13/07/13

La Chiesa che..vogliamo

La Chiesa che vogliamo, quella che non vogliamo e Il linguaggio del regime di Marchionne


<<No dottor Figliulo, io non sto dalla parte dei violenti, nè volontariamente nè, come dice lei, involontariamente. Bisogna provare in ogni circostanza, anche la più burrascosa, a mettere le persone intorno allo stesso tavolo. Un vescovo, un pastore, non è un dirigente di un'azienda: quando vede e sente uomini gridare, ha l'obbligo morale di andare a vedere e sentire con i suoi occhi e con le sue orecchie. E ancora:

Credo che oggi, in questo tempo così difficile, i complici dei violenti siano tutti coloro che stanno rinchiusi nei loro fortini sperando che la burrasca passi senza bagnarli. Opera davvero violenza chi nega la speranza negando prospettive di futuro alle persone e alle famiglie. La chiesa ha una sola preoccupazione: che le famiglie non perdano il salario. E proprio perché conosco la complessità dei problemi, ho spesso incoraggiato le organizzazioni dei lavoratori a dare credito e fiducia ai piani dell’azienda.>>

Questo è il comunicato reso pubblico dal vescovo di Nola, in Campania,  Beniamino Depalma. Ci mancava pure un monsignore, a schierarsi contro i vertici Fiat, dopo la magistratura, Corte Costituzionale e la presidente della Camere Boldrini. Il vescovo di Nola aveva organizzato un incontro: invitati, deputati dei due maggiori schieramenti politici, rappresentanti degli industriali di Napoli, insieme a sindacalisti, operai, sindaci. Invitata anche la Fiat che però, per bocca di un suo dirigente, tal Figliulo, ha rifiutato inviando una lettera privata, che però è arrivata alla stampa. Nella lettera, Figliulo accusa: Non abbiamo alcun dubbio circa il fatto che la sua scelta di essere dalla parte dei violenti e dei prevaricatori stata involontaria e causata dalle mistificazioni veicolate da alcuni organi d’informazione che hanno volutamente travisata la realtà.. Il riferimento è alla presenza dell'alto prelato ai cancelli dello stabilimento Vico di Pomigliano d'Arco, tra gli operai che manifestavano nel primo dei due sabati di recupero comandati dall'azienda.

Infuriati, questi del Lingotto che non sanno più con chi prendersela. Finiti, indubbiamente, i tempi in cui nessuno osava disturbare l'azienda che ha motorizzato gli italiani ma che, negli anni, ha succhiato ingenti risorse allo stato sotto forma di contributi e sgravi fiscali. Con l'avvento di Marchionne e della sua idea di fabbrica caserma, tutti questi disturbatori fanno parecchio innervosire la Fiat.  A giorni scadrà la cassa integrazione dei 316 operai del Wcl, (World Class Logistic) : doveva essere il polo della logistica (modello Toyota) Fiat per tutti gli stabilimenti del centro sud all'interno dell'interporto di Nola, polo che non è mai partito, e dove sono stati trasferiti dipendenti con ridotte capacità lavorative e quelli più.. conflittuali. Sulla carta. Nella realtà, come gìà detto, questo polo non è mai partito. Si prospetta invece per gli operai di Nola lo spettro della mobilita, nient'altro che l'anticamera del licenziamento. Non esiste nessun piano fabbrica Fiat, solo chiacchere per i lavoratori, mentre l'azienda mette sul tavolo ingenti capitali per la scalata al Corriere della Sera.


LA CHIESA CHE NON VOGLIAMO:





Questo il resoconto dell'incontro di Atessa fatta da


Alla Sevel di Atessa, oggi la Fiat ha giocato la carta della manipolazione. Distribuito agli operai il vademecum su cosa dire e come comportarsi in presenza di Marchionne. Fuori la rabbia e la contestazione degli “altri” operai. Quelli della Sevel ma anche di Pomigliano, Irisbus, Melfi.

Oggi in Val di Sangro si è assistito alle prove generali di Fiatopoli, la fabbrica-caserma pensata e voluta da Marchionne. L’arrivo del manager della Fiat salutato dagli applausi di quelli che lavorano in fabbrica. Ma agli operai e alle operaie che dovevano intervenire era stato distribuito il testo che dovevano leggere. “Speach nuove generazioni”, questo il titolo del vademecum al quale gli operai potevano aggiungere solo il proprio nome, quello dei genitori o dei figli che lavorano, come loro, nella fabbrica e che ne deve celebrare i fasti. Una iconografia da regime, esattamente quello che Marchionne ha in testa per le fabbriche del ciclo Fiat.  Lo stabilimento della Fiat Sevel in Val di Sangro occupa 6.200 lavoratori e altri 4 mila occupati nell’indotto. Ad accogliere Marchionne c'erano i vertici istituzionali della Regione Abruzzo, il presidente Gianni Chiodi, il presidente del Consiglio regionale, Nazario Pagano, il prefetto di Chieti, Fulvio Rocco De Marinis e l’arcivescovo di Chieti, monsignor Bruno Forte. Presente anche tutto il gotha sindacale abruzzese (cioè i firmatari del contratto Fiat Fim-Cisl, Fismic, Uilm-Uil, Ugl), tra i primi arrivati il segretario nazionale della Uil Luigi Angeletti. Non c'era la Presidente della Camera Boldrini che ha declinato l'invito a mettersi sul tappetino di fronte a Marchionne.

Fuori dai cancelli il clima era completamente diverso. I lavoratori della Sevel aderenti alla Usb ma anche delegazioni di operai da Pomigliano, dalla Irisbus e da Melfi, operai che raccontano una storia e una realtà completamente diversa. Con loro anche i giovani del centro sociale “arrembaggio”. In fabbrica c'era anche il vescovo (non quello di Nola ovviamente) che è poi uscito a parlare con gli operai che erano fuori. A un certo punto con un blitz sono riusciti a penetrare oltre uno dei cancelli della fabbrica. Prontamente è intervenuta la polizia che ha bloccato i lavoratori, anche quelli che alla Sevel ci lavorano.