23/05/14

The House I Live In (25% I segreti della guerra alla droga)

Torniamo sulla War on Drugs americana e sul suo totale fallimento, con  il bel documentario, The House I Live In, (25% I segreti della guerra alla droga è la traduzione con cui è andato in onda in Italia su laEffe..) e sullo sfruttamento del sistema penitenziario americano a scopo di trarne profitto, che possiamo vedere però in lingua originale. Pubblicheremo una copia tradotta appena sarà disponibile in rete. E di seguito un ulteriore testimonianza con l'intervista all' autore Eugene Jarecki, acclamato regista inoltre di Why We Fight, Freakonomics e Reagan

Con 2,3 milioni di persone stipate nelle sue celle, l'America detiene il primato di carceriere più produttivo. Un quarto dei prigionieri si trova dentro per droga, e per lo più si tratta di tossici o comuni spacciatori. Mentre il vecchio dibattito su come la liberalizzazione delle droghe farebbe guadagnare allo stato tempo e denaro continua a impegnare schiere di pro e contro, qualcosa sembra esserci sfuggito: rimpinzare le prigioni è un modo molto efficace per fare soldi. Dopo 40 anni, un trilione di dollari e 45 milioni di arresti, la lotta alla droga statunitense non ha ottenuto praticamente alcun risultato, a parte l'incarcerazione di uno spropositato numero di uomini e donne di colore (che sarebbe strano descrivere come un risultato, a meno che a parlare non sia un razzista). Quello che si è realmente ottenuto, invece, è la creazione di un'immensa industria che permette di fare grandi affari approfittando della reclusione di criminali di basso livello e tossicodipendenti vulnerabili.








Eugene Jarecki risponde alle domande di Sam Clements di Vice.com

Cosa ti ha spinto a girare questo film?
Essendo cresciuto nell'onda del movimento per i diritti civili, mi aspettavo di vedere una sorta di America post-razziale, dove alle persone di colore sarebbero state concesse le stesse opportunità dei bianchi. Più diventavo grande, più mi accorgevo che c'era una forza invisibile che bloccava il progresso dei neri in America―in larga parte costituita dal fenomeno della reclusione di massa. Più studiavo il fenomeno, più diventava chiaro che la Guerra alla droga aveva in qualche modo reinventato il tipo di ostacoli che i neri erano riusciti a superare con il movimento per i diritti civili.

È sempre stato così?
Di Richard Nixon—l'uomo che ha avviato la Guerra alla droga—sappiamo abbastanza da poter dire che era razzista e che nel privato manteneva dei sentimenti piuttosto forti riguardo i pregiudizi di razza. Affrontare il problema della tossicodipendenza rappresentava sicuramente una buona intenzione, ma era chiaro fin da subito che ci sarebbero state serie implicazioni razziali. Magari non l'avevano pensata in questo modo, ma da quando il problema è apparso evidente anche al Congresso, non è stato fatto nulla. Per loro, le grandi differenze razziali emerse dalla Lotta alla droga non rappresentano un problema.

In passato, in che modo l'America ha vittimizzato i gruppi razziali attraverso la criminalizzazione delle droghe?
Il primo caso riguarda le leggi ottocentesche sull'oppio, che hanno preso di mira gli immigrati cinesi e hanno reso più facile fermarli, perquisirli e arrestarli, ostacolandone allo stesso tempo il successo. In seguito, agli inizi del ventesimo secolo, quando le persone non si erano ancora abituate alla neo-liberata popolazione afro-americana, hanno cominciato ad associare quest'ultima alla cocaina. I giornali titolavano "Negri resi pazzi dalla droga assediano una città" e via dicendo; in tutta la nazione girava l'idea che se un nero avesse tirato di cocaina, avrebbe acquisito una forza sovrumana e stuprato donne indifese.

Perfettamente logico.
Vero? Poi è stato il turno degli immigrati messicani, che volevamo fermare, perquisire, cacciare e stigmatizzare, e così abbiamo cominciato a chiamare la canapa—coltivazione amata sin dagli albori della repubblica—con il suo nome spagnolo, "marijuana", rendendo la sua associazione con i messicani molto più semplice.

La Guerra alla droga è riuscita a sviluppare un'economia tutta sua, giusto?
Già. Sono stato a una fiera campionaria sul sistema penitenziario, e i guadagni ottenuti dalle aziende investendo nell'incarcerazione di massa erano più che evidenti, da chi fabbricava armi per elettroshock o sedie pieghevoli a chi veniva pagato per fare il bucato. La lista continua, e ti ritrovi con un sistema pensato per far guadagnare qualsiasi impresa riesca a mettersi in affari con la leadership locale. Se ti avessi descritto questa situazione senza usare la parola "America", probabilmente avresti pensato a qualche lontano stato dittatoriale. Invece si tratta di una forma di politica aziendale corrotta ma perfettamente legale.

La presenza di una condanna minima obbligatoria sembra un modo per tenere dentro i trasgressori non violenti per più tempo del necessario.
Già, e i giudici hanno le mani legate. Un giudice dello Stato dell'Iowa mi ha detto che se gli viene presentato il caso di qualcuno che è colpevole del possesso di, diciamo, cinque grammi di cocaina, questo va incontro a una pena detentiva e lui non ha modo di cambiare le cose. Ma se la stessa persona finisce in tribunale per il possesso di 4,9 grammi allora, stando alle leggi sulla durata minima obbligatoria, tale pena non è prevista. È libero di andarsene. Come può un grammo fare la differenza tra tot anni di carcere e nessun anno di carcere? In che modo può aiutare la società a migliorare?

Qual è l'influenza del sistema sulle persone che vengono rilasciate?
C'è una gran bella canzone di Tennessee Ernie Ford, "16 Tons", che dice "Se il sinistro non ti colpisce, allora lo farà il destro." In America, se ti manchiamo, troviamo comunque il modo di raggiungerti. E se ti colpiamo in un modo, quando esci fuori, verrai colpito in un altro modo ancora. La disintossicazione non è prevista e questo significa che, anche se la tua unica infrazione è stata essere beccato a 14 anni con un po' di erba in tasca, per tutta la vita ti toccherà segnare una casella sui moduli per l'impiego. Le tue possibilità di lavoro si ridurranno drasticamente, e allora chi ti assumerà? Le economie sottobanco, che abbiamo alimentato rendendo le droghe illegali, esattamente com'è successo durante il proibizionismo.

Le nuove leggi sulla droga colpiranno anche i bianchi?Da qualche parte a quella fiera campionaria ci saranno state delle persone riunite intorno a un tavolo—come fanno tutti i capi di industria—per discutere di come aumentare i profitti tratti dalla reclusione di massa. Ad un certo punto avranno notato che la spropositata presenza di americani neri stava limitando il loro giro di affari al 14 percento di tutti potenziali clienti presenti negli Stati Uniti.

Cos'hanno fatto al riguardo?
Questa improvvisa stretta della legge nei confronti di metanfetamine e altre droghe e vari aumenti demografici nelle statistiche sulla reclusione sembrano quasi un tentativo da parte del mercato stesso di "diversificarsi". Si assiste a una crescita di bianchi poveri, donne e latinos, e questo ci dice che la guerra della droga si sta spostando dalle interrelazioni razziali alle differenze di classe.

La Lotta alla droga cambierà il modo in cui vengono considerati i bianchi?Nel mio film, David Simon parla di "extra Americans"—quelli di cui non abbiamo più bisogno perché le nostre fabbriche stanno chiudendo e perché abbiamo dislocato all'estero così tante imprese che ormai questa gente non ricopre più alcuna funzione. Cosa ne facciamo? Li rinchiudiamo. E mentre sono rinchiusi, perché non trarne profitto?

Il tuo film paragona la Guerra alla droga con l'Olocausto. In che senso?
Nel documentario David Simon (creatore della staordinaria serie tv The Wire ndr.) e lo storico Richard Lawerence Miller affrontano questa idea in modo attento e scrupoloso. Non dicono che la Guerra alla droga e l'Olocausto sono la stessa cosa, ma David defisce la prima come un "Olocausto in slow-motion". Si tratta di identificare un gruppo di persone, ghettizzarle, spogliarle dei loro diritti e concentrarle in prigioni dove vengono sfruttate per ricavarne un guadagno materiale. È sconcertante, ed è un elemento ricorrente nella storia quando si parla di società perseguitate. Ma pensare che sta succedendo in America fa ancora più effetto.