06/06/14

Nick Ut e la foto che fece finire una guerra

La foto che fece finire la guerra. Incontro con Nick Ut 

(premio Pulitzer, autore dell’immagine della bambina ustionata dal napalm in Vietnam)
Corriere.it - @GianluigiColin
<<Ho visto gli aerei, li ho visti sganciare le bombe. Poi le fiamme, un immenso fuoco. Ero a un centinaio di metri dalle case, sulla strada, con alcuni soldati, qualche reporter. Guardavo, fotografavo. Poi, come fantasmi, dal fumo vedo arrivare della gente: cercavano di salvarsi come potevano, piangevano, correvano senza sapere dove. Un bimbo è morto sotto i miei occhi, un ragazzino piangeva disperato ferito all’occhio, una bambina con il fratellino per mano. Guardavo attraverso la macchina fotografica, scattavo. E attraverso il mirino vedo una bimba completamente nuda, mi veniva incontro, le braccia aperte, sembrava Gesù, piangeva: i vestiti le si erano incendiati addosso, urlava di dolore, urlava di paura. La schiena, le braccia, le gambe erano completamente ustionate. “Brucia, brucia, brucia”, ripeteva terrorizzata. Ho fotografato, ma non volevo fotografare. L’abbiamo soccorsa lì, come potevamo. Un soldato le ha bagnato il corpo con l’acqua. Le ho messo addosso un impermeabile, l’ho abbracciata. In quel momento ho pensato che non potevo continuare a fotografare. Che non avrei fotografato mai più. Ho pensato che se quella bimba fosse morta, mi sarei ucciso. E cominciai a piangere>>.

Nick Ut parla e ha gli occhi lucidi: quante volte avrà ricordato la storia della piccola Kim Phúc, martoriata dal napalm? Eppure, se davvero il tempo lenisce le ferite, alcuni ricordi lasciano una traccia indelebile. Per tutti è Nick, ma il suo vero nome è Huynh Công Út: è nato in Vietnam nel 1951, ha 10 fratelli, fotografa da quando aveva 16 anni e, suo malgrado, è un mito. Con la sua immagine, conosciuta come Napalm Girl (ma lui la chiama Horrible War), ha vinto un premio Pulitzer ed è entrato nella storia della fotografia. Il potere di un’immagine può fare molto: quella bambina disperata di nove anni, che evoca L’urlo di Munch, ha scosso in modo così potente la coscienza degli Stati Uniti da contribuire a fermare la tragedia del Vietnam. Quell’urlo di dolore, fissato sulla pellicola l’8 giugno del 1972, nel villaggio di Trang Bang, è diventato l’urlo di rabbia del mondo. E pensare che nella sede di Saigon dell’Associated Press i redattori, vedendo i negativi, dissero: «È impubblicabile, c’è troppo nudo». Poi, per fortuna, arrivò il capo e urlò: «Voglio una didascalia, mandate immediatamente le foto a New York!». Anche chi sceglie, conta.

Ma la storia di Nick Ut non è solo racchiusa nello scatto: dopo quelle fotografie, Nick Ut carica i bambini sulla sua macchina e li porta al Cu Chi Hospital, a 40 minuti dal villaggio. Non li vogliono curare e Nick fa vedere la tessera stampa dicendo: «Se non li curate domani siete nei guai». Da quel momento il destino di quella bimba ferita e di quel fotografo che incarna i valori più nobili del reportage sono stati una cosa sola: sin da subito lui si impegna a proteggerla, la va a trovare nel suo villaggio, poi, negli anni si frequentano, tengono conferenze insieme, sono come parte della stessa famiglia: «La considero come mia figlia, la chiamo spesso per sapere come sta. Mi chiama zio Nick». Ora lei vive felicemente in Canada, lui a Los Angeles. Lei è mamma, ha due figli, lui continua a fare il fotografo per l’Ap. 



Nick Ut si muove un po’ perso nel grande spazio di ricevimento della nuova fabbrica della Leica a Wetzlar, nella parte centrale dell’Assia, in Germania. È tra gli invitati, a buon titolo, della festa del centenario. La sua foto è esposta qui (è stata scattata con una M2) insieme a molte altre icone della storia della fotografia. Capelli ormai bianchi, minuto, uno zainetto sulle spalle (con le macchine fotografiche), si aggira solitario. Quasi nessuno lo riconosce. Ma appena qualcuno capisce chi è, allora tutti si avvicinano, lo vogliono abbracciare. Non capita tutti i giorni di incrociare lo sguardo dell’uomo che con una foto ha cambiato il mondo.Ma è davvero così? «Sì, in qualche modo questa immagine ha cambiato il corso della storia. Me ne resi conto subito. Cominciarono a chiamarmi da tutto il mondo. È un simbolo. Questa fotografia fa nascere il sentimento di dire: basta guerra! Avevo 21 anni quando ho scattato la foto. Ho incontrato molti veterani che, abbracciandomi e piangendo, mi hanno detto: “Grazie Nick, sono tornato a casa per la tua foto”. In qualche modo penso sia stato un regalo di Dio. E di mio fratello: faceva il fotografo di guerra per l’Ap, è morto colpito da una pallottola a 35 anni».

Il destino. Su quella stessa strada, con Nick Ut c’era anche un altro fotografo, David Burnett, lavorava per «Time». Ma la pellicola era finita. Lo si vede armeggiare con la macchina (proprio alla destra della bambina) mentre cerca di cambiare il rullino. Arriva troppo tardi, la storia ti può passare accanto senza poterla fermare: la sua foto ritrae la bimba di spalle. «Avevamo fotografato il bombardamento, dovevamo cambiare la pellicola. Con quelle vecchie macchine ci volevano minuti per farlo. Io sono riuscito a scattare in tempo. Sono stato davvero fortunato».
C’è da chiedersi cosa sia passato nella testa in questi quarant’anni a David Burnett. Ma forse, per uno che ha visto cos’è la vita e cos’è la morte, una foto persa è soltanto uno scatto non fatto, niente di più. Con Nick sono rimasti amici: per l’anniversario dei 40 anni di quella foto, a Toronto, una istantanea li ritrae tutti e tre insieme, abbracciati: David, Nick e Kim. La storia si è ricomposta.


«Qual è il ruolo del fotoreportage? La gente crede nella verità della fotografia. E il fotoreportage assolve al bisogno di informare. Ma adesso è più difficile lavorare. In Vietnam fu facile. Ora sono i governi a controllare tutto e non vogliono che vengano scattate fotografie. Il controllo dei media è molto potente. Io non andrei a quelle condizioni. In Vietnam ero libero, potevo andare dove volevo e scattare tutto quello che vedevo».
C’è un’altra immagine del Vietnam che scosse il mondo: quella di Eddie Adams che ritrae il capo della polizia del Vietnam del Sud, il generale Loan, mentre spara un colpo di pistola a un vietcong: «Eddie era un amico, ma sulle nostre più celebri foto avevamo differenti reazioni: io ero contento di averla scattata, lui no». Adams si sentiva infatti responsabile di quella morte, avvenuta davanti agli obiettivi dei giornalisti. Come uno spettacolo da consumare per la stampa. Per questo Ut parla di etica: «In Vietnam i fotografi di tutto il mondo venivano, scattavano e scappavano via. Tutti scappavano. Ero il solo, con un amico della Bbc, ad aiutare la gente. Cerco di aiutare le persone, anche adesso. E quando fotografo faccio sempre attenzione a che cosa e perché fotografo. Bisogna pensare prima di scattare».

«Se ho qualche pentimento?». Un attimo di pausa e poi un sorriso: «Soltanto per le foto che non sono riuscito a scattare ». La vita di questo fotografo è legata a una sola immagine. Il resto di tutta la sua produzione di reporter, va detto, è priva di immagini sensazionali. Ma, curiosamente, Nick Ut nella sua nuova vita tra le star di Los Angeles un altro scoop l’ha fatto. E anche qui, il destino sembra giocare uno scherzo. Per il fotografo conosciuto per la bambina che piange in Vietnam, l’unica sua altra foto che è diventata un caso mediatico è quella di Paris Hilton che piange a Hollywood, colta esattamente nello stesso giorno, l’8 giugno, ma del 2012: quarant’anni dopo. Una simmetria stupefacente, stessa espressione del viso, stesso pianto eppure due mondi sideralmente lontani. Si può mai mettere a confronto una bimba martoriata dal napalm con una ragazza ricchissima, viziata e cocainomane? Forse sì, perché racconta il nostro tempo.

Tutti i giornali del mondo (e tutta la Rete) si sono scatenati commentando la particolarità iconica dei due scoop. Ma Nick taglia corto: «Nessuno ha pianto per Paris Hilton, ma tutti hanno pianto per Kim Phúc». L’Associated Press gli impose di lasciare il Vietnam poco dopo il celebre scatto. Dopo un paio di anni a Tokyo, arrivò negli Usa. Ora fa il consueto lavoro di cronaca. Ogni tanto torna nel suo Paese. Ma è uno struggimento, uno stupore senza nostalgia. La memoria può essere crudele. Il fotografo di Napalm Girl si mette la mano al cuore: «Quando torno nella mia terra mi colpisce una sola cosa: in Vietnam ora tutti sorridono».
Grazie, Nick..
Ged
@GianluigiColin
Corriere.it