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27/02/16

Un ascia di pietra, l’unica arma a disposizione dell’uomo dopo il nucleare. La destra Usa un pericolo per l'umanità

“Global Warming”
«La specie umana è di fronte a una situazione che non ha precedenti nella storia dell’homo sapiens. Siamo al bivio di una situazione mai verificatasi prima: e molto presto dovremo decidere se vogliamo che la specie umana sopravviva in qualcosa che abbia le sembianze dell’esistenza che conosciamo, o se vogliamo creare una devastazione planetaria così estrema da non poter neppure immaginare cosa ne potrebbe emergere».

È con terrificante lucidità e pessimismo che un autore e filosofo del livello di Noam Chomsky testimonia, per la prima volta in tanti anni di interviste, il cinico imbarbarimento globale della vita umana nel caos di distruzione senza fine né alternative.

Qual è la sua opinione sulla decisione della Corte Suprema Usa, con l’ultimo imprimatur di Scalia, che con un voto di maggioranza ha bloccato ogni tentativo legislativo dell’amministrazione Obama di limitare le disastrose conseguenze del “global warming”?
La decisione è molto importante ed è gravissima. I cinque giudici della Corte Suprema conoscono bene il valore politico di quel voto. Di fatto, lo stesso comunicato stampa diffuso al termine della votazione sottolinea non a caso che «questa decisione non ha precedenti nella storia degli Usa».

Ritiene quindi che si sia trattato di una decisione politica, che esula dal ruolo giuridico del “balance of power” costituzionale?
Certamente. I cinque giudici repubblicani sono la Corte Suprema. E ora con la morte di Scalia nulla cambierà. Il voto di maggioranza repubblicano elimina ogni futuro passo giuridico per una corte di appello ed elimina tutti i giudizi dei tribunali che hanno preceduto questa decisione. Il loro messaggio ai partecipanti alla conferenza di Parigi è, in pratica, “andate a quel paese”. Non che la conferenza di Parigi avesse conseguito un granché nel limitare il global warming, ma va tenuto presente che il problema più spinoso e difficile era ottenere che gli accordi presi tra governi fossero vincolanti per un trattato internazionale. E la Francia ben sapeva che il Partito repubblicano non avrebbe mai ratificato in senato accordi vincolanti per il proprio governo. Per conseguenza i cinque giudici repubblicani che sono la Corte Suprema hanno praticamente espresso, con la loro decisione, quel che pensano della rapida corsa verso la distruzione del pianeta e della specie umana.

Possono ignorare (a loro discapito) le gravi ripercussioni economiche e sociali di questa scelta?
I leader repubblicani conoscono le conseguenze quotidiane delle epocali migrazioni di intere popolazioni da un emisfero all’altro, come non si è mai verificato nella storia. Sanno anche della distruzione di quella parte del mondo che conosciamo come civilizzato e dei rischi che questo comporta, ma ogni candidato in lizza per la corsa alla Casa Bianca nella campagna presidenziale odierna nega ogni evidenza degli effetti del global warming e non ha intenzione di far nulla. Il Partito repubblicano odierno, vorrei aggiungere, costituisce una delle organizzazioni più pericolose nella storia dell’umanità.

Perché questa mentalità di estrema destra repubblicana, oggi in America, la spaventa più della mentalità di estrema destra che percorre l’Europa?
L’estrema destra in Europa è sì tremenda, ma non tanto da sostenere la necessità di accelerare la distruzione della vita sul pianeta.

Il bilancio della Difesa Usa per il 2016–17, approvato la settimana scorsa senza alcun dibattito a livello congressuale, quadruplica la spesa per rafforzare gli arsenali Nato e tutelare la “sicurezza” degli alleati dell’Europa orientale, ai confini con la Russia. Qual è il messaggio?
Certamente esistono rischi di un aggravarsi di scontri e tensioni strategiche strumentali tra i paesi appartenenti alla sfera d’influenza russa e le zone di influenza americana. Ma gli Stati Uniti potrebbero mai accettare sui propri confini quanto sta avvenendo su quelli della Russia? Sarebbe pensabile un dispiegamento di missili Nato al confine con il Canada e il Messico? Verremmo tutti inceneriti. Questo ulteriore potenziamento della Nato ritengo che costituisca una strategia, una provocazione geopolitica molto pericolosa. Concordo in questo con quanto sosteneva durante la Guerra Fredda George Kennan, secondo il quale il «deterrente nucleare» avrebbe creato le basi di un confronto terminale per l’esistenza dell’intera umanità. Non è un’esagerazione, sono in corso forti tensioni ed esempi recenti, come l’abbattimento del jet russo da parte della Turchia, sono segnali che potrebbero esplodere in un confronto nucleare.

Vuol dire che guerre sempre più estese implicano il rischio di una Terza Guerra mondiale?
Non sarebbe la prima volta in cui siamo stati sull’orlo di un conflitto nucleare. Intendiamoci, qualsiasi sia la provenienza di un attacco nucleare significa la fine della specie umana. Uno scontro fra due superpotenze comporta quello che viene chiamato nuclear winter. Una tragedia di proporzioni catastrofiche. Questo oggi mi fa pensare a quanto disse Einstein quando gli venne chiesto quale arma sarebbe stata usata, nella prossima guerra, dopo il nucleare. Rispose che l’unica arma che sarebbe rimasta a disposizione dell’uomo era un ascia di pietra. Il rischio di una guerra mondiale è molto serio.

Ritiene che i leader della globalizzazione abbiano una strategia oppure il tentativo di generare una catastrofe “controllata” gli è sfuggito di mano?
Si dovrebbe vivere sotto una pietra per non rendersi conto dei danni provocati. L’industria “fossile” da decenni è consapevole delle conseguenze devastanti della politica industriale fondata sul petrolio. Gli executives della Exxon-Mobil non sono stupidi, bensì dediti a una specifica ideologia di massimalizzazione dei profitti e delle quotazioni azionarie. Tutto il resto ha un valore insignificante rispetto a questo. È come per i credenti nei vari fondamentalismi, siano essi evangelici cristiani o estremisti islamici. Sono come dogmi religiosi dinanzi ai quali non esiste né dubbio né argomentazione. Sappiamo tutti che è molto facile non dar credito a quanto ci conviene credere come verità, ma in questo caso il rifiuto di voler credere all’evidenza dei fatti storici comporta conseguenze letali.

In tale disastroso contesto, quali rischi corriamo nel 2016, anno di elezione del prossimo presidente degli Stati uniti?
I rischi sono serissimi. Se i commenti dei leader repubblicani in lizza per la presidenza corrispondono alla realtà che verrà dalla futura Casa Bianca, dobbiamo aspettarci un vero disastro e cioé: ignoriamo il global warming, stracciamo gli accordi sul nucleare raggiunti con l’Iran, aumentiamo la nostra Potenza militare, interveniamo con maggiore aggressività e determinazione nel resto del mondo malgrado i rischi di scatenare una guerra mondiale. Se un paese con il potere degli Stati Uniti avalla queste strategie politiche, le probabilità di sopravvivenza della specie umana sono ridotte al minimo.






20/02/16

World Press Photo Contest 2016: Speranza per una nuova vita

Il World Press Photo Foundation  è una forza importante nello sviluppo e nella promozione del lavoro del giornalismo visivo, con una serie di attività e iniziative che si svolgono in tutto il mondo. E' nato nel 1955, quando un gruppo di fotografi olandesi organizzò un concorso per esporre il loro lavoro ai colleghi internazionali. Questo concorso annuale da allora è cresciuta fino a diventare uno dei premi più prestigiosi nell'ambito del fotogiornalismo e nella  narrazione multimediale , e le mostre che produce sono visitate ogni anno da più di tre milioni e mezzo di persone in tutto il mondo . Promuovere il giornalismo visivo di qualità significa permettere alle persone di vedere quello che veramente accade nel mondo, senza filtri, e dare la possibilità ai fotografi di esprimersi liberamente. Libertà di informazione, libertà di ricerca e libertà di parola sono più importanti che mai, e la qualità del fotogiornalismo è essenziale per rendere possibile queste libertà. Oggi,  tutto è in mutamento, i cambiamenti risultano sismici: bisogna aiutare il fotogiornalismo e il  pubblico, a capire e a rispondere a queste trasformazioni, in modo che queste libertà, sempre in pericolo, possano essere garantite

Questa è l'immagine vincitrice del 59° World Press Photo Contest. E' una fotografia scattata dal reporter indipendente australiano Warren Richardson: il titolo è Speranza per una nuova vita’, ed è uno scatto che immortala un uomo che passa un bambino attraverso una recinzione tra i campi di Röszke, lungo il confine tra Serbia e Ungheria. La foto è stata scelta tra le 82,951 selezionate, scattate da 5.775 fotografi provenienti da 128 paesi diversi. Di seguito, quelle che più hanno colpito noi di INTERZONE. Non è stato semplice scegliere tra le tante immagini presentate nelle varie categorie.
(click su foto per ingrandire)





Abd Doumany: nell'ospedale di Douma, Siria


Bulent Kilic: confine tra Turchia e Siria



Mauricio Lima: fiume Tapajos, Brasile


Abd Doumany: citta di Douma, Siria


Abd Doumany: ospedale di Douma Siria


Bulent Kilic: Akcakale, Turchia


Francesco Zizola per Noor: coste della Libia


John J. Kim: dopo l' omicidio di Laquand McDonald, Chicago


Mauricio Lima: Hasaka, cure a Jacob. (sullo sfondo, Ochalan)


Ricercatori sull' isola King George in Antartide (ansa)


Rohan Kelly: nuvola tsunami a Bondi beach, Sydney


Sergey Ponomarev: migranti a Lesbo, Grecia


Sergey Ponomarev: (per il New York Times) treno per Zagabria



Sergio Tapiro: vulcano Colima, Messico


Zhang Lei: Nebbia in Cina


 

07/02/16

Love & Gratitude

"A volte non sappiamo riconoscere il vero valore di un momento fino a quando questo non diventa un ricordo.."



IMAN to all fans...








02/02/16

Daniele Luttazzi Vs quella nullità di Andrea Scanzi

Il grande, si..il grande Daniele Luttazzi risponde ad Andrea Scanzi detto "Slurp", uno dei peggiori giornalisti (?!) italiani: ignorante, arrogante, offensivo, fazioso, servile. Lo avevamo già incrociato tempo fà, quando sulle pagine del Mucchio Selvaggio tentava disperatamente di parlare di musica: inconcludente, patetico, noioso. Scanzi e il Rock'n'Roll,  e sembra che Frank Zappa abbia parlato del giornalismo musicale dopo aver letto due righe dello "slurp": <Buona parte del giornalismo rock è gente che non sa scrivere, che intervista gente che non sa parlare, per gente che non sa leggere>. Luttazzi dal suo blog risponde dopo che Scanzi  se le presa con Benigni, reo di essere fiancheggiatore del governo, perchè voterà Sì al referendum che distruggerà la Costituzione, e a una filippica sulla satira che, secondo il nostro, sarebbe ormai defunta. Lasciamo parlare Luttazzi, che ritorna anche sulla censura a cui ancora è sottoposto e alla campagna diffamatoria sui suoi "presunti plagi".

Conosco Andrea Scanzi da quando era un giovane giornalista di belle speranze che scriveva di musica sul Mucchio Selvaggio e seguiva tutte le date toscane dei miei tour. Lo ricordo, con la dolce Linda, ospite squisito nella loro bella villa di Rigutino (AR). Un giorno mi chiese se potevo scrivere la prefazione al suo primo libro di racconti. In tono affettuoso, la mia introduzione parodistica sgamava un difetto di Andrea che, purtroppo, col tempo è peggiorato: il kitsch sentimentale. Luogo classico della retorica bassa, il kitsch sentimentale si compiace del patetismo, ed è l’errore artistico che vizia la cultura popolare, cui reca successo: ne originano quegli aspetti ridicoli che sono eufemizzati dal gusto camp (Luchino Visconti che guarda Sanremo per sghignazzare con gli amici).
Tollerabile nella cultura di massa, il kitsch sentimentale diventa, quando contagia un giornalista, una vera disgrazia: non per lui, che ne lucra consensi facili, ma per i suoi lettori. Forma e sostanza dei suoi pezzi, infatti, ne vengono così influenzati che la realtà raccontata non corrisponde più al vero.

Forma e sostanza del contenuto
Ogni pezzo di Andrea Scanzi ha la forma e la sostanza di un necrologio. Non solo quando si occupa di grandi artisti defunti che non hanno alcun bisogno della sua commemorazione commossa (Gaber e De André, da lui usati come vetrina personale come Koons ha fatto con Piazza della Signoria), ma soprattutto quando prende di mira fenomeni ancora vivissimi, di cui descrive una decomposizione che solo lui vede, e che non c’è. Il modello, che una volta notato diventa stucchevole (la stucchevolezza è il principale indizio di kitsch sentimentale), è sempre lo stesso: X, che una volta era un grande, ora non lo è più. Variante: anche se ora non lo è più, X era un grande. Il modello gli serve per denigrare, la variante per esaltare; ma l’effetto ricercato è sempre lo stesso: il kitsch sentimentale.

Andrea Scanzi, il Mogol dei coccodrilli
Gli ultimi due pezzi di Andrea sono un esempio flagrante del suo modus operandi. Il titolo del primo è tutto un programma: “Benigni, quel che resta di lui”. Siamo già all’ossario.
Andrea comincia accusando Benigni di incoerenza: “voterà sì al referendum che vuole sancire lo sfascio della Costituzione, lui che faceva sermoni sulla sacralità della Costituzione”. E’ un errore di ragionamento piuttosto comune: la petizione di principio. Che il referendum sfasci la Costituzione, infatti, lo sostiene Scanzi. Benigni la pensa diversamente. Non c’è incoerenza.
Posati i binari della premessa fallace, Andrea può farvi procedere il suo solito trenino a due vagoni. Nel primo, fa sedere l’artista che una volta gli piaceva; nel secondo, l’artista di oggi, che non gli piace più. Al suo fermodellismo manca il treno in cui l’artista evolve secondo criteri propri, non quelli scanziani, e quindi il lettore non può giungere ad altre destinazioni. Come se non bastasse, il tono del capostazione Andrea è spesso paternalistico (“voglio essere buono”): ma considerarsi superiori agli artisti è un pregiudizio giornalistico piuttosto diffuso, e non si possono addossare a uno le colpe di tutta una categoria. Sostenere però che un artista, siccome non la pensa più come te, non è più un grande artista, è un salto logico da purismo grillino.

Satira R.I.P.
Nell’altro pezzo, in un’esagerazione di pompe funebri, Andrea fa addirittura il necrologio a tutta la satira televisiva italiana. Infatti il titolista, che ha capito il trucchetto, compone un fenomenale “Pace alla satira sua”; ma la materia è troppo vasta per l’articolista, e la sua corona di fiori non basta per tutte le bare.
Come da modello, sul primo vagoncino di Andrea troviamo la satira tv di una volta, sul secondo quella di oggi. Il viaggio comincia con la domanda: “Che fine ha fatto la satira in tv?”, e procede bene nel ridente panorama storico ricostruito, ma a un certo punto il trenino scambia le cause con gli effetti, e deraglia. Per riportarlo sui binari, allora, occorre precisare che la nostra assenza dalla Rai, prima, e da altre emittenti, poi, non fu un fenomeno accidentale, di quelli atmosferici, ma un atto di censura, deciso ed eseguito da dirigenti scelti alla bisogna; e quindi sottolineare quali, fra le cause elencate da Andrea, sono invece conseguenze: alcune strategiche (le tv invase da programmi e intrattenitori comici dissimulano l’avvenuta censura alla satira), altre inevitabili, ma che non c’entrano con la sparizione della satira dalla tv italiana (all’estero, il ruolo meno dominante della tv e i gusti delle nuove generazioni non hanno intaccato la quantità e la qualità della satira tv), altre comprensibili, ma non determinanti (l’autocensura dei comici, poiché la censura funziona e stronca carriere; o l’impreparazione satirica dei nuovi). Se nella tv italiana non c’è più satira, ma solo divertimento e caricature irrilevanti, la colpa è esclusivamente della censura di questi anni di inciucio. Dirigere l’attenzione altrove è una mistificazione che sminuisce la portata dell’azione censoria.
Scrive Andrea: “Berlusconi era il nemico e il tuo pubblico naturale lo accontentavi quasi sempre. Oggi è tutto più complicato.” Le cose non stanno così. Innanzitutto non fai satira per accontentare il tuo pubblico naturale: il pubblico naturale non esiste, e la satira non è consolazione. Inoltre, l’unico nemico della satira è il potere, di cui i bersagli non sono che incarnazioni. Ieri si faceva satira su politica, sesso, religione e morte; e oggi pure. Il problema ce l’ha solo chi si serve della satira per fini partitici, cioè di propaganda; ma non c’entra con la scomparsa della satira dalla tv italiana.
Andrea lamenta giustamente la mancanza di una satira tv urticante, per esempio sui teo-con che organizzano manifestazioni contro i diritti civili. Ovvio, la satira la fai sull’attualità. Per questo dà fastidio ai politici, che le impediscono l’altoparlante tv. Riportami in tv e te ne faccio quanta ne vuoi. Nel frattempo, è ancora democrazia?
Scrive Andrea: “Il satirico si sostituiva al politico (…) e a quel punto c’era chi si fermava prima di diventare politico (Luttazzi, Corrado Guzzanti), chi si fermava a metà (Sabina Guzzanti), e chi si faceva megafono di una protesta trasversalmente condivisa (Grillo).” Ahi ahi ahi, qui il giornalista si fa propagandista grillino. Grillo infatti è un megafono solo su Gaia: in Italia, ha fondato un movimento partitico.
Sulla distinzione fra politico e partitico i giornalisti italiani, per vari motivi, hanno serie difficoltà. Repetita juvant: la satira è sempre politica, ma non è più satira quando diventa propaganda partitica. La differenza è che la satira è arte, e lascia l’uditorio libero di decidere sul da farsi, mentre la propaganda partitica è marketing del potere, e ti dice per chi votare. Se fondi un partito, sei encomiabile: ma da quel momento non riuscirai più a fare satira. Non perché lo dico io, ma perché satira e propaganda partitica sono inconciliabili.
Che io mi sia fermato “prima di diventare politico” è, dunque, una riduzione dell’angolo visivo; mi fermai, chiudendo il blog nel 2006,* perché vedevo la deriva del pubblico che cercava nel satirico un leader senza macchia. Mi fermai per non favorire un circuito perverso di cui vedevo tutti i pericoli. Invitai anche Grillo a chiudere il suo blog, ma non lo fece: abbiamo capito perché.
* Lo riaprii nel 2007 per denunciare pubblicamente la chiusura pretestuosa di Decameron. Lo chiusi nel 2011. La storia completa del mio blog è qui: https://luttazziflashback.wordpress.com
Ma Andrea mi ha già messo nel secondo vagone, quello patetico: “Il satirico si è sostituito al politico (…) situazione anomala e scivolosissima che ha visto negli anni smarrirsi lo stesso Luttazzi, tornato in tv con il monologo strepitoso a Raiperunanotte (2010) e poi inciampato nella querelle plagio e in un ostinato mutismo rancoroso che fa male tanto a lui quanto a noi.”
Non mi sono mai smarrito in vita mia, caro Andrea, e sono alquanto prodigo di ciarle, per un muto ostinato e rancoroso. Ho continuato a fare satira, politicamente: come ho spiegato in tutte le interviste possibili, ho deciso di non fare teatro finché non potrò tornare in tv. La censura, eseguita nell’ombra, va portata alla luce: è il senso politico della mia assenza dalle scene, che nessun giornalista ha ancora raccontato. Nel frattempo ho scritto due bei libroni satirici. Li hai letti?
Oh, certo, ricevo proposte per nuovi programmi tv ogni anno, ma tutto si incaglia sempre su scogli di natura legale: le tv vogliono poter tagliare il materiale che non condividono, poiché temono le cause giudiziarie, anche se le mie vittorie giudiziarie dimostrano ampiamente che non sono un irresponsabile. Io tengo il punto: la satira o è libera, o non è.
Raiperunanotte fu uno squarcio nella censura: riuscì grazie alla determinazione di Michele Santoro, ma la stampa italiana minimizzò il più possibile il risultato del mio monologo, trattandolo alla stregua degli altri interventi. Quei 15 minuti di monologo non solo raddoppiarono lo share del programma, ma crearono alcuni record in Rete, compresi le 800mila visualizzazioni in un giorno su YouTube e i 5700 tweet/ora su Twitter. Nessuno ne parlò. Per capire l’anomalia del trattamento: quando Corrado Guzzanti, con Aniene, totalizzò su YouTube 600mila visualizzazioni in una settimana, Repubblica dedicò due pagine al suo successo (meritatissimo).
Non commettere anche tu l’errore di confondere la realtà vera con la realtà creata dai media. E’ il caso della querelle plagio. Dopo quel monologo che denunciava l’inciucio bipartisan, alla minimizzazione seguì una campagna stampa diffamatoria che strumentalizzava falsità diffuse in Rete da anonimi incompetenti. Non c’era alcun plagio, né i comici stranieri gentilmente informati dai diffamatori mi hanno fatto causa. L’orda considerava plagio, fra l’altro, la mia battuta su Giuliano Ferrara, che fu il pretesto con cui Campo Dall’Orto chiuse Decameron; ma una sentenza del 2012 afferma che non era affatto plagio: mi hanno risarcito con un milione di euro. Parlare ancora, dopo sei anni, di generica querelle plagi, è un modo per continuare la gogna a mezzo stampa, parandosi il culo. Continua pure. Se però vuoi approfondire davvero la materia, nelle mie interviste sul Fatto trovi tutti i riferimenti utili. Scoprirai, fra l’altro, che uno dei responsabili di quel killeraggio ha confessato la mascalzonata (nascosero la parte rilevante della vicenda per darmi del disonesto) e mi ha chiesto perdono.
Che bella storia, eh? Puro kitsch sentimentale. Buon appetito.

05/01/16

Cucchi: abusi, violenze, complicità. Ma tutti contro Ilaria

L'intervento di Luigi Manconi sul Manifesto.info 
 
Hanno oltraggiato per anni le vittime e i loro familiari. E ora sono tutti lì con il dito alzato. La voglia di mandarli al diavolo è irresistibile

Non è accaduto a me che uno stretto familiare trovasse la morte in un carcere o in una caserma o in un reparto psichiatrico. Dunque, non ho mai conosciuto l’incancellabile dolore provato da Ilaria Cucchi: e da Patrizia Moretti Aldrovandi, Claudia Budroni, Lucia Uva, Caterina Mastrogiovanni, Domenica Ferrulli, Natascia Casu, Donata Bergamini, dalla moglie di Riccardo Magherini, e dalla madre e dalla sorella di Riccardo Rasman e da altre ancora… 
E da parte di queste donne, nel corso di tanti anni, non una parola di vendetta, né una domanda di condanna esemplare, non una richiesta di rivalsa, né un’espressione d’odio. Tra quei familiari, paradossalmente, si ritrova una inesausta fiducia nella giustizia come in nessun’altra circostanza a me nota, nonostante tutto e tutti, e malgrado umiliazioni e frustrazioni senza fine.

Dunque, non posso e non devo — e non voglio — valutare queste ultime affermazioni della sorella di Stefano Cucchi. Non ho alcun titolo morale per giudicare, pur precisando che personalmente non avrei scritto quelle parole, ma per un motivo: quello di non aver vissuto in prima persona un tale strazio. Se invece così fosse stato, la mia incrollabile fedeltà al garantismo e alle sue dure leggi probabilmente non mi avrebbe trattenuto dallo scrivere le parole di Ilaria Cucchi, dopo che la Procura di Roma ha definito un «violentissimo pestaggio» quello subito da Stefano.

E la si potrebbe finire qui. Ma altre due considerazioni vanno aggiunte.

Viviamo in un paese dove alcuni sindacalisti felloni e pavidi, che dicono di rappresentare le forze di polizia perché ne difendono gli esponenti più criminali, da anni oltraggiano i familiari delle vittime. E in un paese dove politici senza vergogna e senza Dio così hanno definito Stefano Cucchi: «tossicodipendente anoressico epilettico larva zombie»; e un pubblico ministero, responsabile della prima e sgangherata inchiesta sulla morte del giovane geometra, invece di perseguire i responsabili così parlava della vittima: «tossicodipendente da quando aveva 12 anni». E ora tutti questi sono lì, col ditino alzato e l’aria severa, che impartiscono lezioni di galateo a Ilaria Cucchi. E’ davvero irresistibile la voglia di mandarli, come minimo, al diavolo.

Infine, qualche settimana fa, sul Post​.it, mi sono rivolto alla senatrice Roberta Pinotti, responsabile politico — per il suo ruolo di ministro della Difesa — dell’attività dell’Arma dei Carabinieri. Le ho ricordato che in una manciata di giorni si erano verificati tre episodi che vedevano coinvolti appartenenti all’Arma. Avevo precisato prudentemente che le tre vicende non erano direttamente collegate né rispondevano a una regia unitaria. Rientravano, bensì, insieme ad altri fatti non troppo dissimili, in un clima in una cultura, in una mentalità. Questi i tre fatti: le rivelazioni a proposito della fine di Stefano Cucchi; le testimonianze contro i carabinieri per il fermo e la morte di Magherini, a Firenze; la prescrizione di quasi tutti i reati a carico dei militari che avevano trattenuto illegalmente Uva, in una caserma di Varese. Ripeto: tre storie diverse, ma in ognuna di esse si manifestano la disponibilità all’abuso e alla violenza e una catastrofica imperizia, una rete di complicità e di vera e propria omertà all’interno di larghi settori dell’Arma, e una certa tendenza alla sudditanza psicologica da parte di ambienti della magistratura. Su tutto ciò — sul proliferare di episodi simili e sulla drammatica carenza di formazione civile e tecnica che rivelano — un intervento del ministro della Difesa sarebbe stato davvero opportuno: a tutela dei diritti dei cittadini e dei diritti della gran parte dei carabinieri perbene. Ma, a distanza di tanti giorni, non ho avuto, come si dice, un cenno di risposta. Il che ferisce il mio amor proprio, e poco male, ma soprattutto rivela una sensibilità non particolarmente affinata per questioni non certamente marginali. E noi siamo qui, pensosi, a discettare dello stile di Ilaria Cucchi.
Luigi Manconi 
 
 
 
 

17/09/15

Notizie false, furti di identità, insulti: Le menzogne del web


Diffusione di notizie false, furti di identità, insulti come pratica diffusa. La Critica alla Rete con il rimpianto dell' autorità perduta del giornalismo

C' era un tempo in cui le informazioni, una volta assemblate e elaborate, erano spacciate come veritiere. I certiticatori che garantivano la loro esattezza erano inseriti in un dispositivo che prevedeva una verifica della loro fondatezza e la conseguente possibilita di una revisione. I giornalisti le producevano in base a un decalogo di regole che avevano, nelle gerarchie esistenti nei media, un fattore di controllo. La catena gerarchica era composta da caporedattori, direttori e financo l’editore poteva intervenire' per modificare quanto scritto o filmato. Nei manuali di storia del giornalismo sono stati spesi fiumi di inchiostro sugli strumenti di autogovemo dei media e sull'esistenza di leggi che garantivano il pubblico attraverso un sistema di norme e sanzioni - le querele per diffamazione, la richiesta di rettifica, l’indennizzo - 2 fattori, tutti, finalizzati alla correttezza e alla veridicità dell'informazione stampata, trasmessa in tv o per radio. Anche la tensione tra verità e veridicità svolgeva un ruolo non indifferente per garantire l'informazione da manipolazioni, esplicitando cosi il dubbio sull'oggettività e neutralità della informazione diffusa. L’autogoverno dei media garantiva inoltre l’esercizio del controllo sui poteri vigenti nelle società.
L’ospite inatteso
Questa "fabula", per quanto contestata e criticata, ha legittimato i media quali strumenti indispensabili nella produzione dell’opinione pubblica. Con la Rete, tutto ciò é andato in frantumi. Ogni uomo e donna possessore di un computer connesso al web diventava potenzialmente un produttore di informazione. L’autorità dei giornalisti ne é risultata ridimensionata, tanto più se in Rete giornali, tv e radio potevano essere messi in discussione e contestati. Il web poteva diventare il medium che esercitava il controllo sui cinque poteri vigenti, compresa la critica ai media mainstream. Anche in questo caso, un’altra favola si é imposta nella discussione pubblica: il <<potere della folla» garantiva forme di correzione e modifica in tempo reale dell’ informazione prodotta on-line.
ll potere autoregolativo della folla si é però rivelato fallace. Molti i casi di informazioni inventate e false diffuse; tantissimi gli episodi di imprese e governi nazionali che hanno assoldato “mercenari" per compilare voci parziali per Wikipedia, l’esempio più noto del potere della folla in Rete. Impossibile tenere il conto dei furti e delle false identità che caratterizzano il flusso informative on-line. Ricorrenti sono gli insulti e le notizie false su questo o quel personaggio pubblico e talvolta famoso. Rispetto al <<lato oscuro>> del cyberspazio va ripristinata una forma di autorità che certifichi la correttezza delle informazioni. Ne è convinto Charles Seife, autore del volume Le menzogne del web, pubblicato da Bollati Boringhieri (pp. 239, euro 22).
Seife ha una formazione scientifica - é laureato in matematica -, ma ha scelto come professione il giornalismo, arrivando a insegnare giomalismo alla New
York University. Nel suo lavoro di redattore e divulgatore scientifico si é misurato con la tendenza a spettacolarizzare l'lnformazione scientifica, intervenendo spesso contro l’enfasi data ad alcune notizie riguardanti ricerche scientifiche che di rivoluzionario poco avevano, anche se erano ‘spacciate come risolutive per la cura di questa o quella patologia; o come un sovvertimento radicale delle conoscenze finora acquisite in biologia, lisica, chimica.
ll punto di forza delle sue argomentazioni é sempre stato la necessita di riaffermazione delle capacità autoregolative della professione giornalistica come condizione per le necessarie verifiche delle notizie diffuse. Dunque controllo sulle fonti, esercizio del dubbio, messa a confronto di punti di vista e interpretazioni divergenti. E dunque espressione di quella <<cultura>> giomalistica che nel mondo anglosassone vede nei media gli strumenti di una informazione oggettiva della realtà. Comprensibile, dunque, la sua diffidenza nei confronti del flusso disordinato e caotico di informazioni e contenuti della Rete. In questo libro affronta alcuni temi <<forti>> :
Il potere della folla, in primo luogo.
Seife non disconosce le possibilita di una <<democratizzazione>> dei media derivante dal passaggio del pubblico da essere consumatore passivo a produttore attivo di informazione. Anzi, ritiene questa chance come un segnale di vitalità del mondo dei media. Ciò che propone tuttavia è il ripristino dell'intermediazione - il giornalista tra la realtà e la sua rappresentazione mediatica.
I casi che cita di menzogne e falsità veicolati della rete sono noti. Così come sono note le operazioni compiute dalle imprese per ricostruire un'immagine immacolata dei loro prodotti, politiche aziendali o per veicolare informazioni dannose su un concorrente. Non mancano le false recensioni pubblicate su Amazon scritte dagli stessi autori di libri. L'analisi però diventa prudente quando si tratta di analizzare i tentativi di controllo e di disinformazione compiuti da questo e quel governo. Dunque, un problema troppo grande per essere liquidato ripristinando l'autorità perduta dei giornalisti..


B. Vecchi (ilmanifesto)



16/08/15

Dagli Smiths all' AK47: la strana storia di Mike Enright

Dopo Karim Franceschi, il giovane di Senigallia che ha combattuto a Kobane e Alessandro De Ponti, il ragazzo di Bergamo che è rimasto ferito e che è rientrato da qualche settimana, c'è quindi un terzo combattente italiano nel Rojava, il cantone siriano quasi completamente in mano ai curdi. A confermarlo sarebbe Mike Enright, "foreign fighter" inglese, uno dei tanti combattenti volontari occidentali che si sono uniti ai curdi per combattere il delirio Isis. Mike ha 51 anni, è nato a Manchester, e da giovane è stato nell'entourage degli Smiths, la rock band di Morrissey e del chitarrista Johnny Marr. Si è fatto tutti gli anni Ottanta nella new wave britannica, scoprendosi poi attore: fa qualche apparizione in piccoli film, prima di trasferirsi negli Usa. Quì partecipa a Pirati nei Caraibi con Johnny Depp, e Knight And Day (Innocenti bugie) la commediola con Tom Cruise e Cameron Diaz e Old Dogs (Daddy Sitter) con Travolta e R. Williams. Mike volta le spalle a Hollywood, dopo aver visto l'assassinio prima di J. Foley, ostaggio americano decapitato da Jihadi John e poi quello del pilota giordano, bruciato vivo in una gabbia di ferro. Raggiunge la Siria per partecipare alla lotta contro ISIS. Dopo 2 mesi di formazione è a Rojava con le forze curde dell'YPG.
Dorme accanto al suo AK-47 che chiama Olga, perchè afferma, è made in Romania.
Girano però strane voci sulla rete che accusano Mike Enright di presenzialismo: sarebbe mentalmente ..instabile e in cerca di pubblicità.

Grande è la confusione sotto il sole della Siria..


Mike


11/08/15

Morte di un DJ

Cinque colpi, tre alla testa e due al petto. Così muore un DJ mentre è in onda, su una radio libera brasiliana. Così muore Gleydson Carvalho, che anche se trasmetteva da un network prevalentemente di musica popolare, la Liberdade FM di Camocimnon, nel nord-est del Brasile, non  si stancava di attaccare la corruzione dei politici locali,  che a quanto pare, si sono vendicati in modo.. definitivo.
Due uomini armati sono entrati negli studi nel pomeriggio di giovedi scorso e hanno sparato, non prima di aver ordinato al tecnico del suono di mettersi al riparo sotto un tavolo: lo hanno ucciso nel corso di un intermezzo musicale nel suo programma,  allontanandosi poi su una moto. Pare che due ragazzi, di 18 e 22 anni siano in stato di fermo per l'assurdo omicidio, di cui è sicura la matrice politica.



16/07/15

Donnacce in copertina e la (non) morte della musica

Boicottare, isolare, ostacolare e modificare l'attività di qualcosa o qualcuno con un'azione individuale o collettiva coordinata, è roba seria, un’azione straordinaria, un atto che deve essere giustificato da motivi importanti, intenzioni nobili, a fronte di disastri umanitari e ambientali, comportamenti illeciti, tracotanze. Si boicotta Israele per l'occupazione e lo sfruttamento di un popolo e di territori a questo popolo sottratti con la forza, si boicotta la Nestlè perché promuove nel sud del mondo l’uso del latte in polvere, benché sia noto che in quei paesi l’allattamento artificiale uccide, tutti gli anni, un milione e mezzo di bambini (quasi tre al minuto). E Mitsubishi viene boicottata perché è la più grande compagnia commerciale giapponese che abbatte e commercia legno tropicale proveniente dalle foreste asiatiche e sudamericane. Le operazioni di disboscamento di Mitsubishi procedono ininterrottamente 24 ore su 24 e, solo in Malesia, distruggono 300.000 ettari di foresta all’anno. Questi secondo me sono motivi e cause importanti per mettere in atto grandi azioni di boicottaggio su vasta scala, e ne potrei citare molti altri. Ma boicottare il magazine Rolling Stone perchè mette in copertina una famosissima Kim Kardashian in décolleté mi sembra sinceramente troppo. L'idea è di Sinead O’Connor, che ha scatenato le sue ire dopo essersi accorta dell'incauta cover della rivista cult della musica alternativa.

“Che cosa ci fa questa donnaccia (“Io non sorrido tanto perché provoca le rughe”) sulla copertina dei Rolling Stone? La musica è ufficialmente morta. Chi immaginava che Rolling Stone l’avrebbe uccisa? Simon Cowell e Louis Walsh non possono più essere tenuti a prendersi tutte le colpe. Bob Dylan deve essere maledettamente inorridito”.

Vero è che la misura è colma e che molti proprio non l'hanno presa bene: la notizia sta circolando sul web con tanto di hashtag #BoycottRollingStone e dopo poche ore migliaia di like e di condivisioni si sono abbattuti sul post di Sinead. Ma la musica non è ufficialmente morta, solo Rolling Stone è da tempo.. deceduto.
Sono anni ormai che Rolling Stone USA mette in copertina Brtiney Spears, Justin Bieber e la Boy Band del mese. Se ci limitiamo a Rolling Stone Italia, la rivista si distingue per la sua provincialità, evidente quando sfogliandola non c'è pagina in cui non compaiano le parole "rock & roll" "stili di vita". E vai con lunghi e boriosi servizi su Harley Davidson, Jack Kerouac, i tatuaggi, lo spericolato rocker che ama gli sport estremi. Il direttore di Rolling Stone viene da giornali non musicali, in particolare l'ultimo da Wired se non sbaglio, e di "rock & roll" pare ne sappia davvero poco, oltre ai suoi ricordi di ragazzino nerd appassionato di schitarrate elettriche. Per questo forse che partecipa ad Amici della De Filippi...

E poi, Grignani, i fumetti di Valentino Rossi, le pagine sulla moda, le interviste a personaggi davvero improbabili.. Sono oramai entrate nel limbo le classifiche: Kurt Cobain piazzato al 12esimo posto come miglior chitarrista di sempre (!), e Flea dei Red Hot Chili Pepper miglior bassista del mondo!! We're Only in It for the Money di Frank Zappa alla posizione numero 296 nella lista dei migliori 500 dischi di sempre.. A tutto  c'è un limite.

Che l’editoria italiana (e non solo) sia in crisi, non è una novità: basta dare uno sguardo ai dati relativi alle vendite di quotidiani e periodici per accorgersi che le difficoltà economiche sembrano colpire tutte le tipologie di giornali. Anche il settore editoriale musicale, ha le sue “vittime”: Jam e il più quotato XL di Repubblica infatti non sono più in edicola dalla fine del 2013 mentre proseguono la loro vita su Internet, dove i costi sono sicuramente minori, aggiornando sia il sito che le relative pagine Facebook. Il Mucchio, ex Mucchio Selvaggio in forte difficoltà. Calo delle inserzioni pubblicitarie e la diminuzione del numero di lettori i principali motivi della crisi. Ma di fondo un pò se la cercano, pure. In controtendenza, Pitchfork Review, testata musicale nata on-line, che a dicembre ha fatto il grande passo e, mentre la carta si trasferisce in massa sul web, ha dato alle stampe il suo primo numero cartaceo. Rolling Stone in verità e a nostro giudizio, è già da tempo che ha perso credibilità , autenticità, e autorevolezza, e le reazioni stizzite di questi giorni sono il sintomo che la l’ha fatta proprio grossa e ha dimostrato, se ancora ce ne fosse bisogno, di prostrarsi alle logiche commerciali del momento, con quelle che generalmente vengono definite vere e proprie “marchette”. Con il Rock'n'Roll e l'universo underground e alternativo non hanno niente a che farci e non c'è bisogno di boicottare: ci pensano già da soli ..
Per quanto ci riguarda.. siamo una realtà piccolissima nel settore dei blog, che in generale sono il veicolo che fan e osservatori utilizzano per raccontare le proprie impressioni personali su un musicista o un disco, e che è evidentemente molto diverso da fare critica. Sicuro è che non apparteniamo a quella schiera di fanatici ossessionati dallo scoprire qualche sperduto gruppetto di tangheri e cercare a tutti i costi di farli passare per il "nuovo" e di venderceli come "il gruppo che ha creato la moda che presto seguiranno tutti"..



(Alla batteria il grande Sly Dumbar)

13/02/15

Interzone Best Shot 2015

Le foto scelte da INTERZONE, tra quelle premiate dal World Press Photo, il più prestigioso premio di fotogiornalismo del mondo. Il contest è stato vinto da Mads Nissen, 35 anni, danese, con una bellissima foto, molto intima, di una coppia gay. (di fianco)
La foto della coppia omosessuale è molto personale e profonda, ed è il contesto dello scatto a dare il senso della scelta: Jon, 21 anni, e Alex, 25, vivono a San Pietroburgo, in Russia. La vita per le minoranze sessuali in Russia si fa sempre più difficile: queste persone sono costrette ad affrontare ogni giorno discriminazioni legali, sociali, molestie e crimini violenti da parte di gruppi nazionalisti o gruppi conservativi religiosi.

(nb: le foto si possono vedere ingrandite cliccandoci sopra)



Indonesia, l'ultimo orango tango. 16 Apr 2014, Angelo, orango maschio di 14 anni, attende le visite mediche presso il Sumatra Orangutan Conservation Program Center nel Nord di Sumatra, in Indonesia. E 'stato trovato con palline di metallo sparate da una pistola in una piantagione di palme da olio. In via di estinzione nel paese, gli orangutan sono una delle tante vittime della massiccia deforestazione in Indonesia, che è leader mondiale nel mercato della produzione di olio di palma .




23 Luglio 2014, due fratelli della famiglia El Aghasi si disperano dopo la morte del padre ucciso dai bombardamenti israeliani a Khan Younis, durante l'offensiva contro la popolazione palestinese, a Gaza l'8 luglio.
di Sergey Ponomarev



Scattata nel Mediterraneo, il 7 giugno 2014. Un barcone di migranti soccorso dalla Marina italiana a 20 miglia a nord della Libia nell'ambito dell'operazione Mare Nostrum.
Dopo che centinaia di uomini, donne e bambini erano morti annegati nel 2013 al largo delle coste della Sicilia e di Malta, il governo italiano ha dato vita all'operazione Mare Nostrum, con la sua marina impegnata nel salvataggio dei profughi in mare. Solo nel 2014, 170.081 persone sono state salvate e portati in Italia. Più di 42.000 erano giunti dalla Siria, 34.000 dall'Eritrea, 10.000 dal Mali, 9.000 dalla Nigeria, altrettanti dal Gambia, 6.000 dalla Palestina, e più di 5.000 dalla Somalia.
di Massimo Sestini



Nour-Mazandaran, Iran, 15 aprile 2014.  La madre di un ragazzino di 17 anni ucciso in una rissa, schiaffeggia il condannato a morte per l'omicidio del figlio, e però gli risparmia la vita, perdonandolo. E' la rigida applicazione della qisas (vendetta), uno dei concetti della giurisprudenza islamica, che permette a un familiare della vittima di partecipare all’esecuzione, e tuttavia, può concedere il perdono.
di Arash Khamooshi



Un migrante sub-sahariano si nasconde sotto un veicolo a Melilla, Spagna, 24 aprile 2014.
Alla fine riuscirà a scappare ed entrare nell’enclave spagnola.
di Gianfranco Tripodo




Siamo a Freetown, Sierra Leone. Personale sanitario soccorre e blocca un uomo ammalato di Ebola che, in preda al delirio, ha cercato di fuggire dal centro sanitario dove è tenuto in isolamento. Catto del 23 novembre 2014.
di Pete Muller





Il 16 luglio 2014 l'Artiglieria israeliana colpisce una spiaggia di Gaza City durante l'assedio dei 50 giorni, in Palestina. Uccide indiscriminatamente, quattro giovani ragazzi e ferendo un adulto. Due esplosioni, 30 secondi l'una dall'altra, viene colpita una piccola capanna e poi colpisce all'aperto, sulla sabbia. Civili si precipitarono a soccorrere i feriti, mentre per i quattro adolescenti non ci fu niente da fare. Nessuno ha mai pagato per questo odioso crimine di guerra.
di Tyler Hicks


08/01/15

Niente da negoziare con i fascisti

Dipingi un Maometto glorioso, e muori. Disegna un Maometto divertente, e muori.
Scarabocchia un Maometto ingobile, e muori. Gira un film di merda su Maometto, e muori.
Resisti al terrorismo religioso, e muori. Lecca il culo agli integralisti, e muori,
Prendi un oscurantista per un coglione, e muori. Cerca di discutere con un oscurantista, e muori
Non c'é niente da negoziare con i fascisti. La Libertà di ridere senza alcun ritegno la Legge ce la dà già, la violenza sistematica degli estremisti ce la rinnova.
Grazie, banda di imbecilli.
- Charb,
direttore di Charlie Hebdo


L'ultima vignetta

Il cuore teologico dell'Islam, che si trova nelle Università egiziane, respinge la violenza. Guai a noi se identifichiamo un miliardo e mezzo di persone che professano la religione islamica con gruppi minoritari. Detto questo, respingiamo alcuni commenti che esprimono critiche, a posteriori, sulla linea editoriale di Charlie Hebdo: questo blog che si dichiara fermamente antifascista è per la totale libertà di pensiero e di stampa e non può accettare censure (e autocensure) in nome della religione, della politica, dell'etica e quant'altro. Consapevole dei disastri che i paesi occidentali hanno alimentato e alimentano in Medio Oriente, considera la strage di Parigi un atto vile, barbaro, ingiustificabile. Arrogarsi il diritto di togliere la vita a persone pacifiche, che non hanno mai professato la violenza, colpevoli agli occhi di fanatici di offendere con dei disegni il loro Dio: usare una matita non può essere una condanna, e arrivare a questo è incomprensibile.
Pubblichiamo su questo l'opinione del direttore (direttrice) di Linus, la storica rivista di fumetti e cultura italiana, dove Wolinski, grande disegnatore e una delle vittime di Charlie Hebdo, aveva collaborato in passato, e quella di Will Self, autore satirico inglese. E infine, il disegno che abbiamo scelto, tra i tanti, per Interzone, quello che più ci rappresenta: è il nostro messaggio agli assassini dei redattori di Charlie Hebdo e a tutti i fanatici, gli integralisti, i fascisti..

Stefania Rumor:
"Noi avevamo un rapporto quasi fraterno con la redazione di Hara-Kiri negli anni Settanta, e quando una parte dei redattori di Hara-Kiri ha fondato Charlie Hebdo, abbiamo preso la citazione a Charlie Brown come un omaggio. Abbiamo pubblicato per tanti anni i fumetti di Wolinski, lo conoscevo personalmente. La loro era una satira vivace, vera, senza preoccupazioni verso niente e nessuno, ma con un forte lavoro giornalistico alla base. Forse sapevano che poteva succedere qualcosa, ma nessuno poteva immaginare questo. Si pensa che sia un possibile problema di chi fa satira, ma non è così. Un attentato come questo rende tutto più complicato, fortifica il Fronte Nazionale e l'islamofobia. Sono stravolta, e sono molto preoccupata per le conseguenze che potrebbe avere un'azione simile. Loro erano rimasti i duri e puri di sempre, non so che conseguenze possa avere sulle giovani realtà. L'idea che si possa perdere la vita per una vignetta potrebbe far cambiare idea anche al vignettista più coraggioso. Quello che è successo è totalmente incomprensibile per noi."

Will Self:
Quando c'era stato il caso delle vignette danesi, avevo esposto quello che è il mio metodo per sapere se qualcosa è davvero satira. Deriva dalla definizione di "buon giornalismo" data da HL Mencken: la satira dovrebbe tranquillizzare chi soffre e far soffrire chi è tranquillo. Il problema di molta di quella che oggi viene chiamata 'satira' è che,nei casi in cui è rivolta contro l'estremismo religioso, non è chiaro contro chi si scaglia né chi cerca di difendere. Ovviamente dicendo questo non voglio giustificare l'assassinio dei giornalisti di Charlie Hebdo, che è qualcosa di semplicemente terribile. Voglio solo dire che la nostra società è così ossessionata dal diritto alla libertà di parola che non si pone nemmeno il problema di quali responsabilità derivino da tale diritto.





16/12/14

I Golden Years di D. Bowie

Il 21 marzo del 1976, David Bowie era in America con il suo Thin White Duke") Tour e "Golden Years" era in cima alle classifiche dei singoli più venduti negli USA. Ma quando il tour arriva a Rochester, NY, per un concerto presso il War Memorial Arena i suoi “golden years” rischiarono di deragliare quando il cantante e Iggy Pop vengono arrestati con l'accusa di possesso di marijuana, mezzo chilo, una quantità impressionante per le dure leggi sugli stupefacenti americane, secondo cui, potevano essere condannati a quindici anni di prigione, ma che alla fine portarono a niente altro che un piccolo inconveniente per Bowie, e a uno dei migliori scatti di foto segnaletiche delle celebrità di tutti i tempi.


03/12/14

L'acqua è vita: i GAP a Roma (e cibo e acqua gratis per i randagi a Istanbul)

(PER CHI VIVE A ROMA)   L'ACQUA E' VITA!

I Gruppi di Allaccio Popolare sono pronti ad aiutare le famiglie colpite da un distacco idrico di Acea Ato2.
A Roma infatti non è garantito il diritto all'acqua: per Acea Ato2 SpA non è violazione di un diritto umano lasciare intere famiglie a secco.
L'importante, per l'azienda di Piazzale Ostiense, è assicurare lauti dividendi ai suoi azionisti entro fine anno, riducendo al minimo gli investimenti necessari alla rete idrica. Se per farlo bisogna andare a “caccia di morosi”, ben venga effettuare centinaia di distacchi a settimana, in modo che “l'utente”, possa scegliere se saldare o morire di sete.


21/11/14

Playlist: 10 Album di Novembre

10 Dischi usciti (o in uscita) a Novembre. Novità discografiche per una piccola playlist con artisti affermati sulla scena e gruppi relativamente nuovi.


TV on the Radio - Seeds
Ultimo album per TV on the Radio, dopo l'ultimo Nine Types of Light, e la tragica morte nell'aprile 2011, del bassista Gerard Smith, per un cancro ai polmoni. Eppure, una pausa era necessaria per la band indie/rocker di Brooklyn, e ora sono tornati con ottime canzoni post New Wave, alcune avvolte in atmosfere gelide che ci ricordano Nine Inch Nails. Da Return to Cookie Mountain del 2006, i TV on the Radio sono una delle nuove band che più ci hanno colpito e che ci piacciono non poco..

Pink Floyd — The Endless River
Certo il livello di curiosità era altissimo intorno a The Endless River. I membri della band superstiti minate le sessioni per The Division Bell del 1994, hanno fatto un album che è tanto un omaggio al defunto Richard Wright, e infatti quasi tutti i brani sono firmati dal tastierista, e sono una dichiarazione finale "low-key" . Tutti, tranne la canzone di chiusura dell'album, sono brani strumentali che richiamano il lavoro dei Pink Floyd di fine anni '60. Parecchi erano pronti a sparare su questo lavoro, a dire che era brutto e chiaramente non all'altezza dei capolavori passati, ma in sincerità consideriamo "Il fiume senza fine" un album piacevole da ascoltrae.

Röyksopp — The Inevitable End
Il duo elettronico norvegese Röyksopp con l'album più personale che abbiano mai fatto e l' ultimo nel "formato di disco tradizionale." The Inevitable End è "musica da ascoltare in cuffia girando per casa, magari dopo vari e ripetuti ascolti: canzoni dance-poo-elettronico con tanti ospiti come vocalist..

Depeche Mode — Live in Berlin
Il pubblico devoto, soprattutto quello che affolla i live dei Depeche Mode ha avuto un grandissimo regalo con l'uscita di un nuovo CD e DVD, che coglie la band di Dave Gahn dal vivo a Berlino, al O2 World, in due spettacoli tenuti il 25 e il 27 novembre 2013, come parte del tour di supporto all'album Delta Machine. Tutto il pacchetto è uscito Martedì 17 novembre, il DVD è diretto dal grande Anton Corbijn, collaboratore di lunga data della band, che mantiene il palco come se gli anni non fossero passati. La grafica e la configurazione scenica rendono al meglio la musica e la band suona assolutamente in modo..fantastico.




THE FUTURE SOUND OF LONDON - Environment Five
Quinto album del duo elettronico Brian Dougans e Garry Cobain.
Mentre il sound ambient del FSOL potrebbe risultare non più così innovativo, la loro musica affascina ancora. I precedenti quattro lavori erano per lo più composti da materiale d'archivio, Environment Five è tutto nuovo, 13 brani registrati all'inizio di quest'anno.





FLAMING LIPS - “With A Little Help From My Fwends”.
Coverizazione di tutto il lisergico album dei Beatles, Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band. Un classico tribute album, e a dire il vero non è la prima volta che i Flaming Lips compiono un’operazione del genere. Nel 2009 la band del pazzerello Wayne Coyne realizzò “The Flaming Lips and Stardeath and White Dwarfs with Henry Rollins and Peaches Doing The Dark Side of the Moon”, rivisitazione del celebre disco dei Pink Floyd. “With A Little Help From My Fwends” è un disco importante, fosse altro perchè i proventi della vendita saranno devoluti alla Bella Foundation, un’organizzazione Non-profit di Oklahoma City, che interviene assistendo persone bisognose che non riuscirebbero a sostenere spese veterinarie per i propri animali domestici!


AAVV - GLITTERBEAT: DUBS & VERSIONS I
La Glitterbeat Records è un etichetta interessante e dinamica nel panorama della musica etnica. Questo disco lo consigliamo, un remix che raccoglie versioni di brani di artisti provenienti dall’Africa subsahariana e a reinterpretare e manipolare i brani sono stati chiamati due artisti amati su INTERZONE e di cui abbiamo parlato da poco: Dennis Bovell e Mark Stewart, nomi illustri della scena dub e elettronica, il primo produttore e fedele collaboratore di Linton Kwesi Johnson e Mark Stewart, leader del Pop Group. I due tra l'altro avevano lavorato insieme al grandissimo debutto del Pop Grouo, Y. Comunque due autentiche leggende. Tra i musicisti presenti nella raccolta, Ben Zabo, Samba Touré, Aminata Wassidje Traorè, Tamikrest, Lobi Traoré e Dirtmusic. Un ritorno degli stilemi del reggae e del dub nel continente in cui tutto ha avuto origine.



Bryan Ferry — Avonmore
L'ex frontman dei Roxy Music, che nel corso della sua carriera solista, raramente si è fermato, torna con Avonmore, un album solido, che suona sorprendentemente attuale. Un disco, il 15° in carriera, composto quasi esclusivamente da materiale originale, la maggior parte delle quali rievoca i suoni più classici di Ferry . Pieno di collaborazioni stellari, da Todd Terje a Johnny Marr ex Smiths, da Nile Rodgers a Flea dei Red Hot, Ronnie Spector e Mark Knopfler: tutti hanno dato una mano per brani che non sfigurerebbero in capolavori anni '80 come Boys and Girls o Bête Noir.

Guano Padano Americana
Non sò se avete mai sentito questo gruppo. A noi era piaciuto tanto il loro primo lavoro, “2”, che aveva contribuito a che i Guano siano sempre presenti nelle nostre playlist preferite non solo per la musica alternativa italiana, sempre in bolletta e con pochissime idee. Sono talmente bravi che Mike Patton (Faith No More e svariati progetti sperimentali..) era stato ospite nel disco, e ora li produce per la sua nuova etichetta indipendente, la Ipecac Records.
“Americana”, il nuovo disco della band è ispirato ad un’antologia di autori americani (da Steinbeck a Hemingway, fino ad Edgar Allan Poe) curata da Elio Vittorini che, quando fu ideata negli anni ’30, fu censurata dal regime fascista, su musiche e ritmi che variano, dal
surf punk alla lezione di Morricone, tex mex e ballate stone rock. A proposito, Guano Padano è un combo formato da due ex musicisti che accompagnavano Vinicio Capossela, Alessandro Stefana e Zeno De Rossi, e da Danilo Gallo al basso. Ascoltateli..




David Bowie Nothin has Changed
Che dire.. Il primo tentativo di Bowie per una valutazione completa della sua carriera è stato nel 1989 con il box set Sound + Vision , rivisto e aggiornato nel 2003.
Venticinque anni dopo, in coincidenza con la mostra/museo itinerante che ruota intorno alla sua musica, Bowie pubblica una nuova retrospettiva, Nothin has Changed, che rimanda a due vecchi best, Changes Bowie e Changes One. La raccolta comprende il "suo" meglio dal '64 ad oggi, ma anche materiale non pubblicato e brani presentati per la prima volta. Forse il solo motivo per comprare questi 3 Cd, (una spesa non..indifferente) con copertine diverse, tre immagini del musicista britannico. "Ogni formato ha un'immagine diversa" spiega Jonathan Barnbrook, autore delle cover. "Dovevamo far capire che si tratta di una raccolta di canzoni che copre l'esperienza di vita di una persona e non un concetto specifico o un determinato periodo".