Era magnifico ascoltare il trillo dell'apertura di una cassa, a tutte le ore: era il segnale che qualcuno aveva accettato la tua richista d'amicizia, o qualcuno che te la chiedeva, o che avevi ricevuto un commento. Ma non era un semplice commento scritto, due parole o frasi scarne, fredde, come adesso capita con facebook. No, i commenti su My Space erano delle vere e proprie dichiarazioni: potevano essere ugualmente frasi e piccoli commenti, ma spesso erano scritti lunghi, oppure immagini bellissime ricercate e attinenti con quello che si voleva comunicare, e ancora immagini corredate con un video o un file musicale.. Insomma si potevano fare delle vere opere d'arte. Avrete certamente capito che parliamo di My Space, glorioso Social Network, che tra il 2003 e il 2008 fu il primo ad avere una diffusione davvero mondiale.
@ Mr. Burroughs, what is the future of rock? The sculpture
@ Fascism is the enemy,wherever it appears (P.K.Dick)
@ Blogwalking Underground Sproloqui
@Libri Musica Ozio Ciber-Cultura Visioni Freedown
@ Cut-Up Site
Visualizzazione post con etichetta Social. Mostra tutti i post
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17/02/15
30/01/15
Il futuro è arrivato, ma..
Ogni giorno siamo sempre più connessi. Il web permea ogni secondo della nostra vita; ce ne accorgiamo quando infiliamo lo smartphone nella nostra tasca, quando siamo in metropolitana, in strada, al cinema, persino a letto.
Questa progressiva evoluzione del nostro modo di comunicare e connetterci con altre persone, aziende e servizi non è una prerogativa dei Paesi occidentali ma riguarda praticamente tutto il mondo. We Are Social ha pubblicato una interessante ricerca di 183 slide che evidenzia in modo chiaro che oggi il 35% della popolazione mondiale è connessa a Internet, e che il 26% degli abitanti del pianeta ha almeno un account su un social network. Facebook è quello più utilizzato nel mondo (ma non in Cina), e la penetrazione delle connessioni mobile raggiunge il 93% della popolazione mondiale.
Ciò che manca nell’enorme quantità di dati messi a disposizione in questa ricerca è un summary che interpreti i trend evolutivi per il 2014. Un primo dato interessante riguarda l’ecosistema dei social media.
Social, Digital & Mobile Around The World (January 2014)
Facebook è il social network più utilizzato, con oltre un miliardo di utenti attivi; la loro distribuzione, tuttavia, non è uniforme in tutto il globo e risente in primo luogo dei confini di natura politica e linguistica posti dalla Cina, che privilegia QQ e Qzone. Un altro dato particolarmente interessante è la crescita esponenziale di WhatsApp, che si è affermato come il sistema di messaggistica più diffuso al mondo, superando la stessa chat di Facebook.
Già Manuel Castells, nel suo libro Comunicazione e potere, afferma come la disponibilità di reti mobili a banda larga possa essere oggi interpretata come il riflesso tecnologico dell’evoluzione socioeconomica di un Paese; se questa tocca una punta del 72% in Nord America, essa si ferma al 7% in Africa e crolla addirittura al 4% nelle regioni più meridonali dell’Asia.
La ricerca evidenzia poi la penetrazione di internet per ogni Paese, e l’Italia non ci fa una bella figura: il nostro 58% ci posiziona infatti alle spalle della Polonia. Per quanto riguarda il tempo speso su internet, i dati evidenziano la crescita progressiva delle connessioni effettuate da smartphone e tablet a discapito delle modalità di accesso tradizionale effettuate attraverso computer fisso; si tratta di un dato che continuerà a crescere in modo molto importante anche quest’anno.
Per quanto riguarda la penetrazione dei social media nei vari Paesi, in Italia gli utenti attivi sui social media sono il 42% della popolazione, e ogni giorno ciascuno di noi spende in media 2 ore e mezza sui social.
L’Italia è da sempre considerata la nazione con più smartphone che abitanti; in effetti la penetrazione dei dispositivi mobile arriva al 158%: è un dato che ci fa primeggiare rispetto a tutti gli altri Paesi del mondo: solo gli Emirati Arabi Uniti (252%) e la Russia (184%) fanno meglio di noi. La ricerca passa in rassegna i principali dati sull’utilizzo di internet, dei social media e del mobile nei maggiori Paesi del mondo, e nel report viene dato spazio anche all’Italia.
Per quanto riguarda il nostro Paese, internet raggiunge oggi il 58% della popolazione, pari a 35 milioni e mezzo di italiani. Il 42% degli italiani sono su Facebook, e per quanto riguarda il mobile abbiamo più di 97 milioni di SIM attive.
Un dato destinato a crescere ulteriormente nel corso di quest’anno, riguarda il tempo speso su internet dagli utenti. Gli internauti del nostro Paese dedicano in media 4 ore e 42 minuti alla navigazione online attraverso un computer tradizionale (desktop o laptop). Il 46% della popolazione utilizza internet in mobilità, dedicandovi mediamente due ore al giorno. Inoltre, il 54% degli italiani utilizzano i social media e vi dedicano due ore e mezza al giorno.
Il 47% degli utenti dei social media utilizza regolarmente le app installate sul proprio smartphone per visualizzare, produrre e convididere contenuti social. E il 16% degli utenti mobile accede a servizi e piattaforme geolocalizzate.
Il social network più utilizzato è Facebook (83% di account sul totale degli utenti internet italiani, di cui il 49% attivi nell’ultimo mese), seguito a grande distanza da Google+ (solo il 16% di utenti attivi su questo social) e da Twitter (15% di utenti attivi). In questo computo si evidenzia la grande crescita di Instagram come social media privilegiato per la produzione e la condivisione di contenuti fotografici attraverso lo smarphone: ha un accunt su Instagram il 17% degli utenti internet italiani, e quasi la metà degli Instagrammers utilizza attivamente questa applicazione). L’ultimo dato evidenziato per l’Italia riguarda l’utilizzo degli smartphone: il 41% degli italiani ne è dotato. Il 92% degli utenti mobile cerca informazioni geolocalizzate con il proprio telefonino, e l’84% di loro, in particolare, utilizza lo smartphone per cercare informazioni su prodotti e servizi specifici.
01/04/13
Metadone: paradigmi della riduzione del danno
ROMA
Si era pensato addirittura ad un ministero per le droghe. Poi.. ci siamo beccati quello della gioventù, con la 'giovvvane' Meloni a dirigerlo. (Sic!)
A Roma la giunta Alemanno, al capolinea dopo la disastrosa gestione della città, ha continuato imperterrita l'attacco contro i
servizi sociali, alle condizioni di vita dei più deboli e
vulnerabili, negando loro i diritti fondamentali, compreso il diritto
alla cura. L’Agenzia
Capitolina sulle Tossicodipendenze ha demolito sistematicamente la rete
dei servizi sociali territoriali di contrasto alle dipendenze, ha
smantellato i servizi di accoglienza della città, ha azzerato
completamente i progetti per l’orientamento e l’inserimento lavorativo,
ha ridotti da 9 a 2 i centri di accoglienza diurni/notturni, ha chiuso
lo storico Telefono Pronto Aiuto. Ma, come sostiene il Social Pride della capitale, "Non è solo questione di risorse E’ questione di visione del mondo e
della vita. E’ un totale disinteresse e disattenzione per la sorte di
migliaia di cittadini.."
20/12/12
Dark Social
A Alexis Madrigal, giornalista di The Atlantic, che Internet la frequenta dagli inizi degli anni '90, l'enfasi sul 'web social' gli suonava strana. Come se prima di Zuckerberg e soci ci fossero solo eremiti digitali.
Al contrario, anche agli albori della rete di massa, l'esistenza virtuale di Madrigal
(e di tanti altri) era tutt'altro che isolata.
Derrick de Kerckhove, massmediologo ed esperto di internet: "Dal commercio digitale a Facebook, ogni giorno immettiamo sul web numerosi dai personali. E' importante la consapevolezza che il proprio 'profilo' è osservato da diversi soggetti, dai mercati ai governi"
"Avevamo la messaggeria istantanea, le chat, Icq, i forum e l'email. La mia presenza su internet ruotava proprio intorno alla condivisione di link con amici. " Certo, tecnicamente quelli erano strumenti che "correvano paralleli al web, e non sul web, ma c'erano". Eppure la
narrazione prevalente non dava conto della ricchezza di relazioni virtuali prima
di Facebook. Di qui, un disagio che Madrigal ha coltivato silente fino all'ottobre
scorso, quando in suo aiuto e' arrivato Chartbeat, azienda specializzata nell'analisi
del traffico web che, esaminando la provenienza dei visitatori delle pagine interne
dei siti, ha certificato che la maggior parte di essi non giunge da Facebook e simili.
Ben il 69% arriva da link scambiati attraverso applicazioni non identificabili dai
sistemi di misurazione: email, chat, instant messaging. Folgorato dalla rivelazione,
Madrigal ha deciso di chiamare questo universo "Dark Social", visto che sfugge alle rilevazioni ed e' offuscato da una visione Facebook-centrica. La scoperta ha un paio di conseguenze. "Primo, se pensi che ottimizzare la tua pagina Facebook o i tuoi tweet sia "ottimizzarli per i social" sei solo a meta' strada (o ad un terzo). Secondo, il patto implicito che stringiamo con i social network non e' quello che ci raccontano: non regaliamo i nostri dati peersonali in cambio della possibilita' di condividere link con gli amici. Un gran numero di persone, piu' ampio di quello che sta sui social network, lo fa gia' al di fuori di questi.
Piuttosto scambiamo i nostri dati personali con la possibilita' di pubblicare e
archiviare un database delle nostre condivisioni."
Derrick de Kerckhove, massmediologo ed esperto di internet: "Dal commercio digitale a Facebook, ogni giorno immettiamo sul web numerosi dai personali. E' importante la consapevolezza che il proprio 'profilo' è osservato da diversi soggetti, dai mercati ai governi"
05/11/12
Nuovi social: di quartiere
Ti serve il trapano, ti è finito lo zucchero o non sai come rimontare la serranda del salotto? Loggati e vedi chi può darti una mano. Magari anche per le ripetizioni di tuo figlio. Non solo, ovviamente. L’idea di base dei vari social neighborhood network, le piattaforme di quartiere che stanno registrando un’autentica esplosione in tutto il mondo, è quella di scambiarsi informazioni sulla vita dell’isolato, condividere risorse sia concrete (per esempio cofinanziare un lavoro stradale da troppi anni sospeso) che battaglie civiche, come esercitare maggiore pressione sull’amministrazione comunale per strappare una decisione importante per la vita dei cittadini.
Insomma: la rivoluzione del vicinato casalingo passa ormai, come dozzine di altri ambiti della nostra vita, per le nuove possibilità offerte dal web. Per abbattere i consumi, limitare gli sprechi di risorse, riciclare con intelligenza quello che non ci serve più o cercare consigli, conoscenze, abilità. In un mix fra crowdfunding, knowledge sharing, banca del tempo e baratto 2.0. Non è un caso, d’altronde, che un recente sondaggio del Pew Research Institute sostenga che nel 2008 il 31% degli americani dichiarasse di non conoscere il nome dei propri vicini: due anni dopo la percentuale era scesa al 18%. Ecco, sull’onda di questa rinascita della porta a fianco, i cinque social network di quartiere più utilizzati.
Nextdoor
Lo spunto di partenza del gigante del settore (che ha raccolto appena l’estate scorsa altri 18 milioni di dollari da investitori come Benchmark Capital e Shasta Ventures) non è certo fare amicizia, come su Facebook. Su Nextdoor, in particolare, si punta a mettere in piedi un database di informazioni attendibili sulla propria zona, proprio perché user-generated. I margini di manovra sono piuttosto larghi: vuoi sapere chi frequenta certe strutture come scuole e palestre, ritrovare la tua bici rubata, cercare una brava colf o l’elettricista che non tiri fregature? Allora è il posto che fa per te. Ciascun utente deve verificare la propria appartenenza al quartiere – anche perché un altro dei must è quello di incrementare la rete di sicurezza locale – e il gioco è fatto: recensisci e segnali servizi, persone o tematiche che stanno a cuore (o semplicemente servono molto) alla comunità. Negli Stati Uniti lo stanno già utilizzando decine di cittadine più o meno grandi per un totale di 5.000 comunità.
Streetbank
Streetbank ha invece un taglio più da baratto, o banca del tempo, che ne è la versione pratica e teorica. L’obiettivo è infatti scambiarsi oggetti o servizi con i vicini. Libri, dvd, abiti particolari ma anche articoli di solito legati alle attività di casa: la scala, le forbici da giardino, la falciatrice e, ovviamente, tutta la gamma di abilità e conoscenze utili ad aggiustare, sistemare, porre rimedio ai tipici problemi domestici. Anche in questo caso si usa il codice d’avviamento postale per registrarsi, garantendo la propria residenza in zona, si stabilisce qual è la propria specialità (o cosa si ha da cedere) e automaticamente si è autorizzati a dare un’occhiata a tutto ciò che mettono a disposizione gli altri cittadini nel raggio di un paio di chilometri.
Freecycle
Approccio ancora diverso per Freecycle: la piattaforma nasce come puro stimolo al riciclo di cose e oggetti. Conta quasi 10 milioni di membri divisi in oltre 5.000 gruppi in 51 Paesi del mondo. Un autentico network del baratto glocale dietro al quale si nasconde un movimento no profit. Riuso e smaltimento intelligente di quello che non ci serve più: questi gli snodi al centro dell’azione delle migliaia di cittadini che lo popolano. Ogni gruppo locale è moderato da un volontario del posto e ovviamente l’adesione è libera. Mentre i due social precedenti sono al momento attivi solo negli Usa – ma si stanno preparando a sbarcare in Europa – Freecycle conta tantissimi aderenti anche in Italia, da Milano a Torino passando per Roma e Napoli, Vicenza ma anche Zagarolo o Pomarance, solo per citare alcune città grandi e piccole per le quali è presente un gruppo dedicato ( qui la lista completa dei gruppi tricolori).
Neighborgoods
Più che scambiarsi oggetti, Neighborgoods serve ad
affittarseli. Anzi, più correttamente, a prestarseli a vicenda. Una community dove
risparmiare soldi e tempo condividendo qualsiasi cosa
con gli amici. Ti serve una scala? Chiedila a quelli del palazzo di
fronte. Hai una bici che prende polvere in cantina? Prestala e
guadagnati un nuovo amico. D’altronde, il principio di base è
sottolineare quanti soldi dilapidiamo per comprare oggetti che magari
finiamo con l’usare giusto un paio di volte. Neighborgood punta dunque a
diventare un
inventario digitale di quanto c’è a disposizione, in
sharing, nella nostra area e che ci aiuti a capire il valore di ciò che
già possediamo. Senza contare il ritrovato rapporto con chi ci abita a
fianco. La differenza è che l’affitto si può anche far
pagare, diversificando il proprio annuncio: per
esempio, tenendo fuori dalla tariffa alcuni utenti. Il social ci mette
del suo fornendo il calendario delle prenotazioni, reminder automatici,
avvisi per oggetti che cerchiamo e messaggistica privata.
OhSoWe
Messo in piedi dal fondatore di
OpenTable,
Chck Templeton, è una sorta di versione sviluppata di
Neighborgoods (quanto al concept, visto che graficamente pare il più
spartano dei cinque). Nel senso che oltre allo scambio di oggetti punta
ad alimentare
dibattito e
coinvolgimento dei cittadini su base locale. Insomma, si lega al tema della democrazia digitale.
Forse è il più scivoloso, però, in termini di
privacy: comprende infatti
elenchi di persone che vivono intorno a noi, con
indirizzo verificato, una bacheca pubblica a disposizione dei vari
gruppi e uno spazio dedicato allo scambio strettamente inteso. Il
payoff, molto chiaro, è: “
Condividi, paga meno, aiuta i vicini”. “
Solo affittando o prendendo in prestito un paio di oggetti ogni
mese, anziché acquistarli, si possono risparmiare migliaia di dollari
ogni mese” dicono dal quartier generale. Perché comprarle, allora?
Wired.it
25/09/12
I veri social sono i Blog
Sono i blog a esserne il cuore, per la loro libertà di espressione e condivisione
I social media sono software o siti come le webzine (riviste su Internet), i forum online, i blog, i social blog, i microblog, i wiki, i social network, i podcast; siti che raccolgono fotografie, immagini o video, o che svolgono content rating (classificazione dei contenuti) o social bookmarking (condivisione in rete dei propri preferiti). I social media permettono di svolgere delle attività creative ed espressive, e non solo di comunicare: sono molto più importanti di social network come Facebook o di siti 2.0 come YouTube. I due social network sopra citati continuano a ricevere attenzione perché sono gestiti da grandi aziende e raccolgono numerosi utenti grazie ai loro servizi centralizzati. Eppure è lecito pensare che questi grandi servizi centralizzati vadano contro la logica emancipata dei social media.
I social media permettono a ognuno di noi di dare il proprio contributo alla cultura e alla società; mettono nelle nostre mani la comunicazione, la produzione e la distribuzione di attività che, prima dell’avvento di Internet, erano accessibili solo a una manciata di grandi aziende. E al cuore dei social media ci sono i blog. Ogni qual volta leggerete o sentirete dire che i blog sono un’idea superata, pensate a questi dati: secondo le rilevazioni della NM Incite (una consociata della Nielsen/McKinsey) nell’ottobre 2011 c’erano 173 milioni di blog, il 17% in più dell’anno prima; la loro velocità di crescita ha toccato l’apice nel 2009 (il 62% di crescita in un anno) per poi rallentare, sicuramente perché alcuni autori avevano cominciato a usare Facebook per postare contenuti che prima mettevano sui loro blog. I blog, compresi quelli di fotografia, audio e video, sono fondamentali perché sono la casa telematica di un individuo, il suo personale spazio informazionale pubblico (con sezioni private dove, per esempio, si possono conservare le proprie creazioni non ancora pubblicate). E naturalmente c’è chi ha più di un blog, proprio come c’è chi ha più di una casa, e può invitare i lettori a uno dei suoi blog proprio come si possono invitare gli amici a casa propria. Parlando di autori che scrivono narrativa e poesia sul Web, il romanziere François Bon ha definito i loro blog e siti personali " alberi i cui rami sono il laboratorio aperto del processo creativo" (si veda Après le livre, Seuil 2011, in formato e-book).
I social media sono tipici della cultura digitale perché affondano le proprie radici negli individui. Naturalmente, se li chiamiamo social è perché i suddetti individui entrano in contatto e interagiscono, comunicano tra loro, sviluppano attività e progetti per mezzo dei social media. Oltre ai blog esistono tutte le tecnologie e i software che li collegano gli uni agli altri; Ping che avvisano un sito della pubblicazioni di nuovi contenuti, Rss feed che permettono di inserire la visione dei contenuti di un sito in un altro, tag e bookmark condivisi, oppure l’uso del microblogging per consigliare o criticare dei contenuti, e così via.
Il potenziale sviluppo umano derivante dai social media nasce da una combinazione senza eguali:
- il fatto che l’individuo possa progredire nelle sue attività creative, espressive o produttive a piccoli passi, nessuno dei quali richiede un investimento troppo ingente di tempo ed energie o l’acquisizione di nuove abilità;
- il fatto che gli scopi di questo processo di sviluppo siano totalmente sotto il suo controllo;
- il fatto che una larga parte delle espressioni culturali siano de facto accessibili e riutilizzabili, permettendo così a ognuno di noi di farne dei punti di partenza o delle fonti di ispirazione.
Bastano pochi minuti per aprire un blog su WordPress, ma il giorno in cui decidiate di passare al self-hosting (magari affidandovi a un hosting provider) potrete continuare a usare lo stesso software open source di WordPress e trasferirvi i contenuti del vostro blog. In altre parole, non sarete costretti a sacrificare l’ autonomia in favore della comodità. Nelle comunità di scrittura letteraria online la cosa che più mi colpisce è la frequenza con cui gli autori decidono di cambiare le proprie piattaforme o il loro aspetto per adattarle a nuovi progetti o scopi. Non c’è alcuna differenza tra lo scegliere gli strumenti, e a volte addirittura svilupparli, e i contenuti per cui sono usati. Come è ovvio, le persone hanno competenze diverse: le più difficili da acquisire riguardano l’uso delle parole o delle immagini e l’interazione sociale. Ma i social media forniscono una gigantesca scuola en plein air per lo sviluppo umano.
Questo potenziale è minacciato da alcune tendenze contemporanee. La prima ha a che fare con quello che spesso abbiamo dato per scontato su Internet: il fatto che la produzione di un individuo sarà sempre ragionevolmente ricercabile, accessibile e tramessa tanto quanto la produzione di una società internazionale o di un governo. Questa neutralità di Internet, sua caratteristica fondamentale, è minacciata quando si accede alla Rete tramite dispositivi mobili o specializzati come lettori di ebook e persino quando ci si collega con la normale connessione domestica. Gli operatori telefonici, in particolare i membri dell’Etno (cioè gli ex monopolisti) stanno cercando di inserire dei provvedimenti nella revisione del trattato dell’Itu (International Telecommunication Union). Se ci riuscissero, non sarebbe altro che un coup d’état privato contro Internet.
Ho già citato l’altro pericolo, dovuto alla centralizzazione dei servizi. Facebook ne è il caso più estremo, poiché ambisce a centralizzare non solo gli utenti e i loro dati, ma anche vari tipi di media che sarebbe meglio gestire separatamente. Anzi, nella cultura digitale è essenziale saper usare ciascun social medium per lo scopo per il quale è stato sviluppato, per esempio servirsi del microblogging per formulare una breve idea o per suggerire o criticare un contenuto segnalato tramite un link abbreviato. A questo proposito, in pochi anni il microblogging è diventato un canale chiave per consigliare contenuti Web (compresa l’autopromozione) e una forma di espressione unica, oggi celebrata nella twitteratura e nei festival di poesia su Twitter, e naturalmente accusata da altri ambienti di essere un inutile ronzio e di abbassare il livello della cultura. Twitter nasce da un’idea meravigliosa che è stata spinta con efficacia sul mercato. Eppure, la sua posizione dominante ha ben poco a che fare con qualsivoglia innovazione radicale abbia mai prodotto. Anzi, alcune delle innovazioni più importanti, come gli hashtag (le parole chiave segnalate dal simbolo #) e i retweet, sono riconducibili agli utenti. Twitter domina il mercato principalmente grazie ai suoi effetti di rete: è arrivata per prima ed è difficile spodestarla perché l’utente vuol essere dove sono tutti gli altri e ascoltare. Una funzionalità alla Twitter può essere raggiunta su un’implementazione distribuita in cui i tweet e le interazioni di tutti gli utenti siano self-hosted o ospitati su server distribuiti. Prima o poi gli utenti di Twitter si accorgeranno che tutta la loro storia di microblogging è accessibile solo con grande fatica e con un sotfware terzo, usando delle Api (Application Programming Interface), il cui utilizzo è soggetto a regole arbitrarie stabilite da una società quotata in borsa e spinta dai suoi azionisti a monetizzare gli utenti. A quel punto forse prenderanno in considerazione delle alternative, ma potrebbe essere troppo tardi. È meglio esplorare queste alternative oggi, anche solo per fare pressione su Twitter e altri servizi simili perché diventino più aperti.
Philippe Aigrain, tra i fondatori di La Quadrature du Net, un collettivo per la difesa delle libertà dei cittadini su Internet e autore di Sharing: Culture and the Economy in the Internet Age.
fonte: Wired
18/09/12
I Social Network, Diaspora e la Stupidità Intelligente
A mo’ di sfogo..
Ho un account 'istituzionale su Facebook. In realtà, avevo resistito anni prima di attivarlo e una volta aperto si sono manifestati palesemente tutti i timori e le remore: un social network completamente in mano alle multinazionali che sfruttando le informazioni che gli stessi utenti forniscono, quello che ci piace, quello che facciamo, gli stili di vita, ci bombardano con pubblicità mirate. I nostri dati personali che finiscono in enormi database e messi a disposizione delle autorità, il rilevamento dei nostri spostamenti, il continuo monitoraggio da parte di aziende e datori di lavoro. Insomma, una schedatura di massa in piena regola cui, sembra, nessuno dei milioni di utenti da peso, continuando a spiattellare pure quante volte si va al bagno, in quale posizione fanno l'amore, quello che comprano per la cena della sera. Cosi ho limitato il mio account, fornendo semplicemente la mia vera identità (Facebook non accetta anonimi), e la città dove vivo, pochissimi amici intimi con cui condividere solo informazioni di servizio e ricevendo (cliccando sul famigerato "mi piace") solo notizie da alcuni organi d’informazioni on-line e aggiornamenti sui concerti che si svolgono in città. Lo stimolo maggiore è arrivato comunque dalla famiglia, e in particolare dai nipotini, che ho la sfortuna di avere lontani, autentici geek, famelici di contatti e condivisioni e che preferiscono la rete al cellulare per comunicare, ormai come la stragrande maggioranza della loro generazione. E poi per il lavoro: paradossalmente, si desta più di qualche sospetto: non hai un account Facebook, allora hai sicuramente qualcosa da nascondere. Quindi informazioni e contatti ridotti al minimo indispensabile, mentre i miei interessi, i miei acquisti, le mie posizioni politiche (per quanto evidenti), i miei stati d'animo e le esperienze che mi sento di condividere li ho spalmati su altri siti: un blog personale "generalista", un account per i video, uno per la musica. Google+, per curiosità e subito abbandonato, dopo la censura di una vecchia foto tratta dagli archivi di Life, pensate come stanno messi.. E Twitter, che comunque uso pochissimo. Per discussioni più approfondite, mailing list su argomenti specifici.
Già Robert Musil osservava che ' la stupidità è ormai a tal punto compenetrata nelle forme alte del nostro sapere, da renderla assolutamente inseparabile dall'intelligenza che la produce', potendo cosi parlare di "stupidità intelligente" e di "intelligenza stupida". Forse è impossibile aggirare la stupidità dei singoli (soprattutto la propria!), ma qualcosa si potrebbe e si dovrebbe pur fare contro quella collettiva e sistematica, che ha condotto e conduce a un vero e proprio regresso della ragione. L'intelligenza è sempre scaturita dall'ambiente in cui essa si sviluppa: l'intelligenza è ciò che permette di collegare gli individui sconnessi tra loro e da loro stessi...
Ero dunque curioso e contento quando lessi di un nuovo social in arrivo: una federazione di pod sparsi per il mondo, quindi dislocati e indipendenti anche se riconducibili a un unico server, progetto open source, cioè l'opportunità da parte degli utenti di poter intervenire sul codice sorgente e migliorarlo, niente pubblicità, più attenzione alla privacy mediante gli aspetti (una classificazione e sotto classificazione dei contatti, per scegliere più facilmente e con più attenzione cosa e con chi condividere i post..), la totale proprietà dei nostri dati e del materiale postato e la liberta di chiudere l'account in qualsiasi momento e in maniera definitiva. Be, con queste premesse, chi non avrebbe voluto partecipare? E poi..mi piaceva far parte di un progetto nuovo, costruito da un gruppo di ragazzi indipendenti, auto finanziato, aperto e totalmente in linea con le mie idee e la mia visione di una rete più aperta, sganciata dal potere e dalle pressioni dei grandi colossi commerciali, più rispettosa della liberta e della privacy degli internauti. Cosi ho spedito la richiesta (sul pod principale era richiesto un invito..) e dopo un po’, un bel po’ in verità, ho finalmente avuto un account su Diaspora.
Al primo colpo d'occhio risulta evidente che il codice della piattaforma è scritto un po’ alla carlona: semplice, essenziale, graficamente bruttino. Poco intuitivo comunque, per chi è a digiuno di linguaggi di programmazione e difficoltà a installare plug-in per utenti non esperti. La prima sensazione quindi è stata quella di un progetto debole, pieno di falle e bug, anche dopo il rilascio di una nuova versione. Ma non si può non dare fiducia a un impegno simile: ragazzi universitari che sottraggono tempo e risorse alla loro vita privata per tentare di sviluppare qualcosa in larga scala forse mai vista prima in rete: un connubio tra privacy e connessioni sociali. Fiducia accordata anche dopo le voci filtrate (e verificate) di un interessamento con relativa donazione da parte di Zuckerberg, dell'indicizzazione dei contenuti pubblici degli utenti da parte di Google e la destinazione finale delle foto e delle immagini, che finirebbero sui server di Amazon, altro colosso commerciale della rete.
E forse è proprio il connubio tra il tentativo di mantenere un livello di privacy accettabile e i rapporti tra utenti che riserva la delusione peggiore. C’è un po' aria da..unti del signore: un po’ per la vecchia faccenda degli inviti, e un po’ per il fatto di essere su di un social nuovo con tutte le aspettative descritte sopra. Per autodefinizione, tutti alternativi, anarchici, 'pieni di diversità, (sì, qualcuno, legittimamente per altro, si definisce cosi!), visionari, ecologisti, rivoluzionari... Io personalmente ho sempre diffidato di chi si auto definisce diverso, ma tant'e.. Gli aspetti, in definitiva, risultano quasi inutili: la maggior parte dei post sono pubblici, questo perché' si è sempre a caccia di nuovi contatti e una volta ottenuto uno nuovo, si passa oltre. La connessione sociale si limita al "mi piace" di Facebukkiana memoria e a qualche commento sui post: un fiorire di..wow!, wonderful, e soprattutto di 'LOL, il nuovo intercalare per bimbominchia deficienti e su cui hanno fatto addirittura un film che più idiota non si può. Ho già diffidato per altro, quelli che insistono con un altro intercalare, 'ehi man..ehi brother'..all arabs are terrorists: io non ho fratelli, né sorelle, coglione! .. Un flusso di post che scorrono sulla bacheca su arte (presunta e non), immagini, foto, gif stupidine e video musicali che per lo più non vengono riconosciuti, non si capisce se per un bug di sistema o per problemi di copyright. (Su gli altri social sono tutti ben visibili..). E a proposito di copyright, tutti anarchici e rivoluzionari, pronti pero a rimbrottarti se non metti la discalia dell'autore della foto o dell'immagine, cosa a volte impossibile dato i continui reshare che queste subiscono ogni giorno sulle sterminate highway della rete, e poi appropriarsi di vecchi post di altri utenti a nome proprio. Dopo le foto, le gif e i video, l'ingrediente più postato sono le citazioni: frasi storiche, proverbi, battute di cantanti e attori, versi, pezzetti di romanzi, barzellette: servono a dar prova di conoscenza diretta, di vastità d’interessi, puntando a far colpo e però alimentando il narcisismo che contraddistingue noi utenti della rete. (Sappiamo benissimo che le citazioni non provengono dalla conoscenza dei testi, ma dalle raccolte di citazioni, veri e propri dizionari presenti a migliaia sulla rete e in tutte le lingue, Google e Wikipedia in testa).
Certo, ci sono persone e post interessanti, ma tocca stare sempre allerta.. Ci sono pochissimi utenti che esprimono qualcosa al proprio riguardo, alla propria vita, alle esperienze, che non significa dire a tutti che ti stai facendo una pasta e fagioli: quello, si chiama cazzeggio, ed è comunque lecito. Comunicazione, quindi, pari quasi a zero. Personalmente avevo più volte pensato di chiudere l'account. Tanti l'hanno fatto ed erano quelli tra i più interessanti, poi ho deciso di trasformarlo in una specie di diario personale per immagini e musica: tutto quel che posto ha un riferimento alla mia vita, un episodio, un’esperienza, uno stato d'animo, un riferimento al lavoro o a una situazione sentimentale o familiare e a notizie di attualità che mi stanno particolarmente a cuore. Me ne strafrego del "mi piace".
Va bene, come asserisce Fatamorgana, il cazzeggio è la base di tutti i social, nessuna discussione di rango, per lo più chiacchiericcio, riflessioni nervose, frettolose e in molti casi incivili. Si aggiungono poi piccole e grandi molestie reciproche associate a una malignità e un qualunquismo di fondo, schizofrenia, commenti fuori luogo, gioiosa stupidita..
Da un progetto nato non solo per dare un semplice servizio agli utenti ma per sensibilizzare e proporre un modo nuovo di stare in rete (e di socializzare..) ci si aspetterebbe qualcosina in più. Per il momento, ferme tutte le novità annunciate (tra cui una chat video, nuova gestione dei profili e la non risoluzione dei bug e delle falle) due pod hanno già chiuso i battenti, quello italiano (al solito) e quello canadese, ben più frequentato. Quel che resta è l'upload di foto e video, che fanno di Diaspora per il momento, uno dei tanti social sulla rete..
Forse sono solo un vecchio nostalgico: l'unico social davvero degno di questo nome era MySpace, finchè ha funzionato. Invece di potenziarlo, facendo accordi con siti di contenuti musicali, video e altro, preferirono seguire le strategie di Zuckerberg. E si è visto com’è finita. Proprio sullo Space conobbi la mia attuale compagna, come a dire: "Ho detto tutto"..
Per i più curiosi,
questa è la mia pagina su Diaspora 18/05/12
La Rivoluzione non sarà Twittata
La rete,internet,i blog,i social network sono una realta' da cui attingere informazioni altrimenti difficili da raggiungere, nonostante tutti i tentativi di imbavagliare,controllare,boicottare i contenuti che i cyberattivisti condividono in nome della liberta' d'espressione,politica e nele arti e nelle scienze. Le rivoluzioni o per meglio dire le tentate rivoluzioni nei paesi del medio oriente, Egitto, Tunisia e Siria sono state viste in tutto il mondo come rivoluzioni fatte da internet, ma.."le idee non partono da facebook alla piazza, ma viceversa". A sostenerlo con forza e' Hassan el Hamalawy, giornalista,fotografo free lance e,per sua definizione blogger socialista. Egiziano, il suo e' un blog molto seguito nel panorama egiziano,collabora con Al Jazeera,Bbc,Cnn. Piu' volte arrestato, l'ultima volta per aver rimosso la bandiera statunitensa dalla sua universita' in segno solidale con il popolo palestinese, Hassan e' esponente di primo piano del SR, movimento socialista di ispirazione Trotzkista, sopravvisuto al disastro della sinistra egiziana negli anni '90. Unico gruppo che ha veramente contrastato e combattuto Mubarak presidiando piazze,fabbriche e campus universitari.
"La rivoluzione non sara' twittata!"
Il tentativo rivoluzionario egiziano non e' stato attuato dalla rete, anche se i social network, Facebook e Twitter sono stati usati dagli attivisti per la diffusione delle informazioni e per raccontare quello che accadeva (e che accade) nelle strade. Ma le idee che l'hanno innescato sono partite dalle piazze e non da internet. La gente ha discusso e proposto e quello che ne e' venuto fuori e' transitato on line per diffonderlo. " Ho 64 mila followers su Twitter,ma cosa sono rispetto a 85 milioni di abitanti del paese? ", dichiara Hassan. Effettivamente..niente. Ma questo non e' stato compreso all'estero. Quello che la rete ha fatto e' trasmettere quello che i media mainstream e controllati non riportano ai grandi network mondiali come Al Jazeera che ha cento milioni di utenti e le grandi agenzie di stampa come la Reuters. Le manifestazioni,gli scioperi,gli scontri sono nati spontaneamente e dopo gli arresti di mass del 2008,e non perche' sono stati chiamati su Facebook. E Mubarak non e' stato rimosso grazie alle migliaia di persone in piazza Tahrir ma attraverso gli scioperi generali scoppiati in diverse grandi citta' egiziane nel Febbraio 2004 che i grandi media praticamente ignorarono. Hassan,a ragione,afferma che non e' ancora cambiato niente, nonostante il presidente Mubarak sia stato deposto. Il vero potere e' sempre in mano ai suoi ex generali, che cercano di salvare la vecchia nomenklatura e instaurare un nuovo regime. I militari controllano quasi la meta' dell'economia del paese,non tollerano intrusioni nei loro affari ne discutere del loro budget e delle loro responsabilita' nella repressione e negli omicidi nelle piazze. Resta quindi solo un operazione di facciata avere eletti in parlamento o ottenere la carica di presidente della repubblica per un membro dell'opposizione. "Bisogna continuare,rovesciare i generali ed avere elezioni democratiche veramente libere per scrivere una nuova costituzione. Portare pz.Tahrir in tutte le strade,le scuole e in tutti centri produttivi. C'e' bisogno di democrazia diretta,del controllo delle fabbriche da parte dei lavoratori mediante l'autogestione e senza i vecchi burocrati dei partiti al potere. Boicottare i media controllati dal potere e per questa battaglia e' necessario la controinformazione che passa attraverso i cellulari (il 97% della popolazione ne e' dotata) e internet, che sotto l'aspetto visivo da un idea chiara di quello che accade nel paese. Documentando l'assalto della polizia contro i manifestanti,visualizzare gli eventi e' il modo migliore per diffonderli e causare un effetto domino". La fotografia e' un ottimo mezzo per smuovere le coscienze e mobilitare, perche' una foto puo' spiegare meglio di mille parole.
Il nome d'arte in rete di Hassan e' 3Arabway: prima era TheArabist che pero' in arabo ha una cattiva conformazione (Mustaarib) perche' e' cosi che si chiamano le unita' terroristiche israeliane che si infiltrano vestendosi come i palestinesi per poi assassinarli..
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