21/10/13

Gli Assassini

Rocca di Masyaf
Storie, Leggende, Profezie

Gli Assassini sono uno dei fenomeni più misteriosi e affascinanti della storia medievale. A partire dai resoconti fantasiosi di Marco Polo, che parla di ricchezze, lussi strabilianti ed efferate crudeltà, il mito che è cresciuto intorno a loro ha fatto velo alla realtà dei fatti che è diventata sempre più difficile da comprendere. Nati nell’undicesimo secolo come fazione della setta segreta islamica degli lsmailiti, i Nizari, come in realtà si chiamavano, venivano definiti Assassini dagli altri musulmani in base al termine dispregiativo hashishiyyum, <<consumatore di hashish>>. Nel corso dei due secoli successivi si diffusero in Persia, Siria, Asia Centrale e India, dove costruirono fortezze inaccessibili fra le montagne. Temuti e odiati, si servivano dell’omicidio come mezzo per raggiungere i propri scopi ed erano tanto più pericolosi perché non temevano la morte. Anzi, le missioni suicide erano considerate garanzia di vita eterna nel giardino dell’Eden: proprio per questo sono stati considerati i precursori dei terroristi moderni.

Intorno alla metà del tredicesimo secolo, un esercito francese attraversò il Mediterraneo, fino a raggiungere le lontane coste dell’Egitto, con l’idea di portare a termine una crociata. La spedizione si rivelò un disastro: le truppe, guidate da Luigi IX, vennero circondate e prese in trappola. Migliaia di crociati furono fatti prigionieri e molti di loro vennero uccisi a sangue freddo. I miserandi rimasugli dell’esercito attraversarono lo stretto braccio di mare che li separava dalla Palestina, dove, a quel tempo, un piccolo regno crociato, il regno di Outremer - La Terra al di là del Mare -, cercava precariamente di sopravvivere all’ostilità degli stati musulmani circostanti. Per molti anni, le truppe vissero in quei territori. Tra loro c’era anche un cronista, Jean de Joinville, intimo confidente del re, che, in seguito, scrisse un resoconto del periodo trascorso in quella regione. In esso si legge che, intorno al 1250 d.C., un giovane prete, Yves il Bretone, venne inviato dal re alla Corte di un misterioso personaggio, alla guida di un gruppo delle cui gesta molto poco si sapeva. Durante la sua visita, diverse furono le cose che affascinarono il diplomatico occidentale; in particolare, il credo non ortodosso di quella gente lasciava intravedere la possibilità di una prossima conversione al cristianesimo (ottimismo del tutto infondato, come poi apparve chiaro). Ma fu soprattutto una scoperta a rimanergli impressa. Una scoperta agghiacciante. Quegli uomini erano mercanti di morte. Ai suoi lettori de Joinville racconto del  Vecchio della Montagna (cosi chiamava il leader del gruppo) e di come questi procedesse a esaminare i suoi territori: <<Ogni volta che il Vecchio usciva a cavalcare, davanti a lui veniva un banditore, armato di una scure danese dalla lunga impugnatura rivestita in argento, a cui erano attaccati diversi pugnali. ‘Fate largo a colui che porta la morte dei re, urlava>>.

La storia di de Joinville andava ad aggiungersi a una leggenda già diffusa: la leggenda di una banda malvagia che viveva tra le montagne della Siria, in un luogo inespugnabile da cui lanciava feroci attacchi contro tutti coloro che venivano considerati nemici. Nessuno era al riparo dai loro assassini suicidi; persino re e imperatori tremavano al pensiero di cadere vittima delle loro lame. E ciò che li rendeva in particolar modo spaventosi era la totale assenza della paura di morire; se gli assassini fossero morti svolgendo la loro missione, sarebbero stati acclamati martiri e avrebbero ricevuto la benedizione eterna del paradiso, in cambio del loro sacrificio. Quasi senza farsi notare, entravano abilmente nelle grazie della vittima designata. Aspettavano mesi interi, prima di tentare di portare a termine il proprio compito; nel frattempo, si comportavano da amici fidati, in modo tale da poterlo cogliere di sorpresa al momento giusto. Non é difficile comprendere come, in una simile atmosfera, non ci si potesse fidare di nessuno. Un secolo più tardi, lo scrittore occidentale Brocardo offri il seguente consiglio a un re francese sul punto di intraprendere una nuova crociata: << Conosco un solo rimedio in grado di garantire la salvaguardia e la protezione del sovrano: qualunque servizio all’interno della famiglia reale, per quanto piccolo, breve o spregevole, verrà affidato esclusivamente a persone di cui sono perfettamente conosciuti provenienza, rango, lignaggio e condizioni>>

Ma la famigerata banda era ben nota anche ai musulmani che abitavano la regione; e, se avessero parlato la lingua di Brocardo, gli avrebbero fatto osservare che conoscere i trascorsi di guardie e servitori non costituiva certo una garanzia di sicurezza. Circolavano molte storie intorno a servi, un tempo fidati, che si erano lasciati incantare dal credo religioso del movimento. E, senza alcun preavviso, stimati confidenti, dopo anni di servizio, si rivelavano aspiranti assassini. Molte delle vittime del gruppo lasciavano questo mondo con un senso di orrore e tradimento, costretti a guardare negli occhi un servo rispettato che si avvicinava loro brandendo un pugnale. Chi viveva vicino ai territori occupati dalla banda era terrorizzato dalle sue gesta. Anche i grandi signori, i cui eserciti, in numero, superavano di molto la banda, stavano sempre in guardia, e guardavano nell’ombra per timore di un improvviso attacco omicida. E furono proprio i nemici del gruppo a trovare un nome per designarne i membri: hashishiyyum, fumatori di hashish . Il termine, chiaramente spregiativo, non era da intendersi in senso letterale. Quando giunse alle orecchie dei cavalieri occidentali che popolavano il regno crociato di Outremer, questi presero a utilizzarlo, pronunciandolo, però, nel loro dialetto. Entro un paio di secoli dal loro arrivo nella regione, sarebbe passato nella loro lingua: “Assassini”, cosi chiamavano i componenti della banda. E tale sostantivo sarebbe giunto fino a noi. In effetti, la denominazione più accurata sarebbe quella di Nizari. Almeno uno scrittore di epoca moderna ha sottolineato, con delicatezza, che anche i suoi colleghi contemporanei più eminenti e meglio informati utilizzano in modo non corretto il termine Assassini. Ma é lo stesso scrittore a riconoscere che << il sostantivo, con la sua aura di mistero, e l’effetto sensazionale che provoca, ha acquisito un proprio corso indipendente>> (...)
Non molto tempo dopo la morte di Maometto, il grande Profeta fondatore scomparso nel 632, scoppiò un’aspra guerra civile che divise i musulmani in fazioni distinte. Diversi secoli più tardi, una di queste, quella degli Sciiti, si sarebbe a sua volta frammentata, e da tale spaccatura sarebbe sorto il gruppo degli Ismailiti. Più tardi ancora, anche all’interno di quest’ultimo si sarebbe verificata una divisione. Uno dei sottogruppi avrebbe scelto di prendere il nome di quello che considerava l’ultimo, legittimo leader del movimento. Il suo nome era Nizar e i suoi seguaci si sarebbero chiamati Nizari; dopo la morte di Nizar, assassinato in Egitto nel 1095, questa fu l’unica denominazione che considerarono propria. Ma, col tempo, il termine andò perduto. Fu la Versione imbastardita del sostantivo hashishiyyum a rimanere corrente. E come Assassini avrebbero imparato a conoscerli le più tarde generazioni dei popoli occidentali. I Nizari esercitarono un forte impatto psicologico su tutti coloro che vennero a contatto con il gruppo, un impatto la cui potenza non era per nulla proporzionata all’esiguo numero dei membri di quest’ultimo. Potenze numericamente superiori avrebbero mostrato un interesse nei loro confronti e ne sarebbero state terrorizzate: e ciò si sarebbe rivelato fatale per il movimento. Il primo, grande nemico dei Nizari sarebbe stato il potente, ma frammentato, impero selgiuchide, insediatosi in Persia e nei territori circostanti durante l’XI secolo. I Nizari sarebbero sopravvissuti ai loro attacchi, ma, più tardi, sarebbero stati schiacciati da una delle più forti e distruttive dominazioni di tutto il Medio Oriente, se non del mondo intero: quella dei Mongoli.

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