03/12/12

Quando Arafat infiammò l'Onu e l'intervento di Roger Waters al palazzo di Vetro

La vendetta isrealiana è scattata puntuale, feroce. Il governo ha approvato, dopo lo storico voto al Palazzo di Vetro che giovedì sera ha accolto alle Nazioni Unite la Palestina come stato osservatore, la costruzione di tremila nuovi alloggi per i coloni, praticamente tagliando la Cisgiordania in due, nord e sud, e minaccia altre terribile rappresaglie,come la revoca dei documenti ai palestinesi di Gerusalemme e il congelamento dei fondi provenienti dalle tasse pagate dai lavoratori palestinesi al governo isrealiano.


Quando YASSER ARAFAT infiammò l'ONU

 L'Assemblea generale dell’Onu decise, per la prima volta, dal 1952.di discutere in forma solenne la questione palestinese e invitò l'OLP a parteciparvi in qualitià di rappresentante del popolo palestinese. Quel culnine era stato opportunamente preannunciato. Nel 1947 la Francia aveva votato per la suddivisione; divenendo uno dei più fedeli amicidi lsraele nei prmi anni della sua esistsenza. Ma quando, nell’ottobre 1974, il suo ministro degli esteri, Jean Sauvagnargues  si recò in visita ufficiale in Libano, si sentì in dovere di fare colazione con Yasser Arafat. In seguito, pare avesse confidato che Arafat  stava acquisendo  la "statura di uno statista"; era un “moderato» che rappresenta, incarna, le aspirazioni dei Palestinesi.   Quel pasto‘ intimo, consumato nella residenza dell'ambasciatore francese, iniziò e fini con  l’accompagnamento dei boati sonici dei caccia israeliani che sorvolavano la cittià.. a quanto pareva in un gesto di  stizza per quello che equivaleva al primo riconoscimento da parte di una"potenza occidentale" . Pochi giorni dopo ci fù "un banchetto di nozze per i palestinesi".


E' cosi che Arafat descrisse il summit arabo a Rabat. Ai suoi occhi il trono hascemita era secondo soltanto ad Israele come strumento delle disgrazie dei palestinesi. A rabat re Hussein si piegò alle schiaccianti pressioni arabe e rinunciò a metà del suo regno, cedendo, giuridicamente, a1l’Olp la Cisgiordania e Gerusalemme, che aveva perduto,fisicamente, in favore degli israeliani nel 1967. Fu una vittoria diplomatica che vendicò la sconfitta militare del Settembre nero 1970. L'apoteosi di Arafat - due settiniane dopo sul podio dell’ Assemblea Generale dell' Onu fu assaporata da tutti i palestinesi, sia favorevoli che contrari alla pacificazione, come un momento di vera dolce vendetta. Non soltanto - con buona pace di Golda Meir - i palestinesi esistevano, ma ecco che il loro leader, parlando al mondo, riceveva quel tipo di attenzione appassionata che nessuno statista in visita, per quanto illustre o discusso, aveva mai ottenuto prima di lui. Giornalisti arabi riferirono da  New York che l’uomo che, dieci anni prima aveva iniziato a varcare le frontiere israeliane in missioni di sabotaggio che erano passate quasi inosservate, ora stava allestendo l'operazione più spettacolare della propria carriera. New York infatti, contando più ebrei dello stesso Israele, era senz’altro territorio nemico."Arafat", disse un leader ebraico, "era considerato là con quel tipo di odio riservato un tempo a Hitler; l'atmosfera, prima del suo arrivo, generava quello stesso tipo di solidarietà di quando scoppia una guerra". Un’enorme manifestazione lo preoedette. A decine di migliaia si radunarono in piazza Hammarskjold, all’ombra del palazzo dell'Onu, per ascoltare i leader isrealiani che denunciavano l'affronto che stava per essere perpetrato. Li capeggiavano senatori e deputati di New York e di una mezza dozzina di altri stati, consiglieri comunali, il sindaco, funzionari statali, leader sindacali e la maggior parte dei candidati alle imminenti elezioni newyorchesi: tale è l'importanza di Israele nella politica interna americana. I manifestanti, ebrei e gentili, bianchi e neri, recavano cartelli con scritte come:" l’Onu diventa un forum del terrorismo"; l’Olp é una multinazionale dell'omicidio"; "ci rifiutiamo di stringere la mano insanguinata dell’Olp". Normalmente, in un assolalao pomeriggio autunnale, nel palazzo dell’Onu si accalcano dai quattro ai cinquemila visitatori. I newyorchesi passeggiano nei giardini che si estendono lungo l’East River per diciotto acri, godendosi i crisantemi o le ultime rose estive. Famiglie venute dalla periferia scendono nel seminterrato a fare un giro per i negozi di articoli da regalo mentre i turisti compiono la visita guidata. Ma non l'11 e 12 novembre 1974... quel fine settimana l’intero complesso era ermeticamente chiuso al mondo esterno. Arafat, il cui discorso all’Assemblea generale era previsto per lunedi 13, era sorvegliato dal servizio di sicurezza più rigoroso della storia dell'Onu. Due elicotteri dell'esercito statunitense l’avevano accompagnato con il suo gruppo, dall'aeroporto; mentre lo depositavano all'interno del recinto, altri elicotteri pattugliavano dall’alto, mentre le lance percorrevano l’East River, i tiratori scelti facevano la guardia dagli edifici più alti e centinaia di poliziotti newyorchesi e Guardie federali addetti alla sorveglianza presidiavano barricate di legno giù nelle strade. Poco prima di mezzogiomo, Arafat fece il suo ingresso all’Assemblea generale e i presenti si alzarono in piedi, per acclamarlo. Soltanto la delegazione americana rimase seduta. L’aula era stracolma; solo due gruppi di sedili erano vuoti, quelli degli israeliani, che non se la sentivano di assistere a questo trionfo palestinese, e quelli dei sudafricani, sospesi dall’Assemblea la sera prima. Arafat fu scortato fino al podio dal capo del protocollo e sedette sulla poltrona di pelle bianca riservata ai capi di stato. Con una procedura applicata soltanto una volta prima di allora - e niente di meno che per il papa - divenne il primo leader di un movimento di liberazione " nazionale" a ricevere un simile onore. Lui però fece ben poco per affettare il contegno di un capo di stato.

Indossava, come sempre, la solita keffiya a quadri, i pantaloni cascanti, la camicia aperta sul collo e una giacca di cattivo taglio. E quando, per ringraziare dell’applauso, alzò le braccia in un saluto rivoluzionario, mostrò la fondina che aveva al fianco. Per una volta però, a quanta pareva, si era almeno rasato a dovere e, si affermò, la fondina era vuota. In senso figurato, però né lui né la gente che rappresentava avevano abbandonato le armi e sebbene attendessero con ansia il giorno in cui avrebbero potuto farlo.
"Sono venuto portando un ramoscello d’ulivo e il fucile di un combattente per la libertà. Non lasciate che il ramoscello d'ulivo mi cada di mano".

Con questo appello concluse il suo discorso di cento minuti, nel corso del quale si era soffermato amorevolmente sulla sua Palestina di domani, sul suo stato democratico per musulmani,  ed ebrei. L’aveva definito il suo sogno e aveva invitato gli ebrei che ora vivevano in Palestina, tutti quanti, ad abbandonare l'ideologia sionista, che offriva loro soltanto un perpetuo spargimento di sangue, per condividere il suo sogno.

David Hirst
Senza pace. Un secolo di conflitti in Medioriente,
Nuovi mondi media



Il co-fondatore dei Pink Floyd, da tempo impegnato a sostegno dei diritti umani in Palestina, è intervenuto - a poche ore dal sì al riconoscimento della Palestina come Stato osservatore non membro dell'Onu - nella veste di rappresentante della società civile durante una riunione al Palazzo di vetro nella Giornata della solidarietà per i palestinesi. "Israele controlla ancora la vita a Gaza", ha detto Waters che nel corso del suo discorso ha anche citato Bob Dylan: "The Times They are a Changing", ha detto. I tempi cambiano
Repubblica.it