20/07/15

La vergogna di Casale e la sinistra fantasma

Con l'aiuto del Presidio Solidale di Via Visso - Nodo Territoriale Tiburtina, cerchiamo di ricostruire la vicenda che ha poi portato agli scontri di Casale San Nicola, venerdì scorso. Sì, perchè la “rivolta” di Casale San Nicola ha, infatti, una genesi molto più ampia e articolata di quanto non sia apparso nel solito circo mediatico che, dolosamente, continua a mettere al centro della narrazione solo la parte utile a fomentare la xenofobia e l'odio razziale. Protagonisti della vicenda le amministrazioni e i soliti “comitati” di quartiere, strumentalizzati da razzisti e fascistoidi vari per soffiare sul fuoco dell’emergenza e dirottare sull'immigrato cariche di rabbia altrimenti pericolose per il potere costituito.

Comitati di quartiere che si sono fatti sentire stamattina sui giornali, accusando i giornalisti e i media in generale di averli fatti passare per razzisti: strano, perchè prima le stesse accuse rivolte agli stessi giornalisti erano perchè questi non si occupavano della loro "vicenda", mentre ora si ritrovano sulle prime pagine dei quotidiani, con tanto di foto e filmati, che li ritraggono insieme ai soliti fasci di Casa Pound scagliare di tutto contro le forze dell'ordine, per impedire a 19, diciannove migranti di alloggiare in un centro di accoglienza nel loro bel quartierino.

"Non siamo razzisti e non abbiamo chiesto aiuto ai fascisti".. urlano.
Certo è che non possono più urlare la retorica fascista/leghista del.. portateli a casa vostra, portateli nei quartieri bene: Casale S.Nicola non è Tor Pignattara, non è il Casilino o un altra delle zone a rischio della città.
Dei camerati, oggi, non c'è traccia, mentre i 19 ragazzi immigrati se ne stanno nel casale, buoni e tranquilli: il più piccolo ha 17 anni, 21 il più grande.
Ma andiamo con ordine. A settembre 2014 sbarcano in Sicilia, tra le migliaia di altri, 60 ragazzi provenienti da Gambia, Senegal, Mali. Dopo pochi giorni di permanenza nei centri locali vengono trasferiti a Roma, insieme a un gruppo di pakistani e bengalesi, in una struttura a via Visso, sulla Tiburtina, dove sarebbero dovuti rimanere temporaneamente fino al colloquio con la Commissione giudicante lo status di rifugiato.

La data di tale colloquio, tuttavia, rimane vaga per lunghi mesi, durante i quali i ragazzi iniziano a vivere attivamente il territorio in cui sono inseriti: chi lavorando, chi iscrivendosi a scuola, chi frequentando gli spazi sociali del quartiere attraverso corsi di italiano e altre attività. Lentamente iniziano a fare comunità, a integrarsi tra loro e con l’esterno, a uscire sempre più dal ghetto che viene costruito intorno alla figura del migrante.

Nel frattempo, a maggio inizia a circolare la voce che verrà aperto un nuovo centro di accoglienza sulla Cassia, all’incrocio tra La Storta e la Braccianese. Sull’onda di quanto già successo a Tor Sapienza subito si attivano gli abitanti del quartiere che, fomentati da Casapound e le solite destre romane, occupano simbolicamente l’ex scuola che dovrebbe ospitare il centro e istituiscono un presidio permanente di protesta.

Pochi giorni fa, le due vicene si sono intrecciate in un disegno che ha ben poco di casuale. Ai ragazzi di via Visso viene comunicato, con sole 48 ore di anticipo, lo spostamento nell’edificio in questione, a decine di chilometri da dove hanno iniziato, tra mille difficoltà, a crearsi un’esistenza minimamente dignitosa. La motivazione ufficiale, peraltro tenuta nascosta fino all’ultimo, è il cambio di cooperative nell’appalto per l’accoglienza dei ragazzi, nell’ambito della riorganizzazione seguita a Mafia Capitale e al rapporto del prefetto Gabrielli. Da subito i ragazzi, che dunque dovrebbero essere spostati come pacchi postali senza minimamente essere interpellati, esprimono la ferma volontà di non volersi muovere verso la nuova collocazione, non volendo rinunciare ai percorsi già avviati e rifiutando di essere pedine di un meccanismo che trae profitto dalla loro deportazione. Tuttavia, la condizione di ricatto in cui versano a causa della richiesta d'asilo, un vero e proprio “limbo” giuridico, non consente loro di agire liberamente, poiché qualsiasi comportamento anche solo ai limiti della legalità potrebbe compromettere la richiesta stessa.

Accade così che la mattina di venerdì, sotto la minaccia di pregiudicare il parere della commissione d'asilo e di non ricevere più il “pocket money” e i pasti, il primo gruppo di ragazzi accetta a malincuore di andare a Casale San Nicola. Al loro arrivo trovano ad attenderli un centinaio tra residenti e fascisti inferociti, che tentano di opporsi fisicamente al passaggio del pullman dando vita ad un comico teatrino con le forze dell’ordine. Da qui inizia la narrazione tossica dei mass-media che, in un gioco delle parti già visto, trasformano la protesta, per quanto veemente, di qualche decina di persone in un evento di respiro nazionale con scontri e feriti.
L'unica risposta delle amministrazioni a un flusso migratorio sempre più imponente sembra essere quella che stiamo vedendo a Ponte Mammolo prima e a via Visso poi, con l'intento di trattare i migranti unicamente come problema di ordine pubblico finalizzato al mantenimento dell’emergenza e, dunque, alla speculazione su di essa da parte del sodalizio governanti-cooperative.
Questa la storia.

Ma oltre alle responsabilità delle autorità, dobbiamo però chiederci dove è la sinistra, dove sono i democratici, gli anti­raz­zi­sti, quelli del Pd e i Syriziani di Sel, a con­trastare l'odio nero, le brac­cia tese di Forza Nuova e Casa Pound, a spie­gare, a offrire ragio­na­menti alter­na­tivi, e magari a soste­nere i migranti in que­sto momento dif­fi­cile delle loro vite? Dove sono quelli degli slogan altisonanti, non un passo indietro, riprendiamoci i quartieri, mentre nelle strade si vedono solo bandiere nere e teste rasate?



Cittadini di Casale S. Nicola e fascisti protestano contro l'arrivo di 19 (diciannove) migranti..