16/06/15

Andrea Pazienza e il bar­rito dell’elefante

"Se mi dovesse succedere qualcosa, voglio solo un po' di terra, e un albero sopra".
 
(Dall' archivio Interzone,  del 10 - 08 - 014)


Il 16 Giugno 1988, ventisette anni fa, ci lasciava Andrea Pazienza, mito adolescenziale, talento portentoso, che tanto mi ha dato in così poco tempo. Andrea che mi costrinse a dire addio senza rimpianti alla Marvel, a Zagor, Mister No.. Solo i Tnt hanno resistito, stessa forza dirompente, fuoco dissacratorio, ironia arcigna, cattiveria bonaria. Fumetto, rock, cinema, letteratura..Andrea prendeva da tutto senza gerarchia e con la militanza nichilista di Zanardi, la disperazione di Pompeo ho imparato che si, si può tirar fuori la rabbia, la cattiveria, a volte la violenza in modo creativo: l'incontro-scontro con la vita. Con Andrea ho capito che volere un altro mondo è possibile, o almeno è possibile provarci. E con lui però, ho condiviso quel senso irrimediabile di perdita che attraversa tutta la sua opera. Attraverso le sue storie, Andrea mi ha fatto capire dove stavamo andando, verso un mondo mediato dall'apparenza, dal mercato, dalla televisione, dal denaro..e dalle droghe.
Andrea Pazienza, per sempre bello, sempre giovane. Le donne, e la droga..

LA POESIA DOVREBBE PREPARARE RIVOLUZIONARI, NON LETTORI DELLA DOMENICA..

T.Martinelli, PISA, 9.8.2014  
Vintage. Intervista realizzata a Pisa nel 1981 all’artista venticinquenne nel corso della mostra dedicata a Frigidaire: un libero flusso di parole che ce lo restituisce sempre giovane, come voleva essere

Forever young
I momenti che “attua­liz­zano” uno scritto su Andrea Pazienza non man­cano mai, tanta è l’impronta inde­le­bile del suo “segno invin­ci­bile”? nel pano­rama cul­tu­rale ita­liano degli ultimi decenni. La grande mostra che ha cir­co­lato ultima nell’ordine a Bagnoli (Napoli), ogni volta più ricca, il lavoro instan­ca­bile e pun­tuale di rac­colta dei fra­telli, le rie­di­zioni delle sue opere (pros­si­ma­mente Bal­dini & Castoldi ripro­pone il denso e pene­trante Pom­peo) e nel pros­simo futuro un film tratto dalle sue sto­rie. A osare è Renato De Maria, il regi­sta che ha girato per la Rai il docu­men­ta­rio sull’appartamento di Bifo, già sede di Radio Alice e di altri momenti del movi­mento bolo­gnese del ‘77. Dopo Hotel Paura, film con Ser­gio Castel­lito e Isa­bella Fer­rari, il regi­sta bolo­gnese che ha vis­suto con Pazienza momenti di pas­sag­gio fra il ‘77 e gli ‘80 si cimen­terà con la tra­du­zione sullo schermo di tre epi­sodi diversi ma emble­ma­tici di Paz: Pen­to­thal, Giorno e Zanardi. Di que­sta tran­si­zione fra l’apice del movi­mento del ‘77 alle prime avvi­sa­glie del cini­smo indi­vi­dua­li­stico degli “orrendi ottanta“dalla crea­ti­vità anar­coide e libe­ra­to­ria gio­va­nile pur sem­pre parte di una sini­stra di cui s’intravedeva qual­che sma­glia­tura al lato bieco e odioso della merce e del deli­rio d’onnipotenza ado­le­scen­ziale che in quei cre­pacci si è anni­dato, si par­lava con Andrea Pazienza in que­sta inter­vi­sta. A Pisa nel 1981 in occa­sione di una bella mostra a Palazzo Lan­fran­chi dedi­cata al men­sile Fri­gi­daire, la testata di “ten­denza“allora sia come contro/informazione che come fumetto, ci era­vamo seduti per terra appar­tati in un angolo. Come sem­pre allora, la chiac­chie­rata con lui era un impre­ve­di­bile flusso di coscienza, for­tu­na­ta­mente in quell’occasione fis­sato su nastro da un regi­stra­tore acceso.

Da Pen­to­thal a Zanardi, qual è il per­so­nag­gio di Pazienza?
Fac­ciamo così: io rispondo a domande in modo un po’ generico…parlando così…uscendo a volte fuori tema…Allora io penso que­sto: esi­stono due momenti della mia vita, uno è il momento Pen­to­thal che a sua volta si divide in altri due: uno molto cat­to­lico, cle­ri­cale, da sagre­stia con una ridda di gio­chi, diver­ti­mento, scuse, affet­ta­zioni, tar­ta­glia­menti, con­ge­stioni, nasi grandi, pustole ecc. Poi c’è invece un momento sem­pre in Pen­to­thal molto più duro che appunto poi è il momento Pen­to­thal, quello che io defi­nii così, che poi doveva essere que­sto siero della verità che invece non è stato solo questo…che era molto più legnoso, tote­mico e al quale potevo fare rife­ri­mento senza espormi così tanto. Ma que­sta è una fase ini­ziale di asso­luta non cono­scenza del mezzo attra­verso il quale io mi proponevo…e così, un po’ come nei temi in classe quando ti dicono “bravo, ma fuori tema”, io mi espan­devo sulla carta in modo abba­stanza scon­nesso, senza eser­ci­tarmi molto nel segno, facendo quello che io sapevo già fare, cioè pro­po­nen­domi attra­verso delle chiavi che io già cono­scevo, che avevo già spe­ri­men­tato in altre occa­sioni, nel pri­vato oppure quando facevo i qua­dri. Invece tutta l’ultima pro­du­zione –la migliore– è quella che a me piace di più e che nasce dalla volontà di diver­ti­mento, non tanto di rac­con­tare ma dalla voglia di ricreare delle situa­zioni quanto più pos­si­bile evo­ca­tive. Que­sti momenti in me nascono sull’onda di quella che vor­rebbe essere una sco­perta mate­ma­tica. Cioè, a me la mate­ma­tica è man­cata a scuola per­chè la odiavo. Invece adesso ne sento la man­canza nel senso che mi pia­ce­rebbe costruire attra­verso dei moduli in modo sim­me­trico, spe­cu­lare, defi­nito delle cose che siano quanto più pos­si­bili e rea­li­ste. Zanardi è la cat­tiva coscienza di tutti noi, è il nostro com­pa­gnuc­cio di scuola, l’amico d’infanzia per­fido che ci ha umi­liato in mille modi. E’ la per­sona che abbiamo odiato di più in asso­luto ma alla quale avremmo voluto asso­mi­gliare, alla quale ci siamo ispi­rati di più. Era nefando, igno­rante, spre­giu­di­cato per­chè asso­lu­ta­mente vuoto.

Per­chè al liceo e non nella vita nor­male dove pure c’è que­sta cate­go­ria di persona?
Io adesso sto acqui­stando forza sta­tica con l’età e perdo invece quella forza che mi faceva volare sulle scale in salita che noi tutti –abbiamo la stessa età– ricor­diamo fin troppo bene, quasi con dolore, per­chè appar­tiene a ieri, non ancora all’altro ieri o all’anno scorso. E allora ci sono ancora dei momenti in cui io mi provo, e non mi ritrovo più con quel dina­mi­smo tutto particolare.

E tu che pensi?
Penso che va male da que­sto punto di vista, mi dispiace molto. A me non inte­ressa la matu­rità per­chè io non credo nella matu­rità nel senso di acqui­si­zione di cono­scenza, respon­sa­bi­liz­za­zione, presa di coscienza di certi fatti. Mi pia­ce­rebbe rima­nere gio­vane il più pos­si­bile, nel senso di non doverla mai menare a nes­suno dicen­do­gli quello che secondo me deve o non deve fare.

E tu ti com­porti così?
No, non mi com­porto così, asso­lu­ta­mente, però quando devo inven­tare dei per­so­naggi cerco di fare in modo che que­sti per­so­naggi rispon­dano quanto più pos­si­bile a que­sto par­ti­co­lare tipo di dina­mi­smo eccen­trico, vio­lento che poi ha in sé la ribel­lione, per­chè non si tiene. Insomma però, que­sto non è l’aspetto più impor­tante o quello che m’interessa.. Io mi accorgo che in una città esi­stono mille situa­zioni diverse e le rico­no­sco molto di più nei ragazzi che negli adulti o in que­sti che rap­pre­sen­tano un po’ come me l’età di mezzo, quando non si ha più tempo da dedi­care al fatto modale spic­ciolo, al colore della vespa, a quel par­ti­co­lare aggeg­gio che ti distin­gue. E tutto que­sto muo­versi a me piace. Da un certo punto di vista mi disgu­sta: per­ché? Quando poi l’ho fatto io, tutta la mia ener­gia dina­mica in qual­che modo la disper­devo per­chè poi non sono arri­vato a nes­suna con­clu­sione degna, dal momento che oggi mi rico­no­sco con dei dubbi enormi…la disper­devo quindi in poli­tica. Ho pas­sato il liceo a fare casini in poli­tica, men­tre invece oggi nei licei di poli­tica non si parla nean­che un po’, non esi­stono più le assem­blee, non esi­ste più niente. E in fondo ?il diver­ti­mento puro?…è un regresso sicu­ra­mente se si può par­lare di regresso, ma forse è super­fluo parlarne…


C’è chi dice che a volte ti diverti quando fai i tuoi fumetti ma…
…Ecco, posso rispon­dere? Prima di tutto il fumetto ha dei tempi che sono i tempi del fumetto, sono i tempi che non danno al fumetto la dignità alla quale potrebbe assur­gere in altre par­ti­co­lari cir­co­stanze. Nes­suno natu­ral­mente ci costringe o costringe me a lavo­rare pro­du­cendo una sto­ria al mese o ogni due mesi, però poi alla fine si entra in un gioco par­ti­co­lare di situa­zioni che ne sei costretto forse più che se esi­stesse real­mente una figura che ti obbliga a farlo. Il fatto è –voglio entrare anche in ter­mini spic­cioli– che una tavola a me viene pagata 100-120mila lire. Basta pren­dere il gior­nale e con­tare il numero delle tavole: quello che tendo a fare, come tutti quelli che rie­scono a pub­bli­care tutto quello che fanno, è di garan­tirmi uno sti­pen­dio. Quello che fanno tutti, tutti quelli che cer­cano un lavoro cer­cano di fare questo…Per esem­pio c’è una tavola su Amore mio dove c’è una figura acco­vac­ciata che guarda un pezzo di carta appal­lot­to­lato che gli sta davanti, è una cosa a colori. Die­tro io ci avrei voluto fare un Vic­tor Vasa­relli, tutto mate­ma­tico, una sorta di pro­getto costrut­ti­vi­sta con delle cro­mie molto stu­diate, molto par­ti­co­lari e ti assi­curo che sarei riu­scito a farlo se avessi avuto il tempo. Non avevo il tempo e mi sono dovuto accon­ten­tare di una serie squa­li­fi­cante di rombi colo­rati. Potrà anche pia­cere, però non è la cosa che avrei voluto fare se avessi avuto un tempo diverso. Però que­sto non è importante…Quando rie­sco a pro­durre qual­cosa che mi piace molto, io godo, mi diverto nel farla, passo dei momenti che per me sono indi­men­ti­ca­bili. Quando invece fac­cio qual­cosa che non mi va, io ho sof­ferto per un mese e quindi non perdo il sonno a pen­sare alle 3.500 lire che ha perso il tipo com­prando il gior­nale e rima­nendo deluso, per­chè lui ha perso 3.500 lire e io ci sono stato molto, ma molto più male… Sono io quello che ci sta peg­gio, quindi non mi sento costretto di dare spie­ga­zioni a nes­suno da que­sto punto di vista. Un’opera d’arte o un qua­dro o un vaso o un water signi­fica esat­ta­mente quello che rie­sci a vedere. Quello che vedi è quello che è. Nes­suno ti obbliga –ed è giu­sto– a cono­scerne la sto­ria, a cono­scerne i pas­saggi della ricerca che sono alla base del pro­getto, tutte la teo­rie dell’evoluzione che hanno por­tato a que­sto tipo par­ti­co­lare di oggetto. E’ una sto­ria a parte. Il cri­tico secondo me è un paras­sita per­chè vive del lavoro di altri, quindi un’opera signi­fica o non signi­fica quello che rie­sci a vedere. Tutto il resto sono altre disci­pline, la sto­rio­gra­fia, le mille defi­ni­zioni che com­pon­gono l’universo, la galas­sia delle mate­rie al Dams, per esem­pio, che sono una più stu­pida dell’altra o una meno defi­ni­bile dell’altra, una più funam­bo­lica dell’altra nella defi­ni­zione. Poi in effetti se la cosa rie­sce a tra­smet­terti qual­cosa ha fun­zio­nato, se non te la tra­smette non ha fun­zio­nato e fini­sce lì. A volte è que­stione di un mil­li­me­tro… Esi­stono delle mate­ma­ti­che che deter­mi­nano tutto que­sto. Que­ste sono le mate­ma­ti­che alle quali io vor­rei arri­vare, però è un lavoro dif­fi­cile per­chè quando sei là, vai, capito?

C’è un tuo filone di satira poli­tica o pro­prio non ti poni il problema?
No, mi pia­ce­rebbe avere a dispo­si­zione una quan­tità di segni diversi e poter fruire di que­sti segni, però vanno col­ti­vati in qual­che modo. Io non ho molto tempo né voglia…Poi in verità se io adesso mi dovessi met­tere a fare la satira poli­tica dopo due anni che non la fac­cio più, non ci riu­sci­rei. Così come non avrebbe più senso per me fare una vignetta con De Miche­lis con la scritta “De Miche­lis è un bri­ga­ti­sta”, men­tre invece al limite se l’avessi fatta due anni fa–però usando un modo par­ti­co­lare di pro­porre l’immagine– avrebbe fun­zio­nato, forse.

Che musica ti piace adesso?
Sento la radio, però non ho impianti, non col­le­ziono dischi, non so…siccome di solito dico cose alle quali credo, almeno al momento… Se tu mi fai una domanda sulla musica, io ti posso rispon­dere con qual­che cosa but­tata lì che poi domani non ricorderei.

Allora più secco: che disco met­te­re­sti adesso?
Ah, met­te­rei l’ultimo dei King Crim­son, Disci­pline con Robert Fripp che fa il bar­rito d’elefante.(Elephant Talk  .. ndr)

Ti senti una star?
Tsk! No.

Sei ancora il vecchio…
…Non sono mai stato il vec­chio, c’ho 25 anni… Solo in certe occa­sioni come que­ste si ha l’occasione di tro­varsi, altri­menti e per for­tuna non si vivono certe cose pro­prio per niente. Meno male. Non è né un ghetto né altro, è pro­prio la felice nor­ma­lità e la vita di chi se l’è cer­cata e che se lo sta vivendo con idiota tran­quil­lità. Ho un’infinità di pro­blemi, ma non sono que­sti, cioè sono pro­prio pro­blemi: non fare il mili­tare, cam­biare casa…