Torniamo in Giamaica, l'isola che ha donato al mondo il reggae che, come forma ritmica, è la musica più affascinante che esista. Una musica sensuale, piena di calore corporeo, dal ritmo dolce e incalzante, a volte monotono e ossessivo. Una musica serena e combattiva, allo stesso tempo. Calda, ipnotica, avvincente ed..eversiva. Perché il reggae si è stata sempre basato sull'equilibrio tra le tradizioni, i miti, le divinità della terra e le istanze rivoluzionarie, ha sempre incarnato il ritmo naturale dell'uomo, quello della respirazione, e attraverso il suono e la potenza delle parole la denuncia contro le ingiustizie, il razzismo, la discriminazione, la povertà. In questo post non parleremo della Giamaica del re, Bob Marley, del "maledetto" e carismatico Peter Tosh, ne tanto meno di quella del grande poeta e scrittore musicale Linton Kwesi Johnson, ormai quasi dimenticati in patria pur essendo leggende all'estero.I nuovi eroi musicali dei giamaicani si chiamano ora Sizzla, Shabba Ranks, Buju Banton, Beenie Man, Bounty Killer.. La loro musica non è il reggae di cui sopra, bensì (l'odiata..) Dance Hall, la nuova danza giamaicana contemporanea, quella
che si sviluppa dall’inizio degli anni ’80 grazie al contributo di alcuni ballerini giamaicani inventori delle cosiddette “danze”, ovvero passi di danza battezzati con un nome giamaicano che corrisponde al titolo di una canzone o che viene cantato nel testo della canzone dal repper. Anche se in origine la dancehall rappresentava semplicemente uno stile
di reggae più povero ed essenziale e meno dedicato a tematiche politiche
e religiose rispetto al roots reggae che dominò gran parte degli anni 70, ora non è altro che una degenerazione del reggae “classico”, contaminato con il ragamuffin e con alcuni aspetti del rap americano: un dj che rappa freneticamente, spesso con la
tecnica del toasting, su loop elettronici. La Dance Hall non ci piace, non è nelle nostre corde e il peggio è che questo stile è accompagnato da testi sempre più violenti, omofobici, razzisti, sessisti. I temi sono questi, tutte queste nuove star promuovono una cultura discriminatoria, un odio dichiarato contro le diversità. Pubblichiamo a riguardo questo reportage dalla patria del reggae di Flavio Bacchetta, uscito sul Manifesto del 3 ottobre, in cui si racconta la nuova realtà che sta dando fama di paese più intollerante dell'emisfero occidentale, complici una "cultura machista, un codice penale obsoleto, l'integralismo cristiano, il retaggio coloniale." Infine, si racconta del brutale e ancora impunito linciaggio del giovane Dwayne Jones, non ancora sedicenne e la cui unica colpa era quella di essere gay dichiarato.
In coda, un omaggio al Dub giamaicano delle origini e al genio di King Tubby, che quì si avvale della collaborazione di altri pezzi da novanta come Sly Dunbar, Robbie Shakespeare, Jammy, Scientist, Earl "Chinna" Smith, e molti altri, nella playlist Dub Gone Crazy.
