07/08/13

Dispacci

"A Saigon andavo sempre a letto strafatto, cosi spesso mi perdevo i sogni, e tanto valeva probabilmente, tuffato nel profondo e nell’indistinto sotto quelle informazioni, riposa quel po’ che ti riesce, svegliati scippato di tutte le immagini tranne quelle che ricordavi dal giorno o dalla settimana prima, con nient’altro che il cattivo sapore di un brutto sogno in bocca, come se avessi masticato durante il sonno un rotolo di vecchi centesimi sporchi. Avevo osservato delle reclute addormentate che sparavano i REM da sotto le palpebre come raffiche nel buio, sono certo che a me accadeva lo stesso. Dicevano (io glielo domandavo) che nemmeno loro ricordavano cosa sognavano quando erano in zona d’operazione, ma in licenza o in ospedale i loro sogni diventavano costanti, aperti, violenti e chiari, come accadde a quell’uomo all’ospedale di Pleiku la notte che mi trovai li. Erano le tre del mattino, terrificante e sconvolgente come sentire una lingua per la prima volta e in qualche modo capirne ogni parola, la voce forte e sottile al tempo stesso, insistente, chiamava: <<Chi é? Chi é? Chi c’e nell’altra stanza?>>. C’era un’unica luce schermata sul tavolo in fondo alla corsia dove stavo seduto con l’inserviente. Riuscivo a vedere soltanto alcuni letti, i primi, era come se ce ne fossero centinaia che si rifugiavano nel buio, ma in realtà ce n’erano soltanto venti per fila. Dopo che l’uomo ebbe ripetuto alcune volte quel richiamo, il suo tono cambiò, Come se per un attimo la febbre fosse cessata, sembrava un bambino implorante. Vedevo accendersi delle sigarette in fondo alla corsia, brontolii e lamenti, feriti che ritornavano alla coscienza, al dolore, ma l’uomo che prima sognava continuò a dormire nonostante tutto... Quanto ai miei sogni, quelli che persi laggiù si sarebbero fatti strada più tardi, avrei dovuto saperlo, certe cose, è naturale, si limitano a seguirti finché non hanno attecchito. Sarebbe giunta la notte in cui sarebbero stati vividi e persistenti, la notte d’inizio di una lunga catena, allora avrei ricordato e mi sarei svegliato con il dubbio di non essere mai stato per davvero in nessuno di quei luoghi.."

"Il cafard (termine francese per indicare la malinconia..) di Saigon, un tormento, e non ci puoi fare niente tranne fumarti uno spino e stenderti un po’, svegliandoti nel tardo pomeriggio sui cuscini umidi, sentendo il vuoto del letto dietro di te mentre vai alla finestra a guardar giù nel Tu Do. Oppure stare li sdraiato a seguire le rotazioni del ventilatore sul soffitto, allungando la mano per prendere la grossa blatta posata sullo zippo in un disco giallo di catrame d’erba. C’erano delle mattine in cui lo facevo prima ancora di metter giù i piedi dal letto. Cara mamma, di nuovo strafatto. Sugli Altipiani, dove i Montagnard ti davano una libbra di erba leggendaria in cambio di una stecca di Salem, mi facevo con dei ragazzi della 43 fanteria. Uno di loro aveva lavorato per mesi alla sua pipa, stupendamente intagliata e dipinta di fiori e simboli di pace. Nel giro c’era un omettino sottile come un giunco che sorrideva sempre ma parlava a stento. Tiro fuori dallo zaino un sacchetto di plastica spessa e me lo porse. Era pieno di una roba che sembrava frutta secca in grossi pezzi. Ero fatto e affamato, ci misi quasi la mano dentro, ma aveva un peso che non mi convinceva. Gli altri soldati si scambiavano sguardi, alcuni divertiti, altri imbarazzati e persino rabbiosi. Una Volta qualcuno mi aveva detto che in Vietnam c’erano molte più orecchie che teste; solo informazioni. Quando glielo restituii stava ancora sorridendo, ma sembrava più triste di una scimmia. A Saigon e a Danang ci facevamo assieme e avevamo un serbatoio comune ben rifornito e custodito. Era inesauribile e Vivo di LURP, Seals , esploratori, istruttori di guerriglia dei Berretti Verdi, mutilatori insaziabili, stupratori scatenati, sparatori a bruciapelo, creatori di vedove altrui e bestemmiatori; classici tipi americani essenziali; <<occhi>>, isolators e apripista quasi fossero programmati geneticamente per farlo, al primo assaggio subito ne andavano matti, proprio come se lo sapessero già. Pensavi di essere separato e protetto, potevi viaggiare attraverso la guerra per cent’anni, un bagno in quel serbatoio poteva ancora valere un po’ del tuo equilibrio.

Tutti avevamo sentito parlare di quel soldato su in montagna che si stava <<costruendo il suo muso giallo>>, i pezzi erano il minore dei suoi problemi. A Chulai dei marine mi indicarono un uomo e giurarono su Dio di averlo visto infilzare un soldato nordvietnamita ferito con la baionetta e poi ripulirla ben bene con la lingua. Circolava una storia celebre: dei reporter domandarono a un mitragliere al portello: <<Come fai a sparare alle donne e ai bambini?>>, e quello rispose: <<E’ facile, non ci vuole mica tanto piombo>>. Be’, dicono che ti occorreva un po’ di senso dell’umorismo, ed ecco qua, ma persino i Vietcong ce l’avevano. Una volta, dopo un’imboscata in cui restarono uccisi un sacco di americani, disseminarono sul campo una miriade di copie della foto di un ennesimo giovane americano morto, che riportava ciclostilata sul retro la battuta; <<La sua radiografia ci e appena pervenuta dal laboratorio e riteniamo di sapere qual e il suo problema>>".

<<Voi soldati non fate il saluto agli ufficiali?>> <<Non siamo soldati>> disse Page. <<Siamo corrispondenti.>> Quando il comandante udì questo, gli venne l’idea di improvvisare per noi un’operazione spontanea, di mobilitare l’intera brigata e far ammazzare un po’ di gente. Fummo costretti ad andarcene con il primo elicottero per impedirgli di procedere: incredibile cosa non farebbero alcuni di loro per un po’ di inchiostro. A Page piaceva ornare la sua tenuta da campo con accessori bizzarri, sciarpe e perline; in più era inglese, i ragazzi lo guardavano con tanto d’occhi come se fosse appena venuto gin da Marte. Sean Flynn (figlio di Errol, n.d.r.) poteva essere bello in un modo incredibile, persino più di quanto lo fosse suo padre Errol trent’anni prima nella parte di Capitan Blood, ma talvolta somigliava più ad Artaud reduce da qualche allucinante viaggio alla Cuore di Tenebra, sovraccarico di informazioni, di input! L’input! Emanava un odoraccio di sudore e se ne stava seduto per ore, pettinandosi i baffi con la lama seghettata del suo coltello dell’esercito svizzero. Mettevamo nel bagaglio erba e nastri: Have You Seen Your Mother, Baby, Standing in the Shadows, Best of Animals, Strange Days, Purple Haze, Archie Bell and the Drells, “C’mon Now Everybody, Do the Tighten Up. ”. Di tanto in tanto prendevamo un elicottero che ci portava dritti in qualche inferno dei più profondi, ma era un periodo tranquillo della guerra, il più delle volte erano zone di atterraggio e accampamenti, truppa che ciondolava in giro, facce, storie. <<La Cosa migliore è proprio continuare a muoversi>> ci disse uno di loro. <<Continuare a muoversi, restare in movimento, sapete cosa voglio dire?>> Sapevamo. Era abbonato a vivere come bersaglio mobile, un autentico figlio della guerra, perché, tranne quelle rare volte che si finiva bloccati o inguaiati da qualche parte, il sistema era congegnato in modo da tenerti mobile, se era questo che volevi. Come tecnica per restare vivi sembrava piuttosto sensata, sempre che, naturalmente, tu fossi li tanto per cominciare e volessi vedere da vicino; all’inizio la cosa filava via liscia e dritta, ma andando avanti formava un cono, perché più ti muovevi, più vedevi, più vedevi, più cose rischiavi oltre alla morte e alle mutilazioni, e più rischiavi tutto questo e più un giorno avresti dovuto lasciarlo andare in quanto “sopravvissuto”. Alcuni di noi si mossero come pazzi da un punto all’altro della guerra finché non fummo più capaci di vedere neppure da che parte ci stava portando quella corsa, soltanto la guerra, ovunque in superficie, con occasionali, impreviste penetrazioni. Fintantoché potevamo usare gli elicotteri come taxi ci voleva uno sfinimento totale o una depressione al limite del collasso nervoso o una dozzina di pipe d’oppio per tenerci anche solo apparentemente tranquilli, e ancora, sotto la pelle, eravamo in preda a una smania come se qualcosa ci stesse alle calcagna, ah ah, La vida Loca.

Nei mesi successivi al mio ritorno le centinaia di elicotteri su cui avevo volato cominciarono a unirsi fino a formare un metaelicottero collettivo, e nella mia mente quella era la cosa sessualmente più eccitante che ci fosse; Salvatore-distruttore, procacciatore-dissipatore, mano destra-mano sinistra, svelto, scorrevole, abile e umano; acciaio rovente, grasso, cinghie di tela impregnate di giungla, sudore che rinfresca e di nuovo riscalda, il rock and roll delle cassette in un orecchio e il fuoco della mitragliatrice del portello nell’altro, carburante, calore, vitalità e morte, e la morte stessa, non proprio un’intrusa. Gli uomini degli equipaggi dicevano che, una volta che avevi trasportato un morto, quello sarebbe rimasto sempre li, a volare con te. Come tutti quelli che combattono, erano estremamente superstiziosi e invariabilmente drammatici per tutto ciò che li riguardava, ma era (lo sapevo) insopportabilmente Vero e trovarsi cosi vicino ai morti ti sensibilizzava alla forza della loro presenza e creava profondi riverberi; a lungo. Certi erano cosi sensibili che un solo sguardo bastava a distruggerli, ma persino i ragazzoni più sempliciotti sembravano capire che gli stava capitando qualcosa di strano e di straordinario (…)

* Dieci anni per scrivere Dispacci. E dopo, nient'altro. Mai più un altro libro. Forse perchè, come scrisse John le Carrè, è il più bello mai scritto sulla guerra dopo L'Iliade. Coppola e Kubrick pescarono a piene mani, e alla fine Herr collaborò alla sceneggiatura di entrambi i film (Apocalypse Now e Full Metal Jacket).
Vietnam, Vietnam.. Alla fine, ci siamo stati un pò tutti..

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