28/06/14

Ciro, morto per mano fascista

<< "QUEL CHIATTONE DI MERDA MI HA SPARATO"..>>
Ciro Esposito

Gianluca Arcopinto è uno dei più noti produttori cinematografici italiani. Nato e cresciuto a Roma, è figlio di un napoletano, perciò intrattiene un rapporto privilegiato con la città di suo padre. Arcopinto è stato per alcuni mesi l’organizzatore generale della fiction “Gomorra”, ma il contatto con le associazioni di quartiere che contestavano la realizzazione della serie lo ha portato a condividerne il punto di vista, entrando così in rotta di collisione con il regista Stefano Sollima. Fino al suo allontanamento dalla produzione. Resta però a Napoli, dove dirige il laboratorio cinematografico “Mina”, dedicato alla memoria di Gelsomina Verde, una delle vittime innocenti della faida di Scampia. Ma non solo, dalla sua esperienza nasce il libro: “Un fiume in piena. Storie di un’altra Scampia”.


Gianluca Arcopinto ha voluto esprimere il suo punto di vista sulla vicenda di Ciro Esposito, quello di un uomo con un’identità sospesa fra due città che oggi rischiano di trovarsi l’una contro l’altra, separate dal muro dell’odio.
«Io non conoscevo Ciro Esposito. Né i suoi familiari. Eppure oggi, se la vita me lo avesse concesso, avrei voluto essere a Scampia per partecipare ai suoi funerali. Anche se ai funerali non ho mai creduto. Per essere ancora una volta accanto ai cittadini di una città che ho imparato ad amare. Accanto alle tante persone di Scampia con cui ho incrociato anche solo uno sguardo nell’ultimo anno. Accanto ai miei amici di lì. Accanto ai miei compagni.

Ci sarei andato con i pugni in tasca, la vergogna e la rabbia addosso di una persona che vive a Roma, la città in cui Ciro Esposito è stato materialmente ucciso, ma in cui è stato soprattutto offeso da accuse troppo generiche e banali e dalla volontà di non ricercare la verità che sta dietro il suo assassinio e che cancellerebbe le accuse. Ammesso che di verità ce ne sia una sola. Ma no, la verità non è mai una sola. Ce lo ha insegnato la storia degli sconfitti e dei potenti.

Ci sarei andato con i pugni in tasca, i dubbi e le certezze addosso di una persona che ama il calcio e che vuole continuare ad amarlo, perché il calcio è magia improvvisa, emozioni condivise, calore inatteso, gioia incontenibile, lacrime deluse. E’ respirare insieme. E quindi in alcuni momenti anche violenza. Capirlo e accettarlo non vuol dire però giustificarlo. Non vuol dire non combatterlo. Anzi. Ma combattere non può essere né rinunciare né reprimere.

Ci sarei andato con i pugni in tasca, le paure e le speranze addosso di un padre, che se fosse diventato padre al tempo giusto avrebbe potuto avere un figlio della stessa età di Ciro Esposito. E non è mai giusto che un padre assista ai funerali di un figlio. Proprio non è giusto. Chiunque sia il padre. Chiunque sia il figlio.

Ci sarei andato con i pugni in tasca, il silenzio e le lacrime addosso di chi non sa. E vorrebbe tanto sapere. E continuerà a vivere cercando di sapere.

Ci sarei andato con i pugni in tasca. A un certo punto però quei pugni dalla tasca li avrei tirati fuori. Per salutare nel modo più bello una vita che è andata via. Lasciando dietro sé solo il dolore.»





L’intervista con Salvatore di Clash City Workers, collettivo partenopeo di inchiesta, connessione e organizzazione delle lotte nel mondo del lavoro, che assieme ad altre realtà di movimento campane si sono attivate per sostenere la richiesta di verità e giustizia avanzata da famigliari e amici di Ciro Esposito.


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