04/05/15

Cosa ci faccio su questo pianeta? What we do in the shadows

"Dark è facile,  Divertire è difficile" 

E' davvero incomparabile la sodisfazione che si prova a scoprire un film per conto proprio, senza il polverone sollevato da campagne di marketing per portare noi poveri spettatori nelle sale. Ed è vero la massima con cui apriamo questo post: solo che in questo caso e fortunatamente, questo 'mockumentary' riesce ad essere e a fare entrambe le cose: infatti, è un film darkeggiante e anche la migliore commedia dell'anno. Abbiamo già detto che il soggetto sono.. i vampiri? Nessun significato profondo o rilevanza sociale, ma solo un benvenuto diversivo, da questi tempi travagliati, un divertimento superbamente frivolo.

What we do in the shadows, è un affascinante curiosità dalla Nuova Zelanda, una pellicola "rock", come un buffo riff di chitarra, su di un gruppo di mitiche sanguisughe, una scalcinata congrega di vampiri che condive una casa a Wellington, litigando su chi deve spazzare per terra e sul fatto che i piatti, sporchi non di cibo ma di sangue, devono essere lavati più di una volta ogni cinque anni.

Guardare questo film è un esperienza imbarazzante: mi sono ritrovato a ridacchiare da solo per tutta la durata, scegliendo subito quale tra i simpatici vampironi era a me più congeniale. Viago, che fa da guida sia a noi spettatori e sia a una troupe cinematografica a cui, nello schema del mockumentary, è stato concesso l'accesso speciale per filmare una società segreta di vampiri sempre a Wellington e la sua festa, The Unholy Masquerade. Viago è un padrone di casa affabile, dandy tollerante (anche troppo!), e romantico. Ma è anche un sorvegliante che insiste sulla pulizia e sull'ordine. Vladislav ha 862 anni e, secondo Viago, è un bravo ragazzo, solo "un pò pervertito", donnaiolo frustrato il cui viso, l'acconciatura dei capelli e il cappotto di pelliccia lo fanno apparire come un rocker. Deacon è troppo freddo per questo mondo o per qualsiasi altro e, a 183 anni, è il ragazzo del gruppo, insensibile e cattivo. Poi c'è l'implacabilmente ostile Petyr, lontano cugino di Max Schreck in "Nosferatu", che alla veneranda età di 8.000 anni, non ama la socialità, e non può essere disturbato per ripulire i resti umani che infestano il suo angolo nella casa, esente com'è dalle faccende domestiche.


Potrei andare avanti, perchè è uno spasso anche solo raccontarlo, come l' applicazione sugli smartphone per vampiri, che avverte dei crocifissi che si trovano nelle vicinanze. Ma mi fermo. Ci sono tanti motivi per vedere What we do in the shadows, uno dei quali è sicuramente il suo valore come antidoto alla noia e al conformismo dei film e delle serie stile "Twilight". What we do in the shadows, ha virtù medicali che molti film con grandi budget e di grandi dimensioni non hanno: energia instancabile, inventiva divertente, senso del ridicolo sostenuto. Gag a raffica e sapientemente dosate, è un irrefrenabile affascinante B-movie concettualmente intelligente e mirabilmente girato. Abbellito con una recitazione comica nuova e originale e esaltante fin dalla prima scena. Un omaggio contorto (di Deacon) alle fragilità dell'essere umano, e a differenza degli altri vampi film, un atto di accusa, di come non sia  facile essere un vampiro (e un diverso) nel mondo moderno.
Presentato a gennaio al Sundance Film Festival, co-scritto e co-diretto da Jemaine Clement e Taika Waititi, lo consiglio a tutti, ma soprattutto a tuti quelli che, almeno per una volta, si sono chiesti: chi-sono-io-e-cosa-ci-faccio-su-questo-pianeta....

What we do in the shadows