20/10/14

La Summer of Love di Sgt. Pepper


<<Era tutto un po' come l’Uncle Joe’s Medicine Show, con gli uccelli danzanti e l’elisir di lunga vita...>> (Paul McCartney). Sgt. Pepper Lonely Hearts Club Band fu la canzone che dette il via all’idea di concepire il nuovo disco come una sorta di “concept album”. Per alcuni versi può essere stato proprio il re, Elvis Presley, a ispirare un'idea del genere. A quanto risulta, una volta Elvis mandò la sua Cadillac da sola in tour, senza accompagnarla. Questa folle trovata meravigliò i Beatles, tanto che spesso ci scherzavano sopra, e un'idea cominciò a maturare nella loro testa: <<Perché non facciamo un album che sia una specie di show, e non lo mandiamo in tour al posto nostro?>>. Era un’idea esagerata, fantascientifica per quel periodo, ma i Beatles riuscirono immediatamente a coglierne le implicazioni e il potenziale. Poteva essere semplicemente un alibi per risolvere un problema, visto che avevano deciso di non fare più tour. Quell’idea poteva tutto sommato avere qualche riscontro commerciale? La televisione non ricopriva ancora quel ruolo trainante nel business della musica pop come ai giorni nostri. Le performance dal vivo erano l'unico mezzo concreto tramite il quale un gruppo poteva soddisfare la richiesta del pubblico. Un album, per quanto ben fatto, poteva mai davvero costituire il sostituto di un tour? I fan lo avrebbero accettato? Quale che fosse la risposta, i Beatles erano determinati a dare al nuovo disco qualcosa che non avevano mai potuto permettersi prima: il tempo. Dovunque Paul avesse preso l'idea, e dice che gli era venuta in mente su un aereo, la trovata di scrivere una canzone su una ipotetica band chiamata Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band gradatamente convinse i Beatles a immaginare di essere loro, quella band. Se mai è esistito qualche significato, eccolo: gli alter ego dei Beatles. Ma Sgt. Pepper chi era, e da dove salto fuori? Mal Evans, il roadie dei Beatles, viene accreditato per molti versi per aver contribuito alla scelta di quel nome. Se ne uscì con la frase <<salt and pepper>>, sale e pepe, che poi a quanto sembra divenne uno degli alter ego di Paul. Per il resto, l’idea di uno show itinerante e tutto il resto prese le mosse dalla medesima fonte che aveva partorito Eleanor Rigby e Father MacKenzie o Lovely Rita; dalla fertile immaginazione di Paul. Alcuni dettagli sulle origini dell’album si sono persi nel corso del tempo e nei meandri dei nostri ricordi inaffidabili. Per esempio, si dice che l’idea originale sia stata quella di scrivere un album sull’infanzia dei ragazzi a Liverpool, una sorta di viaggio nostalgico. Questo almeno spiega canzoni come Strawberry Fields Foreven PennyLane e When I’m Sixty-Four. Parte fondamentale di questo percorso tematico lungo la strada dei ricordi, cosi dice la leggenda, sarebbe dovuta essere una finta band di ottoni del nord dell’Inghilterra, quegli ottoni che i ragazzi tengono in mano sulla copertina dell'album. Altri diranno che “band” era una di quelle bande tedesche che suonano marciando. Ho parlato con Neil Aspinall di questo: le riteneva tutte sciocchezze. E cosi io. Qualunque fosse la verità, a Paul erano sempre piaciute le band di ottoni, e ne voleva una dentro il disco. Si sarebbe poi consentito quel piacere usando una vera band di ottoni per la colonna sonora del film The Family' Way, fatta dai fratelli Boulting: musiche di Paul, arrangiate da me. Produsse in seguito anche uno dei più famosi gruppi di ottoni; i Black Dyke Mills Band, per la Apple Records.

<<...Doveva essere uno show intero, dall'inizio alla fine, ma dopo aver registrato un paio di pezzi tutti cominciarono a perdere interesse alla cosa e a scrivere le proprie canzoni, come sempre. . .>> (Ringo Starr). .

C’era un’unica cosa che i Beatles erano tutti assolutamente d’accordo nel voler fare. Ogni singolo elemento di questo album avrebbe dovuto aggiungere valore all’intero progetto: dalle canzoni alla copertina e alla produzione tecnica, ogni cosa doveva giocare il proprio ruolo nel produrre qualcosa di assolutamente differente, e assolutameute buono. Era la loro nuova creatura: volevano tutto il meglio per lei. Ecco allora la rivoluzionaria copertina interna, con i testi delle canzoni stampate sopra per la prima Volta, la spesa straordinaria e lo sforzo notevole impiegato per la fotografia della cover, l’enorme dispiego di tempo e d’impegno utilizzato per la produzione tecnica. Appena si mette su il disco, si sentono gli spettatori; si sente la band che si accorda, e lo show inizia con il tema principale. Che a sua volta si trasforma nel pezzo della prima star dello show, quel Billy Shears che canta la sua canzone. Finito il pezzo, finito quel numero, quel mondo nel quale eravamo appena entrati già scompare, e veniamo trasportati in un altro mondo completamente differente, fatto di alberi di mandarini e cieli di marmellata. Questo succede per tutta la durata dell’album. E soltanto alla fine che il tema principale dello show torna di nuovo, quando si ascolta la banda che ricomincia ad accordare gli strumenti e suona nel brusio della sala da concerto. Questa ripresa ci porta a pensare che quello che abbiamo appena ascoltato sia stata una performance con un unico filo conduttore, mentre invece abbiamo partecipato a una serie di piccoli siparietti, ognuno dei quali con una sua precisa caratterizzazione. La canzone che da il titolo all’album è un rock dal sapore vintage, che conduce la gente all’interno dell’album con l'illusione di trovarsi di fronte a un’esibizione dal vivo.

Creando l’effetto sonoro dell’applauso, dell’accordatura degli strumenti, e cosi via, tentavamo di creare subito un'immagine precisa: si apre il sipario, la band é sul palco. Ancora una volta, cercavamo di dare l’illusione di poter chiudere gli occhi e vedere un’immagine creata dalla musica. La band di Sgt. Pepper era davvero li, che suonava a tutto volume solo per noi. Infatti, di tutte le canzoni dell’album, quella d’apertura era la più vicina a una vera e propria performance dal vivo creata in studio. Fu un’esibizione dal vivo a pieno diritto, anche se soltanto pochi privilegiati di noi vi assistettero realmente (…) Ironia del caso, iniziammo ad incidere la title song per quello che venne definito il primo concept album del Regno Unito. A parte scrivere gli arrangiamenti per i quattro corni, non ebbi molto altro da fare su Sgt. Pepper. I ragazzi scivolarono sicuri su questa semplice melodia come anatre sull’acqua ed elaborarono l’arrangiamento da soli via via che procedevano col pezzo. Si capisce perfettamente quanto si siano divertiti a suonare questo rock dalla presa immediata, perché la melodia avanza magicamente. La canzone acquista la sua forza motrice grazie alle chitarre e alla batteria che danno il ritmo: <Paul e George suonano con le chitarre note da due quarti sul primo e il terzo movimento delle battute del ritornello, lasciando libero Ringo di usare pesantemente il rullante sul secondo e quarto movimento. Paul insistette nell‘occuparsi personalmente dell’assolo di chitarra, cosa che probabilmente irritò George.

<<Prima che i concept album diventassero una parolaccia, la gente metteva il disco sul giradischi, poi si sedeva dicendosi, ”Oh, bene, adesso per i prossimi cinquanta minuti io vado la dentro”. Era tutto nuovo, da quel punto di vista>> (Phil Collins).

Uno dei miei principali compiti con i Beatles, cosi come stavano le cose nel 1967, era dar loro tutta la liartà possibile in studio, assicurandomi nel contempo che non uscissero mai dai binali del progetto. Amavano l’intero processo di registrazione: per loro lo studio era il posto dove giocare. Lavoravano per molte ore, spesso fino alle prime ore del mattino, senza smettere un attimo. Ma durante il 1966 diventarono ancora più esigenti. Mi davano un colpo di telefono e dicevano: <<Vogliamo venire stasera alle otto>> e tutti dovevamo essere li a disposizione, qualsiasi altra cosa avessimo da fare. Mi ero ormai rassegnato al fatto che sarebbero stati la mia priorità numero uno. (…)In studio diventavo davvero uno di loro; ogni parere veniva preso in considerazione. Ma una volta che lasciavano lo studio, scomparendo nella notte, si chiudevano ermeticamente nelle loro vite private, ritornando ad essere un unità ermeticamente chiusa. Persino Brian Epstein non veniva ammesso all’interno di questa unità. Per loro, io ero solo Mr 33 giri, secondo la memorabile frase di Ringo. E’ vero che imparai molto da loro, ma e altrettanto vero che la loro conoscenza musicale si dimostrò ben presto tutt’altro che primitiva. Tony King, che lavorava per noi ed era un buon amico di John, ricorda che le nostre sedute erano sempre <<un gran divertimento. Ognuno di noi aveva un sorriso tipicamente anni Sessanta stampato sulla faccia; e in mezzo a tutta quella pazzia c’era il Duca di Edimburgo, come eravamo soliti chiamare George Martin>>.

John Lennon e Paul McCartney in particolare erano ottimi amici; si amavano l’un l’altro, davvero. Condividevano un grande spirito di avventura, e una modesta ambizione infantile: voler uscire e conquistare il mondo. Al tempo stesso si poteva palpare la rivalità che c’era tra loro, cosi intensa e cosi reale, malgrado la calda atmosfera che avvolgeva il loro rapporto. Se John arrivava con un abbozzo di canzone che faceva riferimento alla propria infanzia, come Strowberry Fields Forever, Paul gli rispondeva subito di rimando con un hit dello stesso genere: Penny Lane. Era tipico del loro modo di lavorare in duo come autori. L’emulazione creativa continuava a stimolarli anche sul proprio percorso individuale, e ha mantenuto i Beatles saldamente in cima alla vetta. John scriveva In My Life, e tutto si alzava di un livello; Paul quel livello lo aumentava ulteriormente con Yesterday. Spesso si aiutavano a vicenda per una canzone, se si erano bloccati; e questo spiega il doppio credito come compositori. Per la maggior parte delle volte, comunque, si stimolavano attraverso il brillante esempio dei singoli sforzi individuali.

<<Eravamo molto uniti, noi quattro, e raramente abbiamo permesso a qualcuno di stare con noi. Ma George ci ha conquistati col suo sense of humour. Dopo tutto aveva fatto un disco con i Goons, quindi doveva per forza essere OK>> (Ringo Starr). .

George Martin, * Summer of Love - The Making of Sgt Pepper (Coniglio editore, pp. 200, euro 14.50)



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