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24/01/15

Copyright: il rapporto Reda, la pirata

Noi tifiamo per lei..

UNIRE L'EUROPA sotto la bandiera del libero link e sprigionare la cultura in rete. Ci sta provando una 29enne. "Le vecchie regole, quelle pensate quando ancora non esistevano Youtube e Facebook, stanno frenando la cultura e la conoscenza", dice la pirata all'arrembaggio del copyright europeo. Il suo nome è Julia Reda, tedesca, capelli corti, grandi occhiali e nessun trucco. Giovane ma con alle spalle ben 13 anni di militanza politica, prima nel partito socialdemocratico tedesco (SPD) e poi nel partito pirata. È lei l'unica pirata eletta a Strasburgo. A lei il Parlamento europeo ha affidato il compito di analizzare la vecchia direttiva europea sul copyright datata 2001. Detto fatto. Julia Reda ha appena confezionato e reso pubblica la proposta che il Parlamento metterà ai voti in primavera, in vista della riforma europea sul copyright promessa dalla Commissione Juncker. Reda l'ha fatto a modo suo: tentando un dibattito aperto e bilanciato, rendendo pubbliche tutte le richieste di incontro ricevute dai lobbisti. "Dimostrando - parole sue - che i pirati sono guidati dal buon senso". Sì, ma per arrivare a quale conclusione? Glielo abbiamo chiesto.

IL RAPPORTO REDA (PDF)

Cosa non va nelle norme sul copyright europee oggi?
"Abbiamo una direttiva europea che risale al 2001: il peccato originale è che è stata concepita ben 13 anni fa. L'altra grande debolezza è la mancanza di armonizzazione legislativa tra gli Stati membri. In pratica, chiunque di noi abbia navigato in internet si è imbattuto prima o poi nella scritta: "Questo contenuto non è disponibile nel tuo Paese". 
Una cosa simile, in un mercato comune come il nostro, non dovrebbe accadere. E può essere drasticamente ridotta introducendo una riforma europea del copyright che si applichi direttamente in tutti i Paesi dell'Ue. L'ultima volta che l'Unione ha affrontato la questione a livello normativo, e cioè nel 2001, Youtube e Facebook non esistevano neppure. La gente non girava con degli apparecchi in tasca che le offrivano la possibilità in qualsiasi momento di creare, consumare, remixare e condividere i media. Il risultato? Molti gesti che fanno ormai parte della nostra quotidianità, come postare foto di edifici pubblici sui social oppure condividere il fotogramma di un film che ci è piaciuto, sono illegali in parecchi Stati membri. Mentre noi ci "scambiamo" sempre più cultura, ci vorrebbero nel frattempo gli avvocati esperti di 28 differenti normative sul copyright per dimostrare che non stiamo facendo niente di illegale. E non sono solo gli utenti a venire penalizzati dall'incertezza e dalla frammentazione del diritto. Un esempio? Anche le biblioteche e gli archivi hanno sempre più difficoltà ad assolvere al loro compito, nonostante sia di pubblico interesse: è difficile per loro anche solo determinare quali opere siano vincolate da copyright. E poi le opere digitali come gli ebook spesso vengono considerate dalla legge in modo differente rispetto alle opere materiali come i libri di carta".

Cosa potrebbe cambiare con la bozza che lei ha presentato, e quali azioni concrete si aspetta?
"Io sostengo l'introduzione di una legge sul copyright comune in Europa. Come minimo, le eccezioni alla protezione del copyright devono essere estese in modo standard in tutta l'Unione. Questo perché abbiamo bisogno che le eccezioni coprano gli usi scientifici ed educativi delle opere, bisogna tener conto dei modi in cui oggi le persone fruiscono dei media e interagiscono. Abbiamo bisogno di una legge "future-proof", elastica, che sia in grado di rispondere alle urgenze del futuro, anche quelle che oggi non possiamo neppure immaginare. Altrimenti tra pochi anni ci ritroveremo come ora, con leggi che non reggono più. La mia proposta prevede anche di rafforzare il potere negoziale degli autori nei confronti di editori e intermediari. E che tutti i contenuti prodotti dai governi siano copyright-free".

Da cosa, in questa bozza, si vede la "firma" pirata?
"Molti sono convinti che i pirati vogliano abolire il copyright tout court. Si sbagliano: non è così. Nel mio rapporto non trovate idee radicali, ma aggiornamenti di buon senso. Servono a garantire che il copyright incoraggi la creatività e che intanto consenta anche un ampio accesso alla cultura e all'informazione nell'ecosistema digitale. La "firma" pirata in quel rapporto la trovate nella visione ottimistica delle nuove tecnologie e di come la società può beneficiarne, mentre altre forze politiche ne hanno una visione nefasta e pensano a difendere lo status quo. Ma è una falsa convinzione, quella che se non cambiamo le leggi tutto rimarrà come prima. Internet ha già trasformato radicalmente il nostro approccio a cultura e conoscenza. O le leggi ne tengono conto, o faremo solo un danno ai consumatori, agli artisti, all'economia".


Da una parte le trattative per la liberalizzazione dei commerci con gli Usa, dall'altra la risoluzione approvata da Strasburgo su Google: sono due delle iniziative già in campo che potrebbero avere effetti sulla questione copyright. Come si intreccia la sua proposta con i percorsi già avviati dall'Ue?
"Gli accordi internazionali limitano le possibilità di manovra legislativa, per cui dobbiamo fare attenzione che il TTIP (Trattato transatlantico su commercio e investimenti), CETA (il trattato Ue-Canada) e altri accordi non ci privino della possibilità di fare una riforma sensata del copyright: il rischio, se non interveniamo in tempo, è quello di ritrovarci con le leggi deboli di ieri scritte sulla pietra dura dei trattati di domani. Purtroppo finché i negoziati avvengono in segreto, per la società civile è difficile reagire in tempo. Quanto ai tentativi fatti da Spagna e Germania per imporre una "Google tax" a Google se voleva far comparire le notizie in Google News, quello sforzo è subito fallito quando è diventato evidente quanto quei siti di notizie si avvantaggiassero dal comparire nel motore di ricerca. Mi preoccupa che il commissario Ue per l'economia e la società digitali Günter Oettinger abbia fatto intendere di voler applicare uno schema simile su scala europea: non condivido affatto. La mia posizione è: facciamo pagare ai "giganti" le loro tasse impedendo le scappatoie, invece di farlo limitando la condivisione delle informazioni online".

In Italia un'autorità amministrativa, l'Agcom, con un regolamento sul copyright si è riservata il potere di intervenire bloccando alcuni siti senza che prima ci sia un intervento dell'autorità giudiziaria o che ci sia stata una discussione parlamentare sulla materia. Questo, se la riforma europea venisse approvata, come cambierà?
"Secondo me i blocchi sul web sono una cattiva idea in generale. Lo Stato non dovrebbe stimolare i provider internet a mettere in piedi infrastrutture di tipo censorio, tanto più a stilare liste segrete di siti bloccati e a fare tutto ciò senza supervisione giudiziaria. Ci sono molti casi di siti perfettamente legali che sono finiti in quelle liste. Il fatto che questo approccio sia ancora consentito o no in futuro, dipende dalla specifica legislazione in materia. Quando il commissario Oettinger presenterà la sua proposta di riforma tra qualche mese, considererò di introdurre un emendamento che impedisca questa pratica".

04/05/13

La proprietà intellettuale? Un furto!

È LEGITTIMO CHE GLI ARTISTI RICEVANO UNA giusta remunerazione dal loro lavoro. I diritti d’autore sembrano rappresentare una delle loro più importanti fonti di reddito. Purtroppo stanno diventando uno dei prodotti più commerciali del XXI secolo. Il sistema non sembra più capace di proteggere gli interessi della maggioranza di musicisti, compositori, attori, ballerini, scrittori, designer, pittori o registi. Una constatazione che spinge ad aprire un dibattito sulle strade da ricercare per assicurare agli artisti i mezzi per vivere del loro lavoro e garantire alle creazioni il meritato rispetto.  
Joost Smiers

I grandi gruppi culturali e d’inforniazione coprono il mondo intero con satelliti e cavi. Ma possedere tutti i canali dinformazione del mondo ha senso solo se si possiede Fessenziale del contenuto, di cui il copyright costituisce la forma legale di proprietà. Attualmente nel settore della cultura assistiamo a una vera giungla di fusioni, come quella di Aol e Time Warner. Tutto questo rischia di far si che, in un prossimo futuro, sia solo un gruppetto di poche compagnie a disporre dei diritti di proprietà intellettuale su quasi tutta la creazione artistica, passata e presente. Il modello è Bill Gates e la sua società Corbis, proprietari dei diritti di 65 milioni di immagini in tutto il mondo, di cui 2,1 milioni in rete. 
ll concetto, un tempo utile, di diritto d’autore diventa così uno strumento di controllo del bene comune intellettuale e creativo, nelle mani di un ristretto numero di imprese. Non si tratta solo di abuso che sarebbe facile individuare. L'antropologa canadese Rosemaiy Coombe, specialista in diritti d‘autore, osserva che «nella cultura consumistica, la. maggior pane di immagini, testi, etichette, marchi, logo, disegni, arie musicali e anche colori sono governati, se non controllati, dal regime di proprietà intellettuale ». Le conseguenze di questo controllo monopolistico sono spaventose. l pochi gruppi dominanti dellîndustria culturale trasmettono solo le opere artistiche o di intrattenimento di cui detengonoi diritti.
SI CONCENTRANO sulla promozione di alcune star, sulle quali investono fortemente e guadagnano sui prodotti derivati. A causa dei rischi elevati e delle esigenze di ritorno sull'investimento, il marketing rivolto a ogni singolo cittadino del mondo e cosi aggressivo che tutte le altre creazioni culturali sono eliminate dal panorama mentale di molti popoli. A scapito della diversità delle espressioni artistiche, di cui abbiamo disperatamente bisogno in una prospettiva democratica. Si assiste anche ad una proliferazione di norme legali su tutto ciò che riguarda la creazione. Le società che comprano l’insieme dei diritti, li proteggono con regole molto dettagliate e fanno difendere i loro interessi da avvocati altamente qualificati. Improvvisamente, l'artista deve fare attenzione a che queste società non gli rubino il lavoro. Per difendersi è costretto ad assumere a sua volta degli avvocati, anche se i suoi mezzi economici sono molto più limitati. Con il sistema dei diritti d’autore le grandi compagnie fanno fortuna. Ma la pirateria che «democratizza» l'uso, in casa propria, della musica e di altri materiali artistici, le minaccia. Con un suo giro di affari pari a 200 miliardi di dollari l‘anno, disturba l'accumulazione di capitale . Tuttavia la lotta contro la contraffazione sembra vanificata dall’invenzione di Mp3, Warapster, ecc. Questi ultimi rendono possibile in pochi minuti il telecaricamento di notevoli quantità di musiche, immagini, film o software dallo stock virtuale di dati disponibili in tutto il mondo. Un fenomeno che l'industria del disco e la sua associazione, la Riaa (Recording lndustry Association of America), non apprezzano affatto.
PHILIP KENNICOTT, un ricercatore australiano, ritiene che questi siti permettono di scavalcare completamente il circuito commerciale della produzione musicale. «Gli americani, scrive, commettono l’errore di paragonare un certo stile di cultura popolare - come le grandi macchine prodotte dall industria americana - con la cultura americana, come se i film spettacolari e i dischi venduti a milioni di copie rappresentassero, da soli, la creatività degli Stati Uniti. È afiascinante pensare che i prodotti di divertimento formino il cemento culturale che unisce i popoli. Ma questo tipo di cultura popolare, di cui le industrie sono proprietarie, è molto diversa dalla cultura del popolo, che non appartiene a nessuno ».  Per di più, computer e Internet forniscono agli artisti un’occasione unica di creare utilizzando materiali che provengono da correnti artistiche di tutto il mondo, del passato e del presente. E in questo senso non fanno nulla di diverso da ciò che hanno fatto i loro predecessori: Bach, Shakespeare e migliaia di altri. È sempre stato normale utilizzare idee e parte del lavoro dei precursori. Altra cosa è il plagio. Su questo fenomeno, il filosofo Jacques Soulillou sviluppa un interessante commento teorico: «La ragione per la quale è diflicile produrre la prova di plagio nel campo dell ’dell'arte e della letteratura sta nel fatto che non basta soltanto dimostrare che B si è inspirato ad A, senza eitare eventualmente le sue fonti, ma bisogna anche provare che A non si e ispirato a nessuno. Il plagio suppone infatti che la regressione di B verso A si esaurisca li, perché si arrivasse a dimostrare che A si è inspirato, e per cosi dire ha plagiato un X che cronologicamente lo precede, la denuncia di A ne risulterebbe indebolita ».

25/01/13

Mega: Privacy DotCom

«Non è solo un atto barbaro e vigliacco. Troppo facile liquidarlo così. È un attacco al nostro modello di società. Ci odiano, odiano il nostro stile di vita e colpiscono dove siamo più vulnerabili...
Che tu sia maledetta FBI! La chiusura di Megavideo è un atto di guerra contro un'intera generazione!»
NeetKidz - ZeroCalcare

Con buona pace di Samuel Huntington e dei suoi rapaci epigoni annidati tra i falchi di Washington nell'era Bush, l'unico vero scontro di civiltà consumatosi negli ultimi anni e fondato su valori culturali, è stato quello che ha opposto le grandi major di Hollywood e la generazione digitale dei NeetKidz, raccontata magistralmente dalle strisce di fumetti di ZeroCalcare.

Il raid condotto un anno fa dalle autorità federali statunitensi contro i server di MegaUpload si colloca sullo sfondo di una guerra per il controllo del mercato dell'informazione in corso da anni tra anarco-capitalismo digitale e vecchi conglomerati dell'entertainement. Allora, il sequestro di migliaia di gigabyte di dati – ancora oggi nelle mani del Dipartimento di Giustizia, nonostante si trattasse in larga parte di materiali non coperti da copyright e quindi perfettamente legittimi – mise in luce come di fatto gli utenti non siano soggetti cui è attribuito alcun profilo giuridico. La tutela dei loro diritti (anche quelli di proprietà di beni immateriali) non è ancora materia affermata o condivisa da alcuna dottrina o regolamento internazionale.

Ed è probabilmente a partire da questa intuizione che Kim 'Dotcom' Schmitz ha intenzione di fondare il suo nuovo impero. Il core business della sua nuova creatura, ribattezzata semplicemente MEGA, è la privacy degli utenti. Oltre allo spazio messo a disposizione (50 gigabyte gratuiti per gli account free, fino a 2 terabyte per quelli premium) crittografia ed un senso di sicurezza sono l'oggetto dello scambio. Se non fosse per questi due elementi implicati nella transazione, il cyberlocker dell'ex-hacker tedesco sarebbe simile a tanti altri servizi cloud già presenti sul mercato (come DropBox o Skydrive). E forse non avrebbe alcuna speranza di competere con questi colossi.


Attenzione. L'idea di Dotcom non brilla per originalità. Il pasciuto imprenditore è solo l'ultimo di una lunga serie che devono la loro fortuna proprio allo scontro generazionale di cui dicevamo in apertura. Non è un mistero che da diverso tempo sia in crescita un florido mercato di servizi per la tutela della privacy e della sicurezza, rivolto proprio all'utenza domestica. Si pensi infatti alla miriade di imprese che erogano servizi VPN (acronimo di Virtual Private Network): basta fondare una società in un paese dove la legislazione sulla data retention sia sufficientemente permissiva e per una manciata di euro si può vendere l'accesso a tunnel crittografici. Uno scudo digitale con cui navigare al riparo dagli occhi indiscreti del proprio governo e scaricare in pace musica e film, senza per questo rischiare di finire in tribunale con l'accusa di aver infranto le leggi vigenti sul copyright ed incorrere in multe da decine di migliaia di euro.

Dotcom si inserisce in questa scia. Commercializza privacy e sicurezza nell'epoca segnata dal motto “Privacy? You can have zero privacy” e da una criminalizzazione delle pratiche di sharing al di là di ogni limite immaginabile. L'ex hacker, ed oggi geek a tutti gli effetti, ha avuto l'intelligenza di saper sfruttare bisogni e pratiche socialmente diffusi e trasformare in materia prima per il processo produttivo attitudini, stili di vita e modalità di accesso ai manufatti digitali. Non è il primo e certo non sarà l'ultimo. Facebook ad esempio, in un mondo segnato da dinamiche di precarietà lavorativa ed esistenziale, ha come mission quella di «aiutare l'utente a rimanere in contatto con le persone della sua vita» (ovviamente in cambio dei suoi dati personali). E nel medesimo contesto trova la sua ragion d'essere un social network come Linkedin, ovvero un'agenzia di lavoro interinale aperta 24 ore al giorno dove l'annoso problema dei diritti sindacali è solo un ricordo del passato. Ma nella schiera dei geek (cioè dei cacciatori di tendenze) degni di menzione troviamo altri nomi, apparentemente insospettabili. Ciò che infatti un personaggio come Julian Assange aveva capito perfettamente, è che nell'era della riproducibilità infinita dell'informazione, il leaking (esattamente come il P2P o la condivisione di files) è una tendenza sociale irreversibile che con un pizzico d'ingegno può essere messa a valore. A questo puntava l'operazione Wikileaks prima di sfuggire di mano. Ovvero alla creazione di una nuova forma di impresa ed intermediazione giornalistica che andasse ad affiancarsi alle agenzie stampa tradizionali (ovviamente dietro congruo compenso da parte dei “media partner” prescelti).

Il vero colpo di genio di Dotcom è stato quello di presentare il business plan della sua nuova avventura commerciale come una missione in difesa dei diritti umani. E non ultimo di trasformare l'esibizione di forza muscolare del Dipartimento di Giustizia americano contro MegaUpload in uno spettacolo che ne celebra la rinascita. Unico protagonista dello show è lui, Kim. Come nella più classica delle favole della new economy il self-made-man, deus ex machina di avventure economiche che diventeranno leggenda, ascende al cielo dei folk heroes di Internet partendo dalle segrete del carcere in cui era stato rinchiuso. Con un lieto fine d'obbligo: il nostro protagonista da nemico pubblico numero uno si trasforma in un brand, un'icona pop in cui il pubblico può identificarsi. E guadagna milioni di dollari. Dotcom ha rovesciato come un guanto la sua vicenda personale e ne ha fatto motivo di sfida. In questo senso ha mostrato una profonda conoscenza dei meccanismi del marketing odierno, caricando il suo nuovo prodotto di una dimensione utopistica, generando così uno spazio pubblico dell'emozione che unifica affettivamente la società e rende attraenti le merci che lo popolano.


23/02/12

Anti - Acta e gli spioni

Chi spia il Web a caccia di contenuti illegali? Si diffondono, tra le critiche, le società specializzate nel contrastare la pirateria. Con l'approvazione di Acta potrebbero dilagare in tutta Europa. Che continua a protestare: il prossimo appuntamento il 25 febbraio.
Le chiamano “ Copyright Enforcement Companies” e sono i bounty killer dell’industria del copyright. Sono società private specializzate nella repressione della pirateria informatica. Diffondono file danneggiati o corrotti ( file decoy) e tentano di compromettere i network di condivisione. Setacciano i siti e le reti P2P registrando gli indirizzi Ip degli utenti che condividono materiale protetto da copyright, per poi rivenderli ai propri clienti. Per individuare fisicamente questi utenti però, serve la collaborazione dei provider dello Stato dove risiede il presunto pirata. Le industrie del copyright hanno spesso invocato l’imposizione di un obbligo di collaborazione a carico di questi gestori di rete. Con il nuovo trattato internazionale Acta potrebbero vedere esauriti i loro desideri anche là dove finora sono rimasti delusi.

Fino a oggi, in Italia la giurisprudenza ha dato ragione a provider e utenti. Per esempio nel 2010 la Federazione anti pirateria audiovisiva ( Fapav) aveva chiesto che Telecom si impegnasse a controllare l’attività dei propri clienti e, su richiesta, a dare i nominativi collegati agli Ip individuati a scaricare materiale protetto. I giudici hanno dato ragione a Telecom e alle associazioni di consumatori costituitesi in giudizio. Se la Fapav intende lamentare una violazione del copyright deve fare istanza al tribunale, come tutti, e sarà il giudice eventualmente a richiedere a Telecom i nominativi. Durante il processo erano emerse notizie inquietanti sull’impiego di compagnie di copyright enforcement da parte di Fapav. In particolare la Coo-peer-right Agency era sospettata, oltre di aver violato le norme sulla privacy, di aver usato anche dei malware-spia per conoscere i siti visitati dagli utenti.

Ma in altri Paesi la situazione è più favorevole ai detentori di copyright. In Germania, per esempio, i gestori di servizi passano ogni mese alle industrie dei contenuti dati riguardo a circa 300mila utenti. Le compagnie di copyright enforcement, attivate dai legali delle industrie, individuano chi mette in condivisione determinati file protetti dal diritto d’autore. A questo punto i proprietari dei diritti incrociano le informazioni e chiedono i danni ai singoli utenti. La cifra richiesta per evitare un processo va dai 300 ai 1200 euro di solito, e spesso viene pagata.


Per uniformare le diverse normative e, sospettano alcuni, per imporre una legislazione restrittiva sul copyright in tutti gli Stati, è stato scritto il trattato internazionale Acta. La sua esistenza è stata svelata, prima di qualsiasi dichiarazione ufficiale, dai cablo di Wikileaks nel 2008. L’Unione europea l’ha siglato il 26 gennaio 2012 e da allora sono cominciate imponenti manifestazioni e proteste in tutta Europa. Sul Web i cyberattivisti di Anonymous hanno lanciato la loro campagna contro Acta. Singoli membri del Parlamento europeo, facendo proprie alcune delle preoccupazioni emerse nelle opinioni pubbliche nazionali, hanno espresso perplessità e critiche. Il relatore parlamentare di Acta, il francese Kader Arif, ha rinunciato al suo incarico per dare un forte segnale di protesta. In ogni caso dal 29 febbraio comincerà l’esame del trattato nelle commissioni competenti e, per tenere alta l’attenzione pubblica sul tema, si continuano a organizzare manifestazioni coordinate in tutto il mondo. La prossima è prevista il 25 febbraio e in Italia si svolgerà a Roma (in precedenza si parlava di Verona).

Perché il trattato entri in vigore, è necessario che il Parlamento europeo lo approvi e gli Stati membri lo ratifichino. Dopo le pressioni venute dalle piazza alcuni governi, come quello polacco, hanno messo in discussione la propria firma. E intanto la Commissione ha chiesto oggi alla Corte di giustizia europea un parere sull'accordo Per salvare il trattato dal rischio di naufragio, la Commissione europea ha diffuso un documento teso a rassicurare i cittadini sul fatto che con Acta non cambierà nulla o quasi nella loro vita quotidiana. Ma la comunità telematica non è convinta. Troppo generiche le promesse della Commissione e il testo del trattato è talmente vago, sottolineano alcuni blogger, da non offrire garanzie sui risultati a cui potrebbe portare.

Il rischio è che presto in tutta Europa, e non solo, si diffondano pratiche repressive scarsamente controllate, spesso intimidatorie e non sempre precise. Può capitare che le compagnie di copyright enforcement sbaglino il loro bersaglio e si creino situazioni paradossali. Questo è il caso, ad esempio, capitato a una signora tedesca raggiunta dall’accusa di aver scaricato illegalmente un film particolarmente violento sugli hooligans. Le hanno chiesto 650 euro per evitare di andare in tribunale. Peccato che, come ha fatto notare il suo avvocato Christian Solmecke, la signora non avesse nemmeno un computer. Per la serie, nessuno è al sicuro. 

Wired


02/02/12

Il vero motivo del blitz dell'F.B.I contro MegaUpload


Kim Dotcom (MegaUpload): 'Presto accordi con gli artisti stanchi delle major'



(Dicembre 2011)
Al centro di polemiche per un videoclip e una canzone che promuovono in rete il servizio di file sharing MegaUpload (e che la major Universal Music ha cercato di far togliere da YouTube), il vulcanico e discusso fondatore dell'impresa, Kim Dotcom (vero nome Kim Schmitz), ha in serbo altre sorprese poco gradite all'industria discografica. Si tratta, come ha raccontato al blog TorrentFreak che ne ha ospitato un lungo intervento scritto, di due iniziative che riguardano il settore dei servizi "direct to fan", e che sono emerse proprio nel corso della vertenza legale con Universal: Megabox.com, "un sito che presto permetterà agli artisti di vendere le loro creazioni direttamente ai consumatori trattenendo il 90 % dei guadagni", e Megakey, "una soluzione che agli artisti consentirà di ricavare introiti dagli utenti che scaricano musica gratuitamente. Esatto, pagheremo gli artisti anche per i download gratuiti. Il modello di business è stato testato su oltre un milione di utenti e funziona".
Kim Dotcom, che nel suo scritto racconta dal suo punto di vista la diatriba insorta intorno a "MegaUpload mega song", sostiene di essere vicino alla firma di accordi esclusivi con numerosi artisti "desiderosi di abbandonare modelli di business superati". E, nel suo intervento, non risparmia attacchi ai discografici: "Bisogna capire che alcune etichette sono gestite da dinosauri arroganti e superati che sono nel settore da 1000 anni. Questa gente crede che l'iPad sia un prodotto per la cura del viso, che Internet sia il diavolo e che i telefoni a filo siano ancora di moda. Nega le nuove realtà e le nuove opportunità. E non ha capito che i giorni degli imbrogli ai danni del pubblico sono finiti".

Sappiamo tutti com'è finita: MegaUpload oscurato,Kim Dotcom arrestato,miliardi di file cancellati da piattaforme per il filesharing.. Hanno vinto forse una battaglia,ma perderanno la guerra. Questo,è sicuro..

06/01/12

Copyright e altro. Cory Doctorow Interview

 Cory Doctorow è figlio di profughi  trotskisti  russi,  nato quarant’anni fa a Toronto e oggi residente a Londra,scrittore di fantascienza, blogger, giornalista, copyfighter e chi  più ne ha più ne metta. Lascia scaricare i suoi ebook gratis, ma apre ogni capitolo con dediche a librerie indipendenti (sul best-sellerLittle Brother,per esempio) e pubblica per un colosso come Harper Collins. Scrive decine di post al mese sul blog Boing Boing ma è anche editorialista di punta del quotidiano britannico “The Guardian”. Adora le playlist sull’iPod, così come i consigli di un amico negoziante di dischi. Tiene ritmi degni del workaholic più compulsivo, ma quando lo incontri, al Conference View a Torino, è disponibile e sorridente.

Napster apparve nel 1999. Dodici anni dopo, l’impressione è di trovarsi ancora intrappolati in quelle che tu definisci “guerre del copyright”. Siamo destinati a vivere in una condizione di perenne
conflitto? O esiste una soluzione?
È vero che Napster ha segnato l’inizio dell’ultima grande battaglia, ma la guerra del copyright è storia vecchia. Nella musica si combatte almeno dal 1908, da quando si diffusero le prime registrazioni sonore.Oggi il panorama è confuso, anche per una strana combinazione tra generazioni diverse: vecchi produttori che vedono scomparire ciò che ritenevano normale, utenti che hanno a disposizione strumenti potentissimi e vengono denunciati perché li usano, musicisti stufi di sentir parlare di soldi che non hanno mai visto. C’è un’altra novità, però: in ballo non c’è più solo la musica. Stiamo parlando del futuro di un network che ormai usiamo per tutto: per rimanere in contatto con la famiglia,per controllare che i nostri politici si comportino onestamente,per alimentare le rivoluzioni nel MedioOriente, magari anche per innamorarci. Oggi la trincea è immensa e le guerre di copyright,specie sul fronte musicale, mettono in pericolo l’intera Internet.
Sei più ottimista o pessimista?
Incredibilmente pessimista, se penso a come potrebbero andare male le cose se non facciamo qualcosa. Altrettanto ottimista,quando mi rendo conto che se combattiamo finiremo per vincere.
Prima hai detto che la guerra del copyright non riguarda solo la musica. Da diretto interessato, pensi che stia pian piano coinvolgendo anche l’industria libraria?
Il cambiamento riguarda tutti, ma con modalità differenti. Il libro è una forma più consolidata della canzone registrata, è vecchio quantol’Egitto. E mentre sono chiarigli aspetti che rendono un MP3 preferibile rispetto a un brano su disco, non esistono ancora ragioni evidenti che ci portino a preferire gli ebook ai libri di carta. Inoltre, nel mondo dei libri girano meno soldi che nella musica. Le case editrici non hanno lo stesso potere delle etichette, non possono permettersi certe cause legali, non hanno influenza sui legislatori. Alla maggioranza della gente,per di più, non frega nulla dei libri. Le guerre di copyright coinvolgono anche il design del punto croce, ma chi si preoccupa del punto croce? Sono diversi i livelli di scontro e le reazioni.
Pensiamo ai videogiochi, in quel settore l’industria è terrorizzata dalla pirateria fin dalla nascita, ma ha dovuto vedersela con un dato di fatto: la classe dirigente non li vede di buon grado.Quando un produttore di videogiochi si rivolge a un politico e gli dice “ aiuto, la pirateria ci uccide ”, il politico risponde “ fantastico, morite! ”. Per questo, negli ultimi vent’anni l’industria ha dovuto inventarsi nuove formule, immuni alla pirateria. Come World Of Warcraft: tu non puoi piratarlo, devi pagare quindici euro al mese per giocarci. E infatti è diventato il videogioco più redditizio della storia.
Il termine “copyright” rimanda al diritto di copiare un contenuto.È possibile regolamentare tale azione su una fotocopiatrice extra-large come Internet?
Il copyright in realtà ha una storia complessa. Nasce come “controllo della copia” perché quello sembrava un ottimo modo per regolare - anche dal punto di vista economico - la catena di distribuzione dell’industria dell’intrattenimento. Ma dovremmo concentrarci su un altro aspetto: il rapporto tra creatori e produttori. Quando ho iniziato a scrivere libri, i colleghi più anziani mi hanno subito avvertito che il momento in cui cedevo il copyright all’editore era quello in cui gli davo la possibilità di fregarmi.
Bisognerebbe recuperare alcuni aspetti del diritto d’autore origi-nario. In America, il copyright copriva inizialmente un periodo di quattordici anni, che solo l’autore poteva rinnovare di altrettanti.
Se tu, giovane scrittore, andavi da un editore e glidicevi“ ho scritto un capolavoro, pubblicamelo! ”,lui ti rispondeva “certo, te lo pubblico, come compenso eccoti un acino d’uva”. Ma se dopo quattordici anni il tuo libro continuava a vendere, era lui che veniva a implorare:“ dai, rinnoviamo il copyright?” .E tu potevi rispondergli: “come no, però in cambio mi dai un rene ”.È nell’equilibrio tra autore ed editore che bisogna intervenire, senza preoccuparsi troppo di quello che il pubblico fa con le opere.


"Più blindiamo il copyright, più lo rafforziamo, più diventa difficile che opere come Paul’s Boutiquedei Beastie Boys vengano alla luce"


Più che tornare ai quattordici anni, sembra che ci stiamo muovendo nella direzione opposta. Di recente, il copyright musicale in Europa è stato portato da 50 a 75 anni.
È il balletto intercontinentale: l’Europa dice che deve raggiungere gli Stati Uniti,gli Stati Uniti diranno che dovranno raggiungere qualcun altro e così via. Bisogna coinvolgere gli artisti. Bisogna che sappiano tutto ciò che c’è in ballo. Prendi due album come Paul’s Boutique dei Beastie Boys e It Takes A Nation Of Millions To Hold Us Back dei Public Enemy. Sono stati registrati durante l’età d’oro dell’hip hop (rispettivamente nel 1989 e nel 1988 ,NdI),quando non c’erano regole e gli artisti inserivanonegli album tutti i sample che desideravano. Oggi non è più così, bisogna chiedere e pagare autorizzazioni su tutto,a fare il prezzo sono le etichette e per registrare quei dischi servirebbero rispettivamente 16 e19 milioni di dollari. Nessun artista o
produttore potrebbe mai permetterseli. Quella musica non esisterebbe. C’è una quantità potenziale di arte che nessun musicista può comporre e che noi non potremo mai ascoltare. Più blindiamo il copyright, più lo rafforziamo, più diventa difficile che opere del genere vengano alla luce. Gli artisti dovrebbero rendersi conto che anche dal punto di vista creativo è nel loro interesse un cambiamento. In Inghilterra,dove il tema è molto dibattuto, Billy Bragg e altri musicisti hanno formato la “Feature Artist Coalition”  proprio con questo obiettivo. Sono d’accordo nel diminuire il copyright, ma vogliono più potere nelle mani degli artisti.
Pensi che gli artisti a volte siano un po’ troppo naif?
Lo è Lily Allen quando si scaglia contro la pirateria e il giorno doposi scopre che sta ancora distribuendo online dei mixtape di canzoni altrui, non autorizzate, che aveva realizzato qualche anno prima.
Molti le hanno dato dell’ipocrita, sbagliando. Le si doveva spiegare che quello che aveva fatto era naturale: chiunque ami lamusica, condivide i suoi brani preferiti. Se non fosse stato per un mixtape, io a ventun anni sarei stato ancora vergine. È parte del nostro modo di comunicare.
A proposito di mixtape, nell’iPod ho una playlist chiamata “Cory Doctorow’s recalling friends”, basata sulla tua prefazione al libro Sound Unbound di DJ Spooky. Seguendo il tuo esempio, quella playlist sfrutta l’ intelligenza artificiale di iTunes per raccogliere brani a cui ho attribuito un voto alto e che non ascolto da almeno tre mesi. Mi permette di non perdere contatto con i miei “amici musicali”, insomma. Molto bello, sentimentale, ma non è un po’ troppo meccanico? Non è che le tecnologie, più che aiutarci a scegliere cosa ascoltare, stanno decidendo cosa farci ascoltare?
Clay Shirky dice che non esiste information overload: oggi abbiamo solo un problema di filtri . Noi abbiamo sempre usato dei filtri: una radio, un negozio di dischi, un dj, il direttore artistico di un’etichetta. Ancor prima, era la geografia: tua scoltavisolo i musicisti che passavano dalle tue parti. Oggi ci serviamo di una nuova generazione di filtri. Alcuni umani, come possiamo essere io e i miei colleghi su Boing Boing . Altri automatizzati, come le smart playlist degli iPod. Non possiamo vivere senza, sono necessari. Onestamente, io preferisco che siano legati al gusto e al desiderio, che non dipendenti da limitazioni fisiche, coincidenze o ancor peggio da un monopolio. Per questo vivo molto meglio oggi. In Inghilterra si dice che“ le leggi sono come salsicce: è meglio che tu non sappia come vengono fatte ” (Wikipedia attribuisce la citazione, con il beneficio del dubbio, a Otto Von Bismarck, NdI). Significa che le leggi sono belle quando le trovi su un libro di diritto, un po’ meno quando scopri come sono nate. Per i filtri è lo stesso. Quelli del passato forse ci sembrano naturali, semplici, puliti, mentre dietro c’era parecchia sporcizia. Io preferisco la trasparenza, preferisco avere tuttosotto controllo, preferisco una Wikipedia dove di ogni articolo ti viene mostrato anche il retrobottega, con le discussioni , i tagli, i cambiamenti, che un quo ti diano dove si leggono solo gli articoli definitivi. Scrivo per dei quotidiani, so benissimo che molto spesso vengono pubblicati testi che gli stessi redattori considerano pieni di sciocchezze. Ti è mai capitato di trovare, vicino a un articolo sul “New York Times”, un box in cui un redattore esprime le sue perplessità sul contenuto? Per qualcuno,l’assenza di retroscena è un indicatore di qualità. Per me è opacità. Preferisco sapere cosa c’è nelle salsicce, piuttosto che far finta che siano sempre pure.
Quali filtri usi quando devi decidere cosa leggere o ascoltare?
Per i libri, sono la persona sbagliata a cui chiederlo.Sono un recensore, adotto criteri diversi da quelli di qualsiasi lettore normale. Ricevo un centinaio di libri a settimana in una casella postale.
Quando vado a ritirarli, non posso portarmeli tutti dietro. Allora faccio una prima cernita in base alla copertina: quelli che non mi sembrano troppo stupidi, vengono con me. In ufficio scatta la seconda selezione: due pagine a testa. I libri interessanti vanno a formare una nuova pila,gli altri finiscono in beneficenza.Quindi inizio a leggere e mi fermo solo se trovo una ragione che mi impedirebbe di consigliare un libro. Ho deciso di parlare solo di ciò di cui voglio consigliare la lettura. Poi ci sono criteri extra. Per esempio, viaggio parecchio e leggo anche velocemente: fino a cinque libri per viaggio.
Ma in aereo porto solo dei paperback, per questo spesso impiego molto più tempo per i volumi a copertina rigida. Non credo che questi criteri possano essere molto utili ai tuoi lettori! E lo stesso vale per la musica, sono di nuovo la persona sbagliata. Perché ho quarant’anni e i quarantenni non vanno a caccia di dischi nuovi come i ventenni. I miei gusti ormai sono definiti. Certo, ogni tanto scopro qualche nuovo artista, qualche sonorità che mi intriga, ma la stragrandemaggioranza dei miei ascolti riguarda quelle canzoni -più di mille ore di musica - che già conosco e di cui non mi stanco mai.
Anch’io, però, ho dei consiglieri di riferimento: un amico che lavora in un negozio di dischi di Toronto e un ex-dipendente di Universale Sonycheoggista a Last.fm.
Su Internet sei conosciuto soprattutto per Boing Boing (www.boingboing.net). Il blog è collettivo, ci scrivete regolarmente in sei. Come vi organizzate?
Semplice, non ci organizziamo. E non abbiamo nemmeno aree di competenza riservate, anche se ognuno segue soprattutto i suoi interessi, quindi è facile che gli articoli su copyright o fantascienza siano miei. Viviamo in città,anzi continenti diversi: io a Londra ,Xeni Jardin a Los Angeles, Mark Frauenfelder e David Pescovitz a San Francisco, Maggie Koerth-Baker a Minneapolis, Rob Beschizza a Pittsburgh. Una volta su un milione capita ch euno di noi avverta gli altri via email che sta lavorando su una storia, “prenotandola”, ma è più facile che arriviamo in due o tre contemporaneamente sulla stessa notizia. Due giorni fa io e Xeni abbiamo pubblicato una storia identica, ma lei è arrivata dieci secondi prima, allora ho cancellato la mia versione.
Il successo planetario del blog ti ha sorpreso?
Mi ha reso felice. Soprattutto perché su Boing Boing scrivo solo di cose che mi interessano  e nel modo che preferisco. A differenza che nei giornali, dove cerchi sempre di immaginare chi possano essere i tuoi lettori e di andare incontro ai loro gusti,sul blog ti limiti a sperare che siano i lettori a scoprirti e a venire da te.
Da editorialista per il “Guardian”, come vedi il rapporto tra vecchi e nuovi modelli di informazione?
La differenza più grande mi sembra a livello di costi. Prima mi chiedevi come gestiamo la coordinazione su Boing Boing. Figurati che sono passati sei anni dal giorno in cui ha aperto il blog alla prima volta in cui ci siamo incontrati, tutti i collaboratori, nella stessa stanza. Anche adesso,ci vediamo sì e no una volta all’anno.
Lo staff è ridotto: oltre a noi che scriviamo,ci sono un redattore a tempo pieno, due tecnici part-time, tre
moderatori per i commenti, di cui solo uno full-time. Facendo le debite proporzioni, per ogni soldo che spendiamo, di sicuro ne entrano più che al “Guardian”. Credo che in generale avranno un futuro su Internet solo i business che saranno in grado di ridurre al massimo i costi di gestione.
Avete mai pensato di passare a pagamento?
Sì, ma non siamo mai riusciti a trovare una ragione per cui la gente dovrebbe pagare per le cose che scriviamo. O il vantaggio che potremmo riceverne. Alcontrario, ci conviene lasciare aperti i contenuti: più gente legge,meglio è. Sia a livello diretto, per la pubblicità, che indiretto: da chi ti scopre e compra i tuoi libri alla possibilità di mantenere i contatticon persone interessanti e una traccia pubblica di tutto ciò che scrivi. Non è ideologia, non pensiamo che tutto debba essere gratis. Semplicemente,non vediamo alcun beneficio nel trasformare Boing Boing in un club privato.
I guadagni del blog arrivano dalla pubblicità?
Sì,laquasitotalitàarrivadallapubblicità.L’aperturaagliads èdiventata necessaria intorno al 2003, quando abbiamo varcato una soglia di contatti tale che ha fatto balzare i costi della banda di connessione da cinquanta a mille dollari al mese. Non potevamo permetterceli. Ci siamo rivolti a John Battelle, che lavorava a “Wired”, e gli abbiamo chiesto aiuto per vendere spazi pubblicitari. In pochi giorni abbiamo scoperto l’incredibile: riuscivamo a vendere molta più pubblicità di quella necessaria per coprire i costi. Improvvisamente, Boing Boing è diventata una buona fonte di reddito.
Tu fervente copyfighter, iperattivo giornalista-blogger, ma anche prolifico scrittore di fantascienza. Un paio d’anni fa, in un’intervista, Bruce Sterling (amico di lunga data di Doctorow e padrino di sua figlia, NdI) mi ha confessato di non aver idea su come facessi a organizzarti tra tutte queste attività. Dove trovi il tempo e la concentrazione?
La risposta è già nella domanda. Se hai una buona concentrazione,il tempo non è un problema. Io ho la fortuna di scrivere molto rapidamente, quindi è davvero solo questione di concentrazione.Subito prima di questa intervista ho lavorato un po’ al sequel di Little Brother . Tra poco, tornerò a scrivere. Sto cercando di mantenere un ritmo regolare: 2000 parole al giorno. Oggi ne ho già scritte circa 1500,quindi mi basta tirarne giù altre 500 prima di andare a dormire ( avendo fatto l’intervista alle due di pomeriggio, non dovrebbe aver avuto troppi problemi,NdI). Per trovare la concentrazione, uso anche qualche trucco. Per esempio, quando smetto di scrivere lascio una frase a metà. Così, quando riprendo non devo essere subito pazzescamente creativo: ho un aggancio e le prime parole vengono da sole. Rispetto al passato, la novità è che adesso riesco a farlo ogni giorno. Una volta, di fronte all’idea di “scrivere un’ora al giorno”, pensavo fosse qualcosa di triste, un po’come l’obbligo di fare aerobica trenta minuti ogni mattina. In realtà, la regolarità quotidiana cambia radicalmente il tuo rapporto con la scrittura. Rende tutto molto più automatico.
Niente solitudine e fughe nella capanna sul lago, insomma?
Conosco diversi colleghi che hanno bisogno di qualcosa del genere e molti di loro producono del materiale fantastico: ma non ne conosco uno che sia contento di questa necessità. Anche perché vuol dire perdere il controllo su uno strumento essenziale, psicologicamente ed economicamente, per la tua vita: non sei più tu a decidere, ma è l’ambiente. E la distrazione diventa uno spauracchio: potrebbe essere una canzone che passa alla radio nel momento sbagliato, il desiderio di fumare una sigaretta o anche un boscaiolo fuori della tua capanna che accende una sega elettrica. Tutto diventa un alibi per non scrivere: ti alleni quasi a ridurre le tue capacità di scrittura. Mio padre è nato in un campo profughi in Azerbaijan. Quando arrivò in Canada e fu ammesso all’università, mia nonna impose un rigidissimo regime domestico: ogni volta che mio padre studiava,non doveva volare una mosca. Il risultato è che oggi mio padre non riesce più a lavorare se non c’è il silenzio assoluto. Si blocca. Per me è fondamentale riuscire a scrivere anche in mezzo al caos. 


Interview: MUCCHIO SELVAGGIO

19/07/11

Open Access: La pirateria libera tutti

'PER VIVERE AL DI FUORI DELLA LEGGE, BISOGNA ESSERE ONESTI..'
BOB DYLAN

La rete è di tutti,frequentata da tutti. E' uno strumento di comunicazione tanto normale quanto lo erano telefono e televisione a metà del ventesimo secolo.. Culturalmente c'è stata la piena affermazione del diritto a comunicare e non solo a ricevere informazioni. Così si moltiplicano le comunità virtuali: forum di dibattito,gruppi di interesse,forme nuove dell'organizzazione politica e sociale. Le forme sono le più diverse,perchè lo strumento è totalmente versatile. La rete viene usata come tecnologia di relazione:divertimento,relazioni private,affari,tutto. E' un normale e diffuso luogo di conoscenza,di scambio di idee e di cultura,di formazione di proposte,di controllo e influenza sulla politica. Per questo succede che tutti i principali governi percepiscono come una minaccia la libera comunicazione elettronica,che sfugge ad ogni loro controllo. L'attacco e la distruzione dei diritti collettivi perpetrati dalla globalizzazione si accompagnano ad una politica di controllo sui saperi. I risultati dell'attività intellettuale sono dei beni comuni. Bene comune è anche ciò che produciamo tutti insieme. Ricercatori,artisti,critici,spettatori,studenti:il tempo trascorso a ricercare,a sognare,a sperimentare,a condividere,a non far nulla,a parlare,non appartiene ad artisti e ricercatori. E' semplicemente patrimonio dell'umanità,è parte della nostra intelligenza collettiva,e in nome di questa intelligenza si esige una reale apertura della conoscenza a tutta la società. Le scelte politiche che riguardano insegnamento, cultura,ricerca,salute non riguardano solo le condizioni di lavoro,la retribuzione di chi li produce,ma anche e sopratutto i fruitori,il loro diritto all'accesso e alla conoscenza,il costo che devono pagare per accedervi e i contenuti.Chiaramente la trasformazione di tutti i contenuti in codice binario (unita alla capacità di trasmissione di Internet) non poteva certo lasciare immutato il panorama della cultura e della conoscenza  e la dirompenza con cui si è manifestata la portata delle nuove tecnologie ha avuto il merito di di tornare a parlare del diritto d'autore,diritto che si è affermato sempre più nelle sedi legislative ma che era stato sempre tenuto fuori dalle discussioni dell'opinione pubblica e degli utenti.
Pirati. per alcuni sono solo dei pirati. Per altri,criminali audiovisivi,poi ci sono presidenti emeriti di emerite repubbliche che vorrebbero disconetterli definitivamente dalla rete,negli Stati Uniti si propone di rallentare la velocità delle loro connessioni e in Italia,un ex ministro nell'euforia di ricostituiti ministeri della gioventù e di nuovi Min-Cul-Pop voleva addirittura..educarli,fino ad arrivare all'odierna ridicola delibera di cui sotto..
Milioni di utenti costretti a vestire i panni di moderni Robin Hood  pur di accedere alle tante risorse condivise in rete,per resistere alle crescenti offensive dei colossi dell'intrattenimento. Dopo la politica dei tribunali e le intimidazioni a base di denunce e multe salate,all'insegna del 'colpirne uno per spaventarne cento',siamo all'atto finale,con la trasformazione in veri e propri poliziotti della rete dei signori delle major. Tutto ha inizio con Napster e milioni di ragazzi,di uomini e donne che scaricano e condividono file attraverso sistemi peer-to-peer (p2p) ,software che trasformano ogni pc in una straordinaria macchina di trasmissioni di informazioni. Sono la bestia nera,questi pirati,di etichette musicali e signori di Hollywood che cercano di convincere governi e parlamentari ad adottare misure repressive per fermare pratiche che danneggerebbero i loro fatturati. A contrastare questa offensiva ideologica-giudiziaria non vi sono solo gli utenti  e i navigatori ma fortunatamente vi sono seri economisti liberali,accademici,studiosi,professori emeriti. Che ci spiegano che tanto astio rischia di danneggiare l'economia nel suo complesso. Le opportunità di business si fondano infatti spesso su innovazioni tecnologiche adottate da comunità di dilettanti al di fuori delle logiche di mercato. Come i radioamatori,che all'alba delle trasmissioni radio,popolarono l'etere ponendo le basi per la successiva entrata in campo dei colossi commerciali negli anni 20, o gli appassionati che negli anni 70 misero a punto i primi personal computer,e internet ,promossa e sviluppata da una comunità universitaria. Ma la nostra società è propensa a glorificare gli innovatori animati da intenti commerciali (come imprenditori creativi) e disprezza come pirati o abusivi le comunità innovatrici. Le tecnologie peeer-to-peer dovrebbero essere considerate frutto di imprenditorialità collettiva,apprezzate e incoraggiate (dalla regolazione) perchè apriranno nuovi spazi di sviluppo economico,e non represse con la caccia al pirata ,frutto di una visione miope di chi si illude di porre argine al p2p con i sistemi che limitano la fruizione di file (i Drm) o con soluzioni lesivi alla privacy,come i sistemi di controllo del traffico internet e le politiche di disconnessione.
Chi fruisce di musica e video in formato digitale,oltre all'informazione scritta tradotta in bit, ritiene ormai di aver diritto al pieno controllo del proprio ambiente mediatico. Ha legato un brano musicale o un film alla memoria di un momento della propria esistenza e visto che la tecnologia lo permette,pretende di alimentare la memoria riproducendo quel "medium" a piacimento,convinto che il valore di questo sia nella specifica relazione con esso.. Comprare un altra volta un pezzo di vita,come vorrebbero le major,è cosa assurda ,come sarebbe assurdo comprare ogni volta le foto digitali delle proprie vacanze.Il fine non giustifica mai i mezzi. La disattivazione è una misura illiberale,perchè colpisce un nucleo familiare e non la persona che ha effettivamente scaricato: in Italia,almeno,la responsabilità penale è personale. E poi,se si taglia la connessione via cavo si utilizzeranno connessioni alternative oppure si intesteranno i contratti a prestanomi. Insomma,non ci si rende conto dei potenziali rischi della repressione:si spingerà gli utenti a creare sempre più nuovi sistemi criptati che potranno essere sfruttati anche per veri e propri crimini come la pedofilia, gruppi di programmatori mettono a punto nuovi servizi di file sharing in grado di nascondere l'identità di chi scarica.Un inseguimento di massa che,quanto più mostra i muscoli,tanto più si dimostra fallimentare. Evidentemente, impauriti,la strada della repressione anche quando è dimostrato sia totalmente inutile,resta una tentazione forte. E' evidente che tutti viviamo vite intellettuali e da questo punto di vista siamo uguali. I mezzi per parteciparvi sono però mal distribuiti. Il problema non è tanto la garanzia all'accesso,ma di cosa te ne fai  dell'accesso,cosa capisci, e come questo cambia la capacità di trasformazione della tua vita intellettuale.
Bisognerebbe piuttosto guardare ad una riforma del copyright più consona all'era digitale,all'adozione collettiva di licenze in cui l'utente paga una piccola tassa di accesso ai servizi p2p ed è libero di scaricare quello che vuole,riduzione della durata del diritto d'autore,e per l'indusria musicale rivedere le proprie politiche dopo i tantissimi errori commessi,concentrati sopratutto sui profitti a breve termine. Piratare e reinventare le opere degli altri è una prassi consolidata della cultura umana,la gratuità del web resta uno stimolo cruciale per l'innovazione.

La storia sembra ripetersi: quello che accade oggi in Cina, India, Brasile con la tecnologia a basso costo, consistente, spontanea e incontrollabile è analogo a quello che accadde in America nel XIX secolo con i libri britannici,allegramente fotocopiati e a inizio secolo con la nascita di Hollywood. Da quando gli USA sono diventati una potenza della proprietà intellettuale hanno mutato atteggiamento e si sono fatti meno permissivi e oggi sferrano l'attacco più deciso insieme ad Italia e Francia)  alla libertà della rete. E non solo l'industria culturale,ma anche l'altra industria: il termine Yankee viene dall'olandese 'pirata'. Lo sviluppo industriale statunitense è stato possibile grazie alla pirateria tecnologica ai danni dell'Europa e all'infrazione delle restrizioni alla circolazione di idee e tecniche poste dall'avanzato vecchio continente. Gli europei,infastiditi dai furti, iniziarono a chiamare gli statunitensi indistintamente..Yankees..


26/06/11

Hack Meeting: Controculture Digitali

Si svolge in questi giorni HackIt, incontro annuale delle controculture digitali. Un laboratorio autogestito con il pallino della riappropriazione dei saperi. Dal computer alla politica. Passando per la sicurezza degli utenti e le piattaforme per il giornalismo online.

L’hanno chiamato l'ultimo hackmeeting prima del 2012. Poco preoccupati della fine del mondo, gli hacker italiani si riuniscono da venerdì 24 a domenica 26 giugno al centro sociale nEXt Emerson di Firenze. HackIt, «l'incontro annuale delle controculture digitali italiane», è nato nel 1998, e da allora non ha smesso di portare, ogni anno in una città diversa, centinaia di persone a discutere di computer, reti, crittografia, software libero, politica. Al centro c'è come sempre l'attitudine hacker: metterci le mani, prendere in prima persona il controllo delle tecnologie e non solo...Secondo la comunità che organizza il meeting, «gli hackers sono persone curiose, che non accettano di non poter mettere le mani sulle cose. Che si tratti di tecnologia o meno gli hackers reclamano la libertà di sperimentare. Smontare tutto, e per poi rifarlo o semplicemente capire come funziona. Gli hackers risolvono problemi e costruiscono le cose, credono nella libertà e nella condivisione. Non amano i sistemi chiusi. La forma  mentis dell'hacker non è ristretta all'ambito del software-hacking: ci sono persone che mantengono un atteggiamento da hacker in ogni campo dell'esistente, spinti dalla stesso istinto creativo».
I tre giorni di Firenze sono animati da seminari, dibattiti,workshop e performance aperti a tutti e gratuite che affronteranno temi quali software libero, intelligenza artificiale, mediattivi-smo, privacy, robotica, diritti digitali, tecnologie di comunica-zione, accessibilità del web, reti informatiche e di relazioni.L’hackmeeting si definisce infatti «un incontro di culture», con il pallino della riappropriazione dei saperi. Se c'è una cosa che agli hacker non piace è quando «la tecnologia e la conoscenza sono centralizzate per interessi economici e politici e in contrasto con le aspirazioni individuali e collettive di autonomia». Certo, il mondo degli hacker è variegato ed eterogeneo, e al suo interno contiene figure diverse come gli hacker che usano le loro competenze tecnologiche per effettuare furti d'identità o per irrompere in sistemi chiusi, così come persone interessate all'uso delle tecnologie informatiche per fini sociali e democratici. Esempi recenti molto famosi di pratiche hacker applicate alla politica sono Wiki-Leaks, che si ispira apertamente all'etica dell'accesso libero all'informazione (tutta l'informa-zione deve essere a portata di tutti), e Anonymous, un gruppo di hacker che non è dotato di una vera e propria organizzazione e che usa la rete per portare attacchi telematici ai siti di corporation e di governi che atten-tano alla libertà di informazione. Per esempio, negli ultimi anni ha preso di mira il governo iraniano per la censura della rete attuata durante le proteste del 2009. Altri gruppi mescolano odio per i governi con voglia di divertirsi. LulzSec è una sigla di hacker americani nati pochi mesi fa che si divertono a penetrare siti governativi. Nelle settimane scorse sono riusciti, per esempio, a bloccare il sito dellaCia e a diffondere dati riservati rubati dai server del Senato degli Stati Uniti (senate.gov). Ma ci sono anche hacker esplicitamente lontani dalla politica e votati al business. In fondo, tra i principali esponenti del mitico Homebrew Computer Club della Silicon Valley degli anni Settanta c'erano niente meno che Bill Gates  e Steve Jobs (vedi l'intervista a Gabriella Coleman nell'articolo a fianco).Ma la comunità italiana che organizza l'hackmeeting è certamente una delle più politicizzate del mondo, nata a stretto contatto con i centri sociali e le contro-culture degli anni Ottanta e Novanta. Per questo mette al centro valori come auto-nomia individuale, accesso alle conoscenze e alle tecnologie, critica ai modelli di gestione buro-cratica e centralizzata delle reti (per tacere della censura...) Il meeting è autogestito e si svolge sempre in spazi sociali, mentre simili incontri nel resto d'Euro-pa o negli Stati Uniti hanno solitamente una componente «corporate», cioè la partecipazione diretta delle aziende informatiche nella loro organizzazione o nel loro finanziamento.La tre giorni fiorentina sarà come sempre organizzata attorno a una lunga serie di workshop,organizzati in modo aperto in rete nei mesi scorsi, in cui si potrà discutere (e imparare) collettivamente. Infatti il fine ultimo degli hackmeeting è sempre l'apprendimento collettivo indirizzato al cambiamento: come possiamo influire sullo sviluppo della società basata su computer e reti informatiche? Quali strumenti ci servono per diminuire le possibilità di controllo sociale e invece aprire spazi di libera collaborazione? Tra i seminari di questa edizio-ne dell'hackmeeting si parlerà del problema della sicurezza nelle chiamate Voip, soprattutto dopo l'acquisto di Skype da parte di Microsoft: come chiamare senza timore di essere intercettati?O ancora, di net economy e sfruttamento da parte delle imprese del web, così come del contributo che la comunità hacker darà al progettato sciopero dei precari  (nel seminario «Sciopero precario: istruzioni nerd per l'uso»).
Ci saranno incontri sui progetti di cooperazione interna-zionale dal basso che stanno portando le competenze hacker italiane in Marocco e Palestina. Ci sarà una proposta di sviluppo di una piattaforma libera per il giornalismo online che permetta di sfuggire ai ricatti degli editori. Il cuore del meeting sarà il «lanspace», un salone dove ognuno può portare il proprio computer e collegarsi in rete con gli altri,sperimentando, giocando e condividendo gratuitamente i propri materiali. Non una rete pubblica, nel senso che non sarà pos-sibile accedervi esternamente da Internet, né dall'interno si potrà uscire verso Internet, in modo da incoraggiare la condivisione delle conoscenze all'interno del meeting. Inoltre l'edizione del 2011 ha come ospite dall'estero Richard Stallman, fondatore del progetto GNU (il software da cui è nato Linux), pioniere del free software e ispiratore del movimento per la cultura libera e contro la proprietà intellettuale ben al di là del software.Stallman parlerà sabato matti-na con un intervento critico sull'evoluzione del web e del cloud computing, l'infrastruttura distribuita basata su computer connessi in rete che sempre più aziende e progetti informatici stanno sperimentando. In alcuni seminari verranno proposte riflessioni sulla storia del movimento hacker in Italia il primo HackIt si tenne proprio a Firenze nel 1998  nell' ottica del rilancio del movimento verso nuovi lidi. Bisogna «mantenere viva la memoria per ragionare sul presente. Nel futuro ci siamo già stati».
www.effecinque.org



24/06/11

GRANDI RIFORME

Presto l'Agcom cancellerà i vostri file senza chiedere permesso
Federico Formica (linkiesta)

Se passerà un nuovo regolamento dell’Agcom, all’authority sarà permesso cancellare file protetti da copyright. Caso unico al mondo, si potrà procedere in pochi giorni e senza nemmeno avvisare la magistratura.

Il web italiano si prepara ad una nuova battaglia. Ma stavolta si tratta di ripararsi dal fuoco amico. Il governo non c'entra. La minaccia viene dall'Agcom. L'authority per le comunicazioni sta per approvare una delibera 668/2010 per tutelare il diritto d'autore in rete.

Se il testo verrà approvato senza ulteriori modifiche, per cancellare un file protetto da copyright ci vorranno al massimo sette giorni, senza bisogno di indagini e senza coinvolgere la magistratura neanche per un istante. La delibera non ha bisogno di essere approvata dal Parlamento e recepisce – almeno in parte – il decreto Romani. Se l'Italia adottasse questo regolamento, però, diventerebbe un caso raro nel mondo occidentale. Francia, Spagna e Usa prevedono procedure molto simili, che non vengono comunque applicate senza il parere finale di un giudice. In Italia non sarà così.

La procedura avverrà infatti in cinque passaggi:
1) il titolare dei diritti di autore, per esempio una casa discografica o una software house, segnalerà al gestore del sito un contenuto pubblicato illegalmente. Da questo momento il gestore avrà 48 ore per cancellare il corpo del reato
2) se dopo 48 ore il file è ancora online, il proprietario può rivolgersi all'Agcom
3) L'Agcom avvia un contraddittorio che dovrà durare al massimo cinque giorni. In questo periodo l'authority informa il gestore (o l'hosting) della presunta violazione, ma non è chiaro in che modo questi si possa difendere
4) Passati i 5 giorni, se l'Agcom ritiene che si debba procedere, parte l'ordine di cancellare immediatamente il file
5) L'Agcom verifica che il file sia stato davvero cancellato e, in caso negativo, ripete l'ordine

L'avvocato Fulvio Sarzana, ideatore della campagna “Sito non raggiungibile”, è uno dei leader della rivolta online e disegna un quadro a tinte fosche: “I titolari di diritti manderanno segnalazioni a martello. Video, canzoni, testi e software condivisi in rete verranno cancellati a ritmo industriale. L'Agcom sa che non avrà tempo per verificare ogni singola denuncia, quindi mette le mani avanti”.

Anche se in altri termini, la 668 dice qualcosa di molto simile: “L’Autorità ritiene che dopo un iniziale periodo di rodaggio la procedura possa operare in maniera pressoché automatica essendo fondata su un accertamento della violazione di tipo puramente oggettivo”. Insomma, se il file pirata c'è, perché affidarsi alle lungaggini della giustizia italiana? Se l'intento è nobilissimo, quello che si contesta è il metodo. “In alcuni tribunali sono state istituite addirittura sezioni specializzate, proprio per verificare le presunte violazioni del copyright – continua l'avvocato Sarzana - Ora tutto finisce in mano a una autorità amministrativa che non ha neanche i mezzi per gestire un flusso che si preannuncia enorme. La verità? Questo regolamento ha una sola logica: difendere i diritti dei proprietari, anche a scapito del cittadino”.

L'altra grande questione è quella sulle competenze. Secondo i critici, l'Agcom si è arrogata un diritto che non le spetta. Il papà della delibera 668 è il decreto Romani, che legifera sui “fornitori di servizi media audiovisivi”, quindi, nell'ambito della rete, anche web-tv, Iptv e videoblog di grandi dimensioni. “Ma quel testo ha anche attribuito all'Agcom il compito di occuparsi di diritto di autore in rete – spiega Guido Scorza, avvocato esperto di copyright – quindi la copertura normativa, almeno in parte, c'è”. Già, solo in parte, perché il decreto Romani non ha mai parlato di siti privati, cioè pagine web senza scopo di lucro con l'unico fine della condivisione. “Non si capisce come l'Agcom possa ampliare così tanto il proprio raggio d'azione. Il punto debole della delibera è questo” conclude Scorza.

Il coro di proteste è stato liquidato dai consiglieri Agcom Antonio Martusciello e Stefano Mannoni con frasi durissime. In un articolo pubblicato su Milano Finanza, i due parlano di “elogio del furto e dell'anarchia”, “sbornia di demagogia e pressapochismo”, “argomenti che farebbero arrossire uno studente al secondo anno di Giurisprudenza”. Nell'articolo, però, non si scende mai nel merito della questione. I due consiglieri dell'authority si limitano a dire che “chiunque avrà la possibilità di impugnare i provvedimenti davanti al giudice amministrativo”.

L'avvocato Scorza, come diversi suoi colleghi, ci crede poco: “In teoria è vero, nella pratica non avverrà mai. Ce lo vedete un normale cittadino che spende una barca di soldi per rivolgersi al Tar per un video o qualche canzone? Senza contare che i giudici del Tar non hanno molte competenze in ambito di diritto d'autore online. Si darà pace e abbasserà il capo”.

Intanto il tempo stringe. La delibera verrà approvata nel giro di pochi giorni. In autunno dovrebbe entrare in vigore. “La rete ha già dimostrato una forza incredibile mandando a votare milioni di persone al referendum – spera Mauro Vergari dell'associazione Adiconsum – sono sicuro che vinceremo anche questa battaglia”.

Il fronte del no è deciso a non mollare, ma nel frattempo ha già pronta una via alternativa. A spiegarla è sempre Vergari, che da anni difende i diritti dei consumatori da compagnie telefoniche e televisioni: “Continueremo a litigare sul copyright fin quando il Parlamento non varerà una nuova legge. Oggi ci stiamo basando su un testo del 1941. Nel frattempo qualcuno ha inventato le creative commons e mille altri strumenti che consentono di condividere materiale protetto senza lasciare a secco i proprietari, ma anche senza stangare gli utenti”.

08/05/11

Essere Aperti


L'operazione Piombo Fuso, lanciata da Israele il 27 dicembre 2008 contro il popolo palestinese della striscia di Gaza,tre settimane di bombardamenti e distruzioni,rimarrà nella storia non solo come un crimine efferato contro una popolazione civile e le sue già precarie infrastrutture (scuole,ospedali,uffici pubblici..) ma anche negli annali di Internet e il suo sviluppo nella comunicazione globale. Con una censura totale,per impedire che filtrassero reportage e filmati su quello che stava accadendo,gli israeliani chiusero tutti i valichi e le frontiere,nessun giornalista poteva entrare per documentare,raccontare. Oltre al nostro Vittorio Arrigoni gli unici che erano sul posto con mezzi e uomini furono i giornalisti e i cameramen di Al Jazeera,che in pochissimo tempo il si ritrovò a far fronte alle richieste di tutti i network del mondo di poter usufruire e utilizzare le loro immagini.Al Jazeera si rese conto che le notizie in fondo,non appartengono a nessuno e coraggiosamente riversarono in rete immagini e notizie:tutti potevano utilizzarle,scaricarle e condividerle alla condizione che l'origine dei file dovevano essere menzionata e attribuita alla tv del Qatar. Tutto il mondo vide la distruzione a Gaza. Uno dei primi esempi di cultura della libertà e della condivisione in rete,contro la politica dei divieti e dei copyright.E anche uno dei primi esempi su larga scala di adozione di licenza Creative Commons,l'organizzazione no profit che si occupa della liberazione di Internet dai lacci delle restrizioni e del copyright.
In posizione di retroguardia nella diffusione dei quotidiani (a pagamento),con una perdita costante di copie, (900 mila al giorno in quattro anni)con conseguente calo di investimenti pubblicitari. E' la televisione a detenere la quota maggiore ed esorbitante delle risorse pubblicitarie(60%),situazione non riscontrabile in nessun paese avanzato del mondo.Con una situazione come quella italiana,con questo conflitto d'interessi mastodontico tra politica e mezzi di comunicazioni,con la legge bavaglio (DDL Alfano) che la destra cerca di far passare e i tagli all'editoria, non c'è da stare allegri,per quanto riguarda l'informazione libera.Aumentano invece gli utenti attivi sui siti dei giornali che hanno potenziato l'offerta informativa in rete e in generale gli utenti che cercano informazione alternativa ai grandi network.Certo,l'informazione su Internet cresce perchè è gratuita ma anche e sopratutto perchè è libera.Per questo dobbiamo far si che il diritto e la possibilità di possedere elaboratori di dati digitali e il libero accesso alla rete diventi inalienabile quanto la libertà di parola e di stampa garantiti dalle costituzioni..

La conoscenza è uun bene prezioso per tutta l'umanità e deve essere a disposizione di tutti:se un opera o un idea viene copiata,significa che questa ha un valore e se il mondo è progredito è perchè vi è stato una costante rielaborazione di idee altrui,migliorate e sviluppate. Per dare una forma di protezione agli artisti,nella musica,nel cinema,nella pittura ma anche nel campo delle invenzioni si dovrebbe incentivare l'attribuzione di proprietà intellettuale e la diffusione delle licenze Creative Commons. La questione è complicata e la discussione aperta..





Principali licenze Creative Commons in Italia
- Wu Ming: (Giap Blog)
- Wired
- Arcoiris: televisione
- Internazionale: settimanale
- Il Fatto Quotidiano
- La Stampa: quotidiano
- Stampa Alternativa: casa editrice
- Subcava Sonora: etichetta discografica

"Essere aperti è uno stato mentale,l'innovazione è un diritto umano.."


Le sei licenze Creative Commons
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