05/02/14

Amici Scrittori: i 100 anni di William Burroughs




La popolarita di William Burroughs era più iniziatica. Quando Norman Mailer lo definì <<l'unico genio vivente in America>> esplose la sua grande giornata e gli scrittori postmoderni cercarono di accaparrarselo. Burroughs non si scompose e continuò a consumare le sostanze chimiche che gli erano congeniali, a leggere libri di fantascienza e a sognare di scrivere un best seller che gli togliesse le preoccupazioni economiche. Entrai in contatto con lui quando Rizzoli pubblicò Junkie con il titolo, voluto da Oriana Fallaci, La Scimmia sulla Schiena. Dovevo fare l’introduzione e gli scrissi: mi mandò un saggio inedito sull'apomorfina che venne inserito nel volume e che mi chiese di restituirgli una ventina d’anni dopo perché non ne aveva conservato copia. Lo incontrai di persona quando Ginsberg mi mandò da lui a Londra, viveva a Duke Street, in una casa a due piani, una casa nuda come tutte quelle in cui ha vissuto, e ci sedemmo ai due lati di un tavolo una di fronte all’altro. Senza aprir bocca preparò una teiera di te e lo versò in due tazze scompagnate ma di bella porcellana. Ero intimidita dal suo silenzio e bevevo il te senza parlare quando Burroughs mi fissò con quegli occhi azzurri di ghiaccio e mi disse:

<<Per me, io le donne le ammazzerei tutte.>>
Lo fissai allo stesso modo e gli risposi con fermezza:
<<Anch’io.>>

Diventammo amici, come si può essere amici di un genio cosi <<difficile>>. Lo rividi spesso a Londra, poi a New York, quando vi si trasferì andando a vivere in piena Bowery . Abitava in un appartamento squallido di quelli che piacciono a lui e riceveva i visitatori e gli amici in una grande cucina senza altri mobili che un armadietto e un tavolo; intorno a quel tavolo si alternavano <<le più belle menti>> del tempo. Suo amico assiduo era John Giorno, che abitava al piano di sopra in un vasto monolocale tappezzato di dischi, cassette registratori, con un angolo dedicato alla iconografia buddista tibetana (c’era un minuscolo altare) e un altro occupato da qualche poltrona accogliente su uno sfondo di piante alte fino al soffitto: Burroughs era ospite fisso alle sue feste e qualche volta sorrideva perfino, quella specie di stiramento delle labbra da un lato, come se si vergognasse a sorridere. Non viaggiava più in Italia non voleva venire perché, diceva, il cibo era troppo grasso, diceva proprio greasy; ma venne poi a Milano attirato da Gérard George Lemaire, suo traduttore e biografo francese, in un controverso convegno internazionale. Lo misero a dormire in un residence appena aperto e non ancora attrezzato e appena mi vide si lamentò che aveva freddo, aveva bisogno di una coperta e di un bastone. Il suo bastone, mi disse, lo aveva dimenticato in casa del suo editore italiano, una bella casa tutta bianca. Era la casa inconfondibile in cui viveva allora Massimo Pini. Gli promisi che gli avrei telefonato, ricordai che dovunque andasse Burroughs girava con il cappello in testa e il bastone in mano: eppure non aveva male alle gambe. Perché, gli chiesi, aveva tanta urgenza di riavere il bastone?

<<Per difendermi dai cani>>, fu la risposta imprevedibile.

Gli procurai coperta e bastone e fu allora che mi chiese di restituirgli il testo originale del suo saggio sull'apomorfina, che per fortuna avevo conservato difendendolo dall’inevitabile confusione della casa editrice. Lo rividi anni dopo a Boulder, in Colorado, dove Ginsberg lo aveva chiamato a insegnare insieme ai superstiti della Beat generation all'università buddista di Chogyam Trungpa Rimpoche. Faceva lezioni serie e accurate. Le preparava sulla carta intestata dell’unico albergo di Boulder, il Boulderado, e in parte le leggeva, in parte usava i fogli come appunti. Parlava degli autori che lo avevano influenzato, insistendo per lo più sulla fantascienza e passando a volte a classici famosi: distribuiva fotocopie con gli elenchi dei libri che raccomandava di leggere e le faceva pagare mi pare trenta cent, cioé il prezzo delle fotocopie. Gli studenti lo veneravano.
 
Fernanda Pivano, Amici Scrittori





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