12/10/14

Arin Mirkan: Vita e destino


"Un gruppo di combattenti sono posizionati tra le macerie degli edifici, provocati dai bombardamenti ... Avrebbero dovuto dare il loro addio all'inizio di ogni attacco ... Erano gli ultimi momenti della loro vita, bevevano l'ultimo sorso d'acqua marcia che avevano con loro. Non hanno mai avuto le armi per combattere o fermare il progresso dei tanks.
Ma erano i combattenti della libertà, per la terra e l'umanità.
I tanks arrivavano davanti a loro dopo un pesante bombardamento. La loro posizione era appiattita e i carri armati rotolarono dritto sui loro corpi.
Tuttavia, l'esercito che aveva i carri armati fu ancora sconfitto. Intorno era pieno di combattenti che a pochi metri dietro di loro erano in attesa per un agguato. Si posizionarono davanti ai carri e fermarono il progresso dei nazisti succhiasangue ".

Ecco come Vasilij Grossman descrisse gli ultimi momenti di un gruppo di partigiani che hanno combattuto una resistenza senza precedenti contro il nazifascismo e alterato il corso della seconda guerra mondiale nel suo libro intitolato 'Vita e destino'.

Grossman seguì quella guerra come giornalista di Stella Rossa. Scrisse la storia del popolo che resiste, nonostante gli errori di Stalin e dei suoi comandanti, ma il suo libro non fu pubblicato dall'amministrazione sovietica del tempo. Fu solo nel 1984, 30 anni dopo la morte di Grossman, che milioni di persone seppero cosa realmente accadde a Stalingrado. 80 anni sono passati da quella resistenza storica. E ora, il ricordo della resistenza di Stalingrado è ancora una volta rianimato dalla resistenza di Kobane ... La città curda di Kobane è circondata da una minaccia forse per l'umanità pari a quella che fu dei nazisti - l'ISIS. Questi due grandi resistenze hanno molte differenze. Tuttavia, la disumanità degli aggressori e lo spirito e il valore della leggendaria resistenza a favore dell'umanità in entrambi i casi sono uguali. I carri armati nazisti a Stalingrado passarono sopra i corpi dei combattenti. L'esercito del male del tempo, che possedeva tutte le ultime tecnologie in fatto di armi ha massacrato uomini e donne che hanno lottato per la libertà , ma non ha vinto. La gente di Kobane sta scrivendo una storia simile. Stanno combattendo sacrificando le loro vite. Stanno contribuendo ad elevare nuovi valori per la storia dell'umanità ...

Arin Mirkan era uno di loro.
Arin, nata nel villaggio di Mirkan vicino Afrin, aveva 22 anni. E 'cresciuta in una famiglia patriottica nella città più occidentale di Rovaja. La sua famiglia era attiva nel Movimento per la Libertà del Kurdistan guidato dal PKK e i loro figli sono diventati patrioti di conseguenza. Si unì attivamente alla lotta molto giovane. Quando la Rivoluzione iniziò a Rojava, Arin, insieme a tre dei suoi fratelli, disse addio alla famiglia e agli amici e andò ad ingrossare le fila dei rivoluzionari. Tutti i suoi fratelli sono oggi combatti su diversi fronti della Rivoluzione. Amici di Arin la descrivono come 'incredibilmente altruista, allegra, sempre attiva nel duro lavoro e una leader nata'.

Arin era un comandante di plotone della YPJ - Unità di difesa delle donne che è stato istituito agli inizi della rivoluzione - nelle colline di Mishtenur intorno a Kobane. Quando i terroristi dell' ISIS circondarono le colline, Arin ed i suoi compagni stavano combattendo in prima linea. L' ISIS avanzava, chiudendo in una morsa Mishtenur, con l'aiuto di armi sofisticate che tutti sanno da chi sono fornite, e Arin ordinò ai suoi compagni di indietreggiare. Arin Mirkan doveva aver letto la resistenza di Stalingrado: infiltrata nelle milizie jihadiste, si è fatta esplodere con le cinture di esplosivo che aveva con sè. Arin ancora una volta ha dimostrato al mondo intero la dedizione delle donne alla lotta per la libertà e l'onore. Si è sacrificata per i suoi amici, la sua causa, il suo paese e per l'umanità intera.

Dopo il sacrificio di Arin Mirkan, le sue compagne hanno pubblicato una dichiarazione in cui hanno dichiarato che "le resistenti donne curde non hanno ancora detto la loro ultima parola". Arin Mirkan rappresenta lo spirito delle migliaia di combattenti - uomini e donne - di Rojava e Kobane.
Dopo gli attacchi che hanno avuto inizio il 15 settembre, molti uomini e donne si sono sacrificati. 15 combattenti che resistevano contro ISIS in difesa di un villaggio,dopo essere riusciti ad evacuare i 200 civili dal paese, sono stati trucidati. E sono tantissime le storie come queste.

Un giorno, qualcuno come Vasilij Grossman scriverà la storia di Kobane e Arin Mirkan, e il mondo si ricorderà del loro contributo e del loro coraggio. Per mille anni e più.
E Kobane vincerà, perché a Kobane ci sono migliaia di Arin Mirkan...
La cosa importante a questo punto della storia è che noi tutti , che non siamo fisicamente tra le macerie di Kobane, insieme a tutti coloro i cui cuori e le menti sono a Kobane - facciamo nostra la lotta contro l'Isis, per l'umanità ...

 Perché “in epoche tremende l’uomo non è più artefice del proprio destino”, anzi, “è il destino del mondo ad arrogarsi il diritto di condannare o concedere la grazia, di portare gli allori o di ridurre in miseria…”. Che cosa può fare allora l’uomo, nelle grinfie della Storia? Soltanto cercare di difendere, a tutti i costi, il suo diritto di chiamarsi uomo.
" E tuttavia, l'esercito che aveva i carri armati fu ancora sconfitto"..




PS: Non solo italiani arruolati nelle milizie nazifasciste ucraine. Ci sono anche volontari italiani a combattere con le milizie dello Ypg (le «Unità di difesa curde») accerchiate dallo Stato Islamico nella cittadina siriana di Kobane. Guardando il video postato sui siti curdi circa una settimana fa (e incentrato soprattutto sulle gesta di Arin Mirkan, la giovane combattente diventata leggendaria e che è visibile nel primo minuto del video mentre spara al riparo di sacchetti di sabbia)  al quarantesimo secondo si sente pronunciare una domanda in italiano, non proprio comprensibile, ma che secondo coloro che hanno diffuso il video, potrebbe significare: «Ma dove diavolo eri?». E subito risponde una seconda voce maschile: «E che ti devo dire?». Se confermata la notizia, onore ai combattenti italiani (e a tutti gli occidentali) al fianco della resistenza kurda.. 



Arin Mirkan


KOBANE, OTTOBRE 2014
Quello che sta succedendo in questi giorni un una zona del mondo meriterebbe la massima attenzione di tutti; invece a regnare sovrana è l’indifferenza. Compresa quella dei mezzi d’informazione.
RESISTENZA - Gli eroi in questione sono i curdi. Il coraggio che stanno mostrano è semplicemente indescrivibile. In Iraq ed in Siria stanno combattendo sul campo contro i tagliagole dell’Isis e, per adesso, stanno riuscendo a tenergli testa. I curdi iracheni, siriani e turchi stanno miracolosamente riuscendo a costruire una zona cuscinetto tra la Turchia e l’Isis. Tutti gli occidentali dovrebbero essergli profondamente grati, perché non stanno proteggendo soltanto le popolazioni locali, ma l’occidente intero. Il quale non è stato di grande aiuto. La coalizione guidata dagli Stati Uniti due giorni fa ha bombardato l’Isis presso la città di Kobane. Ma a rischiare la vita tutti i giorni sul terreno dove si stanno decidendo le sorti del mondo c’erano, ci sono e – si teme – ci saranno solo i curdi. A lungo derisi in quanto arretrati, i curdi sono ora sempre più visti come degli eroi da molti laici turchi liberali che sono in ansia per la terrificante marcia dell’Isis. Mentre l’occidente se ne sta a guardare, gli uomini curdi e le donne curde combattono fianco a fianco sui campi di battaglia. Quanti occidentali sarebbero disposti a fare lo stesso?

DONNE E UOMINI - Ma chi sono questi curdi che stanno eroicamente resistendo all’Isis e, stando a quanto riportato ieri da Firatnews.com, stanno respingendo gli attacchi alla città di Kobane addirittura da tre lati diversi? Un ruolo importantissimo lo sta avendo il PKK, cioè il partito dei lavoratori del Kurdistan. Per capire di che pasta sono fatti, è sufficiente ricordare che il 22 settembre il PKK ha diffuso un comunicato in cui chiedeva a tutti i curdi della Turchia di mobilitarsi: «Il giorno per la gloria e l’onore è arrivato. Non ci sono più limiti alla resistenza». Gli occidentali frasi del genere sono abituati a sentirle solo nei film. Ma non c’è solo il PKK. A battersi contro le bandiere nere dell’Isis c’è anche l’YPG, cioè il people’s protection units, e l’YPJ, l’unità di protezione delle donne. Già, perché a rischiare la pelle ci sono anche tante donne curde. Stupisce quindi, e non poco, che le femministe italiane – in primis la presidentessa della Camera Laura Boldrini – non abbiano dedicato una sola parola alle donne curde che per la libertà stanno mettendo in gioco la loro vita. Rudaw.net ha riportato la frase di un esponente dell’YPG secondo cui «ogni strada ed ogni casa sarà per loro una tomba». Loro, ovviamente, sono i combattenti dell’Isis. Se mai questa guerra dovesse finisse, anziché rendere omaggio al vincitore del premio nobel per la pace più guerrafondaio della storia – il Presidente degli Stati Uniti Obama – le popolazioni occidentali dovrebbero ringraziare il magnifico popolo curdo. E, come sarebbe giusto, dargli finalmente uno Stato in cui i curdi possano sentirsi a casa.