29/08/13

Rainer Werner Fassbinder: Tutto ciò che è ragionevole non mi interessa.

Nessun artista tedesco produceva tanto quanto Rainer Werner Fassbinder. Nessun altro regista della RFT si preoccupava tanto nevroticamente del proprio ego come Rainer Werner Fassbinder. 

CONVERSAZIONE CON R. W. FASSBINDER, di W. Limmer e F.Rumpler

Produttività e egocentrismo sono forse le due facce di una stessa medaglia?
Innanzitutto non Credo di essere l’unico ad occuparsi principalmente di se stesso. In certo modo anche Alexander Kluge lo fa, solo adopera un certo distacco. ll fatto che io produca più degli altri lo spiego come una sorta di malattia, oppure come il tentativo di venire a capo di questa malattia, una malattia mentale.

Intende dire che é una malattia mentale a spingerla a produrre?
Certo. Non che la testa non mi funzioni, tutto ciò ha molto più a che fare con una malattia psichica. Quale sia, non lo so neanch’io.

Per Rainer Werner Fassbinder girare un film è  dunque una terapia?
E’ sempre anche una terapia,  chiaramente. C’è sempre anche il tentativo di comprendere un po’ meglio qualcosa di me stesso - una qualsiasi Cosa. Non è una terapia attraverso una terza persona, come nella psicanalisi,  ma appunto attraverso l’opera.

Un processo di ritrovamento di se stesso come terapia?
E’ senz’altro un processo di ritrovamento  ma senza l’aiuto dello psicanalista. E’ il tentativo di un’autoanalisi Senza analista, senza la persona su cui si può proiettare tutto il bene o il male possibile. Ma forse anche la mia è un analisi, dove manca il bisogno del processo di ‘proiettare-i-miei-problemi-su qualcosa'.

In questo modo lei vuole trovare qualcosa o sfuggire a essa?
E’ una domanda.. difficile.  E risponderei subito che non fuggo da niente, ma che voglio trovare qualcosa. Questo è chiaro. Se allo stesso tempo non sfuggo da qualcosa? Può darsi, ma allora saprei cos’è e non avrei più alcun bisogno di fuggire. Avrei già trovato  qualcosa.

Ammettiamo pure il concetto di “malattia mentale”. Ogni malattia ha determinati  sintomi, degli aspetti esterni o dei camuffamenti. Può indicarne qualcuno?
Fin da bambino sono stato quello che si definisce un maniaco-depresso. Il lavoro mi ha aiutato e mi aiuta ancora oggi a non incorrere in quei pericoli che forse mi renderebbero soltanto depresso. Molti maniaco-depressi, se lo stato di depressione ha la meglio, rischiano di rimanere inattivi, soprattutto con le terapie di oggi, che adoperano dei mezzucci. C’è sempre il pericolo che la depressione diventi una quiete totale. Per questo non vorrei essere semplicemente e soltanto un malinconico, ma invece vorrei tanto -, o Dio, se ora uso ancora il termine “normale” vengo frainteso, ma non fa niente - preferirei di gran lunga essere normale piuttosto che depresso.

Crede che questo problema le derivi  dall’educazione?
Se si fosse trattato di un processo dovuto all’educazione, l’avrei potuto controllare. Ma io ho incominciato a lavorare quando ancora sapevo poco di tutto ciò. Non avrei potuto dire: ora mettiti a lavorare perché ti aiuta a superare le tue depressioni.  Questo posso dirlo soltanto ora a posteriori.

Come si è manifestato nella sua infanzia questo comportamento maniaco-depressivo? Lo ricorda?
Da piccoli e da grandi è lo stesso: un alternarsi di alti e bassi.

Dalle stelle per la gioia alle stalle per la tristezza.
Si, con un passaggio immotivato. Non c’è  nessuna ragione per essere improvvisamente felici e poi altrettanto improvvisamente infelici. Quando ero bambino, ciò non si manifestava in modo molto diverso da adesso. A volte ero contento, allegro, e giocavo molto volentieri  con gli altri bambini; poi d’improvviso non ne avevo più voglia. Allora andavo a sedermi da qualche parte. Gli altri non sempre capivano, pensavano: quello è matto. Ma è naturale che il bambino attraversi queste fasi.

C’era qualcuno su cui lei poteva contare?
No, nessuno, eppure vedevo tanta gente. Nella nostra casa, da una parte c’era l’ambulatorio di mio padre, dall’altra una pensione, dove i clienti restavano a lungo, e cosi da bambino avevo più a che fare con quella gente che non con mio padre. Era difficile per me stabilire quali fossero i miei genitori, con chi dovessi avere rapporti più intensi. Comunque credo di non aver avuto nessuna persona a cui appoggiarmi veramente. Forse ce n’erano troppe.

Ma lei ha mai cercato un rapporto sicuro?
Forse allora ne ho cercato uno. Ma oggi direi che è stato un bene che non ne abbia trovati. ll fatto di non avere una famiglia normale mi ha arricchito.

Quella che ha descritto è la classica situazione da cui poi  si sviluppa una fissazione omosessuale. La lontananza del padre, che non ha più la funzione di modello, probabilmente la lontananza dalla madre, che secondo una teoria psicologica ha una funzione di specchio - il figlio cioè deve per così  dire ritrovarsi negli occhi della madre. Anche lei vede queste connessioni?
Si, ma in tutte queste teorie conta principalmente il rapporto con la madre.

ll ruolo della madre può essere quello di assumere una funzione preponderante, assorbendo il figlio, cioè arrivando a fondersi con lui. Ma può  anche contribuire a  provocare una fissazione omosessuale, quando lei non è  disponibile, quando cioè  viene a mancare la funzione di specchio che è costruttiva per il carattere del bambino.
Si, ma non è tutto cosi semplice. L’omosessualità è  sicuramente un fatto sociale e non congenito, difficilmente la si eredita. Certo ha qualcosa a che fare con le esperienze dell’infanzia, ma la società tedesca del dopoguerra era tanto particolare da produrre famiglie con qualcosa di veramente nuovo.

Che tipo di famiglia era la sua?
Una sorta di grande famiglia che però non aveva gerarchie, e neanche una funzione protettiva. Per questo non posso condividere quello che lei ha detto. Forse dipende anche dal fatto che quando fui un po’ più grande mia madre si occupò di me più di mio padre, che ci lasciò quando avevo cinque anni. Non ricordo altro, se non che non riuscivo a distinguere le persone fra loro. Per esempio, c’era una donna che si chiamava Anita -  per me era la signora Anita che una volta al giorno voleva sapere se amavo più lei o mia madre, e a me andavano bene tutt’e due, proprio. Il ruolo di mia nonna invece era molto chiaro: stava in cucina e mi dava da mangiare. E questo era già importante per me.

Dopo che suo padre se n’e andato, sono entrati a far parte del gruppo altri uomini?
Abbiamo preso un altro appartamento nella stessa strada, dove si affittavano delle stanze. E lì abitavano anche altri uomini. Mia madre, con mio dispiacere, aveva un amante di diciassette anni; allora io ero sugli otto o nove anni; a diciassette anni voleva farmi da padre! Non potevo che riderne.

Chi la mandò alla scuola Steiner? Sua madre? Oppure fu per caso?
No, non c’erano alternative: mi buttarono fuori dalle elementari. Questo bambino, dissero, non può rimanere qui, deve frequentare i corsi per i disadattati. E così decisero - chissà chi, naturalmente mio padre e mia madre, chi senno? -  di mandarmi alla Steiner, perché non volevano farmi stare con i disadattati.

Le è rimasto qualcosa dell’ideologia di questa scuola?
Di sicuro qualcosa è rimasto, non saprei, però, dire che cosa. In seguito non mi sono più occupato di idee antroposofiche. Soltanto una frase mi è rimasta in mente: i bambini devono crescere come fiorellini. Come idea la trovo molto bella, solo che poi le cose non andarono così (…)

Tutto ciò che è ragionevole non mi interessa

Nei suoi primi film si ha l’impressione che lei abbia voluto fare delle commedie su problemi politici. Li considera delle commedie?
Si. Il motivo è che credo che nel momento in cui nasce e si consolida un’associazione, un partito politico o che so io, all’inizio è come un gioco da bambini, mentre più tardi, dovendosi regolare per conto proprio, perché il gruppo ormai esiste e va bene a qualcuno, allora diventa nocivo e pericoloso per ogni utopia. Perciò realizzo solo delle commedie su quanto vedo in politica.

Ciò significa che lei non crede alla realizzazione di un utopia tramite la politica.
No. L’utopia è possibile soltanto quando nasce dalla fantasia e dal bisogno di molti. Non deve venir  formulata e portata avanti dai singoli individui come finora è successo, il rapporto con la fantasia del desiderio deve essere tanto vasto da provocare qualcosa che forse e una vita libera, per definirlo con le parole che abbiamo. Quando ci immaginiamo una società utopistica cercando di esprimerla nella nostra lingua d’oggi, al massimo si arriva a dire qualcosa di ragionevole, ma niente di nuovo o di strano in senso positivo.

Ma l’assurdità del film Die dritte Generation sta proprio nel fatto che a questi gruppi di attivisti è estraneo ogni pensiero utopico. 
Perciò è una commedia, perché essi si comportano come politici. ln effetti lavorano per l’ordine costituito, per consolidarlo e renderlo definitivo. E naturalmente spero che lo spettatore, dopo aver riso, provi una sorta di orrore. Perché in fondo non c’è niente di comico. Ma io non credo che tutte le occasioni seriose alla fine conducano solo a qualcosa di ragionevole, a un modello razionale. Tutto ciò che è ragionevole non mi interessa.

Come la politica?
A prescindere dal fatto che spesso con la politica vengono  innescati meccanismi di potere crudeli e terribili contro la gente, trovo che la politica sia in sé una cosa incredibilmente ridicola e infantile. Non riesco a concepire l’idea di diventare un politico.

Però ammette che la società  debba avere precise regole, o no?
Malgrado ogni politica di ordine, si sono verificati i peggiori massacri. Non so se avvenimenti come la seconda guerra mondiale o la guerra dei trent’anni avrebbero portato a efferatezza  cosi grandi se, detto in parole povere, ci fosse stata una società anarchica. Nell’anarchia non potrebbe scoppiare una guerra mondiale, perché la gente si occuperebbe molto dl più degli affari propri. Specialmente nella nostra società dei media abbiamo la sensazione che la vita in un certo modo scorra altrove. E’ triste che la televisione, dotata di infinite possibilità, non venga usata in modo positivo, ma come mezzo repressivo che uccide la fantasia.

In Alexanderplatz lei  ha cercato, certo consapevolmente, di liberare attraverso la TV la fantasia umana, cioé i desideri  di felicità. Ma il risultato é che é stato sommerso di minacce di morte, insulti e totale  rifiuto.
Io stesso ne resto stupito, perché trovo che l’Alexanderplatz, eccetto la quattordicesima puntata, o come si chiama ora, l‘ ”Epilogo”, sia incredibilmente bello, illuminante e vivo, tutto fuorché capace di suscitare violenze contro se stessi. Questa è sempre stata la mia idea dell’ Alexanderplatz. Avevo immaginato che ci sarebbero state discussioni, anzi, lo speravo. A quanto pare adesso, però, l’aggressione è diretta contro il prodotto stesso, cosa che io non volevo. Con Satansbraten mi proponevo chiaramente, attraverso l’aggressione contro il prodotto, una riflessione del pubblico sull’artista all’interno della società. Ma quel film era destinato fin dall’inizio a una platea ridotta, ed era anche narrato in tutt’altro modo. Allo stato attuale delle cose, questo solo posso dire, che non capisco.

Ha avuto dei modelli per i suoi primi film?
Sicuramente ci sono stati tanti film di Hollywood che hanno influito sul mio lavoro ma il modello diretto per Liebe ist kalter als der Tod é stato sicuramente Questa è la mia vita di Godard. E' un film che solo per il fatto di esistere mi ha dato molta forza. Godard non dice altro che: okay, quando nient'altro riesce a soddisfare questa Nanà, non le resta che prostituirsi. Purtroppo alla fine le sparano, povera donna, ma almeno sul marciapiede é più contenta e felice di quando era sposata Con l’insegnante. Già da tutta la prima scena iniziale si capisce abbastanza chiaramente qual’è stata la sua vita. Nel momento in cui si prostituisce, si accorge improvvisamente di essere importante o per lo meno di assumere per certa gente un importanza che prima non aveva. C’è una scena in cui va in hotel con un tipo che le dice: non hai un’altra, un’altra ragazza. Allora lei va a prendere un’altra donna e poi l’uomo fa l’amore solo con l’altra. A questo punto lei dice: “la felicità non è sempre divertente” - si è resa conto che fare la vita da prostituta non è per lei la cosa migliore ma in ogni caso è sempre meglio del matrimonio con l’insegnante con cui ha avuto un bambino. Questo film mi ha dato molto forza, perché, mi pare, rispecchiava abbastanza bene le mie idee.

Dunque il suo sistema sociale sarebbe in fondo l’anarchia?
Sl, sarebbe il sistema romantico-anarchico del 18° secolo, che diceva: okay, l’anarchia è il potere senza gerarchia. Ognuno fa quello che gli riesce meglio.

Si dovrebbe fare una rivoluzione per realizzare questo obiettivo?
Non credo che esso sia realizzabile attraverso una rivoluzione, perché tutto quello che nasce da una lotta porta ancora in sé ciò che ha combattuto. Non so come dovrebbe nascere. Al momento posso soltanto immaginarmelo come modello alternativo, e come tale è sbagliato, è chiaro. Infatti all’interno di un modello cosi fatto c’è sempre la cosa contro cui si é lottato. Anche nei miei film è cosi: quando il finale è triste, la gente dice sempre: è tremendo, non c’è mai un lieto fine? Credo che sia una stupidaggine. Se la conclusione di un film è malinconica o dura o che so io, bisogna pur capire che deve esistere qualcos’altro. Soltanto attraverso il desiderio di ciascuno per qualcosa di diverso, può nascere qualcosa di diverso(...)

LA DROGA E' COSI'..

Il suo prosslmo film parlerà di droga. Sappiamo che vuole trarre un film dal romanzo di Pitigrilli Cocaina, che si svolge negli anni venti. Si tratta di un giornalista che arriva a Parigi e incontra due veleni: la donna e la cocaina, e perde la vita a causa di tutte due. C’è un interpretazione che potrebbe essere alla base del suo film?
Il film tratta questo tema, però, non é né a favore né contro la droga, é un film che racconterà qualcosa sulla droga, sul suo effetto e su un uomo che poteva liberamente decidere se prenderla o no, con la chiara consapevolezza che una scelta per la droga accorcia la vita, ma la rende più intensa. Ciascuno deve decidere da solo, se preferisce avere un esistenza breve ma più intensa, oppure vivere a lungo ma con regolarità. E’ la prima cosa che mi viene in mente sull’argomento.

Nella letteratura le droghe che permettono una dilatazione della coscienza hanno avuto un ruolo molto importante.
Non so se sia stato determinante, ma certamente un ruolo l’hanno avuto. Sono sicuro che quei pochi anni, durante i quali Rimbaud ha scritto, li dobbiamo alla marijuana, e sono pure convinto che un libro come i Canti di Maldoror ha potuto essere scritto solo sotto l’influsso di qualche droga, e che Alla ricerca del tempo perduto esiste anche perché Proust prendeva determinate cose. Del resto si dice che certe scoperte dello stesso Freud siano avvenute sotto l`influsso della cocaina.

Cioè l’interpretazione dei sogni e la scoperta dell’inconscio? 
Esattamente. Molti psicanalisti hanno adoperato l’LSD durante l’analisi in modo intenzionale. Se si considerano tutti questi fatti nel loro complesso, direi che l’influenza delle droghe potrebbe essere positiva per l’arte. D’altra parte, secondo me, a molti non sarebbe possibile, proprio perché in tutte le droghe c’è il pericolo dell’assuefazione. Questo succede per esempio con la cocaina. E’ possibile farne un uso creativo, ma si può verificare il caso che a qualcuno basti la fantasia, senza poi usarla creativamente. ln ogni caso, il pericolo esiste. Se però, si scrive sotto l’influsso della droga e poi si continua a lavorarci sopra, allora questo può davvero servire.

Non esiste una cultura che attraverso la droga non sia giunta a immaginare cose, che poi hanno influito sulla propria consapevolezza, sulle proprie divinità.
La droga è cosi. In Sudamerica masticano tutto il giorno la loro foglia di coca, perché hanno poco da mangiare. E in India c’è una religione che dice: più povera e tremenda è la vostra vita attuale, più grande sarà la vostra possibilità di arrivare, come si chiama, il...
Nirvana 
Le religioni in sé sono quasi paragonabili alla droga. Specie se si fa caso alla pompa della chiesa cattolica romana..

Anche l’incenso e una droga.
Certo, Anche l’incenso e una droga

Ma non è contemplato nella legge sugli stupefacenti..
Neanche l’alcool. Da noi l’alcool è permesso, e in Bolivia c’è stato il primo colpo di stato per il controllo della cocaina nella storia contemporanea. E’ molto buffo..


Rainer Werner Fassbinder nasce il 31 maggio 1945 a Bad Worishofen, in Baviera; dopo il divorzio dei genitori nel 1951, vive con la madre che più tardi apparirà in numerosi  suoi film con lo pseudonimo di Lilo Pempeit e Liselotte Eder. Frequenta la “Rudolf Steiner Schule” e il liceo ad Augusta e Monaco ma nel 1964 abbandona la scuola prima della maturità. Dopo aver trascorso un po’ di tempo a Colonia dal padre, medico, tornato a Monaco, prende lezioni di recitazionein una scuola privata dove incontra Hanna Schygulla e contemporaneamente lavora nell’archivio del quotidiano “Silddeutsclwe Zeitung” e come comparsa ai “Mfinchener Kammerspiele”. Nel 1965/66 gira due cortometraggi e fa domanda di iscrizione all’“Accademia di cinema e televisione” di Berlino dove però non viene accolto. Nel 1967 entra a far parte dell’Action-Theater, dove l`anno successivo viene rappresentato il suo primo lavoro teatrale Katzelmacher. Nel maggio 1968 l’Action-Theater viene chiuso dalla polizia e Fassbinder fonda insieme a una decina di ex-membri (tra i quali Hanna Schygulla, Peer Raben e Kurt Raab) l’Antiteater. Sino alla fine del 1971 svolge un’intensa attività teatrale portando in scena Venti piece teatrali oltre e proseguire il lavoro di autore e regista cinematografico (iniziato nel 1969) e radiofonico. Nel 1970 Sposa l’attrice Ingrid Caven dalla quale divorzierà due anni dopo. Nel 1971 fonda la società di produzione cinematografica Tango-Film e partecipa alla creazione della cooperativa di distribuzione Filmverlag der Autoren.

Nel 1974 a Fassbinder viene affidata la direzione del Theater am Turm di Francoforte ma dopo un anno di attività  si ritira per rientrare a Monaco e dedicarsi ormai quasi esclusivamente al cinema. Il suo primo successo di pubblico lo ottiene nel 1974 con Effi Briest. Nel 1976 viene pubblicamente accusato di antisemitismo da parte conservatrice e l’anno dopo dichiara di voler lasciare la RFT per continuare la sua attività artistica negli Stati Uniti, ma ben presto rinunZia a questo progetto. Dopo aver girato nel 1977 il suo primo film con un cast internazionale, Despair, coglierà un successo mondiale nel 1979 con Il matrimonio di Maria Braun. Con Veronica Voss nel 1982 Vince il Festival di Berlino. Qualche mese dopo, appena concluse le riprese di Querelle muore nel suo appartamento di Monaco, il 10 giugno 1982.


da R. W. Fassbinder TV - G. Spagnoletti
Ed. del Grifo