20/03/13

Jay McInerney: Regali semplici

Jay McInerney ..Uno dei migliori cronisti della mia generazione. Un umanità varia, storie affollate di droghe, musica, yuppies, medici tossicomani, travestiti, fumatori incalliti, coppie in crisi, uomini abbandonati, rockstar di provincia.. Tutti protagonisti irrequieti e in lotta, insoddisfatti e involontariamente comici. Ingannati da false ambizioni e da sbagliate speranze..

Come è finita: Regali Semplici
Quando la lasciarono a Irving Place era quasi mezzanotte. La superstrada da Buffalo era stata un inferno. Con un tempo normale il furgone sarebbe stato a mala pena affidabile; con il ghiaccio e il vento, era quasi un miracolo che fossero riusciti a tornare a casa, tenendo conto anche del fatto che, più o meno all’altezza di Utica, Lenny aveva finalmente ammesso di essersi preso mezza pasticca di acido. L’altra meta se l’era presa Rory, che quindi era stato scartato come autista, mentre a Zac era stata ritirata la patente per guida in stato di ubriachezza, il che limitava la scelta a Lori. Che per l’ennesima volta si trovava a fare da balia a tre boyscout strafatti. Accompagnare avrebbe dovuto essere sinonimo di sostegno, concretezza, guardarle la schiena, se non massaggiargliela ogni sera. Quando si era messa con quei tre, non aveva immaginato di dover trasportare amplificatori e suonare i passaggi che erano troppo fatti per ricordare. Non pensava di essere mai stata tanto stanca in vita sua, tra il viaggio e la festa della notte scorsa, anche se per un attimo era stata rinfrancata dal ritrovare la citta, le luci, la gente, l’improbabile bellezza della neve sulle strade. "Ehi, buon Natale, piccola,” disse Rory mentre scivolava sulla sedia par mettersi al volante. Allungò una mano fuori dai finestrino e le ficcò in mano un cartoccio di stagnola. Lori vide le ruote cha turbinavano sulla strada scivolosa mentre ii furgone si allontanava slittando. Sulla targa personalizzata spiccava la scritta THE MAGI. Che era il loro nome prima cha arrivasse lei. A quanto para Zac aveva messo al plurale il titolo di un romanzo di cui gli aveva parlato la sua ragazza, e dove c’era “questo tipo, una specie di mago, cha faceva delle cose fichissime”. E dato cha la band aveva già una certa fama, avevano mantenuto il nome: Lori and the Magi. Quando entrò, Jeffrey stava armeggiando con le luci dell’albero di Natale. 
“Gesù, pensavo fossi morta sull’autostrada. ” Non le sfuggì la nota di irritazione nella sua voce. 
“Quasi.” Sfinita com’era, avrebbe voluto tirarlo su di morale, a si chinò a dargli un bacio, sentando il sapora dolceamaro del whisky. 
“Lo sai, fino a dodici anni pensavo cha tutti gli uomini sapessero di scotch. Pensavo fosse un. . . come si dice. .. un carattere sessuale secondario, coma la barba e i baffi. ” “Come stanno i tre stregoni? Seguono qualche cometa, stanotte?" “Spero solo cha riescano ad arrivare a Brooklyn.” 
Gli raccontò del viaggio, omettendo qualche dettaglio e cercando di equilibrare sapientemente comicità e suspanse. “Gesù,” commentò Jeffrey, “ma quand’è che ti sbarazzi di quei buffoni?” I Magi erano sempre motivo di attrito nella loro vita a due. Gli diede un altro bacio. 
“Non appena impari a suonare basso e batteria.” Si girò per sistemare una delle lampadine. 
“E com’è stato l’ultimo concerto?” “Ti avrei telefonato, ma non volevo svegliarti. Quarantadue metallari di Buffalo in un bar grande come casa nostra.” “E rispetto ai metallari dl Syracuse?” Sono solo un po’ più pelosi, credo. “Ah, Il fascino della vita spericolata.” Com’è la commedia? “Incomprensibile. Ma le luci sono da paura.” Lori andò in cucina a prendersi una birra. “Cazzo quanto sono stanca,” disse. “Speravo che uscissimo.”“ Stasera? ” “Non so, ma avevo voglia di ballare.” “Cos’è, una tradizione di famiglia? Andare a ballare la vigilia di Natale?” “E’ la mia risposta alla messa di mezzanotte.” Era il primo Natale che passavano insieme; non avevano ancora le loro tradizioni. E quindi, perché non andare a ballare? Lori voleva venirgli incontro. In pratica era il primo tipo con cui stava che non era uno stronzo totale. O un bisessuale. O un tossico. Che di fatto era un gran bel tipo, almeno per quanto poteva dire dopo sei mesi che lo conosceva. Stava cominciando a farsi un nome cantando canzoni su quanto stronzi erano gli uomini, ed ecco che si era innamorata. Quasi contemporaneamente si era ritrovata con un amante e una band. Per quanto avesse sonno, si rendeva conto dell’importanza del momento. Le piaceva immaginare che avrebbero passato assieme i Natali futuri, e quindi pareva importante stabilire i precedenti giusti. Lui aveva comprato un albero e aveva dato fuori con le luminarie. Dopo tutto era il suo mestiere. Una delle prime cose che gli erano piaciute di lui: un lighting designer. L’idea di uno che insegnava alla luce a recitare. Dove suonava lei, era già tanto avere un riflettore. E poi il modo in cui si presentava, pronunciando quella qualifica come un altro avrebbe detto programmatore di computer. Alla vista delle luci e dei regali impacchettati sotto l’albero, Lori si sentì d’un tratto terribilmente in colpa. 
“Davvero vuoi andare a ballare? “Non preoccuparti,” le disse. “Era un’idea come un’altra.” “Non è che non voglia stare su con te ” gli disse sedendosi più vicino e baciandogli un orecchio. 
"Ma penso di poter fare appello alle mie energie per offrirti una sorpresa davvero speciale.” “Una sorpresa? Vuoi dire una Fusione Mentale Vulcaniana?” “Non mi interessa la tua mente.” “Meno male. Sia per te che per me.” “Magari una doccia mi tira su.” “Non preoccuparti. Festeggiamo domani.” Jeffrey sembrava sincero, ma a Lori spiaceva deluderlo. Si buttò sul letto e si appisolò quasi subito. Qualche minuto dopo si svegliò, ricordandosi del pacchetto che le aveva dato Rory. Era questa la risposta. Jeffrey era così contento del primo Natale che passavano assieme, e lei non voleva deluderlo. Soprattutto adesso. A Syracuse aveva visto un suo ex, Will Porter. Era venuto al concerto e lei era andata a casa sua, col pretesto che non gli piaceva andare per bar. Dopo un anno di disintossicazione, d’un tratto sembrava tutto quello che aveva desiderato allora. Era possibile cambiare così radicalmente? Trafitta dal senso di colpa, Lori pescò la roba dalla tasca dei jeans e andò verso il tavolino, aprendo la stagnola con cautela. Separò due grosse piste e arrotolò una banconota. La prima le fece quasi perdere i sensi. Gesù, pensò, ma è speed. Credeva fosse cocaina. All’inizio ne fu delusa, ma poi pensò, che cazzo, visto che voleva stare su, tanto valeva pprofittarne. Per dormire c’era tempo domani. Intanto Jeffrey aveva una con cui andare a ballare. Per sicurezza sniffò l’altra pista, e poi entrò nella doccia. Quando uscì era pronta per qualunque cosa, anche se era un po’ troppo nervosa per spompinare Jeffrey seduta stante. Al momento, anzi, l’idea le faceva un pochino senso. Ma adesso avevano tutta la notte davanti. Si mise la gonna di plastica nera e il top rosa di spandex che aveva comprato da Patricia Field per il concerto al CBGB’s. In salotto trovò Jeffrey seduto per terra a guardare Cantico di Natale alla tele. Gli si avvicinò di soppiatto e lo abbrancò. 

“Ehi, che ti è successo?” “E' solo la tua ragazza rock’n’roll, pronta per ballare.” Jeffrey schivò il suo attacco e la prese per le ‘braccia, fissandola negli occhi. “Oddio, ma sei fatta.” “Volevo restare su col mio piccolo.” “Non ci credo.” “Che succede?” Lori smise di fare la lotta. Jeffrey non le aveva mai fatto storie sulla droga. “Sei fatta da far schifo.” “Te ne ho lasciata un po’, se è questo che ti preoccupa.” “Davvero fantastico.” “Perché?” Jeffrey le prese le mani. 
“Sembravi così stanca e mi spiaceva tanto” “Lo ero.” “Ho appena preso tre sonniferi.” Con la velocità cui procedeva il suo cervello, le ci volle un momento per elaborare la notizia. 
“ Oh, merda.” “Oh, sì.” Lori cominciò a ridere, e crollò tra le sue braccia. “Buon Natale,” gli disse. Jeffrey la baciò. Ma per quanto lei ne avesse voglia, le labbra di lui le fecero uno strano effetto sulle sue, che erano lievemente intorpidite e avevano cominciato ad acquistare vita propria. Jeffrey riuscì a stare sveglio per un’altra mezz’ora, durante la quale Lori lo dilettò con racconti su Toronto e gli angoli più remoti dello Stato di New York, sulle bizzarrie dei locali e sulle nefandezze commesse dai Magi, finché cominciò ad appisolarsi sul divano. “Sono sveglio,” continuava a dire, mentre tirava su la testa di scatto. Alla fine lei gli tolse le scarpe e lo coprì con un piumino. Era incredibile, ma il primo vita era finita da sola un’altra volta. Cercò di farsi venire in mente chi poteva chiamare. I suoi genitori no di certo, non gli parlava da più di un anno. Per un momento pensò di telefonare a Will Porter, l’amante perduto e ritrovato, che prima le aveva insegnato a suonare il blues come Bukka White, e poi a vivere come in un blues, a stare su tutta la notte ad aspettarlo, a nascondere i soldi nel serbatoio del water... per non dire di quando l’aveva messo in una vasca da bagno piena di acqua e ghiaccio, seguendo le sue istruzioni. Per ritrovarselo finalmente blu, se non nero. Adesso Lori stava piangendo. Per consolarsi sniffò un altro paio di piste. Non che l’effetto delle prime stesse calando, ma voleva liberarsi dal senso di colpa per Will. E ne aveva ben diritto: era la notte di Natale, ed era sola. Fece il numero del loft di Brooklyn dove dovevano essere i ragazzi, ma trovò solo la segreteria telefonica, che era un pezzetto di God Save the Queen dei Sex Pistols. Dopo aver visto Conoscenza Carnale e avere spazzato casa da cima a fondo, Lori cercò di svegliare Jeffrey, addormentato sul divano con un filo di bava che gli colava dalla bocca. “Amore?” Gli scosse una spalla. “Amore, sei sveglio?” Alzò il volume della tele, gli slacciò la cintura e cominciò a massaggiargli l’uccello. Dopo qualche minuto ]effrey scosse la testa e si girò dall’altra parte, seppellendo la faccia nel cuscino. Lori cominciò a grattarsi nervosamente. Se solo si fosse svegliato abbastanza a lungo da grattarle la schiena. A un certo punto, durante uno dei suoi numerosi andirivieni in cucina, le prese l’impulso di pulire il lavandino. Sfregò e strofinò fino quasi a consumare la spugnetta rosa. Poi prese un vecchio spazzolino per pulire gli interstizi tra le piastrelle. Al suo risveglio Jeffrey non si sarebbe potuto lamentare che non fosse una casalinga modello. Lo spazzolino le servì dopo per il prurito bastardo che le tormentava braccia e collo. Si accese una sigaretta, e guardando il lavandino luccicante si convinse che sarebbe stata risucchiata nello scarico se non si fosse allontanata subito. Cosa che fece, per poi accendersi una seconda sigaretta con la prima. Andò in camera da letto e guardò fuori, contando le finestre illuminate mentre cercava di grattarsi la schiena. La prima volta erano ventitré, la seconda ventiquattro. In quel mentre, se ne spense una al terzo piano. Tornò in soggiorno e si fermò a guardare i regali sotto l’albero. Cinque pacchetti, più una bottiglia di tequila Cuervo Oro con un nastro. I regali per lei erano avvolti in pagine di Interview. La faccia di Chrissie Hynde occhieggiava sulla scatola rettangolare che era quasi sicura contenesse un DAT. Senza motivo le venne in mente una canzone degli Shaker:
 "Tis a gift to be simple, tis a gift to be free, tis a gift to come down, Where we ought to be.” 
( “È un dono essere semplici / È un dono essere liberi / È un dono saper stare / Nel posto che ci spetta.”) (N.d.R) 

Altro non si ricordava. Mentre tornava in cucina, si chiese dove sarebbe stata il Natale successivo, e con chi. Aprì il frigo, anche se non aveva fame. Ci doveva pur essere qualcosa che voleva fare, che soddisfacesse questa frenesia senza nome, questo desiderio senza oggetto. In un modo o nell’altro, era sempre così che andava a finire: sola alle prime luci dell’alba. Il palco era buio, la gente se n’era andata a casa. Cercò di prospettarsi una vita di Natali passati con Jeffrey, e non ci riuscì. Non era colpa di lui. Era colpa sua. Tremò, avvertendo il freddo del frigorifero aperto sull’involucro irritabile della propria epidermide. Immaginò di uscire dalla pelle lasciandosela dietro come quella di un serpente, come il guscio vuoto di un regalo, sbucando fuori strana e nuova dal proprio vecchio corpo. Ecco che cosa voleva regalargli davvero. Una ragazza tutta nuova. “Svegliati, tesoro,” gli avrebbe detto.“E’ Natale.”