06/07/13

David Foster Wallace: Come diventare se stessi

L'incontro tra lo scrittore americano e il reporter di Rolling Stone, all'indomani dell'uscita di Infinite Jest. Cinque giorni passati a chiacchierare di scrittura, fama, depressione..

F. Borrelli (Alias, ottobre 2011)
Quasi nessuno aveva letto Infinite Jest quando David Lipsky venne mandato dalla rivista “Rolling Stone” a intervistare David Foster Wallace; ma lui era già una celebrità. Quasi nessuno poteva avere letto il romanzo per la semplice ragione che le millequattrocento pagine scampate ai dolorosissimi tagli imposti dall'editor avrebbero richiesto almeno due mesi e mezzo di dedizione pressoché totale per essere adeguatamente assimilate, e la campagna pubblicitaria, invece, era partita in coincidenza con l‘uscita del libro, appena una ventina di giorni prima. Ma il faccione di Foster Wallace, con la fronte attraversata dalla famosa bandana -inaugurata per impedire al sudore di gocciolare sulla macchina da scrivere elettrica provocandogli una scossa, e mai più lasciata per <<paura che mi esploda la testa>> - era già comparso su ‘Time’ e su ‘Newsweek’, e la rivista ‘Esquire’ aveva speso per lui niente meno che la parola genio.
Alcuni dei suoi fan, del resto, all’uscita di Infinite jest erano ancora freschi di esclamativi, perché quello stesso anno, il 1996, era comparso su ‘Harper’s’ il racconto della crociera extralusso alla quale David Foster Wallace si era sottoposto su e giù per i Caraibi, un pezzo di bravura destinato a diventare famoso con il titolo “Una casa divertente che non farei mai più” (minimum fax, 1998).

Quanto a David Lipsky , era alla sua terza intervista con un personaggio famoso e alla sua prima conversazione con uno scrittore: da Foster Wallace, che aveva allora trentaquattro anni, quattro più di lui, avrebbe voluto cavare succose rivelazioni sulla sua dimestichezza con la droga e, possibilmente, qualche assaggio di cosa significhi essere depressi: insomma dettagli sullo stile di vita piuttosto che su quello letterario. I due passarono insieme cinque giorni, gli ultimi del tour di presentazioni di Infinite jest, e tutta la sbobinatura di quanto si dissero è leggibile anche in italiano, tradotta da Martina Testa per minimum fax con il titolo Come diventare se stessi (Sotterranei, pp. 443, € 18,50).

Nulla di comparabile all’impegno maniacale con il quale David Foster Wallace ha sempre scelto le parole viene fuori dall’intervista, che tuttavia raccoglie alcuni frutti della vivacità mentale dello scrittore americano, informazioni interessanti e esercizi di ironia alternati a qualche rapsodica presa di contatto con i ricordi del suo breakdown depressivo - <<vedevo il filtro che mi scendeva davanti agli occhi, non so se mi spiego, vedevo come distorceva le immagini>>. Era il 1989, DFW aveva dovuto interrompere il suo Corso di filosofia a Harvard per scegliere di ricoverarsi all’ospedale psichiatrico McLean's, <<l’atto più coraggioso che abbia mai fatto>>, raccontò, <<la prima volta in vita mia che mi trattavo come avessi davvero un valore>>. Tra i venti e i trent’anni, la pressione delle enormi aspettative riposte nel suo talento già evidente lo avevano esasperato: la sua tesi di laurea, rielaborata, aveva preso la forma di un primo romanzo fluviale, La scopa del sistema, alle cui proposte di editing aveva ribattuto con una lettera di diciassette pagine dove spiegava che tutto il libro andava inteso come “una conversazione tra Wittgenstein e Derrida”. La sua seconda performance, il racconto lungo ‘Verso Occidente’, suonava come “una chiamata alle armi della metafiction postmoderna “: detto in altri termini, rifaceva il verso a John Barth. Questi i precedenti.

Non a caso, DFW si ritrovò a dire, nell’intervista a Lipsky: <<le parti di me che pensavano fossi diverso, più intelligente o quello che era, mi hanno quasi portato alla morte>>. Allora, la possibilità che ogni frase uscita dalla sua penna fosse men che fantastica gli era intollerabile. Il gusto di lavorare a lungo sulla pagina era venuto più tardi, e con questo la consapevolezza di essersi costruito ‘dei muscoli interiori’ che, all’uscita di Infinite Jest lo autorizzavano finalmente a sentirsi uno scrittore. Il momento era arrivato di <<starsene seduti in prossimità degli allori e guardarli con affetto>>.

Certo, la visibilità ottenuta come persona non avrebbe giovato alla sua scrittura, ma valeva la pena correre il rischio se almeno fosse stato possibile <<rimediarci un po’ di sesso>>. Purtroppo, pare che non andò cosi. Tuttavia Lipsky assicura che DFW <<pompava fascino come un reattore>>, il che naturalmente era basato su un pregiudizio, ossia sulla leggenda rapidamente diffusa circa la singolarità della sua scrittura; ma poi, alla prova dei fatti, chiunque lo abbia conosciuto può testimoniare di un fascino tutto vero. Difficile pensare che le folle siano state rapite nei gorghi delle sue note a piè di pagina, certo é che l’intelligenza ansiosa nascosta dietro il bisogno di rendere conto di tante e diverse prospettive deve avere lusingato l’amor proprio di molti lettori, e quella implicita chiamata alla violazione del senso comune deve avere fatto il resto. D’altronde, stando a quanto racconta lo stesso Lipsky nella sua bellissima postfazione, già quando venne pubblicato lo sterminato resoconto che DFW scrisse sulla crociera nei Caraibi non poche persone se ne leggevano brani al telefono, lo fotocopiavano, lo faxavano, insomma gli tributavano le attenzioni dovute a un feticcio. Non sarebbe stato dunque possibile, dopo la sua morte, evitare la tentazione di dare alle stampe anche ciò che lo scrittore americano non aveva licenziato: cosi, l'ultimo romanzo al quale stava lavorando, The Pale King é stato fatto uscire in America con il sottotitolo “romanzo incompleto” e in Italia è uscito per Einaudi. Il fatto stesso di stabilire la successione dei capitoli - in questo romanzo che ha tra i suoi temi principali la natura della noia e come set l’agenzia tributaria americana - ha comportato un notevole arbitrio, per non parlare delle centinaia di pagine estromesse; ma secondo il ragionamento dell’editor storico di DFW, Michael Pietsch, il fatto stesso che l'autore abbia preservato il dattiloscritto nonostante l’intenzione di suicidarsi, e il posizionamento al centro della sua scrivania di duecentocinquanta pagine apparentemente ultimate, starebbero a indicare l’intenzione di rendere pubblico il romanzo. Del resto, ha commentato la sua agente Bonnie Nadell, <<quando muori sono gli altri a prendere le decisioni per te>>. A favore della pubblicazione parlano i dodici anni di lavoro riversati nel libro, mentre a sfavore si potrebbe citare quel che DFW disse a Dave Eggers nel 2003, nel corso di una interista destinata a ‘The Believers’: <<Cio che la gente alla fine legge, della roba che scrivo, é il prodotto di una specie di lotta darwiniana nella quale solo le cose che per me, a livello empatico, sono vive, solo quelle vale la pena di finirle, sistemarle, editarle, adeguarle alle norme redazionali, ritoccarle nei minimi dettagli e cosi via>>. Una sensazione, questa che valga solo ciò che sulla pagina sembra animarsi di una esistenza propria, esplicitata anche nella intervista con Lipsky, quando DFW dice <<sento come se i personaggi mi parlassero. Sento che quella pagina, che quella pagina, è una cosa viva>>. Poco disponibile a commuoversi per ciò che usciva dalla sua testa, I ‘autore di Infinite Jest aveva tuttavia preso gusto alla fatica di scrivere, come lui stesso dice nei passaggi dedicati al suo lavoro, mentre della persona che era rende meglio conto la postfazione di Lipsy, che sta alla intervista come la verità narrativa sta alla verità storica nei resoconti dei casi clinici: la prima è un costrutto creativo guidato dalla ricerca del senso, ricerca “particolarmente insidiosa – ha scritto uno psicoanalista di nome Donald Spence - perché riesce sempre”; la seconda è una attività ricostruttiva, che pesca da quanto documentato nel passato. Le due verità, naturalmente, esibiscono non poche costanti.

Per esempio, il giusto peso attribuito da DFW alla fama: <<a gran parte delle persone intelligenti >> ha detto - capita di rendersi conto che questa considerazione degli altri nei nostri confronti, non è abbastanza nutriente per impedirci di spararci in testa>>...



05/07/13

Datagate, l’Europa e il discorso dello schiavo

Riscrivere la storia di Emma Bonino sarebbe inutile, noioso e assolutamente di poco interesse. Gli internauti però sono scatenati. Bonino "massone", (ex) membro di quel ristretto gruppo di "vampiri" che è il gruppo Bilderberg, sionista, radicale e quindi voltaggabbana per eccellenza. Mascherata da difensore dei diritti civili (ma come si fa, senza vergona, a braccetto con gente come Gasparri, Storace..) la sua candidatura aveva già regalato la regione Lazio alla disastrosa Polverini. Non contenti, con neanche l'uno per cento di consensi viene nominata ministro degli esteri. E da questa poltrona tuona patetica: niente asilo a Snowden, abbiamo fiducia negli alleati americani. Patetica. Ridicola. Per non parlare dell'ignobile comportamento sull'incredibile atto di pirateria internazionale,  il dirottamento dell'aereo del presidente della Bolivia Evo Morales, (di cui la Bonino neanche mezz'unghia..) e la negazione del nostro spazio aereo (insieme a Francia e Portogallo) all'ingresso, legittimamente richiesto, dell'aereo del presidente Morales, per il sospetto che a bordo ci fosse la "talpa" Snowden. Naturalmente il ministero diretto dalla Bonino non commenta e non smentisce, in perfetto stile Cia.
Detto questo è davvero avvilente il servilismo degli stati occidentali davanti all'arroganza della principale potenza imperiale, gli Usa. E aggiungiamo che a Edward Snowden, (come a Julian Assange)  non solo si dovrebbe dare asilo, ospitalità e protezione, ma fargli una statua, per l'impegno e il coraggio con cui ha rivelato al mondo come gli Stati Uniti spiino tutte le comunicazioni possibili e immaginabili, anche tra i propri alleati, servendosi del super  programma Prism. E magari affidargli incarichi di governo, con la speranza che  personaggi come la Bonino spariscano dalla vita politica di questo paese e dalla scena pubblica.. definitivamente..


Datagate, l’Europa e il discorso dello schiavo
F. Mastrogiovanni |
C’è un aereo presidenziale su cui vola un presidente di una democrazia amica dell’America latina. Sta viaggiando per i fatti suoi sopra l’Europa quando scopre che non può sorvolare l’Italia, la Spagna, la Francia e il Portogallo. Dicono che non può farlo perché a bordo del suo aereo presidenziale, che in quanto tale gode di totale immunità, soprattutto se al suo interno viaggia il presidente stesso, nel caso della nostra storia Evo Morales, presidente della Bolivia, potrebbe essere nascosto un giovine accusato di un delitto in un altro Paese.
Questo aereo presidenziale diretto a casa, la Bolivia, è costretto a fare scalo (uno scalo obbligato di 14 ore) nell’aeroporto di Vienna, in Austria, unico paese che gli consente di atterrare. Non c’è alcuna ragione per la quale quattro paesi europei, sovrani, debbano impedire a un capo di stato amico, in tempo di pace, di sorvolare il loro suolo o attraversare il loro spazio aereo. Si vocifera però che il presidente andino ospiti a bordo del suo jet un pericoloso criminale ricercato in tutto il mondo per aver svelato che il governo del suo Paese, gli Stati Uniti, ficca il naso nella privacy di mezzo mondo. Va bene, allora dicevamo non c’è nessuna ragione tranne la cessione di sovranità a un Paese terzo, in questo caso gli Stati Uniti. È interessante osservare come governi europei, di fronte a un atto illegale, la violazione della privacy da parte di organismi statali statunitensi anche a danno di istituzioni e di cittadini europei, preferiscano mettersi al servizio del Paese che commette l’illecito piuttosto che al servizio delle vittime (in questo caso degli stessi cittadini europei). È bizzarro osservare come si preferisca incrinare rapporti diplomatici con paesi amici e violare accordi internazionali per obbedire agli ordini di qualcun altro, che ha già dimostrato in che considerazione tenga i suddetti popoli europei. Non ci si deve meravigliare che le spie facciano le spie, che lo squalo faccia lo squalo, che il più forte detti le regole e che il subalterno (o cane da guardia) le esegua, anche contro se stesso, nel più classico cliché del discorso dello schiavo. Fa sorridere invece la grottesca indignazione che i membri del governo italiano mostrano nei confronti degli Stati Uniti, quell’indignazione di facciata di chi non conta nulla (e lo sa) e che ormai viene espressa addirittura contro voglia, senza nemmeno cercare di convincere l’audience. Vedere Emma Bonino, tenace ministra, una vita spesa da paladina dei diritti umani, che oggi appare sotto tono nel tentativo di difendere l’indifendibile. Battuta miseramente sul suo stesso campo. Rimaniamo pazientemente in attesa di vedere cosa si inventeranno i rappresentanti della nostra patria e della nostra bandiera, oltre a bandire l’espressione “Italia paese di merda”, considerata da oggi vilipendio, per difendere il nostro onore, il nostro suolo patrio e i nostri sacri valori.


Reporters senza frontiere e Julian Assange in favore di Edward Snowden

Il direttore di Reporters sans frontières Deloire Christophe e il fondatore di WikiLeaks Julian Assange hanno firmato un editoriale su Le Monde, chiedendo all’Unione Europea di proteggere Edward Snowden.

“Il 12 ottobre 2012 il premio Nobel per la pace è stato assegnato all’Unione europea per ‘il suo contributo alla promozione della pace, della riconciliazione, della democrazia e dei diritti umani in Europa’. Ora l’Europa deve essere all’altezza e dimostrare il suo impegno nella difesa della libertà di informazione, indipendentemente dai timori di pressioni politiche da parte del suo ‘migliore alleato’, gli Stati Uniti”, scrivono su Le Monde Assange e Deloire.
Gli stati membri dell’Unione europea, soprattutto la Francia e la Germania, devono riservare la miglior accoglienza possibile a Edward Snowden, secondo i due attivisti. “Gli Stati Uniti rimangono uno dei paesi al mondo che più di altri portano avanti l’ideale della libertà di espressione, ma il loro atteggiamento verso chi rivela delle informazioni riservate è chiaramente in contrasto con il primo emendamento della loro costituzione”.
“Gli informatori come Edward Snowden sono stati definiti dall’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa come ‘persone che divulgano informazioni riservate o segrete, nonostante il loro impegno, ufficiale o meno, a tutelare la riservatezza o di segretezza’ e una risoluzione del consiglio d’Europa ne ha previsto la difesa in caso di buona fede”, prosegue la lettera.
Le rivelazioni di Edward Snowden hanno un chiaro interesse pubblico, secondo Assange: “Le informazioni che ha diffuso hanno permesso a giornali come Guardian, Washington Post e Der Spiegel di fare luce su un sistema di sorveglianza che controlla decine di milioni di cittadini. Se i paesi europei dimenticheranno i loro princìpi e il motivo dell’esistenza stessa dell’Unione europea però, quest’uomo resterà bloccato nella zona internazionale dell’aeroporto di Mosca”.
“I leader statunitensi dovrebbero capire l’evidente contraddizione tra i loro discorsi sulla libertà d’espressione e il modo in cui si comportano. I membri del congresso devono essere in grado di combattere gli abusi del Patriot act, riconoscendo i legittimi diritti degli uomini e delle donne che lanciano l’allarme della libertà d’espressione. La legge Whistleblower Protection Act, che protegge gli impiegati del governo che denunciano illeciti, deve essere modificata per assicurare una protezione efficace agli informatori che agiscono nell’interesse pubblico. Un interesse completamente diverso da quello che intendono i servizi segreti”, conclude la lettera.

04/07/13

Diario dell'Apocalisse

Francis Ford e tutta la famiglia Coppola. E Marlon Brando, Martin Sheen, Robert Duvall, le intuizioni di Dennis Hopper, le Filippine, Gerry Garcia e i Grateful Dead. E ancora le sbornie, l'erba, le difficoltà finanziarie, i disastri e gli incidenti.. L'incredibile racconto della realizzazione di Apocalypse Now, diciasette mesi nella giungla per creare uno dei film più leggendari della storia del cinema scritto da Eleanor Coppola.. 

Ieri sera Francis ha visionato il montaggio preliminare della prima settimana di riprese. Erano le scene con Harvey Keitel, che fa la parte di Willard. Poi si e seduto sul divano con i montatori e Gray e Fred, i produttori. Ha chiesto: <<Be’, che ve ne pare?>> Sono salita a dare la buonanotte ai bambini e quando sono scesa di nuovo, dopo un quarto d’ora, erano già al telefono per prenotare dei posti sul volo per Los Angeles. ll giorno dopo Francis ha deciso di sostituire l’attore protagonista. Gray gli ha detto: <<Gesù, Francis, ma come fai ad avere il coraggio di fare una cosa del genere?>> Stamattina Francis si e svegliato ancora pin presto del solito; la notte non aveva dormito granché. Ha cominciato a radersi la barba. Quando, verso le sei, e sceso per far colazione, i ragazzi erano davvero stupiti. Ultimamente si era messo le lenti a contatto, perché è più facile guardare in macchina senza occhiali, e aveva perso una quindicina di chili. Sembrava proprio un altro. Ci ha detto che voleva andare a Los Angeles senza essere notato dai giornalisti. Non voleva che cominciassero a spargersi voci sulle difficoltà del film prima che avesse trovato a chi assegnare la parte di protagonista. Quindi ha detto di essersi tagliato la barba per dimostrare a se stesso, con una specie di gesto simbolico esteriore, che anche quando si trova in grosse difficolta è sempre in grado di cambiare.

Sylvia Ji , "ci piace"

la tehuana
Ritratti di persone, volti sconosciuti, bellezza decadente. Contemplativa, spirituale, a tratti misteriosa, e tuttavia  un prolungamento di se stessa, bizzarra, divertente. Sylvia Ji è giovanissima, nata nel 1982  a San Francisco, in California, e trasferita a Los Angeles nel 2005, dove attualmente risiede. I suoi disegni, sono incentrati su figure femminili , autoritratti e donne eteree e carnali allo stesso tempo, provocatorie ed evanescenti. I colori (predomina il rosso) sono  audaci, abbaglianti e dai tono..psichedelici, descrivono una femminilità pericolosa e inquietante: la sensualità, la lussuria, la provocazione. Tutte le opere sono acrilico su tele e pannelli di legno.  L'arte come piace a noi. Sylvia Ji, ci piace..
Una galleria dei lavori pubblicati sul sito ufficiale è visibile qui













03/07/13

Zombie Vs Vampiri: 2.0

Addio vampiri. Dracula & co sono un’espressione dell’era moderna. Lo zombie, al contrario, incarna il postmoderno. E’ una contraddizione, un ossimoro ambulante: morto vivente. E un remake dell’individuo, e, come tutti i remake, è inferiore all’originale. Marcio. Una serie tv, The Walking Dead, ne celebra il grande ritorno.

Se il vampiro seduce, lo zombie terrorizza. Non a caso, in informatica, è usato come metafora dell’infezione virale: un pc compromesso da un cracker o infettato da un virus in maniera tale da permettere a utenti non autorizzati di assumere in parte o per intero il controllo viene definito, appunto, “zombie”. Di norma, il vampiro coesiste con gli esseri umani. Lo zombie ne segna l’estinzione. Come tale, rappresenta l’apocalisse. Negli ultimi cent’anni, il vampiro non è mai veramente cambiato. Lo zombie, invece, ha subito upgrade significativi: se quello romeriano d’annata 1968 procedeva lentamente, quello contemporaneo rilanciato dal Danny Boyle di 28 giorni dopo e dallo Zack Snyder di Dawn of the Dead - è uno sprinter, alla faccia del rigor mortis. Non c’é scampo. E nel contesto videoludico, il vampiro è sporadico, mentre lo zombie e pervasivo. Alcune delle saghe pin celebri - da Resident Evil a Left for Dead - ci costringono a fronteggiare orde di morti viventi in scenari allucinanti. Esiste tuttavia un medium che, fino a oggi, è rimasto relativamente al sicuro: la televisione. Forse perché il piccolo schermo, come ci ricorda Clay Shirky, é già morto, dominato com’e da logiche commerciali del Ventesimo secolo, infestato da figure grottesche e personaggi lobotomizzati. Le cose, tuttavia, stanno per cambiare. L’invasione televisiva é ufficialmente cominciata: The Walking Dead ha debuttato su AMC (il network che ha prodotto il meglio delle serie statunitensi, da Mad Men a Rubicon; in Italia la trasmette Fox Channel) ed è arrivato alla terza serie. Tratto dall’eccellente fumetto di Robeit Kirkman per Image Comics e prodotto da Frank Darabont (II miglio verde, TheMist), The Walking Dead è la realizzazione di un sogno, o meglio di un incubo collettivo. Ci troviamo di fronte alla prima vera meta-narrazione dello zombie, un racconto che diventa un’epica e che trascende i limiti strutturali del formato cinematografico. Per esempio, una durata non superiore alle due ore, una struttura episodica limitata, una caratterizzazione dei personaggi appena abbozzata. The Walking Dead realizza una convergenza mediale (fumetto-televisione) ma anche generica (è horror, western e drammatico). Eleva lo zombie a personaggio: il morto vivente non si perde nell’orda, ma acquista personalità propria, grazie all’incredibile make-up di Greg Nicotero. E come ogni opera postmoderna, The Walking Dead si produce in un’orgia di riferimenti all’immaginario filmico degli ultimi trent’anni.
Wired
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Sì. Lo zombie rinasce di nuovo nelle nostre città, nelle nostre piazze, figlio del disagio, incarna l’ansia e il male di vivere della popolazione, rappresenta la crisi dell’individuo vessato dal malgoverno e dalle inesistenti politiche sociali. Il suo incedere lento e orrorifico è reale e, lungi dallo spaventare le persone, è accolto con gioia, dalle persone presenti e dalla polizia che controlla la manifestazione. Il perché di tutto questo risiede nel fatto che la marcia claudicante dello zombie è foriera di Valore, è redenzione, rivalsa e ostinazione di un popolo vessato ma che è duro a morire, combatte ogni giorno trascinando la propria esistenza al limite delle possibilità di vita. È l’individuo che dopo essere stato ucciso dalla tirannia delle banche e dagli interessi del potere, dopo essere morto e sepolto nell’indifferenza delle grandi manovre economiche, scarnificato, vessato, ritorna a vivere, con grande dignità.

Franco La Polla e Giuliano Santoro, L’alba degli Zombie, che chiarisce esattamente le dinamiche in campo:
«Il potere ha inventato il terrore e il sovrannaturale è la conseguenza di una radicata tradizione di paura che il potere ha coltivato e instillato nel corso dei secoli. Certo, oggi nel 2011, ci sentiamo di aggiungere che il sovrannaturale è anche qualcos’altro che investe soprattutto una dispercezione del Reale provocata ad arte attraverso un diabolico matrimonio tra tecnologia e tecniche invasive di persuasione..».

La notte dei morti viventi ha anche il merito di sottrarre il cinema horror per usare le parole di Carpenter “all’abbraccio mortale del gotico e di trasportare l’orrore che, sino allora, era quasi sempre stato ritratto e identificato in un luogo “altro”, direttamente negli Stati Uniti d’America".
Se gli zombie degli anni '80 erano una chiara metafora dell'istupidimento della società, quelli contemporanei propongono due contrapposte visioni del mondo: da una parte la volontà di sopravvivere a tutti i costi in un mondo di zombie, con sparute comunità umane che devono rinunciare a ogni forma di tecnologia sociale, e difendere i pochi oggetti simbolici che li identificano come vivi. Dall'altra opposta la consapevolezza che, se davvero il mondo sta morendo, i ragazzi sono già pronti ad andare oltre: si dicono già-morti. E guardano cosa succede. A differenza dei vampiri, dove il male è estetizzato(fino a diventare.. irresistibile) la cultura zombie mortifica il corpo. L'orrore viene esposto ed esaltato, una sorta di ribellione come lo fu il punk, a questo mondo dove sembra invece indispensabile avere una totale cura di se e del proprio aspetto. La nuova morale zombie non è abbracciare la morte o la non-vita: si sentono dei sopravvissuti, rivendicano la possibilità di essere brutti.

C’è qualcosa di terribilmente malinconico nella strana esistenza di questi esseri: vestono ancora i camici da dottore, i pigiami in cui dormivano, la cravatta dell'ufficio.. Quando si accalcano contro una porta e iniziano a sbatterci contro, quasi con delicatezza, senza lamentarsi, non sono tanto diversi da quelli che fanno le file di fronte agli Apple Store per comprarsi l'ultimo modello IPhone. Lo zombie in fondo è il simbolo del consumismo americano e non ha nessun potere soprannaturale, nessun fascino, nessuna possibilità di redenzione: è l'ultimo degli schiavi. Ci assomigliamo e chiunque intorno a noi può trasformarsi in un Walking Dead. Barcollanti, con vestiti logori sembrano animali feriti pronti a sbranarsi tra loro, proprio come gli zombie vagano nei centri commerciali affamati di una fame che non si estingue mai. In ambedue i casi, vagano forse alla ricerca della loro vita passata.. Gli zombie emergono dalle tombe, a volte è un virus sintetizzato in un oscuro laboratorio che ci trasforma. E' semplicemente un’onda che va arginata e fatta esplodere senza rimorsi. Solo in ventotto Giorni dopo di Danny Boyle sono apparsi ..gli zombie 2.0: non ondeggiano come sonnambuli, ma sono veloci e agili, come babbuini con la rabbia. Si aggirano tra case abbandonate trasformate in rifugi in cui farsi e vivere, senza servizi igienici, tra sporcizia e distese di tappeti di siringhe. Nell'ortodossia, uno zombie lo evitiamo senza problemi, due anche, tre sono guai, ma quelli aumentano e alla fine inesorabilmente ti divorano. La massa, ignorante, ha sempre la meglio sull'intellettuale isolato. Non c’è altra morale..

S. King dice che tramite gli zombie, e l'horror in generale, l'essere umano instaura un rapporto dialettico con la propria ventura e inevitabile estinzione, e ha un valore consolatorio. Magari, nell'horror si trova, soprattutto per chi non possiede una fede religiosa, nessuna illusione nell'alida', la speranza che si possa rivivere tornando dalla morte, che è un tema primario nel genere...




La Tv pubblica norvegese, modello Pirate Bay

Eirik Solheim

<La TV modello Pirate Bay >

<<Ci costera una birra o due».
<<COSA?». <<Si, il software ha una licenza beerware>>.

Sono a una riunione e cerco di spiegare il costo del tracker di BitTorrent che abbiamo appena installato alla NRK, Norwegian Broadcasting Corporation. Non e facile. Ho passato settimane intere a illustrare perché il più grande gruppo televisivo pubblico in Norvegia dovesse utilizzare un sistema che si basa sullo stesso software che alimenta il sito di Pirate Bay. E ora devo far capire le nozioni fondamentali del beerware. <<Vedete, se mai incontrassimo il programmatore che ha realizzato il software, dovremmo offrirgli una birra. Questo è quanto. E’ tutto ciò che chiede>>.

Questo software ha aiutato l’emittente televisiva di proprietà del governo a distribuire terabyte di dati a migliaia di persone. Attraverso una tecnologia temuta dall’industria dei media, e tuttavia estremamente efficiente e solida, diffondiamo enormi quantità di contenuti a un costo totale di distribuzione vicino allo zero. E tutto questo costituisce solo un piccolo esperimento tecnico. Durante la riunione, mentre cercavo di spiegare il termine “beerware” a un responsabile aziendale, mi sono reso conto che davanti a noi si aprivano anni entusiasmanti. “Informare, educare e intrattenere”, sono queste le parole che il primo direttore generale della Bbc, John Reith, utilizzò nel lontano 1929 per descrivere il sistema radiotelevisivo pubblico. Questa definizione è ancora assolutamente valida. Ma cosa direbbe oggi? Internet ha democratizzato la distribuzione. Il progresso tecnologico ha democratizzato la produzione. Ora abbiamo possibilità che Mr Reith non aveva a disposizione. Condivisione e partecipazione, combinate ad abbondanza e libertà di scelta impossibili da immaginare ai suoi tempi. Noi della Norwegian Broadcasting Corporation, in quanto servizio pubblico, abbiamo la libertà di sperimentare con i contenuti in collaborazione con il nostro pubblico, senza essere limitati dai modelli tradizionali di business. Un esperimento recente è stato la trasmissione su uno dei nostri canali televisivi di un documentario di sette ore su un viaggio in treno attraverso il paese. Gli indici di ascolto sono stati da record, ma un altro risultato inatteso è che la gente si è “riunita” attorno al nostro documentario attraverso l’uso di Twitter e di altri strumenti di comunicazione sul web. Insomma, una sorta di enorme evento parallelo che non ha avuto inizio da noi. L’esperienza ci ha convinto a distribuire l’intero viaggio in free download, completo di una licenza Creative Commons che consente qualsiasi utilizzo e ridistribuzione. Cosi, non appena e terminata la discussione durante lo show, il testimone è passato alla creatività del dopo-trasmissione: in Rete il documentario si é arricchito di numerosi e interessanti progetti e video, prodotti gratuitamente dal nostro pubblico. Un altro esperimento é stato includere i file dei sottotitoli per i nostri show televisivi più popolari downloadabili via Internet. Il risultato é che tutti questi prodotti televisivi sono ora tradotti (in inglese e, in alcuni casi, in tedesco) dal nostro pubblico e, di nuovo, gratuitamente. Quando facciamo esperimenti cosi radicali, molti ci chiedono se non siamo spaventati di perdere il controllo. Ma sbagliano. Il futuro riguarda il pubblico. Il futuro riguarda il fatto che, se vuoi il controllo sui tuoi contenuti, devi essere il loro miglior distributore. 

Wired





29/06/13

Stage

La verità è che il rock & roll non ha prodotto grandi album dal vivo. Molto pochi, buoni. Per molti gruppi, però, i dischi live hanno rappresentato perfino una consacrazione definitiva: sul palco gente come i Deep Purple, Who (grandioso il loro Live at Leeds..), Grateful Dead, Allman Brothers hanno espresso la loro massima potenzialità ed energia, che risultava incerta nelle registrazioni in studio; altri sono stati esercizi di pura perizia tecnica: Yessongs, Seconds Out dei Genesis.. Per altri ancora, invece, hanno solo costituito delle raccolte, dei 'best' fatti il più delle volte per ragioni di cassetta.
Questo primo capitolo è dedicato interamente a Stage di David Bowie, meraviglioso disco live e uno degli album "della vita". Seguirà una lista non dei migliori dischi live della storia, ma di quelli rimasti impressi nella memoria di un 'ascoltatore', dischi che per i soliti oscuri motivi occupano un posto speciale nei nostri scaffali..

Stage
Senza ombra di dubbio, è Stage di David Bowie il “mio album Live”. Disco dal suono freddo e futuribile, estremamente avanguardistico pur essendo registrato "dal vivo", con le sue oscure trame nelle elaborazioni strumentali, e con una  dimensione scenica  completamente rivoluzionata: niente più maschere, vecchi costumi: dietro Bowie sul palco, niente di niente, solo una gelida grata di tubi al neon.

27/06/13

Jimi Hendrix a Roma





Questa è il resoconto, breve, del passaggio di Jimi Hendrix a Roma e della proiezione di  Jimi Hendrix plays at Berkeley. Di MassimoBuda e Sergio Duichin per Paese Sera, che il 18 settembre 1980 celebrava Hendrix nel decimo anniversario della sua morte. E'  anche un istantanea su di un epoca, ormai al tramonto. La stagione dei 'movimenti' andava sempre più declinando, la classe operaia attraversava una sorta di "mutazione antropologica ("detriti soggettivi di quella che era stata la centralità operaia" T. Damico) , cambiano codici linguistici, tradizioni culturali, riferimenti politici. Il mondo della scuola è disincantato, scettico sulla possibilità di un qualsiasi cambiamento.  Un ritorno alla solitudine degli interessi, la ricerca di strategie (sempre più invadenti) per il conseguimento del benessere individuale. A questo, s'accompagnarono la disperazione per l'emarginazione, e la frantumazione della speranza..
  
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Il grande chitarrista americano, pochi forse lo sanno o lo ricordano, una volta venne a suonare in Italia. Ma senza perdere nulla del suo fascino, come invece é capitato a molti fra i più fragili miti della musica pop legata alla cultura giovanile, di cui Hendrix è finito fra i più grandi. Fece due concerti, al Teatro Brancaccio di Roma strapieno. Fu un grande evento per i giovani italiani amanti del rock, e l’episodio è ricostruito da Dario Salvatori in un libro pubblicato da Lato Side. Di quel concerto dice Roberto D’Agostino, critico, musicale rockista da lunga data: “Fu una cosa indimenticabile. Allora eravamo nella prima fase dei concerti rock e da Roma passavano tutti i personaggi maggiori. Nel 1965 all’Adriano erano venuti i Beatles e nel 1967 al Palasport i Rolling Stones, più altri grandi nomi come gli Who. Ma la venuta di Hendrix fu l’apice di quella prima ondata. Colpiva soprattutto la sua immagine, poi il modo di suonare la chitarra. Mai vista e sentita prima una cosa simile. Ricordo che iniziò il concerto con Sgt, Pepper’s dei Beatles, e ciò procurò a tutti una grande emozione. Poi fece i suoi pezzi più famosi. Allora era all’apice, nel maggio del 1968, e quello fu uno de concerti più belli mai visti in Italia. La notte poi andò al Titan e a sorpresa fece una jam session che i presenti non dimenticarono mai. Nei corridoi del Titan c’é ancora un suo grande ritratto che ricorda quella sera.


25/06/13

Le tre leggi: Tortura, Carcere, Droghe





DIGNITÀ E DIRITTI UMANI
Campagna per tre leggi di civiltà: Tortura, Carcere, Droghe

Con una sentenza all’inizio dell’anno la Corte Europea dei Diritti Umani ha condannato l’Italia per trattamenti disumani e degradanti, in relazione allo stato delle carceri. L’Italia ha un anno di tempo per ripristinare le condizioni dello stato di diritto e l’osservanza della Costituzione. Il Presidente Napolitano ha definito il sovraffollamento carcerario una questione di “prepotente urgenza” e di recente ha rivolto l’ennesimo invito perché siano approvate misure strutturali per porre fine alle disumane condizioni delle carceri.

Il sovraffollamento non è una calamità naturale né un mostro invincibile: basta cambiare le leggi criminogene alla radice del fenomeno, prima fra tutte la legge sulla droga. Solo l’anno scorso sono entrate in prigione per violazione della normativa antidroga 28.000 persone (fra consumatori e piccoli spacciatori), mentre sono oltre 15.000 i tossicodipendenti ristretti su un totale di 67.000: la metà dei detenuti ammassati e stipati nelle patrie galere hanno a che fare con la legge sulle droghe. E’ urgente la cancellazione delle norme più deleterie e “affolla-carcere” della legge sulle droghe, al fine di evitare l’arresto agli accusati di detenzione di sostanze stupefacenti per fatti di “lieve entità” e per far uscire i tossicodipendenti e destinarli a programmi alternativi (oggi preclusi da vincoli assurdi e dall’applicazione della legge Cirielli sulla recidiva).

Occorre dare applicazione alle proposte del Consiglio Superiore della Magistratura, in particolare eliminando le norme di tipo emergenziale, dagli automatismi sulla custodia cautelare alla legge Cirielli sulla recidiva, dal reato di clandestinità alle misure di sicurezza e prevedendo un meccanismo di messa alla prova, di misure alternative e di numero chiuso.

Su queste linee sono state elaborate tre proposte di legge di iniziativa popolare, sostenute da un vasto Cartello di organizzazioni e associazioni impegnate sul terreno della giustizia, del carcere e delle droghe: la prima propone l’inserimento nel Codice Penale del reato di tortura secondo la definizione data dalla Convenzione delle Nazioni Unite; la seconda interviene in materia di diritti dei detenuti e di riduzione dell’affollamento penitenziario. La terza si propone di modificare la legge sulle droghe nei punti più odiosi che provocano tanta carcerazione inutile. Sosteniamo le tre proposte di legge e invitiamo tutti e tutte a sottoscriverle.
Il 15 marzo si riunirà il nuovo Parlamento e inizia una legislatura certamente difficile. Ci auguriamo che nell’agenda del nuovo governo siano presenti punti precisi e qualificanti. Fra questi, i temi della giustizia, del carcere, della droga dovrebbero entrare nell’agenda delle priorità. Ci appelliamo con forza al Parlamento perché dedichi subito una sessione speciale all’esame di provvedimenti urgenti per il carcere.

Chiediamo infine la nomina di un ministro della Giustizia capace di rompere le logiche di potere e corporative che hanno fin qui impedito di operare le scelte necessarie e indifferibili. Pretendiamo una netta discontinuità nella responsabilità del Dipartimento delle Politiche Antidroga, che ha perseguito politiche dannose e fallimentari in nome dell’ideologia punitiva e proibizionista.

Le condizioni inumane delle nostre carceri mettono in gioco la credibilità democratica del nostro paese. Noi non intendiamo essere complici, neppure per omissione, dell’illegalità quotidiana. Invitiamo tutti e tutte a fare altrettanto.

Sostenete la campagna “Carcere, droghe e diritti umani” aderendo on line e firmando ai banchetti e alle iniziative le tre leggi di iniziativa popolare.


3leggi.it


Associazioni Promotrici:
A Buon diritto, Acat Italia, L'Altro Diritto, Associazione 21 luglio, Associazione difensori di Ufficio, A Roma, insieme - Leda Colombini, Antigone, Arci, Associazione Federico Aldrovandi, Associazione nazionale giuristi democratici, Associazione Saman, Bin Italia, Consiglio italiano per i rifugiati - Cir, Cgil, Cgil – Fp, Conferenza nazionale volontariato giustizia, Cnca, Coordinamento dei Garanti dei diritti dei detenuti, Fondazione Giovanni Michelucci, Forum Droghe, Forum per il diritto alla salute in carcere, Giustizia per i Diritti di Cittadinanzattiva Onlus, Gruppo Abele, Gruppo Calamandrana, Il detenuto ignoto, Itaca, Libertà e Giustizia, LILA Onlus - Lega Italiana per la Lotta contro l'Aids, Medici contro la tortura, Naga, Progetto Diritti, Ristretti Orizzonti, Rete della Conoscenza, Società della Ragione, Società italiana di Psicologia penitenziaria, Unione Camere penali italiane, Vic – Volontari in carcere

22/06/13

Gola Profonda: la Broncoscopia

Broncoscopia (gr. bronchos, gola + skopein, osservare).

'Tecnica diagnostica per lo studio dell’albero respiratorio. Si effettua introducendo uno strumento (broncoscopio o fibrobroncoscopio, un sottile tubo in genere a fibre ottiche, di piccolo calibro e flessibile) attraverso gola, o naso e trachea fino all’albero bronchiale. Grazie alla possibilità di ricevere le immagini, la Broncoscopia consente di osservare direttamente le zone di bronco, manovrando lo strumento dall’esterno per cambiare direzione, effettuare un lavaggio bronchiale, prelevare del liquido ( Bronco aspirazione) o effettuare biopsie delle lesioni riscontrate. Permette di rilevare fenomeni ostruttivi o infiammatori nei bronchi e tradizionalmente viene utilizzato per la diagnosi di tumori polmonari, malattie infiammatorie, fibrosi polmonari, sarcoidosi e malattie ostruttive bronchiali (come l'asma bronchiale e la BPCO).' 
Dizionario medico

19/06/13

P. K. Dick, Kathy Acker: Sulle orme di W. Burroughs

Manuali di sopravvivenza, Tecniche di guerriglia

Philip K. Dick 
La fantascienza non ha subito fatte proprie le atmosfere di William Burroughs. Pochi scrittori si sono accorti del potenziale fantascientifico della sua opera, forse perché al momento della pubblicazione del Pasto Nudo, il mondo delle riviste era ancora preso dalle atmosfere orwelliane della social science fiction: il primo ad accorgersi di Burroughs fu Michael Moorcock, che nel suo editoriale sulla rivista inglese New Worlds, saluta il romanzo dicendo che, se gli scrittori vogliono descrivere le conquiste della tecnica dell’era spaziale, lo devono fare con le tecniche di scrittura adatte, come quelle di Burroughs, che sono fantascienza di per se stesse. Burroughs appare subito un anti-utopista e la sua opera viene riconosciuta da Moorcock come affine a quella di Orwell, Van Vogt e Ballard. Al di la di queste innegabili affinità, per altro in gran parte già evidenziate, l’idea dell’agente drogato che Burroughs adotta nelle sue prime opere deve essere servita senza dubbio da ispirazione a Philip Dick che, nel 1977 pubblica, dopo un sofferto silenzio, il romanzo Scrutare nel buio (A Scanner Darkly). ln esso Fred, un agente di polizia, si muove sotto copertura nell’identità del tossicomane Bob Arctor. Nemmeno i superiori cli Fred conoscono questa identità segreta, e Fred riceve l’incarico di controllare gli spostamenti di Bob. Se stesso. Proprio come gli agenti della polizia Nova non conoscevano i propri mandanti, cosi il poliziotto stesso finisce per non sapere quanti Bob Arctor esisteranno realmente. C’è quello chiamato Fred, che controlla quello chiamato Bob, e sono la stessa persona. Ma Fred è proprio la stessa persona di Bob? E quale delle due identità è reale? ll tema dell’identità divisa, deriva indubbiamente da Van Vogt, mentre da Burroughs Dick riprende la dualità spacciatore -poliziotto. Nei libro infatti il protagonista ricorda parecchi agenti che, nella loro attività segreta, avevano venduto hashish ed eroina. Questo travestimento procurava a quegli agenti un profitto superiore al proprio salario ufficiale. Perciò i poliziotti finivano per usare loro stessi la roba, ed assimilare quel tipo di vita.
Erano tossicomani, spacciatori ed agenti allo stesso tempo. Succedeva anche che certi spacciatori diventassero una specie di agenti segreti non ufficiali. Tutto è poco chiaro: Burroughs scrive che si può suggerire all'agente per il quale
‘la sua storia di copertura e la sua vera identità e che non ne ha altre. La sua identità di agente diviene inconscia, cioè, fuori del suo controllo, e potete indagarla con le droghe e con l’ipnosi. Potete trasformare un borghese eterosessuale in un finocchio... cioè, rafforzare e assecondare il suo rifiuto di tendenze omosessuali normalmente latenti - allo steso tempo privarlo della figa e sottoporlo a stimoli omosessuali. Poi, droghe, ipnosi, e...’

Cosi, l’agente non sa chi veramente egli sia. Per Philip Dick la cosa è molto simile:
‘Parecchi agenti che aveva conosciuto e che avevano finto di essere spacciatori nella loro attività segreta avevano poi finito per vendere hashish e a volte eroina. Questo era un buon travestimento, ma all’agente veniva un profitto sempre maggiore e superiore al suo salario ufficiale anche aumentato di quanto gli veniva dato quando contribuiva ad incastrare qualcuno e a sequestrare una partita di grosse dimensioni. Poi gli agenti finivano sempre di più per usare essi stessi la roba, per assimilare quel tipo di vita, cioè diventavano ricchi tossicomani e spacciatori rimanendo allo stesso tempo agenti; ma, dopo un certo tempo, alcuni cominciavano a lasciar andare la loro attività di poliziotto per dedicarsi a tempo pieno al commercio. D’altro canto avveniva anche che certi spacciatori, per sfottere i loro avversari, o quando si aspettavano di essere incastrati, divenivano agenti a loro volta, seguendo una strada che li portava ad essere una specie di agenti segreti non ufficiali. E tutto diventava piuttosto poco chiaro. Per quanto il mondo della droga fosse un mondo poco chiaro già di per se’.
 

17/06/13

Live! Guida a tutti i festival in Italia (rock, jazz, blues)

ALLA FINE la crisi ha colpito anche quella che sembrava un'isola felice: la musica dal vivo. In particolare i festival estivi che per molti erano l'occasione ideale per combinare vacanze e musica. Dopo avere perso il Rototom Sunsplash (emigrato in Spagna, tra mille polemiche, nel 2010) sono diversi i festival italiani grandi e meno grandi, ad aver dato forfait quest'anno: dall'Heineken Jammin' Festival al Rock in IdRho, da Gods Of Metal all'Independent Days. E in ultimo anche A Perfect Day Festival. Quella che trovate di seguito è la mappa dell'Italia musicale che resiste nonostante tutto. In un tripudio di rock, jazz, blues e pop.


Donne mito: Jenny Marx, la moglie del diavolo

<<La parte migliore della mia vita.>>
Cosi Karl Marx, giunto quasi alla fine della sua intensa, tumultuosa esistenza, definì colei che per quasi quarant’anni l’aveva condivisa: Jenny Marx, nata baronessa Von Westphalen. Si erano conosciuti giovanissimi. Lei, <<la più bella ragazza di Treviri, una bruna altera dagli occhi Verdi, ovale perfetto, carnagione di tuberosa>>, s’era subito innamorata di quel giovane vivace, pieno di interessi, che emergeva con facilità e naturalezza per la sua intelligenza, la sua capacità dialettica. Il fidanzamento fu assai lungo, durò sette anni, l’aristocratica famiglia di Jenny non era entusiasta di quel ragazzo che sembrava un po’ esaltato...

Moses Hess: <<Preparati a incontrare il più grande, forse l’unico vero filosofo attualmente vivente che susciterà l’interesse di tutta la Germania quando si farà conoscere pubblicamente attraverso i suoi scritti e la sua presenza fisica... Il dr. Marx - che è ancora molto giovane, ma darà il colpo di grazia alla religione e alla politica del Medioevo; egli unisce il più rigoroso spirito filosofico all’ironia più mordace. Immagina Rousseau, Voltaire, Holbach, Lessing, Heine e Hegel riuniti nella stessa persona - e sottolineo riuniti, non mescolati - e ti farai un’idea del dr. Marx >>. 
 

13/06/13

Prism, il grande fratello


La raccolta di grandi quantità di dati sta cambiando il mondo.
L’accesso ai dati da parte della Nsa (National security agency) rientra in un programma per la sicurezza nazionale chiamato Prism, che permette alle autorità di accedere direttamente ai server di alcune delle maggiori aziende tecnologiche del paese. La raccolta delle informazioni è cominciata nel dicembre del 2007.
L’agenzia ha messo sotto controllo diverse attività degli utenti stranieri: ricerche online, foto, email, trasferimento di file, videochat e scambi di messaggi di testo.
Le nove aziende coinvolte nel progetto Prism, stando al documento, sono: Aol, Apple, Facebook, Google, Microsoft, PalTalk, Skype e Yahoo. Anche Dropbox sarebbe dovuta entrare a far parte di questo gruppo di aziende, obbligate legalmente a dare le informazioni degli utenti alle agenzie di sicurezza. Prism va oltre, perché permette un accesso diretto ai loro server.

Lo scoop del Guardian sul sistema di controllo degli Stati Uniti conferma clamorosamente che  i sospetti, le preoccupazioni di chi da sempre denuncia una pesante intromissione del potere nella rete e nella vita privata di milioni di persone,  erano più che fondati.

Edward Snowden ha 29 anni ed è un ex assistente tecnico della Cia. Nel video, l'intervista rilasciata al giornale inglese, in cui racconta come funziona il programma Prism, programma informatico top secret della Nsa, e le motivazioni che lo hanno spinto a rivelare al mondo intero l'esistenza del 'grande fratello' informatico..





Fini - Giovanardi: Una mostruosità da abolire

Incostituzionalità della legge Fini-Giovanardi sulle droghe

I giudici romani sottolineano poi la assurdità della equiparazione di droghe “pesanti” e “leggere”, di cui “va rilevata la modestia degli effetti negativi sull’organismo, non differenti da quelli che provocano alcool o nicotina” e la “assenza di effetti di dipendenza nei consumatori di cannabis”. Perciò, dicono i giudici, comminare per la “cannabis” le stesse pene previste per gli oppiacei è irrazionale e contrasta con l’articolo 3 della Costituzione, che non consente di trattare allo stesso modo fatti fra loro così diversi.
Auguriamoci che la decisione arrivi in tempi brevi, a meno che non sia il prossimo Parlamento a liberarci ancor prima di una delle peggiori mostruosità dell’era fini-berlusconiana.
Nel frattempo nessun giudice rispettoso della Costituzione può continuare ad infliggere condanne in base ad una legge che una Corte di appello della Repubblica ha dichiarato illegittima.

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Incostituzionalità della legge Fini-Giovanardi sulle droghe, alla vigilia del processo contro Filippo Giunta, creatore del festival Rototom Sunsplash e accusato di agevolazione all’uso di sostanze stupefacenti.
Sono sette anni che questa legge provoca effetti disastrosi sul funzionamento della giustizia e sulla condizione delle carceri, determinando il sovraffollamento che è alla base delle condanne della Corte di Strasburgo per trattamenti disumani e degradanti.
La proposta di Gianfranco Fini fu presentata nel 2003, ma vide la luce solo nel 2006 grazie a un colpo di mano del sottosegretario Carlo Giovanardi: il disegno fu trasformato in maxi emendamento, inserito nel decreto legge dedicato alle Olimpiadi invernali di Torino.
L’opposizione fu tenace e incalzante, in Parlamento e nel Paese. Fu sconfitta solo per uno stupro istituzionale e per la latitanza del Quirinale.
Sul mensile Fuoriluogo vennero poste le questioni di legittimità costituzionale: per la prima volta il legislatore cancellava la volontà espressa dai cittadini nel referendum del 1993 a favore della depenalizzazione del possesso di sostanze stupefacenti per uso personale. Furono anche segnalate due altre gravi lacerazioni costituzionali rispetto ai principi del giusto processo e delle competenze regionali.
Alcune Regioni sollevarono la questione di legittimità costituzionale per le norme che ledevano la loro autonomia legislativa e organizzativa. La Regione Emilia-Romagna denunciò l’inserimento strumentale delle misure antidroga nel decreto Olimpiadi, che configurava, già di per sé, “un autonomo vizio di costituzionalità”.
Tale rilievo non si traduceva tuttavia nella specifica denuncia della violazione dell’art. 77 della Costituzione, poiché all’epoca la giurisprudenza della Corte Costituzionale non si era ancora consolidata nel senso della possibilità di verificare i requisiti di “necessità e urgenza” dei decreti legge anche dopo la loro conversione.
Dopo le pronunce della Corte del 2010 e del 2012, le condizioni sono mutate: le sentenze hanno dettato criteri vincolanti per l’approvazione dei decreti legge, stabilendo in particolare il divieto per il Parlamento di inserire disposizioni estranee all’oggetto e alle finalità del testo originario del decreto di urgenza.
Un gruppo di lavoro, coordinato da Luigi Saraceni, ha messo a punto un documento di analisi legislativa e di ricostruzione storica della vicenda, predisponendo una sorta di modello per sollevare davanti all’Autorità giudiziaria la questione di legittimità costituzionale.
Anche da questo versante “giudiziario”, ci sono dunque tutte le ragioni per riprendere la battaglia per un cambio della politica delle droghe in Italia, mettendo in luce il vizio d’origine di una svolta repressiva che ha prodotto gravi guasti umani.
La predisposizione di questo “schema” intende fornire agli avvocati impegnati ogni giorno nella difesa di giovani consumatori o tossicodipendenti, uno strumento per fermare la macelleria giudiziaria. E’ auspicabile che la parola passi presto alla Corte Costituzionale. La cancellazione del decreto non produrrebbe un vuoto normativo (tornerebbe infatti in vigore la legge precedente), ma creerebbe le migliori condizioni per una riforma sostanziale della legge.
Fuoriluogo
Società della Ragione Dossier 


Estratto dal 3° Libro Bianco sulla Fini/Giovanardi

L’impatto della legge antidroga sul carcere.
Aumentano gli ingressi in carcere per droga in rapporto al totale degli ingressi, dal 28% del 2006 al 33,15% del 2011 (25.390 su 90.714 e 22.677 su 68.411). Aumentano le denunce, specie per l’art. 73 (detenzione illecita a fini di spaccio), da 29.724 nel 2006 a 33.686 nel 2011 (di queste 14.680 sono per cannabis, pari al 41%, di cui 8.535 per hashish, 5.211 per marijuana, 1.416 per coltivazione di piante); gli arrestati corrispondono a 28.552, mentre nel 2006 erano 25.730. Le operazioni di polizia sono state 21.116 e i sequestri danno un aumento del 54,19% per la marijuana e del 29,43% dell’hashish e un meno 45,97 per l’eroina. Nel 2011 vi è stata una esplosione di sequestri di piante di canapa (563.198!).  
Raddoppiano i detenuti presenti in carcere per art. 73: dai 10.312 del 2006 ai 21.562 del 2011, il 32,67% del totale, se si calcola sia l’art. 73 che il 74 le cifre sono 15.133 nel 2006 e 27.856 nel 2011, il 42,21% del totale: si puo' quindi dire che quasi la metà dei detenuti nelle carceri italiane è in cella per 2 articoli di una sola legge dello Stato. Dato che viene confermato anche dall'analisi dello stato processuale dei detenuti: su 28.636 detenuti imputati presenti in carcere al 17.11.2011 ben 11.380 sono per violazione della legge sugli stupefacenti; su 14.686 detenuti in attesa di primo giudizio al 17.11.2011 ben 5.593 per violazione legge stupefacenti; su 7.588 appellanti al 17.11.2011 ben 3.082 per violazione legge stupefacenti; su 4.718 ricorrenti al 17.11.2011 ben 2.076 per violazione legge stupefacenti;  
infine, sui 37.750 detenuti con condanna passata in giudicato, presenti al 27 novembre 2011, ben 14.590 (38,90%) lo sono per violazione della legge sugli stupefacenti.

La repressione sul consumo:
Aumentano le segnalazioni al prefetto per mero consumo personale: da 39.075 segnalati nel 2006 a 47.093 nel 2008 (ultimo dato consolidato), nel 2009 il dato provvisorio era di 37.800. 
Il 74% dei segnalati era in possesso di un solo spinello! Va ricordato, come esempio di persecuzione di massa che dal 1990 al 2010 le persone segnalate ai prefetti per le sanzioni amministrative sono state 783.278. 
Più che raddoppiate le sanzioni irrogate: da 7.229 nel 2006 a 16.154 nel 2010 mentre crollano le richieste di programmi terapeutici: da 6.713 nel 2006 a 518 nel 2010. Non solo questa legge punisce con sanzioni molto pesanti i semplici consumatori (ad esempio con il ritiro della patente), ma ha avuto anche l'effetto di allontare i consumatori problematici dall'accesso ai programmi terapeutici, come possiamo capire anche dai dati qui di seguito.

Le misure alternative al carcere:
Diminuiscono le misure alternative: da 3.852 persone in affidamento nel 2006 a 2.816 al 30 maggio 2012. Ovvero nonostante le promesse di Giovanardi e Serpelloni i consumatori, anche problematici restano in carcere perchè è sempre più difficile accedere alle misure alternative. E, per sottolineare la centralità del carcere per il consumatore di sostanze mentre prima del 2006 la maggioranza dei tossicodipendenti godeva dell’affidamento direttamente dallo stato di libertà, con la nuova legge il rapporto si è invertito. Al 30 maggio 2012, 1.854 persone erano in affidamento dopo essere passate dal carcere, a fronte di 962 soggetti provenienti dalla libertà.

Conclusioni
Il sistema repressivo punta al basso: i dati complessivi ci dicono che la gran parte delle persone che entrano in carcere per la legge antidroga sono consumatori o piccoli spacciatori, con particolare preferenza sulla cannabis e con una recente predilezione per i coltivatori (spesso autoproduttori). 
L’impatto carcerario della legge antidroga è la principale causa del sovraffollamento negli istituti di pena italiani. All’aumento della carcerazione e delle sanzioni amministrative corrisponde un abbattimento dei programmi terapeutici.
I dati forniti annualmente dalla Relazione del Governo al Parlamento sono in parte carenti, in parte inaffidabili e soprattutto reticenti: in particolare mancano a livello nazionale i dati sulle condanne per l’ipotesi di lieve entità dell’art. 73. Una ricerca in profondità condotta in Toscana mostra che il 40% dei detenuti sono in carcere per reati di droga minori: si tratta spesso di consumatori che semplicemente detenevano quantità superiori al limite tabellare e sono stati trattati alla stregua di spacciatori.
E’ urgente una modifica della legge, iniziando da norme di riduzione del danno già in questa legislatura, che definiscano come reato autonomo l’ipotesi di lieve entità dell’art. 73 con una pena ridotta che escluda l’ingresso in carcere, che si cancelli la legge Cirielli sulla recidiva, che si rendano di nuovo praticabili le alternative terapeutiche, sia per le condanne carcerarie che per le sanzioni amministrative.


12/06/13

Il Ragno Nero: Lev Jascin

Un portiere, come il sovietico Lev Jascin nel 1963, che solleva il Pallone d'Oro resta uno dei primati tuttora imbattuti nel calcio mondiale. Nonostante una lunga lista di candidati straordinari tra i numeri uno d’ogni epoca: da Dino Zoff all'inglese Gordon Banks, dall'erede di Jascin, Rinat Dasaev, fuoriclasse dell’Urss del colonnello Lobanovski a fine anni '80 (finalista agli Europei di Germania 1988, sconfitta dall'Olanda), sino a Iker Casillas, a Gigi Buffon. Ci è andato vicino invece il tedesco Oliver Kahn, terzo nella classifica finale 2002 (Germania finalista contro il Brasile al Mondiale in Giappone e Corea del Sud), dietro a Ronaldo e Roberto Carlos. ln pratica, un embargo verso gli estremi difensori. Che difficilmente sarà revocato nei prossimi anni. Zero chances di successo, anche se hanno vinto, da protagonisti assoluti, ogni competizione, come Casillas, campione d’Europa 2012 con la Spagna e della Liga spagnola con il Real Madrid. E anche Gigi Buffon avrebbe potuto vincere il premio. Nel 2006, con l’ltalia campione del mondo a Berlino, gli è stato preferito Fabio Cannavaro.

Di N. Sellitti

Il mito del Ragno Nero non é svanito. Ancora vivo nella scatola nera del calcio. Cinquanta anni fa il sovietico Lev Jascin, forse il più forte portiere nella storia del gioco, vinceva il Pallone d’Oro. Unico sinora tra gli estremi difensori. E nell’era di fuoriclasse come Alfredo Di Stefano, Gianni Rivera, Eusebio. Con lui, ecco il concept moderno del portiere che domina l’area di rigore in uscita e coordina i movimenti dei difensori. Jascin, icona dello sport dell’Urss che produceva una serie infinita di aneddoti. Tra cui, portiere di “fabbrica” perché pare che i suoi compagni gli lanciassero dei bulloni, per verificarne i quasi irreali riflessi. Parava tutto, compreso i calci di rigore (circa 150), rendendo quasi inutili gli assalti degli avversali (207 volte imbattuto su 326 gare in carriera). Un muro per tredici anni della Nazionale Sovietica. Un corpo da cestista che nelle sue mani giganti compattava pallone e politica. La sua esplosione a grandi livelli (fino a 25 anni era un giocatore di hockey) avveniva nell’era post stalinista. Con i grandi campioni sovietici che erano utilizzati come cartina di tornasole della rinnovata potenza politica e militare sovietica., che voleva (in teoria) mettere da parte le rudezze del regime. Propaganda nazionalista, messaggi da spedire direttamente nelle stanze dei bottoni dei Paesi occidentali. Per questo motivo, la vedova del grande portiere sovietico, Valentina, si è opposta all’idea del presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, di realizzare un film sulla vita da leggenda del Ragno Nero, soprannome dovuto al colore della sua tenuta da gioco.
<<Quando sarò morta, allora potranno fare un film o qualunque altra cosa venga loro in mente>>, ha detto la vedova Jascin alla rete tv russa Dozhd.

L’iniziativa di Putin si colloca sulla scia del grande successo di pubblico riscosso da Leggenda n 17. Il film, del regista Nikolaj Lebedev, racconta la vita e la carriera di Valeri Kharlamov, mito dell’hockey sovietico tra il 1969 al 1981. Leggenda n 17 ha incassato oltre 35 milioni di rubli (1,1 milioni di dollari) in un solo giorno. Un record assoluto nell'ambito delle produzioni cinematografiche russe degli ultimi anni. Su Jascin al cinema con i pop corn, niet, nulla da fare. Con enorme delusione per l’ex portiere della Nazionale russa Vyacheslav Malafeev, che si era proposto per interpretare il ruolo del portierone dell’Urss. Il rischio di cadere nella propaganda era concreto. Jascin era un figlio della Russia povera, sopraffatta dalla Seconda Guerra Mondiale. Le sue qualità vennero fuori con la Dinamo Mosca, squadra del ministero dell’Interno sovietico, con cui vinse cinque campionati e tre Coppe di Russia. Ma il portiere diventava una stella di prima grandezza del calcio alle Olimpiadi di Melbourne 1956. Proiezione a cinque cerchi della nuova fase di apertura politica (e economica) sovietica, con Nikita Kruscev segretario generale del Pcus. E la denuncia dei crimini di Stalin, contro cui, al XX congresso del Pcus, fu prodotto un rapporto segreto sulla sua attività politica e sugli spietati metodi di governo. L’Urss, sotto Kruscev, investiva forte sullo sport per evidenziare la superiorità del regime. Agli atleti veniva proposto un tenore di vita decisamente più elevato rispetto ai cittadini sovietici. Con risultati entusiasmanti. Nel medagliere, l'Urss centrava 98 medaglie, ventiquattro più degli statunitensi. Un successo che non riusciva ovviamente a coprire le violenze che si stavano verificando in Ungheria. A pochi giorni dalla cerimonia inaugurale dei primi Giochi australiani, Ungheria e Urss si sfidarono nel torneo di pallanuoto. La partita nota come Bagno di sangue di Melbourne con un pallanuotista ungherese che usciva dalla piscina con il sopracciglio desiro sanguinante, dopo un colpo volontario ricevuto da un sovietico. Il clima era rovente. E il Ragno Nero, con la sua forza, la sua potenza, rappresentava sul rettangolo di gioco il potere sovietico. Quattro anni dopo, nel 1960, Jascin era ancora protagonista indiscusso del successo dell’Urss alla fase finale degli Europei, in Francia. Confermandosi custode sportivo del nuovo Corso dell’Urss. La faccia sportiva della destalinizzazione., Dopo Melbourne 1956, gli Europei francesi erano l’occasione giusta per confermare la supremazia sovietica anche nel calcio, il gioco nato nei Paesi occidentali, non solo nelle discipline olimpiche, in cui c’erano tradizione e successi. Un torneo, gli Europei, reso possibile dal disgelo tra i Paesi del blocco occidentale e quelli socialisti.

La Guerra Fredda tornava pero protagonista nei quarti di finale: Urss contro Spagna del generale Franco. Jascin contro Di Stefano: due scuole di pensiero, due modi diversi di fare calcio. Ma nessun rapporto diplomatico tra le due nazioni. La Spagna si rifiutò di giocare a Mosca per volere del suo generale. Sovietici in semifinale, contro la Cecoslovacchia, superata grazie alle prodezze di Jascin. Poi, la finale. Battuta la Jugoslavia, torneo ai sovietici, per la gioia di Breznev in tribuna, Jascin subisce appena due reti in tutto il torneo. 1963, il suo anno d'oro con il Pallone d'oro, miglior portiere del campionato sovietico, sei reti subite in ventisette partite. Dodici mesi prima, aveva deciso di ritirarsi, dopo l’eliminazione dell’Urss dai Mondiali in Cile per mano dei padroni di casa. Nel 1964 Breznev sale al potere, ritornano i conflitti tra Oriente e Occidente, la primavera di Praga. Ma Jascin continuava a collezionare premi e ammiratori, sino alla fine della sua carriera, con una partita d’addio allo stadio Lenin di Mosca nel 1971. 100 mila spettatori, in campo i migliori attaccanti del mondo, tra i pali, il loro incubo.




da il manifesto, 06.06.013

05/06/13

Terra e Libertà

Terra e libertà, furono questi, fino all’ultimo, i due obiettivi di Emiliano Zapata, artefice della rivoluzione messicana e ideale archetipo di tutti i grandi ribelli del Continente latinoamericano; partendo dalla difesa dei braccianti contro la schiavitù del latifondo e dal sostegno dei diritti degli indios, Zapata diede vita a un piano di riforma agraria che costituì l’unico vero programma contro la corruzione e la vuota magniloquenza del regime di Porfirio Diaz. Un esistenza e una morte intense, piene di significato in ogni attimo, delineando “l'immagine di un uomo straordinario, prototipo di un popolo straordinario, preso nel vortice di tempi straordinari"` ll carisma di Zapata e il coraggio della sua gente, ma soprattutto il loro sogno di un futuro di giustizia, possono spiegare come un esercito di diseredati, costretto a rubare le armi ai nemici, vedesse aumentare le sue schiere a ogni tentativo di repressione. Attraverso gli anni e i decenni, la figura di Zapata ha continuato a ispirare la rivolta (non e un caso se l’attuale movimento di liberazione del Chiapas si richiama al suo nome) ed è assurto alle dimensioni di un simbolo, ben oltre i confini del Messico. Dietro a un mito. c’è sempre una realtà..

Quattrocento volte la terra ruota nella sua magica corsa attorno al sole. Quattrocento volte la cappa di ermellino cala sui fianchi del vecchio Popo e si avvolge di nuovo attorno al suo collo, e rivoli di cristallo scintillante infuriano lungo i fianchi della paurosa Sierra Ajusco, a riempire i torrenti del Morelos, per scorrere poi tranquilli e poveri d’acqua. Quattrocento volte nei solchi delle piccole milpa degli indios, nelle vaste hacìendas, il sacro grano compie il suo rito di resurrezione, dal seme sepolto al lungo stelo e alla pannocchia fasciata di foglie, mormorante drappeggio color oliva, per trasformarsi poi dolcemente in reste brune e polvere; mentre la leggera fontana verde-grigia della canna da Zucchero zampilla e scherza con grazia carezzevole, balza in alto e ricade, per deporre il suo oro frantumato su soffici grasse palme in casco e palacîo. Quattrocento volte le colline splendono verdi di giada e lentamente bruciano in un color di rame. Quattrocento volte gli indios pazienti marciano in cerchio, uno dietro l’altro, aspettando il miracolo, pregando Maria: uomini schiavi in una notte cieca.

04/06/13

Garbatella al sindaco Alemanno: VATTENE !

Lo storico quartiere Garbatella caccia il sindaco di Roma, Alemanno.  
Un solo grido: ROMA LIBERA, VATTENE!

Uno peggiori sindaci che la recente storia capitolina ricordi, viene cacciato a malo modo dai cittadini del quartiere  Garbatella. Quello che rimane del disastroso quinquennio di Alemanno sono gli scandali che hanno tenuto banco in tutto il mondo: parentopoli, gli amici fascisti piazziati nei posti di comando,  preti pedofili testimonial per la 'famiglia',  ruberie, sperpero di fondi pubblici. E poi, la violenza, gli allagamenti, e i progetti  che rimaranno nella storia: la formula 1 all'Eur, la pista di sci su litorale, a Ostia (!!),  fino alla tamarrata della pajata in piazza coi leghisti, quelli che vedrebbero volentieri la città rasa al suolo.
Sulla rete, sui social, è tutto un ridere.

Andrea Catarci, presidente del municipio XI (Garbatella): "Il sindaco sempre più sconfitto e alla disperata ricerca di voti prova a bussare alle porte di alcuni commercianti di Garbatella, dopo che ha maltrattato questo quartiere per cinque anni. Surreale il tentativo di farsi vedere a tre giorni dalle elezioni porterà a ratificare la sfiducia nei ballottaggi verso il centrodestra, già chiaramente espressa al primo turno".(Paese Sera)






Don Gallo: La droga, la proibizione e le due chiese

Nell’inserto Fuoriluogo de il Manifesto, l'11 marzo 1997, usciva un’intervista ad don Andrea Gallo curata da Grazia Zuffa, alla vigilia della seconda conferenza governativa sulle droghe, che si sarebbe tenuta di li a poco a Napoli. Nei mesi precedenti era venuto alla ribalta un movimento per portare a compimento il progetto riformatore iniziato col referendum del 1993, che aveva abolito la penalizzazione dell’uso personale di droga. Legalizzazione della cannabis, decriminalizzazione completa del consumo personale, sviluppo a tutto campo della riduzione del danno: questi gli obiettivi principali in vista della Conferenza. Il dibattito non investì solo gli addetti ai Iavori, ma il mondo politico, l’opinione pubblica e le istituzioni locali: molti consigli comunali fecero propria la piattaforma con ordini del giorno.
Alla vigilia di quell'importante appuntamento istituzionale, la Chiesa scendeva in campo con un documento del Pontificio Consiglio per la Famiglia contro la legalizzazione delle droghe leggere e perfino la riduzione del danno, in nome del fatto (assurdo) che <<la droga non si vince con la droga>>. Si levò forte, pur se purtroppo solitaria, la critica radicale e argomentata di don Gallo, acuto conoscitore della dialettica interna alla Chiesa e al mondo cattolico, attento politico e generoso combattente per la libertà e la dignità di tutti, contro ogni ipocrita paternalismo. Una battaglia in cui don Gallo tiene uniti l’impegno pubblico laico e l`ispirazione religiosa. 

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<<ll Documento del Pontificio Consiglio rappresenta una presa di posizione che ha il suo peso e la sua autorevolezza. E un documento ufficiale, che viene mandato in tutte le diocesi del mondo. Ma non ci si rltrova né un’impostazione morale né etica:  non c’é alcun reale interesse per la difesa dei giovani, della loro salute. ll documento si limita a dire, con arroganza, al cattolico di schierarsi per il proibizionismo. ll problema è invece stimolare tutte le agenzie educative. Questo trincerarsi  dietro il segnale della proibizione statale é proprio un sintomo di <resa>> sul piano educativo.

Occorre invece rinunciare alla punizione e alla proibizione nel rispetto del principio di autodeterminazione della persona. Gli uomini sono figli di Dio, sono stati creati a sua immagine e somiglianza, questo vorrà pur dire qualcosa. E poi, se si vuole essere onesti, dopo il fallimento di oltre trent’anni di proibizionismo, dopo che nessuno oggi può ignorare che dietro il proibizionismo c’è il narcotraffico, bisogna avere il coraggio di dire che é ora di sperimentare la legalizzazione. ll senso del documento è innanzitutto politico. ll 4 novembre scorso, l’arcivescovo di Genova, Tettamanzi, che è anche vicepresidente della Cei, ha tenuto una specie di conferenza in cattedra contro la droga <libera>. E’ la Cei che ha sollecitato il Pontificio Consiglio, proprio in vista della Conferenza governativa. Badate che è cosi su tutti i temi, prendiamo ad esempio la battaglia per la scuola cattolica. Subito dopo partono le  <veline> per i vescovi. L‘ultimo che protestò per le veline fu il cardinale Pellegrino, dicendo: "se ci avete nominati  vescovi, lasciateci un briciolo di autonomia, casomai ci richiamerete dopo"...

Purtroppo io sono l’unico cristiano cattolico e prete, povero prete, che ha cercato di contestare il documento. Anche quando il mio arcivescovo ha tenuto il discorso di cui ho detto, io l'ho contestato sui giornali locali. Ho chiesto anche come mai non siamo stati consultati: la nostra comunità é ormai da trent’anni sul territorio, e anche se siamo un po’ stonati rispetto al coro, il nostro vescovo doveva ascoltarci prima di parlare>>.

Ciao don Gallo. Ci mancherai..


Lo scatto della Mantide


Kung fu o gongfu <<Abilità acquisita con fatica>>,indica l’obiettivo ultimo e irrinunciabile della pratica dell’arte marziale.

Kwoon o scuola  Molto più che una palestra, è il luogo dove ci si perfeziona guidati dagi insegnamenti del maestro che spaziano dalla filosofia alla medicina.

Sifu o shifu  E’ il maestro. ll logogramma cinese somma i due caratteri “insegnante” e “padre”. I rapporti nelle scuole di KungFu hanno la forma di un legame familiare: i compagni di allenamento diventano <<fratelli>>.

Quan ovvero stile. Il KungFu, inteso come l’insieme di tutte le arti marziali cinesi, comprende un numero inestimabile di “stili” e “sotto stili”. La macro divisione é in stili interni, esterni e imitativi, ma fondamentale é anche l’area geografica di provenienza: ci sono stili meridionali e settentrionali.

Tang Lang Quan  Letteralmente <<Pugilato della mantide religiosa>>, è uno stile imitativo che studia le movenze dell’insetto. E’ caratterizzato da grande rapidità nell’esecuzione.

Shaolin. O Shàolin-si, tempio buddista situato nella regione dell'Henan, culla delle arti marziali cinesi. E’ legato anche alla figura di Bodhidharma (483-540), ritenuto il fondatore del Buddhismo Chàn.

Qi o Chi  E’ il nome dato all’energia “interna” del corpo umano, utilizzato sia in ambiti prettamente filosofici che nelle arti marziali o nella medicina tradizionale cinese.

Chan  Corrente religiosa buddista basata su una tecnica di meditazione portata dall’India dal Bodhidharma nel VI secolo d.C. Diffuso in Giappone sotto il nome di Zen.

Tuina Letteralmente “spingere e afferrare”, é la fisioterapia cinese, una terapia manuale che si avvale di altri strumenti come la moxibustione e la coppettazione.

Tai Ji Quan  E’ lo stile marziale più praticato al mondo, basato sui concetti del Taoismo. ll termine Tai Ji sta a significare <<Ultimo polo supremo>>, qualcosa oltre il quale non vi é nulla. E’ il termine che indicava anche il culmine del tetto di una casa, e quindi la parte più alta e più importante.

Qi Gong  Antichissima pratica basala su movimento, posizioni del corpo, respiro e concentrazione del pensiero. L’obiettivo é uno stato di benessere fisico e mentale e al potenziamento del sistema immunitario.

Tao  Letteralmente la Via o il Sentiero, é uno dei , principali concetti della filosofia cinese. E l’eterna, essenziale e fondamentale forza che scorre attraverso tutta la materia dell’universo, vivente o meno.

Taijtu  E’ il famoso simbolo della cultura cinese e, in particolare, della religione taoista: un cerchio diviso in due campi, bianco e nero che si compenetrano. Rappresenta il concetto di yin e yang e l’unione dei due principi in opposizione.