30/04/13

Phillip Lopate, Lou Reed e L'arte di aspettare

In fondo la vera ossessione di Lou Reed non era la droga.. Lou era uno di quelli che l'eroina la cantava, era piú incline a farci delle canzoni che a farsi di brutto. Nessuno se lo ricorda come uno di quei tossici con la testa ciondoloni. A detta di Dennis Fields (dirigente della Atlantic Records e poi manager dei Ramones) era sempre in grado di intendere e di volere, ma è stato quello che più di tutti ha descritto solennemente (e senza giudizi morali)  la natura ciclica del viaggio e l’attesa dello spacciatore. Era affascinato dal rito dell'attesa, la sua ossessione aveva a che fare con "l'arte di spettare":  in un vicolo buio, in macchina nascosto dietro gli immancabili occhiali da sole, seduto ad un tavolino del CBGB:

 « Eccolo che arriva, tutto vestito di nero
Scarpe da portoricano, e un grosso cappello di paglia
Non è mai in anticipo, è sempre in ritardo
La prima cosa che impari è che devi sempre aspettare »
(I'm waiting for the man)

Qual'è il punto, quanto tempo si aspetta, o chi o cosa si sta aspettand? Entrambe le cose, risposta più sensata. Le cose si complicano quando si aspetta qualcosa che forse  non arriverà mai, che forse non succederà mai, e quando l'aspettare si trasforma in speranza..ci si logora, ci si esaspera..Ci si consuma.
Come Lou Reed, ho imparato bene  l'arte di aspettare , ma alla fine, soltanto di aspettare me stesso..

Adoro questo saggio autobiografico di Phillip Lopate, fine intellettuale americano, scrittore, giornalista, dal carattere burbero e scontroso, solitario, un pò moralista.. Particolari di vita quotidiana, stravaganze, aneddoti, diatribe. Un "grande pascolo di stile e individualità".



L'arte di aspettare

<< Una delle cose per cui io mi flagello più spesso e che non ho mai imparato a stare seduto per ore in un bar o in un caffè. A essere, insomma, un cliente abituale. Invidio la gente che ci riesce, perché chissà sembra appartenere senza sforzi a una comunità; nelle grandi città, poi, ogni sforzo in questo senso è da premiare. Ma anche quando provo a starmene li con le mani in mano, grazie a un libro o a un giornale, l'impazienza mi costringe ad alzare le chiappe dopo un'ora appena. A quanto pare mi manca quello che Walter Benjamin chiamava "la passione per l’attesa, senza la quale non si può apprezzare fino in fondo il fascino di un caffe". In parte e fisiologico: ricevo un segnale dal mio gluteus maximus che dice: "Allora andiamo?" E quando l’impazienza muscolare non mi sprona, lo fa la paura di annoiarmi. Il cameratismo tra habitué in un bar o in un caffe dall'esterno potrà sembrare allettante, eppure a un profano come me, che non ha mai scoperto il trucco per starsene seduto a fare quattro chiacchiere, risulta spregevolmente angusto. Perfino da ragazzo trovavo al di la delle mie forze bighellonare all'angolo con i miei coetanei. Non ho mai fatto parte di un gruppo di boy scout o di una gang o di una confraternita universitaria o di un club, tanto sono allergico al chiacchiericcio di gruppo. Perciò avrete capito che non ho nemmeno la pazienza per diventare alcolista. (Ci vuole una grande remissività per buttare giù un drink dopo l'altro: aiuta anche una discreta tolleranza sociale e un posteriore coriaceo.) La gente dubita che io sia uno scrittore solo quando dico che non bevo: chissà perché gli scrittori dovrebbero fare tirocinio al bancone del bar. Pensate a quante commedie avrei potuto scrivere se fossi riuscito a frequentare qualche bettola, assorbendo il dialogo tra gli avventori con le loro vite sprecate e i loro progetti assurdi. A volte, davanti al pub, mi fermo a fissare al di la dei vetri oscurati i clienti che se la ridono in un cantuccio. Un paio di volte l'anno mi costringo a entrare, per sorseggiare una birra e guardare la partita in televisione, cercando di entrare in sintonia. Ma non appena uno sconosciuto comincia a raccontarmi la storia della sua vita, apostrofandomi con immeritata tenerezza un attimo prima e arbitrario disprezzo un attimo dopo, mi viene voglia di darmela a gambe levate. Ovviamente l'ubriacone te lo legge negli occhi, poco importa quante pinte s'è scolato. Come ha spiegato un vecchio beone, con una specie di stupore compassionevole verso entrambe le posizioni:

”Capisco che... la gente che non beve... trova la gente che beve... ubriaca". Ma non sono solo i patiti dell’alcolismo che fatico a tollerare tanto a lungo da diventare un cliente fisso. La fregola mi prende anche nei caffè. Ci vuole un certo aplomb filosofico per starsene seduti ore e ore davanti a una scacchiera, aspettando che passi qualcuno per finire la partita. Me ne ricordo tanti di artigiani di indifferenza bohémienne negli anni Cinquanta: è un'arte che sta sparendo. Be’, mi dico, quella pigrizia non fa certo parte del DNA americano. Abbiamo bisogno di muoverci, di fare qualcosa. Anche se i saggi orientali spesso caldeggiano l'atarassia, io ho un'etica del lavoro troppo sviluppata per maneggiare quella disciplina. Perfino a casa, da solo, mi sembra quasi impossibile stare con le mani in mano: devo scrivere lettere, pagare le bollette, fare telefonate, leggere, guardare il telegiornale... Eppure c'è qualcosa nei caffè che continua ad affascinarmi. Quello che mi fa invidia non è il caffè per come si presenta oggi, con la sua aria di studiata indolenza, ma l'istituzione per come fioriva un tempo, nel '600 e nel '700. I caffè di Londra giocarono un ruolo importante nella vita intellettuale del tempo: le ultime pièce teatrali, le satire, ‘i pamphlet politici venivano fatti girare, discussi e a volte perfino scritti lì; le battute di Swift o Goldsmith nascevano in quei luoghi, e così partiva il passaparola; i bollettini di Addison e Steele, il Tatler e lo Spectator, nascevano tra la folla dei caffè. I loro primi numeri erano suddivisi secondo i caffè in cui le loro eminenze grigie si ritrovavano; le novità politiche da un ambiente, le chiacchiere letterarie da un altro, la religione e le mode da altri ancora. A quei tempi non solo i perdigiorno ma anche i più vitali e attivi e prolifici membri della società frequentavano i bar. Era un dovere e un piacere sociale passarci un po’ di giornata: sapevi sempre quali amici poteva capitare di incontrare in un certo posto a una data ora. A pochi di noi è concesso di vedere i propri conoscenti tutti i giorni. Forse Vedresti un amico in modo diverso se dovessi incontrarlo in circostanze casuali sei volte alla settimana. Ma . perché parlare solo degli amici? Senza luoghi di ritrovo come quelli diventa più difficile seguire in modo dettagliato la vita dei nemici, dei rivali e di tutti quelli che ci lasciano indifferenti. Palloni gonfiati, atteggiati, manigoldi, Scribacchini, talenti sprecati e personaggi eccentrici affollano le pagine della letteratura inglese del diciassettesimo e diciottesimo secolo, e vengono descritti con quella tranquilla e dispregiativa larghezza di vedute che può derivare solo dalla consapevolezza del ruolo fondamentale che questi personaggi marginali giocano nella vita di tutti. Il caffè, così come il salon francese (che non è per niente sparito), costituiva un laboratorio eccellente per l'investigazione delle tipologie umane. Non per niente lo studio dei personaggi salì alla ribalta come forma letteraria proprio in questo periodo: “Le Vite dei poeti” di Johnson (in particolare la sua biografia di Savage), lo stesso capolavoro di ritrattistica di Boswell, tanto legato al contatto quotidiano con i suoi soggetti, i romanzi sociali di Fielding o, dall'altra parte della Manica, i Caratteri’ di La Bruyère e Il nipote di Rameau di Diderot: queste opere osservano il campo specifico della natura umana sia come individualità che come tipologie rappresentative invitate ad assumere un ruolo nella pubblica arena. Se vogliamo credere alle descrizioni che ci sono pervenute, all'inizio il caffè aiutò a promuovere l'uomo come animale sociale, con un vivace interesse per il mondo e una responsabilità politica attiva. Il successivo declino di questo tipo di attività civica, insieme o in parte per la diminuzione dei luoghi pubblici e dei punti di incontro, ha costretto l'uomo nellasfera privata (...)
A me manca lo Sitzfleisch, ola capacità di starmene seduto. Mi sembra anche difficile, conoscendo la mia natura 'competitiva' , fare da spettatore a un gruppo rumoroso e brillante, aspettando di buttare lì qualche bon mot in mezzo a tutti quei discorsi. Anche se il circolo dell'Algonquin rinascesse domani con una sedia pronta per me, e le chiacchere fossero particolarmente sofisticate e maligne, probabilmente mi sentirei troppo minacciato per restarci a lungo. Temo di trovare più interesse a dispiacermi perchè il mondo contemporaneo mi ha deprivato di queste tavole rotonde intellettuali, di quanto ne avrei a parteciparvi se ne avessi l'occasione.


Contro la joie de vivre..

<< Nel corso degli anni ho sviluppate un vero e proprio disgusto per lo spettacolo della joie de vivre, ovvero l'arte di saper vivere. Non che io disapprovi il godimento della vita.
Dovunque possiamo essere colti da un inebriante, senso di felicità, e non possiamo prendercene la colpa più di un attacco influenzale o un improvviso e benefico mutamento climatico (che spesso ne è la prima causa). No, quello che mi infastidisce è la stilizzazione di questa condizione privata in un opprimente rituale sociale.
I francesi, che hanno elevato il picnic a liturggia, probabilmente sono i maggiori responsabili per la diffusione di un'estetica tanto allegramente compiaciuta e vanitosa. Ci èvoluto  il genio dei francesi per formalizzare l’informale e conferire un'aura sacrale alla baguette con vino e camembert. Una tipica immagine di scamiciata joie de vivre domenicale si può trovare nei dipinti di Renoir. I satiri del fine settimana danzano e strizzano l'occhio; il tempo libero assume un’aria bohémienne. Un discreto scrittore come Henry Miller contrasse la malattia li e tornò qui a raccontarci com'erano i pissoirs per le strade di Parigi (perché l'avessero tanto impressionato, non l’ho mai capito).
  Ma se cercate una doppia dose di jeie de vivre, dovete consultare una versione piu recente - e quindi più stilizzata - del mito francese della felicità pagana: quelle fotografie con amanti che si sbaciucchiano all’infinito, scattate da Doisneau e Boubat, o l'icona di Cartier Bresson con il marmocchio orgoglioso che regge due bottlglioni di vino. Se è vero che Cartier Bresson e i suoi emuli sono fotografi eccellenti, lo sono nonostante il fatto che continuano a ricordarci la tediosa problematica dell'affermazione della vita.
Benchè per tradizione sia monopolio francese, tutto il Mediterraneo è un focolaio di joie de vivre: l’hanno trasformato in routine, come un decente spettacolo son et lumière.

Gli italiani esportano il dolce far niente con la stessa aggressività che mettono nel vendere la pummarola. In Grecia la danza di Zorba in onore della vita ha scalzato le antichità classiche come principale attrazione turistica. Difficile immaginare qualcosa di piu rivoltante che venire trascinati in una simile effusione folkloristica.Il malato di joie de vivre è un incorreggibile missionario per il quale tutti vogliono esprimere sentimenti di amore per la vita nello stesso modo stereotipato. Attenzione: visto che io stesso ho una bella riserva di intolleranze (qualcuno direbbe di ostilità), ho la tendenza a essere severo nel mio giudizio sugli altri, e a trovare difetti in tutti quelli che non mi assomigliano. Di volta in volta, la persona con cui sono mi sembra troppo petulante, troppo mite, troppo questo-o-quello perchè la mia espansività diventi protagonista. “Se non hai voglia di bere, non avrai pietà per un ubriacone" (Kenneth Burke).
Ecco come funziona con me, ed ecco perchè non sono un critico letterario. Credo che le mie idiosincrasie in fatto di gusto non siano altro che la schizzinosa consapevolezza di ciò che continuerà a stimolarmi, basata sulla famiglia e le circostanze di classe che mi hanno formato. Ma sapere che le mie discriminazioni sono sballate e non universalmente auspicabili non mi impedisce in alcun modo di formularle, cosi come difficilmente mettiamo da parte una prima impressione negativa, poco importa quante volte sia stata smentita. Uno che crede nell’astrologia (per citare un altro falso sistema) e tira a indovinare che uno sia del sagittario, per poi scoprire che e scorpione, dirà: “Ma certo: scorpione!" senza batter ciglio, o mettere in dubbio la sua capacità di indovinare il segno zodiacale o la sua idea che chissà come quella persona in fondo in fondo sia davvero un sagittario.

Non ho alcun desiderio di attaccare la generazione salutista. Sappiamo tutti che l’attuale stile epicureo di Vita Sana, che va dai cibi biologici alle scarpe da jogging, nasce da ricerche di mercato concepite per vendere mercati una tantum e, in quanto tale, è una censeguenza naturale del sistema capitalistico. Può anche non piacermi, ma non posso nemmeno fingere che le mie obiezioni siano il risultato di un’analisi politica laschiana d’alto profilo. Soprattutto, il mio curriculum come attivista non è tale che io possa fare la morale ai fanatici del brunch domenicale e imporre loro di rimboccarsi le maniche e lottare contro le ingiustizie sociali, invece di concedersi qualche piacere.
No, se cerco di capire le ragioni delle mie tendenze  antiedoniste devo ammettere che certo non sono frutto del mio idealismo. Buffo, perchè sembra esserci una contraddizione tra la mia misantropia e la mia periodica brama di vita. Ripenso al mic idolo, William Hazlitt; da un lato l'atteggiamento sarcastico e burbero e dall’altro il suo buongusto. In Hazlitt si percepisce una difesa fanaticamente tenace dell’individualità  e dell'indipendenza contro una specie di anonimo teppistello che lo molestava. Si era esercitato ad essere un intenditore del vitalismo, e si irritava quando la vita non veniva sfruttata al massimo. Io sono molto meno irritabile, davanti agli altri. Rido appena me ne danno il pretesto. Ma è un piacere convulso, che non mi concede un attimo di relax. L’idea di passare tutta la giornata al mare mi manda nel panico. Per me non esiste lavoro più sfiancante che sforzarmi di andare in un luogo ameno, dove sarò costretto a restare chissà quanto e a "spassarmela". Prendersela comoda, vedere i confini della mia personalità che si allentano e dissolvono, mi suscita una spiacevole sensazione di vertigine. Non mi piacciono nemmeno i letti ad acqua. Paura di quello che Freud chiarmava "sentimento oceanico", credo: diffido di qualsiasi cosa che mi faccia esitare abbastanza a lungo da toccare con mano la mia fragilità. L'altra ripugnanza che provo quando sento puzza di joie ide vivre è che associo i suoi rituali alla depressione. Tutta quella gente seduta intorno a una piscina, a sorseggiare margarita. Felici, quelli? Naaa, sono depressi. Magari generalizzo troppo, colpa della disperazione che mi prende in quelle situazioni. Sbronzo, cotto dal sole, svaccato su un lettino, non riesco ad allontanare l'impressione di essere completamente solo, disconnesso, tagliato fuori.
Un articolo sulla depressione nelle pagine scientifiche del Times (pare che ne pubblichino uno al mese) descriveva la malattia come un modello di "impotenza acquisita”. Il tal dottor Martin Seligman dell’Università della Pennsylvania descriveva una serie di esperimenti: "All'inizio furono praticati piccoli elettroshock su cani che non fossero in grado di scappare. Nella seconda serie di esperimenti, ai cani venne somministrato un elettroshock a cui potevano sottrarsi, eppure non ci provavano più. Restavano lì e accettavano passivamente il dolore. Sembrava che l'impossibilità per gli animali di controllare le loro esperienze li avesse ridotti in uno stato simile alla depressione clinica negli uomini".
Una volta qualcuno (la mia ragazza, chi altri?) mi accusò di intolleranza verso la weltanschauung dei depressi, che ha una sua coerenza e dignità morale (per me, ovviamente,inutili). Aveva ragione. Non mi piace l'odore della depressione (ha un odoere molto pungente, qualcosa di fetido, tipo certi miasmi mattutini) e mi tengo il più possibile alla larga dai depressi. A parte quando si tratta dei miei migliori amici o dei parenti. Inutile dire che, per quanto faccia lo schizzinoso, sono anche molto attratto dalle persone depresse, perché hola sensazione che siano a conoscenzai di qualcosa che io non so (... )
Il punto di vista dell'edonista e del guru è lo stesso: se fossimo in grado di aprirci alla ricchezza del momento, di concentrarci sul banchetto che abbiamo davanti, la felicità sarebbe a portata di mano. Ho vissuto al presente di tanto in tanto, e posso assicurarvi che è sopravvalutato. Occasionalmente, prendersi una vacanza dal coccolare i ricordi o dal rimuginare le future preoccupazioni, può essere un buon diversivo, certo. Ma cogliere sempre l'attimo, ora dopo ora, è impossibile. Figurarsi, a me non piacciono nemmeno i romanzi scritti al presente. Quanto ai poeti che non usano mai un participio passato, si meritano l'eternità che tanto anelano. Senza contare che il presente sa come metterci comunque lo zampino, che vi piaccia o no. Perché dovrei deviare dal mio percorso per andarci incontro? Che mi spruzzi pure di tanto in tanto, come una macchina che becca una pozzanghera: io, che cammino solitario sul marciapiede, lo accoglierò malamente come ogni altro inconveniente della modernità.
Il presente non sempre è un ospite sgradito, almeno finché non si ferma troppo e non intralcia i miei ricordi o le mie aspettative. Perfino per sopravvivere, non è cosi necessario mettere a fuoco tutta l'attenzione sul presente. L'istinto del pedone che attraversa la strada con la testa fra le nuvole sarà più che sufficiente. La concentrazione è un'ottima cosa, purché non venga scambiata per. una promessa di felicità (...)
Se è vero che ho la tendenza a non appassionarmi a piaceri ed esperienze che oltrepassano le mie risorse, è vero anche l'opposto: ammiro sconfinatamente le cose che non  riesco a fare (...)
Il sesso per me è sempre stato cosi improvvisato, del tutto fuori controllo, ogni volta diverso, che anche quando mi trasformai in un torello scafato rimasi sgomento per tutto quel potere, esso stesso una forma di impotenza per via di quella imprevedibilità. Una frase che Michel Leiris scrisse nel suo libro Età d'uomo sembra fatta su misura per me: "È da tempo, in ogni modo, che non considero più l'atto sessuale come una faccenda semplice, ma piuttosto come un atto relativamente eccezionale, che necessita di certi accomodamenti interiori o particolarmente tragici o particolarmente esaltati, molto diversi, in ogni caso, da quelloche io considero il mio stato d'animo naturale”.
La trasformazione da cupo intellettuale metropolitano ad animale sessuale comporta a volte uno sforzo sovrumano. "Trovarsi a letto una donna tutta curve dotata Dio solo sa di quali capacità e desideri può sembrare un'occasione troppo  sublime, troppo formale, troppo ridicola o felice, anche senza lo shock per un cuore denutrito come il mio di un'iniezione di affetto troppo puro, se la donna risulta perfino innamorata (...)
Se non faccio più uso di acidi - anzi, sono diventato quasi proibizionista - devo ammettere che è grazie alle droghe se so riconoscere quel riflesso avvolgente. All'inizio ci sono volute le droghe per capire la meraviglia del sesso. Più tardi, senza droghe, ci sono state situazioni — dopo una bella chiacchierata o tornando a casa in taxi dopo una festa — in cui sono stato sopraffatto dal desiderio per la donna che avevo accanto.
L'appetito per la carne che mi prende in quei momenti, e il piacere che provo nel soddisfarlo, sembra così sensato che mi illudo sempre di essere inciampato in uno stato di grazia. Una vocina mi dice che non può durare, che è solo un trucco della mente e del sangue, ma cerco di non ascoltarla.
Conoscere l’estasi significa avvelenarsi la vita. Vogliate perdonarmi una ridicola. analogia, ma un briciolo d’estasi è come una bandana rossa nel bucato che vira al rosa il resto della biancheria. Dovremmo guardarci bene da un rapimento estatico al cui confronto la vita quotidiana impallidisca.
Non che abbia intenzione di smettere. Eppure, se non avrò mai a che fare con il ‘misticismo religioso, è forse perché percepisco una suscettibilità in quella direzione. Anche la poesia è pericolosa.

Ci sono persone che vivono tutto il tempo sotto questo incanto? Era questo il segreto del sorriso idiota sul faccione del pittore Vartas? Gli amanti della vita, i possenti Cellini, i Casanova? C'è una tecnica nell’edonismo che permette di estendere all'infinito il termine dell’estasi? Ne dubito. La disperazione dell’edonista è di essere costretto a fare i conti con il presente. Non abbiamo statistiche sulla percentuale di successo dei mistici. In ogni caso, non posso costringermi ad affermare che ciò che sto aspettando è Dio. Un’affermazione  troppo grandiosa e presuntuosa, e comporta una cesura troppo netta col mio modo di pensare.
Ma posso identificarmi con il pre - se non il post- che descrive Simone Weil: "L'unica cosa che sa l'anima è che ha fame. Il punto è che comunica la sua fame piangendo. Un bambino non smette di piangere perché gli viene detto che non c'è pane. Continua comunque a piangere. Il pericolo non è che l'anima possa dubitare che vi sia del pane, ma che, grazie a una menzogna, possa persuadersi che non ha fame”.
Lo stesso vale per la joie de vivre. È troppo consolatoria. Io non lo so cosa vo cercando. Ma so che finché non avrò ottenuto quello che voglio dalla vita, le mie espressioni di gratitudine e gioia saranno limitate a piccole variazioni nella concentrazione del cacciatore. Sono grato a un odore nell'aria che ha lasciato una traccia. Ma trovo ipocrita fingere di essere sazio quando ho ancora fame... >>

Phillip Lopate - L'arte di aspettare
Gaffi ed.


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