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14/03/22

La NATO, un pericolo per la pace nel mondo


Daniele Ganser
È uno storico e ricercatore svizzero specializzato in storia contemporanea e politica internazionale. Insegna all’Università di San Gallo, in Svizzera. È il fondatore e direttore dell’Istituto svizzero per la ricerca sulla pace e l’energia (SIPER), con sede a Basilea. In passato è stato ricercatore presso il Centro per gli studi sulla sicurezza del Politecnico federale di Zurigo (ETH). I video delle sue conferenze e delle sue interviste su YouTube hanno accumulato più di tre milioni di visualizzazioni. Ha pubblicato per conto delle Nazioni Unite libri sulla crisi missilistica cubana e sui rapporti tra la Svizzera e l’Unione Europea. Nel 2004 Ganser ha pubblicato Gli eserciti segreti della NATO: operazione Gladio e terrorismo nell'Europa occidentale . In questo libro, Ganser afferma che le unità Gladio erano in stretta collaborazione con la NATO e la CIA e che Gladio in Italia era responsabile di attacchi terroristici contro la popolazione civile italiana.L'analista della sicurezza John Prados ha osservato che Ganser ha presentato prove che le reti Gladio costituivano elementi antidemocratici in molte nazioni. In talia è pubblicato da Fazi Editore. Breve storia dell’impero americano, per mesi nelle classifiche tedesche di saggistica, è il suo ultimo libro.







In una conferenza tenuta a Bologna il 12 febbraio 2019 ha spiegato come l’Italia sia un protettorato degli Stati Uniti con circa 60 basi americane e circa 12000 militari americani.




26/12/15

Si festeggia in Israele

Estremisti ebrei ballano, cantano e celebrano la morte del bimbo palestinese bruciato vivo in Cisgiordania nel luglio scorso. Le immagini, registrate una decina di giorni fa e pubblicate dal sito del quotidiano Haaretz, mostrano il gruppo di ebrei ortodossi: alcuni danzano con pistole e coltelli, uno, con il volto coperto, ha una bomba molotov in mano, un altro pugnala la foto di Ali Dawabsheh. L'immagine poi passa di mano in mano finchè non viene distrutta.
Il piccolo, 18 mesi appena, morì nella casa paterna incendiata da ignoti ultra" ebrei, nel villaggio di Duma, in Cisgiordania. Il padre Saed, era deceduto l'8 agosto nell'ospedale israeliano di Soroka. Poco dopo, anche Reham Dewabsheh (27 anni), madre del bimbo e moglie di Saed, bruciati vivi dai coloni, muore per le ferite riportate. A rimanere gravemente ustionato era stato anche un altro figlio, di 4 anni.






16/11/15

Parigi: no agli sciacalli. Il vero protagonista del conflitto è il mondo islamico.

Map by Laura Canali (click per ingrand.)

Urla, schiamazzi, strepiti, amenità e stupidità di sciacalli, e spacciatori di ignoranza e fanatismo. Ma lasciamo stare e cerchiamo di capire.. Senza dubbio trovo quest'articolo degno: alcune cose che penso sono quì ben scritte ed esplicate, ma la discussione è più che aperta.. 

di Mario Giro - Limes
 Parigi: il branco di lupi, lo Stato Islamico e quello che possiamo
Dopo il lutto e la condanna della barbarie per gli attentati del 13 novembre, ricordiamoci che il vero protagonista del conflitto che stiamo vivendo non è l’Occidente ma il mondo islamico. Le nostre priorità: rimanere in Medio Oriente e spegnere la guerra di Siria. 
Di fronte alla strage di Parigi, il primo atteggiamento giusto è dolore e lutto per le vittime assieme a tutta la nostra solidarietà e commozione per un paese fratello e una città simbolo della convivenza e dei valori europei. Subito dopo, è opportuna la più totale e ferma condanna per tali barbari attentati che nulla può – nemmeno indirettamente – giustificare. È indispensabile essere uniti nel ripudio assoluto del jihadismo e del terrorismo islamico contemporanei, chiedendo a tutti, musulmani inclusi, di far propria una incondizionata e radicale riprovazione. Infine occorre mettere in campo tutta l’intelligenza, la lucidità e la calma possibili, al fine di capire ciò che sta accedendo per trovare le misure adeguate. È da irresponsabili mettersi a gridare o agitarsi senza criterio: occorre prima pensare e comprendere bene. Se i barbari sono tra noi, c’è un’origine di tale vicenda, una sua evoluzione e – speriamo presto – un rimedio. Siamo in guerra? La guerra certo esiste, ma principalmente non è la nostra. È quella che i musulmani stanno facendosi tra loro, da molto tempo. Siamo davanti a una sfida sanguinosa che risale agli anni Ottanta tra concezioni radicalmente diverse dell’islam. Una sfida intrecciata agli interessi egemonici incarnati da varie potenze musulmane (Arabia Saudita, Turchia, Egitto, Iran, paesi del Golfo ecc.), nel quadro geopolitico della globalizzazione che ha rimesso la storia in movimento. Si tratta di una guerra intra-islamica senza quartiere, che si svolge su terreni diversi e in cui sorgono ogni giorno nuovi e sempre più terribili mostri: dal Gia algerino degli anni Novanta alla Jihad islamica egiziana, fino ad al-Qaida e Daesh (Stato Islamico, Is). Igor Man li chiamava “la peste del nostro secolo”. In questa guerra, noi europei e occidentali non siamo i protagonisti primari; è il nostro narcisismo che ci porta a pensarci sempre al centro di tutto. Sono altri i veri protagonisti. L’obiettivo degli attentati di Parigi è quello di terrorizzarci per spingerci fuori dal Medio Oriente, che rappresenta la vera posta in gioco. Si tratta di una sorta di “guerra dei Trent’anni islamica”, in cui siamo coinvolti a causa della nostra (antica) presenza in quelle aree e dei nostri stessi interessi. L’ideologia di Daesh è sempre stata chiara su questo punto: creare uno Stato laddove gli Stati precedenti sono stati creati dagli stranieri quindi sono “impuri”. L’Is sta combattendo un conflitto per il potere legittimandosi con l’arma della “vera religione”. Concorre ad affermarsi presso la Umma musulmana (la “casa dell’islam”, che include le comunità musulmane all’estero) quale unico vero e legittimo rappresentante dell’Islam contemporaneo. Questo nel linguaggio islamico si chiama fitna: una scissione, uno scisma nel mondo islamico. Per capirci: una guerra politica nella religione, che manipola i segni della religione, così come i nazisti usavano segni pagani mescolati a finzioni cristiane. Infatti l’Is, come al-Qaida, uccide soprattutto musulmani e attacca chiunque si intromette in tale conflitto. Per chi ha la memoria corta: al-Qaida chiedeva la cacciata delle basi Usa dall’Arabia Saudita e puntava a prendersi quello Stato (o alternativamente il Sudan e poi l’Afghanistan in combutta coi talebani). Daesh pretende di più: conquistare “cuori e menti” della Umma; esigere la fine di ogni coinvolgimento occidentale e russo in Siria e Iraq; creare un nuovo Stato laddove esisteva l’antico califfato: la Mesopotamia. Geopoliticamente c’è una novità: al-Qaida si muoveva in una situazione in cui gli Stati erano ancora relativamente forti; l’Is approfitta della loro fragilità nel mondo liquido, in cui saltano le frontiere. In sintesi: non esiste lo scontro tra civiltà ma c’è uno scontro dentro una civiltà, in corso da molto tempo. Per utilizzare un linguaggio da web: oggi nella Umma il potere è contendibile. A partire da tale fatto incontestabile, due questioni si impongono all’Occidente e alla Russia. La prima è esterna e riguarda la presenza (politica, economica e militare) in Medio Oriente: se e come starci. La seconda è interna: come difendere le nostre democrazie, basate sulla convivenza tra diversi, allorquando i musulmani qui residenti sono coinvolti in tale brutale contesa? Come preservare la nostra civiltà dai turbamenti violenti della civiltà vicina? Se ci limitiamo a perdere la testa, invocando vendetta senza capire il contesto, infilandoci senza riflessione sempre di più nel pantano mediorientale e utilizzando lo stesso linguaggio bellicoso dei terroristi, non facciamo niente di buono. Potremmo anzi concedere allo Stato Islamico la resa del “nostro” modello di convivenza, per entrare nel “loro” clima di guerra. Occorre innanzitutto proteggere la nostra convivenza interna e la qualità della nostra democrazia. Serve più intelligence e una maggiore opera di contrasto coordinata tra polizie, soprattutto nell’ambito delle collettività immigrate di origine arabo-islamiche, che rappresentano un’importante posta in gioco del terrorismo islamico. Da notare anche che tali attentati si moltiplicano proprio mentre lo Stato Islamico perde terreno in Siria. Contemporaneamente occorre conservare il nostro clima sociale il più sereno possibile. Mantenere la calma significa non cedere ai richiami dell’odio che bramerebbero vendetta, che per rancore trasformerebbero le nostre città in ghetti contrapposti, seminando cultura del disprezzo e inimicizia. Le immagini del britannico che spinge la ragazza velata sotto la metro di Londra fanno il gioco di Daesh. Sarebbe da apprendisti stregoni incoscienti rendere incandescente il nostro clima sociale, provocare risentimenti eccetera. Così regaliamo il controllo delle comunità islamiche occidentali ai terroristi, cedendo alla loro logica dell’odio proprio in casa nostra. Per dirla col linguaggio politico italiano: mostrarci più forti del loro odio non è buonismo complice, è parte della sfida. Il “cattivismo” diventa invece oggettivamente complice perché appunto fa il gioco dello Stato Islamico. In secondo luogo, dobbiamo darci una politica comune sulla guerra di Siria, vero crogiuolo dove si formano i terroristi. Imporre la tregua e il negoziato è una priorità strategica. Solo la fine di quel conflitto potrà aiutarci. Aggiungere guerra a guerra produce solo effetti devastanti, come pensa papa Francesco sulla Siria. Finora abbiamo commesso molti errori: l’Occidente si è diviso, alcuni governi si sono schierati, altri hanno silenziosamente fornito armi, altri ancora hanno avuto atteggiamenti ondivaghi, non si è parlato con una sola voce agli Stati vicini a Siria e Iraq eccetera. L’Italia ha dichiarato da oltre due anni che Iran (ricordate ciò che disse Emma Bonino prima di Ginevra II?) e Russia (ricordate le accuse a Federica Mogherini di essere filorussa?) andavano coinvolti nella soluzione. Matteo Renzi l’ha più volte ripetuto, facendone una politica. In parlamento se n’è dibattuto. Non siamo stati ascoltati, almeno finora. Tuttavia (finalmente!) le riunioni di Vienna con Russia e Iran possono far ben sperare: oggi tutti ci danno ragione. Meglio tardi che mai: il governo italiano è totalmente impegnato nella riuscita di un reale accordo. Nel nostro paese ci sono stati anche paralleli sforzi di pace e dialogo: dalle riunioni di Sant’Egidio con l’opposizione siriana non violenta, all’appello per Aleppo di Andrea Riccardi, all’ascolto dei leader cristiani di quell’area. La fine della guerra in Siria (e nell’immediato il suo contenimento) è il vero modo per togliere acqua al pesce terrorista. Senza zone fuori controllo ove prosperare, il jihadismo perderebbe la maschera. In terzo luogo, dobbiamo occuparci con urgenza del resto del quadro geopolitico mediterraneo: la Libia, che è per noi prioritaria (e in cui almeno si è frenato il conflitto armato mediante l’embargo delle armi); lo Yemen; la stabilizzazione dell’Iraq; le fragilità di Libano, Egitto e Tunisia… Anche se tali crisi sono in parte legate, vanno assolutamente tenute distinte. L’Is vorrebbe invece saldarle in un unico enorme conflitto (la sua propaganda è chiara), allo scopo di mostrarsi più potente di quello che è. In tale impegno occorrono alleanze forti con gli Stati islamici cosiddetti moderati: un modo per trattenere anche loro dal cadere (o essere trascinati) nella trappola del jihadismo che li vuole portare sul proprio terreno. Ogni conflitto mediorientale e mediterraneo ha una propria via di composizione e occorre fare lo sforzo di compiere tale lavoro simultaneamente. In altre parole: restare in Medio Oriente comporta un impegno politico a vasto raggio e continuo. È prioritario entrare dentro la spirale dei foreign fighters per prosciugarne le fonti. Ho recentemente scritto un libro su tale fenomeno. Qui aggiungo solo che non sarei sorpreso che tra gli attentatori di Parigi ci fossero vecchie conoscenze della polizia francese. Esistono antiche filiere degli anni Novanta, mai del tutto distrutte, che si riattivano in appoggio a chi pare egemone sul campo. Qualcuno può essere un combattente straniero di ritorno: il problema è capire la genesi del fenomeno. Ma non ce ne sarebbe nemmeno tanto bisogno: attentati di questo tipo possono essere compiuti da chiunque. Si è parlato di lupi solitari; qui siamo in presenza di un branco. Un ristorante, una trattoria, uno stadio, una sala di concerti non rappresentano reali obiettivi sensibili, segno che non occorre particolare addestramento. Sorprende piuttosto che dispongano di armi da guerra, non così facili da reperire in Francia. In Italia sappiamo che le mafie ne sono provviste ma anche molto gelose. Combattere il fenomeno foreign fighters corrisponde a coinvolgere le comunità islamiche e non spingerle verso l’uscita. Tutto ciò va fatto contemporaneamente. Gridare “siamo in guerra!” senza capire quale sia questa guerra, invocando irresponsabili atti di vendetta e reazioni armate, ci fa cadere nell’imboscata jihadista. Proprio lì lo Stato Islamico vuole portarci, per mettere le mani sull’islam europeo ma soprattutto su quello mediorientale. Vuole dividere il terreno in due schieramenti contrapposti, giocando sul fatto che per riflesso i musulmani saranno fatalmente attirati dalla sua parte. Per tale motivo la propaganda dell’Is (come quella di al-Qaeda prima) tira continuamente in ballo l’Occidente: in realtà sta parlando alla Umma islamica per farla reagire. Intraprendere tutto ciò non è facile ma necessario. Contenere e spegnere la guerra di Siria è il solo modo per prosciugare il lago terrorista. Sarà operazione lunga e complessa, ci saranno altri attentati, ma è una strada vincente alla lunga. Certo si tratta di far dialogare nemici acerrimi, di dare un posto a tavola a gente che non ci piace (Assad e i suoi) o a formazioni ribelli ambigue, ma è l’unico modo. Andare in Siria in ordine sparso è al contrario la via per compiacere Daesh e i suoi strateghi: un Occidente e una Russia divisi su tutto favoriscono chi sta creando uno “Stato” alternativo. Si tratta di una vecchia lezione della storia. L’operazione militare europea diretta, boots on the ground, è dunque necessaria? Non sembra, e comunque non ora: sarebbe andare allo sbaraglio. Ciò di cui abbiamo urgente bisogno è che ribelli siriani e milizie di Assad – assieme ai rispettivi alleati – capiscano che il nemico comune esiste, si siedano e parlino. Lo Stato Islamico furbescamente si presenta alla Umma come “diverso”: non alleato con nessuno, patriottico, anti-neocolonialista, no-global, non inquinato da interessi stranieri e puramente islamico, duro ma nazionale (nel senso che patria e nazione hanno per l’islam politico). In questo modo mette a repentaglio la sopravvivenza e gli interessi di tutti: dell’Occidente, della Russia, di Assad, dei ribelli, dei curdi e delle altre minoranze. Gli unici ad averlo apparentemente capito sono i curdi: c’è un solo nemico comune, sorto nel vuoto di potere. Il negoziato parte da questa consapevolezza e per questo deve coinvolgere anche russi e iraniani. L’obiettivo minimo è una tregua immediata; quello massimo un patto per il futuro della Siria. Solo a queste condizioni si potrà mettere in piedi un’operazione internazionale di terra, che miri a stabilizzare il paese e a mettere l’Is spalle al muro. Solo così si potrà svelare cos’è veramente l’Is: una cricca di ex militari iracheni e fanatici jihadisti che vengono dal passato e che hanno approfittato delle nostre divisioni. Il vuoto della politica, si sa, genera mostri. A meno – sarebbe l’altra soluzione – di non lasciare tutto e ritirarsi. Andarcene totalmente dal Medio Oriente, rinunciare tutti a ogni interesse e presenza, abbandonare i mediorientali al loro dramma. Qualcuno lo pensa, qualcuno lo dice. Se ce ne andassimo dal Medio Oriente, gli attentati in Europa smetterebbero subito, probabilmente. D’altro canto le vittime in quella regione sarebbero ancora maggiori. Lasceremmo il lago jihadista diventare un mare. E questa non è un’opzione. 

di Mario Giro - Limes


06/10/15

E non sapevano nulla della rivoluzione compiuta da Little Richard e Bob Dylan: Valerio Morucci - A guerra Finita


Non è che gli italiani non ne vogliano sapere di mettersi alle spalle gli anni di piombo, infatti non amano parlarne, e quando lo fanno, come nel caso Battisti, lo fanno a vanvera: ad esempio, "inaccettabili e fuori luogo" le proposte di boicottare i prodotti brasiliani, il turismo e di non mandare gli atleti a concorrere ai mondiali militari, che si sono fatte strada all'interno della politica italiana (e non solo) nei momenti più caldi della polemica. Ci sono cose che la cultura e la politica italiana non hanno saputo far capire all'interno del nostro Paese, e forse neanche siamo riusciti a far comprendere anche a Paesi amici vicini e lontani che cosa hanno significato quegli anni. Soprattutto, non sanno o non vogliono chiedersi, al riguardo, il perché un numero non trascurabile di giovani decise, all’epoca, di tentare la strada della lotta armata. La nostra opinione è legata alle strategie di tensione e di provocazione che settori dello Stato misero in campo a partire dalla strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969. Strage che le ricostruzioni storiche più attendibili attribuiscono a settori dei servizi segreti, con complicità o addirittura direttive internazionali e manovalanza fascista. Su queste trame non è stata mai fatta la necessaria giustizia, punendo esecutori, mandanti e strateghi ad alto livello. Ci furono poi le stragi successive, come quella di Brescia, di Bologna, l’attentato alla questura di Milano, e tanti altri episodi ancora. Condanniamo senza indugi la scelta della reazione armata, ma bisogna prendere atto del fatto che tutti coloro che furono responsabili di questa scelta hanno da molto tempo riconosciuto che si tratta ormai di un’esperienza finita, rispetto alla quale molti di essi si rapportano in modo autocritico. Quasi tutti hanno pagato il loro debito con la giustizia e quindi, ci sono tutte le premesse, per chiudere definitivamente una pagina triste della storia nazionale...


... e poi.. Master of War, It's a hard rain's gonna fall..
Si conoscevano da sempre, da quando tutto ebbe inizio: l'assalto al cielo del febbraio '68, poi a marzo, lo shock e insieme all’acre sapore del primo scontro: Valle Giulia..
Stesse esperienze, stessa formazione. Carlo era finito poi in Prima Linea, mentre Enrico, forse perché' aveva anticipato un po' le proprie scelte, era entrato nelle Br (...)


"Enrico carissimo, anch’io in questi anni mi sono posta molti interrogativi su di te, e sulla storia di molti altri e non sempre ho trovato le risposte. Conosco parte del tuo ragionare da quello che ho letto in questi anni, ma mi manca il lato più personale delle tue scelte. Spesso abbiamo discusso con rabbia. Da una parte emergeva l’estraneità verso gesti folli, dall'altra le distinzioni, l'affetto, l'amicizia, i ricordi personali e umani per ogni singolo volto da tempo scomparso.."

Dopo anni, e con qualche reticenza, si levavano da più parti altre voci critiche sulla lotta armata. Molti che ne erano stati protagonisti cercavano ormai spiegazioni, analisi convincenti. "Cara Francesca, le cose sono in continua evoluzione ed io credo che lo sforzo maggiore vada compiuto per rispondere anche alle domande, intime e imbarazzanti, che tu poni. Le domande di chi ha condiviso con noi le nostre stesse speranze ma non le stesse scelte. E oggi chiedi 'perché'?. Non il perché' ufficiale, da consegnare ai documenti, all'arida carta, ma il perché' umano, personale. Oggi ne parlavo con Carlo durante l'ora d'aria e, come al solito da un po' di tempo a questa parte, siamo finiti ai ricordi non certo 'politici'.."

"Una volta si diceva che si lottava per la Dittatura del Proletariato", lo interruppe Enrico, "per la rivoluzione, per lo stato borghese; oggi anche i più incalliti militaristi dicono che in realtà lottavano per la 'trasformazione' della società...

"...Quello che può dar fastidio, Francesca, è che in politica ogni ciclo ha la sua parola chiave. Si è scoperto nel fallimento della lotta armata che la 'rivoluzione' era una parola troppo netta, aggressiva (oltreché' inadatta a esprimere progetti di modificazione di una società complessa) e si è passati alla meno contundente 'trasformazione, fingendo che sempre di questo si fosse parlato.."

"Rimane una superficie liscia" disse Enrico "non si riesce a rendere ragione di ciò che veramente ci sentivamo dentro quando compivamo certe scelte, del perché' vero, non quello cosciente, razionalizzato, autogiustificatorio. Certo, la politica può spiegare convincentemente la parte emersa del continente lotta armata: la parte tutta ideologica che poco c'entrava con la società reale. Una lotta armata e un terrorismo piovuti dal passato; una roba da marziani, egregiamente rappresentata dalle Br. Quelle mettevano giù piatte il manuale marxista-leninista dell'avanguardia di massa che preparava pezzo su pezzo l'insurrezione operaia. Conoscevano a menadito qualche capitolo di Stato e Rivoluzione e del Che fare?.."

"..e non sapevano nulla" aggiunse Carlo ironico "della rivoluzione, fondamentale per la nostra generazione, compiuta da Little Richard e Bob Dylan".
"Già'. E non sapevano neanche nulla della violenza di cui tanto parlavano" riprese Enrico "Delle sue leggi, le sue regole. Dilettanti in confronto ai veri professionisti. Quelli sapevano, con Machiavelli, che la violenza va usata tutta e repentinamente. Poi la pace del nuovo ordine. Santo Domingo, Persia, Indonesia, Italia, Grecia, Cile, Argentina.. Ne avevano di esperienza! Un solo piano tirato al ciclostile e poi adattato dagli agenti in loco. I palazzi da occupare, chi ammazzare, chi far sparire, chi internare. Noi invece a centellinarla pezzo a pezzo. Altro che terroristi, pedagoghi. Se avessimo seguito la strada di Guy Fawkes anziché' quella di Osvaldo Peci.."

"... I confini, Francesca, non erano più netti come una volta, gli operai apparivano sempre più simili ai giovani che nel '77 avevano invaso le piazze, portandovi il disagio, la rabbia e la voglia, matura e azzardata a un tempo, di vivere una vita più ricca, anche fuori dalla sfera della produzione, del lavoro. Quelli invece stavano ancora fermi alla 'fabbrica come luogo di disciplina rivoluzionaria', alla lotta armata come scelta obbligata imposta dai 'padroni'. Roba da museo, anticaglie sopravvissute solo per l'arretratezza generale del sapere politico in questo paese.."
"Sarebbe ora" insistette Enrico "che ci guardassimo in faccia e ci dicessimo le cose come stanno, senza fare i furbi. Sarà impolitico..ma chi se ne frega. Dobbiamo darci una ragione credibile per quello che abbiamo fatto e per quello che stiamo pagando. Io non ci sto a farmi trent'anni di galera nella camicia stretta del 'rivoluzionario' e neanche, come oggi è più di moda dire, perché' volevo 'trasformare la società. Chiacchiere che se provi a dirtele davanti ad uno specchio ti viene da ridere, prima, e da piangere poi. La mia ragione di fondo, anzi, la mia passione, è stata da sempre trasgredire, rompere l'ordine, le maglie che mi tenevano stretto.."

"..Le magli che tenevano stretto non so neanche io cosa, Francesca. Dentro c'era insofferenza, rabbia, certo; lo sai. Poi tutto questo è entrato nell'impegno politico, nelle lotte del movimento; e lì tutto è diventato più indecifrabile.

"...E' grossa, forse, ma potrei dirti allora che la lotta armata può essere stata il surrogato di una mancata esperienza culturale. Se così è stato, essa ha espresso allora la parte più radicale delle tensioni, dell'insofferenza, della rabbia che era andata crescendo in tutti i nostri anni '60: i Kennedy, Luther King, Lumumba, Steinbeck e Whitman, Osborne e gli Hungry Young Men, e poi.. Master of War, It's a hard rain's gonna fall, la strage del Vajont, il sangue di Ignacio, il Canto general e l'anima lacerata di Majakovskij, La solitudine del maratoneta, King and Country (che dolore il volto martoriato di Courtney, così ingenuamente tenace e per questo così irrimediabilmente sconfitto..).
E l'intrattenibile gioia della trasgressione. Forse già venata da un inconsapevole annuncio di sconfitta. La spinta folle (ma era poi folle?) di Rhet Butler: abbracciare una causa solo proprio perché' è persa..."

Il flusso di parole in sintonia correva rapido tra i due. In galera succede così. Si può andare avanti e indietro per ore, coprire cento e più 'vasche', smozzicando avari pezzi di conversazione oppure, al contrario, arrancare nel tener dietro al fluire concitato delle parole. Foss'anche il rimandarsi, in una gara senza fine, di tutte le battute e le facce dei cento film americani ripassati dalle tv locali (...)
O come la storia del cucciolo di labrador entrato di contrabbando in un carcere speciale dei più duri. Cresciuto poi clandestinamente fino a che, ormai troppo grosso e cattivo, nessuno, tranne il padrone e i suoi amici, aveva più il coraggio di avvicinarlo. Cane che aveva condiviso la più rigida clausura e aveva respirato aria e tensione, sviluppando un odio feroce per ogni divisa e che, quando qualche incauta guardia cercava di sorprenderlo nel sonno (figurarsi! lui che, come il padrone, aveva imparato a dormire con un occhio solo e le scarpe da tennis ai piedi) la preferiva alla sua dieta abituale, risputandone fuori, con soddisfazione, solo le suole e le mostrine..

Valerio Morucci - A guerra Finita


 

31/05/15

Bin Laden Books: la libreria del grande terrorista

L'Ufficio della National Intelligence (ODNI) americana ha pubblicato "una tranche consistente' di documenti recuperati nel corso del raid (2011) contro Osama bin Laden e la struttura organizzata per per nasconderlo. Tra i molti documenti trovati, sicuramente uno dei più interessanti riguarda l'elenco dei libri (e altro materiale di lettura in lingua inglese) che si trovavano sugli scaffali delle librerie di Bin Laden al momento del raid. Questo dimostra che non sono il solo a considerare librerie e scaffali dei dischi una parte fondamentale delle nostre dimore. Ora, se si riesce a credere alla storiella della CIA (anche dopo aver letto la recente sfida di Seymour Hersh alla narrazione degli Stati Uniti dell'uccisione di Bin Laden), allora sembra che lo stesso bin Laden non era un gran lettore di narrativa. E, soprattutto, ha trascorso molto tempo a leggere libri che gli hanno permesso di "conoscere il suo nemico" - e per dare un senso alle sue motivazioni politiche, religiose e militari, rafforzarle  per giustificare la sua guerra agli americani. Bin Laden ha letto alcuni libri che potrebbero tranquillamente stare nelle librerie di ognuno di noi - libri come Ascesa e declino delle grandi potenze di Paul Kennedy, La Guerra di Obama del grande Bob Woodward, e The Oxford History of Modern War di Charles Townsend. Un buon numero di libri confermano la sua visione catastofica dell'America. Non uno, ma due dei libri di Noam Chomsky in bella vista, accanto a titoli come: Le migliori democrazie che il denaro può comprare; e Imperial Hubris. E prima che si abbia l'impressione, distorta, che Bin Laden potesse avere simpatie di sinistra dalle sue letture, consigliamo di esaminare i libri sulla teoria del complotto tanto in voga nella destra dura americana - vale a dire, Bloodlines of Illuminati di Fritz Springmeier e The Secret of Federal Reserve di Eustace Mullins. Poi ci sono i libri che, mettendo da parte la politica, sono semplicemente sintomo di desolazione culturale, come ad esempio 2030 Spike: Conto alla rovescia per la catastrofe globale. Più si guarda l'elenco, più si avrà un quadro della personalità (e della psiche) di bin Laden.

Riportiamo l'elenco con i titoli nella versione originale, ma molti di questi sono stati tradotti e pubblicati in Italia..

    The 2030 Spike: Countdown to Global Catastrophe - Colin Mason.
    A Brief Guide to Understanding Islam - I. A. Ibrahim
    America’s Strategic Blunders - Willard Matthias
    America’s “War on Terrorism”- Michel Chossudovsky
    Al-Qaeda’s Online Media Strategies: From Abu Reuter to Irhabi 007 - Hanna Rogan
    The Best Democracy Money Can Buy - Greg Palast
    The Best Enemy Money Can Buy- Anthony Sutton
    Black Box Voting, Ballot Tampering in the 21st Century - Bev Harris
    Bloodlines of the Illuminati - Fritz Springmeier
    Bounding the Global War on Terror - Jeffrey Record
    Checking Iran’s Nuclear Ambitions - Henry Sokolski and Patrick Clawson
    Christianity and Islam in Spain 756-1031 A.D. - C. R. Haines
    Civil Democratic Islam: Partners, Resources, and Strategies - Cheryl Benard
    Confessions of an Economic Hit Man - John Perkins
    Conspirators’ Hierarchy: The Committee of 300 - John Coleman
    Crossing the Rubicon - Michael Ruppert
    Fortifying Pakistan: The Role of U.S. Internal Security Assistance (only the book’s introduction)- C. Christine Fair and Peter Chalk
    Guerilla Air Defense: Antiaircraft Weapons and Techniques for Guerilla Forces - James Crabtree
    Handbook of International Law - Anthony Aust

    Hegemony or Survival: America’s Quest for Global Dominance- Noam Chomsky
    Imperial Hubris - Michael Scheuer
    In Pursuit of Allah’s Pleasure - Asim Abdul Maajid, Esaam-ud-Deen and Dr. Naahah Ibrahim
    International Relations Theory and the Asia-Pacific - John Ikenberry and Michael Mastandano
    Killing Hope: U.S. Military and CIA Interventions since World War II - William Blum
    Military Intelligence Blunders - John Hughes-Wilson


    Necessary Illusions: Thought Control in Democratic Societies - Noam Chomsky
    New Pearl Harbor: Disturbing Questions about the Bush Administration and 9/11 - David Ray Griffin
    New Political Religions, or Analysis of Modern Terrorism - Barry Cooper
    Obama’s Wars - Bob Woodward
    Oxford History of Modern War - Charles Townsend
    The Rise and Fall of the Great Powers - Paul Kennedy
    Rogue State: A Guide to the World’s Only Superpower - William Blum
    The Secret Teachings of All Ages - Manly Hall (1928)
    Secrets of the Federal Reserve - Eustace Mullins
    The Taking of America 1-2-3- Richard Sprague
    Unfinished Business, U.S. Overseas Military Presence in the 21st Century - Michael O’Hanlon
    The U.S. and Vietnam 1787-1941 - Robert Hopkins Miller
    Project MKULTRA, the CIA’s program of research in behavioral modification. Joint hearing before the Select Committee on Intelligence e The Subcommittee on Health and Scientific Research of the Committee on Human Resources, United States Senate, Ninety-fifth Congress, first session, August 3, 1977



      16/04/15

      Starsky e Hutch sulle strade degli Usa, sparano

      I poliziotti uccidono più americani in America che i terroristi nel mondo. A partire dal 2000, le divise degli Stati Uniti, quelli tante volte pontificati in film e telefilm hanno ammazzato loro concittadini, molti di più che i seguaci dei barbuti, terroristi islamici e altri in giro per il mondo. Al Vox e Anand Katakam hanno creato una mappa interattiva, un lavoro senza scopo di lucro per costruire una banca dati nazionale degli omicidi compiuti della polizia. Questo database, e la mappa che Vox ha creato, dimostra che negli Stati Uniti 5.600 persone sono decedute per mano delle forze dell'ordine, dal 2000 ad oggi. Dati agghiaccianti se sommati alla totalità degli omicidi che si registrano ogni giorno.
      La stragrande maggioranza dei 5.600 morti che sono sulla mappa sono stati colpiti da colpi di pistola, il che non sorprende: la armi da fuoco sono le più letali e le più usate rispetto ad altri strumenti utilizzati dalla polizia. Ci sono anche un sacco di morti per incidenti stradali, pistole stordenti, e asfissia. In alcuni casi, per ferite da taglio, e per ciò che viene chiamato "il suicidio da poliziotto," quando cioè qualcuno si fa ammazzare provocando di sua volontà un agente di polizia, che non ci pensa due volte. La nostra vecchia e cara Europa..

      25/02/15

      Clint Eastwood a Michael Moore: se vieni ti uccido

      Ormai è compromesso… il suo rapporto con Clint Eastwood, stando alle sue recenti parole. E Michael Moore fa risalire tutto ad un episodio del 2005, quando Eastwood lo minacciò di morte.. Come ha spiegato poi il sulla sua pagina Facebook: «Un sacco di gente mi chiede se il rumor è vero, cioè la natura del mio confronto con Eastwood nel 2005. Quindi ho deciso di dire alcune parole… Dieci anni fa, in questa settimana, Clint Eastwood durante la cena dei premi National Board of Review ha annunciato a me e al pubblico presente che mi “avrebbe ucciso” se mi fossi presentato a casa sua con una telecamera per realizzare un’intervista. “Ti uccido” ha dichiarato. Il pubblico ha riso nervosamente. Ho deciso immediatamente che stava solo cercando di essere divertente, quindi ho riso, nervosamente, come tutti gli altri. ”Dico sul serio”, abbaiò poi, e il pubblico è diventato più silenzioso. “Ti sparerei”.
      Dovrei probabilmente stopparmi qui e dire soltanto che Clint Eastwood è un grande regista. Ma qualcosa ha cominciato a diventare strano nell’ultimo decennio. Ora American Sniper, un caos di film che riscrive la storia del cinema (noi che invadiamo l’Iraq per vendicarci dell’11 settembre), che porta avanti sentimenti razzisti nei confronti degli Arabi, e ha una trama semplicistica che mostra come Hollywood veda il cecchino buono bianco e quello cattivo in nero. Il protagonista diventa una vittima sia dell’epidemia dello stress post traumatico sia della violenta cultura americana e texana delle armi che, alla fine, si prende la sua vita.»

      Non per essere fuori dal coro a tutti i costi, ma quì il cinema di Eastwood non ha mai avuto particolari estimatori, dagli spaghetti western (volevo un attore che non esprimesse assolutamente niente, disse una volta Sergio Leone..) a Dirty Harry fino alle ultime sue fatiche, con alcuni buoni primi tempi, per poi scivolare sempre nella melassa e nella retorica. Scatenando polemiche a raffica, il suo American Sniper, sull'infallibile tiratore dei Navy Seals americani che abbatte iracheni a più non posso, era uno dei candidati all'Oscar di quest'anno, ma è stato quasi completamente ignorato, se non fosse per il premio al miglior mon­tag­gio sonoro, insieme a un film che forse qualcosa meritava, quel Selma della regi­sta Ava DuVer­nay,( rievocazione delle marce da Selma a Montgomery che dal 1965 segnarono l'inizio della rivolta per i diritti civili negli Stati Uniti) e forse The Grand Buda­pest Hotel, di Wes Ander­son, che non ha vinto — come ci si aspet­tava invece — il pre­mio di miglior sce­neg­gia­tura non ori­gi­nale, ma ha por­tato a casa Oscar per la migliore colonna sonora. Ora, il film di Eastwood era salito alla ribalta anche per il processo all'assassino del vero American Sniper, un suo commilitone colpito dalla malattia che affligge molti dei reduci americani combattenti in Medio Oriente, processo che si è concluso con la condanna all'ergastolo dell'imputato. Del film, di Eastwood e delle ultime vicende della destra americana ci perla Michael Moore in quest'intervista rilasciata poco prima della cerimonia degli oscar a Vice America..

      Il 18 gennaio, due giorni dopo l'uscita di American Sniper di Clint Eastwood, Michael Moore ha twittato: "Mio zio è stato ucciso da un cecchino durante la seconda guerra mondiale. Ci hanno insegnato che i cecchini sono dei codardi. Ti sparano alle spalle. I cecchini non sono eroi. E gli invasori sono peggio," seguito da: "Ma se sei sul tetto di casa tua a difenderla dagli invasori venuti dall'altro capo del mondo allora non sei un cecchino, sei un eroe." La reazione della destra è stata rapida e decisa. Breitbart ha definito i tweet "un trollaggio patetico," John McCain li ha trovati "idioti" e "offensivi," mentre Kid Rock ha scritto sul suo sito, "Michael Moore, sei un pezzo di merda e tuo zio si vergognerebbe di te." Ma la reazione più drammatica è arrivata da Sarah Palin, che durante la cerimonia per il conferimento della medaglia al valore al sergente Dakota Meyer ha mostrato un cartello con scritto: "Fuck You, Michael Moore" con due mirini al posto delle O di Moore.


      Prima di parlare delle reazioni e di darti l'opportunità di chiarirne il significato, puoi dirci cosa ti ha spinto a scriverli, qual era la tua condizione emotiva?
      Voglio premettere che non sento necessità di chiarire o difendere quello che ho scritto. Ne vado fiero. Non mi rimangio niente, e anzi ho aggiunto altro. Non mi faccio intimidire da persone che hanno trascinato un'intera nazione in una guerra illegale e senza senso. Tutto questo non ha avuto alcun impatto su di me. Ovviamente se mi fossi sbagliato, se fossi stato ingiusto, mi sarei certamente corretto, ma in questo caso non ho sbagliato. E mi manda davvero in bestia sentir dire che Michael Moore ha fatto marcia indietro, perché non è vero. Non devo giustificare le mie opinioni, né devo scusarmi per il fatto che voglio che i guerrafondai di questo paese la piantino una volta per tutte.

      Su Twitter hai parlato dei cecchini, un tema che merita di essere approfondito, e poi c'è American Sniper—stai parlando di due cose diverse, giusto?
      Esatto. Nei miei tweet sono stato attento a non dire nulla di American Sniper. Ho scritto quello che ho scritto perché quel weekend si parlava molto dei cecchini, per via del film, ma anche perché era l'anniversario della nascita di Martin Luther King, e ho trovato sgradevole che un film su un cecchino uscisse proprio nei giorni dedicati a un grande cittadino americano ucciso da un cecchino. E se nessuno ci trova niente di sbagliato, come vi sentireste se l'uscita di American Sniper 2 fosse annunciata per il 22 novembre [anniversario della morte di J.F.K.]?

      Sì, non credo che sarebbe una grande idea realizzare un film su un attacco terroristico e farlo uscire l'11 settembre, ad esempio.
      Esatto. Sarebbe come se un negozio di elettrodomestici sfruttasse il giorno Giorno della memoria per mettere fuori un cartello con scritto Oggi, forni in saldo. Chiaramente si tratta di un esempio estremo, ma dimostra che bisogna stare attenti al contesto. O magari hanno pianificato tutto. Magari il piano era, È appena uscito Selma. Ma i bianchi andranno a vederlo? Diamo anche ai bianchi qualcosa da vedere al cinema nel weekend dedicato a Martin Luther King. Non lo so, mi ha lasciato davvero di sasso. Mi ha fatto pensare ai cecchini, e se tu fossi cresciuto nella mia famiglia capiresti che è un nervo scoperto.

      [...] Subito dopo il primo, ho scritto un altro tweet per chiarire cosa intendevo con il termine "cecchino." Un cecchino, per me, è un membro dell'esercito aggressore. È il soldato che combatte in modo sbagliato, che sale sul tetto degli edifici o sugli alberi, si nasconde e uccide senza che le vittime possano accorgersi della sua presenza, senza che possano in alcun modo difendersi o reagire. Ma se l'esercito di un altro stato marciasse su Broadway e qualcuno si arrampicasse su un tetto e cercasse in ogni modo di fermarlo, quello non sarebbe un cecchino. Sarebbe semplicemente una persona che sta difendendo la patria. Anche il cecchino arabo in American Sniper stava facendo proprio questo: stava cercando di fermare gli invasori.
      All'inizio i cecchini venivano chiamati "tiratori scelti." Non si è parlato di "cecchini" fino alla Prima guerra mondiale. È stata la Germania durante la Prima guerra mondiale a perfezionare il concetto di cecchino, non gli Alleati. E da lì si è affermato. Durante la Seconda guerra mondiale—puoi controllare—due terzi dei soldati uccisi dai tedeschi e dai giapponesi sono morti per mano dei cecchini. Col proseguire della guerra, anche i russi hanno iniziato a usare questa tattica. Negli Stati Uniti avevamo una scuola di perfezionamento per cecchini in Ohio, ma Eisenhower l'ha chiusa tra il 1956 e il 1957.

      Perché?
      Non lo so. Questa settimana ho fatto un po' di ricerca. È rimasta chiusa per 30 anni, finché Reagan non l'ha riaperta nel 1987 a Fort Benning. Se ne è parlato molto dopo la guerra in Corea—me l'ha raccontato un veterano—e ne è risultato che non ha nulla a che fare con il modo americano di combattere. Quando dobbiamo difenderci siamo disposti a tutto, quindi se oggi venissimo attaccati diventeremmo tutti dei cecchini, se così si può dire. Ma quando arrivano i liberatori, sono i cecchini che li fanno fuori. Ed è questa la confusione che fa nascere FOX News. Intendo dire che quando parlano di American Sniper parlano dei soldati americani come fossero i liberatori dell'Iraq! Non abbiamo liberato proprio un bel niente. Abbiamo solo peggiorato la situazione, e abbiamo perso la guerra. Avremo un futuro migliore quando riusciremo ad ammettere che abbiamo perso in Vietnam, perso in Iraq e perso in Afghanistan.

      La destra americana elogia questo film, sta andando davvero bene. Posto che un film va bene se alla gente piace il protagonista, vuol dire che agli americani piace questo cecchino, giusto? Perché, secondo te? Hai ragione quando dici che i cecchini sono sempre stati una figura sinistra. A morire è sempre il povero soldato in campo aperto, mentre l'infido cecchino si nasconde. Ma cosa c'è in questo cecchino che ha colpito e soddisfatto così tanto il popolo americano? Intorno a questo film è sorto un vero dramma psicologico nazionale.
      Sì, e torna al fatto che siamo consapevoli di aver sbagliato. Sappiamo che non c'era nessuna arma di distruzione di massa. Sappiamo che 4.400 americani hanno perso la vita, come decine di migliaia di iracheni. Lo sappiamo, e sotto sotto ci sentiamo profondamente in colpa. Inoltre molti repubblicani che vanno a vedere il film, sai anche tu che non vivono fuori dal mondo. Tra i loro famigliari e tra i loro vicini ci sono reduci che sono tornati a pezzi dalla guerra. Il disturbo post-traumatico da stress è incredibilmente diffuso. I soldati tornati da questa guerra hanno gravi problemi a livello psicologico. E devo confessarti che, avendolo visto due volte, durante il finale rimangono tutti molto tranquilli. Nessuno festeggia. Credimi, io il film l'ho visto in compagnia di un pubblico che non ha esattamente le mie stesse idee politiche. Erano tutti molto colpiti, molto tristi. Tutti i personaggi principali del film finiscono per avere problemi psichici o peggio. Il film non è una celebrazione. Magari c'è chi arriva in sala esaltato, ma di certo non ne esce allo stesso modo.
      Adesso la gente vuole vedere il film per il dibattito che ha scatenato, e perché è stato nominato agli Oscar. E poi è di Clint Eastwood—ha fatto dei film straordinari. La gente va al cinema per molte ragioni, ma devo dirti un'altra cosa, io l'ho visto a Union Square e in quel cinema non c'era una sola persona di Greenwich o di Manhattan. Venivano tutti col treno dal New Jersey o da Long Island. È stata fatta una ricerca—per sapere chi va al cinema—e ne è venuto fuori che il pubblico di questo film è tutta gente che va al cinema una volta all'anno, o nemmeno quella. È lo stesso tipo di pubblico di La Passione di Cristo.

      È uscito da poco un altro film intitolato Fury. L'hai visto?
      Sì.
       
      Anche in quel film c'è un cecchino. Sembra che il valore di un cecchino dipenda dal punto di vista dell'osservatore. Qui il cecchino è il personaggio negativo che fa un'imboscata contro Brad Pitt.
      Mi è piaciuto quel film. È un film di guerra fatto veramente bene che mi ha tenuto incollato allo schermo. All'inizio del film gli alleati arrivano in una città dove c'è un altro cecchino tedesco. I cecchini tedeschi erano sempre un problema per gli americani che entravano nelle città. Gli invasori, i tedeschi, occupavano la città e provavano a respingere le truppe liberatrici. Non potevano vincere in uno scontro diretto, gli americani avevano più soldati, più armi, più risorse. Ma io la vedo anche in modo più karmico: nella storia l'oppressore, l'invasore finisce—non sempre ma quasi—per essere sconfitto. In altre parole il bene trionfa sul male. Con alcune eccezioni, tra cui i nativi americani sono la più evidente.
      Ricevo molte mail da persone che scrivono, Chris Kyle ha protetto i nostri soldati e ha salvato molte vite. Cosa vuol dire, che ha salvato delle vite? Le vite dei nostri soldati non dovevano essere messe a repentaglio. Eravamo noi quelli dalla parte del torto; eravamo gli invasori e alla fine abbiamo perso. Siamo andati là con motivazioni false, e abbiamo lasciato quel posto in condizioni peggiori di quando siamo arrivati.

      Considerate anche le tue emozioni e la tua personale esperienza sul concetto di cecchino, puoi descriverci come ti sentivi prima di entrare al cinema, e come ti sei sentito uscendone?Era chiaro che quel cinema era pieno di veterani, soldati in servizio, famigliari e amici, ma ero contento di essere al cinema con questo tipo di pubblico, perché erano molto presi dal film. C'è chi ha pianto. I titoli di coda non erano accompagnati da nessuna musica—c'era un'atmosfera funebre. Tutti i personaggi principali escono devastati dalla guerra, alcuni cambiano idea e diventano pacifisti, altri muoiono. Alla fine non c'è nessuna vittoria americana per cui festeggiare, non c'è modo di pensare, Guardate cosa siamo riusciti a fare, o, come alla fine di Salvate il soldato Ryan, quando Tom Hanks muore, Be', almeno è morto per una buona causa. In questo film non c'è niente di tutto questo. Non c'è catarsi.

      [..] Sono state fatte alcune buone scelte: ad esempio ho trovato coraggioso scegliere di non avere una canzone di chiusura, nessun tipo di musica, solo i titoli di coda che scorrono nel buio. Nel buio e nel silenzio. Per quanto riguarda invece la storia, è qui che il film si fa un po' più ostico, perché di base Clint voleva semplicemente girare un western vecchio stile—quindi mantenere una struttura molto semplice: le Torri Gemelle vengono colpite, loro vengono chiamati e subito dopo si ritrovano in Iraq.
      Se non si presta attenzione, il film praticamente dice che noi siamo stati attaccati e quindi a nostra volta abbiamo attaccato l'Iraq. Sappiamo perfettamente che l'Iraq non c'entra nulla con l'11 settembre, ma il film sottintende che c'entri, e che la missione del protagonista sia di difendere il nostro paese. Ma il fatto che sia andato in Iraq non ci ha difeso da nulla. Ci sono dei problemi con la trama del film, e credo fosse per questo che la gente parlava in sala, perché erano confusi. American Sniper copre un lasso di tempo di circa cinque o sei anni per un totale di tre o quattro giri dell'Iraq, e la gente si chiedeva, come è possibile che finisca proprio nella stessa città con quella stessa persona? È solo semplicistico come i vecchi film western. In questo senso, è una specie di B-movie. Poi ovviamente ci sono tutti i dettagli storici sbagliati, ma non mi voglio addentrare. È un film, quindi non lo guardo come se fosse un documentario.

      A Traverse City, dove vivo, ho iniziato questi programmi di recupero per veterani affetti da disturbi post traumatici da stress. Organizzo conferenze per aiutarli a trovare lavoro. Ho dato il via a un progetto pensato appositamente per favorire l'assunzioni dei veterani della guerra in Iraq e in Afghanistan e i soldati e le loro famiglie possono frequentare i miei cinema gratis, senza dover sborsare un centesimo.

      Proietterai il film nei tuoi cinema, vero?
      Sì, lo farò vedere in uno dei miei tre cinema. Perché penso che sia parte del dibattito sull'identità americana, e la gente dovrebbe guardarlo. Non puoi parlarne se prima non l'hai visto. John McCain mi ha criticato per quello che ho detto sui cecchini in generale, un reporter gli ha poi domandato se avesse visto il film e lui ha risposto, No, non l'ho ancora visto. Mi ha ricordato quella volta che è stato da Letterman e ha criticato 9/11; Letterman gli ha chiesto, Ha visto il film? e lui ha risposto, No, non l'ho ancora visto. Allora Letterman gli ha detto Senatore, crede sia giusto criticare qualcosa che non ha visto? E McCain ha risposto, No, forse ha ragione lei. Dovrei guardarlo.

      Infine, il giudizio "politico" di Moore su Clint Eastwood:[...] Clint Eastwood non è un ideologo di destra; politicamente è un po' un mix. È un vero e proprio liberale. Non credo che sia dell'idea che gli Stati Uniti dovrebbero essere il poliziotto del mondo. È stato un segnale forte mostrare che il fratello del protagonista è contro la guerra.
      Tutti capiscono che Chris continua a mentire a se stesso, a dire che ne vale la pena; continua a ripeterselo perché sotto sotto sa anche lui che non è vero—non si trova lì per difendere gli Stati Uniti d'America. Difendere gli Stati Uniti sarebbe il suo unico lavoro, il motivo per cui tutti noi paghiamo le tasse. Perché se ci attaccano o ci sono delle minacce incombenti, ci proteggano. L'Iraq non ci stava minacciando in nessun modo, non ci stava attaccando né stava pianificando attacchi futuri.


       

      18/02/15

      Ilan Pappé: l'Isis è la miglior cosa che potesse capi­tare a Israele

      Quest'interessante intervista è tratta dal Manifesto. Ilan Pappè, storico israeliano, intellettuale e studioso anti-sionista, si è già distinto per la sua opposizione, con critiche pesanti al governo e alla politica di Tel Aviv sulla Palestina. Ricordiamo che  insegna all’Università di Exeter, in Inghilterra. Prima insegnava ad Haifa, ma non gli è stato rinnovato il contratto perché non è disposto ad insegnare le falsità sempre più assurde sulla Storia d’Israele. Pappè era stato invitato nella capitale dall'’ateneo di Roma Tre, che però ha revocato poco dopo il convegnoEuropa e Medio Oriente: una strada contro gli identitarismi” con alcune motivazioni a  cui nessuno ha dato credito. Sembra invece chiaro il veto e la pressione dell’Ambasciatore Israeliano e dei capi della comunità ebraica di Roma” affinchè l'incontro sia sospeso:
      Sembra che offendere il profeta Maometto nelle vignette francesi sia libertà di parola mentre avere un dialogo accademico sulle sofferenze dei Palestinesi sia incitamento all’odio .

      Israele / Palestina. Ilan Pappé: «L'Isis pesca adepti tra i marginalizzati dell'Occidente. Non è una questione religiosa, ma socio-economica. E Tel Aviv lo sfrutta per avere supporto dall'Europa»

      Alla fine Ilan Pappé ha par­lato. Sca­val­cando la can­cel­la­zione della con­fe­renza «Europa e Medio Oriente oltre gli iden­ti­ta­ri­smi», che avrebbe dovuto essere ospi­tata dall’Università di Roma Tre, il pro­fes­sore dell’Università di Exter, uno dei più noti sto­rici israe­liani, ha incon­trato il pub­blico romano lunedì al Cen­tro Con­gressi Fren­tani su ini­zia­tiva di AssoPace.
      Lo abbiamo incon­trato e discusso con lui del con­cetto di iden­tità e del suo uti­lizzo da parte occi­den­tale e israeliana.

      L’avanzata dello Stato Isla­mico viene stru­men­ta­liz­zata in Occi­dente per dare fon­da­mento al cosid­detto scon­tro di civiltà, in chiave neo-colonialista. Israele, Stato nato come bastione occi­den­tale in Medio Oriente, otterrà mag­giore sup­porto a sca­pito delle aspi­ra­zioni palestinesi?
      Asso­lu­ta­mente sì. Lo Stato Isla­mico è la miglior cosa che potesse capi­tare a Israele. Con il calif­fato si risol­leva la voce di coloro per i quali esi­ste un solo Stato illu­mi­nato in Medio Oriente, Israele, baluardo con­tro l’avanzata dell’estremismo isla­mico. Spero che in Occi­dente la gente non cada in un trucco tanto meschino: non si tratta affatto di uno scon­tro di civiltà, ma di giu­sti­zia sociale e modelli demo­cra­tici di inte­gra­zione. Basta guar­dare a come l’Isis attira gio­vani musul­mani euro­pei andando a pescare tra i gruppi più oppressi e mar­gi­na­liz­zati. Non stiamo par­lando di una que­stione cul­tu­rale e reli­giosa, ma sociale ed eco­no­mica: se in Europa si assi­stesse ad una tra­sfor­ma­zione demo­cra­tica, se si impe­disse a ideo­lo­gie raz­zi­ste e pra­ti­che capi­ta­li­ste di deter­mi­nare l’esistenza della gente, gruppi come l’Isis non tro­ve­reb­bero spa­zio. L’Isis non ha ter­reno fer­tile dove la gente si sente inte­grata, dove è uguale a livello sociale e economico.
      Per que­sto è neces­sa­ria un’analisi appro­fon­dita dell’imperialismo occi­den­tale e del movi­mento sio­ni­sta per com­bat­tere le sim­pa­tie che musul­mani euro­pei accor­dano a gruppi radi­cali. Se sei un mar­gi­na­liz­zato o un escluso trovi nell’identità musul­mana lo stru­mento per miglio­rare la tua esi­stenza. La stra­grande mag­gio­ranza degli oppressi non rea­gi­sce così, ma alcuni indi­vi­dui optano per la vio­lenza, in ogni caso minima rispetto a quella dell’oppressore. Così si allarga lo Stato Isla­mico, que­sto mostro che l’Occidente ha fab­bri­cato, novello Frank­en­stein che si ribella al suo creatore.

      11/01/15

      STAND UP FOR THE HEROES

      Aleppo
      Oggi grande manifestazione a Parigi: la marcia dell’«unità nazionale» in nome di «Charlie» chiama oggi in piazza i cittadini francesi e europei. Certo, insieme alla moltidudine di gente perbene sfileranno presidenti, ministri e teste coronate da tutto il mondo: marciare insieme a Netanyahu? Neanche morto. Insieme agli stessi, ai quei rappresentanti di quell'occidente ipocrita che tace sull’Arabia Sau­dita, che è il paese che ha con­dan­nato il blog­ger Raef Badawi a 10 anni di galera, una multa di oltre 200.000 dol­lari, e mille fru­state pub­bli­che, in piazza, per venti set­ti­mane suc­ces­sive (la prima dose di 50 è stata som­mi­ni­strata venerdì). Badawi chie­deva pub­bli­ca­mente di affron­tare alcuni argo­menti spi­nosi per la monar­chia sau­dita come l’abolizione della Com­mis­sione per la pro­mo­zione della virtù e la pre­ven­zione del vizio (qual­cosa di molto simile a quello che l’Isis ha isti­tuito nelle zone sotto il suo controllo). E allora STAND UP FOR THE HEROES, per la redazione di Charlie Hebdo, per Raef Badawi, per le migliaia di morti in Nigeria e per questa piccola grande ragazza siriana che nella città fantasma di Aleppo ha deciso di dimostrare la sua solidarietà: non nel suo nome, non nel nostro.



      (Springsteen al concerto di Parigi a sostegno di Amnesty International)



      08/01/15

      Niente da negoziare con i fascisti

      Dipingi un Maometto glorioso, e muori. Disegna un Maometto divertente, e muori.
      Scarabocchia un Maometto ingobile, e muori. Gira un film di merda su Maometto, e muori.
      Resisti al terrorismo religioso, e muori. Lecca il culo agli integralisti, e muori,
      Prendi un oscurantista per un coglione, e muori. Cerca di discutere con un oscurantista, e muori
      Non c'é niente da negoziare con i fascisti. La Libertà di ridere senza alcun ritegno la Legge ce la dà già, la violenza sistematica degli estremisti ce la rinnova.
      Grazie, banda di imbecilli.
      - Charb,
      direttore di Charlie Hebdo


      L'ultima vignetta

      Il cuore teologico dell'Islam, che si trova nelle Università egiziane, respinge la violenza. Guai a noi se identifichiamo un miliardo e mezzo di persone che professano la religione islamica con gruppi minoritari. Detto questo, respingiamo alcuni commenti che esprimono critiche, a posteriori, sulla linea editoriale di Charlie Hebdo: questo blog che si dichiara fermamente antifascista è per la totale libertà di pensiero e di stampa e non può accettare censure (e autocensure) in nome della religione, della politica, dell'etica e quant'altro. Consapevole dei disastri che i paesi occidentali hanno alimentato e alimentano in Medio Oriente, considera la strage di Parigi un atto vile, barbaro, ingiustificabile. Arrogarsi il diritto di togliere la vita a persone pacifiche, che non hanno mai professato la violenza, colpevoli agli occhi di fanatici di offendere con dei disegni il loro Dio: usare una matita non può essere una condanna, e arrivare a questo è incomprensibile.
      Pubblichiamo su questo l'opinione del direttore (direttrice) di Linus, la storica rivista di fumetti e cultura italiana, dove Wolinski, grande disegnatore e una delle vittime di Charlie Hebdo, aveva collaborato in passato, e quella di Will Self, autore satirico inglese. E infine, il disegno che abbiamo scelto, tra i tanti, per Interzone, quello che più ci rappresenta: è il nostro messaggio agli assassini dei redattori di Charlie Hebdo e a tutti i fanatici, gli integralisti, i fascisti..

      Stefania Rumor:
      "Noi avevamo un rapporto quasi fraterno con la redazione di Hara-Kiri negli anni Settanta, e quando una parte dei redattori di Hara-Kiri ha fondato Charlie Hebdo, abbiamo preso la citazione a Charlie Brown come un omaggio. Abbiamo pubblicato per tanti anni i fumetti di Wolinski, lo conoscevo personalmente. La loro era una satira vivace, vera, senza preoccupazioni verso niente e nessuno, ma con un forte lavoro giornalistico alla base. Forse sapevano che poteva succedere qualcosa, ma nessuno poteva immaginare questo. Si pensa che sia un possibile problema di chi fa satira, ma non è così. Un attentato come questo rende tutto più complicato, fortifica il Fronte Nazionale e l'islamofobia. Sono stravolta, e sono molto preoccupata per le conseguenze che potrebbe avere un'azione simile. Loro erano rimasti i duri e puri di sempre, non so che conseguenze possa avere sulle giovani realtà. L'idea che si possa perdere la vita per una vignetta potrebbe far cambiare idea anche al vignettista più coraggioso. Quello che è successo è totalmente incomprensibile per noi."

      Will Self:
      Quando c'era stato il caso delle vignette danesi, avevo esposto quello che è il mio metodo per sapere se qualcosa è davvero satira. Deriva dalla definizione di "buon giornalismo" data da HL Mencken: la satira dovrebbe tranquillizzare chi soffre e far soffrire chi è tranquillo. Il problema di molta di quella che oggi viene chiamata 'satira' è che,nei casi in cui è rivolta contro l'estremismo religioso, non è chiaro contro chi si scaglia né chi cerca di difendere. Ovviamente dicendo questo non voglio giustificare l'assassinio dei giornalisti di Charlie Hebdo, che è qualcosa di semplicemente terribile. Voglio solo dire che la nostra società è così ossessionata dal diritto alla libertà di parola che non si pone nemmeno il problema di quali responsabilità derivino da tale diritto.





      11/12/14

      Le Tourture Playlist e la campagna Zero db

      <<"In tutte le camere era buio, senza luci, per la maggior parte del tempo ... Mi hanno appeso. Mi è stato permesso di dormire un paio d'ore, il secondo giorno, poi appeso di nuovo, questa volta per due giorni. Le mie gambe si sono gonfiate. le mie dita e le mani si erano intorpidite ... C'era musica ad alto volume, "Slim Shady"di Eminem  e Dr. Dre per 20 giorni di seguito ... Poi hanno cambiato i suoni, si sentivano orribili risate  e suoni da film dell'orrore. Mi hanno incatenato ai binari per una quindicina di giorni ... La CIA ha lavorato così sulle persone, giorno e notte ... Molti hanno perso le loro menti. Potevo sentire gente che urlando, batteva la testa contro i muri e le porte... ">>

      Cinque anni per produrlo, sei milioni di documenti, un report che parla di sistemi e metodi speciali utilizzati dalla Central Intelligence Agency, e dalle strutture di contractors di cui si serve, riguardo a super luoghi di detenzione. Non tanto Guantanamo o Abu Ghraib, di cui si sa quasi tutto, e neppure delle afghane Bagram e Salt Pit che le tallonano.

      Bensì dei siti oscuri dove sequestri e torture seguivano le extraordinary rendition con cui si catturavano (e si catturano) ricercati e gente comune, prelevati in vari angoli del mondo. I particolari del trattamento riservato ai prigionieri facevano rivoltare lo stomaco anche a taluni esecutori che richiedevano d’essere rimossi dall’incarico. Lituania, Romania, Polonia, Afghanistan, Uzbekistan, Morocco, Iraq sono alcuni dei paesi dove la Cia aveva impiantato le sue Dark Prison per il "trattamento". Ora spunta anche la musica. Sulla base di un registro sequestrato, sono trapelati interrogatori di soldati e detenuti, verbali, notizie in cui si può trovare anche la "contabilità" delle canzoni usate nelle basi e nelle prigioni militari americane per indurre la privazione del sonno, "prolungare lo stato di shock della cattura," disorientare i detenuti durante gli interrogatori, soffocarne le urla

      Guardando la lista delle selezioni, vi sono canzoni con testi inquietanti, altre acusticamente travolgenti. Alcuni dei soldati hanno scelto, ad esempio "Die Motherfucker Die" e "Bodies" non solo per indurre alla paura i detenuti , ma anche perchè esaltavano i soldati alla guerra e il loro desiderio/piacere di uccidere. Altre canzoni apertamente con riferimenti sessuali (Deicide di "Fuck Your God) erano scelte per offendere la sensibilità dei musulmani.

      LE REAZIONI
      Alcuni musicisti hanno avuto reazioni dure e indignate quando hanno scoperto che la loro musica è stata usata per torturare. I Rage Against the Machine (nella persona di Zach De La Rocha) hanno anche scritto al Dipartimento di Stato e alle Forze Armate intimando di smettere, ma ci sono anche quelli che si sono sentiti.. lusingati. I Deicide hanno commentato: "E' bello. Se siamo uno standard per i militari, come Deicide ci sentiamo di fare la nostra parte per le truppe." In un'intervista del 2004 alla National Public Radio, James Hetfield dei Metallica ha detto: "Per me, i testi sono una forma di espressione, la libertà di esprimere la mia follia. Se gli iracheni non sono per la libertà di espressione, allora io sono felice di essere parte della loro espiazione." Ancora, Hetfield ha dichiarato che la sua musica è stata un fastidio per i genitori per anni, quindi perché non può esserlo per dei terroristi?." E poi vanno nelle carceri a registrare i loro video. IPOCRITI.. 

      In collaborazione con il sindacato dei musicisti del Regno Unito, alcuni artisti hanno istituito l " Reprieve set up zero dB", per porre fine all'uso della musica nelle pratiche di tortura. Attraverso lo Zero dB, i musicisti invitano il presidente Obama a mettere espressamente fuori legge questi metodi odiosi dell'esercito americano . Ecco l'elenco di alcuni dei musicisti, (di alcuni di essi è stata utilizzata la musica per le torture) - che chiedono il trattamento umano dei prigionieri, lista che cresce ogni giorno di più: Tom Morello dei Rage Against the Machine, Trent Reznor dei Nine Inch Nails, Massive Attack, Elbow, Ash, Dizzee Rascal.

      L'uso della musica in tortura deve essere apertamente condannata e  impedita. E quelli che hanno autorizzato questo programma   vanno ritenuti responsabili per il loro ruolo negli abusi sui prigionieri. Esiste un reale pericolo che le tecniche "psicologiche" come la Torture Music saranno sempre più attraenti, e usate come sostitutive per quelle più comuni come il "waterboarding"..

      <<Non possiamo permettere che la Torture Music  scivoli nel silenzio. Per saperne di più e unirsi alla protesta, aggiungendo il vostro nome alla nostra petizione, vai su: www.zerodb.org>>..

      Ecco alcuni brani che compongono le Tourture Playlist:

       



      Decide: Fuck Your God
      Dope: Die MF Die, Take Your Best Shot
      Eminem: White America, Kim
      Barney & Friends: theme song
      Drowning Pool: Bodies
      Metallica: Enter Sandman
      Meow Mix: commercial jingle
      Janeane Garofalo/Ben Stiller: chapter from the Feel This Audiobook
      Sesame Street: theme song
      David Gray: Babylon
      AC/DC: Shoot to Thrill, Hell’s Bells
      Bee Gees: Stayin’ Alive
      Tupac: All Eyez On Me
      Christina Aguilera: Dirrty
      Neil Diamond: America
      Rage Against the Machine: unspecified songs
      Don McLean: American Pie
      Saliva: Click Click Boom
      Matchbox Twenty: Cold
      (hed)pe: Swan Dive
      Prince: Raspberry Beret








      12/10/14

      Arin Mirkan: Vita e destino


      "Un gruppo di combattenti sono posizionati tra le macerie degli edifici, provocati dai bombardamenti ... Avrebbero dovuto dare il loro addio all'inizio di ogni attacco ... Erano gli ultimi momenti della loro vita, bevevano l'ultimo sorso d'acqua marcia che avevano con loro. Non hanno mai avuto le armi per combattere o fermare il progresso dei tanks.
      Ma erano i combattenti della libertà, per la terra e l'umanità.
      I tanks arrivavano davanti a loro dopo un pesante bombardamento. La loro posizione era appiattita e i carri armati rotolarono dritto sui loro corpi.
      Tuttavia, l'esercito che aveva i carri armati fu ancora sconfitto. Intorno era pieno di combattenti che a pochi metri dietro di loro erano in attesa per un agguato. Si posizionarono davanti ai carri e fermarono il progresso dei nazisti succhiasangue ".

      Ecco come Vasilij Grossman descrisse gli ultimi momenti di un gruppo di partigiani che hanno combattuto una resistenza senza precedenti contro il nazifascismo e alterato il corso della seconda guerra mondiale nel suo libro intitolato 'Vita e destino'.

      07/10/14

      L'ISIS e la retorica della sorveglianza totale contro il terrorismo

      Anche l'ISIS è un pretesto per continuare con lo stato di sorveglianza
      J. Koebler - (Vice.com)

      All'indomani dell'11 settembre l'amministrazione Bush, con l'aiuto del Congresso, ha usato la minaccia di al-Qaeda per giustificare e legalizzare un sistematico stato di sorveglianza. Ora, 13 anni dopo, alcuni legislatori stanno usando la stessa tattica, questa volta utilizzando la minaccia che costituisce lo Stato Islamico—e le paure che il gruppo suscita  — per sostenere che lo stato di sorveglianza vada perpetrato e preservato.

      I documenti portati alla luce da Snowden hanno rivelato quanto la sorveglianza sia ormai istituzionalizzata e pervasiva, e sembra che l'opinione pubblica americana e alcuni legislatori si siano finalmente resi conto che si è passato il segno. Al-Qaeda non c'entra questa volta, non ci sono stati attacchi terroristici sul suolo americano dall'11 settembre, le persone sono semplicemente stufe di sapere che le spie governative tengono sotto controllo le comunicazioni private.

      SE LE PERSONE NON CAPISCONO I PERICOLI A CUI andiamo incontro, è COLPA DEL GOVERNO
      Ma poi lo Stato Islamico ha iniziato a far parlare di sé.
      James Foley, un giornalista americano, è stato brutalmente decapitato dai terroristi dell'IS. È poi stato ucciso un altro giornalista e un cooperante scozzese. Questi irrazionali omicidi hanno fatto nascere un giustificabile sdegno e un'ancor più giustificabile paura. E molti politici americani hanno iniziato a parlare con toni simili a quelli usati poco dopo l'11 settembre, un periodo in cui agenzie antiterroristiche come l'NSA avevano completa libertà di azione, senza alcuna condizione.
      “L'approvazione dell'USA PATRIOT Act è stata veloce, frettolosa e, apparentemente, non c'è stato alcun dibattito in formato a livello nazionale, verosimilmente a causa dell'idea per cui in presenza di una crisi è richiesta una soluzione pragmatica e veloce,” 
      ha affermato Winston Nagan, professore di legge alla University of Florida. C'è molto fermento in questo periodo dal punto di vista legislativo: il Congresso potrebbe considerare l'USA FREEDOM Act, che porterebbe all'eliminazione completa della sorveglianza di massa permessa dal Patriot Act. Oppure questo provvedimento potrebbe essere ignorato, e lo stato di sorveglianza sopravviverebbe: è questa la prospettiva del senatore Lindsay Graham, che settimana scorsa ha detto al National Journal che sarebbe una follia far passare il FreedomAct in un momento del genere.
      “Se le persone non capiscono quali siano i pericoli a cui la nostra patria è ora esposta è colpa del Congresso,” ha detto Graham. “Se stiamo controllando un terrorista io voglio sapere a chi sta telefonando. Voglio una totale sorveglianza, e il controllo giurisdizionale. Non è proprio questo il momento di sminuire le nostre capacità di prevenire un attacco terroristico prima che accada."

      Graham vive in una favola se pensa che la “sorveglianza” e il “controllo giurisdizionale” siano le cose di cui l'NSA si è occupata in questi 13 anni. Ed è questo tipo di retorica che ci ha portato allo stato di cose presente; ed è il tipo di retorica che farà sì che lo stato di sorveglianza sopravviva.

      “Il programma di sorveglianza di massa dell'NSA invade la privacy di milioni di persone e il governo ha fatto di tutto per provare che questi piani sono in realtà d'aiuto per prevenire attacchi terroristici,” mi ha detto RaineyReitman, direttore della Electronic Frontier Foundation. “Non dovremmo permettere a nessuno di usare la minaccia dell'ISIS come una scusa per fortificare la sorveglianza di centinaia di milioni di persone normali, cittadini americani e non.”
      Ha ragione: gli attacchi dell'11 settembre hanno dimostrato il fallimento delle strategie dell'intelligence americana, tanto che al momento la cosa più semplice da fare sembrava far approvare qualsiasi parvenza di soluzione e solo poi analizzarne i contenuti e promuovere un dibattito sulla questione. L'anno scorso anche la Casa Bianca ha ammesso che la tattica non è stata efficace e non è stato sventato alcun attacco terroristico.
      Ecco perché queste prossime settimane saranno cruciali. Il Congresso si renderà conto del fallimento dello stato di sorveglianza? Oppure lo manterrà, motivato dalle nuove paure che lo Stato Islamico provoca nell'Occidente?

      “In precedenza la sorveglianza totale sembrava essere la soluzione ai problemi che ci affliggevano,” mi ha detto Amie Stepanovich, esperta di libertà civili. “Credo questa sia un'opportunità per applicare gli insegnamenti degli ultimi 13 anni e cercare di elaborare soluzioni adatte a fronteggiare i pericoli che ci minacciano ora e che ci minacceranno in futuro.”
      Per lo meno questa volta ci sono legislatori come Ron Wyden che vogliono imporsi come voce della ragione, e sostengono che gli eccessi non sempre sono positivi ma anzi, spesso sono la soluzione peggiore.
      “Il senatore Wyden sostiene che sia assolutamente possibile garantire la sicurezza degli americani e colpire duramente le forze terroristiche come l'ISIS senza sorvegliare milioni di cittadini rispettosi della leggi,” mi ha detto un portavoce del senatore.
      “Si è reso conto di come l'invadenza di questi programmi di sorveglianza non abbia niente a che fare con la sicurezza nazionale.”


      28/07/14

      Da Tour Manager dei Led Zeppelin alla galera in Italia per terrorismo: Richard Cole

      Cole, a sinistra
      Ci si imbatte in storie davvero incredibili. Storie a volte bizzarre che solo nel rock'n'roll possono, o meglio potevano, accadere. Perchè oggi è cosi tutto moscio, ordinario, noioso. E' tutto ordinato dai soldi, dal business. Questa ad esempio è la storia di Richard Cole,  tour manager di gruppi come Led Zeppelin, Who, Jeff Beck, Black Sabbath e altri, e di come si ritrovò in cella nel nostro paese dopo essere stato scambiato per un terrorista invischiato nella strage di Bologna nel 1980.. Ne ho fatto un riassunto, cercando di focalizzare la storia sulla personalità di Cole e sugli eventi più importanti che lo portarono in quel periodo sulle vette più alte del rock degli anni '70. Buona lettura..

      di John Liam Policastro
      Sono di fronte a un benzinaio della Tesco a Notting Hill, e sto aspettando Richard Cole, il leggendario tour manager dei Led Zeppelin e degli Who (...) Si presenta alle sei spaccate, con la puntualità che solo un tour manager può avere. Cole è cresciuto nella Londra del dopoguerra e, come molti altri in quel periodo, si è innamorato del rock 'n' roll che negli anni Cinquanta si espandeva lentamente oltre l'Atlantico.
      Nel 1961, a 15 anni, ha lasciato la scuola e ha iniziato a lavorare come operaio nella zona nord di Londra, e a frequentare la scena mod di quella zona. "Siamo stati i primi e siamo stati i migliori. Io e i miei amici eravamo i veri mod," mi ha detto Cole a cena, quando sono finalmente riuscito a farlo mettere a sedere.
      Nel 1963, al culmine della British Invasion, Cole si è avvicinato alla scena musicale locale che orbitava intorno al Marquee, un famoso nightclub, e alla vita notturna che passava da un bar chiamato lo Ship. È qui che ha avuto la sua prima importante intuizione: "Non si beccava figa a fare l'operaio."
      Una notte, osservando i membri di un gruppo della zona mettere via gli strumenti dopo un concerto, ha deciso di chieder loro se stessero cercando un manager.

      "Li ho pressati fino alla morte," mi racconta Cole, "e mi sono inventato di conoscere perfettamente l'ambiente. Ma la cosa più importante è che avevo la patente—il mio compito principale quel giorno è stato quello di portare in giro il gruppo e gli strumenti."


      15/01/13

      'Così torturavamo i brigatisti'


      di Pier Vittorio Buffa, l'Espresso

      Photobucket
      foto repubblica
      Usare ogni mezzo per far parlare i terroristi: era il 1982 quando l'Espresso deunciò le sevizie ai responsabili per il sequestro Dozier. All'epoca il nostro cronista fu smentito e arrestato. Oggi il commissario di polizia Savatore Genova conferma tutto: 'Ero tra i responsabili, e ricevemmo il via libera per botte e sevizie"

      Enrico Triaca: "Sì, sono anche io responsabile di quelle torture. Ho usato le maniere forti con i detenuti, ho usato violenza a persone affidate alla mia custodia. E, inoltre, non ho fatto quello che sarebbe stato giusto fare. Arrestare i miei colleghi che le compivano. Dovevamo arrestarci l'un con l'altro, questo dovevamo fare".

      09/06/11

      ..E il caso Troccoli

      Peones scatenati: chi vuole che uno squadrone dei carabinieri invada il Brasile per riportare il 'mostro' Battisti in Italia,chi vuole boicottare i prossimi mondiali cariocas,chi rompere relazioni diplomatiche ed economiche col paese sud americano. Una vera e propria fiera del ridicolo,accentuata dalla risposta dell'Unione Europea,(a cui pensa di rivolgersi il nostro ministro degli esteri,un ministro invisibile più che ombra,che colleziona figuracce e indifferenza ovunque) che si è affrettata a dichiarare che a loro,del caso Battisti, non glie ne frega proprio niente. Indignazione generalizzata ma a senso unico,come sempre in questo paese di..pulcinella.Nessuna indignazione infatti provoca la mancata estradizione di Nestor Troccoli, assassino,torturatote,criminale uruguayano,che dal 2002 ha ottenuto invece cittadinanza e passaporto italiano,pur sapendo le nostre autorità di che razza  fosse quest'individuo. Capitano di vascello della marina,membro dell'intelligence della dittatura uruguaiana,dal 1973 al 1985,ha ammesso lui stesso di aver torturato e ucciso detenuti politici ,ed è stato uno dei principali protagonisti del Plan Condor,piano che prevedeva l'eliminazione fisica di tutti gli oppositori del regime,il tutto rivendicato nel suo libro 'L'ira del Leviatano'. 

      Di origine italiana,precisamente di Marina di Camerota,tornò nel paese del salernitano dopo che l'aria a Montevideo s'era fatta pesante e dove si prevedeva un arresto per i suoi crimini durante la dittatura. Arrestato in Italia nel 2007 con l'accusa di aver ucciso sei cittadini di origine italiana, fu scarcerato per decorrenza dei termini,dopo un rimpallo di responsabilità sulla tardiva (?) richiesta di estradizione del governo uruguayano. Scarcerazione che provoca un ondata di indignazione e scandalo in Uruguay,l'ineffabbile Angelino nostro ministro della giustizia chiude il caso nel 2008 negando definitivamente l'estradizione,in quanto (dice lui) ormai cittadino italiano e per il trattato tra i due paesi risalente al..1879,quindi non estradabile. Il governo uruguagio ricorre alla cassazione italiana,che respinge,permettendo al torturatore Troccoli di starsene,lui si,in spiaggia al bel sole di Marina di Camerota. Capito?