08/01/13

L'inesorabile declino del Cd. E la chiusura dei Virgin Store Francia

Nell'era del CD, con le sue minuscole copertine, 12x12 cm, è andata perduta la profondità espressiva delle copertine dei vinili (LP), che misuravano 31x31 cm. Questa è stata una tragedia per l'art direction, l'illustrazione, la fotografia. Dall'avvento del CD si è giovato (anche se non sempre) la qualità del suono, ma per la cover art il piccolo formato ha rappresentato ..il patibolo
 Ma i tempi cambiano, e se..


(di F. De Luca)
Se avete amato Disfunzioni Musicali o il mitico Nannucci col suo catalogo per corrispondenza, non vi sorprenderà sapere che acquistare un cd nuovo è ormai un’impresa più che ardua (provate a cercare in giro Lux di Brian Eno o Pecados e Milagros di Lila Downs e non cito nemmeno rarità africane o arabe). Non solo il covo di appassionati sotto casa o il grande negozio in centro hanno chiuso i battentima ormai solo le edicole e le grande catene multimediali nazionali (sebbene Fnac Italia, tra breve, sparirà, acquistata da un fondo d’investimento abile nel ristrutturare imprese buttando fuori i lavoratori) assicurano un minimo di distribuzione del prodotto fisico, soppiantato dall’exploit dei siti online e dell’offerta digitale. Una mutazione genetica in atto, col ritorno in grande stile del singolo, da acquistare a meno di un euro (e poi poterselo passare su tablet, pc, lettore mp3, auto).

La grande rivoluzione digitale che ha travolto l’universo delle sette note oltre dieci anni fa ha ormai compiuto il suo cammino, tanto che persino nelmercato musicale italiano un terzo dei ricavi provengono da file comprati e scaricati (nei Paesi leader sul fronte della musica «liquida», Stati uniti e Corea, la percentuale supera ormai il 60 per cento). Il mese scorso un popolare magazine inglese ha pubblicato un lungo servizio sul cd, «il formato indistruttibile che rifiuta di morire», sostenendo che quel dischetto di plastica, con la sua economicità, facilità d’uso e disponibilità, continuerà ad andare avanti forse per 5 più probabilmente ancora per 7 anni. Il 2020 è già una meta, una dead line fissata per le poche industrie europee produttrici di compact. E così anche le truffe si organizzano meglio. Tanti anni fa si copiava il disco su audiocassetta e si scrivevano titoli e note sul foglietto della custodia. Oggi la gran parte delle canzoni preferite si cercano, si scoltano e si canticchiano sullo schermo del pc o della tv. Poche settimane fa Youtube ha denunciato l’imbroglio dei falsi click ossia alcuni siti internet che gonfiavano «artificialmente» la visualizzazione degli artisti sotto contratto con le grandi multinazionali, per aumentare le cifre da pagare a Warner,Sony e compagnia. Forse non tutti ricordano che un accordo siglato tra Google (proprietaria di Youtube)e le multinazionali della musica per l’utilizzo dei videoclip, ha sancito una percentuale che il gigante di Mountain View (dal grande fatturato pubblicitario) deve versare alle etichette che detengono i diritti degli artisti,percentuale legata al numero di visualizzazioni (c’è un algoritmo astruso, una sorta di clickometro, tutto digitale). Intanto la Bbc minaccia di mettere a disposizione degli utenti professionali, gratuitamente, dalla prossima primavera (e progressivamente anche degli altri fruitori, il normale pubblico di casa), il suo immenso archivio sonoro quindi non solo e non tanto le registrazione live di Frank Zappa, Kurt Cobain, Linton Kwesi Johnson o i Beatles quanto i discorsi di Churchill e i programmi del dee jay John Peel, esibizioni classiche alla Royal Albert Hall e registrazioni di importanti fatti di cronaca in un database davvero terminato, in via di completa digitalizzazione. Insomma si potrà passare dal discorso di Martin Luther King alle Nazioni Unite al brano dei tostissimi rapper che l’hanno campionato, sezionato e riassemblato. E si potrà imparare più facilmente l’uso di strumenti musicali, con programmi didattici personalizzati,selezionabili e con differenti gradi di difficoltà. Insomma il filo di Arianna rischia di essere dimenticato e soppiantato dal file di Rihanna.


I 25 negozi Virgin ancora esistenti in Francia chiuderanno definitivamente. La notizia sarà confermata lunedì, nell’incontro con i sindacati convocato dalla direzione. Ma i mille dipendenti dei Virgin Megastore non si fanno illusioni: già a dicembre erano venuti a sapere che la direzione aveva annullato il contratto d’affitto del «più grande negozio di musica al mondo», sui Champs Elysées. Lo scorso fine settimana i principali negozi Virgin erano in sciopero. L’intersindacale del gruppo ha convocato per il 9 gennaio una nuovamanifestazione di fronte alMegastore Virgin dei Champs Elysées. I sindacati sperano in un «grande slancio» dei lavoratori e accusano la proprietà attuale di essere «la principale responsabile della situazione ». Eppure Virgin aveva tentato di diversificarsi per lottare contro il crollo di un mondo, contro la fine preannunciata dei negozi di prodotti culturali e multimedia a causa della concorrenza di Internet: anche Virgin aveva aperto un sito per scaricare musica, video e libri. Ma non ce l’ha fatta. Per Laurence Parisot, presidente del Medef (Confindustria francese), il molto probabile imminente annuncio del fallimento dei negozi Virgin è «una notizia tremenda». Per Parisot, «la crisi che attraversiamo non è solo economica, è un nuovo modello che sta nascendo e molti settori sono effettivamente colpiti». Prima dei Virgin Megastore, la crisi del settore aveva già colpito profondamente il principale concorrente, la Fnac. (....)

I Virgin Megastore francesi hanno mantenuto il nome «Virgin» ma non hanno più nulla a che vedere con il gruppo omonimo, attivo anche nella telefonia e negli aerei low cost, di proprietà del miliardario britannico Richard Branson. Branson ha ceduto i negozi Virgin francesi nel 2001 al gruppo Lagardère, ancora presieduto da Arnaud Lagardère, figlio di papà rampollo del fondatore, ma controllato ormai dal 2011 dal fondo sovrano del Qatar (Lagardère è ormai principalmente un gruppo di media, presente in una trentina di paesi, attivo nel settore dello sport, che conserva ancora una traccia dell’attività di origine, che era l’aeronautica,con una partecipazione del 7,5% in Eads, la casamadre di Airbus). Nel 2008, quando i Virgin Megastore in Francia erano ancora 34 e il fatturato superava i 400 milioni, Lagardère ha venduto il 75% dei negozi Virgin a Butler Capital Partners, conservandone soltanto il 20%. Oggi il fatturato è crollato (286 milioni di euro nel 2011) e nei due ultimi anni già 200 persone sono state licenziate. A metà dell’anno scorso, era stata nominata una nuova direzione, che si era impegnata a ristrutturare la catena di negozi, puntando a risparmiare con la riduzione degli spazi di vendita, giudicati troppo cari perché in genere situati in centro delle grandi città. Era stato fatto ricorso agli ammortizzatori sociali per i dipendenti.L’annuncio della fine era arrivato lo scorso dicembre, con la notizia dell’annullamento del contratto di affitto del Magastore dei Champs Elysées, dove il prezzo al metro quadro è alle stelle.Ma, paradosso non trascurabile, il più grande negozio dimusica del mondo ancora controllato al 20% dal gruppo Lagardère - a sua volta controllato dal Qatar – affittava gli spazi dei Champs Elysées dal Qatar, proprietario di molti immobili di prestigio a Parigi.Richard Branson prima di liberarsi dei Virgin Megastore in Francia aveva già venduto l’analoga catena di negozi di prodotti culturali e multimediali in Gran Bretagna. La vendita era avvenuta nel 2007 e la catena di Virgin Megastore britannica era fallita un anno dopo.In America del Nord i VirginMegastore avevano cominciato a chiudere già all’inizio del millennio 2000 (chiuso anche il megastore di Times Square a New York, che faceva concorrenza a quello dei Champs Elysées come «il più grande negozio di musica almondo »). In Francia, i Virgin Megastore hanno resistito 5 anni di più. Ma ormai stanno per crollare di fronte alla trasformazione radicale di questo settore, dove la distribuzione «fisica» di dischi, dvd, video è destinata a sparire, sostituita dall’immaterialità degli scambi su Internet.  

Anna Maria Merlo (il manifesto) PARIGI