D'all’interno di un’insospettabile ambulanza, il fascista Giusva puntava la sua Carabina di precisione sul portone d’ingresso di casa mia. Avevano deciso di farmi la pelle. Il rampollo della buona borghesia romana, appena iniziato al sesso da Edwige nel film Grazie nonna, era posteggiato al di la della strada da più di una settimana. Mi aspettava all’uscita, era la sua prima grande occasione. Ma io non mi muovevo, i nostri servizi segreti funzionavano ancora, era ormai più di un mese che restavo barricato nel monolocale. Guardavo spesso tra le fessure delle persiane, ma non avevo notato l’ambulanza. Con un occhio puntato dentro il mirino se la passava male laggiù, il Giusva, erano tanti gli inquilini che uscivano dal mio palazzo, probabilmente i sussulti gli sfiancavano i nervi, il sudore freddo colava sulla canna e giù per i fianchi. Se io non superavo i venticinque anni, lui era di molto più giovane. Però non avrebbe certo faticato a riconoscermi, ero sempre vestito con il solito trench verde, lo spolverino militare che mi arrivava fino ai piedi nonostante il mio metro e novanta di altezza, gli stivali di cuoio a punta e gli immancabili Ray-Ban a lenti azzurrate. Non potevo indossare altro, il trench era il simbolo del mio gruppo e i Ray-Ban una delle cause di quell’appostamento. Volevano farmi fuori e avevano scelto la scheggia pin pazza del loro schieramento. Se ne sarà stato li travestito da infermiere fino all’ultimo, fino a quando i suoi mandanti non potevano più aspettare. Solo dopo l’omicidio di Fausto e Iaio mi era arrivata la telefonata della libera uscita. Ancora una volta la perfetta organizzazione della mia banda, anche se sciolta da un pezzo, mi aveva salvato.
La Banda Bellini era stata per alcuni anni la più attrezzata per la difesa dei tanti cortei di quel periodo, nulla passava, come un muro di cemento armato, non c’era problema, quando ci schieravamo il resto del corteo poteva stare tranquillo, in ogni caso si sarebbe arrivati alla meta con pochi danni. Ma i fasci ci conoscevano per ben altro. Se fossi uscito di casa, il Giusva dopo avermi freddato mi avrebbe sicuramente sciacallato i Ray-ban, ma lo spolverino non me lo avrebbe nemmeno toccato, quello no, faceva parte di una storia che non lo riguardava. Quel trench rappresentava la determinazione di una generazione di giovani milanesi, proprio come nel nostro film, dove i quattro protagonisti si scagliano da soli contro un esercito intero, per fare la Cosa giusta. Non l’ho mai raccontata per intero questa storia, solo a episodi da Rattazzo, al Giamaica, o in qualche altro bar milanese all’ora dell’aperitivo, quindi aprite bene il cervello e quando alla fine vi chiederò: “Andiamo?” voi dovete rispondermi Senza esitazioni “Si andiamo!”.....
