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30/12/14

Uno spaventoso divario: la vittoria dei ricchi

L’immane vittoria dei ricchi
Lo scenario che Marco Revelli ci sottopone in un piccolo volume La lotta di classe esiste e l’hanno vinta i ricchi (Laterza pp. 96, euro 9), non si discosta di molto da quello percorso in lungo e in largo nel monumentale bestseller di Thomas Piketty, Il Capitale nel XXI secolo: uno spaventoso incremento del divario tra i più ricchi e i più poveri, tanto che lo si consideri a livello globale, tra i diversi paesi o all’interno di singoli stati. Divario che non ha smesso di crescere a partire dalla metà degli anni Settanta, dalla fine dei cosiddetti «30 gloriosi» anni che hanno seguito la fine della seconda guerra mondiale. Il fenomeno è da tempo ammesso e certificato da tutti gli organismi internazionali che non mancano di sottolinearne le proporzioni drammatiche. Alla fine del secolo scorso, dopo 25 anni di politiche liberiste, l’1% più ricco della popolazione mondiale riceveva un reddito pari a quello del 57% più povero, risultato che non sembra tuttavia sufficiente a rimetterle in discussione. Tanto è vero che il nuovo secolo non ha affatto invertito la rotta, semmai ha impresso un’accelerazione. Questo vertiginoso aumento della diseguaglianza poggiava e poggia, oltre che su concrete scelte politiche, su una ideologia tra le più dogmatiche che la modernità abbia mai conosciuto. Ed è dunque sugli elementi basici di questa ideologia e sul loro palese attrito con la realtà empirica che Revelli concentra la sua analisi. Le politiche di diminuzione della pressione fiscale sui redditi più elevati, sulla rendita e sui patrimoni maggiori, con il conseguente smantellamento dello stato sociale e contenimento dei livelli salariali si autolegittimavano sostenendo che dall’incremento delle ricchezze più cospicue qualcosa sarebbe «sgocciolato» sulle fasce più povere della popolazione. Che, insomma, dall’arricchimento dei ricchi, tutti, alla fine avrebbero tratto qualche vantaggio. Così recitava la teoria del trickle down. Che, come ogni dogmatica che si rispetti, non mancava di avvalersi delle sue belle espressioni geometriche. In questo caso due eleganti curve, quella di Laffer (professore in una business school negli anni Settanta) e quella di Kuznets (studioso dello sviluppo economico e premio Nobel nel ’71).


14/12/13

Forconi, Grillology e altre povertà..

Lo avevamo già detto e lo ribadiamo: il 100% di..calci nel culo. Questo avrà Grillo, Casaleggio e il resto della sua accolita di invasati. L'ipotesi è più che remota, ma nel caso che questi si, fascisti del nuovo millennio, andassero ad occupare gli scanni del potere potremmo ritrovarci con gli stadi pieni, in perfetto stile cileno 1973.. L'ultima carognata, è a danno di Maria Novella Oppo, giornalista dell'Unità: è sempre Grillo, che dal suo e-commerce blog segnala la giornalista come sgradita al movimento, diffamatrice di professione. Rincara poi la dose: <<segnalate gli articoli dei “giornalisti” stile Oppo per la nuova rubrica del blog: “Giornalista del giorno”>>. E vai con gli insulti, i commenti razzisti e sessisti, e le minacce, la pubblicazione di indirizzi e numeri telefonici. Il "movimento" raccoglie e esegue. Seguirà le liste dei deputati sgraditi, i "deputati del giorno": sono i nomi e i volti dei 148 depu­tati del cen­tro­si­ni­stra che non sareb­bero risul­tati eletti senza il pre­mio di mag­gio­ranza. Secondo Grillo, dopo la sen­tenza della Corte Costi­tu­zio­nale, sono pre­cari, ille­git­timi, abu­sivi e via salendo nella pro­vo­ca­zione offen­siva. Si inizia con il poster «Wan­ted», in stile western, con la foto del depu­tato pd Piero Mar­tino. Non ci interessa il perchè di tanto astio verso il deputato, ma se non è fascismo questo.. Quì non si tira la volata al Pd o a qualsiasi altro partito, sia chiaro. Ma non accetteremo mai queste azioni squadriste, queste intimidazioni "mafiose". Qui non c'è nessuna azione politica, ma una schedatura infima e pericolosa, verso chi non la pensa come loro, un rifuito del diritto di critica che, fino a prova contraria, dovrebbe poter riguardare anche il "suo" movimento. Con lo squallido post dedicato a Maria Novella Oppo, redattrice de L’Unità, e le minacce a deputati comunque eletti dal popolo, Beppe Grillo, il comico, scioglie ogni dubbio, qualora ve ne fossero, sui suoi concetti di libertà di stampa e di espressione. Dispiace che persone come Dario Fo si siano schierati con questa gente, nonostante la parziale presa di distanza dall'iniziativa. Siamo sicuri che questi atteggiamenti antidemocratici, fatti passare per opposizione al potere, nascondono semplicemente solo l'idea di sostituire detto potere con un altro, il suo..

L’invisibile popolo dei nuovi poveri
Di Marco Revelli  ( Il Manifesto)
Torino è stata l’epicentro della cosid­detta “rivolta dei for­coni”, almeno fino o ieri. Torino è anche la mia città. Così sono uscito di casa e sono andato a cer­carla, la rivolta, per­ché come diceva il pro­ta­go­ni­sta di un vec­chio film, degli anni ’70, ambien­tato al tempo della rivo­lu­zione fran­cese, «se ‘un si va, ‘un si vede…». Bene, devo dirlo sin­ce­ra­mente: quello che ho visto, al primo colpod’occhio, non mi è sem­brata una massa di fasci­sti. E nem­meno di tep­pi­sti di qual­che clan spor­tivo. E nem­meno di mafiosi o camor­ri­sti, o di eva­sori impu­niti.
La prima impres­sione, super­fi­ciale, epi­der­mica, fisio­gno­mica – il colore e la fog­gia dei vestiti, l’espressione dei visi, il modo di muo­versi -, è stata quella di unamassa di poveri. Forse meglio: di “impo­ve­riti”. Le tante facce della povertà, oggi. Soprat­tutto di quella nuova. Potremmo dire del ceto medio impo­ve­rito: gli inde­bi­tati, gli eso­dati, i fal­liti o sull’orlo del fal­li­mento, pic­coli com­mer­cianti stran­go­lati dalle ingiun­zioni a rien­trare dallo sco­perto, o già costretti alla chiu­sura, arti­giani con le car­telle di equi­ta­lia e il fido tagliato, auto­tra­spor­ta­tori, “padron­cini”, con l’assicurazione in sca­denza e senza i soldi per pagarla, disoc­cu­pati di lungo o di breve corso, ex mura­tori, ex mano­vali, ex impie­gati, ex magaz­zi­nieri, ex tito­lari di par­tite iva dive­nute inso­ste­ni­bili, pre­cari non rin­no­vati per la riforma For­nero, lavo­ra­tori a ter­mine senza più ter­mini, espulsi dai can­tieri edili fermi, o dalle boîte chiuse.
Le fasce mar­gi­nali di ogni cate­go­ria pro­dut­tiva, quelle “al limite” o già cadute fuori, fino a un paio di anni fa ancora sot­tili, oggi in rapida, forse ver­ti­gi­nosa espan­sione… Intorno, la piazza a cer­chio, con tutti i negozi chiusi, le ser­rande abbas­sate a fare un muro gri­gio come quella folla. E la “gente”, chiusa nelle auto bloc­cate da un fil­tro non asfis­siante ma suf­fi­ciente a gene­rare disa­gio, anch’essa presa dai pro­pri pro­blemi, a guar­darli – almeno in quella prima fase – con un certo rispetto, mi è parso. Come quando ci si ferma per un fune­rale. E si pensa «potrebbe toc­care a me…». Loro alza­vano il pol­lice – non l’indice, il pol­lice – come a dire «ci siamo ancora», dalle mac­chine qual­cuno rispon­deva con lo stesso gesto, e un sor­riso mesto come a chie­dere «fino a quando?».