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30/11/15

Affinché la morte ci trovi vivi e la vita non ci trovi morti: L'assalto a Notre Dame 1950

Alle 11 e 10 del mattino, il 9 aprile 1950, quattro ragazzi, uno abbigliato dalla testa ai piedi come un frate domenicano, entraono in Notre-Dame a Parigi. Vi si stava svolgendo la messa solenne di Pasqua; nella cattedrale c’erano decine di migliaia di persone provenienti da tutto il mondo. “Il falso domenicano” cosi fu chiamato dalla stampa - Michel Mourre, di ventidue anni - approfittò di una pausa dopo il Credo e salì sull’altare. Cominciò a leggere un sermone scritto da uno dei suoi compagni cospiratori, Serge Berna, di venticinque anni.
<<Oggi, giorno di Pasqua dell’anno Santo qui sotto l’emblema di Notre-Dame di Parigi
io accuso la Chiesa cattolica universale del dirottamento letale della nostra forza Vitale
Verso un paradiso vuoto
io accuso la Chiesa cattolica di truffa
io accuso la Chiesa cattolica di avere infettato il mondo con la sua moralità funerea
di essere la piaga purulenta sul corpo decomposto dell’Occidente
In verita vi dico: Dio è morto
Vomitiamo l'agonizzante insipidezza delle vostre preghiere poiché le vostre preghiere sono state il fumo grasso sopra i campi di battaglia della nostra Europa
Andate dunque nel deserto tragico ed esaltante di un mondo dove Dio è morto e arate questa terra nuovamente con le vostre mani nude, con le vostre mani orgogliose
con le vostre mani che non pregano
Oggi, giorno di Pasqua dell’anno santo qui sotto l’emblema di Notre-Dame di Francia
proclamiamo la morte del Cristo Dio, cosicché l’Uomo possa finalmente vivere.>>

Il cataclisma che ne seguì andò al di la delle aspettative di Mourre e dei suoi seguaci, che avevano solo pianificato di lasciare volare pochi palloncini rossi. L'organista, preavvisato che poteva verificarsi un’interruzione, copri Mourre non appena ebbe pronunciaro le parole magiche “Dio e morto”. Il resto del discorso non fu mai fatto: con le spade sguainate le guardie svizzere della cattedrale si avventarono sui cospiratori tentando di ucciderli. I compagni di Mourre si precipitarono sull’altare per proteggerlo, uno di essi, Jean Rullier, venticinque anni, ebbe il volto squarciato. I blasfemi fuggirono - l’abito macchiato del sangue di Rullier, Mourre benedisse allegramente i fedeli mentre raggiungeva l’uscita - e furono catturati, o piuttosto salvati dalla polizia: seguiti i quattro fino alla Senna, la folla era sul punto di linciarli. Il complice, che aveva una macchina pronta per la fuga, vedendo la folla avanzare sul lungofiurne, non aspettò oltre; Marc, O e Gabriel Pomerand, presenti nella cattedrale, si defilarono e si diressero immediatamente a Saint-Germain-des-Prés a diffondere la notizia.
Il contesto
I1 contesto di questo avvenimento, che apparve su tutti i giornali in tutto il mondo ed è ora dimenticato, non è piu evidente. Nel 1950 la religione aveva ottenuto un nuovo rispetto, un nuovo silenzio. La campagna per togliere le donne dai posti di lavoro e rimetterle in cucina era abbinata a una campagna per riportare tutti in chiesa. Il papa - Pio XII, un antisemita le cui simpatie per il fascismo erano appena velate - veniva considerato anche dalla stampa laica come incriticabile, dispensa mai concessa a Giovanni XXIII, e se è per questo nemmeno a Giovanni Paolo II. L'azione dei quattro di Notre-Dame oggi sarebbe scandalosa; allora era l’equivalente di un assassinio.
Il giorno dopo il New York Times dedicò le prime quattro pagine, quattro intere pagine, alla Pasqua nel mondo: la parata nella 5‘h Avenue, l’omelia papale sul vangelo sociale etc.; l'infausto" incidente di Notre-Dame ebbe lo stesso numero di righe di una notizia che veniva dalla piovosa Londra: 
<<In tarda mattinata si è svolto un “corteo di Pasqua”, provocato dall'offerta da parte di un giornale popolare londinese di un premio di 50 sterline per la donna piu elegante vista nel Centro di Londra. Attrici della radio, di teatro e del cinema hanno sfidato il tempo indossando le loro migliori toilette.>>

A Parigi Notre-Dame era una notizia da prima pagina con tanto di titoloni a caratteri cubitali. L'Humanité, il quotidiano del partito comunista, lo condannò. In termini più liberali il non allineato Combat fece lo stesso:
<<Si riconosce il diritto di ciascuno di credere, o di non credere in Dio. Si riconosce anche
che la farsa è necessaria e che, in alcune circostanze, gli scherzi sono difendibili. Ma...»; aderendo al suo ruolo di forum popolare dell’avanguardia, il giornale aprì sulle sue pagine un dibattito sull’argomento: capeggiata da André Breton, gran parte della Parigi surrealista accorse in difesa con lettere che furono pubblicate per giorni.
Il tono di fondo di queste lettere era stranamente nostalgico. La stranezza era la nostalgia per un passato che non era mai proprio successo, per giorni grandiosi che non erano stati esattamente vissuti, per un’esplosione che non aveva mai avuto luogo. l surrealisti gioiosamente rivendicarono la paternità di un grande evento pubblico, ma all’interno di quella gioia c’era un vuoto pieno di vergogna per la loro attesa ventennale nei Calle e nelle gallerie, per il fatto che dei figli bastardi esaudissero o avverassero la loro eredità.
<<E' giusto che il colpo sia stato inferto qua, nel cuore stesso della piovra che sta ancora strangolando l’Universo>>, scrisse Breton di Notre-Dame. <<Era là anche che, nella nostra giovinezza, io e alcuni degli uomini che sono stati e sono miei compagni di viaggio - Artaud, Crevel, Eluard, Péret, Prévert, Char e molti altri - alle volte sognavamo di colpire».
In tutti i suoi anni di tribuno della rivolta, Breton aveva mai mollato tanto territorio surrealista o concesso che contro un avvenimento, anche se falso, un sogno fosse solo un sogno? Mourre <<agì», scrisse René Char, come se la cristallizzazione di Mourre dello spirito surrealista, se si trattava di quello, trasformasse improvvisamente gli anni passati da Char come combattente della Resistenza in niente altro che un sostituto contemplativo del confronto con la vita vera. Profondendosi in scuse, i cattivi padri si fecero avanti per rivendicare i loro figli, ma i figli non rivendicarono i padri.
Dei quattro “illuminati” (Combat) solo Mourre fu trattenuto: l’arcivescovo lo incriminò per essersi travestito da prete. Sottoposto a un test psichiatrico, Mourre ottenne il ribaltamento dell’editoriale di Combat allorché l’esperto designato dalla Corte, un certo dottor Robert Micoud, riassunse come segue l'atteggiamento di Mourre: <<idealismo frenetico>>, <<sprezzo per le percezioni esterne>>, <<cogito preriflessivo», <<riflessi ocular-cardiaci indifferenti>>, <<ortosessualità (vergognosamente ammessa)>>, <<abilità di colpire direttamente al cuore di una dottrina>> e <<di viaggiare in un istante attraverso varie epoche>>, <<fugacità ideativa>> e <<logica paranoica angolare esagerata>>.. In definitiva venne definito un vero e proprio pericolo per la tranquillità pubblica nei quartieri borghesi.  Mourre fece undici giorni di galera. In seguito scrisse Malgrè le blaspheme (Nonostante la bestemmia) che fu accolto così bene dalla chiesa che lo stesso arcivescovo di Notre Dame raccomandò che tutte le biblioteche ecclesiastiche lo comprassero. Scrisse altri libri, biografie di personaggi della destra protofascista e monarchici, divenne un enciclopedico ecclesiastico ciarlatano. Morì rispettabile e dimenticato nel 1977..

Greil Marcus

Lipstick Traces
A secret History of the twentieth century




16/11/15

Parigi: no agli sciacalli. Il vero protagonista del conflitto è il mondo islamico.

Map by Laura Canali (click per ingrand.)

Urla, schiamazzi, strepiti, amenità e stupidità di sciacalli, e spacciatori di ignoranza e fanatismo. Ma lasciamo stare e cerchiamo di capire.. Senza dubbio trovo quest'articolo degno: alcune cose che penso sono quì ben scritte ed esplicate, ma la discussione è più che aperta.. 

di Mario Giro - Limes
 Parigi: il branco di lupi, lo Stato Islamico e quello che possiamo
Dopo il lutto e la condanna della barbarie per gli attentati del 13 novembre, ricordiamoci che il vero protagonista del conflitto che stiamo vivendo non è l’Occidente ma il mondo islamico. Le nostre priorità: rimanere in Medio Oriente e spegnere la guerra di Siria. 
Di fronte alla strage di Parigi, il primo atteggiamento giusto è dolore e lutto per le vittime assieme a tutta la nostra solidarietà e commozione per un paese fratello e una città simbolo della convivenza e dei valori europei. Subito dopo, è opportuna la più totale e ferma condanna per tali barbari attentati che nulla può – nemmeno indirettamente – giustificare. È indispensabile essere uniti nel ripudio assoluto del jihadismo e del terrorismo islamico contemporanei, chiedendo a tutti, musulmani inclusi, di far propria una incondizionata e radicale riprovazione. Infine occorre mettere in campo tutta l’intelligenza, la lucidità e la calma possibili, al fine di capire ciò che sta accedendo per trovare le misure adeguate. È da irresponsabili mettersi a gridare o agitarsi senza criterio: occorre prima pensare e comprendere bene. Se i barbari sono tra noi, c’è un’origine di tale vicenda, una sua evoluzione e – speriamo presto – un rimedio. Siamo in guerra? La guerra certo esiste, ma principalmente non è la nostra. È quella che i musulmani stanno facendosi tra loro, da molto tempo. Siamo davanti a una sfida sanguinosa che risale agli anni Ottanta tra concezioni radicalmente diverse dell’islam. Una sfida intrecciata agli interessi egemonici incarnati da varie potenze musulmane (Arabia Saudita, Turchia, Egitto, Iran, paesi del Golfo ecc.), nel quadro geopolitico della globalizzazione che ha rimesso la storia in movimento. Si tratta di una guerra intra-islamica senza quartiere, che si svolge su terreni diversi e in cui sorgono ogni giorno nuovi e sempre più terribili mostri: dal Gia algerino degli anni Novanta alla Jihad islamica egiziana, fino ad al-Qaida e Daesh (Stato Islamico, Is). Igor Man li chiamava “la peste del nostro secolo”. In questa guerra, noi europei e occidentali non siamo i protagonisti primari; è il nostro narcisismo che ci porta a pensarci sempre al centro di tutto. Sono altri i veri protagonisti. L’obiettivo degli attentati di Parigi è quello di terrorizzarci per spingerci fuori dal Medio Oriente, che rappresenta la vera posta in gioco. Si tratta di una sorta di “guerra dei Trent’anni islamica”, in cui siamo coinvolti a causa della nostra (antica) presenza in quelle aree e dei nostri stessi interessi. L’ideologia di Daesh è sempre stata chiara su questo punto: creare uno Stato laddove gli Stati precedenti sono stati creati dagli stranieri quindi sono “impuri”. L’Is sta combattendo un conflitto per il potere legittimandosi con l’arma della “vera religione”. Concorre ad affermarsi presso la Umma musulmana (la “casa dell’islam”, che include le comunità musulmane all’estero) quale unico vero e legittimo rappresentante dell’Islam contemporaneo. Questo nel linguaggio islamico si chiama fitna: una scissione, uno scisma nel mondo islamico. Per capirci: una guerra politica nella religione, che manipola i segni della religione, così come i nazisti usavano segni pagani mescolati a finzioni cristiane. Infatti l’Is, come al-Qaida, uccide soprattutto musulmani e attacca chiunque si intromette in tale conflitto. Per chi ha la memoria corta: al-Qaida chiedeva la cacciata delle basi Usa dall’Arabia Saudita e puntava a prendersi quello Stato (o alternativamente il Sudan e poi l’Afghanistan in combutta coi talebani). Daesh pretende di più: conquistare “cuori e menti” della Umma; esigere la fine di ogni coinvolgimento occidentale e russo in Siria e Iraq; creare un nuovo Stato laddove esisteva l’antico califfato: la Mesopotamia. Geopoliticamente c’è una novità: al-Qaida si muoveva in una situazione in cui gli Stati erano ancora relativamente forti; l’Is approfitta della loro fragilità nel mondo liquido, in cui saltano le frontiere. In sintesi: non esiste lo scontro tra civiltà ma c’è uno scontro dentro una civiltà, in corso da molto tempo. Per utilizzare un linguaggio da web: oggi nella Umma il potere è contendibile. A partire da tale fatto incontestabile, due questioni si impongono all’Occidente e alla Russia. La prima è esterna e riguarda la presenza (politica, economica e militare) in Medio Oriente: se e come starci. La seconda è interna: come difendere le nostre democrazie, basate sulla convivenza tra diversi, allorquando i musulmani qui residenti sono coinvolti in tale brutale contesa? Come preservare la nostra civiltà dai turbamenti violenti della civiltà vicina? Se ci limitiamo a perdere la testa, invocando vendetta senza capire il contesto, infilandoci senza riflessione sempre di più nel pantano mediorientale e utilizzando lo stesso linguaggio bellicoso dei terroristi, non facciamo niente di buono. Potremmo anzi concedere allo Stato Islamico la resa del “nostro” modello di convivenza, per entrare nel “loro” clima di guerra. Occorre innanzitutto proteggere la nostra convivenza interna e la qualità della nostra democrazia. Serve più intelligence e una maggiore opera di contrasto coordinata tra polizie, soprattutto nell’ambito delle collettività immigrate di origine arabo-islamiche, che rappresentano un’importante posta in gioco del terrorismo islamico. Da notare anche che tali attentati si moltiplicano proprio mentre lo Stato Islamico perde terreno in Siria. Contemporaneamente occorre conservare il nostro clima sociale il più sereno possibile. Mantenere la calma significa non cedere ai richiami dell’odio che bramerebbero vendetta, che per rancore trasformerebbero le nostre città in ghetti contrapposti, seminando cultura del disprezzo e inimicizia. Le immagini del britannico che spinge la ragazza velata sotto la metro di Londra fanno il gioco di Daesh. Sarebbe da apprendisti stregoni incoscienti rendere incandescente il nostro clima sociale, provocare risentimenti eccetera. Così regaliamo il controllo delle comunità islamiche occidentali ai terroristi, cedendo alla loro logica dell’odio proprio in casa nostra. Per dirla col linguaggio politico italiano: mostrarci più forti del loro odio non è buonismo complice, è parte della sfida. Il “cattivismo” diventa invece oggettivamente complice perché appunto fa il gioco dello Stato Islamico. In secondo luogo, dobbiamo darci una politica comune sulla guerra di Siria, vero crogiuolo dove si formano i terroristi. Imporre la tregua e il negoziato è una priorità strategica. Solo la fine di quel conflitto potrà aiutarci. Aggiungere guerra a guerra produce solo effetti devastanti, come pensa papa Francesco sulla Siria. Finora abbiamo commesso molti errori: l’Occidente si è diviso, alcuni governi si sono schierati, altri hanno silenziosamente fornito armi, altri ancora hanno avuto atteggiamenti ondivaghi, non si è parlato con una sola voce agli Stati vicini a Siria e Iraq eccetera. L’Italia ha dichiarato da oltre due anni che Iran (ricordate ciò che disse Emma Bonino prima di Ginevra II?) e Russia (ricordate le accuse a Federica Mogherini di essere filorussa?) andavano coinvolti nella soluzione. Matteo Renzi l’ha più volte ripetuto, facendone una politica. In parlamento se n’è dibattuto. Non siamo stati ascoltati, almeno finora. Tuttavia (finalmente!) le riunioni di Vienna con Russia e Iran possono far ben sperare: oggi tutti ci danno ragione. Meglio tardi che mai: il governo italiano è totalmente impegnato nella riuscita di un reale accordo. Nel nostro paese ci sono stati anche paralleli sforzi di pace e dialogo: dalle riunioni di Sant’Egidio con l’opposizione siriana non violenta, all’appello per Aleppo di Andrea Riccardi, all’ascolto dei leader cristiani di quell’area. La fine della guerra in Siria (e nell’immediato il suo contenimento) è il vero modo per togliere acqua al pesce terrorista. Senza zone fuori controllo ove prosperare, il jihadismo perderebbe la maschera. In terzo luogo, dobbiamo occuparci con urgenza del resto del quadro geopolitico mediterraneo: la Libia, che è per noi prioritaria (e in cui almeno si è frenato il conflitto armato mediante l’embargo delle armi); lo Yemen; la stabilizzazione dell’Iraq; le fragilità di Libano, Egitto e Tunisia… Anche se tali crisi sono in parte legate, vanno assolutamente tenute distinte. L’Is vorrebbe invece saldarle in un unico enorme conflitto (la sua propaganda è chiara), allo scopo di mostrarsi più potente di quello che è. In tale impegno occorrono alleanze forti con gli Stati islamici cosiddetti moderati: un modo per trattenere anche loro dal cadere (o essere trascinati) nella trappola del jihadismo che li vuole portare sul proprio terreno. Ogni conflitto mediorientale e mediterraneo ha una propria via di composizione e occorre fare lo sforzo di compiere tale lavoro simultaneamente. In altre parole: restare in Medio Oriente comporta un impegno politico a vasto raggio e continuo. È prioritario entrare dentro la spirale dei foreign fighters per prosciugarne le fonti. Ho recentemente scritto un libro su tale fenomeno. Qui aggiungo solo che non sarei sorpreso che tra gli attentatori di Parigi ci fossero vecchie conoscenze della polizia francese. Esistono antiche filiere degli anni Novanta, mai del tutto distrutte, che si riattivano in appoggio a chi pare egemone sul campo. Qualcuno può essere un combattente straniero di ritorno: il problema è capire la genesi del fenomeno. Ma non ce ne sarebbe nemmeno tanto bisogno: attentati di questo tipo possono essere compiuti da chiunque. Si è parlato di lupi solitari; qui siamo in presenza di un branco. Un ristorante, una trattoria, uno stadio, una sala di concerti non rappresentano reali obiettivi sensibili, segno che non occorre particolare addestramento. Sorprende piuttosto che dispongano di armi da guerra, non così facili da reperire in Francia. In Italia sappiamo che le mafie ne sono provviste ma anche molto gelose. Combattere il fenomeno foreign fighters corrisponde a coinvolgere le comunità islamiche e non spingerle verso l’uscita. Tutto ciò va fatto contemporaneamente. Gridare “siamo in guerra!” senza capire quale sia questa guerra, invocando irresponsabili atti di vendetta e reazioni armate, ci fa cadere nell’imboscata jihadista. Proprio lì lo Stato Islamico vuole portarci, per mettere le mani sull’islam europeo ma soprattutto su quello mediorientale. Vuole dividere il terreno in due schieramenti contrapposti, giocando sul fatto che per riflesso i musulmani saranno fatalmente attirati dalla sua parte. Per tale motivo la propaganda dell’Is (come quella di al-Qaeda prima) tira continuamente in ballo l’Occidente: in realtà sta parlando alla Umma islamica per farla reagire. Intraprendere tutto ciò non è facile ma necessario. Contenere e spegnere la guerra di Siria è il solo modo per prosciugare il lago terrorista. Sarà operazione lunga e complessa, ci saranno altri attentati, ma è una strada vincente alla lunga. Certo si tratta di far dialogare nemici acerrimi, di dare un posto a tavola a gente che non ci piace (Assad e i suoi) o a formazioni ribelli ambigue, ma è l’unico modo. Andare in Siria in ordine sparso è al contrario la via per compiacere Daesh e i suoi strateghi: un Occidente e una Russia divisi su tutto favoriscono chi sta creando uno “Stato” alternativo. Si tratta di una vecchia lezione della storia. L’operazione militare europea diretta, boots on the ground, è dunque necessaria? Non sembra, e comunque non ora: sarebbe andare allo sbaraglio. Ciò di cui abbiamo urgente bisogno è che ribelli siriani e milizie di Assad – assieme ai rispettivi alleati – capiscano che il nemico comune esiste, si siedano e parlino. Lo Stato Islamico furbescamente si presenta alla Umma come “diverso”: non alleato con nessuno, patriottico, anti-neocolonialista, no-global, non inquinato da interessi stranieri e puramente islamico, duro ma nazionale (nel senso che patria e nazione hanno per l’islam politico). In questo modo mette a repentaglio la sopravvivenza e gli interessi di tutti: dell’Occidente, della Russia, di Assad, dei ribelli, dei curdi e delle altre minoranze. Gli unici ad averlo apparentemente capito sono i curdi: c’è un solo nemico comune, sorto nel vuoto di potere. Il negoziato parte da questa consapevolezza e per questo deve coinvolgere anche russi e iraniani. L’obiettivo minimo è una tregua immediata; quello massimo un patto per il futuro della Siria. Solo a queste condizioni si potrà mettere in piedi un’operazione internazionale di terra, che miri a stabilizzare il paese e a mettere l’Is spalle al muro. Solo così si potrà svelare cos’è veramente l’Is: una cricca di ex militari iracheni e fanatici jihadisti che vengono dal passato e che hanno approfittato delle nostre divisioni. Il vuoto della politica, si sa, genera mostri. A meno – sarebbe l’altra soluzione – di non lasciare tutto e ritirarsi. Andarcene totalmente dal Medio Oriente, rinunciare tutti a ogni interesse e presenza, abbandonare i mediorientali al loro dramma. Qualcuno lo pensa, qualcuno lo dice. Se ce ne andassimo dal Medio Oriente, gli attentati in Europa smetterebbero subito, probabilmente. D’altro canto le vittime in quella regione sarebbero ancora maggiori. Lasceremmo il lago jihadista diventare un mare. E questa non è un’opzione. 

di Mario Giro - Limes


14/11/15

Prima che bruci Parigi


La Francia è un paese grande e Parigi, una città magica. Vorrei ringraziare Alec (attore di teatro), che mi ha ospitato e tutta la gente di Montemartre che mi ha accolto con gentilezza e disponibilità ( e che ama gli italiani), i negozianti e i barman che mi hanno sopportato con il mio pessimo francese, il caffe '"bien sur", senza il quale non sarei sopravvissuto, le ragazze e le donne che mi hanno sorriso tutto il tempo, i ragazzi di colore che mi hanno aiutato ogni qualvolta mi sono perso, gli artisti e musicisti di strada che mi hanno reso felice e a cui ho donato quando ho potuto. Ringrazio la metropolitana (unica nella sua capillarità, tutta Parigi è facilmente raggiungibile e non esiste punto della città che disti più di 500 metri da una stazione Metro) e i suoi guidatori che mi hanno salutato nelle mie scorribande notturne, il sole francese che stranamente è sempre rimasto con me. Vorrei ringraziare i colori e gli odori dei piccoli negozi, le boulangerie con le loro briosche e i dolci buonissimi, i mercatini, i caffè e le brasserie, la grandezza (grandeur..) dei viali, dei parchi, dei ponti, delle piazze, degli edifici e dei monumenti: la sua storia, la sua arte. Ma anche gli angoli di quiete e di pace in una città affollata, una città in continuo fermento e in movimento come Parigi. E' stata una delle settimane più belle della mia vita. Rientro a casa contento, ma con il cuore pieno di tristezza. Ma vi assicuro .. tornerò.


Parigi 13 novembre 015


Nazim Hikmet (Salonicco 1902 – Mosca 1963)

Prima che bruci Parigi

Finché ancora tempo, mio amore
e prima che bruci Parigi
finché ancora tempo, mio amore
finché il mio cuore è sul suo ramo
vorrei una notte di maggio
una di queste notti
sul lungosenna Voltaire
baciarti sulla bocca
e andando poi a Notre-Dame
contempleremmo il suo rosone
e a un tratto serrandoti a me
di gioia paura stupore
piangeresti silenziosamente
e le stelle piangerebbero
mischiate alla pioggia fine.

Finché ancora tempo, mio amore
e prima che bruci Parigi
finché ancora tempo, mio amore
finché il mio cuore è sul suo ramo
in questa notte di maggio sul lungosenna
sotto i salici, mia rosa, con te
sotto i salici piangenti molli di pioggia
ti direi due parole le più ripetute a Parigi
le più ripetute, le più sincere
scoppierei di felicità
fischietterei una canzone
e crederemmo negli uomini.

In alto, le case di pietra
senza incavi né gobbe
appiccicate
coi loro muri al chiar di luna
e le loro finestre diritte che dormono in piedi
e sulla riva di fronte il Louvre
illuminato dai proiettori
illuminato da noi due
il nostro splendido palazzo
di cristallo.

Finché ancora tempo, mio amore
e prima che bruci Parigi
finché ancora tempo, mio amore
finché il mio cuore è sul suo ramo

in questa notte di maggio, lungo la Senna, nei depositi
ci siederemmo sui barili rossi
di fronte al fiume scuro nella notte
per salutare la chiatta dalla cabina gialla che passa
- verso il Belgio o verso l’Olanda? -
davanti alla cabina una donna
con un grembiule bianco
sorride dolcemente.

Finché ancora tempo, mio amore
e prima che bruci Parigi
finché ancora tempo, mio amore.





17/02/15

Les Rita Mitsouko, il meglio della creatività parigina degli anni '80

Chissa se c'è qualcuno che ricorda forse la più blasonata rock band francese. Anche gli stessi francesi, le nuove generazioni di rockers che adorano Serge Gainsbourg e gli Air, non conoscono molto di Les Rita Mitsouko, e questo non è un bene.
In definitiva era un duo, Catherine Ringer cantante e Fred Chichin, chitarrista, cantante e polistrumentista, poi scomparso improvvisamente nel 2007 per un cancro. Anche in rete non c'è poi molto su di loro: la memoria è affidata a YouTube, dove sono archiviati i loro incredibili video, tra i più innovativi, apparizioni televisive e spezzoni di concerti, e i loro dischi non sono facili da trovare: su una bancarella mi capitarono i primi due .. su nastro e non persi l'occasione. Oltre che musicalmente folli e innovativi, la componente visuale contribuì al lancio del gruppo: molto avant gard, collaborano con artisti della moda come Agnes B. e Jean-Paul Gaultier, mentre per la prima volta sentii parlare di Jean-Baptiste Mondino, allora fotografo che muoveva i primi passi nella musica, quando usci il video di "C'est Comme Ça", forse il mio video best in assoluto.  Mondino avreppe poi girato video per Bowie ( Never Let Me Down), Bryan Ferry (Slave to Love), Tom Waits (Downtown Train), Sting (Russians), Madonna e tanti altri..


Anche Jean-Luc Godard collaborò con la band, con Soigne ta droite, un documentario del 1987 girato durante le sessioni di registrazione dell'album The No comprendo. Molte le collaborazioni musicali: dagli Sparks a Iggy Pop, fino a S. Tankian dei System of a Down.

Les Rita Mitsouko è una delle band che ricordano la follia giovanile, ma davvero sono degni di culto e di un circuito di fan..al limite del fanatismo,
Il loro primo album omonimo fu prodotto dal "mitico" Conny Plank, (Kraftwerk, Neu !, Brian Eno, Ultravox) nel suo studio a Berlino. "Rita Mitsouko" è al 20° posto nella classifica degli album rock nell' edizione francese della rivista Rolling Stone. Il secondo, Les Rita Mitsouko présentent The No Comprendo, AKA The No Comprendo, fu prodotto da un altra leggenda dello studio, Tony Visconti ed è al 7 posto sempre nella classifica di Rolling Stone.

Visconti: "Non ho mai pensato che una rock band francese potesse rivaleggiare con gli inglesi o americani." Se lo afferma uno che ha prodotto molti dei migliori album di David Bowie..

"Marcia Baila", è un altro classico della band, un inno ad un amica coreografa / danzatrice di Ringer, scomparsa prematuramente, molto giovane. Fu un hit enorme nelle dancefloor degli Stati Uniti, e nelle discoteche di New York nella metà degli anni '80. Il video di Marcia Baila, diretto  da Philippe Gautier andò in onda regolarmente al Museum of Modern Art di New York. Dentro c'era tutto il meglio della creatività Parigina degli anni '80, racchiuso in questo piccolo capolavoro: i costumi sono di Jean-Paul Gaultier e Thierry Mugler ...

Si ricorda un loro spettacolo assolutamente abbagliante al The Saint, un cavernoso locale gay noto per il suo grande impianto audio e per il sistema laser ultratecnologico, fino ad allora, caratteristiche ad appannaggio del solo Fillmore East.

All'epoca Catherine Ringer era incredibilmente hot, sexy, di una bellezza rara, oltre che una donna di talento e intelligente. Solo anni dopo, si scoprì che Ringer, che era stata anche invischiata nella droga in gioventù e anche oltre, aveva fatto una serie di film porno alla fine degli anni 70 e nei primi anni '80. A quanto pare, dopo che la band divenne famosa nella metà degli anni '80, molti si affrettarono per cercare questi film di Ringer alcuni girati quando aveva solo 17 anni sotto svariati nomi d'arte, come "Cat 'Gerin,"  e "Lolita da Nova."

La band finisce con la morte per cancro di Fred Chichin, (compagno nella vita della Ringer) nel 2007, anche se Catherine si è esibita accompagnata giovani musicisti, con un tour chiamato Catherine Ringer chante les Rita Mitsouko and more..



 


Mitico scontro in Tv tra Serge Gainsbourg, visibilmente ubriaco e Catherine Ringer: argomento, il porno.



The Best of Les Rita Mitsouko


07/02/15

Druggy e Amibsexual: Lou Reed Live in Paris 1974

Circola un video su YouTube, subito ripreso sui social media, di quello che sembra essere un iniezione di eroina sul palco durante una performance di Lou Reed a Houston, nel '74, sulla canzone propriatamente intitolata. (Heroin..)

Reed suonò il 13 novembre 1974, alla Houston Music Hall durante il Sally Can't Dance tour. All'epoca era famoso per l'alta drammaticità che caratterizzavano i suoi show, con i capelli cortissimi di uno scioccante colore giallo, sempre la stessa maglietta nera, cintura, e jeans: nonostante tutto, Reed sembrava ragionevolmente sano.
Durante la performance della canzone dei Velvet Underground, si vede nella traballante ripresa video i movimenti dell'immersione di un ago nel braccio. La folla reagisce con fischi e applausi. Reed poi passa all'esecuzione della canzone, quasi 13 minuti con tutta la sua solita energia. Il video di quel concerto è di bassissima qualità, come peraltro quelli relativi ai concerti da cui sarebbero poi stati estratti e pubblicati i due dischi live must: Rock 'n' Roll Animal e Lou Reed Live, in giro per anni, ma sempre praticamente inguardabili, una decima generazione di un VHS già di per sè già spazzatura. Quindi preferisco postare questo, dello stesso periodo.

E' un esibizione dal vivo registrata a Parigi, sempre nel 1974, per la promozione di Sally Can't Dance.
Sebbene Lou Reed sia stato sempre sprezzante nei riguardi di questo disco, a causa forse del suo coinvolgimento passivo nella sua creazione (ci sono storie che raccontano che dovevano sostenerlo in studio per registrare la voce ) a mio avviso si tratta di uno dei suoi album più belli. Per molti aspetti, Sally Can't Dance, è la quintessenza della sua "amibsexual" (ambiguità sessuale), e del suo periodo "druggy", nella prima metà degli anni 1970. E anche presagisce Young Americans, la fase di funk bianco di Bowie, di un anno dopo o giù di lì.





Sally Can't Dance tour 1974

Introduction
1. Sweet Jane
2.I'm Waiting for the Man
3.Lady Day
4.Vicious
5.Sally Can't Dance
6.Ride Sally Ride

Lou Reed - vocals 
Danny Weis - guitar
Prakash John - bass
Michael Fonfara - keyboards
Pentti "Whitey" Glan - drums



03/02/15

Cahiers du cinéma: Best 100 movie

Enormemente influente, non è un'iperbole dire che la rivista Cahiers du cinéma non solo ha alterato il corso della storia del cinema ma molto probabilmente, ha influenzato il modo in cui un film viene interpretato. Se si pensa che Shining è un film di Stanley Kubrick, invece che di Jack Nicholson, potete ringraziare Cahiers du Cinema!. Comunque il sogno di ogni vero cinefilo è quello di compilare una lista di film preferiti . Quante volte ho tentato! In genere vi sono due tipi di liste : quelle dei film del cuore (dunque dal valore soggettivo, che ci sono cari per motivi personali) e quelle dei capolavori del cinema (dunque i film di elevato valore estetico e artistico). Di solito è mestiere dei critici, talvolta ci sono stati dei referendum internazionali per stabilire i migliori film. Qui ri-proponiamo quello più recente dei Cahiers du cinéma, il mensile circondato da un alone di leggenda. Fondata nel 1951 la rivista ha cambiato la storia del cinema creando il concetto di “autore” e dando vita alla Nouvelle Vague. Tra i suoi primi collaboratori Jean-Luc Godard, François Truffaut, Claude Chabrol. In occasione del cinquantesimo anniversario dei Cahiers, il New York Times proclamava: “I Cahiers du cinéma rimangono la rivista di gran lunga più autorevole della storia del cinema”. Nel 2008, Cahiers pubblica quest'elenco, 100 migliori film di tutti i tempi. La lista contiene sia film che hanno fatto scuola e la storia, ma anche alcuni film "strani", e voci inaspettate. Nessuna sorpresa vedere che Orson Welles, con Quarto Potere sia in cima alla lista - ma già al numero due, con Charles Laughton di La morte corre sul fiume, siamo nell'insolito. Capolavori d'essai europei come Le regole del gioco, M e L'Atalante sono in cima alla lista con i grandi di Hollywood come Sentieri Selvaggi (The Searchers) e Cantando sotto la pioggia.

Il Cahiers du cinéma informa via Twitter che questa lista è stato selezionata da 78 critici cinematografici, e non dal consiglio dei redattori della rivista.
 1. Citizen Kane (Quarto potere) – Orson Welles  1941
2. The Night of the Hunter (La morte corre sul fiume) – Charles Laughton  1955
3. The Rules of the Game (La regola del gioco) – Jean Renoir  1939
4. Sunrise – (Aurora) Friedrich Wilhelm Murnau  1927
5. L’Atalante – Jean Vigo  1934
6.  M Il mostro di Dusseldorf – Fritz Lang  1931
7. Singin’ in the Rain – (Cantando sotto la pioggia) Stanley Donen & Gene Kelly  1952
8. Vertigo – (La donna che visse due volte)  Alfred Hitchcock  1958
9. Children of Paradise (Amanti perduti) – Marcel Carné  1945
10. The Searchers –  (Sentieri selvaggi)  John Ford  1956
11. Greed –  (Rapacità) Erich von Stroheim  1924
12. Rio Bravo – (Un dollaro d'onore)  Howard Hawkes  1959
13. To Be or Not to Be – (Vogliamo vivere!)  Ernst Lubitsch  1942
14. Tokyo Story – (Una storia di Tokyo)  Yasujiro Ozu  1953
15. Contempt (Il disprezzo) – Jean-Luc Godard  1963
16. Tales of Ugetsu (Racconti della luna pallida d'agosto) – Kenji Mizoguchi 1953
17. City Lights – (Luci della città)  Charlie Chaplin  1931
18. The General –  (Come vinsi la guerra) Buster Keaton  1926
19. Nosferatu the Vampire (Nosferatu il vampiro) – Friedrich Wilhelm Murnau  1921
20. The Music Room – Satyajit Ray  1958
21. Freaks – Tod Browning  1932
22. Johnny Guitar – Nicholas Ray  1954
23. The Mother and the Whore (La Maman et la Putain) – Jean Eustache  1973
24. The Great Dictator – (Il grande dittatore)  Charlie Chaplin  1940
25. The Leopard (Il Gattopardo) – Luchino Visconti  1963
26. Hiroshima, My Love – (Hiroshima mon amour) Alain Resnais  1959
27. The Box of Pandora (Il vaso di Pandora) – Georg Wilhelm Pabst  1929
28. North by Northwest – (Intrigo internazionale)  Alfred Hitchcock  1959
29. Pickpocket – (Diario di un ladro)  Robert Bresson  1959
30. Golden Helmet (Casco d'oro) – Jacques Becker  1952
31. The Barefoot Contessa –  (La contessa scalza)  Joseph Mankiewitz  1954
32. Moonfleet – (Il covo dei contrabbandieri)  Fritz Lang  1955
33. Diamond Earrings (I gioelli di Madame de…) – Max Ophüls  1953
34. Il piacere – Max Ophüls  1952
35. Il cacciatore (The Deer Hunter) – Michael Cimino  1978
36. L’Avventura– Michelangelo Antonioni  1960
37. La corazzata Potemkin – Sergei M. Eisenstein  1925
38. Notorious (L'amante perduta)  – Alfred Hitchcock  1946
39. Ivan il Terrible – Sergei M. Eisenstein  1944
40. Il Padrino – Francis Ford Coppola  1972
41. L'infernale Quinlan (Touch of Evil) – Orson Welles  1958
42. Il Vento (The Wind ) – Victor Sjöström  1928
43. 2001: Odissea nello spazio – Stanley Kubrick  1968
44. Fanny and Alexander – Ingmar Bergman  1982
45. La folla– King Vidor  1928
46. 8 1/2 – Federico Fellini  1963
47. La Jetée – Chris Marker  1962
48.Il bandito delle 11 – Jean-Luc Godard  1965
49. Confessions of a Cheat (Le Roman d’un tricheur) – Sacha Guitry  1936
50. Amarcord – Federico Fellini  1973
51. Beauty and the Beast (La Bella e la Bestia) – Jean Cocteau  1946
52. A qualcuno piace caldo – Billy Wilder  1959
53. Qualcuno verrà  – Vincente Minnelli  1958
54. Gertrud – Carl Theodor Dreyer  1964
55. King Kong – Ernst Shoedsack & Merian J. Cooper  1933
56. Vertigine (Laura) – Otto Preminger  1944
57. I sette samurai– Akira Kurosawa  1954
58. I 400 colpi – François Truffaut  1959
59. La Dolce Vita – Federico Fellini  1960
60. Gente di Dublino– John Huston  1987
61. Mancia competente– Ernst Lubitsch  1932
62. La vita è meravigliosa – Frank Capra  1946
63. Monsieur Verdoux – Charlie Chaplin  1947
64. La passione di Giovanna d'Arco – Carl Theodor Dreyer  1928
65. Fino all'ultimo respiro – Jean-Luc Godard  1960
66. Apocalypse Now – Francis Ford Coppola  1979
67. Barry Lyndon – Stanley Kubrick  1975
68. La grande illusione– Jean Renoir  1937
69. Intolerance – David Wark Griffith  1916
70. A Day in the Country (Partie de campagne) – Jean Renoir  1936
71.Tempo di divertimento (Playtime)  – Jacques Tati  1967
72. Roma, città aperta – Roberto Rossellini  1945
73. Senso (Livia) – Luchino Visconti  1954
74. Tempi moderni– Charlie Chaplin  1936
75. Van Gogh – Maurice Pialat  1991
76. Un amore splendido – Leo McCarey  1957
77. Andrei Rublev – Andrei Tarkovsky  1966
78. L'Imperatrice Caterina– Joseph von Sternberg  1934
79. L'intendente Sansho – Kenji Mizoguchi1954
80. Parla con lei – Pedro Almodóvar  2002
81. Hollywood Party – Blake Edwards  1968
82. Tabu – Friedrich Wilhelm Murnau  1931
83. Spettacolo di varietà – Vincente Minnelli  1954
84. E' nata una stella – George Cukor  1954
85.  Le vacanze di monsieur Hulot – Jacques Tati  1953
86. Il ribelle dell'Anatolia – Elia Kazan  1963
87. Lui – Luis Buñuel  1953
88. Un bacio e una pistola – Robert Aldrich  1955
89. C'era una volta in America – Sergio Leone  1984
90. Daybreak (Le Jour se lève) – Marcel Carné  1939
91. Lettera da una sconosciuta – Max Ophüls   1948
92. Donna di vita (Lola) – Jacques Demy  1961
93. Manhattan – Woody Allen  1979
94. Mulholland Dr. – David Lynch  2001
95. Una notte con Maud (Ma nuit chez Maud) – Eric Rohmer  1969
96. Night and Fog (Docum. sull'Olocausto) – Alain Resnais  1955
97. La febbre dell'oro – Charlie Chaplin  1925
98. Scarface – Howard Hawks  1932
99. Ladri di biciclette– Vittorio de Sica  1948
100. Napoléon – Abel Gance  1927


11/01/15

STAND UP FOR THE HEROES

Aleppo
Oggi grande manifestazione a Parigi: la marcia dell’«unità nazionale» in nome di «Charlie» chiama oggi in piazza i cittadini francesi e europei. Certo, insieme alla moltidudine di gente perbene sfileranno presidenti, ministri e teste coronate da tutto il mondo: marciare insieme a Netanyahu? Neanche morto. Insieme agli stessi, ai quei rappresentanti di quell'occidente ipocrita che tace sull’Arabia Sau­dita, che è il paese che ha con­dan­nato il blog­ger Raef Badawi a 10 anni di galera, una multa di oltre 200.000 dol­lari, e mille fru­state pub­bli­che, in piazza, per venti set­ti­mane suc­ces­sive (la prima dose di 50 è stata som­mi­ni­strata venerdì). Badawi chie­deva pub­bli­ca­mente di affron­tare alcuni argo­menti spi­nosi per la monar­chia sau­dita come l’abolizione della Com­mis­sione per la pro­mo­zione della virtù e la pre­ven­zione del vizio (qual­cosa di molto simile a quello che l’Isis ha isti­tuito nelle zone sotto il suo controllo). E allora STAND UP FOR THE HEROES, per la redazione di Charlie Hebdo, per Raef Badawi, per le migliaia di morti in Nigeria e per questa piccola grande ragazza siriana che nella città fantasma di Aleppo ha deciso di dimostrare la sua solidarietà: non nel suo nome, non nel nostro.



(Springsteen al concerto di Parigi a sostegno di Amnesty International)



08/01/15

Niente da negoziare con i fascisti

Dipingi un Maometto glorioso, e muori. Disegna un Maometto divertente, e muori.
Scarabocchia un Maometto ingobile, e muori. Gira un film di merda su Maometto, e muori.
Resisti al terrorismo religioso, e muori. Lecca il culo agli integralisti, e muori,
Prendi un oscurantista per un coglione, e muori. Cerca di discutere con un oscurantista, e muori
Non c'é niente da negoziare con i fascisti. La Libertà di ridere senza alcun ritegno la Legge ce la dà già, la violenza sistematica degli estremisti ce la rinnova.
Grazie, banda di imbecilli.
- Charb,
direttore di Charlie Hebdo


L'ultima vignetta

Il cuore teologico dell'Islam, che si trova nelle Università egiziane, respinge la violenza. Guai a noi se identifichiamo un miliardo e mezzo di persone che professano la religione islamica con gruppi minoritari. Detto questo, respingiamo alcuni commenti che esprimono critiche, a posteriori, sulla linea editoriale di Charlie Hebdo: questo blog che si dichiara fermamente antifascista è per la totale libertà di pensiero e di stampa e non può accettare censure (e autocensure) in nome della religione, della politica, dell'etica e quant'altro. Consapevole dei disastri che i paesi occidentali hanno alimentato e alimentano in Medio Oriente, considera la strage di Parigi un atto vile, barbaro, ingiustificabile. Arrogarsi il diritto di togliere la vita a persone pacifiche, che non hanno mai professato la violenza, colpevoli agli occhi di fanatici di offendere con dei disegni il loro Dio: usare una matita non può essere una condanna, e arrivare a questo è incomprensibile.
Pubblichiamo su questo l'opinione del direttore (direttrice) di Linus, la storica rivista di fumetti e cultura italiana, dove Wolinski, grande disegnatore e una delle vittime di Charlie Hebdo, aveva collaborato in passato, e quella di Will Self, autore satirico inglese. E infine, il disegno che abbiamo scelto, tra i tanti, per Interzone, quello che più ci rappresenta: è il nostro messaggio agli assassini dei redattori di Charlie Hebdo e a tutti i fanatici, gli integralisti, i fascisti..

Stefania Rumor:
"Noi avevamo un rapporto quasi fraterno con la redazione di Hara-Kiri negli anni Settanta, e quando una parte dei redattori di Hara-Kiri ha fondato Charlie Hebdo, abbiamo preso la citazione a Charlie Brown come un omaggio. Abbiamo pubblicato per tanti anni i fumetti di Wolinski, lo conoscevo personalmente. La loro era una satira vivace, vera, senza preoccupazioni verso niente e nessuno, ma con un forte lavoro giornalistico alla base. Forse sapevano che poteva succedere qualcosa, ma nessuno poteva immaginare questo. Si pensa che sia un possibile problema di chi fa satira, ma non è così. Un attentato come questo rende tutto più complicato, fortifica il Fronte Nazionale e l'islamofobia. Sono stravolta, e sono molto preoccupata per le conseguenze che potrebbe avere un'azione simile. Loro erano rimasti i duri e puri di sempre, non so che conseguenze possa avere sulle giovani realtà. L'idea che si possa perdere la vita per una vignetta potrebbe far cambiare idea anche al vignettista più coraggioso. Quello che è successo è totalmente incomprensibile per noi."

Will Self:
Quando c'era stato il caso delle vignette danesi, avevo esposto quello che è il mio metodo per sapere se qualcosa è davvero satira. Deriva dalla definizione di "buon giornalismo" data da HL Mencken: la satira dovrebbe tranquillizzare chi soffre e far soffrire chi è tranquillo. Il problema di molta di quella che oggi viene chiamata 'satira' è che,nei casi in cui è rivolta contro l'estremismo religioso, non è chiaro contro chi si scaglia né chi cerca di difendere. Ovviamente dicendo questo non voglio giustificare l'assassinio dei giornalisti di Charlie Hebdo, che è qualcosa di semplicemente terribile. Voglio solo dire che la nostra società è così ossessionata dal diritto alla libertà di parola che non si pone nemmeno il problema di quali responsabilità derivino da tale diritto.





08/01/13

L'inesorabile declino del Cd. E la chiusura dei Virgin Store Francia

Nell'era del CD, con le sue minuscole copertine, 12x12 cm, è andata perduta la profondità espressiva delle copertine dei vinili (LP), che misuravano 31x31 cm. Questa è stata una tragedia per l'art direction, l'illustrazione, la fotografia. Dall'avvento del CD si è giovato (anche se non sempre) la qualità del suono, ma per la cover art il piccolo formato ha rappresentato ..il patibolo
 Ma i tempi cambiano, e se..


(di F. De Luca)
Se avete amato Disfunzioni Musicali o il mitico Nannucci col suo catalogo per corrispondenza, non vi sorprenderà sapere che acquistare un cd nuovo è ormai un’impresa più che ardua (provate a cercare in giro Lux di Brian Eno o Pecados e Milagros di Lila Downs e non cito nemmeno rarità africane o arabe). Non solo il covo di appassionati sotto casa o il grande negozio in centro hanno chiuso i battentima ormai solo le edicole e le grande catene multimediali nazionali (sebbene Fnac Italia, tra breve, sparirà, acquistata da un fondo d’investimento abile nel ristrutturare imprese buttando fuori i lavoratori) assicurano un minimo di distribuzione del prodotto fisico, soppiantato dall’exploit dei siti online e dell’offerta digitale. Una mutazione genetica in atto, col ritorno in grande stile del singolo, da acquistare a meno di un euro (e poi poterselo passare su tablet, pc, lettore mp3, auto).

La grande rivoluzione digitale che ha travolto l’universo delle sette note oltre dieci anni fa ha ormai compiuto il suo cammino, tanto che persino nelmercato musicale italiano un terzo dei ricavi provengono da file comprati e scaricati (nei Paesi leader sul fronte della musica «liquida», Stati uniti e Corea, la percentuale supera ormai il 60 per cento). Il mese scorso un popolare magazine inglese ha pubblicato un lungo servizio sul cd, «il formato indistruttibile che rifiuta di morire», sostenendo che quel dischetto di plastica, con la sua economicità, facilità d’uso e disponibilità, continuerà ad andare avanti forse per 5 più probabilmente ancora per 7 anni. Il 2020 è già una meta, una dead line fissata per le poche industrie europee produttrici di compact. E così anche le truffe si organizzano meglio. Tanti anni fa si copiava il disco su audiocassetta e si scrivevano titoli e note sul foglietto della custodia. Oggi la gran parte delle canzoni preferite si cercano, si scoltano e si canticchiano sullo schermo del pc o della tv. Poche settimane fa Youtube ha denunciato l’imbroglio dei falsi click ossia alcuni siti internet che gonfiavano «artificialmente» la visualizzazione degli artisti sotto contratto con le grandi multinazionali, per aumentare le cifre da pagare a Warner,Sony e compagnia. Forse non tutti ricordano che un accordo siglato tra Google (proprietaria di Youtube)e le multinazionali della musica per l’utilizzo dei videoclip, ha sancito una percentuale che il gigante di Mountain View (dal grande fatturato pubblicitario) deve versare alle etichette che detengono i diritti degli artisti,percentuale legata al numero di visualizzazioni (c’è un algoritmo astruso, una sorta di clickometro, tutto digitale). Intanto la Bbc minaccia di mettere a disposizione degli utenti professionali, gratuitamente, dalla prossima primavera (e progressivamente anche degli altri fruitori, il normale pubblico di casa), il suo immenso archivio sonoro quindi non solo e non tanto le registrazione live di Frank Zappa, Kurt Cobain, Linton Kwesi Johnson o i Beatles quanto i discorsi di Churchill e i programmi del dee jay John Peel, esibizioni classiche alla Royal Albert Hall e registrazioni di importanti fatti di cronaca in un database davvero terminato, in via di completa digitalizzazione. Insomma si potrà passare dal discorso di Martin Luther King alle Nazioni Unite al brano dei tostissimi rapper che l’hanno campionato, sezionato e riassemblato. E si potrà imparare più facilmente l’uso di strumenti musicali, con programmi didattici personalizzati,selezionabili e con differenti gradi di difficoltà. Insomma il filo di Arianna rischia di essere dimenticato e soppiantato dal file di Rihanna.


I 25 negozi Virgin ancora esistenti in Francia chiuderanno definitivamente. La notizia sarà confermata lunedì, nell’incontro con i sindacati convocato dalla direzione. Ma i mille dipendenti dei Virgin Megastore non si fanno illusioni: già a dicembre erano venuti a sapere che la direzione aveva annullato il contratto d’affitto del «più grande negozio di musica al mondo», sui Champs Elysées. Lo scorso fine settimana i principali negozi Virgin erano in sciopero. L’intersindacale del gruppo ha convocato per il 9 gennaio una nuovamanifestazione di fronte alMegastore Virgin dei Champs Elysées. I sindacati sperano in un «grande slancio» dei lavoratori e accusano la proprietà attuale di essere «la principale responsabile della situazione ». Eppure Virgin aveva tentato di diversificarsi per lottare contro il crollo di un mondo, contro la fine preannunciata dei negozi di prodotti culturali e multimedia a causa della concorrenza di Internet: anche Virgin aveva aperto un sito per scaricare musica, video e libri. Ma non ce l’ha fatta. Per Laurence Parisot, presidente del Medef (Confindustria francese), il molto probabile imminente annuncio del fallimento dei negozi Virgin è «una notizia tremenda». Per Parisot, «la crisi che attraversiamo non è solo economica, è un nuovo modello che sta nascendo e molti settori sono effettivamente colpiti». Prima dei Virgin Megastore, la crisi del settore aveva già colpito profondamente il principale concorrente, la Fnac. (....)

I Virgin Megastore francesi hanno mantenuto il nome «Virgin» ma non hanno più nulla a che vedere con il gruppo omonimo, attivo anche nella telefonia e negli aerei low cost, di proprietà del miliardario britannico Richard Branson. Branson ha ceduto i negozi Virgin francesi nel 2001 al gruppo Lagardère, ancora presieduto da Arnaud Lagardère, figlio di papà rampollo del fondatore, ma controllato ormai dal 2011 dal fondo sovrano del Qatar (Lagardère è ormai principalmente un gruppo di media, presente in una trentina di paesi, attivo nel settore dello sport, che conserva ancora una traccia dell’attività di origine, che era l’aeronautica,con una partecipazione del 7,5% in Eads, la casamadre di Airbus). Nel 2008, quando i Virgin Megastore in Francia erano ancora 34 e il fatturato superava i 400 milioni, Lagardère ha venduto il 75% dei negozi Virgin a Butler Capital Partners, conservandone soltanto il 20%. Oggi il fatturato è crollato (286 milioni di euro nel 2011) e nei due ultimi anni già 200 persone sono state licenziate. A metà dell’anno scorso, era stata nominata una nuova direzione, che si era impegnata a ristrutturare la catena di negozi, puntando a risparmiare con la riduzione degli spazi di vendita, giudicati troppo cari perché in genere situati in centro delle grandi città. Era stato fatto ricorso agli ammortizzatori sociali per i dipendenti.L’annuncio della fine era arrivato lo scorso dicembre, con la notizia dell’annullamento del contratto di affitto del Magastore dei Champs Elysées, dove il prezzo al metro quadro è alle stelle.Ma, paradosso non trascurabile, il più grande negozio dimusica del mondo ancora controllato al 20% dal gruppo Lagardère - a sua volta controllato dal Qatar – affittava gli spazi dei Champs Elysées dal Qatar, proprietario di molti immobili di prestigio a Parigi.Richard Branson prima di liberarsi dei Virgin Megastore in Francia aveva già venduto l’analoga catena di negozi di prodotti culturali e multimediali in Gran Bretagna. La vendita era avvenuta nel 2007 e la catena di Virgin Megastore britannica era fallita un anno dopo.In America del Nord i VirginMegastore avevano cominciato a chiudere già all’inizio del millennio 2000 (chiuso anche il megastore di Times Square a New York, che faceva concorrenza a quello dei Champs Elysées come «il più grande negozio di musica almondo »). In Francia, i Virgin Megastore hanno resistito 5 anni di più. Ma ormai stanno per crollare di fronte alla trasformazione radicale di questo settore, dove la distribuzione «fisica» di dischi, dvd, video è destinata a sparire, sostituita dall’immaterialità degli scambi su Internet.  

Anna Maria Merlo (il manifesto) PARIGI

11/07/12

Parigi, ancora..

Ged's Psichedelic Awakening in Montmartre.. 



La Francia è un paese grande e Parigi, una città magica. Vorrei ringraziare Alec (attore di teatro), che mi ha ospitato e tutta la gente di Montemartre che mi ha accolto con gentilezza e disponibilità ( e che ama gli italiani), i negozianti e i barman che mi hanno sopportato con il mio pessimo francese, il caffe '"bien sur", senza il quale non sarei sopravvissuto, le ragazze e le donne che mi hanno sorriso tutto il tempo, i ragazzi di colore che mi hanno aiutato ogni qualvolta mi sono perso, gli artisti e musicisti di strada che mi hanno reso felice e a cui ho donato quando ho potuto. Ringrazio la metropolitana (unica nella sua capillarità, tutta Parigi è facilmente raggiungibile e non esiste punto della città che disti più di 500 metri da una stazione Metro) e i suoi guidatori che mi hanno salutato nelle mie scorribande notturne, il sole francese che stranamente è sempre rimasto con me. Vorrei ringraziare i colori e gli odori dei piccoli negozi, le boulangerie con le loro briosche e i dolci buonissimi, i mercatini, i caffè e le brasserie, la grandezza (grandeur..) dei viali, dei parchi, dei ponti, delle piazze, degli edifici e dei monumenti: la sua storia, la sua arte. Ma anche gli angoli di quiete e di pace in una città affollata, una città in continuo fermento e in movimento come Parigi. E' stata una delle settimane più belle della mia vita. Rientro a casa contento, ma con il cuore pieno di tristezza. Ma vi assicuro .. tornerò.



George Perec se n' è andato a soli 50 anni nell'82. Devo ammettere di non aver mai finito il suo romanzo piu' popolare e che lo ha reso famoso in tutto il pianeta, La vita, istruzioni per l'uso del '78. Ora la Voland pubblica questo libricino uscito in Francia nel '75 e pubbicato in Italia solo nel 2001. "Tentativo di esaurimento di un luogo parigino" e' il resoconto di tre giorni passati dall'autore seduto ai tavolini dei caratteristici caffe' parigini, in particolare quelli di Place Saint Sulpice: appunti, annotazioni sulla vita quotidiana che si svolge nel quartiere; descrizioni precise di persone, auto, mezzi pubblici in transito, famiglie, madri con bambini, commercianti e bottegai, il postino e la piazza che cambia con la pioggia e il sole. Leggendolo sembra sia cambiato poco da allora, la placida routine quotidiana e un po' di caos in piu' per il traffico cittadino ma in fondosi respira la stessa aria, quella dei francesi in pigiama e ciabatte che vanno a comprare il latte e la baguette in modo del tutto naturale. Un libretto urbano, metropolitano, da leggere mentre si osservano i colori e si ascoltano i suoni in una piazza di Parigi, seduti magari davanti ad una brioshe e un caffe', preferibilmente..bien sur!





07/07/12

Parigi e le squadracce della lega di difesa ebraica

A Parigi si sono verificati due ennesimi episodi di aggressione da parte degli squadristi della Lega di Difesa Ebraica contro due noti militanti della solidarietà con la Palestina: Olivia Zemor e Jacob Cohen (ritenuto dai sionisti un “ebreo traditore”).

Il 28 giugno scorso durante la preparazione di una nuova missione internazionale "Welcome to Palestine" che si terrà dal 24 al 31 agosto, destinata a sostenere le scuole e gli studenti palestinesi e per affermare il diritto di circolazione in Palestina, gli squadristi della famigerata JDL Olivia Zémor sono tornati a colpire.
Olivia Zémor era seduta sulla terrazza di un caffè alla Bastiglia, è stata aggredita e colpito alla testa, al viso e sul corpo con della vernice ed è stata trasportata d'emergenza all'ospedale Hotel Dieu dai vigili del fuoco, data la tossicità del prodotto. E' stata presentata Una denuncia ed è stata aperta un'inchiesta, tanto più che la JDL ha rivendicato la responsabilità del gesto pubblicando un video su internet.
Per quanto riguarda Jacob Cohen, si tratta di uno scrittore che denuncia nei suoi romanzi i metodi di reclutamento del Mossad in Francia. Cohen è stato oggetto di un attacco Giovedi 5 luglio nel quartiere di St. Paul dove la JDL ha instaurato un clima di terrore. Si tratta della seconda aggressione che subisce, dal momento che era stato aggredito il marzo scorso poco prima della presentazione del suo primo romanzo da un gruppo di fascisti della JDL.
Finora, è chiaro che i gli squadristi della JDL in Francia hanno beneficiato di protezione in alto loco, il che ha portato ad aumentare la loro aggressività. Gli ultrasionisti della JDL in Francia in questi anni hanno gravemente ferito un gran, tra cui un poliziotto che ha trascorso tre settimane in terapia intensiva presso l'Ospedale Saint-Antoine di Parigi uno studente di Nanterre che colpito ad un occhio ha quasi perso la vista, hanno devastato e saccheggiato varie associazioni e librerie locali.
I membri della Jdl sono stati tutti identificati dalla polizia come Jason e Steven Tibi, Dylan Halimi, Joseph Ayache, Philippe Wagner, Anthony Attal, Chelli e Gregorio ma nessuno è mai finito in carcere. Quando arrivano i guai giudiziari, se ne vanno a fare un giro in lsraele, approfittando della loro doppia cittadinanza. Forti di questa impunità commettono nuovi attacchi. Le poche volte che sono stati costretti a pagare i danni alle vittime (come nel saccheggio della libreria Resistance), non hanno bisogno di preoccuparsi. L'Unione degli ebrei di Francia (UPJF ) invita pubblicamente gli ascoltatori di "Radio J" per inviare soldi per pagare i loro debiti!

La rete Europalestine per questi motivi è tornata a chiedere la messa fuorilegge della Lega di Difesa Ebraica francese.




03/06/11

Lo strano caso di Dominique Strauss Kahn

Lo strano caso del segretario generale del Fondo Monetario Internazionale (FMI), Dominique Strauss-Kahn,accusato di tentato stupro e sequestro di persona nei confronti di una impiegata dell'hotel Sofitel di Manhattan. Rischia una condanna a 20 anni di carcere. In due articoli,uno di Attilio Folliero in cui si analizzano le dichiarazioni anti-dollaro dell'economista francese risalenti ai primi mesi del 2010,l'altro di Barbara Spinelli dalle pagine di Repubblica on-line dove al di là di ogni complottismo,si fornisce il ritratto più calzante di quel che DSK è divenuto in queste ore: un potente scaraventato a terra, un uomo che ha sfidato il destino e che di fatto (politicamente) si è un suicidato. Qual'è il vero crimine di Strauss-Kahn? Quando si tratta di uomini così potenti e con così tanti nemici, ogni dubbio è lecito.

LE STRANE DICHIARAZIONI DI STRAUSS KAHN

Verso il tramonto del dollaro: anche Dominique Strauss-Kahn, segretario del FMI, chiese l’abbandono del dollaro - Oggi ha ricevuto la risposta a questo "azzardo"

12-2-2010 Dalla fine della seconda guerra mondiale il dollaro, la moneta degli Stati Uniti, è l’unica moneta di riferimento per gli scambi internazionali. Gli USA sono riusciti ad affermare il loro potere economico a livello mondiale anche grazie al fatto che la loro moneta è l’unica utilizzata per gli scambi commerciali mondiali; in particolare, è utilizzata per la comprevendita del petrolio Tutti i paesi del mondo per poter effettuare intercambi commerciali debbono comprare dollari, ovvero accumulare riserve internazionali in dollari.

Gli Stati Uniti, oggi, sono un paese in profonda crisi económica con un debito pubblico enorme equivalente praticamente al 100% del PIL. Il debito pubblico USA continua ad aumentare incessantemente, perchè di fatto spendono più di quanto incassano. Como coprono questo deficit? Circa un terzo è finanziato dalle banche centrali di Cina, Giappone, Regno Unito e di tutti gli altri paesi del mondo. Il restante 70% è finanziato dalla Federal Reserve, sotto forma di acquisto dei
titoli del debito pubblico del Tesoro USA. In sostanza la Federal reserve sta stampando dollari ed il mercato mondiale è sempre più inondato di dollari, cosa che mina il suo valore.
Per la legge economica della domanda e dell’offerta, quando l’offerta di un bene è superiore alla domanda il valore di quel bene tende a cadere. Ciò vale anche per il valore di una moneta. Malgrado ciò il valore del dollaro non è crollato; non si tratta di una eccezione alla legge economica suddetta e ciò è dovuto semplicemente al fatto che il dollaro continua ad essere praticamente l’unica moneta utilizzata per gli scambi commerciali a livello mondiale.

Inoltre, tutti i paesi del mondo hanno ingenti quantità di dollari nelle loro riserve, in particolare la Cina che conta con oltre 2.500 miliardi, per cui tutti stanno cercando di frenare la caduta del dollaro, perchè il girono che ciò accadesse le loro riserve varrebbero carta straccia. Da anni, la Cina ed altri paesi che hanno grandi riserve, stanno chiedendo agli USA di cambiare política, al fine di preservare il valore del dollaro e quindi delle loro riserve.

Molti, da anni avvertono che prima o poi il dollaro crollerà. Spesso, anche noi abbiamo trattato il tema, avvertendo che il tracollo del dollaro sembra inevitabile ed ormai è solo questione di tempo (Vedasi: articoli “Il destino del dollaro” e “Nuove monete” e le interviste).

Oggi c’è una grandissima novità su questo tema. Il segretario generale del Fondo Monetario Internazionale (FMI), Dominique Strauss-Kahn, in un recente incontro a Washington ha apertamente parlato della necessità di abbandonare il dollaro ed ausipica la sua sostituzione con un paniere di monete da utilizzare negli scambi internazionali. L’unica via, secondo Dominique Strauss-Kahn, per calmare la crisi che viviamo è abbandonare il dollaro. Orbene questa notizia passata sostanzialmente innavertita dai grandi media, con l’eccezione del Guardian di Londra è di una importanza eccezionale. Il FMI, organismo voluto dagli USA e da sempre a totale disposizione del capitale statunitense, oggi sembra cambiare rotta, sembra voltare le spalle al padrone!

Abbandonare il dollaro, come moneta di riferimento mondiale, significa l’inevitabile tracollo degli USA. Le riserve internazionali degli Stati ammontano a migliaia di miliardi di dollari; solamente le banche centrali dei pincipali venti paesi del mondo hanno riserve per circa 10.000 miliardi, la stragrande maggioranza ovviamente in dollari. Che succede se il dollaro smette di essere la moneta di riferimento? Ossia, perchè diciamo che il giorno in cui il dollaro smette di essere la moneta di riferimento è la fine per gli USA?

Nel momento in cui il dollaro cesserà di essere la moneta di riserva mondiale, tutti gli stati saranno costretti a vendere i loro dollari ed acquistare la nuova moneta, che potrebbe essere anche più di una, ovvero un paniere di monete. L’immissione sul mercato di migliaia di miliardi di dollari farebbe crollare immediatamente il suo valore. Noi pensiamo che questo succederà sicuramente; è solo questione di tempo!
Quando questo succederà il riflesso sull’economia USA sarà inevitabile e disastroso. La svalutazione del dollaro sarà cosi grande che trascinerà l’economia USA in uno stato di iperinflazione.

Nella storia i casi di iperinflazione sono tanti, dall’antica Grecia, passando per l’impero Romano, alla rivoluzione francese. Nell’ultimo secolo i casi di iperinflazione sono tantissimi, partendo dalla Germania, della Repubblica di Weimar del primo dopoguerra, dove esattamente nel noviembre del 1923 un dollaro arrivò a valere 4.200 miliardi di marchi. Nell’Ungheria del 1946 si arrivò ad emettere una banconota con 20 zeri (lo százmillió B-pengo che valeva 100 000 000 000 000 000 000 di pengo). Negli ultimi trent’anni numerosi paesi dell’America latina hanno vissuto casi di iperinflazione, dalla Bolivia, al Brasile, all’Argentina.

E’ necesario ricordare anche i casi dell’iperinflazione della Russia nel 1991, della jugisolavia tra il 1992 ed il 1994. L’ultimo paese colpito da iperinflazione è stato lo Zimbabwe, che nel 2008 ha dovuto emettere una banconota da 100.000 miliardi di dollari dello Zimbabwe.
Banconota dello Zimbabwe da 100.000.000.000.000 miliardi di dollari dello Zimbabwe
Un caso di iperinflazione si è verificato anche negli Stati Uniti, nel 1790, dopo la rivoluzione americana, quando la moneta locale, il dollaro continentale, venne stampato senza alcun controllo.

Negli ultimi anni, molte voci si sono alzate contro il dollaro, ma tutti hanno fatto una brutta fine; con una scusa o un’altra sono stati liquidati. Basta pensare a Saddam Hussein, che propose all’Opec di abbandonare l’utilizzo del dollaro per la compravendita del petrolio. Saddam Hussein va oltre: non solo inizia ad accettare altre monete per la compravendita del suo petrolio, ma trasferisce in euro tutte le sue riserve. Tutti sappiamo la fine che ha fatto Saddam Hussein ed il suo paese, l’Iraq, che si è ritrovato occupato dalle truppe statunitesi. Scusa ufficiale per l’invasione: il possesso di armi di distruzione di massa da parte di Saddam Hussein, armi che non furono mai trovate.

Per molti la causa dell’invasione era da ricercare nella necessità degli USA di appropriarsi del petrolio iraqueno. Noi abbiamo sempre pensato che il motivo fosse un altro, come abbiamo scritto: Saddam Hussein aveva deciso di abbandonare il dollaro per la compravendita del petrolio iraqueno e stava trascinando nel suo progetto altri paesi Opec. Ciò avrebbe determinato il tracollo del dollaro e quindi degli USA (Vedasi nostro articolo: “Il dollaro, l'euro, il petrolio e l'invasione nordamericana”).

In Venezuela, il presidente Chávez abbracciò l’idea di Saddam Hussein di sostituire il dollaro e per poco non si ritrovò vittima di due colpi di stato. Riuscì a rimanere al potere, ma dovette fare marciare indietro sul suo progetto di abbandonare il dollaro e di fatto la sua più importante creatura a livello internazionale, il Banco del Sud, sta nascendo ma avendo come moneta di riferimento il dollaro.

La notizia di oggi è l’esternazione del segretario generale del FMI, Dominique Strauss-Kahn, il quale in un incontro a Washington ha detto quello che molti pensano, ma non osano pronunciare: è necesario abbandonare il dollaro!
La notizia, con l’eccezione del Guardian di Londra, ovviamente non trova spazio nei media ufficiali, controllati dal capitale USA. E’ alquanto strano che il segretario del FMI arrivi a pronunciare tali parole. Come mai? Che cosa c’è dietro? Tre sono le ipotesi plausibili: la prima è che dietro tale affermazione ci siano gli stessi Stati Uniti e quindi prenderebbe peso l’ipotesi che gli USA abbiano intenzione di sostituire il dollaro con una nuova moneta, l’amero, di cui tanto si è parlato in Internet (vedasi nostro articolo: “Il destino del dollaro”); la seconda ipotesi è che l’FMI diretta dal francese Dominique Strauss-Kahn è ormai sfuggiata al controllo degli USA e si stia schierando con i nuovi capitalismi in ascesa; la terza ipotesi è che ci troviamo di fronte ad una persona che esprime una libera opinione sulla realtà esistente. Tra l’altro, Strauss-Kahn in questo incontro ha aggiunto che è necessario agire con urgenza perchè i conflitti all’interno del sistema finanziario mondiale potrebbero portare al caos nel mondo.

In ogni caso se la ragione di queste sue affermazioni fosse da ricercare in una delle ultime due ipotesi, è facile aspettarsi una reazione da parte degli USA, potenza in decandenza che non accetterà facilmente di farsi da parte. Gli Usa, in questo momento sono come le bestie ferite che lottano disperatamente fino alla fine. Dominique Strauss-Kahn, uno degli uomini più potenti del mondo, con questa sua esternazione potrebbe essersi giocato il suo futuro.

Attilio Folliero