13/01/15

Contro la Meritocrazia

Ripub­bli­cato in ita­liano "L’Avvento della meri­to­cra­zia" di Michael Young (Edi­zioni di Comunità).
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Per Michael Young, autore de L’avvento della meri­to­cra­zia, ripub­bli­cato recen­te­mente dalle Edi­zioni di Comu­nità (pp. 232, euro 15), la meri­to­cra­zia è un regime tota­li­ta­rio dove la posi­zione di un indi­vi­duo viene deter­mi­nata in base ai test di intel­li­genza som­mi­ni­strati dalla scuola ele­men­tare in poi e dove la ric­chezza e il potere ven­gono distri­buiti da una casta di «meri­to­crati» ancora più oppri­mente e arro­gante delle oli­gar­chie che oggi sfrut­tano pri­vi­legi nepo­ti­stici o espro­priano la ric­chezza comune con la cor­ru­zione e criminalità.

Que­sto sag­gio sati­rico, o disto­pia, fu scritto nel 1958, e imma­gina il futuro dispe­rante delle società capi­ta­li­sti­che nel 2033, anno in cui il popolo si ribel­lerà san­gui­no­sa­mente con­tro i meri­to­crati al potere. Ripub­bli­carlo oggi signi­fica resti­tuire l’onore per­duto a un grande labu­ri­sta, impe­gnato atti­va­mente con il governo Atlee sin dal secondo Dopo­guerra, poi diven­tato Lord di Dar­ting­ton. Ispi­ran­dosi al suo libro, ma modi­fi­can­done pro­fon­da­mente il signi­fi­cato, il «New Labour» di Tony Blair portò a com­pi­mento un’operazione cul­tu­rale di cui ormai abbiamo com­preso il significato.




L’ancora oggi cele­brato (dal Pd di Renzi) cori­feo della «terza via» tra­sformò infatti la meri­to­cra­zia in un’attitudine dell’individuo e non dello Stato. Fino ad allora la meri­to­cra­zia era stata con­ce­pita da Frie­drich Von Hayek come una società buro­cra­tiz­zata anti­te­tica al potere dei capi­ta­li­sti di valu­tare il merito e il poten­ziale pro­dut­tivo dei loro dipen­denti. Blair cercò di imporre tre nuovi signi­fi­cati: la meri­to­cra­zia non richiede un inter­vento ammi­ni­stra­tivo; la com­pe­ti­zione nella meri­to­cra­zia va inco­rag­giata; non viene richie­sta una per­fetta distri­bu­zione delle com­pe­tenze per­ché il mer­cato ha il potere di vita o di morte sull’individuo. Così facendo, l’incubo post-orwelliano di uno Stato tota­li­ta­rio imma­gi­nato da Young diventò l’etica del cit­ta­dino con­tem­po­ra­neo: un pic­colo «impren­di­tore di se stesso» dispo­ni­bile a tutto pur di «meri­tare» una posi­zione di primo piano sul mercato. In quest’accezione, la meri­to­cra­zia è stata impor­tata in Ita­lia. I buoni uffici dell’ex mana­ger McKin­sey Roger Abra­va­nel, rac­colti nel best-seller «Meri­to­cra­zia», rap­pre­sen­ta­rono la cassa di riso­nanza per la disa­strosa riforma Gel­mini della scuola e dell’università. A quat­tro anni dalla sua impo­si­zione, il suo sistema mostra tare irre­ver­si­bili. Nell’università ha impo­sto inven­zioni meri­to­me­tri­che quali le mediane, la clas­si­fi­ca­zione delle rivi­ste o la Valu­ta­zione della Qua­lità della Ricerca (Vqr). Esempi di prassi scien­ti­fi­ca­mente inaf­fi­da­bili, disfun­zio­nali e inca­paci di garan­tire ogni cri­te­rio di effi­cienza sul piano dell’attuazione. Nella scuola, il pro­getto di Renzi di stra­vol­gere la car­riera degli inse­gnanti impo­nendo gli scatti meri­to­cra­tici al posto di quelli di anzia­nità è stata respinta dalla con­sul­ta­zione online sulla «Buona scuola». Un boo­me­rang che ha costretto il governo a fare mar­cia indietro.

Per Young la meri­to­cra­zia è sino­nimo di un potere arbi­tra­rio in un sistema che tende ad auto­di­strug­gersi. Lo Stato moderno è inca­pace, almeno quanto lo è il mer­cato, di deter­mi­nare un’equa redi­stri­bu­zione delle com­pe­tenze e dei meriti. Più che un sistema effi­ciente, la meri­to­cra­zia indica l’attitudine di una classe domi­nante che rende i suoi espo­nenti imper­mea­bili ad ogni cri­tica o a slanci verso una redi­stri­bu­zione sociale che non sia quella impo­sta dall’interesse di classe. Una tesi soste­nuta da Young in un arti­colo pub­bli­cato sul Guar­dian nel 2001, inti­to­lato «Abbasso la meri­to­cra­zia». Facendo i conti con Blair, Young sostenne che la meri­to­cra­zia non serve a miglio­rare le pre­sta­zioni di un sistema, ma sem­mai a peg­gio­rarle in una buro­cra­zia kaf­kiana. Essa afferma il senso di supe­rio­rità basato sul pri­vi­le­gio della pro­prietà, sulle ren­dite di posi­zione e sulla cen­tra­lità acri­tica e indi­scu­ti­bile dell’impresa.
La meri­to­cra­zia serve «ad ali­men­tare un busi­ness che va di moda — scrive Young — Se i meri­to­crati cre­dono che il loro avan­za­mento dipende da ciò che gli spetta, si con­vin­ce­ranno che meri­tano qual­siasi cosa pos­sono avere». «I nuovi arri­vati oggi pos­sono dav­vero cre­dere di avere la mora­lità dalla pro­pria parte».

Nietzsche diceva qaulcosa di simile a quanto segue: "Ora che avete permesso ai figli degli operai di studiare, che ne farete?..".

Nessuno sostiene che l'analfabeta debba essere equiparato al giornalista, come per una sorta di buonismo ottusamente egualitarista e assurdo. Al contrario si sostiene che il reddito e il conto in banca, oggi come ieri, non sia affatto affatto la misura della buona volontà, dell'impegno, della tenacia, del talento. Più si conosce genete ricca o super-ricca è più ci si rende conto di quanto siano piatti, sotto ogni profilo, se non avezzi a prassi speculative che loro si possono permettere. Al contrario intere generazioni vengono distrutte negando a loro il furturo, il compimento reale delle loro potenzialità e talenti. Quindi il sistema crea ad hoc un filtro selettivo che chiama "meriotocazia", e questo non a caso è accompagnato da misure classiste sull'istruzione, si tede a promuovere scuole private o le scuole di eccelllenza in cui (mediamente) convergono le classi medio-alte, l'università è a numero chiuso e costosa. Come negli USA l'università sarà un lusso che mediamente è anche filtro di classe. Non è affatto vero che se sei bravo, talentuoso, volonterosao, allora avrai la tua parte, in genere è assai improbabile, mentre è vero il contrario (l'ideologia ribaltamenta per finalismo): se hai fatto carriera, hai fatto i soldi, allora vuol dire che te li sei meritati, anzi i soldi sono i tuoi e ti rendono indiscutibile, anche se sei disonesto, incapace, ignorante, ciarliere. Certo, l'onesto e il capace erano bravi o bravissimi a scuola, tu invece sei stato capace di adattarti nella vita e ad arricchirti (contrariamente a loro) e quindi tu sei realmente meritevole e loro incapaci sebbene con un talento bizartro quanto inutile (se non fosse che è sfruttato da altri). L'idea del bravo eroico ragazzo che credendo in se stesso tenedo duro e avendo fede nelle proprie capacità ..la fine ce la fa (altrimenti non ne aveva abbastanza ecc. ) , è solo un'eccezione che conferma una regola opposta. QUesta ideologia promuove un mito, una illusione, una condizione che non sempre è necessaria e raramente sufficientee: occorre il merito, il problema è che ci sono gli incapaci, bisogna selezionare e premiare i meritevoli, i giovani disoccupati ritengono i lavoratori come poersone che immeritoriamente e immoralmente occupano un posto che dovrebbe essere loro. Il genio è sempre stato emarginato da ogni apparato, pubblico e privato, si premia colui che è funzionale, che corrisponde come eccellente mediocre ai criteri della meritocrazia.

La chance avvelenata
Incontro con Jo Littler, autrice di un libro in corso di pubblicazione che attacca il concetto di meritocrazia, smascherandone l'inganno classista e le politiche neoliberali che lo appoggiano.
L. Clausi, Londra
«Voglio sgon­fiare il mito della meri­to­cra­zia come la via da seguire per tutti. E credo che in una certa misura si stia già sgon­fiando da sé: le per­sone sanno che non esi­ste più la mobi­lità sociale di un tempo. Come disse Ray­mond Wil­liams anni fa, la meri­to­cra­zia inocula l’idea vele­nosa della legit­ti­mità delle gerar­chie. Che sulla ’scala’ sociale pos­sano salire solo alcuni». Così Jo Lit­tler, senior lec­tu­rer in cul­tu­ral stu­dies alla City Uni­ver­sity di Lon­dra, incon­trata a Soho nei giorni scorsi. Lit­tler sta lavo­rando a un libro, titolo prov­vi­so­rio Against Meri­to­cracy, che Rou­tledge pub­bli­cherà verso la fine del 2015. Quell’against, lascia poco spa­zio alle inter­pre­ta­zioni: è un libro con­tro una meri­to­cra­zia vista come volano di dar­wi­ni­smo sociale. Basti pen­sare a certe scelte les­si­cali di Mat­teo Renzi per capire quanto la meta­fora sub spe­cie finan­zia­ria della «sca­lata» sia ormai iscritta nella dia­let­tica poli­tica delle post-sinistre euro­pee. Per que­sto è urgente esplorarne l’ambiguità e sma­sche­rarne l’uso ideologico.

Nel dibat­tito poli­tico con­tem­po­ra­neo la meri­to­cra­zia, infatti, imper­versa. Sban­die­ran­dola enfa­ti­ca­mente come pana­cea della disu­gua­glianza – quando in realtà può esserne altrettanto tran­quil­la­mente anno­ve­rata tra le cause — la cul­tura d’impresa si fa spa­zio nel corpo sociale, sosti­tuendo le pro­prie logi­che di pro­fitto a quelle su cui si è retto l’assetto wel­fa­ri­sta euro­peo del secondo dopo­guerra. E poi, come si fa a sca­gliarsi con­tro il merito? Nel les­sico poli­tico da ricrea­zione sco­la­stica ora vigente, una pun­tuale accusa di «gufi» è pres­so­ché assi­cu­rata. Peg­gio che met­tere l’iPhone den­tro a un gettone.

Elite sem­pre in testa
Sì, per­ché il merito è il cavallo di Troia con il quale il neo­li­be­ri­smo ha fatto un’etica irruzione nella cit­ta­della post-socialdemocratica della sini­stra euro­pea. In que­sto cavallo Mat­teo Renzi – un tar­divo epi­gono blai­ri­sta quando Blair in patria è ormai plebiscitariamente un paria – non ha certo biso­gno di nascon­dersi: anzi, lo cavalca come Tex Wil­ler, strap­pando ova­zioni al gio­vane eser­cito di riserva, plu­ri­ti­to­lato e sottoccupato, che di Renzi è entu­sia­sta soste­ni­tore. Ma il conio del ter­mine è naturalmente avve­nuto nella sfera anglo­li­be­rale, ed è qui che si è avviata una discus­sione inte­res­sante sull’uso ideo­lo­gico a tap­peto che ne fanno i media anglosassoni.

«Comin­cia a dif­fon­dersi un sano scet­ti­ci­smo sulla meri­to­cra­zia, nono­stante la piog­gia media­tica che ci pro­pi­nano i talent shows — spiega ancora Lit­tler — Sto inda­gando sulle moda­lità con le quali le élite dram­ma­tiz­zano e sen­sa­zio­na­liz­zano le pro­prie vicende biogra­fi­che per pro­pa­gan­darle. Come cer­cano di pre­sen­tarsi in qua­lità di indi­vi­dui ordinari per dis­si­mu­lare il pro­prio pri­vi­le­gio e dif­fon­dere l’idea che si tro­vano lì per­ché se lo sono meri­tato. La fami­glia reale, in que­sto senso, è molto inte­res­sante: è riu­scita a ria­bi­li­tarsi come appunto ’nor­male’. Oppure basti pen­sare al suc­cesso di serie tele­vi­sive come Dawn­ton Abbey, dove le dif­fe­renze sociali sono rese gla­mour e legit­ti­mate attraverso l’espediente nar­ra­tivo».
È ovvio che il merito abbia anche molti aspetti posi­tivi, come ad esem­pio la crea­ti­vità, che vanno senz’altro sot­to­li­neati. Per que­sto Lit­tler intende ricrearne la tra­iet­to­ria sto­rica e ideo­lo­gica. «M’interessa rico­struirne lo svi­luppo nella teo­ria sociale, nel dibat­tito politico, nella cul­tura. Que­sti tre fili sono molto intrec­ciati e troppe volte uti­liz­zati in modo da sot­trarre ter­reno morale all’indignazione nei con­fronti della disu­gua­glianza». Il libro è un ten­ta­tivo di rico­struire la nascita e la cir­co­la­zione del ter­mine nei suoi rivoli seman­tici, «giac­ché tal­volta è usato in modo addi­rit­tura sprez­zante, cosa secondo me peri­co­losa. Natu­ral­mente il rischio è che mi si possa scam­biare per autocratica».

Vista ini­zial­mente con sospetto dalla socio­lo­gia d’ispirazione Labour, la meri­to­cra­zia è stata poi sdo­ga­nata dai think tank con­ser­va­tori bri­tan­nici che, dagli anni Ottanta in poi, sono diven­tati i labo­ra­tori — ege­mo­nici e paneu­ro­pei loro mal­grado — di poli­ti­che biparti­san di riforma del wel­fare e ten­denti a una sem­pre mag­giore inva­denza del pri­vato nel pub­blico. Il ter­mine meri­to­cracy viene con­ven­zio­nal­mente fatto risa­lire al socio­logo di area Labour Michael Young (1915–2002), che nel 1958 scrisse il sag­gio sati­rico The Rise of the Meri­to­cracy, anche se era stato usato due anni prima da un altro socio­logo, Alan Fox, per poi pas­sare nel reper­to­rio «anti-ideologico» di Daniel Bell. In Young il termine ha una con­no­ta­zione nega­tiva. È una visione disto­pica, che paven­tava ciò che sostan­zial­mente sta acca­dendo oggi: una cre­scente distanza e imper­mea­bi­lità tra l’élite dei meri­te­voli e la stra­grande mag­gio­ranza dei «non meri­te­voli», ai quali si tol­gono gli ammor­tiz­za­tori sociali pro­prio in quanto tali.

È uno di quei casi iro­nici della sto­ria che il figlio di Young, l’assai più noto Toby, sia un gior­na­li­sta pati­nato in forza al Daily Tele­graph. «È stato il padre di Toby a scri­vere il libro, è vero, un’ironia che viene spesso evi­den­ziata — afferma Lit­tler — Ma lo stesso Young padre pre­sen­tava delle ambi­guità. Michael era più inte­res­sato alle poli­ti­che dell’istruzione e alla stra­ti­fi­ca­zione sociale, ed è lì che il ter­mine assume una connotazione più sfo­cata. Anche se lo usa in modo sati­rico o come per rife­rirsi sfrontatmente alle divi­sioni sociali, in ultima ana­lisi la sua cri­tica del capi­ta­li­smo è a dire poco ambi­gua. A rileg­gere i suoi scritti, Young emerge come figura dav­vero inte­res­sante. Era uno stu­dioso inno­va­tivo, ma non privo di una certa ambi­guità: come per esem­pio quando disse di non essere del tutto a favore delle com­pre­hen­sive schools, una strana dichia­ra­zione. Se poi si con­si­de­rano gli ambienti sociali che fre­quen­tava, era vicino all’assai più libe­rale Daniel Bell».

Indi­vi­duo pri­gio­niero
Pro­prio l’autore del topico La fine dell’ideologia, un libro-chiave nell’allineamento della sini­stra mode­rata in difesa del capi­ta­li­smo in cui sono rav­vi­sa­bili i pro­dromi dell’uso del con­cetto da parte del neo­li­be­ri­smo nella sua decli­na­zione that­che­riana. «That­cher è stata senz’altro una figura chiave nella dif­fu­sione delle idee neo­li­be­ri­ste, ma pen­sando a lei va ricor­data soprat­tutto la part­ner­ship fon­da­men­tale con Ronald Rea­gan: tanto per ricordare che non era sol­tanto ’una mal­va­gia donna, una strega’, come spesso l’apostrofavano i suoi detrat­tori, l’unica respon­sa­bile di un pro­cesso sto­rico com­plesso. È utile pen­sare anche a cosa abbia rap­pre­sen­tato, al modo in cui ha imma­gi­nato la poli­tica».
Eppure, dai media main­stream, That­cher è costan­te­mente addi­tata a sim­bolo di pos­si­bili con­qui­ste fem­mi­nili, quasi una forza eman­ci­pa­trice. «È inte­res­sante l’aspetto ’fem­mi­ni­sta’ attri­buito alla sua figura. Era tutt’altro che fem­mi­ni­sta ovvia­mente, e cercò di distan­ziarsi il più pos­si­bile da qual­siasi acco­sta­mento a obiet­tivi fem­mi­ni­sti: ne è riprova la demo­niz­za­zione sociale e cul­tu­rale delle madri sin­gle ope­rata dal suo governo, la cui strate­gia sem­bra tut­tora quella di incol­pare le vit­time di pri­va­tiz­za­zioni e disoccupazione per il pro­prio males­sere sociale».

È con That­cher che si sostan­zia per la prima volta il con­cetto nel senso della contrapposizione fra l’individuo e le sue chance di rispon­dere alle sfide del mer­cato. Nel suo pre­sen­tarsi come matrona della nazione, That­cher ha fatto uso di par­ti­co­lari ele­menti del femmi­ni­smo e deli­be­ra­ta­mente a meno di altri. «La sua è una fem­mi­ni­lità quasi astratta, deses­sua­liz­zata: per esem­pio, non faceva mai rife­ri­menti alla pro­pria fami­glia. Ci sono molti studi che al momento affron­tano il ripo­si­zio­na­mento della fem­mi­ni­lità in una vera e pro­pria cul­tura d’impresa, dove la donna è inco­rag­giata a pen­sare a sé in quanto pro­getto indi­vi­duale, a miglio­rare il pro­prio sta­tus e mobi­lità sociale attra­verso l’autopromozione. L’individuo è inco­rag­giato a pen­sarsi come pro­getto: una sorta di ’impren­di­to­ria­liz­za­zione’ del sé».