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11/09/13

Apocalypse Town

Case abbandonate, accasciate sulle loro fondamenta. L’erba alta e verde che ne avvolge l’interno, soffocandone i resti. Strade deserte e immacolate, attraversate dal moto veloce e silenzioso di un alce o di un coniglio. Rotaie arrugginite che corrono Verso gli scheletri tranquilli di qualche grattacielo in lontananza. Un terremoto oppure un uragano? La guerra aerea oppure quella atomica? San Francisco, New Orleans, Dresda, Nagasaki? Gli immaginari e la realtà della catastrofe hanno spesso assunto citta e metropoli come loro scene principali. Il copione e consolidato. Un violento choc esterno si abbatte sulla citta, determina la brusca interruzione della sua esistenza, ne annienta gran parte della popolazione disperdendone i sopravvissuti. Infine, come accade nelle rappresentazioni fantascientifiche, ne piega definitivamente l’habitat concludendone la storia. Eppure le rovine che abbiamo evocato non sono quelle generate da una grande catastrofe, bensì quelle accumulate da una quotidiana sottrazione di persone, capitali e attività umane dispiegatasi nell’arco di alcuni decenni. Nel caso delle citta della cosiddetta Rust Belt negli Stati Uniti - Detroit, Cleveland, Flint e Youngstown, fra le altre - non si è prodotto alcuno choc violento e improvviso. Ma solo una lunga agonia capace tuttavia di produrre un vertiginoso ammontare di macerie, sia materiali sia sociali.Gli effetti combinati del cambiamento economico, di quello sociale e delle forme d’insediamento umano sprigionatisi nella seconda meta del Novecento hanno reso metà del novecento hanno reso eccezionale il paesaggio di queste città, imponendone la lettura in termini negativi: territori post-urbani o al meglio de-urbanizzati che, ancor più di quelli scaturiti dalle grandi catastrofi, ci ricordano come le città possano ancora morire. Mentre New Orleans ha ripreso a crescere, Detroit continua infatti ad affondare. Le cronache - e di cronache si tratta: né di teorie interattive né di racconti apologetici - contenute in questo libro raccontano del violento declino di queste città e delle risposte che di fronte ad esso popolazioni e istituzioni hanno saputo organizzare, adattandosi progressivamente al contesto di città con sempre meno abitanti, posti di lavoro e servizi e con sempre più immobili abbandonati e spazi inutilizzati in via di rinaturalizzazione. Nelle città in declino, le condizioni di vita di popolazioni discriminate, impoverite e marginalizzate sono state cosi spinte al limite: nei deserti urbani della Rust Belt, curarsi e fare la spesa, studiare e spostarsi, lavorare e andare al cinema è diventato incredibilmente difficile, talvolta impossibile.

Di fronte al trauma di una crisi permanente, istituzioni e popolazioni hanno prima reagito muovendo le leve tradizionali dell’economia con l’obiettivo di tornare a crescere. ln seguito, dopo decenni d’insuccessi, il declino è stato assunto come inarrestabile e la crescita è divenuta un miraggio irraggiungibile. E' cosi che nelle città visitate nel corso del nostro viaggio sono oggi in molti a credere che il trovarsi ai margini dei grandi flussi dell’economia e della cultura globali non sia più il problema da risolvere, ma la grande occasione da non sprecare. Nei crateri dello sviluppo torna a fiorire l`utopia: visioni del futuro spesso ingenue e irrealistiche, ma che in territori espulsi dalla corrente principale della storia vengono a rappresentare forze potenti di trasformazione delle società locali e di identificazione da parte delle popolazioni residue che le compongono. Se molto del pensiero utopico del diciannovesimo e del ventesimo secolo voleva edificare nuove città abbandonando le vecchie, nella Rust Belt l’utopia si sperimenta proprio fra le rovine di queste ultime. Le sue città in crisi irreversibile diventano i luoghi perfetti per sperimentare quanto le retoriche dell’autosufficienza e della sostenibilità propongono in questo tempo di crisi. La riorganizzazione della produzione e dei consumi su base locale e la riconciliazione fra habitat umani e cicli della natura costituiscono i riferimenti principali di molte delle pratiche del vivere nel declino che abbiamo osservato. ldee non nuove, che tornano ad essere credibili in città che, per riprendere le parole di uno dei testimoni delle nostre cronache, <<sono morte abbastanza per poter rinascere>>.

Alessandro Coppola
APOCALYPSE TOWN
Cronache dalla fine della civiltà urbana


24/07/13

I cinque ragazzi di Detroit, il default e Trayvon Martin

Alla fine di luglio del 1973, era in giro per le strade di Mount Clemens, Michigan, un sobborgo di Detroit, con la sua macchina fotografica. Come fotografo del Macomb Daily. La fetta di vita che catturò quel giorno era una foto di cinque giovani amici in un vicolo spazzato dalla pioggia, nel centro di Mount Clemens. E ciò che la distingue dalle centinaia di altre foto è il soggetto: tre bambini di colore, due  bianchi, ridono, felici, abbracciati. Joe Crachiola ricorda. "Ho visto questi ragazzi che giocavano in strada, e ho iniziato a scattare alcune foto. Poi, mi hanno visto e tutti si sono girati a guardarmi: ho subito scattato e questa è la foto che ne è venuta fuori.  E 'stato del tutto... spontanea, e non ho minimamente influenzato la posa dei ragazzini ".
Questa settimana, Crachiola, che ora vive a New Orleans, ha postato la foto  sulla sua pagina Facebook. "Per me, è ancora una delle mie foto più significative", ha scritto nel suo post. "E mi domando ... A che punto possiamo iniziare a diffidare l'uno dell'altro? Quando cominciamo a giudicarci in base al sesso o razza? Mi sono sempre chiesto che cosa è successo a questi bambini. Chissà se sono ancora amici "
L'elegante semplicità della foto ha colpito. La pagina Facebook di Crachiola ha avuto ben 100.000 contatti. E seimila "mi piace". Il Macomb ha subito ristampato e attraverso i suoi archivi  ha tentato di  identificare i bambini, che sono ormai uomini e donne di mezza età. E' davvero difficile non sorridere guardando questa immagine. Crachiola ha dichiarato di aver pubblicato la foto dopo aver appreso il verdetto del processo Zimmerman (l'assassinio, in Florida, a sangue freddo di un ragazzo afro-americano,Trayvon Martin, sceso in strada per comprare thè freddo e caramelle, da parte di una guardia giurata e la sua scandalosa assoluzione). E il feedback è stato enorme: "Qualcuno mi ha inviato un'email dicendo che lavora con uno dei ragazzi che era nella foto," dice Crachiola.  "Questo", ha scritto Darnesha Taylor Shelly su Facebook, "è mio marito insieme a sua sorella". Sembra che una 'reunion' degli ex ragazzi felici di Detroit potrebbe essere imminente.

Questa la foto del 1973  dei cinque bambini che giocano in un sobborgo di Detroit.  I bambini erano (​​da sinistra) Rhonda Shelly, 3 anni , Kathy Macool, 7, Lisa Shelly, 5, Chris Macool, 9, e Robert Shelly, 6.


http://www.npr.org/blogs/codeswitch/


Intanto, Detroit è ..fallita. Da anni il simbolo della deindustrializzazione a stelle e strisce è l'epicentro di una catastrofe economica, sociale e demografica che ha piegato le metropoli del Midwest e del Nordest statunitensi. «Ground zero di un intero modello di sviluppo». Così le ha definite a Linkiesta, lo scorso ottobre, il milanese Alessandro Coppola, studioso di fenomeni urbani e autore del saggio Apocalypse Town (Laterza). Perché città come Detroit (o Flint; o Cleveland; o Buffalo) ospitano tristi «deserti urbani» dove «curarsi e fare la spesa, studiare e spostarsi, lavorare e andare al cinema è diventato incredibilmente difficile, talvolta impossibile». Realtà dove scarseggiano i cibi freschi ma avanza la natura selvaggia, le downtown si svuotano e le gang crescono (al pari degli orti urbani).



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