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02/01/18

Dalle tombe al mainstream. Ecco a voi il 2018! Bauhaus Live 1998


31/12/2017
Lavoro pressante, con aspettative sempre troppo alte. E poi, bilanci esistenziali, il clichè per cui durante le festività nataliziea bisogna essere tutti felici. Un mix esplosivo di sentimenti e condizioni, che alcuni chiamano il Christmas Blues. L'obbligo di dover festeggiare che si percepisce e che deriva dall'idea stereotipata del Natale e del Capodanno, veicolata soprattutto dai media e dalla pubblicità. E allora vai con il senso di tristezza e depressione,  disturbi vari e attacchi di panico. E' una sorta di 'effetto post partum natalizio', diceono gli esperti. Ma noi, di fronte alle feste ed ai rituali, ce ne freghiamo.. E contrapponiamo al Capodanno istituzionale con feste chiassose, concerti in piazza con le solite mummie imbalsamate, balli con musica disco che ci rivolta, botti e pistolettate varie, una buona cena tra gli intimi, tanta birra scura, vino bianco, candele e tanto, tanto..buon vecchio Goth.
Sul Goth abbiamo letteralmente messo una pietra tombale con questo post di un pò di tempo fa, con tanto di glossario e playlist, ma vogliamo chiudere quest'anno con una delle band della nostra formazione. Non mi dilungo: i primi giri di basso che ho cercato di riprodurre sono proprio quelli di David J dei Bauhaus. Buon anno comunque a tutti, e se vi va, godetevi questo live del 1998, registrato all'Hammerstein Ballroom di New York City, il 9 e 10 Settembre. CHEERS!!!!

25/12/15

Una gigantesca collezione di cassette in download

Mix Tape Culture
"La cassetta, servitrice dell'umanità..  Bastavano pochi soldi per farla lavorare, e droghe, troppo denaro, storie d'amore maledette, notti brave, fan invadenti e pedinatori, critici stronzi - nessuno degli inconvenienti della vita di una rockstar ha invaso lo spazio della cassetta.. 

"Non è stata la Cultura più elegante del pianeta. Si trattava di arte povera - un lungo e variegato testamento dell’etica della vita di strada tipica del modello fai-da-te della scena punk"....

30 Gigabytes di rarità dagi anni '80 e '90
Se siete alla ricerca di un buon modo per trascorrere un pò di tempo in questi giorni di festa, Archive.org porta alla luce un'enorme quantità di musica, eccezionalmente riversata su.. nastri. Una gigantesca collezione di cassette, quindi, che vanno dalla metà degli anni '80 fino a quella degli anni '90, tempi in cui le cassette erano il metodo standard per la condivisione di musica, piuttosto che oggetti da collezione.

Le note di Archive. org ci dicono che la collezione, di circa 30GB, è stata salvata dagli archivi della noise-arch.net e donata da ex conduttore radiofonico della CKLN-FM Myke Dyer nel mese di agosto del 2009. A causa delle sue dimensioni e della scarsa conoscenza del materiale, la collezione non è stata correttamente catalogata, ma si parla di sperimentazione, industrial, avant-garde, indie, rock, punk, e "materiale ipnotico".


05/06/15

The Breeders, le sorelle Deal, che si insinuavano nelle menti.

Una storia degli anni '90. Mi piacevano le Breeders. Per un periodo, molto più dei Pixies, che erano venuti un pò a noia e mi accompagnavano, le ragazze, Kelley Deal, e la sorella gemella Kim, ex bassista dei Pixies, nei miei lunghi viaggi di lavoro. Solo che furono una delusione, e il gruppo si consumò molto velocemente, dopo che Kelley Deal fu arrestata per possesso di eroina nel 1994. Last Splash, del '93 era salito in cima alle classifiche alternative, trainato da un singolo, l’irresistibile Cannonball, che girava in continuazione su tutte le radio specializzate. Kelley era entrata (anzi, rientrata, visto che le Breeders erano un’idea delle due, accantonata poi con l’ingresso di Kim nella formazione di Black Francis) nella band nel ’92 con l’EP Safari. E aveva portato la sua chitarra e il suo sensuale mondo in una formazione di anime - Tanya Donelly, ex Throwing Muses, Josephine Wiggs dei Perfect Disaster e Carrie Bradley - e voglie femminili gia esplorate con l’esordio di Pod del 1990

Il successo porta stress e non tutti lo sopportano come si deve, soprattutto nel mondo del rock e dopo tour massacranti, come il le date del Lollapalooza il gruppo comincia a cedere, e le due sorelle riprendono le vecchie abitudini alcoliche di quando suonavano per i bar della loro citta, Dayton nell’0hio.Le cose si aggravano, come sempre, con l'eroina e i guai conseguenti di Kelley, che viene arrestata e condannata dal giudice a quattro mesi di cura di disintossicazione dalla droga e dall’alcol in un centro di riabilitazione, la Hazleden Clinic del Minnesota. Le cose vanno male e le Breeders si fermano. Ritorneranno le due sorelle, dopo esperienze musicali separate, Kim con il progetto Amps, e Kelley che mette su i Kelley Deal 6000 coi quali incidera due dischi, Go To The Sugar Altar nel1995 e Boom! Boom! Boom! nel ’97, a Los Angeles nell’estate del 2000: nel 2002 esce il disco Title TK. Poi, nient'altro fino alla solita reunion dei Pixies pocom tempo fa. Ma le Breeders, quanti chilometri abbiamo macinato insieme..

Ps: Breeders era (è) anche un film di fanta-horror dell’86 per la regia di Tim Kincaid. Un film che parlava di alieni che si insinuavano nelle menti dei terrestri condizionandoli ai loro voleri.
Disc: Breeders, Last Splash (1993); Title TK (2002).



The Breeders - LSXX (Last Splash 20th Anniversary Edition).zip




15/04/15

1995, l'anno vintage e supersexy (per la musica)

Nel 1995 non succede poi un granchè. Finisce la guerra in Jugoslavia, certo una bella notizia, i nazisti americani fatto saltare in aria un intera sede dell'FBI (Oklahoma) mentre i fanatici religiosi giapponesi usano il gas Sarin nella metro di Tokio. E come dimenticare l'arrivo di Windows '95, appunto? Non ricordo nient'altro di significativo, ma per me è un anno.. fondamentale. Si, nel '95, avevo già un lavoro, un posto nella società, come si dice, un pò di idee stereotipate e valori presunti. Ma già allora sapevo benissimo che si trattava di luoghi comuni e che quei valori, diventati gradualmente credenze fondamentali nella comunità in cui vivevo, non significavano niente per me, e soprattutto pensavo che con essi non sarei mai diventato un adulto "migliore". Così, decisi di chiudere tutto, lavoro, casa, famiglia, convivenze, amici. E di partire..

Agli sgoccioli del millennio, anche la (buona) musica dava gli ultimi sussulti. Così con tante uscite il 1995 è diventato un anno "vintage": 12 mesi mastodontici che produssero prodotti che sarebbero diventati classici, del calibro di Radiohead, Oasis, Pavement, e tanti altri.
Qui ci sono gli album che celebrano il "mio" 20 ° anniversario di quell'anno: attenzione, mancano tanti dischi in questa playlist, (oltre a quelli già citati sopra), come (What's the Story) Morning Glory degli Oasis, Vitalogy dei Pearl Jam, ma questo è quello che comprai e che ascoltavo io, insieme a tanta altra roba del passato, chiaramente: classifiche di vendita e quelle dei critici non sono contemplate..

Tricky - 'Maxinquaye'
La sorpresa più grande, Overcame (ma tutto il disco..) fu il mio tormentone di quello e di molti anni a seguire. Proveniva, inaspettato da un ex-Massive Attack, band di cui avevo già tutti i dischi, Kid Tricky, ausiliario e ospite su Protection l'anno prima sembrava tagliato fuori, invece si stava preparando per il suo debutto - un brillante twisted trip-hop, accompagnato dall' adolescente Martina Topley - La cover dei Public Enemy 'Black Steel' a chiudere un mezzo capolavoro.

Aphex Twin -'I Care Because You Do'
Terzo album vero e proprio dell'irlandese Richard David James, aka Aphex Twin, probabilmente il suo lavoro più soddisfacente ad oggi, via acid e techno ma una sorta di amalgama di drum & bass e schizzi ambient, sicuramente influenzato dal movimento jungle in voga in quegli anni. Aria fresca, sicuramente..

Massive Attack Meets The Mad Professor - No Protection
Molti considerarono Protection, secondo album del 1994 dopo il pionieristico 'Blue Lines'; troppo liscio, morbido, troppo dimenticabile. Invece Protection è un grandissimo, bellissimo disco che sarebbe in cima all'eventuale classifica di tutti i '90. Mad Professor, gran guru e produttore dub, dalla Guyana, ebbe il via libera dall'ormai trio di Bristol, per una rivisitazione fragorosa e a volte brutale dell'originale. Il risultato fu 'No Protection', notturno, scuro, martellante.

Blur - 'The Great Escape'
Un disco che non mi piace tutto, devo ammetterlo. Viziato quarto album dei Blur certo contiene 'Country House', 'Universal', ma sembra fatto in due momenti diversi: "Country House", "Charmless Man" o "It Could Be You" sono trascinanti e solari, mentre da The Universal a "He Thought Of Cars", fino a "Best Days", suonano malinconiche, e "Yuko and Hiro è proprio triste.

Goldie - 'Timeless'
Anni in cui Goldie era la cosa in giro più alla moda. Ha davvero brillato ma brevemente, filtrando il drum & bass nel mainstream, diventando il volto della scena dance più emozionante degli ultimi anni. Manifesto del genere jungle, forse il doppio album epocale del drum'&'bass, con sonorità urban e nois. Con solo voce, basso e qualche laptop, Goldie assicurava performance devastanti: ascoltate l'iniziale Timeless..

Black Grape - It's Great When You're Straight... Yeah
('E' bello quando sei Etero ... Yeah! ')
Di tutti gli improbabili trionfi pop del 1995, il ritorno glorioso di Shaun Ryder è stato quello che ha preso il ..biscotto. Gli Happy Mondays che tanto avevo amato erano crollati disordinatamente ma Ryder tornò ancora più squilibrato di prima. Il primo singolo 'Reverend Black Grape', accusa la chiesa cattolica di contiguità col nazismo, "Oh il Papa ha ripulito i loro casini, e in cambio di oro e dipinti, ha dato loro nuovi indirizzi ". La canzone causò polemiche anche perchè conteneva una breve clip audio di Adolf Hitler in uno dei suoi comizi. In definitiva un grande disco di funk, hip-hop, jungle, raga, house, reggae e heavy metal

The Chemical Brothers - 'Exit Planet Dust'
Album di debutto che ammetto di non aver capito alla sua uscita, sempre guardingo quando ho a che fare con ritmi da ballare. Coniò il nuovo stile, segnando la nascita della dance elettronica più all'avanguardia. Da questo disco si iniziò a parlare anche di big beat. Un pò monotono in alcuni episodi, qualche traccia che ricorda i temi dei film d'azione dei primi anni Settanta 'Exit Planet Dust' rappresenta l'apripista per i nuovi suoni che seguirono. Il singolo 'Leave Home' sembrò la cosa più forte di ogni altra in giro nel 1995..


Leftfield - 'Leftism'
Che disco! Ricordo come fosse ieri.. Lo scoprì ascoltandolo per la prima volta su Radio Onda Rossa. Come i Chemical Brothers di ' Exit Planet Dust ', fu il debutto dei Leftfield e considerato il primo album di "techno per quelli che non volevano scendere in pista a ballare. Rimane un classico dell'epoca e di ispirazione per molti che seguirono. Quando ascoltai lo "sgraziato" John Lydon, dichiarato nemico giurato della musica dance nell'incendiario "Open Up", capì che Leftfield con Underworld, Chemical Brothers, The Prodigy e Orbital, dimostravano che la nuova musica dance elettronica poteva competere con i loro coetanei che ci ossessionavano con il rock fatto di chitarre elettriche. Bassi pesantissimi, dub, ritmi jungle e venni convertito al culto della chiesa dei Leftfield. Aspettai 4 anni per il secondo, 'Rhythm And Stealth del 1999: Africa Show', 'Dusted' e 'Phat Planet "...


PJ Harvey - 'To Bring You My Love'
Brillanti, 'Dry' e soprattutto 'Rid Of Me' ci avevano consegnato Polly Harvey come una vera rock'n'roll girl britannica. 'To Bring You My Love' è un disco blues espansivo, suoni caldi, densi, ora soffusi ora forti e graffianti. Un disco notturno, con dentro tanta sofferenza, avvolgente, a volte straziante. Nick Cave versione femminile..

Genius / GZA - Hot 'Liquid Swords'
Uno dei pochi dischi rap che riuscivo a sentire dopo l'ondata dei primi '90, A tribe call "Liquid Swords" di GZA è ancora di una bellezza tentacolare, che confermava il sospetto che questa era una band di hip-hop di rara abilità.


The Charlatans - The Charlatans
Un'ossessione quasi malsana 'The Charlatans' : con loro il Britpop diventò rock'n'roll allo stato puro, più in debito con primi anni '70 dei Rolling Stones e Kinks e che ancora oggi mostra pochi segni di stanchezza creativa. Il gruppo, ancora in auge perse il tastierista Rob Collins, il quale morì in un incidente stradale durante la registrazione del loro quinto album Tellin' Stories (edito nel 1997), e recentemente il batterista Jon Brookes, morto per un cancro al cervello il 13 agosto 2013. The Only One I Know compare ancora in qualche playlist per i viaggi in macchina..

Elastica - 'Elastica'
Mentre la Blurmania spazzava a destra e a manca, la fidanzata di Damon Albarn Justine Frischmann con gli Elastica sfornò quest'album di debutto non male, La band attirò alcune osservazioni maliziose con 'Line Up' e 'Connection', con le puramente (ma non troppo) casuali somiglianze con la musica dei Blur, ma il disco è così ascoltabile e incisivo e che tutti noi l'abbiamo lasciato passare..

Smashing Pumpkins - 'Mellon Collie & The Infinite Sadness'
Mai stato un super fan dei Pumpkinns, ma indubbiamente con Mellon Collie, tre album in uno, Billy Corgan scatenò la sua opus magnum.

Red Hot Chili Peppers - One hot Minute
Anche dei Red Hot Chili Pepper non sono un fan accanito, ma One hot minute, considerato album minore mi piacque parecchio. Fuoriuscito John Frusciante per problemi di droga, entrò Dave Navarro dei Jane's Addiction. E forse proprio per il contributo di Navarro, che smussò gli angoli più ruvidi della musica dei Red fino ad allora, lo rese meno funky, meno heavy. Grandi ballade, My Friends, Aereoplane, con testi oscuri, su droga, dipendenza religione e depressione, con Anthony Kiedis che ricadde nell'eroina dopo un periodo di astinenza.

Morphine - Yes
L'ho tenuto per ultimo ma è il vincitore morale. Tre membri, e nessuna chitarra solista, con Mark Sandman al basso con solo tre corde. Un suono eccellente, tutto focalizzata sul contrabbasso, e sul sassofono sporco, distorto. Testi poetici, racconti di malinconia, squallidi e mancati approcci sessuali. Riff memorabili che fanno di Yes una reliquia, pieno di stile, suoni della notte, crepuscolari, arrangiamenti minimali.. Carlo verdone impazzisce e li omaggia in Viaggi di Nozze, poi la tragedia di Palestrina: le ultime parole di Sandman prima di spegnersi sul palco per arresto cardiaco le ricordiamo un po' tutti:<< Grazie Palestrina. È una serata bellissima, è bello stare qui e voglio dedicarvi una canzone super-sexy”>>.. 






07/04/15

Bellezza e tristezza, River Phoenix

Direttamente dagli anni '90..

BELLEZZA E TRISTEZZA
La morte di River Phoenix ha sorpreso e depresso tutti quelli che conosco, persino chi liquidava il divismo cinematografico come una forma di ipnosi di massa indotta dalle corporation. Circa settantadue ore dopo il collasso fatale, io e un amico disincantato ci siamo imbattuti in una recente intervista televisiva dove il coscienzioso giovane attore illustrava i suoi progetti futuri, e siamo scoppiati a piangere sconvolti. Strano. Quello che ripetiamo di continuo: strano che sia morto; strano che ci colpisca tanto. E come se in segreto lo ammirassero in molti: la sua arte di attore incontrava il favore degli spettatori, indipendentemente dalla debolezza del film o dall’iniziale freddezza del pubblico. Mentre scrivo, Hard Copy, che non è certo un programma noto per il suo rigore morale, sta coprendo di lodi un paparazzo che non se l’e sentita di fotografare le convulsioni dell’attore agonizzante.
Le voci che giravano, anche nelle rubriche di gossip, garantivano che Phoenix conducesse un’esistenza abbastanza integra e decorosa, rispetto ai suoi colleghi: progressista, vegetariano e appassionato di poesia, senza l’antipatia di Shannen Doherty, l'autodistruttività di Judd Nelson, la boria di Mickey Rourke. Ugni tanto qualcuno giurava di averlo visto in disparte, teso e solitario, all’inaugurazione di qualche galleria d’arte: il perfomer sadomaso Bob Flanagan, ex componente della compagnia di improvvisazione comica Groundlings, ricorda Phoenix barcollare ubriaco sul palco durante uno dei loro sketch. Bella scoperta, era un ragazzino. Quasi sempre, invece, sembrava troppo serio, incapace di rilassarsi, di liberare la mente. In un recente numero della rivista Detour, Phoenix criticava aspramente l'egocentrismo di molti suoi colleghi, e diceva di voler lasciare non solo Los Angeles, ma addirittura questo miserabile paese. Eppure, continuava a vivere qui, ed è qui che è morto, in un locale trendy, sotto l’effetto di stupefacenti. Quindi ai difficile farsi un’idea. La morte concentra l’attenzione sulle persone anche se in alcuni casi il processo di demistificazione richiede anni. Non dovrebbe essere il caso di Phoenix, visto che la sua sincerità e la sua franchezza non sono mai state in dubbio. In definitiva, salvo rivelazioni imprevedibili, il suo nome, le sue interpretazioni, acquisiranno quella sacralità che la gente attribuisce d’istinto per riempire il vuoto lasciato da chi scompare prematuramente.
Come tanti esperti vanno gia predicando, Phoenix diventerà il nostro James Dean. Mentre i suoi colleghi “outsider” come Keanu Reeves, Matt Dillon e altri, se saranno fortunati, saranno costretti automaticamente a diventare i nostri Marlon Brando. E questo perché gli attori non possono competere con i loro fan, e le vette interpretative che finiremo per attribuire a un immaginario Phoenix maturo inevitabilmente supereranno le eventuali prodezze di un Phoenix ancora vivo. Messa cosi la vita sembra strana, e anche un po’ nauseante. I paragoni tra Phoenix e James Dean sono ridicoli, oltre che inflazionati, sebbene i due abbiano effettivamente in comune molte delle qualità che distinguono i grandi attori dai semplici prodotti mediatici. Tutti e due erano grandi perfezionisti, anche se incapaci di reprimere le proprie emozioni dietro una personalità artificiale. Anche in ruoli secondari - il giovane hippie scervellato di Ti amerò . .. fino ad ammazzarti, il poeta/ Casanova di Le mgazze di Jimmy, il figlio devoto e terrorizzato del megalomane Harrison Ford in Morquiio Coast - Phoenix è sempre stato un po’ piu sensibile e ispirato - più vero - di chiunque altro sullo schermo. Persino nel contesto atipico e problematico delle marchette di Portland in Belli e Dannati, il Mike di Phoenix si distingueva per il suo insolito appartarsi - spaventato e meravigliato dallo squallore della sua situazione, alla ricerca disperata di affetto e al tempo stesso allergico alla compassione altrui. Un’interpretazione che, come la maggior parte di quelle di Dean, sembrava distillare il disagio e la malinconia di una generazione emergente.

Phoenix era figlio di hippie. A volte descriveva il proprio stile di recitazione come lo sforzo di rappresentare i suoi sentimenti nel barattare l’umanesimo della propria famiglia con l’odio dell’industria cinematografica per l’individuo. L’attrice/ performer Ann Magnuson, protagonista con Phoenix di Le mgazze di Jimmy, una volta mi ha fatto notare con un certo stupore come anche nella fase teen idol della sua carriera, avesse sempre un’aria seria e rigorosa. Entrata nello showbiz con sentimenti contrastanti, si era chiesta come, o addirittura se, Phoenix sarebhe sopravvissuto alle sue molteplici forme di corruzione. Forse proprio questa lacerazione spiega perché, col tempo, le sue interpretazioni esprimevano una crescente tristezza e un evidente disagio. Nelle sue ultime e migliori prove, interpretò ragazzini cresciuti troppo in fretta, costretti, per vivere, ad aggrapparsi agli ideali giovanili di un amore romantico e/ o familiare.
In una professione che cataloga gli esordienti in “estrosi, marginali, ma integri”, come Crispin Glover e John Lurie, oppure in “fotogenici e iper-commerciali” come Christian Slater e Robert Downey Jr., Phoenix era la classica eccezione, abbastanza sincero per stabilire un forte legame con i suoi coetanei, e abbastanza bravo per ricordare alle generazioni precedenti l’intensità che avevano perduto.
Dennis Cooper


#viper #river phoenix


17/03/13

Punizioni

<< Ci sono delle persone che sono state punite, ancor oggi, eccessivamente per quello che hanno fatto. Volevano solo essere..onesti, con gli altri e soprattutto con se stessi. Volevano divertirsi, ma a volte si sono comportati come quei bambini che giocano per strada, che per quanto possano vedere come ciascuno di loro, l'uno dopo l'altro, rimanga ferito, ucciso, travolto, mutilato, annientato, non per questo smettono di giocare. Per un certo lasso di tempo noi tutti siamo stati veramente felici, seduti quà e là senza faticare, semplicemente vivendo, cazzeggiando. E giocando. Ma questo lasso di tempo è stato terribilmente breve.>>

<< E la punizione che ne è seguita è stata al di la di ogni immaginazione; e anche quando infine l'abbiamo visto abbattersi su di noi, non riuscivamo a crederci. Per tanto tempo anch'io sono stato (e sono ancora) uno di questi ..bambini che giocano per strada. Come tutti loro, cercavo semplicemente di essere me stesso e di giocare, invece di fare l'adulto. Le parti di me che pensavano  essere diverse, magari più intelligenti, o quello che era,  hanno portato al disastro. E' uno degli aspetti veri, sotto cui sono diventato davvero più intelligente, è che mi sono reso conto di non essere più intelligente degli altri: cioè, ci sono tanti aspetti in cui altri lo sono più di me. Gli eccessi, il lasciarsi andare non sono una malattia. Sono decisioni, come quella di sbucare davanti a un auto in corsa. Questa non si definirebbe una malattia., ma un errore di valutazione. Quando però un certo errore comincia ad essere commesso da un bel pò di persone, allora diviene un errore..sociale, uno stile di vita. E in questo particolare stile di vita il motto è: vivi, sii felce perchè domani morirai. Ma si comincia a morire ben presto e la felcità e solo un ricordo, e un miraggio per il futuro. In definitiva, un intensificazione dell'ordinaria esisenza di ciascun uomo. Non è differente dallo stile di vita di chiunque, è semplicemente più veloce. "Prendi i contanti e lascia andare i crediti", diceva Villon nel 1460. Pensarla così può essere un errore, se i contanti sono un soldo e i crediti una vita intera. Non è sbagliato considerare il fatto che giocassimo, sono le conseguenze di quelle scelte, l'errore. E' stata, quella di cazzeggiare e registrare le nostre infinite discussioni, forse, la decisione sbagliata. Sia dentro che fuori dal sistema. Se un peccato è stato commesso è stato quello di pensare che sarebbe potuto continuare per sempre, e siamo stati puniti per questo. Ma se davvero di punizione si tratta, sento che è stata eccessiva. Pertanto preferisco pensare a ciò alla maniera del teatro greco, vale a dire in termini moralmente neutri, come rapporto imparziale causa-effetto. Ora, sul lungo periodo, sò che nessuno si può prendere cura di me tranne me, e nessuno meglio di me. Perchè l'unico modo in cui si imparano davvero le cose è.. sbattendoci il muso.
Ho amato, tutti quelli con cui ho giocato. Che ho perso, che ho rischiato di perdere. Che mi sono stati vicini. Li ho amati. Tutti.. >>





26/03/11

Gli anni '90 nei suoi slanci ed eccessi: Tutt'orecchi di Dennis Cooper

Tutt'orecchi ha la felice varietà della vita. E' un incursione ispirata e approfondita nelle culture e sottoculture giovanili, ma anche una cronaca puntuale dei fermenti e dei malesseri della West Coast. La fotografia degli anni '90 nei suoi slanci ed eccessi,ma anche una riflessione di carattere universale sul nesso tra arte e vita. Tanti e diversi i protagonisti: da Leo Di Caprio ai prostituti sieropositivi di L.A., dalla fotografa Nan Goldin agli studenti stralunati dell'UCLA. Questa è una raccolta di interviste, ritratti e reportage, un vero classico del giornalismo d'autore. Tutt'orecchi è pubblicato da PLAYGROUND nella sezione Liberi e Audaci.


AIDS: LETTERE DAL FRONTE

(I nomi dei personaggi sono stati cambiati)

Me ne sto seduto a un tavolo dell’Onyx, un bar poco illuminato a East Hollywood, decorato con goffi quadri neoespressionisti e affollato da una manciata di trendoidi tutti curvi a leggere i loro libri. Jason, il cliente di un amico che lavora con ragazzi di strada sieropositivi, ha deciso di condividere un paio delle sue giornate con me, a patto che faccia un po’ di pubblicità alla sua band. Si chiamano i Rambo Dolls, ci torneremo dopo. Intanto, ecco Jason, che si infila nell’ingresso con la forza di un tornado. Non può che essere lui, basta un’occhiata: capelli biondi e spettinati, facciata ossuta, due occhi blu davvero giganteschi e tutto l’armamentario grunge regolare, jeans strappati, maglietta dei Sandy Duncan Eye, camicia di flanella fuori dai pantaloni, doc martins a pezzi. Jason sembra davvero una rockstar, anzi assomiglia proprio a Dave Pirner dei Soul Asylum. Ma non appena si avvicina al tavolo e posso squadrarlo da vicino, mi accorgo che il suo viso fa quasi paura, come se fosse troppo perfetto, costruito a tavolino. E fai davvero fatica a credere che un ragazzino così carino non abbia più una casa e viva per strada.
“Come ti sei ammalato?” gli chiedo.
“Be’, non lo so. O perché scambiavo le spade con gente che non conoscevo”, mi risponde senza spostare lo sguardo dalle gambe. “O perché mi sono fatto scopare senza goldoni, o perché mi sono scopato qualche ragazza che sapevo che aveva l’AIDS, senza mai usare un gommino. Vedi, me lo sarei potuto beccare centinaia di volte il virus”. Fa una pausa, e il suo sguardo si fa più disperato. “Credi che cambi qualcosa?” Mi fissa per un istante. “Cioè, voglio dire, credi che cambi qualcosa anche se potevo rimanerci chissà quante volte, no?”.
Riesco a malapena a balbettare, che, insomma, ecco, dovrebbe stare più attento.
“Be’, certo, ovvio, no! Sì, cioè, dovevo starci attento prima… più attento, cioè”. Si gira di scatto, all’improvviso, e grida qualcosa verso la porta dell’Onyx: “Vattene! Vai a fare qualcosa!”.
Si voltano tutti. Fuori dal locale c’è una ragazza magra, smunta, coi capelli rossi, probabilmente sui venticinque, ventisei anni. Se ne sta lì sul marciapiede. “Va bene, va bene” urla, e scivola via, scomparendo oltre lo specchio della porta.
Deve essere la sua ragazza, più o meno.
Jason si gira di nuovo verso di me. “Sì. Katie. Sto da lei ultimamente. È okay, è solo che, cioè, vorrebbe che l’amassi ma le ho detto che non posso perché io tra poco muoio, ma lei vuole che la amo lo stesso e allora…” Piega un poco la schiena, come se volesse scomparire.
“È dura”.
Annuisce con violenza. “E si fa pure di eroina capisci”. Si allunga sulla sedia. “E cioè è un casino totale perché io sono pulito da quando ho scoperto sta cosa del virus. E quindi mi tocca guardarla mentre si fa le pere ed è un casino davvero. A me poi non mi è mai piaciuta l’eroina, quindi in un certo senso è più facile, cioè è meglio che se si facesse di crack o cose così che mi piacciono insomma. Ma comunque è tutto più difficile, capito?” Sembra sempre più nervoso, e continua a fissare una strana briciola che è praticamente fossilizzata sul tavolo, proprio al centro, a metà strada tra Jason e me.
“Sì, capisco” gli dico. Comunque, che mi dici del tuo gruppo?
“Oh, cazzo”. Si irrigidisce, schizza indietro, scattando in piedi e fa un faccia come se gli avessero appena sparato. “Cioè, adesso mi tocca mantenere la promessa, vero? Se vuoi, puoi venirci a vedere quando proviamo, tra un po’. E poi decidi cosa fare con la band e tutto il resto…” Solleva le spalle.

Con tutte quelle organizzazioni come Covenant House, Angel’s Flight, Gay and Lesbian Center, che si danno da fare per risolvere la piaga dei ragazzi di strada, viene quasi spontaneo pensare che la situazione sia più o meno sotto controllo. O almeno era così che la pensavo io. Jason la vede un po’ diversamente. D’altra parte lui ha fatto tutto ciò che è umanamente possibile pur di evitare qualsiasi servizio di aiuto e assistenza sanitaria, anche se non riesce nemmeno a spiegare la sua avversione. Jason dice che non gli piace essere “controllato”. A sentir lui, anche i programmi più laici, senza nessuna menata religiosa, impongono una serie di restrizioni alla sua libertà. Preferisce avere una serie di figure parentali più o meno mobili e intercambiabili. In passato si è affidato a uomini anziani che lo pagavano per un po’ di sesso e che si interessavano al suo benessere in modo abbastanza autentico da offrirgli un certo senso di calore, pur mantenendo un rapporto così corrotto da permettere a Jason di darsela a gambe ogni volta che gli faceva comodo, senza sensi di colpa. Oggi invece si affida agli amici più vicini, molti dei quali li incontrerò nel corso della giornata, più tardi: tutti più o meno affetti da una specie di sindrome del buon samaritano, persone che si dedicano al benessere di Jason, spesso sfiorando il limite dell’isterismo e della compulsione. E, be’, anch’io nel nostro breve incontro, mi ritrovo a provare qualcosa di simile a una relazione psicologica tipo padre e figlio.
Ce ne stiamo appoggiati a un’auto parcheggiata davanti all’Onyx. Mezzo isolato più in là Katie entra ed esce da un negozio di libri, fa avanti e indietro come uno yoyo, con il collo piegato. Di tanto in tanto ci lancia un’occhiata, mi pare. Jason parla di quello che gli passa per la testa, lo lascio fare. Più che altro ce l’ha a morte con la clientela dell’Onyx, e tutti quei discorsi sugli artisti scoreggioni e tronfi, l’oppio della nuova borghesia, ecco, no? Un classico predicozzo stile punk, penso io.
Jason è un rottame emotivo, ma è anche acuto, certo in uno stile un po’ da autodidatta. I suoi gusti politici e musicali, ad esempio, se li è fatti sfogliando Maximum RockNRoll, un giornale punk niente male, molto affettato, che Jason legge religiosamente da quando era un ragazzino. E adesso che ce ne stiamo al sole, mi accorgo che infilata nella cintura dei pantaloni Jason tiene una copia di un libro di Noam Chomsky, che deve avere appena rubato da qualche parte. Mi spiega che voleva leggere Chomsky da un bel po’, prima che iniziassero i suoi giorni sieropositivi e senza casa, cioè più o meno quattro mesi fa.
Allora Jason viveva con un gruppo di teenager, tutti più o meno anarchici, con i quali aveva occupato un edificio abbandonato a un paio di isolati da Hollywood Boulevard. Di questo periodo della sua vita Jason parla senza problemi, dandoti tutti i dettagli; ma qualsiasi cosa sia successa prima – vale a dire, tutta la sua infanzia e adolescenza – è praticamente un terreno minato, off limits. Ogni volta che gli scappa detto qualche dettaglio – che so, che è cresciuto nella San Fernando Valley, o che suo padre era un dottore – il suo corpo è come scosso da una strana esplosione di energia fisica. Prende a pugni l’aria, a calci il marciapiede. Se cerco di incastrarlo, Jason ammette solo che qualsiasi cosa sia accaduta, e comunque non sono affari miei, gli ha insegnato che alla gente non gliene frega un cazzo di niente degli altri, e non credere a quello che ti dicono.
Gli chiedo dei suoi amici.
“Ecco. Giusto appunto. Anche loro. Non è che me li tenga molto a lungo. La maggior parte dei miei amici non sono amici veri. È solo gente che gli piaccio sessualmente. Ma quando capiscono che sono una testa di cazzo e che mica mi faccio scopare così, se ne vanno”.
Perché non ti fai scopare? In fondo Jason è una marchetta, quindi…
“Perché loro dovrebbero essere i miei amici” mi urla. Poi si guarda la punta dei doc martins, sorride e si schiarisce la voce. “Piaccio anche a te, vero?”.
“No” gli dico. Ed è la verità.
Jason mi lancia un’occhiata. E gli si stampa in faccia un sorriso strano, tutto smancerie e flirt. “Sì, sicuro” mugugna.
Lo conosco quel sorriso. Il mio primo ragazzo era un marchettaro, come quasi tutti i suoi amici. E primi che iniziasse l’AIDS, anch’io bazzicavo i bar delle marchette, più che altro perché mi piaceva la tensione che c’era nell’aria. Ho già visto quel sorriso centinaia di volte, quando fanno i preziosi, e se Jason non è un vero esperto in materia, certo è un veterano. Se poi ci aggiungi la sua bellezza, be’, non ci metti tanto a capire che Jason deve fare affari d’oro in quel giro. Vero?, gli chiedo.
“Vero” ammette, ridendo alla grande. “Ma non è che ho deciso di passare gli ultimi giorni della mia vita nella casa di qualche vecchio porco miliardario”. A quanto dice, ha avuto un bel po’ di occasioni di sistemarsi, per usare le sue parole, soprattutto con un “famoso manager discografico” del quale non mi vuole dire il nome, più che altro perché il tizio lo invita fuori ancora di tanto in tanto, e anche perché Jason dice di rispettare la privacy della gente. “E poi se avessi la testa sulle spalle, in fondo sarei ancora là, a vivere nella casa occupata, mica a dividere i miei giorni con una tossica”: Un’altra occhiata, questa volta un po’ assassina, in direzione della ragazza. “Katie, cazzo, muovi quel culo. Andiamo”.

Siamo in macchina, sto accompagnando Jason e Katie a casa di lei, a downtown, dove i Rambo Dolls dovrebbero provare. Ho chiesto a Jason di guidarci in un tour lungo l’Hollywood Boulevard, per farmi vedere un po’ dei posti che bazzicava quando viveva ancora nella casa occupata. Dalle parti del Teatro Cinese, che Jason definisce il “posto migliore al mondo per fare moneta”, incontriamo un vecchio amico di J, uno dei suoi compagni di occupazione, poi diventato il cantante dei Rambo Dolls.
Bouncer è un ragazzo poco più che adolescente, alto, magro, con un viso dolce e una lunga e morbida cresta di capelli biondi. Se ne sta lì a chiedere moneta e Jason mi ordina di accostare.
“Ehi, sacco di merda!” gli urla, infilando la testa e un braccio oltre il finestrino. Scivola fuori così e atterra sul marciapiede. Bouncer lo aiuta ad alzarsi, e si danno un mezzo abbraccio e intanto fanno finta di fare a botte, mentre i turisti cercano di schivarli.
Katie e io li fissiamo restando in macchina, scambiandoci sorrisi divertiti. Se Jason non racconta balle sulle storie di droga di Katie, be’ allora lei in questo momento sta parecchio male. Il viso è un maschera pallida e verdastra, con due pupille gigantesche. Si è avvolta le braccia scheletriche attorno al torace, come se volesse strangolarsi. “Jason è… proprio… un bugiardo” mi dice battendo i denti e senza spostare lo sguardo dai due ragazzi che continuano a picchiarsi.
“Perché bugiardo?”
“Tipo quando dice che non mi ama. Sono sicura che lo ha detto anche a te, vero? Ma io me ne frego delle sue stronzate. E sono la prima a farlo, nessuna ha mai avuto il coraggio: lui è molto più malato di quanto dice. All’inizio non te ne accorgi, ma è magrissimo, proprio sotto peso, e ormai ha sempre la diarrea. Ecco perché non fa più tante marchette. E allora…”
All’improvviso Jason spalanca la portiera, salta in macchina spingendo Katie contro di me, che mi stringo nell’abitacolo. Sale anche Bouncer, che sbatte la portiera e si siede dietro.
“Come butta?” mi chiede il nuovo arrivato.
“Due cose. Uno: possiamo dare un passaggio a Bouncer, giusto?” Il viso di Jason è a un paio di centimetri dal mio. Il fiato gli puzza di AZT. È un odore acido, chimico, che sembra fuori posto con il corpo di questo ragazzino. “Due: Bouncer vuole sapere se dopo che hai lasciato Katie e me a casa, be’, se te lo vuoi scopare, lui ti fa un prezzo speciale, davvero quattro soldi. E poi tu e lui ci raggiungete da Katie, quando avete fatto, così vedi le prove. Cioè, gli ho detto che tu sei…” Sguardo confuso. “che sei gay, giusto? È così che vi si deve chiamare adesso, giusto? Anche Bouncer è gay, ed è carino, al verde, capito?”.

Lasciamo Katie e Jason a casa, e offro un pranzo a Bouncer, che mi racconta la sua storia, censurandola pari pari, come Jason. Al momento vive più che altro facendo moneta: fuma un sacco d’erba, ogni tanto fa qualche marchetta sul Santa Monica Boulevard, anche se le marchette lo deprimono parecchio perché è gay e forse si aspetta un po’ troppo affetto dai tizi che se lo fanno, o qualcosa del genere comunque. Al contrario di Jason, a Bouncer non dispiace avere a che fare con le organizzazioni di volontariato e quando gli serve, se ne scappa e si fa aiutare per un po’. In fondo, dice, un po’ di prediche e qualche ora di terapia di gruppo del cazzo valgono un letto caldo. Di solito però vive nella casa occupata di Hollywood, quella dove stava anche Jason. Finiamo il pranzo e gli chiedo di portarmici.
Entriamo in una vecchia villa vittoriana che deve avere vissuto almeno altre sette vite da quando è stata trasformata in un condomino con chissà quanti appartamenti. L’eleganza vittoriana è stata spazzata via, distrutta, insozzata a tal punto da trasformare l’intero edificio in una misteriosa grotta barocca. Non c’è quasi nessun al momento: i ragazzi devono essere tutti fuori, a battere i boulevard, a fare moneta per raccattare un pranzo da Mc Donald’s e comprare un po’ di droga. In casa c’è solo una coppia etero, probabilmente sui quattordici anni. I due giocano a carte in quello che doveva essere la sala da pranzo della villa, ora ridotta a uno stanzone vuoto, sporco e spoglio. I due hanno visi angelici, tagli di capelli punk un po’ fuori moda e indossano chissà quanti strati di abiti da due soldi. L’odore del loro corpo mi accompagna fino al secondo piano, dove Bouncer mi mostra la sua camera da letto, una vecchia cabina armadio nella quale ha gettato un materasso, un paio di coperte aggrovigliate e un cumulo di abiti. Bouncer si lascia cadere sul letto, per qualche secondo si fissa il pacco e poi solleva lo sguardo verso di me; e mi sorride. Uno di quei sorrisi.
“Chi decide chi può vivere qui?” gli chiedo.
“Chi vuole. Devi solo essere onesto, e non essere troppo fuori. E non devi cazzeggiare con la roba degli altri”.
“E allora Jason quale regola ha infranto?”
“Tutte. Io ho lottato per lui, per farlo restare. E avevamo quasi deciso di perdonarlo, perché è così bello lui”.
“Cioè, io è così che la penso” mi dice Jason.

Ce ne stiamo sul pianerottolo, fuori dall’appartamento di Katie, mentre lei si fa una pera in casa. Bouncer è andato in un negozio a fregare un paio di birre. “Cioè io non è che ci penso all’AIDS. Voglio dire, ad avere l’HIV. Mi dimentico sempre che non è ancora AIDS, in teoria. Ma poi se ci penso, le cose vanno così: cioè succede quasi sempre dopo che faccio sesso con qualcuno, non tanto con Katie, ma con qualche tizio che mi paga e penso ‘Ho solo l’HIV, va bene, andrà tutto bene’. Il dottore dice che mi restano magari ancora dieci anni da vivere da quando sono stato infettato, dieci anni prima che muoio se faccio le cose bene, se mi curo. Ma poi penso, ‘Be’, cazzo, magari me lo sono preso sette anni fa, visto che mi lascio scopare da quando avevo dodici anni, anche se magari sembra strano, ma è così. E poi ti viene da pensare a tutte le droghe che ti sei fatto, a come devono averti ridotto il sistema immunitario. E allora ti viene davvero paura, e pensi: affanculo, adesso mi ammazzo prima di ammalarmi davvero’. Perché è davvero troppo, capito? E ti trovi a pensare cose tipo ‘Odio tutti. È stato qualcuno ad attaccarmela questa roba. Non ti puoi fidare di nessuno’. E ti viene così tanta rabbia che vorresti ammazzare qualcuno, e i miei amici si beccano tutte queste menate, perché mi incazzo e faccio casino e loro sono sempre lì, per me, accanto a me. E allora ti senti in colpa per come li tratti, gli chiedo scusa e loro poi capiscono. Ed è un sollievo e magari torni a sentirti a posto e ti dimentichi dell’AIDS per un po’. È così che vanno le cose, la testa fa tutto un giro strano per non farti pensare più all’AIDS, cioè all’HIV. Secondo te lo fa cioè è un cosa cosciente?”.
Jason ti fa sempre queste domande impossibili. Grazie a dio il suo livello di attenzione è ridotto a uno straccio, e non si preoccupa mai delle risposte. Si gira di scatto e si mette a picchiare sulla porta di Katie. “Svegliati, cazzo di puntaspilli”.
Qualche minuto dopo arrivano gli altri Rambo Dolls. Brian è un ragazzo afroamericano, sui vent’anni, alto e gentile. Sei mesi fa un amico ha regalato a Brian una mezz’ora con Jason, per il suo compleanno, e sono diventati amici. Brian è il bassista ed è l’unico in tutto il gruppo che ha una vaga idea di cosa voglia dire suonare. Bart, il chitarrista, è un sedicenne hippie: ha appena chiuso con le droghe e a quanto pare è un specie di cristiano rinato. Non parla molto. Si è portato dietro un piccolo amplificatore scassato al quale si collegano sia la chitarra sia il basso. Jason suona la batteria, ma non si può permettere di comprarne una e allora si siede sul letto di Katie, con le gambe incrociate e un grosso libro d’arte sul quale pesta con due matite.
Per un’ora e mezza Jason colpisce il libro con tanta violenza da farsi sentire nel frastuono generale. Da quanto si riesce a capire in questo casino di suoni indistinti, il sound dei Rambo Dolls è una specie di hard core in versione parrocchiale. Più o meno come se gli Shaggs fossero cresciuti ascoltando i Melvins. Bouncer, che rimbalza e poga da solo al centro della stanza con uno strana smorfia da scimmia, canta e urla versi un po’ poetici e tronfi con le solite menate di politica punk, contro il razzismo, la droga, la misoginia ecc. E a dire la verità, di fronte a questa versione patetica dei Little Rascal, ci si sente davvero tristi. Grazie a dio, i ragazzi non mi prestano molta attenzione. Solo quando Bart e Brian se ne sono andati, e Bouncer si è addormentato in un angolo, Jason trova il coraggio per chiedermi nervosamente cosa ne penso. Ma a quel punto ho avuto tutto il tempo per prepararmi e dirgli un piccola bugia, incoraggiandoli un po’. “Niente male, davvero figo anzi”.
“Grazie” dice Jason. Mi sembra felice. Katie è sdraiata sulle sue gambe, e annuisce o forse dorme. “Sì, penso che tra un anno saremo famosi. È lì che voglio arrivare”.
“Quanto famosi?”
“Famosi come, cioè bravi quanto i Sandy Duncan’s Eye.”
“Ma non sono davvero famosi” gli dico. Comincio a capire cosa volesse dire Katie: sotto la luce tagliente che arriva dalla finestra, il corpo di Jason è come se fosse sgonfiato, la pelle del suo viso è troppo tesa, come se l’avessero tirata sulle ossa degli zigomi.
“Famosi abbastanza” risponde.
“Perché non essere famosi come gli U2?”
Jason mi sorride. “Perché fanno schifo”.
“Va bene, ma perché non essere in un grande gruppo che riesce a essere davvero famoso?”
Mi fissa disgustato. “È impossibile, amico”.
“Okay. Altri obiettivi? Cosa altro vuoi fare?”
“Non voglio morire. Almeno per un po’.” Lancia un’occhiata verso Katie. E mi sorride complice. “E avere una ragazza vera” sussurra controllando se lei è sveglia. No, dorme. “E diventare ricco, non so come, ma diventare ricco.” Abbassa di nuovo il capo. “Non vedere mai i miei genitori, mai più. E, certo, diventare un grande batterista.”
“Grande quanto?”
“Adam Pfahler.”
“Che suona con…”
“I Jawbreaker. Cazzo, sono grandissimi. Okay, ecco, voglio che il mio gruppo diventa famoso come i Jawbreaker. Bravi come loro.”
“I Jawbreaker sono più famosi dei Sandy Duncan’s Eye?”
“Be’, i Jawbreaker li conoscono tutti perché sono davvero forti. Sandy Duncan’s Eye vanno più che altro perché hanno un nome strano. Quindi sarebbe meglio essere come i Jawbreaker.” E fa una smorfia che lo fa sembrare un bambino di sette anni. La smorfia si trasforma in un ghigno, e Jason comincia a prendere a pugni l’aria. “Tanto muoio tra poco, quindi chi se ne frega, no?” Il suo sguardo si fissa nel vuoto per un secondo. All’improvviso spinge Katie che cade a terra, rotola su se stessa fino a raggiungere Bouncer. Si gira lentamente sul fianco e fissa Jason con uno sguardo preoccupato ma come annebbiato, confuso.
“Merda” biascica. “Stai piangendo, Jason?”
E, be’, cazzo, sì, sta piangendo.

Fast-forward. Questa giornata con Jason sarebbe dovuta essere la prima di una lunga serie, ma passa qualche giorno e di lui non c’è più traccia, scomparso. Ho chiamato Katie per chiederle di organizzare un incontro e lei ha cominciato a urlare, a dirmi che non sapeva dove fosse Jason e che non gliene fregava niente. Il mio amico, il terapista che mi aveva messo in contatto con lui, non vede Jason da mesi. Non ci pensa nemmeno tanto: ha almeno una dozzina di ragazzi da seguire. Ho dovuto guidare un bel po’ su Hollywood Boulevard, avanti e indietro, prima di incontrare Bouncer, sempre lì a far moneta. Dice che nemmeno lui ha visto più Jason, ed è preoccupato: cioè non che il suo amico si sia messo nei guai, ma che forse sia tornato dai suoi genitori invece di starsene lì con la sua vera famiglia, i suoi amici. Il terremoto di Los Angeles era passato da qualche giorno: la casa occupata è stata danneggiata e i ragazzi, Bouncer compreso, se ne sono andati, sparpagliandosi chissà dove.
Ancora oggi mi capita di uscire e guidare su e giù lungo il Santa Monica Boulevard, dove bazzicano i marchettari, alla ricerca di Jason. Non che sappia cosa dirgli. Fatti aiutare, curati, bla bla bla. Circa sei mesi fa ho incontrato Brian, il bassista dei Rambo Dolls, in una discoteca. Sì, mi ha detto, nessuna notizia di Jason. Ha sollevato le spalle, così come se niente fosse, ma il suo sguardo tradiva un dolore profondo: sembrava distrutto. Forse, ha continuato, l’ha rimorchiato qualche donna bellissima e l’ha portato a casa. Sì, forse. Questo è un mondo in cui la gente va e viene, e non sai mai perché e per come. Non ti resta che la tua immaginazione. Ami gli amici e gli amanti, li ami anche intensamente, ma devi essere sempre pronto a tagliarti fuori, a cancellare le emozioni. Sì, forse Jason ha avuto fortuna, ce l’ha fatta a uscirne alla grande. Chissà. Ma è davvero un errore illudersi e sperare che Jason sia tornato dai suoi genitori? Sarà sbagliato, ma spero che sia andata così. Per quanto distruttivo possa essere quell’ambiente, almeno sarebbe uno scenario reale. Se fosse tornato a casa, Jason sarebbe davvero da qualche parte, non saerbbe perso nel nulla. Ma poi per me è troppo facile: io non lo conosco, non so niente di lui.

Flash back. Subito dopo le prove dei Rambo Dolls. Sto accompagnando Jason e Bouncer al posto delle marchette, dove vogliono passare la notte per fare un po’ di soldi facili. Jason è un po’ fuori, urla, scazza, più che altro si lamenta e non sa se vuol dire a chi lo rimorchia che ha l’AIDS. Sto cercando di convincerlo che non dire niente sarebbe una cosa spietata. Bouncer annuisce e mugugna, più o meno è d’accordo con me. Più cerco di parlargli e più Jason si incazza, le sue idee si fanno più estreme: mi viene persino il dubbio che sia così incazzato solo perché cerca di farsi odiare per conquistare un po’ di simpatia e attenzione. Comunque in macchina c’è un vero casino. Si sta facendo buio, e i marciapiedi iniziano a riempirsi di ragazzi che passeggiano avanti e indietro, con aria svogliata, quasi tutti senza maglietta e lo sguardo puntato sui finestrini della macchine di passaggio. Ci fermiamo a un semaforo a ovest di LaBrea. Jason si allunga fino alla maniglia, apre la portiera, spinge fuori Bouncer e salta giù dalla macchina. Atterra quasi sui piedi di Bouncer e barcolla nel buio. Lo perdo di vista quasi subito. Bouncer si avvicina alla mia auto, chiude la portiera e appoggia i gomiti sul finestrino. Mi fissa con uno sguardo strano, come se volesse chiedermi scusa, ma è così pieno di paura e confuso che davvero non so cosa rispondere. Forse anch’io sembro spaventato. Non so che dire. Comunque sia, Bouncer si avvicina abbastanza da farmi sentire il suo alito impastato di AZT, proprio come quello di Jason.
“Staremo bene” mi dice prima di baciarmi sulla guancia. Scatta dietro, si volta e scompare chissà dove.





Usker Du - Warehouse:Songs and Storie

Dennis Cooper è nato nel 1953 a Los Angeles. Fonda la rivista Little Cesar, pubblica una trentina di volumetti di poesia, si dedica alla critica d'arte. Vive per dieci anni in Olanda. Un ciclo di cinque romanzi lo consacra autore di culto: Closer (1989; Tutti gli amici di George, Marco Tropea Editore 2001), Frisk (1991; Frisk, Einaudi 1997), Try (1994; Ziggy, Tropea 1997), Guide (1997; Idoli, Tropea 1998), Period (2000). Nel 1994 ha fondato la casa editrice Akashic Books, altrettanto di culto. Attualmente vive a Parigi. Fra i suoi estimatori Bono Vox,L.Di Caprio,Bret E. Ellis,S.Malkmus

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