31/05/13

La Casa dei bambini n° 6

Questa è la storia della Casa dei bambini n°6, dell'esilio segreto di 170 bambini nell'URSS di Stalin e della repressione a cannonate della "Vienna Rossa" nel febbraio 1934, una delle tante storie rimosse, taciute..

di Angela Mayr
Pauli aveva dodici anni, Lucie soltanto sei, Karl dieci... ln tutto erano 170 i bambini e ragazzi che tra febbraio e settembre del 1934 furono  fatti  fuggire in treno da Vienna  a Mosca, accompagnati dal Soccorso Rosso  Internazionale. Vestiti per bene per non dar nell’occhio, muniti di  identità false, giunsero nella capitale dell’Urss: nello stato degli operai e dei contadini. All’arrivo fu di nuovo paura, vedendo tanti uomini in divisa: ma stavolta era infondata. Li aspettava un’accoglienza trionfale: <<La piazza era piena di bandiere, fiori e striscioni. Ogni fabbrica, ogni ufficio aveva mandato una delegazione per riceverci, una folla immensa>>, ricorda Karli, <<più tardi abbiamo saputo che erano stati mandati: noi pensavamo che fossero venuti di loro iniziativa>>. Rappresentanti  del soviet di Mosca, del Partito Comunista, del Komsomol e del Komintern tennero i discorsi di saluto. <<Siamo stati accolti da eroi,  però  eroi erano stati i nostri genitori>>. Frida si rendeva già conto dell’essere seconda generazione, non protagonista diretta degli eventi che avrebbero determinato tutta la vita di ciascuno di loro.


Combattenti del febbraio
I loro padri infatti erano stati Februarkampfer,  combattenti del febbraio>> appartenenti al  Republikanischer  Schutzbund, la milizia armata che il Partito socialdemocratico operaio (Sdap, oggi evolutosi  nel Partito socialdemocratico austriaco, Spo) aveva costituito nel ‘22 in reazione alla crescente violenza delle milizie della HeimWehr (difesa della patria) legata ai cristiano-sociali, prevedendo il ricorso alla lotta armata quando fosse stata in pericolo la democrazia. Ma essa era già a terra, dopo la chiusura del parlamento e della corte costituzionale ordinata dal cancelliere Dollfuss e tra continue irruzioni armate nelle sedi socialiste, quando il 12 febbraio 1934 il Schutzbund decise l’insurrezione. Da soli, Senza più aspettare indicazioni del partito, gli operai del Schutzbund furono <<i primi in Europa a combattere con le armi il fascismo>>, come ricorda la lapide nel Karl-Man-Hof , l’imponente complesso residenziale comunale simbolo della <<Vienna rossa>>.
La resistenza, spontanea e disperata, finì schiacciata nel sangue. Il suo ultimo bastione, il Karl-Marx-Hof cadde il 15 febbraio sotto le cannonate dell'esercito. La richiesta di Mussolini a Dollfuss, dell’agosto ‘33, di dare <<un carattere marcatamente dittatoriale al governo>>  era esaudita; e l’avvento dell’ austrofascismo chiudeva l’esperimento di  utopia concreta della Vienna rossa. I figli dei combattenti di febbraio uccisi o arrestati furono accolti a Mosca, dove fu allestita una residenza apposta per loro in un bell’edificio, la <<casa per bambini n. 6>>,  nel vicolo Kalashnij. La loro vicenda - <<ora si ricordano di noi, quando la maggior parte di noi é morta o ha più di 80 anni>>, dicono - e stata riscoperta quest’anno (2004,n.d.r.) dal Wiener Festwochen, il festival organizzato ogni anno dal comune di Vienna e da poco conclusosi.
A 70 anni dai fatti di febbraio, il festival diretto da Luc Bondy ha dedicato un ciclo del proprio programma al <<Febbraio 1934 - Dizionario del silenzio. Schizzi teatrali sulla guerra civile in Austria>>. <<E’ il capitolo di storia austriaca più  taciuto e controverso, privo finora di qualunque rappresentazione pubblica>>, spiega la direttrice dei programmi teatrali del festival, Marie Zimmennann. La memoria é rimasta ambigua: Engelbert Dollfuss, massacratore degli operai e pochi mesi dopo (luglio ‘34) vittima dei nazisti hitleriani, e a tutt’oggi considerato lui martire dal partito popolare (flvp) successore dei cristiano-sociali, che tengono il suo ritratto nei locali del gruppo parlamentare. <<Non hanno voluto farcela fotografare, l’abbiamo fatta riprendere di nascosto>>, raccontano gli organizzatori del festival. Sul retro del parlamento, invece, una lapide fatta realizzare dall’ex cancelliere socialdemocratico Franz Vranitzky ricorda Koloman Walisch, il Capo dello Schutzbund  giustiziato nel ‘34. Il modello di democrazia consensuale senza conflitti della seconda repubblica aveva il suo fondamento, apparentemente sicuro, nell’elusione di  un vero confronto pubblico sul conflitto del ‘34, mai più elaborato. <<Questa imposizione sociale del silenzio é stata piena di conseguenze, e non solo per i combattenti, le vittime e i loro congiunti, il cui vissuto non si trova rappresentato nelle  storiche della società  postbellica>>, sottolinea Zimmermann, che ha compiuto una <<ricognizione degli effetti di quell’ostinato silenzio», restituendone le voci. Merle Karusoo,  teatrante e sociologa estone che si é conquistata una certa notorietà  in Europa con il suo teatro biografico e documentario, ha ricercato le tracce degli ex abitanti della <<Casa per bambini numero 6>> di Mosca incontrando i pochi sopravvissuti, studiando lettere, documenti e diari dei vivi e dei mortj. Ne è nato un collage teatrale sconvolgente, che ha ricostruito una storia collettiva rimasta sconosciuta ai suoi stessi ex-protagonisti. In una prima fase i 170 ragazzi vivevano in condizioni relativamente privilegiate, migliori di quelle della maggior parte dei loro coetanei sovietici, perché <<figli degli eroi di febbraio>>

La Casa dei bambini chiude
Ma in coincidenza col patto di non aggressione Hitler-Stalin la Casa dei bambini venne chiusa. Improvvisamente sui  tram la gente  prese ad alzarsi e far sedere i ragazzi, in segno di riverenza, quando li sentiva parlare in tedesco. Con lo scoppio della guerra le vie dei  dello Schutzbund  si separarono radicalmente. Alcuni divennero vittime dello stalinismo, altri combatterono nell’Armata Rossa, tornando a Vienna come soldati delle potenze occupanti. Qualcuno di loro vive ancora oggi in Russia. Il giorno della <<prima>>, gli ex-abitanti della Casa per bambini presenti sono saliti sul palco a fine spettacolo per abbracciare gli attori, scambiati per i loro veri ex-compagni. Tra il pubblico, Lucie e Karl Munichreiter.  Loro padre Karl fu il primo dei 21 condannati  a morte dalla Corte marziale ad essere giustiziato, il 14 febbraio 1934. Non era un capo importante, ma si trattava di dar subito l’esempio. <<Muoio perché a qualcuno deve toccare>>, scrisse nella lettera d’addio ai figli. Ferito gravemente nei combattimenti, non fu in grado di camminare: lo portarono all’impiccagione in barella. Lucie, che allora aveva sei anni, lo vide nella cella della morte poche ore prima dell’esecuzione. <<Vai via, non sei mio padre>>,   fece, non riconoscendolo cosi pieno di sangue e con i capelli diventati bianchi di colpo.
Munichreiter  faceva il calzolaio, ma malgrado il suo mestiere i figli d’estate giravano senza scarpe, perché costava meno: essendo socialista, aveva perso molto del  lavoro che aveva.  Era stato gravemente ferito già nella prima guerra mondiale. Dall’esperienza sul fronte tornò pacifista convinto. Tutto cambiò però  il 15 luglio 1927, quando un tribunale mandò  assolti   gli <<assassini di Schattendorf>>, tre killer fascisti responsabili di vari delitti politici, e migliaia di operai  indignati si ribellarono spontaneamente nelle strade di Vienna.  Bruciò il palazzo di giustizia e la polizia sparò sulla folla, uccidendo  89 lavoratori e ferendone 1600. Di fronte a un massacro del genere e alla radicalizzazione dello scontro politico e di classe, Munichreifer non riuscì a restar da parte e aderì allo Schutzbund. E venne quel  12 febbraio 1934. <<All’improvviso a scuola ci dissero: potete andare a casa>> - ricorda il fglio Karl.
<<Eravamo a pranzo quando piombò  in casa uno dello Schutzbund  gridando a mio padre: ‘Karl, ascolta, è sciopero generale, la correnteèe stata tolta’.  Mio padre premeva l’interruttore, in effetti non c’era la luce. Si precipitò fuori casa>>. Dalle soffitte, cantine,  giardini e sezioni si tiravano fuori le armi nascoste. A Munichreiter  fu assegnato il comando di Ober St. Veit (un quartiere di Vienna) dal capodistretto, partito alla ricerca dei leader del partito per avere istruzioni. Non arriveranno mai. <<I medici consigliano di aspettare>> era l’indicazione in codice con cui il leader socialdemocratico Otto Bauer chiedeva allo Schutzbund di restar fermo.

“Lo zio Otto é malato”
L’assenza di direzione politica e la totale disorganizzazione sono stati tematizzati da “Zio Otto é malato”, del russo Evgenij Grishkovets, specializzato nella rappresentazione teatrale di  fallimenti storici. Lo sciopero generale era solo parziale; e falli anche perché l’immediato blocco completo dell’elettricità e dei trasporti rese ancora più difficili le comunicazioni. <<Mio padre fu mandato allo sbaraglio>>, commenta amaro  e stanco Karl Munichreiter  figlio,   signore  ottantenne che incontriamo nella sua modesta casa di Vienna.  Ma il suo ricordo dell’infanzia nella Casa dei bambini a Mosca è invece felice. Nel ‘4l, Karl e Lucie trascorsero le vacanze in un campo di pionieri a Novojebnja,  in Bielorussia, dove passava la linea di confine tra Urss e Terzo Reich. Due giorni dopo il loro arrivo inizio l’attacco nazista, il campo di pionieri si dissolse e Karl e Lucie finirono in mezzo ai due fronti. Dopo una lunga odissea riuscirono a tornare in Austria nel ‘43. Pauli Munichreiter, il più grande dei fratelli, voleva arruolarsi nell’Armata Rossa... Non ci riuscì, malgrado tutti gli sforzi e gli interventi tentati  anche da sua madre presso il Partito Comunista Austriaco (Kpo) perché premesse su Mosca. Karl Munichreiber  tira fuori un pezzo di carta stropicciato: é la lettera che il Kpo spedì allora alle istanze sovietiche. Descriveva Paul e la madre come persone indisciplinate, scostanti e poco affidabili. Paul Munichreiter  morirà ventenne, durante un controllo per strada, trapassato da una pallottola sparatagli da un agente russo, entrata dalla guancia e uscita dalla nuca. Era senza documenti e con in tasca una lettera in lingua straniera. Con tutto ciò suo fratello Karl è ancora iscritto al Partito Comunista Austriaco, quello con la più lunga osservanza filo-sovietica.
<<E’ qui che ormai ho tutti gli amici>>, dice. Quando si incontra con gli ex abitanti della Casa per bambini n. 6, parlano solo in russo…
Angela Mayr

La case comunali  e il Karl-Marx-hof 
Inaugurato nel 1930, il Karl-Marx-hof coronò  l’attività edilizia della Vienna Rossa (l’amministrazione socialista della capitale austriaca) che tra il 1922 e il 1934 costruì 61,175 case comunali. Furono finanziate tassando pesantemente i proprietari di case e i beni di lusso: <<bolscevismo fiscale>>, lo chiamava la borghesia, odiando più di tutti l’assessore alle finanze Hugo Breitner. Di architettura eterogenea, nei più diversi quartieri della città, le case comunali dovevano avere un 50% di cortili con area verde per garantire Iuce, aria e spazio di movimento; ed essere collegati con i mezzi di trasporto. Erano provvisti di strutture collettive sociali: asili nido, lavanderie, cliniche odontoiatriche ed erano centri di vita culturale con sale di lettura, biblioteche, ecc. L’affitto nel 1926 era il 4% del salario medio operaio. Oggi il Karl Marx-hof  é abitato da 4500 persone, ci sono lavanderie collettive, un asilo nido e una sala per feste. ll 25% dei viennesi vive ancor oggi nelle case comunali, arrivate nel frattempo a 220mila. L'impegno del comune é di costruire 5000 alloggi comunali o di edilizia sociale ogni anno, destinate anche ai ceti medi.  L'affitto massimo nella categoria più alta, comprensivo di condominio, è di 4 euro al metro quadro; il più basso di 1,3O.