados e Milagros di Lila Downs e non cito nemmeno rarità africane o arabe). Non solo il covo di appassionati sotto casa o il grande negozio in centro hanno chiuso i battentima ormai solo le edicole e le grande catene multimediali nazionali (sebbene Fnac Italia, tra breve, sparirà, acquistata da un fondo d’investimento abile nel ristrutturare imprese buttando fuori i lavoratori) assicurano un minimo di distribuzione del prodotto fisico, soppiantato dall’exploit dei siti online e dell’offerta digitale. Una mutazione genetica in atto, col ritorno in grande stile del singolo, da acquistare a meno di un euro (e poi poterselo passare su tablet, pc, lettore mp3, auto).

La grande rivoluzione digitale che ha travolto l’universo delle sette note oltre dieci anni fa ha ormai compiuto il suo cammino, tanto che persino nelmercato musicale italiano un terzo dei ricavi provengono da file comprati e scaricati (nei Paesi leader sul fronte della musica «liquida», Stati uniti e Corea, la percentuale supera ormai il 60 per cento). Il mese scorso un popolare magazine inglese ha pubblicato un lungo servizio sul cd, «il formato indistruttibile che rifiuta di morire», sostenendo che quel dischetto di plastica, con la sua economicità, facilità d’uso e disponibilità, continuerà ad andare avanti forse per 5 più probabilmente ancora per 7 anni. Il 2020 è già una meta, una dead line fissata per le poche industrie europee produttrici di compact. E così anche le truffe si organizzano meglio. Tanti anni fa si copiava il disco su audiocassetta e si scrivevano titoli e note sul foglietto della custodia. Oggi la gran parte delle canzoni preferite si cercano, si scoltano e si canticchiano sullo schermo del pc o della tv. Poche settimane fa Youtube ha denunciato l’imbroglio dei falsi click ossia alcuni siti internet che gonfiavano «artificialmente» la visualizzazione degli artisti sotto contratto con le grandi multinazionali, per aumentare le cifre da pagare a Warner,Sony e compagnia. Forse non tutti ricordano che un accordo siglato tra Google (proprietaria di Youtube)e le multinazionali della musica per l’utilizzo dei videoclip, ha sancito una percentuale che il gigante di Mountain View (dal grande fatturato pubblicitario) deve versare alle etichette che detengono i diritti degli artisti,percentuale legata al numero di visualizzazioni (c’è un algoritmo astruso, una sorta di clickometro, tutto digitale). Intanto la Bbc minaccia di mettere a disposizione degli utenti professionali, gratuitamente, dalla prossima primavera (e progressivamente anche degli altri fruitori, il normale pubblico di casa), il suo immenso archivio sonoro quindi non solo e non tanto le registrazione live di Frank Zappa, Kurt Cobain, Linton Kwesi Johnson o i Beatles quanto i discorsi di Churchill e i programmi del dee jay John Peel, esibizioni classiche alla Royal Albert Hall e registrazioni di importanti fatti di cronaca in un database davvero terminato, in via di completa digitalizzazione. Insomma si potrà passare dal discorso di Martin Luther King alle Nazioni Unite al brano dei tostissimi rapper che l’hanno campionato, sezionato e riassemblato. E si potrà imparare più facilmente l’uso di strumenti musicali, con programmi didattici personalizzati,selezionabili e con differenti gradi di difficoltà. Insomma il filo di Arianna rischia di essere dimenticato e soppiantato dal file di Rihanna.


I 25 negozi Virgin ancora esistenti in Francia chiuderanno definitivamente. La notizia sarà confermata lunedì, nell’incontro con i sindacati convocato dalla direzione. Ma i mille dipendenti dei Virgin Megastore non si fanno illusioni: già a dicembre erano venuti a sapere che la direzione aveva annullato il contratto d’affitto del «più grande negozio di musica al mondo», sui Champs Elysées. Lo scorso fine settimana i principali negozi Virgin erano in sciopero. L’intersindacale del gruppo ha convocato per il 9 gennaio una nuovamanifestazione di fronte alMegastore Virgin dei Champs Elysées. I sindacati sperano in un «grande slancio» dei lavoratori e accusano la proprietà attuale di essere «la principale responsabile della situazione ». Eppure Virgin aveva tentato di diversificarsi per lottare contro il crollo di un mondo, contro la fine preannunciata dei negozi di prodotti culturali e multimedia a causa della concorrenza di Internet: anche Virgin aveva aperto un sito per scaricare musica, video e libri. Ma non ce l’ha fatta. Per Laurence Parisot, presidente del Medef (Confindustria francese), il molto probabile imminente annuncio del fallimento dei negozi Virgin è «una notizia tremenda». Per Parisot, «la crisi che attraversiamo non è solo economica, è un nuovo modello che sta nascendo e molti settori sono effettivamente colpiti». Prima dei Virgin Megastore, la crisi del settore aveva già colpito profondamente il principale concorrente, la Fnac. (....)

I Virgin Megastore francesi hanno mantenuto il nome «Virgin» ma non hanno più nulla a che vedere con il gruppo omonimo, attivo anche nella telefonia e negli aerei low cost, di proprietà del miliardario britannico Richard Branson. Branson ha ceduto i negozi Virgin francesi nel 2001 al gruppo Lagardère, ancora presieduto da Arnaud Lagardère, figlio di papà rampollo del fondatore, ma controllato ormai dal 2011 dal fondo sovrano del Qatar (Lagardère è ormai principalmente un gruppo di media, presente in una trentina di paesi, attivo nel settore dello sport, che conserva ancora una traccia dell’attività di origine, che era l’aeronautica,con una partecipazione del 7,5% in Eads, la casamadre di Airbus). Nel 2008, quando i Virgin Megastore in Francia erano ancora 34 e il fatturato superava i 400 milioni, Lagardère ha venduto il 75% dei negozi Virgin a Butler Capital Partners, conservandone soltanto il 20%. Oggi il fatturato è crollato (286 milioni di euro nel 2011) e nei due ultimi anni già 200 persone sono state licenziate. A metà dell’anno scorso, era stata nominata una nuova direzione, che si era impegnata a ristrutturare la catena di negozi, puntando a risparmiare con la riduzione degli spazi di vendita, giudicati troppo cari perché in genere situati in centro delle grandi città. Era stato fatto ricorso agli ammortizzatori sociali per i dipendenti.L’annuncio della fine era arrivato lo scorso dicembre, con la notizia dell’annullamento del contratto di affitto del Magastore dei Champs Elysées, dove il prezzo al metro quadro è alle stelle.Ma, paradosso non trascurabile, il più grande negozio dimusica del mondo ancora controllato al 20% dal gruppo Lagardère - a sua volta controllato dal Qatar – affittava gli spazi dei Champs Elysées dal Qatar, proprietario di molti immobili di prestigio a Parigi.Richard Branson prima di liberarsi dei Virgin Megastore in Francia aveva già venduto l’analoga catena di negozi di prodotti culturali e multimediali in Gran Bretagna. La vendita era avvenuta nel 2007 e la catena di Virgin Megastore britannica era fallita un anno dopo.In America del Nord i VirginMegastore avevano cominciato a chiudere già all’inizio del millennio 2000 (chiuso anche il megastore di Times Square a New York, che faceva concorrenza a quello dei Champs Elysées come «il più grande negozio di musica almondo »). In Francia, i Virgin Megastore hanno resistito 5 anni di più. Ma ormai stanno per crollare di fronte alla trasformazione radicale di questo settore, dove la distribuzione «fisica» di dischi, dvd, video è destinata a sparire, sostituita dall’immaterialità degli scambi su Internet.  

Anna Maria Merlo (il manifesto) PARIGI