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14/10/17

D.B. Cooper, la misteriosa storia di un «nondescript man»


Siamo inciampati in questa storia, pubblicata dal Il Post e la riproponiamo. D.B. Cooper entra di diritto e per direttissima nelle Spiritual Guidance di INTERZONE. Senza ombra di dubbio. Buona lettura...

Dan Cooper è un poco conosciuto personaggio di fumetti creato in Belgio negli anni Cinquanta: è un aviatore canadese, famoso tra le altre cose per la sua abilità nell’usare il paracadute.

Dan Cooper è anche il nome con cui un uomo si presentò all’aeroporto di Portland, in Oregon, la mattina del 24 novembre 1971. L’uomo andò al banco della Northwest Orient Airlines, e comprò un biglietto sola andata per Seattle, nello stato di Washington: un volo corto, di circa mezz’ora, con un Boeing 727-100. Una volta a bordo Cooper fumò qualche sigaretta Raleighs, ordinò un bourbon e soda e poi chiamò accanto a sé l’assistente di volo Florence Schaffner. Le diede un bigliettino su cui c’era scritto che aveva una bomba e le mostrò una valigetta al cui interno c’erano cavi e cose che sembravano confermarlo: per non farla esplodere chiese 200mila dollari (pari a più di un milione di dollari di oggi) e quattro paracadute, da farsi consegnare all’aeroporto di Seattle-Tacoma. L’aereo atterrò, Cooper ottenne quanto aveva chiesto, lasciò andare quasi tutte le persone che erano a bordo e, tenendo qualche membro dell’equipaggio sull’aereo, ordinò di prendere il volo. A un certo punto, poco dopo, prese un paracadute e si lanciò dall’aereo con i 200mila dollari. Non fu più visto da nessuno.

Sono passati quasi 45 anni e Cooper non è mai stato trovato. Ci sono state indagini, ipotesi e teorie, ma niente di sicuro: non sui soldi, non sulla sua vera identità, non sul fatto che sia o meno riuscito a sopravvivere al lancio. Il 12 luglio di quest’anno l’FBI, l’ente investigativo della polizia federale degli Stati Uniti, ha detto di aver deciso di «destinare altrove le risorse investite richieste dell’indagine su Cooper». Il comunicato dell’FBI sembra quindi essere l’ultima evoluzione di una stramba e spettacolare storia da film. È divisa in due tempi: del primo, quello fino al lancio con il paracadute, si sa quasi tutto; nel secondo ci sono invece molte pochissime cose certe.

Il cognome del protagonista è Cooper, ma già sul suo nome iniziano i problemi: all’aeroporto disse di chiamarsi Dan, quasi certamente con un implicito riferimento al personaggio dei fumetti. Per via di un errore di qualche giornalista nei primi giorni in cui si parlò del caso il suo nome è diventato per tutti D.B.. Persino l’FBI ha sempre parlato di “caso D.B. Cooper”, pur ammettendo che al banco dell’aeroporto lui disse solo di chiamarsi Dan Cooper.
 
In base a quanto raccontato dalle persone che lo videro all’aeroporto di Portland e poi sul volo verso l’aeroporto di Seattle-Tacoma, Cooper era alto circa un metro e 80 centimetri, aveva tra i 40 e i 50 anni e indossava mocassini, un completo scuro con camicia bianca e un impermeabile. Cooper aveva anche una cravatta nera J.C. Penney con un fermacravatta di madreperla (cravatta e fermacravatta furono trovati sull’aereo). L’FBI ha sempre parlato di lui come di un «nondescript man», una persona ordinaria, senza nessun segno particolare. Cooper pagò in contanti il suo biglietto sul volo 305 e salì a bordo con la sua valigetta. Iniziò così quella che l’FBI ammette essere «uno dei più grandi misteri irrisolti della sua storia».
 

30/10/15

La ragazza di tutti: Janis Joplin e l’eterno suggello sui sogni dell’età psichedelica

In occasione del film presentato alla 72 esima Mostra del Cinema di Venezia, un post, un piccolo special dedicato alla grande Janis Joplin, che con la propria voce e la propria musica ha segnato un'epoca. 8 anni di lavorazione, tanto ha impiegato Amy Berg, per realizzare  Janis, doc agiografico intimo, inedito, toccante e malinconico ritratto dell' indimenticata Janis Joplin,  mentre da tempo è  in cantiere ad Hollywood il biopic ufficiale (che dovrebbe vedere Amy Adams possibile protagonista).

ll Landmark Hotel a Hollywood era conosciuto come l’albergo dei drogati: “La miniera d’oro” degli spacciatori spinti li dalla polizia di Beverly Hills per tenere pulita la zona dei suoi facoltosi residenti. ln Franklin Avenue Janis Joplin aveva preso alloggio, durante le session di Pearl, proprio per farsi d’eroina dopo tre mesi d’astinenza. Aveva deciso di smettere con la droga, ma adesso ne aveva bisogno per superare l’angoscia dell’ennesimo amore infelice con un uomo, Seth Morgan, Seth il bugiardo, che la usava come tutti gli altri..

<<Quando canto è come un orgasmo, capite cosa voglio dire?>>
Sul palco del Monterey Festival e poi di Woodstock, con tutti quei ragazzi sotto, Janis faceva l’amore. Solo che dopo il concerto tutti avrebbero dormito insieme nella stagione dell’amore, mentre lei era sola. <<Faccio l’amore con cinquantamila persone e dopo sono sola a casa o da sola in una stanza di hotel>>, dichiarò in un’intervista. Sola, con l’eroina e l’alcol per provare un altro orgasmo. L’eroina e l’alcol non la giudicavano. Non le dicevano che era brutta, Janis si concedeva a essi come a chiunque le desse un minimo d’attenzione.

Proprio da Monterey emersero 2 musicisti fino ad allora misconosciuti. Divennero non solo superstars della nuova musica ma simboli capaci di incarnare le aspirazioni della generazione psichedelica. Janis Joplin e Jimi Hendrix furono la testimonianza vivente della << filosofia acida» dei tardi anni ’60, ideologia dell’impossibile ottimismo che credeva in un ritorno alle origini, ai campi di un’età senza problemi e ipotizzava utopie future/presenti capaci di vincere definitivamenle l’alienazione, l’apatia, il materialismo del mondo con la semplice forza del sogno e del desiderio. Jimi e Janis parvero provvisti della magia necessaria per esaudire quella profezia; Hendrix irradiava segnali interstellari con il suo strumento supersonico, Janis, coi piedi saldamente ancorati al terreno, mostrava semplice grinta rifacendosi non poco alla leggenda dei cantanti blues, delle regine del Mississippi.
Fra tutti i personaggi che quell’estate psichedelica suscitò d’incanto, Janis sembra ancor oggi la creatura piu fantastica e anche la piu vera. In lei c’era qualcosa di surreale, un’illuminazione paradisiaca, quasi; e forza travolgente, anche, come le innocenti, sensuali gigantesse nubili di Robert Crumb, che proprio a Janis si ispirò per i suoi fortunati fumetti. Janis fu la proiezione di un’incontenibile personalità; dopo la consacrazione al successo, divenne un ruolo sempre piu richiesto. I media vollero specularci, il pubblico si appassionò e alla fine Janis stessa fini col credere a quella recita, smaccata parodia dell’energia che davvero le vibrava in corpo.
L’illusione cosi creata era tanto perfetta che furono in molti a crederla una specie di creatura sboazata da Faulkner, prodotto genuino dell’esotico Sud agricolo che gia aveva generato gente della fatta di Howlin’ Wolf e Tennessee Williams. Ma alle spalle, a parte qualche sogno romantico, non c’era nulla che potesse sostenere il mitico ruolo che la donna era costretta a interpretare sulla scena rock.

“Prendi un altro piccolo pezzo del mio cuore, baby”. 
Chi mai poteva amare davvero la brutta ragazza texana di Porth Arthur? Era fuggita da quella cittadina petrolifera che la emarginava, con tutte quelle ragazzine belle coi loro boyfriend che giocavano a football e lei da sola da una parte, a inseguire il suo sogno di blues guidata dalle canzoni di Odetta e di Bessie Smith che ascoltava a casa in continuazione e che cantava con qualche amico beatnik.  Prima di tre flgli, nella fumosa, umida città petrolifera di Port Arthur, Texas, in un ambiente piccoloborghese di provincia simile a guello di'tanti coetanei, nell’America degli anni ’50. Janis cominciò a odiare tutto e lutti; tanto risentimento venne crudelmente ripagato con la stessa moneta al Campus dell’Università del Texas, dove gli studenti elessero Janis << l'uomo piu brutto della città universitaria >>. Un articolo della rivista “Time” che parlava di Jack Kerouac e dei <<nuovi degenerati pazzi di droga>> la convinse a farsi bearnik e a tagliare i ponti con il Texas, alla volta di San Francisco. Un amico che la incontro in quei giorni cosi la descrive:
<< Era una pazza freak, “sballata”, al limite delle forze nervose. Una di quelle che si vedono per strada con un’aureola lucente di sporco attorno agli occhi ».

Era fuggita per cercare l’amore attraverso la sua voce, Janis.

<<Ero pronta a buttarmi su qualsiasi cosa, e così ho fatto>>, disse. <<Ho fumato, leccato, inghiottito, iniettato e scopato>>. Ci sarebbero state le comuni hippie, l’amore per tutti, ma non per lei.

“Take another little piece of my heaff, baby”, però il suo cuore non lo voleva nessuno. “Break another little bit of my heart , now darling..

Droghe pesanti, come l’eroina. Tenta di disintossicarsi ma deve presto arrendersi a quest’unico piacere, l’unico che pare possibile per lei insieme alla musica per sentirsi davvero appagata: un cocktail di blues, alcol e droga con cui tira avanti, fino al ’66 quando il suo amico Chet Helms, patron dell’Avalon Ballroom una delle centrali della scena hippie della West Coast, colui che diceva <<Calati un acido e lascia che la gente si liberi», la chiama a San Francisco per cantare nel suo locale e nella band di cui era diventato il manager, i Big Brother And The Holding Company. Con loro tutta la rabbia e l’insoddisfazione possono sfogarsi all’Avalon come al Fillmore West e davanti alle folle giunte all’istante per darle quel surrogato d’amore di cui vuole saturarsi.

L’accoppiata Big Brother/Janis (una banda di selvaggi dai capelli biondi e dallo stile spaziale e una cantante di blues << fatta in casa >>) era quasi troppo bella per essere vera; con Grateful Dead, Jefferson Airplane e Country Joe il complesso formo il nucleo della gerarchia hip di San Francisco. Da quel momento, la vita di Janis si mosse a velocità pazzesca; furono quattro rapidissimi anni ricchi come una vita, tragici e intensi come ogni vicenda blues che si rispetti. La festa del solstizio d’estate nel 1966 la vede splendida nella sua purezza, Janis canta blues dal fondo di un vecchio camion che fa da palco per il complesso; i capelli elettricamente mossi formano un triangolo attorno al viso, mentre numerosi monili pendono dalle braccia. A lunghi sorsi, tra una canzone e l’altra, la donna beve da una bottiglia di Southern Comfort; e canta, infiamma l’aria con vecchi blues, simile a un’appassionata, amorevole madre che mette semplici cantilene in bocca ai figli, persi con estasi e droga nell’onda di un sogno che vorrebbero eterno. La Janis di quei giorni era la figlia prediletta di San Francisco e in quell’annuncio di mondo nuovo incarnava ogni aspirazione, parlando paradossalmente il vecchio linguaggio della frustrazione blues. Fu dopo Monterey, culmine della vita del gruppo, che apparvero i primi segni di cedimento. I Big Brother accusarono di certe manie divistiche di Janis.

In effetti il piacere del successo la investe al festival di Monterey e in due album, il primo nel ’67 che porta il nome della band e Cheap Thrills del ’68 (che avrebbe dovuto intitolarsi Dope, Sex And Cheap Thrills, ma la Columbia, con cui il gruppo aveva appena firmato, e il suo nuovo manager, Albert Grossman, lo censurarono). La gloria è un attimo stordente che Janis affronta aumentando il consumo di bottiglie Southern Comfort e di droghe. Nei corridoi del rock business si sente ancora più brutta e la sua crescente richiesta d’amore è sempre più frustrata. Avrà storie infelici e difficili che finiscono tutte prima del tempo con musicisti del giro come Country Joe McDonald dei Country Joe and The Fish, che le dedicherà un brano, Janis, in I Feel Like I Fixin’ To Die nel 1967, ‘Kris Kristofferson, uno dei suoi ultimi amanti e sincero amico, del quale inciderà alla fine l’hit Me And' Bobby McGee, Bob Neuwirth, che le scriverà l’ultima canzone, Mercedes Benz, e il suo chitarrista Sam Andrews. A New York durante le registrazioni di Cheap`Thrills, passava le notti nei bar della Bowery a bere whisky e a cercare di portarsi a letto qualche ragazzo (e anche qualche ragazza - Me And Bobby McGee, all’inizio l’aveva messa al femminile dedicandola a una donna e, solo dopo le insistenze della casa discografica, la riporto al maschile. Col cantautore e scrittore canadese Leonard Cohen ha una relazione che si consuma velocemente in una stanza del Chelsea di New York City, che lui ricorderà in Chelsea Hotel # 2: 
“Ti ricordo bene al Chelsea Hotel /mi parlavi con coraggio e dolcezza muovendo il tuo capo sul mio sesso sopra un letto sfatto mentre le limousine aspettavano in strada / Quelli erano i motivi e quella era New York/ Lo stavamo facendo per i soldi e per la carne / E quello era ciò che gli operai della canzone chiamano amore. Ti ricordo bene al Chelsea Hotel, eri famosa e il tuo cuore era una leggenda / Mi hai detto che preferivi gli uomini belli, ma per me avresti fatto un’eccezione/ Stringesti il pugno [...l Oppressi dalle figure della bellezza [...] Siamo brutti ma abbiamo la musica/ Ti ricordo bene al Chelsea Hotel, questo è tutto e ormai non penso a te tanto spesso”.

Sono attimi che si dissolvono cosi, in un altro sole che entra nella camera con la sua luce rinnovata di solitudine e vuoto. <<Non è quello che non c’è a renderti infelice, ma quello che vorresti ci fosse>>, disse. Non si sente mai accettata e desiderata, per questo cerca di continuo e il confronto con le tante star che le stanno intorno è mortificante. Qualcuno racconta di una lite con Jim Morrison che le aveva fatto cenno di fargli un pompino e poi l’aveva rifiutata e lei gli si era rivoltata con la violenza di cui era capace. lnferocita. Ubriachi e drogati tutti e due. Lei gli aveva rotto una bottiglia in testa. Eppure Janis joplin era diventata una Sex symbol. Anche <<Vogue>> e <<Life>> le dedicano servizi fotografici. Il <<Village Voice» scrisse che era <<un sex symbol in una brutta confezione>>. E la brutta confezione sexy si riempie ancora di più instancabilmente dei velenosi amplessi compensativi.
Lascia i Big Brother And The Holding Company: qualcuno le disse che non erano alla sua altezza, che doveva scaricarli se voleva avere ancora più successo. Insicura, quando non era peggio, smaniosa di decidere per sé e per la propria musica, Janis alla fine si arrese ai piu brutti fantasmi; un anno e mezzo dopo Monterey, dopo un concerto alla Family Dog di San Francisco, il vecchio sodalizio si sciolse. Cheap Thrills, opera che ancor oggi sembra una delle migliori di quell’epoca, con i fumetti di Crumb in copertina, un gigantesco disegno di Jim Gurley che vaga per il deserto, i freaks del Fillmore, il marchio d’approvazione degli Hell’s Angels, tutto esprime alla perfezione quanto di appetitoso e contenuto poi tra le righe: Piece Of My Heart, Turtle Blues, Combination Of The Two, Ball And Chain. E' probabile che non fossero il miglior gruppo del globo, ma con Janis formavano una famiglia e la comunità hip non perdonà mai all’artista di averla distrutta. Nella loro ottica, non si accorgevano che la donna muoveva alla ricerca di uno sviluppo musicale.

Con la Kozmic Blues Band incide nel '69 I got Dem Ol’ Kozmic Blues Again Mama! e si esibisce a Woodstock per cercare il suo più grande amplesso. Ma è un orgasmo mischiato a eroina, che non le fa sentire tutto fino in fondo. Se è vero che la formazione rimase sempre anonima, senza raggiunger mai compattezza, e vero anche che i nuovi musicisti erano gente di talento; il solo album inciso con la loro collaborazione, (I Got Dem Ol’ Kozmic Blues Mama)  fruttò un 45 giri di grande successo, Try, l’incredibile Work Me Lord e un autoritratto patetico, venato di jazz, Little Girl Blue. Dopo un anno di convivenza artistica, Janis ruppe anche con il secondo gruppo e sparì nella giungla del Brasile, << con un beatnik grande come un orso », per riprendersi e smettere il vizio dell’eroina.
Non è più il piacere di prima. Le droghe, il`Southern Comfort e il gin e vodka, il successo, non gli danno ciò che vuole. Lo ha capito. Sfinita si ferma per darsi un po’ di tregua. Decide di smetterla con l’eroina, lo dice a sua sorella Laura. Adesso corre per le strade californiane con la sua Porsche Carrera dipinta a fiori colorati da Dave Richards più bella della Rolls Royce “zingaresca fuoriserie art-noveau limousine psichedelica” di John Lennon. E più veloce. Poi un giorno, Janis s’innamora di qualcuno che la ricambia come lei vuole. Almeno questo è quello che sente. Adesso avverte che Seth Morgan, conosciuto nel luglio del ’70, la ama davvero e vuole sposarla. Cambia gruppo, adesso con lei c’e la Full-Tilt Boogie Band con cui fa un giro di concerti e comincia a registrare nell’estate del ’7O le canzoni per il nuovo disco che si intitolerà Pearl (uscirà poi nel ’7l). Janis è felice, le session d’incisione dell’album vanno bene. Pearl era il suo soprannome, e in quel momento si sentiva proprio una perla: la più preziosa. La più bella. Perché lui l’amava, e lei, quindi, non poteva che essere la più bella. Ma c’era quell’ansia che la tallonava da tre settimane. La verità dall’ennesima bugia che la perseguitava e le frantumava il cuore. “Sono innamorata>>, disse un giorno al telefono a Myra Friedman con una voce strana. <<Ma lui mi ama? Dimmi che mi ami. Ma dimmelo davvero>>. Un ultimo buco, per sei mesi non aveva toccato l’eroina e quelle poche settimane in cui si era drogata non erano niente, poteva farselo.

Al Landmark Motor Hotel di Hollywood, la notte del 4 ottobre del 1970, si fece quella dose e usci dalla camera per scendere giù dal portiere a farsi cambiare cinque dollari per le sigarette. La sera dopo, verso le 19 e 30, john Byrne Cooke, il suo road manager mandato li da Paul Rothchild, il produttore del disco preoccupato perché Janis non si era fatta vedere in sala d’incisione, la trovò sul pavimento priva di vita col sangue che le era colato dalla bocca e dal naso per la caduta e con in mano ancora i quattro dollari e trenta cent del resto. Vince MitChell, corista in Pearl, disse invece d’averla trovata lui dopo che John Cooke aveva aperto la porta con la chiave presa alla reception dell’albergo. Comunque, entrambi erano troppo fatti per ricordare bene i dettagli. Solo di una cosa pero sembrava certo Mitchell: che quella notte .Janis non era sola nella stanza. Pareva che qualcuno, dopo la sua morte, avesse ripulito la camera dalla droga e fosse fuggito. Gli investigatori all’inizio pensarono a un omicidio ma quando il coroner della contea di Los Angeles, il dottor Noguchi, certificò il decesso, avvenuto verso l’una e quaranta per overdose d’eroina “incredibilmente pura”, l’inchiesta fu chiusa come “Morte accidentale”.
Janis mori in solitudine,  a ventisette anni; pochi mesi prima era morto Hendrix, soffocato dal suo stesso vomito, in un <<suicidio» da droga per molti versi simile. Con la sua scomparsa, scese l’eterno suggello del silenzio sui millenari sogni dell’età psichedelica.
In quel weekend altre otto persone furono uccise dalla stessa droga. Come se qualcuno volesse bonificare la zona. C’è una foto, scattata a San Francisco nel 1967 da Bob Seidemann, che ritrae Janis Joplin nuda con tante collanine che le arrivano fino a sotto l’ombelico. Il seno piccolo con i capezzoli che escono tra quelle collane e le mani, una con gli anelli e al polso i braccialetti a coprire il pube. Guarda l’obiettivo, seria, con i lunghi capelli chiari sciolti e pettinati. E’ bella. Molto bella…

Discografia:
Big Brother And The Holding Company, Big Brother And The Holding Company (1967);
Cheap Thrills (1968). 
Janis Joplin, I Got Dem Ol’ Kozmic Blues Again Mama! (1969);
Pearl

Cheap Thrills.rar
Pearl (1971).



16/06/15

Andrea Pazienza e il bar­rito dell’elefante

"Se mi dovesse succedere qualcosa, voglio solo un po' di terra, e un albero sopra".
 
(Dall' archivio Interzone,  del 10 - 08 - 014)


Il 16 Giugno 1988, ventisette anni fa, ci lasciava Andrea Pazienza, mito adolescenziale, talento portentoso, che tanto mi ha dato in così poco tempo. Andrea che mi costrinse a dire addio senza rimpianti alla Marvel, a Zagor, Mister No.. Solo i Tnt hanno resistito, stessa forza dirompente, fuoco dissacratorio, ironia arcigna, cattiveria bonaria. Fumetto, rock, cinema, letteratura..Andrea prendeva da tutto senza gerarchia e con la militanza nichilista di Zanardi, la disperazione di Pompeo ho imparato che si, si può tirar fuori la rabbia, la cattiveria, a volte la violenza in modo creativo: l'incontro-scontro con la vita. Con Andrea ho capito che volere un altro mondo è possibile, o almeno è possibile provarci. E con lui però, ho condiviso quel senso irrimediabile di perdita che attraversa tutta la sua opera. Attraverso le sue storie, Andrea mi ha fatto capire dove stavamo andando, verso un mondo mediato dall'apparenza, dal mercato, dalla televisione, dal denaro..e dalle droghe.
Andrea Pazienza, per sempre bello, sempre giovane. Le donne, e la droga..

LA POESIA DOVREBBE PREPARARE RIVOLUZIONARI, NON LETTORI DELLA DOMENICA..

T.Martinelli, PISA, 9.8.2014  
Vintage. Intervista realizzata a Pisa nel 1981 all’artista venticinquenne nel corso della mostra dedicata a Frigidaire: un libero flusso di parole che ce lo restituisce sempre giovane, come voleva essere

Forever young
I momenti che “attua­liz­zano” uno scritto su Andrea Pazienza non man­cano mai, tanta è l’impronta inde­le­bile del suo “segno invin­ci­bile”? nel pano­rama cul­tu­rale ita­liano degli ultimi decenni. La grande mostra che ha cir­co­lato ultima nell’ordine a Bagnoli (Napoli), ogni volta più ricca, il lavoro instan­ca­bile e pun­tuale di rac­colta dei fra­telli, le rie­di­zioni delle sue opere (pros­si­ma­mente Bal­dini & Castoldi ripro­pone il denso e pene­trante Pom­peo) e nel pros­simo futuro un film tratto dalle sue sto­rie. A osare è Renato De Maria, il regi­sta che ha girato per la Rai il docu­men­ta­rio sull’appartamento di Bifo, già sede di Radio Alice e di altri momenti del movi­mento bolo­gnese del ‘77. Dopo Hotel Paura, film con Ser­gio Castel­lito e Isa­bella Fer­rari, il regi­sta bolo­gnese che ha vis­suto con Pazienza momenti di pas­sag­gio fra il ‘77 e gli ‘80 si cimen­terà con la tra­du­zione sullo schermo di tre epi­sodi diversi ma emble­ma­tici di Paz: Pen­to­thal, Giorno e Zanardi. Di que­sta tran­si­zione fra l’apice del movi­mento del ‘77 alle prime avvi­sa­glie del cini­smo indi­vi­dua­li­stico degli “orrendi ottanta“dalla crea­ti­vità anar­coide e libe­ra­to­ria gio­va­nile pur sem­pre parte di una sini­stra di cui s’intravedeva qual­che sma­glia­tura al lato bieco e odioso della merce e del deli­rio d’onnipotenza ado­le­scen­ziale che in quei cre­pacci si è anni­dato, si par­lava con Andrea Pazienza in que­sta inter­vi­sta. A Pisa nel 1981 in occa­sione di una bella mostra a Palazzo Lan­fran­chi dedi­cata al men­sile Fri­gi­daire, la testata di “ten­denza“allora sia come contro/informazione che come fumetto, ci era­vamo seduti per terra appar­tati in un angolo. Come sem­pre allora, la chiac­chie­rata con lui era un impre­ve­di­bile flusso di coscienza, for­tu­na­ta­mente in quell’occasione fis­sato su nastro da un regi­stra­tore acceso.

Da Pen­to­thal a Zanardi, qual è il per­so­nag­gio di Pazienza?
Fac­ciamo così: io rispondo a domande in modo un po’ generico…parlando così…uscendo a volte fuori tema…Allora io penso que­sto: esi­stono due momenti della mia vita, uno è il momento Pen­to­thal che a sua volta si divide in altri due: uno molto cat­to­lico, cle­ri­cale, da sagre­stia con una ridda di gio­chi, diver­ti­mento, scuse, affet­ta­zioni, tar­ta­glia­menti, con­ge­stioni, nasi grandi, pustole ecc. Poi c’è invece un momento sem­pre in Pen­to­thal molto più duro che appunto poi è il momento Pen­to­thal, quello che io defi­nii così, che poi doveva essere que­sto siero della verità che invece non è stato solo questo…che era molto più legnoso, tote­mico e al quale potevo fare rife­ri­mento senza espormi così tanto. Ma que­sta è una fase ini­ziale di asso­luta non cono­scenza del mezzo attra­verso il quale io mi proponevo…e così, un po’ come nei temi in classe quando ti dicono “bravo, ma fuori tema”, io mi espan­devo sulla carta in modo abba­stanza scon­nesso, senza eser­ci­tarmi molto nel segno, facendo quello che io sapevo già fare, cioè pro­po­nen­domi attra­verso delle chiavi che io già cono­scevo, che avevo già spe­ri­men­tato in altre occa­sioni, nel pri­vato oppure quando facevo i qua­dri. Invece tutta l’ultima pro­du­zione –la migliore– è quella che a me piace di più e che nasce dalla volontà di diver­ti­mento, non tanto di rac­con­tare ma dalla voglia di ricreare delle situa­zioni quanto più pos­si­bile evo­ca­tive. Que­sti momenti in me nascono sull’onda di quella che vor­rebbe essere una sco­perta mate­ma­tica. Cioè, a me la mate­ma­tica è man­cata a scuola per­chè la odiavo. Invece adesso ne sento la man­canza nel senso che mi pia­ce­rebbe costruire attra­verso dei moduli in modo sim­me­trico, spe­cu­lare, defi­nito delle cose che siano quanto più pos­si­bili e rea­li­ste. Zanardi è la cat­tiva coscienza di tutti noi, è il nostro com­pa­gnuc­cio di scuola, l’amico d’infanzia per­fido che ci ha umi­liato in mille modi. E’ la per­sona che abbiamo odiato di più in asso­luto ma alla quale avremmo voluto asso­mi­gliare, alla quale ci siamo ispi­rati di più. Era nefando, igno­rante, spre­giu­di­cato per­chè asso­lu­ta­mente vuoto.

Per­chè al liceo e non nella vita nor­male dove pure c’è que­sta cate­go­ria di persona?
Io adesso sto acqui­stando forza sta­tica con l’età e perdo invece quella forza che mi faceva volare sulle scale in salita che noi tutti –abbiamo la stessa età– ricor­diamo fin troppo bene, quasi con dolore, per­chè appar­tiene a ieri, non ancora all’altro ieri o all’anno scorso. E allora ci sono ancora dei momenti in cui io mi provo, e non mi ritrovo più con quel dina­mi­smo tutto particolare.

E tu che pensi?
Penso che va male da que­sto punto di vista, mi dispiace molto. A me non inte­ressa la matu­rità per­chè io non credo nella matu­rità nel senso di acqui­si­zione di cono­scenza, respon­sa­bi­liz­za­zione, presa di coscienza di certi fatti. Mi pia­ce­rebbe rima­nere gio­vane il più pos­si­bile, nel senso di non doverla mai menare a nes­suno dicen­do­gli quello che secondo me deve o non deve fare.

E tu ti com­porti così?
No, non mi com­porto così, asso­lu­ta­mente, però quando devo inven­tare dei per­so­naggi cerco di fare in modo che que­sti per­so­naggi rispon­dano quanto più pos­si­bile a que­sto par­ti­co­lare tipo di dina­mi­smo eccen­trico, vio­lento che poi ha in sé la ribel­lione, per­chè non si tiene. Insomma però, que­sto non è l’aspetto più impor­tante o quello che m’interessa.. Io mi accorgo che in una città esi­stono mille situa­zioni diverse e le rico­no­sco molto di più nei ragazzi che negli adulti o in que­sti che rap­pre­sen­tano un po’ come me l’età di mezzo, quando non si ha più tempo da dedi­care al fatto modale spic­ciolo, al colore della vespa, a quel par­ti­co­lare aggeg­gio che ti distin­gue. E tutto que­sto muo­versi a me piace. Da un certo punto di vista mi disgu­sta: per­ché? Quando poi l’ho fatto io, tutta la mia ener­gia dina­mica in qual­che modo la disper­devo per­chè poi non sono arri­vato a nes­suna con­clu­sione degna, dal momento che oggi mi rico­no­sco con dei dubbi enormi…la disper­devo quindi in poli­tica. Ho pas­sato il liceo a fare casini in poli­tica, men­tre invece oggi nei licei di poli­tica non si parla nean­che un po’, non esi­stono più le assem­blee, non esi­ste più niente. E in fondo ?il diver­ti­mento puro?…è un regresso sicu­ra­mente se si può par­lare di regresso, ma forse è super­fluo parlarne…


C’è chi dice che a volte ti diverti quando fai i tuoi fumetti ma…
…Ecco, posso rispon­dere? Prima di tutto il fumetto ha dei tempi che sono i tempi del fumetto, sono i tempi che non danno al fumetto la dignità alla quale potrebbe assur­gere in altre par­ti­co­lari cir­co­stanze. Nes­suno natu­ral­mente ci costringe o costringe me a lavo­rare pro­du­cendo una sto­ria al mese o ogni due mesi, però poi alla fine si entra in un gioco par­ti­co­lare di situa­zioni che ne sei costretto forse più che se esi­stesse real­mente una figura che ti obbliga a farlo. Il fatto è –voglio entrare anche in ter­mini spic­cioli– che una tavola a me viene pagata 100-120mila lire. Basta pren­dere il gior­nale e con­tare il numero delle tavole: quello che tendo a fare, come tutti quelli che rie­scono a pub­bli­care tutto quello che fanno, è di garan­tirmi uno sti­pen­dio. Quello che fanno tutti, tutti quelli che cer­cano un lavoro cer­cano di fare questo…Per esem­pio c’è una tavola su Amore mio dove c’è una figura acco­vac­ciata che guarda un pezzo di carta appal­lot­to­lato che gli sta davanti, è una cosa a colori. Die­tro io ci avrei voluto fare un Vic­tor Vasa­relli, tutto mate­ma­tico, una sorta di pro­getto costrut­ti­vi­sta con delle cro­mie molto stu­diate, molto par­ti­co­lari e ti assi­curo che sarei riu­scito a farlo se avessi avuto il tempo. Non avevo il tempo e mi sono dovuto accon­ten­tare di una serie squa­li­fi­cante di rombi colo­rati. Potrà anche pia­cere, però non è la cosa che avrei voluto fare se avessi avuto un tempo diverso. Però que­sto non è importante…Quando rie­sco a pro­durre qual­cosa che mi piace molto, io godo, mi diverto nel farla, passo dei momenti che per me sono indi­men­ti­ca­bili. Quando invece fac­cio qual­cosa che non mi va, io ho sof­ferto per un mese e quindi non perdo il sonno a pen­sare alle 3.500 lire che ha perso il tipo com­prando il gior­nale e rima­nendo deluso, per­chè lui ha perso 3.500 lire e io ci sono stato molto, ma molto più male… Sono io quello che ci sta peg­gio, quindi non mi sento costretto di dare spie­ga­zioni a nes­suno da que­sto punto di vista. Un’opera d’arte o un qua­dro o un vaso o un water signi­fica esat­ta­mente quello che rie­sci a vedere. Quello che vedi è quello che è. Nes­suno ti obbliga –ed è giu­sto– a cono­scerne la sto­ria, a cono­scerne i pas­saggi della ricerca che sono alla base del pro­getto, tutte la teo­rie dell’evoluzione che hanno por­tato a que­sto tipo par­ti­co­lare di oggetto. E’ una sto­ria a parte. Il cri­tico secondo me è un paras­sita per­chè vive del lavoro di altri, quindi un’opera signi­fica o non signi­fica quello che rie­sci a vedere. Tutto il resto sono altre disci­pline, la sto­rio­gra­fia, le mille defi­ni­zioni che com­pon­gono l’universo, la galas­sia delle mate­rie al Dams, per esem­pio, che sono una più stu­pida dell’altra o una meno defi­ni­bile dell’altra, una più funam­bo­lica dell’altra nella defi­ni­zione. Poi in effetti se la cosa rie­sce a tra­smet­terti qual­cosa ha fun­zio­nato, se non te la tra­smette non ha fun­zio­nato e fini­sce lì. A volte è que­stione di un mil­li­me­tro… Esi­stono delle mate­ma­ti­che che deter­mi­nano tutto que­sto. Que­ste sono le mate­ma­ti­che alle quali io vor­rei arri­vare, però è un lavoro dif­fi­cile per­chè quando sei là, vai, capito?

C’è un tuo filone di satira poli­tica o pro­prio non ti poni il problema?
No, mi pia­ce­rebbe avere a dispo­si­zione una quan­tità di segni diversi e poter fruire di que­sti segni, però vanno col­ti­vati in qual­che modo. Io non ho molto tempo né voglia…Poi in verità se io adesso mi dovessi met­tere a fare la satira poli­tica dopo due anni che non la fac­cio più, non ci riu­sci­rei. Così come non avrebbe più senso per me fare una vignetta con De Miche­lis con la scritta “De Miche­lis è un bri­ga­ti­sta”, men­tre invece al limite se l’avessi fatta due anni fa–però usando un modo par­ti­co­lare di pro­porre l’immagine– avrebbe fun­zio­nato, forse.

Che musica ti piace adesso?
Sento la radio, però non ho impianti, non col­le­ziono dischi, non so…siccome di solito dico cose alle quali credo, almeno al momento… Se tu mi fai una domanda sulla musica, io ti posso rispon­dere con qual­che cosa but­tata lì che poi domani non ricorderei.

Allora più secco: che disco met­te­re­sti adesso?
Ah, met­te­rei l’ultimo dei King Crim­son, Disci­pline con Robert Fripp che fa il bar­rito d’elefante.(Elephant Talk  .. ndr)

Ti senti una star?
Tsk! No.

Sei ancora il vecchio…
…Non sono mai stato il vec­chio, c’ho 25 anni… Solo in certe occa­sioni come que­ste si ha l’occasione di tro­varsi, altri­menti e per for­tuna non si vivono certe cose pro­prio per niente. Meno male. Non è né un ghetto né altro, è pro­prio la felice nor­ma­lità e la vita di chi se l’è cer­cata e che se lo sta vivendo con idiota tran­quil­lità. Ho un’infinità di pro­blemi, ma non sono que­sti, cioè sono pro­prio pro­blemi: non fare il mili­tare, cam­biare casa…




15/06/15

Non piangete, organizzatevi! Matite spezzate prima di Charlie Ebdo

E' vero, dai fatti di Gennaio, le parole "Charlie Hebdo" improvvisamente sono salite alla ribalta come un tragico simbolo della lotta per la libertà di espressione. La ragione per cui il mondo è così sconvolto per l'assassinio di questi fumettisti è perchè sembra un fatto insolito: in fondo siamo abituati a gente che è bombardata e uccisa a causa della loro religione, della loro inclinazione politica, o semplicemente perchè è nel posto sbagliato al momento sbagliato. Ma perché morire per aver disegnato alcune vignette? Qualche precedente prima di Charlie c'è, scrittori e artisti che hanno pagato per la loro arte espressa in piena libertà e che dava molto fastidio al potere, molto prima che questo diventasse un hashtag.
Lo spunto viene da Cracked,  che ha raccolto cinque illustri esempi di altrettanti uomini morti per il loro lavoro sul tavolo da disegno.

1. H.G. Oesterheld
The Walking Dead che incontra La guerra dei mondi, con un po di viaggio nel tempo. L’Eternauta è oggi un gadget di denuncia e di cultura in tutta l’Argentina.
E donde està Oesterheld? L’avete preso. E non è più tornato. Lo sceneggiatore dell’Eternauta ha cominciato a denunciare i pericoli della dittatura in tempi non sospetti. Quando i giorni sono diventati guerra sporca, il suo destino era già ammobiliato. Molti intellettuali sono fuggiti all’estero. Oesterheld invece ha affrontato il lato alieno del potere: nelle versioni degli anni 70, l’Eternauta è un esplicito invito a combattere il regime in tutti i modi. Di fatto l’eternauta-Oesterheld diventa un sovversivo legato alla falange più dura ed estremista dell’opposizione argentina, i Montoneros. E nella sua opera la morte poco alla volta prende i connotati di qualcosa che, in una repressione basata sul terrorismo di stato, è un rischio concreto e inevitabile. Scomparve il 21 aprile 1977. Fu una squadra armata a portarlo via. Oesterheld divenne un desaparecido, insieme alle quattro figlie, rapite tra il 1976 e il 1977. Al periodo della guerra sporca sopravvisse soltanto Elsa Sánchez, la moglie di Oesterheld. Oesterheld finì la serie nel 1959 e si era trasferito a fare altre cose, come ad esempio una biografia a fumetti di Che Guevara, una serie horror / sci-fi / chiamato Mort Cinder. Quando l'Argentina cadde nella feroce dittatura appoggiata dalla CIA nel 1976, Oesterheld, che aveva 57 anni, avrebbe potuto rilassarsi e proseguire la sua carriera come un latino Stan Lee. Invece, riportò El Eternauta, con alcune modifiche: un futuro in un mondo totalitario e dove il protagonista diventa un leader rivoluzionario che esorta il popolo a sollevarsi contro il potere, in questo caso gli invasori alieni. I militari argentini non gradirono "questo sottile simbolismo"..

2. Naji al-Ali
Naji al Ali, è stato il più grande disegnatore palestinese, affilato contro i regimi arabi e contro Israele fu ucciso nel 1987 a Londra, ma mai arrestati i colpevoli.
Era così famoso che non aveva nemmeno bisogno di firmare i sui lavori. La gente sapeva che era lui dal suo personaggio Handala, un ragazzino di dieci anni, senza scarpe creato per il quotidiano Al Seyassah, che a partire dal 1973 venne disegnato sempre di spalle, e con le mani unite dietro la schiena. Handala era un simbolo dell’emigrazione forzata che l’autore aveva subito quando aveva dieci anni, nel 1948, l’anno della proclamazione dello Stato d’Israele. Secondo le sue intenzioni, Handala sarebbe rimasto fermo a quell’età finché non fosse ritornato in Palestina.
Stabilitosi a Londra, fu aggredito mentre usciva dal giornale kuwaitiano per cui lavorava: gli spararono al volto e dopo un periodo in coma morì. Dieci mesi più tardi Scotland Yard arrestò Ismail Suwan, ricercatore palestinese che sosteneva di lavorare sia per l’OLP sia per il Mossad, che risultava essere informato della pianificazione dell’omicidio. L’allora premier Margaret Thatcher chiuse la sede del Mossad a Londra ed espulse due diplomatici israeliani (primo caso nella storia) per non aver avvisato la Gran Bretagna.
 

3. Gli artisti giapponesi del XVIII secolo
Per la maggior parte delle persone, le parole "antichi fumetti giapponesi" probabilmente ricordano le immagini di Astro Boy, ma il primo uso della parola "manga" (in origine significa "sketch comici") in realtà risale al 1798. Più indietro ancora, artisti giapponesi pubblicarono libri illustrati chiamati kibyoshi, da cui derivano gli odierni manga.
In quel periodo di forti agitazioni politiche, gli artisti kibyoshi erano noti per la loro sottile satira contro la costituzione giapponese attraverso le loro parabole: il libro Sogitsugi gingiseru, ad esempio, sembrava solo come una storia folle sulle disavventure romantiche di due gemelli con un solo corpo mentre in realtà, era una metafora sull'incapacità del governo di fare fronte ai b isogni del popolo. Le autorità cednsurarono i libri e i loro autori e a partire dal 1791 divenne illegale produrre kibyoshi. Gli artisti più importanti e famosi (Shikitei Sanba e Santo Kyoden..) vennero condannati, messi al bando e/o incarcerati. Koikawa Harumachi, che praticamente ha inventato il genere, morì in circostanze mai chiarite..

4. Joe Hill
Joe Hill (abbreviazione di Hillstrom, pseudonimo per Hagglund) era un immigrato svedese arrivato negli Stati Uniti nei primi anni del 1900. Iniziò con lavori precari e lentamente si costruì una reputazione attraverso la pubblicazione di canzoni satiriche e disegni satirici sui giornali dell'Industrial Workers of the World (IWW), costola militante del movimento operaio statunitense, di cui era membro e attivista. Ripetutamente aggredito, un giorno, nel 1914, si presentò presso un medico con un foro di proiettile in corpo, dicendo che fu una lite a causa una donna. Le autorità dello Utah lo arrestarono per un omicidio che era avvenuto lo stesso giorno, e nonostante la mancanza di prove a suo carico e l'abbondanza invece di testimonianze che accusavano un altro ragazzo, fu condannato a morte per fucilazione e giustiziato il 19 novembre 1915. Il suo ultimo messaggio ai compagni fu "Non piangete, organizzatevi!". La storia di Joe Hill è raccontata nella celebre canzone di Joan Baez.


aliferzat5. Chiunque faccia fumetti in Medio Oriente
Sembra che in Medio ed Estremo Oriente, fare il lavoro di cartooning sia uno dei lavori più pericolosi di sempre, con un tasso di mortalità altissimo tra chi è seduto tutto il giorno davanti a un tavolo da disegno.
Nel 1993, per esempio, un gruppo di artisti progressisti organizzò un festival a Sivas, Turchia, quando una folla inferocita di islamisti radicali interruppe la manifestazione bruciando vive 35 persone . Il festival era stato organizzato per celebrare un poeta che fu impiccato per le sue opere in quella stessa regione, circa 443 anni prima. Il cartoonist Asaf Kocak probabilmente non ebbe tempo di apprezzare l'ironia prima di diventare una delle vittime. Joseph Nasr invece venne rapito e ucciso nel 1973, Guerrovi Brahim subì la stessa sorte nel 1995. Nel 1996, cinque fondamentalisti inseguirono (e fortunatamente si limitarono a questo) l’editor di un giornale del Kuwait per aver pubblicato una striscia di Hagar l’Orribile solo perché vi compariva la voce di Dio.
Nel 2010, il fumettista politico dello Sri Lanka Prageeth Eknaligoda scomparve due giorni prima delle elezioni nel suo paese ed è tuttora sperduto (ma Amnesty International crede che il governo lo tenga segregato o sia ormai morto). Lo stesso si pensa del siriano Akram Raslan, arrestato nel 2012 per «aver offeso il prestigio dello Stato» disegnando il presidente Al-Assad nei panni di un clown..


05/05/15

The Thin White Sketchbook: Bowie in 96 disegni

C'è un Bowie per ogni stagione. Bowie a Natale, uno ad Halloween, un Bowie, anche a Pasqua. Molto più di questo, ci può essere un David Bowie.. per noi tutti, i fan di Bowie. E soprattutto per quella moltitudine di artisti influenzati dalla sua carriera camaleontica. Una quantità enorme di artisti, in questo caso dei "migliori disegnatori di fumetti del mondo" ci danno 96 immagini di Bowie principalmente tradotte in ciò che Bowie si definisce , una rock star mutaforma / attore / alieno.

Una galleria sul web di ritratti raccolta da Sean T. Collins, "fumettista, scrittore e critico, e naturalmente, grande fan di Bowie." Il titolo è The Thin White Sketchbook, che allude a uno solo della miriade di personaggi rappresentati nella collezione di 96 disegni. Che comprende lavori di Michel Gondry, Kate Beaton, creatrice del sito web comic Hark, una leggenda del fumetto metropolitano come Charles Burns, dei fratelli Jaime e Gilbert Hernandez, e moltissimi altri. La tavola che introduce il post (sopra) è di Tunde Adebimpe, vocalist dei TV on the Radio, la band che collaborato e coverizzato brani dello stesso Bowie.


P. Pope


Conor Stechschulte


M. Gondry


Ted May


C. Burns


Adrian Tomine


Brian L. O'Malley


J. Porcellino


B. Chippendale






19/03/15

Peanuts Gang , Pink Floyd Echoes

Grande lavoro su YouTube di Garren Lazar : 34 video (!) con i personaggi dei Peanuts animati che si cimentano con altrettante canzoni rock. Il video sotto contiene la versione di "Echoes" dei Pink Floyd, badate bene, 24 lunghi minuti di grande psichedelia animata, davvero strabiliante.. 
Buonanotte..







15/01/15

Gipi: Charlie Hebdo, la satira, la religione.

Come falchi sono piombati anche su #jesui­schar­lie, c’è stato "l’orgasmo mul­ti­plo dei com­plot­ti­sti di tutto il mondo" : dopo l'11 settembre questa è la mes­sin­scena hol­ly­woo­diana di pro­por­zioni epi­che. I nostri rappresentanti, in maggioranza dirigenti dei 5 stelle, non hanno perso tempo e si sono distinti come sempre: un mare di caz­zate spa­rate senza alcuna cognizione di causa, teo­rie del com­plotto, gli illumi­nati, le scie chimiche, la Cia, bilderberg.. facili verità senza possibilità di poter essere smentiti. Segnaliamo a questo proposito di leggere il divertente  "LaScia o Raddoppia", sottotitolo <<Complotti e cospirazioni nella politica italiana: storia delle #sciechimiche dal centrosinistra ai grillini>>, prefazione di Fulvio Abbate. Si inizia nel lontano 2003, con l'interrogazione sulle celeberrime scie chimiche del parlamentare DS Italo Sandi, poi il complottismo diventa mainstream: Piero Pelù, Gianni Morandi, gli esperti Paolo Attivissimo e Massimo Polidoro,  il M5S in forze,  e  i complottisti per eccellenza  come Domenico Scilipoti ( Forza Italia) e il Divino Otelma!



scie al circo massimo, in onore del capo
 

Gipi, invece, come noi non crede a complotti e cazzate varie, e mercoledì 14 gennaio ospite a Le Invasioni Barbariche, il talk show televisivo di La 7 condotto da Daria Bignardi racconta del suo rapporto con la religione, con Dio, e di come ha vissuto l’attentato terroristico a Charlie Hebdo. Su quello che è accaduto Gipi ha precisato:

<<Io non credo a nessun tipo di complotto, mi danno fastidio tutte quelle teorie. Loro sono morti per blasfemia, sono morti per aver offeso qualcosa di invisibile. È inconcepibile che oggi qualcuno possa morire per un motivo del genere. Io sono profondamente democratico, chiunque può adorare ciò che preferisce ma non può imporre la sua visione a terzi. Personalmente ho grossissimi problemi con la religione e con Dio. Se esiste un Dio è inconcepibile per l’uomo: tutto ciò che viene definito tale oggi è stato palesemente ideato e viene spiegato dall’uomo per l’uomo>>.

Sulla satira ha aggiunto:

<<La satira secondo me c’ha una regola sola: che deve andare dai deboli verso i potenti. Chi fa satira deve appartenere a una minoranza, o essere in una condizione di debolezza, e deve lavorare su quelli che sono più forti o che hanno il potere. [...] Quando il potente o chi lavora per il potente fa satira su chi il potere non ha, non fa satira, è un’altra cosa. Quella cosa è prepotenza, è fascismo>>

Nel video l'intervista completa a Gipi della Bignardi..



Gipi (Gianni Pacinotti) è del 1963. Vignette, racconti, storie a fumetti. Collabora con Cuore, con il mensile "Blue" e con altre testate e giornali italiani. Oggi è  illustratore per il quotidiano "La Repubblica"e collaboratore del settimanale "Internazionale". I libri: escono Esterno Notte e Appunti per una storia di guerra, premiato come Miglior fumetto dell'anno al Festival internazionale di Angoulême nel 2006, sempre per la  Coconino Press. Ancora, Questa è la stanza, la serie Baci dalla provincia, S., La mia vita disegnata male, l’antologia Diario di fiume e Verticali. L'ultimo terrestre, prodotto da Fandango, è il suo film d'esordio.




29/12/14

Bowie cartoon e con Klaus Nomi

Ancora Bowie.. E se si vuole parlare di David Bowie, prima o poi si arriva sempre a parlare di Brian Eno. Produttore musicale, artista visivo, riparatore tecnologico, non ha avuto naturalmente un ruolo in tutto quello che Bowie ha fatto, ma la sua collaborazione ha prodotto i lavori forse più duraturi dell'intero catalogo della star: personalmente, consideriamo il periodo della trilogia e in genere tutta la collaborazione tra i due quello migliore di Bowie. Nel 1995 Eno ha prodotto il "cybernoir" concept album 1. Outside, che sembra attrarre più consensi oggi di quanto abbia fatto quando fu pubblicato. Ma, ripetiamo, il monumento all'unione dei due è celebrato con Low, Heroes e Lodger, album informalmente noti come la "trilogia berlinese", così chiamata per la città in cui Bowie, con lo zampino di Eno compose gli album.





20/01/14

Sceneggiati, fumetti, teatro..alla radio

Da bambino, le uniche cose che mi facevano star buono quando stavo male e costretto a letto, erano il nostro gatto di casa, il giradischi e..la radio. Per le canzonette preferivo il giradischi mentre scoprii gli sceneggiati alla radio, appunto. Ascoltavo le avventure di Tex Willer, Diabolik e di altri eroi dei fumetti fino a Dylan Dog,  poi i veri e propri readiodrammi, testi teatrali recitati da attori famosi: mi piacevano perchè potevo associare paesaggi e volti a ciò che sentivo, e non avere il limite di ricevere passivamente, come accade per la televisione. I radiodrammi e gli sceneggiati  hanno poi conosciuto poi un certo declino, ma negli ultimi anni, grazie alle molteplici possibilità offerte dall'editoria digitale, stanno vivendo una seconda giovinezza grazie all'enorme diffusione di questo genere in formato audiolibro. E dopo tanto tempo in cui mi addormentavo con gli occhi incollati al video, ho riscoperto il piacere di inforcare le cuffie e ascoltarmi sceneggiati, servizi giornalistici, riduzioni cinematografiche, commedie, spesso scaricati in formato podcast. Da ascoltare è il ciclo di Eymerich, del nostro Valerio Evangelisti, tre episodi andati in onda su Radio 2 e scaricabili qui e la riduzione di  Blade Runner, 15 puntate curate da Armando Traverso
“Blade runner, cacciatore di androidi”, tratto dal romanzo di P.k. Dick. - See more at: http://www.rai.it/dl/portali/site/articolo/ContentItem-c6fb488e-4831-42b0-be06-0cd6659c0675.html#sthash.pTOHYJgF.dpuf
“Blade runner, cacciatore di androidi”, tratto dal romanzo di P.k. Dick. - See more at: http://www.rai.it/dl/portali/site/articolo/ContentItem-c6fb488e-4831-42b0-be06-0cd6659c0675.html#sthash.pTOHYJgF.dpuf
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04/08/13

Pompeo 2013

"TUTTO QUELLO CHE VEDO E' UN MINUSCOLO PUNTINO.."
Talking Heads, Drugs - Fear of music



<<Pompeo s'era svegliato nel suo letto  e preparava con soddisfazione la prima pera della giornata, nel modo che preferiva, cioè senza levarsi dal letto, avendo l'occorrente, compresa acqua e limone, apparecchiato a portata di mano prima di coricarsi. Mentre premeva lo stantuffo in un ennessimo risucchio, lo sguardo spillato si posò su uno dei numerosi orologi che formavano la sua "piccola collezione", senza però cavarne alcuna informazione, scivolando poi sul primula dalle sedici memorie inusate, affondato tra le pieghe del piumino. Dovette allora, scalzo, correre nello studio per rimettere al suo posto la cornetta dell'altro telefono di casa, che egli sollevava ogni notte per tema d'essere disturbato. Se avesse semplicemente staccato le spine, la suoneria, autonoma, avrebbe trillato lo stesso.  Se ad essere sganciato fosse stato il ricevitore del primula, il segnale acustico l'avrebbe tenuto sveglio. Tornò a letto , accese una sigaretta, ripiegò il cuscino dietro la nuca, allungò un braccio a raccogliere il libro che stava leggendo dal tappeto di moquette, e lo sistemò, aperto sul petto col dorso in alto. Quindi prese il telefono e compose il 190, ultime notizie Rai. Ascoltò le prime due. Non era successo niente, riattaccò e chiuse gli occhi...

Tornando a casa, Pompeo pensa:
Vivo sulla lama, mi com/muovo nei bassifondi, parlo con ricercati dallo stato, brigo, mi procuro e dilapido milioni, poi, rischio, mi struggo, mi umilio, mi arrendo, poi..mi faccio e tutto torna bello, più splendente di prima !!
L alternativa è la birreria, il lavoro, il risparmio, il normale sfaldarsi del corpo, lo studio, lo scemo naturale, il simpatico, l'antipatica, due + due fa quattro, sveglia alle otto, viaggi, incidenti, cene d'affari, e non valgono quei personaggi più di quell'altri, mutuati della felicità. Palle, anche lì..palle peggio di qua. Vuoi mettere risorgere, risorgere, risorgere..Vuoi mettere..>>




POMPEO è un poema che il disegno segue, ed esaspera, sottolineandone il carattere istantaneo, diaristico della sua scrittura. A proposito dell'eroina, Andrea narra in questa storia tutto l'orrore, la bassezza che sono parte caratteristica dell'argomento, e la narra quasi con amore, ma come se volesse per questo salutare tutto ciò.. La vera forza del racconto sta nella sfrontatezza,  e durezza delle sue pagine, che pure rivelano il coraggio di chi si mette sempre nella condizione di non avere niente da perdere, ma nella struggente dolcezza e dolce successione delle sue parole..
Maria Comandini Pazienza 



Pompeo in Cold Turkey

 
Un libro da leggere nelle scuole - Visionario, allucinato, ricchissmo di citazioni, testi e ipertesti, rimandi subliminali in 180 pagine, Gli ultimi giorni di Pompeo è il libro che si dovrebbe far leggere in tutte le scuole se si vuole comunicare, senza ipocrisia e senza sconti, ai giovani cosa significa essere tossicodipendenti, quale sia la spirale di godimento e autodistruzione che avvinghia un essere umano in preda alla roba, e a quali svolte brutali e vicoli ciechi porti. Pompeo è un magma, un viaggio nell'inconscio e anche la tragicomica cronaca di una vita scandita dalle dosi, dai conflitti interiori, dalla rabbia per essersi autodivorati e dall'orgoglio di non voler mai cedere del tutto al senso di colpa. Il tratto di Paz è vulcanico, cita la storia dell'arte, quella del fumetto, ha dentro la rabbia punk e la malinconia di una vita borghese raggiunta e aborrita in un secondo. La storia del disegnatore di successo tormentato da un amore finito e dalla seduzione-lotta tossica echeggia la vita di Andrea, questo è ovvio, ma va oltre. Diventa parabola, diventa quasi mitologia (da qui la scelta di nomi epici come Pompeo e Mallardo, rifilati per accostamento irriverente a peromani persi nel vuoto di una vita risucchiata dalle siringhe e dai "tirelli"). Diventa memoria di un sé consumato, diverso dal "supereroe" ventenne che affascinava il mondo con i suoi disegni e stregava le donne con il suo fascino tenero e malandrino.
C. Sanna 

Pompeo in Pdf





03/07/13

Zombie Vs Vampiri: 2.0

Addio vampiri. Dracula & co sono un’espressione dell’era moderna. Lo zombie, al contrario, incarna il postmoderno. E’ una contraddizione, un ossimoro ambulante: morto vivente. E un remake dell’individuo, e, come tutti i remake, è inferiore all’originale. Marcio. Una serie tv, The Walking Dead, ne celebra il grande ritorno.

Se il vampiro seduce, lo zombie terrorizza. Non a caso, in informatica, è usato come metafora dell’infezione virale: un pc compromesso da un cracker o infettato da un virus in maniera tale da permettere a utenti non autorizzati di assumere in parte o per intero il controllo viene definito, appunto, “zombie”. Di norma, il vampiro coesiste con gli esseri umani. Lo zombie ne segna l’estinzione. Come tale, rappresenta l’apocalisse. Negli ultimi cent’anni, il vampiro non è mai veramente cambiato. Lo zombie, invece, ha subito upgrade significativi: se quello romeriano d’annata 1968 procedeva lentamente, quello contemporaneo rilanciato dal Danny Boyle di 28 giorni dopo e dallo Zack Snyder di Dawn of the Dead - è uno sprinter, alla faccia del rigor mortis. Non c’é scampo. E nel contesto videoludico, il vampiro è sporadico, mentre lo zombie e pervasivo. Alcune delle saghe pin celebri - da Resident Evil a Left for Dead - ci costringono a fronteggiare orde di morti viventi in scenari allucinanti. Esiste tuttavia un medium che, fino a oggi, è rimasto relativamente al sicuro: la televisione. Forse perché il piccolo schermo, come ci ricorda Clay Shirky, é già morto, dominato com’e da logiche commerciali del Ventesimo secolo, infestato da figure grottesche e personaggi lobotomizzati. Le cose, tuttavia, stanno per cambiare. L’invasione televisiva é ufficialmente cominciata: The Walking Dead ha debuttato su AMC (il network che ha prodotto il meglio delle serie statunitensi, da Mad Men a Rubicon; in Italia la trasmette Fox Channel) ed è arrivato alla terza serie. Tratto dall’eccellente fumetto di Robeit Kirkman per Image Comics e prodotto da Frank Darabont (II miglio verde, TheMist), The Walking Dead è la realizzazione di un sogno, o meglio di un incubo collettivo. Ci troviamo di fronte alla prima vera meta-narrazione dello zombie, un racconto che diventa un’epica e che trascende i limiti strutturali del formato cinematografico. Per esempio, una durata non superiore alle due ore, una struttura episodica limitata, una caratterizzazione dei personaggi appena abbozzata. The Walking Dead realizza una convergenza mediale (fumetto-televisione) ma anche generica (è horror, western e drammatico). Eleva lo zombie a personaggio: il morto vivente non si perde nell’orda, ma acquista personalità propria, grazie all’incredibile make-up di Greg Nicotero. E come ogni opera postmoderna, The Walking Dead si produce in un’orgia di riferimenti all’immaginario filmico degli ultimi trent’anni.
Wired
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Sì. Lo zombie rinasce di nuovo nelle nostre città, nelle nostre piazze, figlio del disagio, incarna l’ansia e il male di vivere della popolazione, rappresenta la crisi dell’individuo vessato dal malgoverno e dalle inesistenti politiche sociali. Il suo incedere lento e orrorifico è reale e, lungi dallo spaventare le persone, è accolto con gioia, dalle persone presenti e dalla polizia che controlla la manifestazione. Il perché di tutto questo risiede nel fatto che la marcia claudicante dello zombie è foriera di Valore, è redenzione, rivalsa e ostinazione di un popolo vessato ma che è duro a morire, combatte ogni giorno trascinando la propria esistenza al limite delle possibilità di vita. È l’individuo che dopo essere stato ucciso dalla tirannia delle banche e dagli interessi del potere, dopo essere morto e sepolto nell’indifferenza delle grandi manovre economiche, scarnificato, vessato, ritorna a vivere, con grande dignità.

Franco La Polla e Giuliano Santoro, L’alba degli Zombie, che chiarisce esattamente le dinamiche in campo:
«Il potere ha inventato il terrore e il sovrannaturale è la conseguenza di una radicata tradizione di paura che il potere ha coltivato e instillato nel corso dei secoli. Certo, oggi nel 2011, ci sentiamo di aggiungere che il sovrannaturale è anche qualcos’altro che investe soprattutto una dispercezione del Reale provocata ad arte attraverso un diabolico matrimonio tra tecnologia e tecniche invasive di persuasione..».

La notte dei morti viventi ha anche il merito di sottrarre il cinema horror per usare le parole di Carpenter “all’abbraccio mortale del gotico e di trasportare l’orrore che, sino allora, era quasi sempre stato ritratto e identificato in un luogo “altro”, direttamente negli Stati Uniti d’America".
Se gli zombie degli anni '80 erano una chiara metafora dell'istupidimento della società, quelli contemporanei propongono due contrapposte visioni del mondo: da una parte la volontà di sopravvivere a tutti i costi in un mondo di zombie, con sparute comunità umane che devono rinunciare a ogni forma di tecnologia sociale, e difendere i pochi oggetti simbolici che li identificano come vivi. Dall'altra opposta la consapevolezza che, se davvero il mondo sta morendo, i ragazzi sono già pronti ad andare oltre: si dicono già-morti. E guardano cosa succede. A differenza dei vampiri, dove il male è estetizzato(fino a diventare.. irresistibile) la cultura zombie mortifica il corpo. L'orrore viene esposto ed esaltato, una sorta di ribellione come lo fu il punk, a questo mondo dove sembra invece indispensabile avere una totale cura di se e del proprio aspetto. La nuova morale zombie non è abbracciare la morte o la non-vita: si sentono dei sopravvissuti, rivendicano la possibilità di essere brutti.

C’è qualcosa di terribilmente malinconico nella strana esistenza di questi esseri: vestono ancora i camici da dottore, i pigiami in cui dormivano, la cravatta dell'ufficio.. Quando si accalcano contro una porta e iniziano a sbatterci contro, quasi con delicatezza, senza lamentarsi, non sono tanto diversi da quelli che fanno le file di fronte agli Apple Store per comprarsi l'ultimo modello IPhone. Lo zombie in fondo è il simbolo del consumismo americano e non ha nessun potere soprannaturale, nessun fascino, nessuna possibilità di redenzione: è l'ultimo degli schiavi. Ci assomigliamo e chiunque intorno a noi può trasformarsi in un Walking Dead. Barcollanti, con vestiti logori sembrano animali feriti pronti a sbranarsi tra loro, proprio come gli zombie vagano nei centri commerciali affamati di una fame che non si estingue mai. In ambedue i casi, vagano forse alla ricerca della loro vita passata.. Gli zombie emergono dalle tombe, a volte è un virus sintetizzato in un oscuro laboratorio che ci trasforma. E' semplicemente un’onda che va arginata e fatta esplodere senza rimorsi. Solo in ventotto Giorni dopo di Danny Boyle sono apparsi ..gli zombie 2.0: non ondeggiano come sonnambuli, ma sono veloci e agili, come babbuini con la rabbia. Si aggirano tra case abbandonate trasformate in rifugi in cui farsi e vivere, senza servizi igienici, tra sporcizia e distese di tappeti di siringhe. Nell'ortodossia, uno zombie lo evitiamo senza problemi, due anche, tre sono guai, ma quelli aumentano e alla fine inesorabilmente ti divorano. La massa, ignorante, ha sempre la meglio sull'intellettuale isolato. Non c’è altra morale..

S. King dice che tramite gli zombie, e l'horror in generale, l'essere umano instaura un rapporto dialettico con la propria ventura e inevitabile estinzione, e ha un valore consolatorio. Magari, nell'horror si trova, soprattutto per chi non possiede una fede religiosa, nessuna illusione nell'alida', la speranza che si possa rivivere tornando dalla morte, che è un tema primario nel genere...




15/02/13

L'uomo che cammina

Non mi piacciono i manga, in genere. Ma.. mi piace molto camminare, passeggiare, attraversare la città, il più delle volte senza una meta precisa..
Nel mondo dei fumetti, parlare del Giappone non vuol dire per forza parlare di manga. O meglio, il manga, come fumetto, può essere completamente e sorprendentemente differente da quello che è di solito. Ad esempio, nelle strisce di Jiro Taniguchi non c'è avventura, né sparatorie, né lotte mortali. Né tragedia e neppure comicità. Almeno né L'uomo che cammina. Perché la vita è fatta spesso di forti emozioni, e sono quelle che più ricordiamo. Più spesso, però, è fatta di sentimenti lievi, di momenti di attesa, di attimi che troppo di frequente ci passano fra le dita senza che si riesca a dare loro il senso intenso della vita. Come se quelli fossero solo, appunto, pause tra un'emozione e l'altra. Forse perché siamo abituati ad avere pensieri, speranze, che irrompono negli spazi in cui la mente dovrebbe trovare il proprio equilibrio e soffermarsi solo sul presente.

Così fa l'uomo che cammina, il quale fin dal primo capitolo della storia offre il suo aspetto tranquillo, il sorriso costante e sereno, le mani nelle tasche, il passo serafico e appagato. Lo aiuta, ma solo in parte, il paesaggio intorno. La luce calda di metà giornata illumina lo spazio circostante, che non ha nulla di particolarmente bello; che comprende i tombini, le antenne televisive, i fili elettrici sui muri delle case, una ruota di bicicletta che sporge da un cortile. Niente di particolarmente bello, eppure.. bellissimo. Perché quello che si capisce da queste immagini è che il protagonista non è un casuale uomo che cammina. Il suo passeggiare e osservare è per lui un compito ben preciso, una scelta di vita, un naturale percorso mentale, filosofico. Jiro, attraverso questo strano personaggio "senza qualità" ci propone una storia da seguire, una sorta d’identificazione attiva, che non è causata da grandi emozioni, da ricerche straordinarie, vite in pericolo, ma proprio dallo sguardo meravigliato del protagonista e del suo autore, che lo segue per le strade della normalità.

Sono vignette da leggere velocemente: nel fumetto europeo e americano le onomatopee si usano soprattutto per accentuare un rumore forte e invadente. Nel rispetto della tradizione manga, Jiro si sofferma invece su rumori deboli, appena percettibili: stonk quando una palla colpisce la testa, crock quando un piede schiaccia gli occhiali, il rumore della pioggia, prima il plic delle gocce, poi lo shhf per dare la sensazione dello scroscio. Anche se leggiamo che il mondo nipponico invidia l'Italia per la sua vita meno stressante, sono i giapponesi a fare il bagno dopo aver preso la pioggia, per il piacere di recuperare le forze e la tranquillità, come fa l'uomo che cammina, prendendosi tempo e spazio.
Un uomo che cammina e ci invita ad ammirare il suo percorso: lo sguardo di altre persone, un albero che sta fiorendo, la neve che cade.
"In città", "Nuotata notturna", "Notte stellata", "Attraverso i vicoli", "A vedere il mare"..
La storia di un uomo che, passeggiando, nutre il suo animo, nonostante tutto, di amore per la vita, soffermandosi soprattutto sul passato e gli animali, quello che noi, nelle nostre città caotiche e violente, sembra abbiamo perso, per sempre..

Le storie e i fumetti di Jiro Taniguchi sono pubblicate in Italia da Panini Comics e Coniglio ed.
Tratto da L'arte di Jiro Taniguchi, per i Classici del fumetto - Repubblica