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23/12/15

On the Road e i migliori 100 Incipit per American Book Review

Nella terminologia canonica, la voce incipit definisce la parola o la frase iniziale di un qualsiasi libro, componimento, ma l’uso che ne viene fatto nell’attuale critica letteraria moderna è più esteso. Non solo dunque la prima parola o la prima frase ma l’intera tranche d’avvio che può essere di lunghezza diversa”.

Ma cos’è che rende un incipit indimenticabile? La sua lapidarietà? La capacità di raccontare/anticipare un intero mondo nel primo paragrafo? L’espressione di una verità universale? Io ne ricordo pochissimi a memoria, forse soltanto uno nella sua interezza, perché l’ho sempre trovato bruciante, molto malinconico, e totalmente nelle mie corde: quello che contiene riguarda personalmente, similitudini.. Non solo la prima frase, ma l’intera prima pagina, ha il pregio di riassumere lo spirito del libro.
(in medias res)

ON THE ROAD
<<La prima Volta che incontrai Dean fu poco tempo dopo che mia moglie e io ci separammo. Avevo appena superato una seria malattia della quale non mi prendero labriga di parlare, sennonché ehbe qualcosa a che fare con la triste e penosa rottura e con la sensazione da parte mia che tutto fosse morto. Con l’arrivo di Dean Moriarty ebbe inizio quella parte della mia vita che si potrebbe chiamare la mia vita lungo la strada. Prima di allora avevo spesso sognato di andare nel West per vedere il continente, sempre facendo piani vaghi e senza mai partire. Dean è il tipo perfetto per un viaggio perché nacque letteralmente per la strada, quando i suoi genitori passarono da Salt Lake City, nel 1926, in un vecchio macinino, diretti a Los Angeles. Le prime notizie su di lui mi furono date da Chad King, che mi aveva fatto vedere alcune sue lettere scritte in un riformatorio del New Mexico.

M’interessai enormemente a quelle lettere perché chiedevano a Chad in modo cosi ingenuo e dolce di insegnarli ogni cosa su Nietzsche e tutti i meravigliosi argomenti intellettuali che Chad conosceva. A un certo punto Carlo e io parlammo delle lettere e ci chiedemmo se avremmo mai conosciuto quello strano Dean Moriarty. Tutto cio accadeva molto tempo fa, quando Dean non era quello che è oggi, ma solo un giovane carcerato avvolto di mistero. Poi arrivò la notizia che Dean era uscito dal riformatorio e stava Venendo a New York per la prima volta; si diceva anche che avesse appena sposato una ragazza di nome Marylou.>> (....)

ON THE ROAD, (SULLA STRADA), Jack Kerouac

Quì i 100 migliori Incipit per l'American Book Review, con lo sguardo rivolto particolarmente a romanzi in lingua inglese.




12/06/15

On Interstate: La playlist per viaggiare controcorrente

Non trovateci niente di sbagliato, o di strano, ma noi amiamo la città. Ma come tutti, a volte ci viene la voglia di fuggire un po' dal caos e dal traffico, e metterci on the road, nella più classica delle tradizioni americane. Ma anche per avventurarsi in un weekend, o guidare tutta la notte per raggiungere la nostra dolce metà, affrontare ambiziosamente un viaggio che attraversi tuttoil paese, magari solo per raggiungere il posto di lavoro, o fare il giro dell'isolato, è sempre geniale l'idea di avere una serie di cd o di chiavette (ormai) con alcuni brani accuratamente selezionati per rendere il viaggio più piacevole: in poche parole le playlist car e dei buoni occhiali da sole per guidare senza problemi. Quale potrebbe essere la playlist perfetta per la nostra prossima spedizione? Molta acqua è passata sotto i ponti e sembra che non siamo più così ordinati come il buon Jack Nichlson nel film Qualcosa è cambiato, fornitissimo e ordinatissimo con i suoi cd fatti per ogni situazione che il viaggio può riservarci, e ci ritroviamo con le macchine piene di cd sparsi sui sedili, alcuni persino nprivi di custodia. Restringere l'elenco delle canzoni Top della strada è però come scegliere la migliore canzone d'amore. A seguito di tale tema e, forse, insieme alla droga, ci sono pochi altri argomenti più popolari per il rock 'n' roll .
Quindi il compito può essere scoraggiante, ma ci proviamo lo stesso. come sempre...

Ripeto: non è un best, non vi troverete Thunder Road o Born to run di Springsteen, Born to be wild degli Steppenwolf, Fast Car di Tracy Chapman. Sono canzoni che trovate in centinaia di playlist sparse nella rete dedicate al viaggio e alla strada, semplicemente e come sempre, quì ci sono le "nostre" canzoni, quelle che piacciono a noi..


"Interstate Love Song" di Stone Temple Pilots
I sottovalutati STP non sono mai stati veramente una band grunge. In realtà, hanno avuto sempre ambizioni più melodiche. Scott Weiland, come i suoi album da solista e il suo fantastico cappotto di pelliccia rosa ha sollevato il velo con questo brano, e sembra dirci: Hey, abbiamo effettivamente ascoltato più Beatles, che Melvins!" Interstate Love Song" è una canzone d’amore on the road, racconta di promesse mancate, dell’incapacità di mantenere la parola. Ai tempi della registrazione di Purple, l'album da cui è tratta, Weiland promette alla sua ragazza di stare lontano dall’eroina, ma il giuramento viene meno subito. Il futuro sarà pieno di rimpianti, mentre lo stesso Scott vivrà continuamente sull’altalena delle droghe. L’ultima giravolta degli Stone Temple Pilots..



"The Distance" - Cake
Geek rock postmoderno dai '90, e estetica intrisa di ironia.
Questo singoloappunto del 1996 da Fashion Nugget è irresistibile. L'album è pieno di canzoni che fanno riferimento alla guida e al viaggio ("Race Car Ya-Yas," "Stickshifts e Safetybelts"), ma questo singolo diede contribuì al che il disco, un misto di bianco-boy funky, hip-hop, country, pop, new wave, divenisse di platino. Dominando le classifiche di rock alternativo americane, possiamo dire che The Distance trainò Fashion Nugget fino alla vendita di 40 milioni di copie. Tira un pò sul ripetitivo, ma ha una contagiosa esuberanza contagiosa esuberanza,.
"Bisognerebbe lasciare che ogni canzone faccia quello che vuole, invece di imporre qualche artificiosa costruzione intellettuale". The Distance invita a unirsi alla partenza, ancheggiando su un funky scoppiettante.



"Roadrunner" - Modern Lovers
1972, Jonathan Richman, aveva 19 quando l'ha scritta , erede designato dei Velvet Underground, la canzone deriva direttamente da "Sister Ray"e ci trasmette l'emozione di essere giovani, in viaggio (in automobile) e con la radio brillantemente. Ripetitiva, suonata con due corde, il suono sporco come l'inferno e così suburbana, ha l'incedere cinico e freddo dei bassifondi, è perfetta per sfrecciare a tarda notte. Descritta da Greil Marcus come "la canzone più ovvia del mondo, e la più strana". l'ex compagno di band John Felice ha ricordato che da adolescenti lui e Richman "la usavano per salire in macchina e guidare semplicemente su e giù tra la Route 128 e il Turnpike.



Ticket to Ride" - The Beatles
In ogni viaggio non deve mancare un best dei Beatles e "Ticket to Ride" è un groove dei primi anni ('65) che dovrebbe soddisfare il nostro bisogno di John, Paul, George e Ringo. McCartney sembra sostenere la teoria che il testo parla di una storia vera, ma naturalmente, gli altri membriavevano le proprie interpretazioni. Ticket to ride non è su un viaggio in macchina, racconta di una ragazza che ha comprato un biglietto per scappare via dal suo amato, ma in macchina, a tutto volume, è irresistibile..


“101” – Albert Hammond, Jr.
Senza sforzo, adatto alla pigrizia nel ricordo dei '90, questo è "101". Non c'è niente di meglio che buttare gli occhiali da sole mentre si è al volante e pensare che tutto si può fare. Il chitarrista degli Strokes ha una grande sintonia con i riff "infettivi" e questa è una melodia che ci aiuterà sicuramente a passare il tempo.


"Interstate 8" - Modest Mouse Modest Mouse ci piace perchè possiede quella atmosfera di desolazione, di solitudine, riuscendo a farci sentire su polverose strade isolate, senza l'ombra di altre macchine all'orizzonte. "Ho passato 18 ore nello stesso posto maledetto / sono su una strada a forma di 8 / e non sto andando da nessuna parte, ma ho la garanzia di essere in ritardo." La canzone è di Isaac Brock, ma Interstate 8 a prescindere dalla interpretazione, ha veramente una visione figurata dell' autostrada , anche se con questo sottofondo si potrebbe guidare in tondo..



"Midnight Rider" - Allman Brothers Band
Davvero c'è qualsiasi cosa che riguardi viaggi in macchina dove non ci sia un pò di "Midnight Rider?". Scritta da Gregg Allman e Robert Kim Payne, la canzone era uno dei classici della band negli show dal vivo. Qualsiasi pubblicità riguardanti autovetture, potrebbe avere facilmente come colonna sonora questa hit degli Allman Brothers Band numero 100 nella Top Billboard di tutti i tempi. Coverizzata da una moltitudine di artisti, da Joe Cocker, allo stesso Gregg Allman, Willie Nelson e tanti altri, è apparsa su colonne sonore di film come Wild Hogs. "Midnight Rider" usa tradizionali i temi popolari del blues, disperazione, determinazione, e ci parla di un uomo in fuga:

Ho un altro dollaro d'argento,
Ma non ho intenzione di lasciarmi catturare, no ...
Non ti lasciare catturare
Il guidatore di mezzanotte.


Anche a chi non piace l'originale, quindi, c'è un ampia scelta, ma comunque non può mancare.

"On Interstate 15" - Wall of Woodoo
Note che fluttuano spettrali, melodie che sembrano requiem, tastiere barocche, effetti psichedelici.Testi narrano di peripezie di sbandati di ogni sorta (criminali, falliti, drogati, pervertiti, pazzi) , un qualcosa a meta` strada fra i thriller degli anni '30 e i racconti di Bukowsky, ma in On Interstate 15 non c'è bisogno di parole. E' la mia preferita, sarà su una cinquantina di playlist, sempre presente, immancabile in ogni sorta di viaggio. Le tastiere e le ritmiche, conferiscono alle atmosfere di questo strumentale quel senso surreale quasi da fine del mondo, (non lontane dalle musiche di Morricone), da cui tentiamo di allontanarci alla guida delle nostre macchine..




"Dirty Back Road" - B52's
"Dirty Back Road" ha un ritmo forte, compulsivo, che evita eventuali focolai di crisi e ci porta a dondolare la testa seguendo i riff di basso e chitarra che viaggiano all'unisono. I B52's viaggiano in modo spericolato, selvaggiamente su una auto sportiva:

Dio ti voglio, come un motore ruggente!
Cavalcami!!!!
Piede sul pedale
Piedi in aria
Sabbia nei capelli
Oh, non guardare indietro
Non guardare dietro di te
Dirty Back Road ...

Da Wild Planet, più funky e disco ripetto all'album di debutto. Fantastico, brono e album!



"Road to Benares" - Thunderball 
Da Cinescope l'orientalismo funky di "Road to Benares" (con il suo finto sitar e i cori),
è un surrogato che ci proetta direttamente in un film di Bollywood, retro afro-funk e downtempo. Rilassante e sognatore, preferiamo questa versione re-mixata dalla Bombay Dub Orchestra.




"Road Ladies" - Frank Zappa
Come molti testi di Zappa, Road Ladie da Chungas Revenge a che fare con donne che svolgono "favori" di natura sessuale; quì l'implicazione è che i militari sono sporchi almeno quanto i musicisti rock, stereotipi per quanto riguarda il sesso sfrenato. "Quello che le donne di strada possono darti" da "Road Ladies" è una variante del "Ooh, che cosa posso fare per te: l'alcool ti fa impazzire ma le ragazze che trovi sulla strada possono trasmettere malattie veneree". Ma a Zappa sembra non interessare. "Vuoi andare fino in fondo?"...



"Going Mobile" - The Who
Going Mobile " scritta da Pete Townshend e originariamente pubblicata Who's Next, celebra la gioia di avere una casa mobile e di essere in grado di poter stare sempre in viaggio, e all'aperto.
A causa dei capricci del mondo moderno, del bisogno delle persone di viaggiare, di essere da qualche altra parte, si disse che questo era una delle cause dell'inquinamento e che non si poteva più fare. Dovete resta dove siete. Ma la gente ha questa voglia di vivere, ha bisogno di avventura, di un po 'di colore:; Going Mobile è sulla possibilità di avere una casa mobile e di poter percorrere tutte le autostrade che si vuole.

Non mi importa dell'inquinamento
Sono uno zingaro climatizzato
Questa è la mia soluzione
Guardo la polizia e il fisco mi mancherà
Sono mobile..




"The Golden Age" - Beck
Dallo straziante Sea Change del 2002, è desolante, una delle illustrazioni più perfette e profonde sulla guida come mezzo di fuga. E 'meglio guidare di notte, nel deserto, quando ti senti di merda ma devi comunque venire a patti con te stesso. Bisogna partire, andare, guidare e sguazzare. E forse, al sorgere dell'alba, ci sentiremo davvero bene..




20/10/12

On The Road (al cinema) e gli Echo and the Bunnymen (al Circolo)

On The Road

Non è piaciuto proprio a nessuno. Un giro rapido sul web, le maggiori testate giornalistiche, i siti specializzati, e quelli più alternativi, solo una lunga sequenza di stroncature, alcune feroci, altre più soft, ma tutti accomunati dallo stesso giudizio: il film di Walter Salles (brasiliano) non restituisce un briciolo della grandezza del romanzo di Jack Kerouac. La sfida e la scommessa erano di quelle epocali, il progetto di trarre un film dal libro, bibbia della controcultura di più generazioni, che ha influenzato tanti scrittori e invogliato tantissimi a cimentarsi con la scrittura, giaceva ormai da decenni negli scaffali di Francis F. Coppola che ne aveva acquistato i diritti, dopo il gran rifiuto di Marlon Brando alle sollecitazioni dello stesso Kerouac di partecipare al progetto del film. Sono andato a vederlo già consapevole della regola: se hai letto prima un libro, la sua riduzione cinematografica non ne sarà comunque all'altezza.

Sono uscito dalla sala con delle..strane sensazioni. E non riuscivo a spiegarmele: inizialmente ho pensato solo che non mi fosse piaciuto, e quindi stavo elaborando la delusione. Poi ci sono arrivato: quell'inusuale senso di smarrimento e quell'odore che per tutta la serata mi si era appiccicato addosso non era altro che una.. presenza. Quella di alcuni miei vecchi amici, un gruppo di giovani e giovanissimi ribelli e anticonformisti, decisi a non farsi ingabbiare nelle logiche borghesi e benpensanti di una piccola città, immersi nei meandri ideologici e un po' mistici che il libro di Kerouac aveva così bene messo a fuoco, e alcuni dei quali persi dolorosamente durante il tragitto, nell'utopia che.. "Le sole persone che esistono sono quelle che hanno la demenza di vivere, discorrere, di essere salvate, che vogliono vivere tutto in un solo istante, quelle che non sanno sbadigliare.” On the Road era un rito d’iniziazione, bisognava averlo letto se si voleva entrare nel mondo della contro cultura, di assorbirlo e metabolizzarlo se si voleva essere accettati. E' stata una stagione breve, e la sintesi che alla fine ha rappresentato la parola “beat”, tra beatitudine (nel consumo di droghe) e il battito della musica jazz, colonna sonora del movimento, la vivevo allora come una sconfitta. Di quella stagione breve, ma intensa, mi è rimasta l'irrequietezza fisica e mentale, la rabbia e la voglia di cambiare il mondo. E' proprio questo che alla fine, manca nel film.

La storia di un gruppo di ragazzi alternativi che scoprono il viaggio come mezzo per conoscere se stessi e gli altri, alle prese con droghe, alcol e sesso. La cronologia è precisa, gli eventi sono narrati in modo meticoloso, ma le avventure negli stravizi diventano ripetitive con il risultato di annoiare, un po'. Perché' sono fine a se stesse, non s’intravede nessun collegamento con il contesto sociale e politico, dell'America puritana, bigotta, conservatrice e razzista del dopoguerra, non c’è quasi traccia del malcontento e della ribellione di cui era intriso il libro e che ha cambiato la cultura giovanile americana e non solo e a cui s’ispirarono i movimenti di protesta del sessantotto. E quando il gruppo inizia a parlare di poesia, letteratura e romanzi è davvero piatta la linea su cui dialogano, con il trio di personaggi troppo belli e puliti e per niente dannati, Allen Ginsberg (Carlo Marx nel film) ridotto a macchietta, il carisma di Dean Moriarty troppo artificioso da diventare controproducente.

Sam Rilley da poco spessore al Kerouac scrittore, troppo poco somigliante all'uomo timido e perennemente sbronzo che cosi bene ci aveva raccontato Fernanda Pivano, che per prima lo invitò in Italia, tanto che viene voglia di correre a casa e rivedere la sua grandiosa interpretazione in Control, bellissimo film di A. Corbijn su Ian Curtis e i Joy Division.

In definitiva un film sui rapporti umani, e sull'amicizia, ed è questo che mi ha provocato la "dissociazione" di cui sopra. Bene per quelli che conoscono la storia della Beat Generation e che ne hanno condiviso l'utopia anche in tempi relativamente recenti, male per la nuova generazione che si trova di fronte a scopate, gemiti e guaiti senza nessuno scopo.






Echo and the Bunnymen

Con Ultrasuoni, il bel festival che si è svolto nel quartiere Pigneto (Roma) la settimana non poteva finire meglio. Anche se il biglietto dava la possibilità di seguire molte band sin dal pomeriggio, l'appuntamento era per me con gli Echo and the Bunnymen, haedliner della serata. Cosa può accomunare il gruppo seminale del post punk/new wave di Liverpool con On the Road e i Beatnik americani? Apparentemente..nulla.

Una volta Allen Ginsberg ebbe a dire che Liverpool era il ..centro dell'universo, molto simile a S. Francisco: entrambe città portuali, entrambe con una fortissima identità. Bill Drummond, primo manager degli Echo e in seguito dei Teardop Explodes di J. Cope, racconta che in quegli anni, fine '70 inizi '80 c'erano tantissimi ragazzi che andavano in giro con il libro in tasca e spesso si poteva notarli agli angoli delle strade fermi a leggerne pubblicamente interi capitoli. Liverpool s’identificava con la musica di S. Francisco e con tutto quello che aveva preceduto i figli dei fiori. Dopo i Beatles, Echo and Bunnymen è stato il gruppo di Liverpool (e in genere” il gruppo Inglese”) per antonomasia, venerati insieme ai Joy Division,  rappresentanti di un mondo giovanile appesantito dalla rabbia e dalla malinconia. Ian McCulloch e Will Sergeant, rispettivamente voce e chitarra, furono i primi a riscoprire le "sottigliezze" nel post punk, costruendo un muro di suono privo dello sporco del punk, maestoso senza la pomposità dei vecchi super gruppi  e del prog dell'epoca, associando quel sound a testi rabbiosi e straziati. Anche dopo la svolta pop di Ocean Rain hanno sempre mantenuto uno standard di ottima qualità e un seguito di fedelissimi e appassionati. E in questa veste che mi sono recato al Circolo degli Artisti.

Non hanno deluso Ian McCulloch e Will Sergeant, unici superstiti del gruppo originale. Dopo i primi dieci, quindici minuti in cui ha regnato la confusione, quelli del mixer hanno preso le misure alla “delicata” acustica del Circolo e tutto il suono dell’ottima band che li supporta è venuto fuori, con Sergeant, a testa bassa sulla chitarra per tutta la serata, in gran forma. La voce di Ian è sempre potente, cupa, sognante, nonostante non abbia quasi mai smesso di fumare sul palco. Timido e con gli inseparabili occhiali scuri da miope, ha lasciato poco alla comunicazione, e sinceramente si è capito poco di quello che ha farfugliato tra un brano e l’altro. Molti i vecchi gioielli ripescati, apertura con Going Up, poi con gli immancabili cori di un pubblico eterogeneo sulle preziose The Cutter, All that Jazz, Rescue. Omaggio ai vecchi amori, con Roadhouse blues dei Doors e  Walk on the Wild Side di Lou Reed, e davvero bellissime le versioni “lente” di Seven Seas e The Killing Moon: qui, oltre alla pelle d’oca, sono tornate le sensazioni provate durante la visione di On the Road..

Una bella serata per i giovanissimi che hanno avuto la possibilità di ascoltare e vedere un gruppo leggendario, onnipresente in ogni resoconto su quella stagione magica che fu per la musica rock, e per chi fa ancora girare sul piatto i vinili originali, nonostante i graffi e l’usura del tempo. In generale abbiamo trovato il Circolo più organizzato, come doveva essere, per una manifestazione in stile nord europeo: nonostante sia Sabato, e gli Echo come headliner, non c’era il sold out e questa è l’unica stonatura insieme alla relativa brevità del concerto.

Buon Week end a tutti..