27/11/13

80's Dark Portraits, l'universo Dark a Roma. Un Punk sulla spiaggia di Ostia, di E. Trevi

Nei primi anni Ottanta, il fotografo Dino Ignani condusse una ricerca sui giovani che frequentavano la vita notturna, in particolare i club legati all’universo dark: rappresentativi di una nuova estetica musicale, ma soprattutto un modo radicalmente diverso di presentarsi e di apparire sulla scena sociale. Nei video-bar e nelle discoteche dell’epoca, specialmente di Roma (dal Black Out all’Uonna Club al Piper), ma anche in feste private, Ignani predisponeva un set preferibilmente neutro e invitava i presenti a farsi ritrarre. Il risultato del progetto - iniziato nel 1982 e terminato tre anni dopo - è una galleria di quattrocento immagini in bianco e nero. Per la prima volta un'ampia selezione di quelle immagini è in mostra a Roma nell'ambito del festival Fotoleggendo alla galleria S.T. fino al 5 gennaio, col titolo "80’s Dark Portraits". Curata da Matteo Di Castro e Paola Paleari, l'esposizione è accompagnata anche dalla pubblicazione di un libro con lo stesso titolo con testi di Daniela Amenta, Roberto D’Agostino, Paola Paleari e un racconto di Emanuele Trevi.

Ottanta immagini a parete:  si tratta di stampe eseguite all’epoca da Ignani.  Alla mostra si accompagna la pubblicazione di un libro curato dalla galleria, un progetto editoriale che punta ad abbinare le immagini a testi di matrice diversa. Oltre all’articolo di D’Agostino, scritto nel 1985 per la rivista “Rockstar”, viene riproposto il racconto dello scrittore Emanuele Trevi che riproponiamo di seguito, apparso sulle pagine romane de “La Repubblica”, che vede come protagonista un adolescente romano di ritorno dal suo viaggio iniziatico a Londra: Un punk sulla spiaggia di Ostia. Di  Daniela Amenta, giornalista de “L’Unità”, è invece il testo sull' “avere vent’anni trent’anni fa”. 
Dino Ignani è nato e vive a Roma. Ha iniziato a occuparsi di fotografia a metà degli anni settanta, privilegiando progetti seriali, sviluppati spesso nel corso di più anni.
fino al 5 gennaio 2014; dal lunedì al sabato 11:00-23:00
FotoLeggendo | Galleria via degli ombrellari, 25 Roma 00193 | +39 0664760105 | info@stsenzatitolo.it | www.stsenzatitolo.it  


Ostia Night  (L. Orlandi)
PUNK SULLA SPIAGGIA DI OSTIA

A quei tempi, parlo del Settantanove o dell' Ottanta, non è che Roma avesse molto da offrire, in alternativa alle cinque ore di scuola, la mattina di un qualunque giorno feriale. Per questo motivo, immagino, ci trovavamo spesso, verso le nove, in attesa del trenino per Ostia pieno, a sua volta, di altri ragazzini come noi, un' infinità di artisti delle fughe mattutine e della mancanza del titolo di viaggio. Mi veniva da pensare al carro che porta Lucignolo e Pinocchio, sul fare della sera, verso il Paese dei Balocchi. E in effetti, invisibili ma lunghe orecchie d' asino ornano ancora, a distanza di tanti anni, la testa mia e di tanti miei coetanei. Per quanto mi riguarda, la strada per Ostia, la prima vera strada della mia vita, mi era stata aperta da un compagno di classe, si chiamava Franchetti, che nel giro di un' estate aveva subito una trasformazione talmente radicale da farlo diventare un tipo interessante, dalla nullità che era fino all' anno prima. Lo conoscevo fin dalle medie, quel tipo. Sempre composto, con il suo loden verde, preferiva sparire tra gli ultimi banchi, ed era di poche parole, brufoloso, sprezzante. Sembrava nutrire qualche segreto e precoce rancore verso l' esistenza. Il suo banco era ornato di svastiche incise con la punta delle chiavi di casa: occupazione che lo teneva impegnato per tutta la durata delle lezioni. Al primo anno del ginnasio, sembrava già un perfetto candidato al suicidio. Poi, arrivò l' estate e i genitori di Franchetti lo spedirono in Inghilterra a imparare l' inglese, ospite di una famiglia. Prima o poi, questa forma di deportazione toccava a tutti. Ma a settembre, al momento di tornare a casa, i genitori di Franchetti rimpiansero amaramente di non esserselo portato a Cortina, come tutti gli anni: e al diavolo l' inglese, se i risultati erano questi. A quanto pare, i figli dei padroni di casa, un po' più grandi dell' imbranato e silenzioso ospite italiano, erano due giovani punk della prima ondata. Avevano preso in simpatia quello strano adolescente dalla psiche tortuosa. Lo avevano trattato, come mi disse lui stesso, come un essere umano. Aveva compitato le sue prime parole d' inglese leggendo, assieme ai due fratelli, i testi dei Sex Pistols: God save the Queen and his fascist regime, I am an anarchist, I am an antichrist... La mattina del suo ritorno, i miti, premurosi genitori di Franchetti credettero a uno scherzo: ma non sapevano se ridere o piangere. Il loro unico figlio gli venne incontro con i capelli tagliati a spazzola e imbrattati di gel, dei jeans pieni di strappi tenuti assieme da grandi spille da balia, una giacca di cuoio con una A cerchiata sulla schiena e la scritta NO FUTURE. Un incredibile collare borchiato per cani gli stringeva la gola. Il vecchio loden verde era andato in pensione per sempre. La madre di Franchetti si fece fare la ricetta di un tranquillante, ma dopo poche settimane si abituò. Fu così che feci amicizia con Franchetti, che prima odiavo a causa delle svastiche, e cominciammo insieme a saltare la scuola e a passare le nostre mattine sulla spiaggia di Ostia, alla ricerca di un' adeguata «atmosfera punk», come la chiamava lui. A me piaceva mettermi un grande maglione andino e le clark scamosciate, a dire la verità, ma il saggio Franchetti mi rassicurò: anche in Inghilterra, disse, c' era un sacco di gente vestita come me, ma punk nell' animo. Questa idea mi piaceva molto. Il problema, chiaramente, non era quello di diventare punk. Ci si metteva il tempo di una vacanza in Inghilterra: ed anche meno, per chi era punk «nell' animo», come me. Ma una volta diventati punk, cosa si faceva? A questo proposito, brancolavamo nel buio. Avevamo fatto il passo più lungo della gamba. Devo dire che Franchetti un po' d' intuito ce l' aveva, per i posti e le situazioni capaci di evocare questo fondamentale clima punk. Già la partenza per Ostia imponeva un certo contegno tra l' anarchico e il nichilista. Da una scala esterna, ci si immergeva nelle viscere della Stazione Termini, sempre più giù, fino a una vecchia fermata sotterranea straordinariamente annerita e puzzolente. Quei sotterranei, oggi, coi loro negozi chic e i pavimenti lucidi, sono un posto irriconoscibile rispetto a quella specie di Ade, popolato da varie categorie di fantasmi umani, che era un tempo. C' era anche una specie di esposizione permanente di rettili e uccelli. E una leggenda metropolitana voleva che una vedova nera, evasa dallo zoo sotterraneo, avesse nidificato in qualche buio anfratto di quel mondo infero, colonizzandolo presto con la sua prole numerosa. Scendere fino alla lugubre banchina sotterranea, a me, punk nell' animo, dava sempre qualche brivido: la sensazione di essere scrutato da innumerevoli occhi, ostili e vendicativi, di vedove nere. Ma dopo qualche stazione della vecchia linea metropolitana, l' unica esistente, il trenino sbucava alla luce, e presto costeggiava una serie di terreni dolcemente ondulati che già, con tutti i loro pini sbattuti dal vento, denunciavano senza equivoci la vicinanza benefica del mare. Ma perché mai, era «benefica», questa presenza? Non lo so. Sarà lo iodio, come dicono oggi gli inserti salute dei giornali, sarà come sempre, bella o brutta che sia, una spiaggia è un capolinea della terra, un brandello comprensibile e calpestabile di fine del mondo. E se hai quindici anni, non sei andato a scuola, e vuoi viverti il tuo mercoledì mattina da punk, la fine del mondo è un pensiero decisamente accogliente. Fatto sta, che arrivati alla stazione di Ostia, tagliavamo dritti per il centro, arrivavamo al lungomare, ed entravamo direttamente nell' area di uno degli stabilimenti chiusi per l' inverno. A quei tempi, certe mattine l' acqua era sporca oltre ogni ragionevole immaginazione. Non si capiva se quella spazzatura galleggiante provenisse dalla città alle nostre spalle o da qualche bastimento che faceva rotta al largo. Una volta abbiamo contemplato per un bel po' di tempo un immenso pollo arrosto, di quelli che stanno esposti nelle rosticcerie, strapazzato dalla risacca. Ci sembrò un bel simbolo punk di quella stessa mancanza di futuro, NO FUTURE, che Franchetti ostentava sulla schiena della giacca. Quando c' era foschia, o il cielo era grigio, quel paesaggio mi faceva pensare a un film che avevo visto in tv, Viaggio al centro della terra, quando gli esploratori, per raggiungere il centro magnetico del mondo, si imbarcano nel minaccioso mare sotterraneo, incalzati da orribili mostri. E immaginavo che anche quel lembo grigio-verde di Tirreno davanti ai miei occhi altro non fosse che il mare di una terra seppellita e dimenticata, illuminata da un cielo morto, lattiginoso: il soffitto di un' immensa caverna. Ma non è che fossimo per forza malinconici. Facevamo rimbalzare i ciottoli sull' acqua, dormivamo con la schiena appoggiata al legno tiepido delle cabine chiuse, ci svegliavamo in preda ad una fame dolorosa e categorica. Una mattina, il nostro capitale ammontava a circa duecento lire. La soluzione migliore era convertire quella piletta di monetine nell' alimento più economico e voluminoso, il pane. è questo che chiedemmo alla signora dietro il banco di una panetteria appena oltre il lungomare. Le tre monetine da cinquanta e cento lire erano allineate sul ripiano di vetro, sopra gli scomparti delle rosette, delle ciriole, delle pagnotte di Genzano. Ce ne dia il più possibile, precisò Franchetti, arrossendo un poco. La vecchia, dietro il banco, ci squadrò per qualche secondo, senza rispondere. Poi prese una grossa forma oblunga di casereccio, la appoggiò sul ripiano di legno e iniziò ad intaccarne la crosta esattamente al centro, con la sega di un lungo coltello. Ed ecco che all' improvviso si ferma, torna a guardarci, appoggia il coltello, rimasto sospeso a mezz' aria, e ficca tutta l' enorme pagnotta in una busta, che ci passa oltre il ripiano dopo aver fatto sparire le monetine con un solo movimento del palmo. Magnatevela tutta, boni a gnente, disse la signora, indicandoci col mento la porta del negozio. Sorrideva e scuoteva la testa, come se ci conoscesse da sempre. Io e Franchetti, usciti dal negozio, ci siamo diretti ancora verso la spiaggia. Senti qua, mi ha detto tutto contento, allungandomi la busta di carta con la pagnotta. Era calda, e ce n' era da far mangiare anche i gabbiani. E certo anche la vecchia doveva essere punk nell' animo, decidemmo, mentre affondavamo le dita nella pagnotta morbida e ci ingozzavamo di mollica, strizzando gli occhi verso la spuma della risacca. Eravamo due ragazzini allegri, una mattina qualunque, in riva al mare, sporchi di farina e briciole. Il mondo, in effetti, sembrava benevolo: e per quanto ne sapevamo noi, avrebbe potuto andare avanti così per sempre. E forse, a ragionarci bene, se così non è stato, la colpa più che del mondo è stata proprio nostra. E un giorno, adesso che sappiamo tutto, dovremmo proprio ritrovare la forza di scappare, e di imbarcarci di nuovo di straforo sul trenino per Ostia, che sarà rimasto quasi identico: come se fosse possibile che qualcosa, lì su quel lembo di spiaggia, possa ancora ricominciare, come se la vita fosse ancora piena di cose vaste e incomprensibili, crampi di fame, gare di rutti, terrori innominabili e mattine così perfette che ancora oggi, solo a pensarci su, sembra di sentirne l' incredibile odore fatto di pane caldo, di legno verniciato e salmastro.
Emanuele Trevi