02/12/12

Amici Scrittori: Charles "Hank" Bukowski

Henry Bukowski detto Charles dagli editori, Hank dagli amici. Da San Francisco andammo in aereo a Los Angeles, noleggiammo una macchina e ci avviammo a San Pedro, con l'idea di passare per Marina del Rey e lungo la strada ci fermammo a un albergo per un brunch a base di frutta sugosa e dolcissima mentre i mariaches, i suonatori messicani assunti per le feste, cantavano i motivetti del momento. A Marina del Rey dovevamo vedere Barbet Schroeder, il regista francese della Nouvelle Vague che stava montando  un documentario di un'ora e mezza su Bukowski e il lungometraggio Barfly, di cui Bukowski aveva scritto soggetto e sceggiatura e dove era comparso un attimo al banco di un di un bar: il film sarebbe uscito nel 1987 con Mickey Rourke a impersonare Bukowski (con il nome Henry Chinaski) e Faye Dunaway a impersonarne la prima moglie (con il nome Wanda).

Quando arrivammo Barbet, bellissimo e fascinoso, era per strada scalzo in un accappatoio marrone a comprare libri da un venditore che teneva la sua scarsa merce per terra, ma entrò subito nella sua casa da Età del Jazz sulla spiaggia, con una fila di una decina di stanze per gli ospiti e la porta d’ingresso protetta da uno schermo di metallo che oscillava adagio nella brezza marina. Ci fece vedere il documentario a colori con Bukowski che parlava adagio, grande naso da bevitore e occhi socchiusi dell'animale braccato. Dopo qualche ora passata ad aspettare che il pomeriggio diventasse abbastanza avanzato da permettere a Bukowski di essere tornato a casa dalle corse dei cavalli e a Linda Lee Beighle, sua futura sposa, di essere tornata dal suo negozietto di sandwich vegetariani, ci avviammo verso San Pedro: era l'indomani del compleanno di Bukowski e Joe Wolberg gli portava in dono i dumb-bells, i pesi per esercitare i muscoli delle braccia, perché Hank aveva detto agli amici che a sessant'anni voleva cominciare a "mettersi in forma". Ci fermammo a comprare vino tedesco (il suo preferito in quel momento, dopo aver scoperto che la birra gli "faceva male", all'angolo della strada dove Bukowski aveva acquistato una casa col giardino e un garage per la BMW nuova e la vecchia Volkswagen ("Tutto comprato per non pagare le tasse", disse più volte Bukowski); e arrivammo al villino completamente nascosto da siepi selvagge di fiori, al quale si accede da un viottolo cosi stretto che le macchine passando sfiorano i muri.

Linda stava lavorando, con le mani protette da grossi guantoni, nel giardino pieno di alberi da frutta, di cespugli di rose e di grandi fiori californiani. Per casa si aggiravano tre gatti. Quando Bukowski arrivo dalle corse gli chiesi come mai avesse tre gatti, dopo aver dichiarato tante volte di non amare la natura. E lui: "Be', uno dei gatti è di Linda, sicché quando ci siamo messi insieme c’e stato automaticamente un gatto, è venuto con la signora, giusto? OK. L'altro apparteneva a Sam del bordello, é un gatto vecchio. Sam è diventato matto e cosi abbiamo preso il gatto. Si chiama Butch. E il terzo é entrato in casa da sé, moriva di fame. Si può non tener conto di tante cose ma quando un gatto perde la voce e si vedono le ossa che sporgono dai peli, gli si da almeno da mangiare, no? Se si da da mangiare a un gatto una volta,1ui non se ne va più. Non ho scuse per il fatto di avere tre gatti".

Mentre Bukowski parlava, la bella Linda con il viso sofferto ma lo sguardo tenero degli ex Figli dei fiori si tolse i guatoni e ci fece sedere in un grande soggiorno con i tipici divani larghi della provincia californiana. Davanti al caminetto erano disposte, ben allineate e con le etichette bene in vista sessantun bottiglie di birra, ciascuna di una marca diversa dall'altra: una bottiglia per ogni anno di età dello scrittore più una di buon augurio nelle intenzioni dell'amico che gli aveva fatto questo regalo di compleanno. Bukowski era appena sceso dalla stanza minuscola dove la notte, ubriaco (o cosi lui diceva), scriveva i libri ormai popolarissimi: diceva che soltanto per i due volumi pubblicati dalla City Lights aveva pagato per le tasse più di quanto aveva guadagnato in tutta la vita. In casa indossava sandali bermuda californiani che gli lasciavano scoperte le gambe di cui andava orgoglioso ("Sono 1’unica cosa bella che ho", diceva senza falsa modestia) e una camicia con le maniche corte. Era molto sedentario, non andava mai da nessuna parte: l'unica eccezione l’aveva fatta quando era andato in Germania a trovare lo zio Heinrich, novantenne, e il suo traduttore tedesco Carl Weissner (traduttore anche di William Burroughs, Allen Ginsberg, Bob Dylan) al quale sapeva bene di dovere la sua fortuna in Europa.

Durante il viaggio, che durò una quindicina di giorni, si recò ad Amburgo e a Parigi per un reading e partecipo alla compianta trasmissione televisiva di Bernard Pivot Apostrophe, dalla quale venne scacciato come ubriaco molesto. In Germania venne contestato da una manifestazione organizzata  dalle femministe tedesche che reggevano cartelli con la scritta 'Bukowski è un porco macho', visitò qualche castello, andò a Andernach, la città dove era nato e dove risiedeva lo zio, per scoprire che la sua casa natale era in vendita dopo essere stata a lungo un bordello, andò a Dusseldorf a vedere le corse dei cavalli e cominciò una delle sue tipiche avventure a base di biglietti sbagliati, treni perduti, visite ad  amici nel cuore della notte.Queste avventure, che raccontava senza stancarsi con particolari sempre nuovi, le ha scritte in uno dei suoi libri più belli e meno popolari, Shakespeare Never Did This, pieno di fotografie, pochissimo sesso e molte annotazioni sulla morte. Questo, come tutti gli altri suoi libri,é autobiografico; Bukowski non lo negava e anzi lo confermava: "E vero per il 95% e inventato per  5%", diceva. Dalle sue pagine é nata un’immagine dello scrittore che Bukowski parlando definiva Superesagerata.
"Dicono che sono un duro, che salto dentro e fuori del letto con tutte le signore. Hanno esagerato, per quello che sono e per quello che ho fatto. E tutto un pò hyped-up, pompato".
Quell'immagine è nata, com' era inevitabile, dalle sue pagine sensazionalistiche che raccontano le storie vere supersensazionalistiche della sua giovinezza cruda e disperata.
Fuori di questo sensazionalismo, a conoscerlo bene, emerge un Bukowski infelice e insofferente, vittima disperata della sua dipendenza dall’alcol, dilaniato da ambiguità insolubili che lo conducono a detestare la natura perché è crudele e non gli dava emozioni, a non amare la vita perché gli riusciva priva di interessi quando lavorava otto o dodici ore al giorno, a non amare l'umanita perché conformista, a non sopportare la conversazione della gente perché é banale. In questa infelicità provocatoria riusciva a essere felice soltanto quanclo scriveva, perché, diceva: "E come rotolare giù da una montagna. E' liberatorio. E' piacevole, è un volo, è come andare a letto con una bella donna".
Era felice quando vinceva alle corse. Una volta mi ha mostrato pochi dollari vinti alle corse con più orgoglio di quando mi ha rivelato i colossali guadagni che a un certo momento hanno premiato il suo lavoro. A parlargli di letteratura si infuriava. Unico nome che lo rasserenava era quello di Hemingway, che sognava di poter eguagliare con la stessa umiltà e la stessa ambizione che a suo tempo confessava Norman Mailer. 
Faceva uno di quei suoi sorrisi silenziosi quando lo accostavano a Kerouac, al quale lo accomunavano solo le sbronze, o a Henry Miller, al quale lo accomunavano soltanto le saghe scoperecce. lnvece gli piaceva dire di aver derivato la sua scrittura e la sua poetica da John Fante, che infatti fece rilanciare dal suo editore in America conducendolo a una straordinaria popolarità alimentata da molte riduzioni cinematografiche. Dalle sue pagine neoespressioniste scaturiscono orrore, squallore, desolazione e sgomento, terrore e cinismo, decadenza e nichilismo, violenza e sessismo. Dalle sue parole scaturiva invece una specie di paura che la vita gli sfuggisse e tornasse a essergli avara di amore e di fortuna come lo è stata per tanti anni della sua giovinezza.
Forse era da questa paura che nascevano il clamore provocatorio, l’arroganza, il cinismo delle sue pagine; che ritornavano quando parlava con gli estranei, con i quali si corazzava nascondendosi dietro il suo cliché autodifensivo. Quando era disteso e non temeva di doversi difendere, a dominarlo sembrava soprattutto la timidezza. Quella prima volta (la prima di molte) che andai a trovarlo con Joe Wolberg, quando mi accomiatai mi baciò la mano come un gentiluomo vittoriano, mi offri una rosa staccandola dal cespuglio accanto alla porta di casa e mentre la macchina si metteva in moto agitò la mano e mi gridò sorridendo:"Scrivi qualcosa di carino!".
Qualcosa di carino lo scrissi in un saggio che fece da prefazione a una sua intervista. Un giornalista lo lesse e andò a chiedere sospettoso a Bukowski se era vero che mi aveva baciato la mano e mi aveva offerto una rosa. Bukowski gli rispose: "E' venuta da me questa signora gentile che ha fatto così tanto per noi scrittori americani. Cosa volevate, che la stuprassi?".

Fernanda Pivano, AMICI SCRITTORI
Quarant'anni di incontri e scoperte con gli autori americani