Tom Hansen era poco più che un ragazzo quando, dopo un passato da skater semi-professionista, mette su la prima band a Seattle, nella culla in cui sta per esplodere il grunge. Ma Tom non sfonda nella scena musicale, mentre è quasi naturale il suo ingresso nel mondo della droga e dell'eroina in particolare. In breve tempo diventa il pusher più ricercato nel giro punk/grunge della città: a lui ricorrono star del calibro di Mark Lanegan, ancora con gli Screeming Trees, Kurt Cobain, Layne Staley, Mark Arm dei Mudhoney e Duff McKagan ex Guns n’Roses, Velvet Revolver. Arrivano i soldi, tanti soldi, ma anche la tossicodipendenza, di quelle feroci. Tom è una specie di rockstar degli spacciatori, il business arriva a fargli maneggiare milioni di dollari, poi, come sempre, la caduta. La dipendenza lo mina nel fisico, la polizia gli sta alle costole. Dopo aver sfiorato la morte, la riabilitazione. Tra mille difficoltà inizia a scrivere, fino a pubblicare American Junkie, libro mai pubblicato in Italia e quasi introvabile perché uscito fuori produzione. Pubblichiamo uno stralcio, dopo che ci sono voci di trattative con un altro editore per una nuova stampa del libro in tutto il mondo.
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13/02/18
23/02/16
Le liste di dissidenti sono già compilate: La vera storia di Dalton Trumbo
E' uscito nelle sale e con un cast stellare proprio in questi giorni, e se ne parla molto bene. Ma noi non l'abbiamo ancora visto, L'ultima parola, la storia di uno sceneggiatore, regista e scrittore statunitense, che pagò cara il voler rimanere fedele ai suoi ideali e non denunciare i suoi colleghi, come altri fecero.
'Lei é o è mai stato membro del Partito comunista?'
Alla domanda di J. Parnell Thomas, senatore e presidente della Commissione per le attivita anti-americane, Dalton Trumbo - lo sceneggiatore più pagato e ammirato di Hollywood - non risponde. Alle sue spalle, per sostenerlo, ci sono Humprey Bogart, Lauren Bacall, Gene Kelly Jonhn Garfield e John Huston.
Non abbiamo ancora visto il film ma abbiamo letto il libro da cui esso è tratto, L'ultima parola. La vera storia di Dalton Trumbo, scritto nel 1977 da Bruce Cook e pubblicato il 28 gennaio di quest'anno in Italia da Rizzoli. Un libro in cui vengono ricreate in modo potente le liste nere di Hollywood, e quel periodo terribile e infame per gli USA che va sotto il nome di Maccartismo.
E' il 1942 e negli Stati Uniti l'ondata di paranoia anticomunista investe anche gli studios: centinaia di registi, attori e scrittori sono chiamati a deporre, solo dieci di loro, gli Hollywood Ten, saranno inquisiti e imprigionati per essersi rifiutati di parlare, di tradire compagni e amici. Da allora Trumbo sarà costretto a lavorare per il mercato nero, senza poter firmare le sceneggiature di capolavori come Vacanze romane e La piu grande corrida. E solo nel l96O che Kirk Douglas, produttore e protagonista dello Spartacus di Stanley Kubrik, pretese fermamente il suo nome chiaro e tondo nei titoli di testo del film.
"ln ogni città e provincia liste di dissidenti sono già compilate” , é la battuta più celebre di Laurence Olivier nelle vesti del generale Crasso.
Trumbo tenne sempre tenuto duro: è sopravvissuto, ha prevalso, ha persino trionfato. I suoi valori - tenacia, indipendenzo, perseveranza - oggigiorno sono diventati merce parecchio rara.
"La cronaca produttiva di Papillon è una tale saga di sfortune, dissidi e complicazioni che pare straordinario il fatto che una pellicola sia potuta venir fuori da una simile situazione, e tanto più che ne sia scaturito un film di successo. Ci sono problemi finanziari sin dall’inizio. Una compagnia intraprende il progetto, ma si tira indietro quando il budget va fuori controllo. E a quel punto che la Allied Artists ne prende le redini. E, quando ciò accade, si decide che al film occorre il genere di assicurazione sull’esito al botteghino che solo due stelle possono garantire, di farne cioè una specie di Butch Cassidy - il film con Paul Newman e Robert Redford di poco precedente - tanto per rendere l’idea. Steve McQueen nel ruolo del protagonista è già un buon inizio, ma Steve McQueen più Dustin Hoffman nella parte del suo compagno di prigione sarebbe ancora meglio. Hoffman é disponibile, l’accordo é sottoscritto poco prima dell’inizio delle riprese.
ll problema consiste nel fatto che la sceneggiatura, opera di Lorenzo Semple Jr. - per altri versi piuttosto soddisfacente - non prevede un ruolo per Dustin Hoffman. Una stella necessita per forza di una parte di spicco. Qualcuno deve scriverne una per lui, ed é da fare quasi in simultanea con le riprese. In una situazione del genere, c’é uno scrittore - e uno soltanto - disponibile al compito.
Alla domanda di J. Parnell Thomas, senatore e presidente della Commissione per le attivita anti-americane, Dalton Trumbo - lo sceneggiatore più pagato e ammirato di Hollywood - non risponde. Alle sue spalle, per sostenerlo, ci sono Humprey Bogart, Lauren Bacall, Gene Kelly Jonhn Garfield e John Huston.
Non abbiamo ancora visto il film ma abbiamo letto il libro da cui esso è tratto, L'ultima parola. La vera storia di Dalton Trumbo, scritto nel 1977 da Bruce Cook e pubblicato il 28 gennaio di quest'anno in Italia da Rizzoli. Un libro in cui vengono ricreate in modo potente le liste nere di Hollywood, e quel periodo terribile e infame per gli USA che va sotto il nome di Maccartismo.
E' il 1942 e negli Stati Uniti l'ondata di paranoia anticomunista investe anche gli studios: centinaia di registi, attori e scrittori sono chiamati a deporre, solo dieci di loro, gli Hollywood Ten, saranno inquisiti e imprigionati per essersi rifiutati di parlare, di tradire compagni e amici. Da allora Trumbo sarà costretto a lavorare per il mercato nero, senza poter firmare le sceneggiature di capolavori come Vacanze romane e La piu grande corrida. E solo nel l96O che Kirk Douglas, produttore e protagonista dello Spartacus di Stanley Kubrik, pretese fermamente il suo nome chiaro e tondo nei titoli di testo del film.
"ln ogni città e provincia liste di dissidenti sono già compilate” , é la battuta più celebre di Laurence Olivier nelle vesti del generale Crasso.
Trumbo tenne sempre tenuto duro: è sopravvissuto, ha prevalso, ha persino trionfato. I suoi valori - tenacia, indipendenzo, perseveranza - oggigiorno sono diventati merce parecchio rara.
"La cronaca produttiva di Papillon è una tale saga di sfortune, dissidi e complicazioni che pare straordinario il fatto che una pellicola sia potuta venir fuori da una simile situazione, e tanto più che ne sia scaturito un film di successo. Ci sono problemi finanziari sin dall’inizio. Una compagnia intraprende il progetto, ma si tira indietro quando il budget va fuori controllo. E a quel punto che la Allied Artists ne prende le redini. E, quando ciò accade, si decide che al film occorre il genere di assicurazione sull’esito al botteghino che solo due stelle possono garantire, di farne cioè una specie di Butch Cassidy - il film con Paul Newman e Robert Redford di poco precedente - tanto per rendere l’idea. Steve McQueen nel ruolo del protagonista è già un buon inizio, ma Steve McQueen più Dustin Hoffman nella parte del suo compagno di prigione sarebbe ancora meglio. Hoffman é disponibile, l’accordo é sottoscritto poco prima dell’inizio delle riprese.
ll problema consiste nel fatto che la sceneggiatura, opera di Lorenzo Semple Jr. - per altri versi piuttosto soddisfacente - non prevede un ruolo per Dustin Hoffman. Una stella necessita per forza di una parte di spicco. Qualcuno deve scriverne una per lui, ed é da fare quasi in simultanea con le riprese. In una situazione del genere, c’é uno scrittore - e uno soltanto - disponibile al compito.
<<Forse non sarò il miglior sceneggiatore a Hollywood» afferma Dalton Trumho <<ma sono senza dubbio il più Veloce»
In molti lo considerano il migliore, comunque. Tra questi c’e anche Franklin Schaffner. Il regista di Papillon sottopone il problema a Trumbo spiegando che lo sceneggiatore deve recarsi sul posto e riscrivere la sceneggiatura durante le riprese. Trumbo accetta il lavoro in cambio di un’ottima retribuzione; sta infatti tentando di riprendersi dalle perdite dovute al fallimento della produzione di E Johnny prese il fucile. Può fare poco riguardo a preparazione e ricerca, semplicemente perché non ne ha il tempo. Legge il romanzo Papillon, naturalmente; <<Un libro dannatamente noioso>> commenterà in seguito. Butta giù un canovaccio nel quale inserire Dega, il falsario, personaggio interpretato da Dustin Hoffman. Una struttura abbozzata a grandi linee, tale da soddisfare più o meno tutti.
Per costruire il ruolo di Dega, il libro di Henri Charriere è di poco aiuto. Li si tratta di un personaggio minore che nella vicenda esce velocemente di scena. Nel film, ovviamente,è imperativo che rimanga. Che tipo di uomo dev’essere? Trumbo e Hoffman passano del tempo assieme, nelle poche settimane restanti prima dell’inizio delle riprese. Discutono a lungo della questione. Più a lungo discorrono e più Hoffman impara a conoscere Trumbo, e più si convince che Dega dovrebbe essere, per certi aspetti importanti, simile a Trumbo stesso. <<E' davvero un tipo esuberante, grintoso,>> dichiara in seguito Hoffman a un intervistatore << possiede una combinazione di durezza, sottigliezza e integrità che sentivo giusta per Dega. E così gli ho detto: “Perché non scrivi il personaggio prendendo spunto da te stesso, per cosi dire?”>> E Trumbo fa proprio cosi, andando in Spagna dopo aver completato solo sessanta pagine di una sceneggiatura molto corposa, e poi in Giamaica, senza mai scrivere più di venti pagine in anticipo rispetto al girato, mentre il film é in produzione. Non è di certo, per dirla con un eufemismo, un modo facile di lavorare; ma Trumbo è perfetto per il ruolo, e se ci sono ritardi nella produzione di Papillon (e ce ne sono continuamente), non sono imputabili a lui.
Le riprese in Spagna procedono bene, a ritmo piuttosto spedito. E' la parte del film che si immagina abbia luogo in Francia: i prigionieri ammanettati destinati alla colonia penale condotti dai soldati come animali per le vie, e poi dentro un cortile polveroso e battuto dal sole. Qui vengono fatti spogliare e obbligati ad ascoltare il direttore della prigione che li informa che solo pochi di loro sopravvivranno alla pena carceraria e che nessuno tornerà a casa, perché per la Francia non esistono più. E' un discorso crudele, certo, ma importante e persino necessario, visto che imposta perfettamente il tono del film e prepara lo spettatore alle crudeltà che seguiranno. Nel film, il discorso è pronunciato dall’uomo che lo ha scritto: Dalton Trumbo.
Franklin Schaffner, che lo vuole per la parte, insiste che non c’e alcun aneddoto particolare dietro quella scelta, né alcuna intenzione d’ironia (il direttore di un carcere interpretato da un ex detenuto, quale in effetti è Trumbo). Quando afferma che per la parte aveva fatto l’audizione a due attori inglesi ma che una mattina, svegliandosi, aveva detto a se stesso che sarebbe stata di Trumbo. . ebbene, quello che ci vuole comunicare, penso, è che si è improvvisamente reso conto dell’intensa qualità istrionica dell’uomo, del senso del dramma che Trumbo proietta con aria quasi indifferente, ma del quale è sicuramente sempre conscio. Dalton Trumbo è un attore nato. E quando la produzione si sposta in Giamaica, però, che cominciano ad arrivare i guai veri e i problemi finanziari. Ci sono difficoltà che forse col senno di poi possono sembrare di piccolo conto, ma che in quei momenti paiono insormontabili.
Dustin Hoffman, per esempio, scopre che lui e Steve McQueen hanno uno spazio uguale nella pellicola, ma che non percepiranno lo stesso compenso. Hoffman firma per 1.250.000 dollari, mentre McQueen avrà 2 milioni. Per qualche giorno si sente danneggiato, indignato e arrabbiato. Alla fine però si calma e torna al lavoro" (....)
In molti lo considerano il migliore, comunque. Tra questi c’e anche Franklin Schaffner. Il regista di Papillon sottopone il problema a Trumbo spiegando che lo sceneggiatore deve recarsi sul posto e riscrivere la sceneggiatura durante le riprese. Trumbo accetta il lavoro in cambio di un’ottima retribuzione; sta infatti tentando di riprendersi dalle perdite dovute al fallimento della produzione di E Johnny prese il fucile. Può fare poco riguardo a preparazione e ricerca, semplicemente perché non ne ha il tempo. Legge il romanzo Papillon, naturalmente; <<Un libro dannatamente noioso>> commenterà in seguito. Butta giù un canovaccio nel quale inserire Dega, il falsario, personaggio interpretato da Dustin Hoffman. Una struttura abbozzata a grandi linee, tale da soddisfare più o meno tutti.
Per costruire il ruolo di Dega, il libro di Henri Charriere è di poco aiuto. Li si tratta di un personaggio minore che nella vicenda esce velocemente di scena. Nel film, ovviamente,è imperativo che rimanga. Che tipo di uomo dev’essere? Trumbo e Hoffman passano del tempo assieme, nelle poche settimane restanti prima dell’inizio delle riprese. Discutono a lungo della questione. Più a lungo discorrono e più Hoffman impara a conoscere Trumbo, e più si convince che Dega dovrebbe essere, per certi aspetti importanti, simile a Trumbo stesso. <<E' davvero un tipo esuberante, grintoso,>> dichiara in seguito Hoffman a un intervistatore << possiede una combinazione di durezza, sottigliezza e integrità che sentivo giusta per Dega. E così gli ho detto: “Perché non scrivi il personaggio prendendo spunto da te stesso, per cosi dire?”>> E Trumbo fa proprio cosi, andando in Spagna dopo aver completato solo sessanta pagine di una sceneggiatura molto corposa, e poi in Giamaica, senza mai scrivere più di venti pagine in anticipo rispetto al girato, mentre il film é in produzione. Non è di certo, per dirla con un eufemismo, un modo facile di lavorare; ma Trumbo è perfetto per il ruolo, e se ci sono ritardi nella produzione di Papillon (e ce ne sono continuamente), non sono imputabili a lui.
Le riprese in Spagna procedono bene, a ritmo piuttosto spedito. E' la parte del film che si immagina abbia luogo in Francia: i prigionieri ammanettati destinati alla colonia penale condotti dai soldati come animali per le vie, e poi dentro un cortile polveroso e battuto dal sole. Qui vengono fatti spogliare e obbligati ad ascoltare il direttore della prigione che li informa che solo pochi di loro sopravvivranno alla pena carceraria e che nessuno tornerà a casa, perché per la Francia non esistono più. E' un discorso crudele, certo, ma importante e persino necessario, visto che imposta perfettamente il tono del film e prepara lo spettatore alle crudeltà che seguiranno. Nel film, il discorso è pronunciato dall’uomo che lo ha scritto: Dalton Trumbo.
Franklin Schaffner, che lo vuole per la parte, insiste che non c’e alcun aneddoto particolare dietro quella scelta, né alcuna intenzione d’ironia (il direttore di un carcere interpretato da un ex detenuto, quale in effetti è Trumbo). Quando afferma che per la parte aveva fatto l’audizione a due attori inglesi ma che una mattina, svegliandosi, aveva detto a se stesso che sarebbe stata di Trumbo. . ebbene, quello che ci vuole comunicare, penso, è che si è improvvisamente reso conto dell’intensa qualità istrionica dell’uomo, del senso del dramma che Trumbo proietta con aria quasi indifferente, ma del quale è sicuramente sempre conscio. Dalton Trumbo è un attore nato. E quando la produzione si sposta in Giamaica, però, che cominciano ad arrivare i guai veri e i problemi finanziari. Ci sono difficoltà che forse col senno di poi possono sembrare di piccolo conto, ma che in quei momenti paiono insormontabili.
Dustin Hoffman, per esempio, scopre che lui e Steve McQueen hanno uno spazio uguale nella pellicola, ma che non percepiranno lo stesso compenso. Hoffman firma per 1.250.000 dollari, mentre McQueen avrà 2 milioni. Per qualche giorno si sente danneggiato, indignato e arrabbiato. Alla fine però si calma e torna al lavoro" (....)
13/02/16
Kureishi: Il racconto dello stronzo
Dieci storie, affreschi che ci dipingono la Londra multietnica di questo scorcio dl fine secolo. Storie di razzismo; di incomprensioni tra padri e figli nella comunità pakistana; di coppie che si fanno fotografare mentre fanno l’amore perche "vogliono immortalare il grande momento”; di vecchi amici, passati attraverso tutte le mode culturali che sono lo specchio dei successi e i fallimenti di una generazione. Storie di gente in fuga da se stessa, rassegnata perche sa che "oggi, dove si può fuggire?".
Anglo-pakistano, Hanif Kureishi nato a Londra nel 1954. The Mother Country è del 1980 . Sceneggiatore dei film My beautiful Laundrette (1985) dl Stephen Frears (candidato all’Oscar), Intimacy, Mio figlio, il fanatico e Sammy e Rosie vanno a letto (1987). Il Buddha delle periferie, The Black Album (1995) e Nell' intimità (1998) i maggiori successi. "Il racconto dello stronzo" è tratto da Amore blu (trad. di Ivan Cotroneo), del 1998, pubblicato da Bompiani.
Il racconto dello stronzo
Sono a questa cena. Lei ha diciotto anni. Sei mesi che la frequento, e sono stato invitato a conoscere i suoi genitori. Ho, cosa che mi sorprende molto, quarantaquattro anni, la stessa età di suo padre, un professore, uomo arrivato ma non troppo. Lui mi sta guardando o, come immagino, mi sta esaminando attentamente. La donna-bambina che ha davanti sarà sempre sua figlia, ma per adesso è la mia amante. Le due sorelle minori di lei sono a tavola; sono belle anche loro, ma hanno una tendenza a ridacchiare, particolarmente quando sono rivolte dalla mia parte. La madre, un’insegnante, sta servendo a tavola
una trota, rosa e soffice. Per una volta penso, si, questa è vita, quello che si dice una famiglia felice; hanno chiesto loro di incontrarmi, perché non mettersi tranquillo e godersi la situazione? Ma ecco quello che succede: nel momento in cui sono a mio agio devo fare una cacata. Io sono irregolare in tutte le mie cose. Da due giorni neanche una pallottolina secca. E quando me ne sto seduto con i miei migliori vestiti addosso, ecco che devo andare. Queste qui sono brave persone, ma un po’ severe.
Ho degli svantaggi, la mia età, nessun lavoro -mai avuto uno - e le mie... tendenze. Mi piace dire, ma non lo farò stanotte a meno che le cose non mi sfuggano
di mano, che la mia professione è il fallimento, cosa nella quale, dopo anni di pratica, ho raggiunto il successo. Lungo la strada mi sono fermato a bere un
paio di bicchieri, senza i quali non avrei mai avuto il coraggio di varcare la porta, e adesso sorseggio vino e discuto degli ultimi film senza essere troppo
sarcastico e le mani non mi tremano e la mia piccola ragazza è dall’altro lato della tavola, e mi sorride calorosa e incoraggiante. Tutto è normale, vedete,
tranne che per questo mal di pancia, che diventa sempre più forte, sapete com’è quando si deve andare. Ma non mi lascerò smontare, farò una cacata, mi sentirò
meglio e poi mangerò.
Chiedo a una delle sorelle dove si trovi il posto e gentilmente lei indica una porta. E vicinissima, grazie a Dio, e attraverso la stanza appena un po’ piegato in avanti; non voglio certo che la famiglia pensi che io sia gobbo. Mi siedo e mi preoccupo che sentiranno ogni tonfo nell’acqua ma è troppo tardi; la piccola testa nodosa già spinge per venire alla luce, un fiore che sorge dalla tetra, robusto e lungo, e non devo neanche sforzarmi, sento il suo movimento soffice attraverso il mio intestino, un pezzo unico che avanza. E l’avere aspettato il momento giusto che fa andare lisce le cose, come
in amore. Chiudo gli occhi e mi godo la sensazione di sollievo, mentre il cadavere dei miei giorni passati scivola nella sua tomba acquatica.
Quando ho finito non riesco a trattenermi dal gettare uno sguardo in basso - cosa che fa anche la regina - e lo stronzo è li, intero, grande quanto una melanzana e violaceo; guardando più da vicino noto tracce di carota, ma, ah ecco, probabilmente é pomodoro, mi viene in mente che é praticamente la sola cosa che ho mangiato in ventiquattro ore. Tiro lo sciacquone e controllo il mio aspetto. Sono stanco e adesso tendo al grigio, ho un taglio sull’occhio e un livido sulla guancia, ma mi sono rasato e mi sento bene come meglio non potrei, e ho quel sorriso giovanile che dice non posso farti del male. E ad aspettarmi fuori c’é la ragazza che mi ama, l’ultima di molte, che mi inonda di vibrazioni di fiducia. La mia mano é gia sulla maniglia, quando do un ultimo sguardo e scorgo la prua dello stronzo che viene su dall’ansa del gabinetto. Oh no, sta galleggiando di nuovo nel vaso; mi piego per guardarlo meglio. E uno degli stronzi più grossi che abbia mai visto. Lo scroscio d’acqua lo ha sciacquato e non c’è dubbio che come stronzo é raffinato, variegato e intarsiato come un mosaico che ritrae, diciamo, una scena storica. Riesco a distinguere sagome che si avventano in lotta l’una contro l’altra. Le facce sono sicuro di averle già viste. Scorgo delle parole, ma non ho gli occhiali a portata di mano. Potrei fotografare lo stronzo, se avessi portato una macchina fotografica, se ne avessi mai avuta una. Ma adesso non posso gingillarmi, la trota si starà raffreddando e questa é gente troppo educata per cominciare a mangiare senza di me. ll problema è che lo stronzo sta venendo a galla. Aspetto che lo scarico si riempia di nuovo e ogni goccia è un’eternità, sento i momenti che si dilatano e la fuori ascolto il mormorio della famiglia del mio amore, ma non posso lasciare quel sottomarino li, che poi la madre entra e lo vede li che dondola. Lei lo sa che sono stato in clinica e può anche accorgersi che sto bevendo di nuovo. Ho assistito impotente alla mia distruzione, come si dice, ma evidentemente non riesco a fermarmi; allora lei prenderà sua figlia da parte e...
Ho fatto un’endovena alla mia piccola ragazza. “Che modo delizioso di prendere droghe,” dice lei dolce. Vuole provare tutto. Su questo argomento non voglio discutere e non voglio incoraggiarla. Comunque lei é un affarino biondo molto determinato, e per i suoi amici farlo è una cosa alla moda e eccitante. Mi sa che si è messa in testa di diventare tossicodipendente. Mi ci sono voluti giorni per trovare la roba migliore per lei, roba farmaceutica. Erano cinque anni che non mi facevo, ma l’ho presa insieme a lei per essere sicuro che non facesse errori. Se non che un suo ex ragazzo ci ha raggiunto dopo che l’avevamo fatto, mi ha gettato sulla strada e mi ha spaccato la faccia perché l’avevo rovinata. Comunque lei salta la scuola per stare con me e visitiamo Kensington Market e Chelsea, di cui io spiego l’importanza nella storia della moda e della musica. I dischi che le dico di ascoltare, i libri che le passo, le band con cui ho suonato, le persone creative di cui le parlo, le profonde chiacchierate che ci facciamo, valgono quanto le cose che sente a scuola. Lo so bene. Ma comunque sono terrorizzato da quello in cui mi sono messo.
Finalmente tiro di nuovo lo sciacquone. Ragazze come lei... E’ molto facile parlare di sfruttamento, e in effetti lo fanno tutti. Ma é tempo e incoraggiamento
quello che io do loro... lo so per esperienza, si, quanto possono essere critici e quanto possano buttare giù i genitori, e io invece dico prova, dico si, dico sperimenta qualsiasi cosa... E in cambio per loro sono qualcuno di cui occuparsi. E una cosa che mi spezza il cuore, ma ho al massimo due anni con lei
prima che si accorga che non posso essere aiutato in nessun modo; poi passerà oltre per entrare in mondi interessanti in cui io non posso accedere.
Prego solo che non si stia tirando su la manica e lisciando i lividi, immaginando che chi la conosce possa rimanere impressionato da quei portafortuna, le cicatrici autoinflitte dell’esperienza; ragazze come lei hanno una passione per la verità, adorano mostrare ai loro genitori quanto possano essere ribelli. Vado alla porta, l’acqua é chiara e immagino che lo stronzo stia già nuotando in direzione Ramsgate. Ma no, no, no, non guardare giù, cos’e quello, il bombardiere marrone deve avere un avversione per il mare aperto. Lo stronzo mostruoso non va da nessuna parte e nemmeno io finché rimane una ricorrenza eterna. Scarico ancora e aspetto, ma non lascia il suo porto, e cosa devo fare?, questo deve essere uno di quei momenti chiave dell’esistenza, tutti i miei giorni devono essere confluiti in questo posto. Tremo e grondo di sudore, ma non ho ancora perso. Mi arrotolo la manica del mio abito italiano, e Vecchio, si, ma e la giacca migliore che ho, non ho molti vestiti, metto quello che la gente mi da, quello che trovo nei posti in cui finisco e quello che rubo. Dentro di me urlo a squarciagola, sapete, ma non posso fare nient’altro che infilare la mano giù nella tazza, nell’acqua pisciosa, esatto, scura, scura, scura e cercare finché le mie dita non si infilano nello stronzo; stringo il pugno nella massa fangosa e lo tiro fuori dall’acqua. Per un momento sembra diventare vivo: si agita come un pesce.
L’istinto mi dice di calmarmi, e cerco nella stanza da bagno un posto per spaccarlo, pero non voglio spappolarlo dappertutto, non voglio che pensino che avevo in mente di sporcare per protesta...Adesso avranno cominciato a mangiare. E cosa sto facendo io? ,Me ne sto qui con uno stronzo gigante nel pugno. E non e solo questo, le mie dita sembrano attaccate allo stronzo; pezzetti di carne vengono strappati via e la mano mi diventa marrone. Devo avere mangiato qualcosa di insolito, perché le unghie e le palme delle mani stanno assumendo il colore di un sugo di carne. Gli occhi luminosi della mia ragazza, la sua adorabile dolcezza. Pero é un tipo esigente, in tutti i sensi.
Insiste a provare altre droghe; di pomeriggio giochiamo come bambini, ci travestiamo e inventiamo personaggi, finché la mia bussola non smette di puntare sulla realtà. Sono il suo assistente e lei prova i limiti del mondo. Quanto può arrivare lontano e ritornare comunque a casa puntuale per il te?
Devo provate, continuare a esercitarmi, perché lei è la mia consolazione. Con lei sto vivendo di nuovo la mia vita, ma troppo in fretta e tutto in una volta. E alla fine, per liberarsi, per vivere la sua vita, lei mi lascerà; o, per darle una possibilità, devo lasciarla io. Sogno, comunque, il matrimonio e sogno di portare i bambini a dormire la sera. Ma per tutto questo, mi hanno detto, e già troppo tardi. Quanto in fretta tutto diventa troppo tardi, prima ancora che uno si sia acclimatato! Guardo incredulo lo stronzo e noto qualcosa, oh no, si, è vero, oh, no, non é vero, vedo dei dentini nella sua testa vellutata e una piccola bocca che si apre e mi sorride, oh no, sta sorridendo e cos’è questo?, mi sta facendo l’occhiolino, si, il pezzo di merda mi sta facendo l’occhiolino, e che cos’è quella all’altra estremità, una specie di coda, si muove, si, si muove, e oh Gesù, sta cercando di dire qualcosa, di parlare, no, no, credo che voglia cantare. Anche se si dice che la verità si può trovarla dappertutto e che l’universo dello sporco può mandate strani messaggeri per parlare con noi, l’ultima cosa che voglio, a questo punto della mia vita, e uno stronzo canterino.
Voglio ficcare di nuovo lo stronzo giù nell’acqua, e tenerlo sotto e scappare fuori di lì, ma la madre, quando la madre entra e io mi sto abbuffando di trota e lei si tira giù i mutandoni, poi sto li a preoccuparmi che lo stronzo nascosto sotto l’ansa salti su come un piranha e si attacchi alla sua fica, magari dopo avere cantato un’arietta sarcastica; lei ne ricaverebbe un impressione di me che non voglio che abbia. Ma non voglio fermarmi a pensare questo, ho
intenzione di riflettere costruttivamente se è possibile, anche se i suoi piccoli occhi scintillano e la bocca si muove e ha sviluppato delle squame sotto le quali la fanghiglia". Non pensarci. E cosa sono quelle? Piccole ali.. Afferro il rotolo di carta igienica, strappo più di un chilometro di carta e comincio a avvolgerla intorno allo stronzo, intorno e intorno, cosi quegli occhi non mi guarderanno più, né sorrideranno in quel modo. Ma anche nel suo sudario di carta e caldo, diventa sempre più caldo, caldo come la vita, e pulsa e emana odori. Guardo disperatamente nella stanza in cerca di un posto in cui ficcarlo, un tubo, o dietro un libro, ma puzzerà, lo so, e se comincerà a muoversi potrebbe finite dovunque nella casa. Qualcuno bussa alla porta. Una voce amica: il mio amore. Sto per rispondere oh amore amore quando sento altre voci più alte e memo affettuose. Nasce una discussione. Qualcuno gira la maniglia; un’altra persona prende a calci la porta. Quasi mi viene addosso, stanno cercando di buttarla giù!
Lo getterò fuori dalla finestra! Appoggio lo stronzo sul davanzale e afferro il telaio della finestra con tutt’e due le mani. Ma improvvisamente il cielo mi fa fermare. Da bambino mi mettevo steso sulla schiena a guardare le nuvole; da ragazzo giuravo che in un futuro memo movimentato avrei contemplato il cielo finché la sua bellezza non mi fosse entrata nell’anima, come i quadri rilassanti che volevo studiare, immergendomi nei colori e nelle trame della pittura, le città che volevo attraversare, oziando, le conversazioni inutili che volevo avere, un giorno, fatte di un’inutilità costruttiva. Adesso il vento mi soffia sul viso, mi solleva e quasi cado. Ma tengo duro e lancio lo stronzo lontano, come un piccione caldo, e urlo, fuori, fuori nell’aria, uccello stronzo via via via. Mi lavo le mani nel lavandino, carico di nuovo il gabinetto e ritorno alla vita. Andiamo, andiamo, si va, nonostante tutto, senza sapere perché o come.
31/12/15
Il Capodanno di Caino: Alex Trocchi
Capodanno.
Mattina presto. Pochi minuti dopo le due. Avevo scritto:

Mattina presto. Pochi minuti dopo le due. Avevo scritto:
<Mia moglie entrerà com’è uscita, come un cattivo attore in una cattiva commedia, e quando m’avvicinerò a lei farà il gesto di resistenza, perché il mio atto è per lei l’imbeccata a resistere; e il suo viso s’irrigidirà nei tratti spaventosamente stupidi per rompersi dove ella sorride mentre inciampa e dice: ‘No..mi smaglierai una calza!’>
Riprovai la nota sensazione di considerare tutta la mia vita come un introduzione a quel momento presente davanti al quale m’ero arrestato come davanti a una specie di cosmico punto interrogativo. In quel momento ero alla mercè di qualsiasi distrazione, voci esterne, un suono di passi, la sirena d’un rimorchiatore, il senso della mia ombra là nella cabina. Sembrava senza importanza. Qualunque fosse l’aumento d’entropia nel mondo esterno, la mia reazione era pertinente. L’universo potrebbe restringersi o espandersi. Io resterei cosciente, una piccola sacca di coerenza nella città della spaventevole notte. Ma lo resterei? La droga può essere traditrice, guidando attraverso i vuoti recessi e le caverne del panico. Un’identità scivola via e non si può più scegliere d’essere immerso, di lasciarsi voluttuosamente abbindolare. Ricordo che fui costretto a coricarmi e a chiudere gli occhi..
Non riuscivo a tornare direttamente ai miei pensieri, quali che fossero, e la mia identità precedente si disintegrava come il riflesso d’un volto che s’allontana sulla mossa superficie dell’acqua. Sento che se avessi guardato in uno specchio senza scorgerci alcun riflesso non mi sarei eccessivamente spaventato. L’uomo invisibile..
<Perché non lo ammetti, babbo? Non hai lavorato per un quarto di secolo. Nemmeno io lavoro, dunque sto seguendo le tue orme. Dovresti essere fiero di me. Quando incontriamo uno dei tuoi amici dovresti dire: "Questo è Joe, il minore dei miei figli. E’ disoccupato. Naturalmente non è ancora all’altezza del suo babbo perché non è inutilizzabile, ma nutro grandi speranze per lui perché ha avuto un istruzione assai migliore della mia">
Questo lo divertì. <Sei un demonio, figliolo!> Scosse la testa . Poi si fece più serio. <Ma presto dovrai deciderti a fare qualcosa>.
<Tu non l’hai fatto. Questa è l’unica differenza..Il tuo guaio, babbo, è che ti sei sempre vergognato d’essere disoccupato e così non hai mai imparato a goderti l’ozio. Santo Dio, non andresti a riscuotere il sussidio nemmeno se crepassimo di fame!>
Mettersi in coda con quella maledetta..tribù!> <Il proletariato?> Fece un sorrisetto da patatina, distante, che significava: meglio non scendere in particolari…
<..Io non mi vergogno di te, babbo> <Lo so..lo so..>
Tornando a casa, in tram, mi chiesi se era mera fantasia che io stessi rivivendo la vita di mio padre, tranne che il mio atteggiamento era diverso. Mi chiesi se m’ingannavo. Avevo appena litigato con Moira. Era lo stesso anno nuovo.
Un uomo non smette, Tom. Quando pensa di smettere vuol dire che ha il vizio. Ci sono vari gradi di assuefazione, e la parte fisica non c’entra poi molto. L’abitudine fisica viene subito e immagino che allora tu abbia il vizio, tecnicamente. Ma con le medicine adatte te ne liberi in poche settimane. I gradi di assuefazione che contano sono..psicologici, come, intellettualmente, da quando sei un vegetale? Prendi l’eroina si o no? Il tuo guaio, Tom, è che la droga tu la disprezzi sul serio. La usi continuamente, la cerchi, ma non fai che disprezzarla, parlare di tagliar corto. Non è la merda che ti ha preso per il collo. Eludi il problema quando ragioni in questi termini. Non fai che parlare di procurarti la roba e di piantarla. Ubriacati e calma i nervi.
Ci sono medici, pittori, avvocati che si drogano e se la passano bene. Il popolo americano è alcolizzato, il che è assai peggio. Un alcolizzato non è più buono a niente. Devi alzare il sedere da quella panca e piantarla di bere la loro propaganda., Tom. E’ troppo se la bevono anche i tossicomani. Ti dicono che è la droga e quasi tutti questi ignoranti di bastardi ci credono anche loro. E’ una bella e tangibile spiegazione della delinquenza giovanile. E non coinvolge la maggioranza, che è alcolizzata. Hanno a disposizione una banda di macilenti bastardi da processare come corruttori dei loro figli. Dà qualcosa da fare alla polizia e siccome i tossicomani e i fumatori di marijuana sono relativamente facili da prendere perché devono correre tanti rischi per procurarsi la droga, un’eroica polizia può fare arresti spettacolari, gli avvocati possono fare buoni affari, i giudici possono fare discorsi, i grossi trafficanti possono mettere insieme una fortuna, i giornali scandalistici possono vendere milioni di copie. L’onesto cittadini può tornare a sedersi con la coscienza tranquilla a guardare il male che riceve la giusta punizione. Ecco il mondo della droga, amico. Tu ne caverai qualcosa tranne il drogato. Se è fortunato può strisciare fino all’angolo a prendere una cartina. Ma non è stata la droga che l’ha fatto strisciare. Questo devi gridarlo dai tetti!
“Di nuovo solo. Potrei dire amen ma non voglio o non posso. Il mio sistema non è quello dei Sansara, agitare fragili artigli per il pane e sputare sulle donne. Io devo camminare in luoghi affollati, fino ad essere assassinato dal mio disprezzo. Sono di nuovo solo e lo scrivo per darmi un’àncora contro i miei venti sediziosi..”
Chi parla, non sa; chi sa, non parla.
Il libro di Caino, Alex Trocchi
Il libro di Caino, Alex Trocchi
23/12/15
On the Road e i migliori 100 Incipit per American Book Review
Nella terminologia canonica, la
voce incipit definisce la parola o la frase iniziale di un qualsiasi
libro, componimento, ma l’uso che ne viene fatto nell’attuale critica
letteraria moderna è più esteso. Non solo dunque la prima parola o la
prima frase ma l’intera tranche d’avvio che può essere di lunghezza
diversa”.
Ma cos’è che rende un incipit indimenticabile? La sua lapidarietà? La capacità di raccontare/anticipare un intero mondo nel primo paragrafo? L’espressione di una verità universale? Io ne ricordo pochissimi a memoria, forse soltanto uno nella sua interezza, perché l’ho sempre trovato bruciante, molto malinconico, e totalmente nelle mie corde: quello che contiene riguarda personalmente, similitudini.. Non solo la prima frase, ma l’intera prima pagina, ha il pregio di riassumere lo spirito del libro.
Ma cos’è che rende un incipit indimenticabile? La sua lapidarietà? La capacità di raccontare/anticipare un intero mondo nel primo paragrafo? L’espressione di una verità universale? Io ne ricordo pochissimi a memoria, forse soltanto uno nella sua interezza, perché l’ho sempre trovato bruciante, molto malinconico, e totalmente nelle mie corde: quello che contiene riguarda personalmente, similitudini.. Non solo la prima frase, ma l’intera prima pagina, ha il pregio di riassumere lo spirito del libro.
(in medias res)
ON THE ROAD
<<La prima Volta che incontrai Dean fu poco tempo dopo che mia moglie e io ci separammo. Avevo appena superato una seria malattia della quale non mi prendero labriga di parlare, sennonché ehbe qualcosa a che fare con la triste e penosa rottura e con la sensazione da parte mia che tutto fosse morto. Con l’arrivo di Dean Moriarty ebbe inizio quella parte della mia vita che si potrebbe chiamare la mia vita lungo la strada. Prima di allora avevo spesso sognato di andare nel West per vedere il continente, sempre facendo piani vaghi e senza mai partire. Dean è il tipo perfetto per un viaggio perché nacque letteralmente per la strada, quando i suoi genitori passarono da Salt Lake City, nel 1926, in un vecchio macinino, diretti a Los Angeles. Le prime notizie su di lui mi furono date da Chad King, che mi aveva fatto vedere alcune sue lettere scritte in un riformatorio del New Mexico.
M’interessai enormemente a quelle lettere perché chiedevano a Chad in modo cosi ingenuo e dolce di insegnarli ogni cosa su Nietzsche e tutti i meravigliosi argomenti intellettuali che Chad conosceva. A un certo punto Carlo e io parlammo delle lettere e ci chiedemmo se avremmo mai conosciuto quello strano Dean Moriarty. Tutto cio accadeva molto tempo fa, quando Dean non era quello che è oggi, ma solo un giovane carcerato avvolto di mistero. Poi arrivò la notizia che Dean era uscito dal riformatorio e stava Venendo a New York per la prima volta; si diceva anche che avesse appena sposato una ragazza di nome Marylou.>> (....)
ON THE ROAD, (SULLA STRADA), Jack Kerouac
ON THE ROAD
<<La prima Volta che incontrai Dean fu poco tempo dopo che mia moglie e io ci separammo. Avevo appena superato una seria malattia della quale non mi prendero labriga di parlare, sennonché ehbe qualcosa a che fare con la triste e penosa rottura e con la sensazione da parte mia che tutto fosse morto. Con l’arrivo di Dean Moriarty ebbe inizio quella parte della mia vita che si potrebbe chiamare la mia vita lungo la strada. Prima di allora avevo spesso sognato di andare nel West per vedere il continente, sempre facendo piani vaghi e senza mai partire. Dean è il tipo perfetto per un viaggio perché nacque letteralmente per la strada, quando i suoi genitori passarono da Salt Lake City, nel 1926, in un vecchio macinino, diretti a Los Angeles. Le prime notizie su di lui mi furono date da Chad King, che mi aveva fatto vedere alcune sue lettere scritte in un riformatorio del New Mexico.
M’interessai enormemente a quelle lettere perché chiedevano a Chad in modo cosi ingenuo e dolce di insegnarli ogni cosa su Nietzsche e tutti i meravigliosi argomenti intellettuali che Chad conosceva. A un certo punto Carlo e io parlammo delle lettere e ci chiedemmo se avremmo mai conosciuto quello strano Dean Moriarty. Tutto cio accadeva molto tempo fa, quando Dean non era quello che è oggi, ma solo un giovane carcerato avvolto di mistero. Poi arrivò la notizia che Dean era uscito dal riformatorio e stava Venendo a New York per la prima volta; si diceva anche che avesse appena sposato una ragazza di nome Marylou.>> (....)
ON THE ROAD, (SULLA STRADA), Jack Kerouac
Quì i 100 migliori Incipit per l'American Book Review, con lo sguardo rivolto particolarmente a romanzi in lingua inglese.
27/11/15
Potere e alienazione, empatia e identità: Sotto la pelle di Michel Faber (Incipit bruciante)
Nella classifica dei 20 libri più venduti in Italia, evento decisamente raro per un romanzo di fantascienza. Lasciate perdere il film che ne è stato tratto nel 2013, Under the Skin, con una pur splendida Scarlet Johansonn, perchè non centra assolutamente niente. D'altronde SOTTO LA PELLE di Michel Faber non è riconoscibile come tale, cioè un romanzo sci/fi, senza averlo letto, visto che né il risvolto di copertina, né l'illustrazione, né alcun altro segnale danno il benché minimo indizio al riguardo. Si dice che ci siano voluti vent'anni prima di arrivare alla stesura definitiva del libro, un'allegoria crudele e spietata della nostra società e delle regole che ne stanno alla base. Una società in cui lo sfruttamento domina e l'alienazione dal proprio essere e dal proprio corpo è l'unica forma di sopravvivenza. Politica, tematiche ambientali, industrie e multinazionali, identità sessuale, e soprattutto empatia e potere, con cui ci misuriamo quotidianamente. Tante le riflessioni in un libro bellissimo, letto con colpevole ritardo..
<<Quando avvistava un autostoppista per la prima volta Isserley non si fermava mai, si concedeva un po’ di tempo per prendergli le misure. Quel che cercava erano i muscoli: un pezzo d’uomo ben piantato sulle gambe. Di esemplari gracili, pelle e ossa, non se ne faceva nulla. A un primo sguardo, tuttavia, era incredibile quanto poteva risultare difficile notare la differenza. Si potrebbe pensare che un autostoppista solitario, fermo al bordo di una strada di campagna, sia visibile per almeno un chilometro, come un monumento lontano, o un silos per le granaglie: si potrebbe pensare di riuscire a esaminarlo con calma mentre si guida, di spogliarlo e rigirarselo nella mente con anticipo, ma lsserley aveva scoperto che non era cosi. Guidare attraverso le Highland scozzesi era di per sé impegnativo; accadeva sempre qualcosa in più rispetto a quel che ci si immagina guardando i paesaggi delle cartoline. Perfino nel silenzio madreperlaceo di un’alba invernale, con le nebhie ancora addormentate nei campi ai lati della strada, non si poteva
sperare che la A9 restasse vuota a lungo. Le carcasse di pelliccia appartenenti a creature della foresta non identificabili ingombravano l’asfalto, sempre fresche ogni mattina, e ciascuna di esse non era che un istante congelato nel tempo, quando un
essere vivente aveva scamhiato la strada per il suo habitat naturale.
Anche lsserley, spesso, si avventurava per strada a ore pietrificate in un’immobilità preistorica, al punto che il suo veicolo poteva essere il primo della storia. Era come se fosse stata calata in un mondo appena creato, cosi nuovo che le montagne avrebbero potuto ancora assestarsi e le valli coperte di boschi trasformarsi in mari.
Ciò nonostante, una volta lanciata l’auto lungo la strada deserta, velata da una nebbia leggera, sapeva che era questione di pochi minuti, e dietro di lei avrebbe cominciato a scorrere il traffico diretto verso Sud. E quel traffico non le avrebbe neppure lasciato fare da battistrada, come una fila di pecore lungo un sentiero stretto; avrebbe dovuto correre piu in fretta, o l’avrebbero cacciata dalla corsia a forza di clacson.
lnoltre si trattava di un’arteria principale, e doveva stare attenta a tutte le strade secondarie che vi confluivano. Solo una parte di quegli snodi erano segnalati chiaramente, quasi fosse stato il risultato di una selezione naturale; gli altri erano nascosti dagli alberi. Non tenere conto degli incroci era una pessima idea, anche se Isserley aveva la precedenza: da una qualunque di quelle strade poteva spuntare un trattore borbottante e impaziente, che in caso di collisione non avrebbe subito molte conseguenze, mentre lei si sarebbe spiaccicata sull’asfalto. Quel che la distraeva di più, tuttavia, non era la minaccia di un pericolo imminente ma l’incanto di ciò che la circondava. Un luminoso fossato colmo d’acqua piovana, uno stormo di gabbiani gettati all’inseguimento di una seminatrice in un campo fertile, l’apparizione fugace della pioggia due o tre monti più avanti, o anche il volo di un ostricaio solitario: una sola di queste immagini poteva far quasi dimenticare a lsserley il motivo per cui era li, per strada. ll levarsi del sole tingeva d’oro le fattorie distanti e lei era ancora al volante, quando un oggetto assai piu vicino, poco piu di u'omhra nerastra, abbandonava all’improvviso le sembianze di un ramo d’albero o di un cumulo di macerie per assumere quelle di un bipede con il braccio teso.
Allora si ricordava, ma a volte succedeva quando ormai lo aveva superato mancando di un soffio la mano tesa, quasi che le dita, come rametti, avrebbero potuto spezzarsi, se solo fossero cresciute di qualche centimetro in piu.
Premere sul freno era fuori questione. Al contrario, lasciava tranquillamente il piede sull’acceleratore, restava in fila dietro le altre auto, limitandosi a scattargli di passaggio una rapida fotografia mentale. A volte, mentre riesaminava quell’immagine lsserley si rendeva conto che l’autostoppista era in realta una femmina. A lei le femmine non interessavano, almeno non in quel senso. Che le caricasse qualcun altro.
Se l’autostoppista era maschio di solito tornava indietro per un secondo sopralluogo, a meno che non si trattasse chiaramente di un tipo mingherlino. Nel caso in cui il soggetto in questione fosse per lo meno interessante, appena possibile faceva un’inversione a U - ben lontana da lui -, non voleva che si accorgesse di nulla. Poi, guidando nella direzione opposta più lentamente che poteva, cercava di squadrarlo ancora una volta. Capitava raramente che non riuscisse a ritrovarlo: di solito perché nel fratternpo un altro autista, meno pignolo o meno cauto di lei, si era fermato e l’aveva tirato sù. Da una veloce sbirciata si rendeva conto che nel punto in cui pensava di averlo visto non c’era più nulla, solo un vuoto bordo di ghiaia. Spingeva lo sguardo oltre il ciglio della strada, verso i campi o l’inizio del bosco, nel caso si fosse nascosto da qualche parte per orinare. (Una delle loro abitudini). Dopo cosi poco tempo, per lei era inconcepibile non ritrovarlo più; aveva un corpo cosi bello - cosi eccellente - cosi perfetto - perché si era lasciata scappare quella chance? Perché non l’aveva caricato subito?
Talvolta la perdita era cosi dura da accettare che poi continuava a guidare per chilometri e chilometri, sperando che chi l’aveva caricato l’avesse di nuovo fatto scendere. Le mucche la guardavano con aria innocente mentre lei accelerava in una nuvola di gas di scarico. Di solito, però, l’autostoppista rimaneva esattamente dove l’aveva sorpassato la prima volta, il braccio meno rigido, gli abiti (se pioveva) un poco più fradici. Venendo dalla direzione opposta lsserley gli dava un’occhiata veloce alle natiche, alle cosce, o anche alle spalle, per vedere quanto erano muscolose. Perfino nella postura c’era qualcosa che permetteva di riconoscere a prima vista l’arrogante fiducia in se stessi dei maschi di prima qualità. Passandogli accanto lo guardava ancora una volta, per mettere alla prova la prima impressione, per essere sicura che la sua immaginazione non l’avesse gonfiato troppo. Se riusciva a superare l’esame fermava l’auto e lo faceva salire. lsserley era andata avanti cosi per anni. Non passava mai più di un giorno senza che si mettesse alla guida della sua malandata Toyota Corolla rossa in direzione A9 per cominciare il giro di perlustrazione. Perfino nei periodi pid fitti di incontri riusciti, al massimo della propria autostima, si preoccupava del fatto che l’ultimo autostoppista caricato potesse rivelarsi, col senno di poi, la sua ultima conquista davvero soddisfacente: che il futuro non le riservasse più nessuno all’altezza.
(....)
La giornata di oggi non era cominciata bene.
Costeggiando il comatoso villaggio di Fearn, sul ponte sopra la ferrovia prima di raggiungere l’autostrada, si rese conto di una specie di rantolo proveniente dalla ruota sotto il lato passeggeri. Lo ascoltò attentamente, trattendendo il respiro, cercando di capire che cosa le stesse cornunicando in quel bizzarro idioma straniero. Era una supplica d’aiuto? Un borbottio momentaneo destinato a svanire? Un avvertimento amichevole? Ascolto ancora un poco, provando a immaginare i diversi modi in cui un’automobile poteva farsi comprendere. La Corolla rossa non era certamente l’auto migliore che avesse avuto; l’auto per cui aveva più nostalgia era la Nissan grigia su cui aveva imparato a guidare. Si lasciava manovrare con dolcezza e delicatezza, non faceva quasi nessun rumore e aveva molto spazio nel bagagliaio - abbastanza da metterci un letto.
Ma fu costretta a sbarazzarsene dopo appena un anno. Da allora ne aveva possedute altre due, ma erano pili piccole, e i pezzi di ricambio trapiantati dalla Nissan le davano parecchi problemi. La Corolla rossa era un po’ rigida e qualche volta capricciosa. Senza dubbio voleva essere un’auto come si deve, ma aveva le sue difficolta.
Qualche centinaio di metri prima della confluenza con l’autostrada c’era un ragazzo con i capelli lunghi che ciondolava sul ciglio della Strada, il pollice all’insù. Accelerò e lo superò. Lui sollevò pigramente il braccio, aggiungendo al suo gesticolare altre due dita. Conosceva più o meno la faccia di Isserley, e lsserley conosceva più o meno la sua. Erano entrambi del posto, anche se non si erano mai incontrati se non in situagioni del genere. La strategia di Isserley era di stare alla larga dalla gente del posto. Mentre si immetteva nella A9 a Kildary, diede un’occhiata all’orologio sul cruscotto. Le giornate si stavano allungando rapidamente: 8 e 24 del mattino e il sole aveva gia lasciato la linea dell’orizzonte. Il cielo era blu livido e rosa carne, dietro a una fascia di nubi bianchissime, preludio della gelida trasparenza che avrebbe segnato l’aria di quella giornata. Non avrebbe nevicato, ma il ghiaccio avrebbe continuato a scintillare per parecchie ore, e prima che la temperatura potesse salire sarebbe scesa la notte.
Quanto agli scopi di lsserley, un giorno freddo e luminoso come questo era ideale per la guida sicura, un po’ meno per valutare gli autostoppisti. Solo certi esemplari straordinariamente vigorosi avrebbero indossato una maglietta a maniche corte
mostrando cosi la propria muscolatura, ma la maggior parte sarebbe rimasta infagottata sotto cumuli di giacconi e strati di lana, tanto per renderle il lavoro complicato...>>
18/09/15
Calci e sputi e colpi di testa. Paolo Sollier ( Incipit bruciante )
Non occorre essere esperti per sapere che Paolo Sollier era un pò.. brocco come calciatore. La sua azione era goffa, il tocco di palla approssimativo; lo salvava il gran correre,da buon gregario. La sua vicenda umana e politica è certamente più estrosa e avvincente. Lo dimostra con questo libro, in cui i protagonisti sono l'infido mondo del calcio, la militanza politica, la vita di tutti i giorni. Un libro impietoso eppure umano, e estremamente politico. Un libro ormai introvabile, anche se ho sentito che è stato rieditato proprio ultimamente, e contro il parere dello stesso autore, che considera la sua vicenda qualcosa da relegare alla storia. Invece è avvincente e dove troverete la descrizione di una generazione .. al suo meglio.
<<Mi guardo e mi faccio ridere. Mi vedo impalato in una striscia alla Snoopy, fagotto in spalla, fumettando “ecco il famoso calciatore che lascia Torino...”.
Famoso una sega. Chissa cosa combino. Tre anni fa avevo rifiutato di fare questa vita. Dovevo andare dalla Cossatese al Lecco; c’era un allenatore, Longoni, che si era innamorato di me. Ma dovevo anche andare via di casa, cominciare quella sfigatissima comune. Era più importante restare a Torino, dare un taglio preciso al cordone ombelicale sentimentale economico coi miei; farmi finalmente spintonare dall’autonomia, coi miei pavimenti da pulire, le mic bollette da pagare, il mio cesso da aggiustare; avere una casa, una cuccia, una tana dove stare, incazzarrni, scopare. Adesso invece niente mi teneva. Non una ragazza: tutte cadute dalla mia scala Mercalli sentimentale; terremotate, rase al suolo. Non un impegno politico a mordermi la coda di cagnaccio sciolto. Non la comune, o vogliamo chiamarla casa di matti, o quattro scemi che ultimamente stavano insieme. L’ultima tappa di questa corsa nei sacchi comunitaria era cominciata un anno prima: Gigi ed io sopravvissuti alle tempeste precedenti, Andrea e Tito arrivati per caso. Andrea da una manifestazione per il Cile. Armi al Mir. `<<Hai una casa‘?>>. Dicì assassina. <<Si, abbastanza vuota». Frei boia. <<Ci verrei per qualche
mese». Compagno Allende sarai vendicato <<Vienici». Mai più senza fucile.
Ed era venuto a fare il numero tre, il terzino sinistro, il Facchetti della situazione. Sarebbe stato un po’ in difesa per poi infilarsi nel primo corridoio libero. Naturalmente intorno al corridoio avrebbero dovuto esserci stanze, una cucina, un gabinetto; una casa
insomma. Ma il lancio giusto non era arrivato e cosi si era sistemato con noi. Dopo un mese, Tito; se lo era tirato dietro da Torre Pellice; era arrivato una sera e aveva cominciato a parlare sulla porta, ancora con la borsa in mano <<Ho una situazione... ho una moglie e una fidanzata che ha anche un figlio. Con mia moglie non ci sto da un anno; e da un anno non lavoro. Sono sbandato. Ma ho deciso di ricostruire la mia vita...>>.
Aveva posato la borsa insieme a quel sorriso da lupi e aveva cominciato a lavare i piatti.
Stare insieme, diventare amici è come comprimere una miscela esplosiva. Più stai bene e più comprimi. Più comprimi più è esplosiva. Alla prima scintilla esplode. Ognuno viene lanciato via, distante, come una scheggia o un pezzo di stella. La compressione, l’amicizia,
ricominciano con altra gente. Poi nuove esplosioni, altri proiettili umani, nuove bombe da innescare. Cosi noi, e adesso siamo esplosi via. Il frammento Gigi a prendere per le trecce il suo sogno danese; Tito a caccia di lavoro e a cercare vipere; Andrea nella lotta
continua del suo libro scritto a colpi di registratore. Intervista tutti, operai,disoccupati, leader, rotti in culo, fumati, bucomani. Naturalmente non finirà mai.
Infine io, scheggiato a fare il calciatore. Finalmente saprò; tra le tante paure sono contento: basta col fare il calciatore di comprornesso, né calciatore né studente, né militante né cane sciolto, basta con la serie C, tra le zanzare mentali di Vercelli e il treno di Torino. Saprò fino a che punto valgo qualcosa nel calcio e saprò anche, prima paura, se venderò il culo ai condizionamenti. A parte il calcio giocato, viaggi, allenamenti,
questo calcio professionistico mi ingoierà anche la testa? O riuscirò a fare la mia vita senza rotaie obbligate, come la voglio?
Questi i pensieri mentre la cinquecento fila (per modo di dire) verso Perugia, dieci ore di autostrada, di ricordi, di domande. Tutte le radici di Torino tagliate, chissà per quanto, quelle di Perugia che mi aspettano, chissà come. Chi troverò? I compagni di squadra
saranno pallosi o simpatici, e l’allenatore Castagner farà abbastanza rima con Sollier‘?
L’Umbria verde, l’Umbria rossa, l’Umbria jazz e tutto quel che so. Aggiungiamo un po’ di San Francesco, Jacopone da Todi e i lupi di Gubbio. Mi sembra di andare ad abitare nella mia ignoranza. Ci arrivo, Perugia incollinata sull’orizzonte, la mia casa cercata e trovata in un giorno. Sono proprio un emigrante di lusso. Penso a quelli veri, scippati dalla loro terra, scaraventati in città piovra, guardati con sospetto, tagliati fuori, a dormire nelle cantine, nei sottoscala, alla stazione. Li ho visti coi miei occhi e mi sembrano ridicole queste scaglie di paura. E’ la vecchia abitudine di sentire piu un’unghiata nella mia schiena che una picconata in quella di un altro. Ritiro precampionato: l’incubo dei calciatori: venti
giorni per rificcare nei muscoli la forza l'elasticita la voglia di correre. Quella prima settimana dove ogni ora di sonno perso, ogni mangiata fuori regola, ogni scopata di troppo sono restituite a sudore e bestemmie. D’altra parte è l’unico ritiro che tutti accettano quasi volentieri; si fatica ma si riposa, ci si rompe le scatole ma il fisico si rimette insieme. E’ una regolata a tutte le viti spanate da un mese di vacanza. E poi serve tutto l’anno. E’ una medicina utile, buttata giù con le smorfie ma che funziona. Le smorfie poi dipendono da dove sei, che rapporto riesci ad avere con la gente del posto, se riesci ad uscire dal cerchio della squadra; altrimenti a forza di vedere sempre le stesse facce cominciano i tilt e volano i coltelli.
Per noi c’e Norcia posto democristiano di San Benedetto, ma anche di Brancaleone. E l’armata Brancaleone sembra questo Perugia, quasi tutti nuovi, molti della serie C, l’altr’anno' non retrocessi per un pelo. Ci guardiamo in faccia e sembriamo dirci: <<Ma
dove vogliamo andare?». Io vorrei andare da quella biondina, ma in definitiva sono sempre un po’ imbranato. Poi non é che mi caghi molto; devo aprire un fronte di lotta. Uno dei modi di conoscersi dei calciatori e la doccia. Vedersi i chitarrini. Chi ce l’ha grosso, chi piccolo, chi storto, chi circonciso. Poi l’assoluta mancanza di parentela tra l’aspetto fisico e l’uccello. Il tipo grassoccio che ce l’ha lungo e stretto, quell’altro'affilato che ce l’ha piccolo e corto; il piccoletto col campanaccio e il superman col pisellino.
La figa è uno dei discorsi preferiti, insieme alla figa e alla figa. Tutte le battute sono per Zumbo, che ce l’ha abominevolrnente grosso, allora chissà quali paradisi distribuisce in giro; oppure Sergio con la cappella a ombrellone che fa ombra su tutte. Naturalmente le tesi sessuali secondo cui le dimensioni del pene hanno un’importanza secondaria vengono rovesciate. L’amore è venduto a etti, le scopate si misurano a metri. Fa parte del ruolo dell’uomo famoso contro cui le donne vanno a spiaccicarsi come falene in una lampadina; e se le falene ci sono, ansiose di farsi toccare e infilare dai vitelli d’oro, logico che il discorso tenga. E’ idiota ma tiene. Tiene anche se a farlo e gente sposata, con figli.
Mi chiedo ma in queste famiglie, con queste mogli, che rapporto c’e‘? Queste cazzate sulla donna come buco, le dicono anche a casa? Oppure doppia faccia, mariti perfetti in famiglia, scopatori da brivido fuori? Oltretutto, le mogli dei calciatori sono sempre un
oggetto (soggetto, pardon) misterioso: vivono di luce riflessa, lo seguono quando viene mercanteggiato, gli guardano i figli, lo aspettano quando torna dalle battaglie. E’ uno schema un po’ vecchiotto, che sta franando dappertutto. Quanto ci metterà da noi?>>...
25/07/15
Una giornata infernale e il condizionatore d’aria era rotto. Bukowski: Pulp (Incipit Bruciante)
Stavo in ufficio, il contratto d’affitto era scaduto e McKelvey voleva ricorrere al tribunale per sfrattarmi. Era una giornata infernale e il condizionatore d’aria era rotto. Sul piano della scrivariia stava camminando lentamente una mosca. Allungai un braccio, abbattei il palmo aperto della mano e la spedii all’altro mondo. Mentre mi pulivo la mano sulla gamba destra dei pantaloni squillo il telefono. Alzai il ricevitore.
“Ah, si,” dissi. “Leggi Céline?” chiese una voce femminile. Era parecchio sexy. Da un po’ di tempo ero solo. Secoli.“Céline,” risposi, “ehmmm...”
“Voglio Céline,” disse. “Devo averlo.”
Una Voce tanto sexy, mi eccitava, davvero.
“Céline?” ripetei. “Mi dia qualche altra inforrnazione. Mi parli, signora. Continui a parlare...”
“Chiudi la cerniera,” ordinò.
Guardai in basso.
“Come faceva a saperlo?” chiesi.
“Non importa. Voglio Céline.”
“Celine è morto.”
“No. Voglio che tu lo trovi. Lo voglio.”
“Forse potrei trovare le sue ossa.”
“No, scemo, è vivo!”
“E dov’e?” ,
“A Hollywood. Mi hanno detto' che frequenta la libreria di Red Koldowsky.”
“E allora perché non se lo trova da sola?”
“Perché prima di tutto devo sapere se è il vero Celine. Devo esserne sicura, completamente sicura.”
“Ma perché si è rivolta a me? In questa città ci sono almeno cento investigatori privati dritti come me.”
“Ti ha raccomanclato John Barton.”
“Ah, Barton, si. Be’, senta. Ho bisogno di un anticipo. E devo vederla di persona.”
“Sarò li tra pochi minuti,” disse.
Lei abbassò il ricevitore. Io chiusi la cerniera. E aspettai.
Entrò. Sul serio, voglio dire, semplicemente non era leale. Aveva un vestito tanto attillato che quasi spaccava le cuciture. Troppe cioccolate al malto. E le scarpe avevano tacchi tanto alti che sembravano trampoli. Attraversò la stanza ondeggiando come uno storpio ubriaco. Un’abbondanza di carne che dava le vertigini.
Si sieda, signora, la invitai. Lo mise giu e accavallò le gambe molto in alto, quasi quasi mi fece strabuzzare gli occhi.
“Piacere di conoscerla, signora,” dissi.
“Smettila di guardare fisso, per favore. Non c’e niente che tu non abbia gia visto prima.”
“Si sbaglia, signora. Posso sapere come si chiama?”
"Signora Morte".
“Signora Morte? Lavora al circo? Nel cinema?”
"No"
“Dov’e nata?”
“Non ha importanza.”
“Anno di nascita?”
“Non cercare di far lo spiritoso...”
“Volevo solo alcune informazioni preliminari...”
In qualche imodo mi persi, cominciai a guardarle su per le gambe. Mi sono sempre piaciute, le gambe. E stata la prima cosa che ho visto quando sono nato. Ma allora stavo cercando di uscire. Da quel momento in poi ho sempre tentato di andare nell'altra direzione, ma con fortuna piuttosto scarsa. Fece schioccare le dita.
“Ehi, sveglia!”
“Eh?” Alzai lo sguardo.
“Il caso Céline. Ricordi?”
“Si certo.”
Aprii un fermaglio e puntai un’estremita Verso di lei.
“Ho bisogno di un assegno come anticipo"
“Certo,” disse sorridendo. “Qual é la tua tariffa?”
“6 dollari l’ora.”
Estrasse il libretto degli assegni, scribacchiò qualcosa, ne staccò uno e me lo gettò. Cadde sulla scrivania e io lo presi in mano. 240 dollari. Non vedevo tanti soldi da quando avevo azzeccato un’accoppiata a Hollywood Park nel 1988.
“Grazie, signora...”
“ Morte,” continuo lei.
“Si," dissi. “Adesso mi racconti qualcosa di questo cosiddetto Céline. Ha parlato di una libreria?”
“Be’, frequenta la libreria di Red, sta li a scartabellare... chiede di Faulkner, di Carson McCullers, di Charles Manson...”
“Frequenta la libreria, eh? Ehmmn.”
“Si” confermò, “conosci Red. Gli piace cacciare la gente dal negozio. Una persona spende da lui mille dollari poi si ferma un minuto o due e Red gli dice: ‘Perché non vai al diavolo fuori di qui?’ Red è un bravo ragazzo, ma é bizzaro. Comunque continua a cacciar via Céline, lui se ne va da Musso’s e se ne resta li al bar con la faccia triste. Dopo un giorno o due ritorna da Red e la storia si ripete.”
“Céline è morto. Lui ed Hemingway sono morti , a un giorno di distanza l'uno dall’altro. Trentadue anni fa.”
“Di Hemingway lo so. Lui ce l’ho.”
“E sicura che fosse Hemingway?"
“Oh si.”
“E allora perché non è sicura che questo sia il vero Céline?”
“Non lo so. Ho una specie di blocco, in questa faccenda. Non mi é mai successo prima. Forse è troppo tempo che sono sulla breccia. Quindi sono venuta da te. Barton dice che sei bravo.”
“E lei pensa che il vero Celine sia vivo? Lo vuole?”
“Assolutamente, grassone.”
“Belane. Nick Belane.”
“D’accordo, Belane. Voglio esserne certa. Dev’essere il vero Celine, non un incompetente che si spaccia per lui. Ce ne sono troppi, di quelli.”
“Lo sappiamo bene.”
“Be’, datti da fare. Voglio il più grande scrittore francese. Ho aspettato anche troppo.”
Poi si alzò e uscì. In tutta la vita non avevo mai visto un culo simile. Oltre ogni immaginazione. Oltre tutto quanto. Adesso non mi scocciate. Voglio pensarci su.
Era il giorno dopo.
Avevo annullato l’impegno di tenere un discorso alla Camera di Commercio di Palm Springs.
Pioveva. ll soffitto perdeva. La pioggia lo attraversava e faceva “plic plic plic ploc ploc plic plic plic ploc plic plic ploc ploc ploc plic plic plic...”.
02/07/15
Incipit bruciante: William Burroughs, La Scimmia sulla Schiena
La prima esperienza con la droga la feci durante la guerra, verso il 1944 o il 1945. Avevo conosciuto un tale a nome Norton che lavorava allora in un cantiere navale. Norton, il cui vero cognome era Morelli o qualcosa di simile, era stato congedato in tempo di pace dall’esercito per aver falsato un foglio paga e aveva l'indice minimo di classificazione per il suo pessimo carattere. Somigliava a George Raft, ma più alto. Si sforzava di imparar a parlare meglio l’inglese e di acquisire modi piacevoli e affabili; l’amabilità, tuttavia, non gli si confaceva. Quando non si controllava, la sua espressione era arcigna e cattiva, e intuivi che aveva sempre quell’espressione poco rassicurante quando ti voltava le spalle.
Norton era un ladro accanito e non si sentiva a posto Se non rubava qualcosa ogni giorno nel cantiere navale in cui lavorava; un attrezzo, qualche barattolo di prodotti in scatola, un paio di tute, qualunque cosa. Un giorno mi telefonò e disse che aveva rubato un mitra. Non avrei potuto trovare qualcuno che lo comprasse? Gli risposi: “Può darsi. Portamelo”.
Infieriva la crisi degli alloggi. Pagavo quindici dollari alla settinaana per un lurido appartamento che dava su una scaletta e non vedeva mai il sole. La carta da parati andava staccandosi perché il radiatore perdeva vapore quando nelle tubazioni esisteva vapore che si potesse petdere. Avevo tamponato ben bene le finestre con un calafataggio di giornali per difendermi dal freddo. La casa era piena di scarafaggi e di tanto in tanto eliminavo una cimice. Sedevo accanto al radiatore, piuttosto bagnato a causa del vapore, quando udii bussare Norton. Andai ad aprire la porta, ed eccolo in piedi nel corridoio buio, con un grosso pacco avvolto in carta mattone sotto il braccio. Sorrise e disse: “Salve”.
“ Entra, Norton,” dissi io, “e togliti il cappotto.”
Tolse la carta che avvolgeva il mitra; lo montammo e facemmo scattate il percussore. Dissi che avrei trovato qualcuno disposto ad acquistarlo. Norton esclamò:
Norton era un ladro accanito e non si sentiva a posto Se non rubava qualcosa ogni giorno nel cantiere navale in cui lavorava; un attrezzo, qualche barattolo di prodotti in scatola, un paio di tute, qualunque cosa. Un giorno mi telefonò e disse che aveva rubato un mitra. Non avrei potuto trovare qualcuno che lo comprasse? Gli risposi: “Può darsi. Portamelo”.
Infieriva la crisi degli alloggi. Pagavo quindici dollari alla settinaana per un lurido appartamento che dava su una scaletta e non vedeva mai il sole. La carta da parati andava staccandosi perché il radiatore perdeva vapore quando nelle tubazioni esisteva vapore che si potesse petdere. Avevo tamponato ben bene le finestre con un calafataggio di giornali per difendermi dal freddo. La casa era piena di scarafaggi e di tanto in tanto eliminavo una cimice. Sedevo accanto al radiatore, piuttosto bagnato a causa del vapore, quando udii bussare Norton. Andai ad aprire la porta, ed eccolo in piedi nel corridoio buio, con un grosso pacco avvolto in carta mattone sotto il braccio. Sorrise e disse: “Salve”.
“ Entra, Norton,” dissi io, “e togliti il cappotto.”
Tolse la carta che avvolgeva il mitra; lo montammo e facemmo scattate il percussore. Dissi che avrei trovato qualcuno disposto ad acquistarlo. Norton esclamò:
“ Oh, ho arraffato qualcos’altro”.
Era una scatoletta piatta e gialla con cinque fialette da mezzo grano di tartrato di morfina.
“ Questo é solo un campione,” disse lui, indicando la morfina. “A casa ne ho altre quindici uguali e posso procurarne ancora se riuscirai a piazzarle. ”
“Vedrò quel che potrò fare, ” risposi.
A quel tempo non avevo ancora provato alcuna droga e non mi passò neppure per la mente di cominciare. Mi misi in cerca di qualcuno che fosse disposto ad acquistare i due oggetti e cosi mi imbattei in Roy e Herman. Conoscevo un giovane delinquente della regione settentrionale dello stato di New York che lavorava come cuoco avventizio da Jarrow, “riposandosi”, come spiegava lui. Gli telefonai, gli dissi che avevo qualcosa di cui sbarazzarmi e gli fissai un appuntamerlto all’Angle Bar dell’Ottava Avenue, vicino alla Quarantaduesima Strada. Questo bar era frequentato dai delinquenti della Quarantaduesima Strada, una genia singolare di impostori e sedicenti criminali. Costoro sono sempre in cerca dell’ “uomo del colpo”, qualcuno che studi colpi grossi e dica loro con esattezza il da farsi. Poiché non esiste organizzatore di colpi grossi che vorrebbe avere a che fare con genTe cosi ovviamente inetta, disgraziata e fallita, essi continuano a cercare, inventando menzogne assurde sulle loro grandi imprese e “riposandosi” come lavapiatti, garzoni di bar, camerieri, trullando di quando in quando un ubriaco o un timido invertito, cercando, cercando sempre l' “uomo del colpo” con un lavoro importante in vista che dica loro: “ Ti ho tenuto d’occhio. Tu sei l’uomo che fa per me in questa impresa. Dunque, stammi a sentire... ” (...)
(...) Alcune sere dopo adoperai una delle fialette e fu la mia prima esperienza con la droga. Queste fialette sono come tubetti di dentifricio con un ago all’esrremita. Si infila uno spillo nell'ago, lo spillo fora la chiusura di gomma e la fialetta é pronta per l'iniezione. La morfina agisce dapprima sul dorso delle gambe, poi alla nuca, un’ondata di rilassamento che si diffonde e allenta i muscoli come staccandoli dalle ossa, per cui si ha l’impressione di galleggiare senza contorni, come se si giacesse in acqua calda e salsa. Man mano che questa ondata di rilassamento si irradiava nei miei tessuti, fui pervaso da una violenta sensazione di paura; ebbi l’impressione che una immagine orribile si trovasse appena al di la del mio campo visivo, spostandosi ogni volta ch’io voltavo la testa, per cui non riuscivo mai a scorgerla. Ero in preda alla nausea; mi distesi e chiusi gli occhi. Passò dinanzi a me una serie di immagini, come se assistessi alla proiezione di un film: un bar enorme, illuminato al neon, che si espandeva sempre e sempre più, fino a includere strade,
traffico e lavori di riparazioni stradali; una cameriera che serviva un cranio su un vassoio; stelle in un limpido cielo. L’urto fisico del timore della morte; il respiro che veniva a mancare; la circolazione del sangue che cessava. Mi appisolai e mi destai con un sussulto di spavento. La mattina dopo vomitai ed ebbi nausea fino a mezzogiorno...
**Un grano equivale a gr. 0,0648 (N. cl. T.).
Era una scatoletta piatta e gialla con cinque fialette da mezzo grano di tartrato di morfina.
“ Questo é solo un campione,” disse lui, indicando la morfina. “A casa ne ho altre quindici uguali e posso procurarne ancora se riuscirai a piazzarle. ”
“Vedrò quel che potrò fare, ” risposi.
A quel tempo non avevo ancora provato alcuna droga e non mi passò neppure per la mente di cominciare. Mi misi in cerca di qualcuno che fosse disposto ad acquistare i due oggetti e cosi mi imbattei in Roy e Herman. Conoscevo un giovane delinquente della regione settentrionale dello stato di New York che lavorava come cuoco avventizio da Jarrow, “riposandosi”, come spiegava lui. Gli telefonai, gli dissi che avevo qualcosa di cui sbarazzarmi e gli fissai un appuntamerlto all’Angle Bar dell’Ottava Avenue, vicino alla Quarantaduesima Strada. Questo bar era frequentato dai delinquenti della Quarantaduesima Strada, una genia singolare di impostori e sedicenti criminali. Costoro sono sempre in cerca dell’ “uomo del colpo”, qualcuno che studi colpi grossi e dica loro con esattezza il da farsi. Poiché non esiste organizzatore di colpi grossi che vorrebbe avere a che fare con genTe cosi ovviamente inetta, disgraziata e fallita, essi continuano a cercare, inventando menzogne assurde sulle loro grandi imprese e “riposandosi” come lavapiatti, garzoni di bar, camerieri, trullando di quando in quando un ubriaco o un timido invertito, cercando, cercando sempre l' “uomo del colpo” con un lavoro importante in vista che dica loro: “ Ti ho tenuto d’occhio. Tu sei l’uomo che fa per me in questa impresa. Dunque, stammi a sentire... ” (...)
(...) Alcune sere dopo adoperai una delle fialette e fu la mia prima esperienza con la droga. Queste fialette sono come tubetti di dentifricio con un ago all’esrremita. Si infila uno spillo nell'ago, lo spillo fora la chiusura di gomma e la fialetta é pronta per l'iniezione. La morfina agisce dapprima sul dorso delle gambe, poi alla nuca, un’ondata di rilassamento che si diffonde e allenta i muscoli come staccandoli dalle ossa, per cui si ha l’impressione di galleggiare senza contorni, come se si giacesse in acqua calda e salsa. Man mano che questa ondata di rilassamento si irradiava nei miei tessuti, fui pervaso da una violenta sensazione di paura; ebbi l’impressione che una immagine orribile si trovasse appena al di la del mio campo visivo, spostandosi ogni volta ch’io voltavo la testa, per cui non riuscivo mai a scorgerla. Ero in preda alla nausea; mi distesi e chiusi gli occhi. Passò dinanzi a me una serie di immagini, come se assistessi alla proiezione di un film: un bar enorme, illuminato al neon, che si espandeva sempre e sempre più, fino a includere strade,
traffico e lavori di riparazioni stradali; una cameriera che serviva un cranio su un vassoio; stelle in un limpido cielo. L’urto fisico del timore della morte; il respiro che veniva a mancare; la circolazione del sangue che cessava. Mi appisolai e mi destai con un sussulto di spavento. La mattina dopo vomitai ed ebbi nausea fino a mezzogiorno...
**Un grano equivale a gr. 0,0648 (N. cl. T.).
William Burroughs, Junkie - La Scimmia sulla Schiena, 1953
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