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12/07/18

Tre serie Tv da non perdere




RESIDUE
Mi sono imbattuto in Residue per caso, scorrendo Netflix in cerca di qualcosa di nuovo che valesse la pena per un binge-watching pre estivo. Non ne avevo mai sentito parlare ma mi è sembrato subito intrigante, tanto che sono andato a leggermi la storia della produzione: Residue è stato inizialmente girato come un film, un’uscita lampo nelle sale britanniche, ma viene subito rieditato in uno show televisivo di tre episodi, intesi però come "un pilot esteso" per una stagione a venire di 10 episodi, a seconda di quanto share il pilot avrebbe fatto.

Un thriller britannico soprannaturale / horror / cospirazionista con una protagonista femminile e ci sono troppe cose che amo in questa descrizione per non indagare. Ultimo dell'anno in una Londra "futuristica", Natalia Tena e Iwan Rheon, (Osha e Ramsay Bolton di Games of Throne..) celebrano il Capodanno insieme nel loro appartamento. Giù in città il nightclub Nightshade esplode, e un mese dopo viene eretta una zona di quarantena: sotto il club erano stipate residui di armi batteriologiche, quindi il governo cerca di contenere possibili contaminazioni.

Una storia complessa dall’andamento lento, in un’irriconoscibile Londra, cupa e sull’orlo del baratro. Un grading di colori molto spinto, che dona un look distopico e senza speranza, un senso strisciante di paranoia: scene oscurate dal fumo, luci al neon; inquadratura sbilanciata; linee etiche sfocate; crimine e violenza. Il talentuoso giovane regista televisivo Alex Garcia Lopez, noto per aver diretto alcuni episodi di Misfits e Utopia cita il primo Blade Runner, Kubrick e il suo Eyes Wide Shut, Blow Up di Antonioni, racconti lovecraftiani e copre tutto con una colonna sonora da brivido. Ultime notizie, seconda stagione già approvata da Netflix


TERROR
Prodotta da Ridley Scott, tratta dall’omonimo romanzo di Dan Simmons (uscito in Italia nel 2007 con il titolo La scomparsa dell’Erebus) e liberamente basata su eventi reali, anche se la narrazione è tutto fuorché una ricostruzione veritiera degli eventi. Alla metà del 1800, due navi inglesi intrapresero un ambizioso viaggio nell'Artico per aprire il Passaggio a Nord-Ovest, ma scomparvero tra i ghiacci e non tornarono mai più in patria. Solo in tempi recenti, la Herebus nel 2014 e la Terror nel 2016, sono stati ritrovati i relitti da una spedizione del National Geographic, in posizione verticale a 12 metri di profondità e in buono stato di conservazione: il recupero dei resti di alcuni marinai ha raccontato una storia spaventosa fatta di malattie, disperazione e forse anche cannibalismo. Ma esattamente quello che è successo rimane un mistero e nel suo romanzo del 2007, Dan Simmons ha creato un resoconto romanzato di ciò che accadde agli uomini delle due navi.
Mi sono buttato in questa serie a capofitto, in quella che all'inizio sembra una scommessa eccessiva per un pubblico televisivo.
Dopo i titoli di coda, già nei primi 15 minuti veniamo assaliti da un presagio senso di terrore, tensione claustrofobica, il pervasivo senso di isolamento, una forza misteriosa che suggerisce che un destino ancora più oscuro potrebbe essere in agguato e il vasto paesaggio ghiacciato che circonda l'equipaggio diventa un posto davvero terrificante.
Colpi di scena improvvisi e mai preannunciati, flashback che rimandano agli avvenimenti sulla terra ferma, l’atmosfera ansiogena, con i due equipaggi, guidati da Sir John Franklin (un grande Ciarán Hinds) e dal capitano Francis Crozier (Jared Harris, il cattivissimo di Outlander) stremati da freddo, fame, e malattie in un ambiente ostile, che non sanno mai quale sarà la minaccia e da dove arriverà.
Girato a Budapest, mi sono unito completamente a questi uomini nel loro viaggio e nella loro psiche, in quella tragedia che vede l’uomo spingersi troppo oltre le proprie possibilità e su come le condizioni estreme facciano emergere sia le sue migliori qualità che i suoi peggiori istinti.

“Chi lotta con i mostri deve guardarsi dal non diventare, così facendo, un mostro. E se tu scruterai a lungo in un abisso, anche l’abisso scruterà dentro di te”.
F. Nietzsche
 

UTOPIA
Una potenza visiva impressionante: britannica sagacità grottesca, ma che trasmette un’ansia rara, la capacità di virare verso lo psichedelico, per un tocco vintage senza ricorrere ai soliti effettacci imbarazzanti. Un thriller avvincente e stravagante, con ricatti, politica globale, assassinii, follia, genetica, esperimenti, e il futuro dell'umanità in gioco.Un mistero contemporaneo elegante, intelligente e violento, splendidamente girato e segnato: un gruppo di fanatici di Internet si ritrovano in possesso di un manoscritto, un romanzo di culto chiamato Utopia, graphic novel scritto da uno scienziato impazzito e poi scomparso, che si dice abbia predetto i peggiori disastri del secolo scorso. "The Network", è una misteriosa organizzazione governativa che non si ferma davanti a niente pur di trovarlo e nasconderlo al mondo. Gli intricati filoni della serie che all'inizio sembrano difficili e quasi impossibili da spiegare ci svelano alla fine una soluzione al problema della sovrappopolazione mondiale, seria minaccia per futuro del genere umano. Dialoghi superbi, temi importanti come la lotta dell'uomo per la conoscenza, la natura segreta dei governi che si muovono nell'oscurità in nome di (un presunto) nostro bene superiore, l'amore può anche portare alla luce alcuni dei nostri lati peggiori, fanno di Utopia una delle migliori serie televisive che la tv abbia visto da molto tempo. Da recuperare in ogni modo possibile (inedita in Italia) e assolutamente da guardare, anche se è ormai datata 2013 e non ha entusiasmato il mondo, ma ha raccolto abbastanza spettatori da giustificare una seconda serie.

 
 
 

14/07/16

BrainDead, thriller, alieni e deliranza varia

Braindead
In Game of Thrones è finalmente arrivato l’inverno e le conseguenze le paghiamo anche noi, che abbiamo seguito la serie con interesse e passione.
Ma oggi..."C'è un sacco di motivi per essere paranoici in questa città."
Andiamo a parlare di una nuova serie arrivata, appunto, in città.
Da un asteroide caduto nella Russia di Putin e portato nel cuore della capitale americana, iniziano a fuoriuscire plotoni di formiche aliene: entrano nella testa della gente, la occupano. Il bello è che queste formiche assassine si impossessano delle menti dei politici di Washington e gettano ancora più caos nella politica statunitense, tant’è che non esiste più alcuna distinzione tra Democratici e Repubblicani.
E se fosse veramente così? Scherziamo, ovviamente, ma i dati di fatto ci dicono che il mondo sta andando a rotoli, non è un segreto. In politica tutti sembrano aver perso il lume della ragione e anche gli eventi più recenti non fanno che confermare questo fatto: Brexit di qui, ISIS di là, Trump di qua, il parlamento italiano divenuto ormai solo un agorà dell'insulto e crisi dappertutto. Insomma, pare che i politici& co. abbiano perso la testa.

“Nell’anno 2016 c’era l’impressione crescente che le persone stessero perdendo la testa… e nessuno sapeva il motivo… fino a ora”. 

In realtà "Brain Dead" è una bella sorpresa per un film di zombie che non ha a disposizione budget di milioni di dollari , il che è alquanto raro negli ultimi anni a Hollywood. Certo la storia non offre nulla di molto originale al genere, e in realtà prende in prestito pesantemente da The Evil Dead, un film horror divenuto un cult classico.
Attenzione, non c'è niente dello stereotipato zombie di molti altri film, e nonostante questo, "Brain Dead" è una serie piuttosto divertente su quasi tutti i fronti. Divertente piuttosto che spaventoso. Situazioni e scene di eccellente splatter gore comico, senza prendersi troppo sul serio, e questo è la sua forza. Nel suo genere, un'autentica boccata d'aria fresca.

BrainDead è una sorta di House of Cards che spia il piano più basso della politica, i maneggi e le scorrettezze tra democratici e repubblicani: i due massimi lottano strenuamente per fregarsi a vicenda, incuranti degli effetti: blocco dei finanziamenti, licenziamenti in massa, uffici deserti, burocrazie bloccate, Stato in panne. Ma non dimentica di colpire il ruolo dei media: per questo forse abbiamo beccato parecchie recensioni inclementi. Lo fa - e questo è il bello - travestendosi da commedia fantascientifica e horror. 
E una serie in cui i politici sono pupazzi di carne comandati da insetti alieni, beh, è un vero colpo di genio.

Commedia, thriller, alieni, satira politica, un po’ di splatter, i titoli strani (il primo episodio si intitola “The Insanity Principle: How Extremism in Politics Is Threatening Democracy in the 21st Century”), e perfino una spruzzata di fantascienza vintage, visto che l’idea della sostituzione degli umani con gli alieni affonda le radici nello sci-fi duro e puro: tutto insieme in un serial che funziona proprio per il suo essere a metà strada.
E' una satira intelligente, che si propone di spiegare i problemi dell'America, terrorismo, la discriminazione e la violenza armata, per non parlare di una elezione presidenziale controversa che sta soffiando sul fuoco di una città - e, più in generale, una nazione - che è già in fiamme, con una metafora plausibile: l'infestazione aliena. E una soffiata leggera sul modo in cui funziona la politica americana, e sul come siamo arrivati ​​al nostro delirio corrente, anche se in realtà una vera analisi della politica americana sarebbe troppo spaventosa - e davvero piuttosto poco divertente.
I politici americani che prima invitavano a diffidare di un Donald Trump con in mano i codici nucleari, oggi sono pronti a sostenerlo, con tantissimi estimatori anche qui in Italia. O con me o contro di me. Dentro o fuori. Ricorda niente? 

Laurel (una bravissima e bella Mary Elizabeth Winstead, che oltre ad essere un attrice americana è anche cantante nel duo Got, molto sexy, con un viso carino e il taglio di capelli seducente che attira ), è perfetta nella parte di una documentarista frustrata, ma con la politica nel suo Dna, costretta a lavorare per il fratello senatore democratico (Danny Pino): Laurel si accorge che qualcosa sta cambiando a Capitol Hill: sono tutti appassionati dello stesso motivetto pop Anni Ottanta (i Cars in You Might Think), tutti più compassati e perbene, ma anche più estremisti e incarogniti. I «bugs» (le formiche) sono il radicalismo irrazionale, il settarismo, e riguardano noi tutti.  
Un collage tra politica, thriller, alieni e deliranza varia, da non perdere in quest'estate povera in video.




08/04/16

Narcos: l'ascesa di Pablo Escobar e del Cartello di Medellin. Spettacolo assicurato, su Netflix,

Coinvolgente, violento, audace, e brutale. Lo spettacolo è assicurato con Narcos, il dramma basato sulla vita e le imprese di Pablo Escobar, signore della droga colombiano, la cui audacia forse non è mai stata eguagliata. La brutalità è implacabile, ma coerente e autentica, per la vita che questi uomini hanno vissuto. Pablo Escobar ha ispirato più di una dozzina di rappresentazioni sullo schermo, dal fantastico documentario "The Two Escobars” fino a Escobar: Paradise Lost", interpretato da Benicio del Toro. Sicuramente un soggetto immensamente affascinante, tanto che Netflix, la piattaforma statunitense di streaming online on demand, nata nel 1997 e accessibile tramite un apposito abbonamento, ha investito molti soldi in una prima serie che dispone di 10 puntate, per raccontare una delle più affascinanti e drammatiche storie di vita criminale mai vissute. Nonostante una pesante dipendenza da sottotitoli, Narcos ha anche abbastanza materiale per produrre diverse stagioni televisive. Certo, avere una conoscenza minima di questo periodo della storia colombiana sarebbe d’aiuto, per questo viaggio negli orrori del traffico di stupefacenti negli anni '80. Per questo, la contestazione che tanti hanno fatto per la voce fuori campo dell’agente della Dea americana Steve Murphy (l’attore Boyd Holbrook) che ci introduce agli avvenimenti più importanti del racconto risulta debole: molti non conoscono la storia delle guerre di droga, quindi è utile avere qualcuno che ci spieghi come gli americani si resero conto dell’enorme potenziale economico della cocaina e della minaccia sociale che incombeva su tutto il paese a causa di questa potente droga. E’ vero che spesso gli sceneggiatori fanno dire a Murphy autentiche baggianate, spesso ribadendo qualcosa che è stato appena detto e che un narratore onnisciente che tutto vede e sente non ha molto senso. Tant’è. Non ci sono vinti né vincitori in questa scoppiettante e dissacrante serie tv perchè se da una parte siamo coinvolti sentimentalmente nella crociata di Murphy, dall’altra siamo sedotti dal fascino e dall’acume di Pablo Escobar.

Luis Guzmán / José R. Gacha
Più che una serie tv, una docu-fiction, un racconto crudo, violento "Narcos" offre un esame critico di una fetta di storia che ci illumina sul fatto che non solo il governo, ma anche la popolazione americana in generale era complice con il commercio illegale di cocaina, dopo tutto, alimentato direttamente proprio dalla domanda americana. Narcos offre la verità dietro la finzione, nel bene e nel male. Qui sta la sua brillantezza e la grande innovazione, perché grazie ad un grande bagaglio culturale, la serie ha potuto costruite un impianto narrativo unico nel suo genere che mixa realtà e finzione senza mai cadere in assurdi cliché. Pablo Escobar era incredibilmente un uomo di successo, il racconto indulge sul consenso popolare che aveva, distribuendo ricchezza ai poveri, impegnandosi in opere sociali a favore dei più deboli, anche in contrasto con gli altri cartelli della droga, ma era incredibilmente spietato. Fece quello che nessun altro avrebbe fatto, con le bombe agli angoli delle strade, assassinando i politici, rapimenti con ostaggi importanti, sacrificando bambini. Escobar riuscì a sobillare i fondamenti stessi della governance in Colombia, comprando con i soldi chiunque, e quelli che non riusciva a comprare venivano eliminati, rapiti o uccisi. C'è stato un punto in cui la logica ha cessato di svolgere un ruolo nella sua violenza, ma quel punto è arrivata in ritardo nella sua carriera. La storia si attacca ai fatti, ed è un bello spettacolo in cui gli uomini cattivi fanno cose cattive e i buoni si fanno male. José Padilha narratore altamente visivo e conflittuale, si rivela immensamente talentuoso nella regia, dopo alcune prove brillanti come Troupa D’elite e il suo seguito, e "Bus 174". Mentre Wagner Moura, star brasiliana e attore feticcio di Padilha si immerge completamente nella parte di Escobar, e fornisce una delle migliori interpretazioni, una scelta perfetta per ritrarre l'uomo, il mito e la leggenda, tutto in uno, e che dispiega tutto il suo potenziale per trasformare il suo personaggio in un classico antieroe della TV.  Per il resto, un grande cast internazionale con recitazioni a tutto tondo. Grande la prova di Luis Guzman, attore caratterista portoricano veterano di tanti film, nella parte di José Rodríguez Gacha, uno dei personaggi più importanti nell’ impero di Escobar e del cartello di Medellin. Nessuno poteva interpretare uno scagnozzo squallido e spietato nel modo migliore. Narcos ci è piaciuto e consigliamo a tutti di vederlo: coinvolgente, violento, audace, e brutale come pochi, ne vale veramente la pena. Bellissima e fondamentale la colonna sonora, a partire dalla sigla iniziale, Tuyo , interpretata magistralmente da Rodrigo Amarante.
Su Netflix, o in Streaming e Download su CineBlog.






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21/05/15

Everlong e Dave se ne và

Ieri sera il suo talk show è andato in onda per l'ultima volta, a tarda notte. Parliamo di David Letterman e so bene che forse non frega molto a nessuno e che solo chi si occupa di televisione e di media in generale ha coperto la notizia in un modo o nell'altro.. L'intera extra-lunga puntata è stata triste per tutti i fan di lunga data di Letterman , e i momenti finali mi hanno commosso non poco, e comunque più di ogni altro spettacolo visto in televisione. La band preferita di Dave, i Foo Fighters, la cui canzone "Everlong" era stat dedicata a Dave per il suo quinto bypass applicato nel 2000, è tornata ad essere l'ultimo ospite musicale nella sua carriera, lunga ben 33 anni. La performance di "Everlong" aveva sullo sfondo un montaggio che attraversava tutta la storia, una rapida corsa fiammante attraverso il passato: anche se non sono abbastanza vecchio per avere visto i suoi primi anni alla NBC, posso solo immaginare come si sentivano le persone in questo momento, dopo tutti questi anni.

Io non voglio cercare di mettere in parole il motivo per cui questa cosa mi ha colpito così duramente. Ho già una sorta di prevenzione nei confronti di Everlong, anche se non sono neanche un super fan dei Foo Fighters. Ma sento che ho bisogno di commentare e condividere come Dave mi ha catturato: tutta la sua umiltà e autoironia, sostenendo il suo personaggio di eterno brontolone, il suo saper essere provocatorio e mai zerbino, il suo progressismo bonario, il suo amore per le cose che ci piacciono, la musica e il cinema, in particolare. Gli devo anche la scoperta di alcumi artisti, ospitando il meglio del rock e della musica alternativa per ltre 30 anni. Dave Letterman era divertente, e è stato portatore di una cultura popolare, ma mai "populista", non ha mai cercato facili consensi, semmai il contrario. Mi ha tenuto compagnia durante le notti insonni, strappandomi sorrisi e buon umore anche quando sarebbe stato difficile anche per il re dei clown. Un ottovolante di emozioni! In Italia solo Luttazzi ha tentato un esperimento simile, cercando di ricreare l'atmosfera che ha caratterizzato il Late Show sotto la guida di Letterman, ma abbiamo visto come è finita.

Tornando allo show finale, certo, si è abbandonato fino all'ultimo alla cultura della celebrità invitando alcuni suoi amici divi per la top ten conclusiva, ma in qualche modo è riuscito ad evitare facile sentimentalismi, tanto che fino agli ultimi quindici minuti o giù di lì sembrava una puntata regolare del Late Show, ed era quello che mi aspettavo: il David Letterman che ho conosciuto non avrebbe mai voluto fare un grand polverone (su se stesso) per il finale della sua carriera.
Oggi abbiamo la fortuna di avere You Tube, è possibile quindi rivederlo negli anni '80, dove forse risiede la sua roba davvero migliore: è un assaggio della cultura che regnava in quegli anni a New York, e che piano piano si è estesa in tutto il mondo, ed è abbastanza affascinante da rivivere.
Quindi oggi rendo omaggio a questo innovatore, che ha saputo mantenere il suo ego sotto controllo, a lui e al suo equipaggio, gli autori, e la piccola l'orchestra che lo ha sempre accompagnato: con la sua band preferita che suona la sua canzone preferita, mentre la commedia più importante degli ultimi 35 anni che ha balenato nelle nostre TV è andata per l'ultima volta in onda...





04/06/14

Arrivano i Vikings

Non sono proprio un appassionato di serie televisive. Quelle che ho seguito con assiduità ed interesse sono state The Walking Dead  e I Soprano, quest’ultima soprattutto per la presenza del grande James Gandolfini, uno dei miei attori feticci. Ma ora che arriva nel nostro paese, e in chiaro, (Rai 4) mi sento di poter fare un piccolo endorsment a favore di..Vikings, di cui ho già seguito le prime due serie in lingua originale, e in streaming qui. Intendiamoci: Vikings è puro intrattenimento, senza pretese intellettualoidi. Creata e scritta da Michael Hirst, la serie è prodotta da History e racconta le gesta del leggendario Ragnarr Loðbrók, figura mitica della cultura nordica, sulla cui reale esistenza non vi sono fonti certe. In chiave romanzata, certo. Vikings ha ambientazioni veramente interessanti, la ricostruzione storica degli usi, dei costumi e delle vicende del popolo vichingo, affidata alla storia singola di Ragnar Lothbrok, personaggio a metà fra lo storico e il leggendario, e che si fa parabola del popolo tutto, sono molto bene analizzati nei dettagli: l’organizzazione dei villaggi, la descrizione dei piccoli rituali dei vichinghi, la mitologia norrena presentissima e di fondamentale importanza, sempre ben dosata per apparire il più naturale possibile. Piace quest’attenzione per la credibilità storica che altrove – avevo provato a vedere Spartacus, ma proprio non ce l’ho fatta.. – è totalmente assente. E’ il peso di History che si fa sentire, senza irritare.

Una storia ricca di avventura, eroismo e scontri (fra culture e fra personalità), le scene di battaglia sono potentissime, violenza e sangue non ci vengono risparmiate, non ci sono scene mielose per pareggiare la brutalità del popolo vichingo (la scena del Blood Eagle è veramente..impressionante) mentre si evitano nudità e sesso gratuiti senza però farsele mancare, nei momenti giusti. La storia è avvincente: intrighi, tradimenti, crisi di fedeltà, nel potere, nelle relazioni, gli amici si trasformano in nemici, si formeranno e si romperanno alleanze nel nome della supremazia e del potere.. Gli attori sono tutti in parte, e risultano convincenti. Il protagonista è carismatico quanto basta, anche se Fimmel/Ragnar viene dalla moda, e l'immedesimazione nell'uno o nell'altro personaggio è inevitabile: su tutti Lagnar, personaggio fondamentalmente eroico ( avventuriero, sognatore, assetato di conoscenza e progresso), suo fratello Rollo, e un fantastico Floki genio pratico, costruttore di navi moderne e fedele amico.. Oltre al fascino esercitato dai vichinghi in sé, credo che fondamentale sia stata anche la componente mistico religiosa, che oltremodo invita ad approfondire i numerosi riferimenti ed eventi storici. Vikings non è certo una serie mainstream o superseguita, e probabilmente non è per tutti i gusti: ma è una serie riuscita, specie se considerato la doppia prospettiva, di intrattenimento seriale, e di prodotto di diffusione culturale. In definitiva, Ragnar ed i suoi costituiscono una metafora del mondo moderno, in evoluzione ed insofferente di fronte alla staticità di chi vuole preservare gli interessi di pochi ai danni di molti. I vichinghi di History sono pronti a sbattere in faccia ai potenti in crisi la loro mole di idee e nuove visioni del mondo..Già in lavorazione la terza serie, che arriverà nel 2015..



03/07/13

Zombie Vs Vampiri: 2.0

Addio vampiri. Dracula & co sono un’espressione dell’era moderna. Lo zombie, al contrario, incarna il postmoderno. E’ una contraddizione, un ossimoro ambulante: morto vivente. E un remake dell’individuo, e, come tutti i remake, è inferiore all’originale. Marcio. Una serie tv, The Walking Dead, ne celebra il grande ritorno.

Se il vampiro seduce, lo zombie terrorizza. Non a caso, in informatica, è usato come metafora dell’infezione virale: un pc compromesso da un cracker o infettato da un virus in maniera tale da permettere a utenti non autorizzati di assumere in parte o per intero il controllo viene definito, appunto, “zombie”. Di norma, il vampiro coesiste con gli esseri umani. Lo zombie ne segna l’estinzione. Come tale, rappresenta l’apocalisse. Negli ultimi cent’anni, il vampiro non è mai veramente cambiato. Lo zombie, invece, ha subito upgrade significativi: se quello romeriano d’annata 1968 procedeva lentamente, quello contemporaneo rilanciato dal Danny Boyle di 28 giorni dopo e dallo Zack Snyder di Dawn of the Dead - è uno sprinter, alla faccia del rigor mortis. Non c’é scampo. E nel contesto videoludico, il vampiro è sporadico, mentre lo zombie e pervasivo. Alcune delle saghe pin celebri - da Resident Evil a Left for Dead - ci costringono a fronteggiare orde di morti viventi in scenari allucinanti. Esiste tuttavia un medium che, fino a oggi, è rimasto relativamente al sicuro: la televisione. Forse perché il piccolo schermo, come ci ricorda Clay Shirky, é già morto, dominato com’e da logiche commerciali del Ventesimo secolo, infestato da figure grottesche e personaggi lobotomizzati. Le cose, tuttavia, stanno per cambiare. L’invasione televisiva é ufficialmente cominciata: The Walking Dead ha debuttato su AMC (il network che ha prodotto il meglio delle serie statunitensi, da Mad Men a Rubicon; in Italia la trasmette Fox Channel) ed è arrivato alla terza serie. Tratto dall’eccellente fumetto di Robeit Kirkman per Image Comics e prodotto da Frank Darabont (II miglio verde, TheMist), The Walking Dead è la realizzazione di un sogno, o meglio di un incubo collettivo. Ci troviamo di fronte alla prima vera meta-narrazione dello zombie, un racconto che diventa un’epica e che trascende i limiti strutturali del formato cinematografico. Per esempio, una durata non superiore alle due ore, una struttura episodica limitata, una caratterizzazione dei personaggi appena abbozzata. The Walking Dead realizza una convergenza mediale (fumetto-televisione) ma anche generica (è horror, western e drammatico). Eleva lo zombie a personaggio: il morto vivente non si perde nell’orda, ma acquista personalità propria, grazie all’incredibile make-up di Greg Nicotero. E come ogni opera postmoderna, The Walking Dead si produce in un’orgia di riferimenti all’immaginario filmico degli ultimi trent’anni.
Wired
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Sì. Lo zombie rinasce di nuovo nelle nostre città, nelle nostre piazze, figlio del disagio, incarna l’ansia e il male di vivere della popolazione, rappresenta la crisi dell’individuo vessato dal malgoverno e dalle inesistenti politiche sociali. Il suo incedere lento e orrorifico è reale e, lungi dallo spaventare le persone, è accolto con gioia, dalle persone presenti e dalla polizia che controlla la manifestazione. Il perché di tutto questo risiede nel fatto che la marcia claudicante dello zombie è foriera di Valore, è redenzione, rivalsa e ostinazione di un popolo vessato ma che è duro a morire, combatte ogni giorno trascinando la propria esistenza al limite delle possibilità di vita. È l’individuo che dopo essere stato ucciso dalla tirannia delle banche e dagli interessi del potere, dopo essere morto e sepolto nell’indifferenza delle grandi manovre economiche, scarnificato, vessato, ritorna a vivere, con grande dignità.

Franco La Polla e Giuliano Santoro, L’alba degli Zombie, che chiarisce esattamente le dinamiche in campo:
«Il potere ha inventato il terrore e il sovrannaturale è la conseguenza di una radicata tradizione di paura che il potere ha coltivato e instillato nel corso dei secoli. Certo, oggi nel 2011, ci sentiamo di aggiungere che il sovrannaturale è anche qualcos’altro che investe soprattutto una dispercezione del Reale provocata ad arte attraverso un diabolico matrimonio tra tecnologia e tecniche invasive di persuasione..».

La notte dei morti viventi ha anche il merito di sottrarre il cinema horror per usare le parole di Carpenter “all’abbraccio mortale del gotico e di trasportare l’orrore che, sino allora, era quasi sempre stato ritratto e identificato in un luogo “altro”, direttamente negli Stati Uniti d’America".
Se gli zombie degli anni '80 erano una chiara metafora dell'istupidimento della società, quelli contemporanei propongono due contrapposte visioni del mondo: da una parte la volontà di sopravvivere a tutti i costi in un mondo di zombie, con sparute comunità umane che devono rinunciare a ogni forma di tecnologia sociale, e difendere i pochi oggetti simbolici che li identificano come vivi. Dall'altra opposta la consapevolezza che, se davvero il mondo sta morendo, i ragazzi sono già pronti ad andare oltre: si dicono già-morti. E guardano cosa succede. A differenza dei vampiri, dove il male è estetizzato(fino a diventare.. irresistibile) la cultura zombie mortifica il corpo. L'orrore viene esposto ed esaltato, una sorta di ribellione come lo fu il punk, a questo mondo dove sembra invece indispensabile avere una totale cura di se e del proprio aspetto. La nuova morale zombie non è abbracciare la morte o la non-vita: si sentono dei sopravvissuti, rivendicano la possibilità di essere brutti.

C’è qualcosa di terribilmente malinconico nella strana esistenza di questi esseri: vestono ancora i camici da dottore, i pigiami in cui dormivano, la cravatta dell'ufficio.. Quando si accalcano contro una porta e iniziano a sbatterci contro, quasi con delicatezza, senza lamentarsi, non sono tanto diversi da quelli che fanno le file di fronte agli Apple Store per comprarsi l'ultimo modello IPhone. Lo zombie in fondo è il simbolo del consumismo americano e non ha nessun potere soprannaturale, nessun fascino, nessuna possibilità di redenzione: è l'ultimo degli schiavi. Ci assomigliamo e chiunque intorno a noi può trasformarsi in un Walking Dead. Barcollanti, con vestiti logori sembrano animali feriti pronti a sbranarsi tra loro, proprio come gli zombie vagano nei centri commerciali affamati di una fame che non si estingue mai. In ambedue i casi, vagano forse alla ricerca della loro vita passata.. Gli zombie emergono dalle tombe, a volte è un virus sintetizzato in un oscuro laboratorio che ci trasforma. E' semplicemente un’onda che va arginata e fatta esplodere senza rimorsi. Solo in ventotto Giorni dopo di Danny Boyle sono apparsi ..gli zombie 2.0: non ondeggiano come sonnambuli, ma sono veloci e agili, come babbuini con la rabbia. Si aggirano tra case abbandonate trasformate in rifugi in cui farsi e vivere, senza servizi igienici, tra sporcizia e distese di tappeti di siringhe. Nell'ortodossia, uno zombie lo evitiamo senza problemi, due anche, tre sono guai, ma quelli aumentano e alla fine inesorabilmente ti divorano. La massa, ignorante, ha sempre la meglio sull'intellettuale isolato. Non c’è altra morale..

S. King dice che tramite gli zombie, e l'horror in generale, l'essere umano instaura un rapporto dialettico con la propria ventura e inevitabile estinzione, e ha un valore consolatorio. Magari, nell'horror si trova, soprattutto per chi non possiede una fede religiosa, nessuna illusione nell'alida', la speranza che si possa rivivere tornando dalla morte, che è un tema primario nel genere...




La Tv pubblica norvegese, modello Pirate Bay

Eirik Solheim

<La TV modello Pirate Bay >

<<Ci costera una birra o due».
<<COSA?». <<Si, il software ha una licenza beerware>>.

Sono a una riunione e cerco di spiegare il costo del tracker di BitTorrent che abbiamo appena installato alla NRK, Norwegian Broadcasting Corporation. Non e facile. Ho passato settimane intere a illustrare perché il più grande gruppo televisivo pubblico in Norvegia dovesse utilizzare un sistema che si basa sullo stesso software che alimenta il sito di Pirate Bay. E ora devo far capire le nozioni fondamentali del beerware. <<Vedete, se mai incontrassimo il programmatore che ha realizzato il software, dovremmo offrirgli una birra. Questo è quanto. E’ tutto ciò che chiede>>.

Questo software ha aiutato l’emittente televisiva di proprietà del governo a distribuire terabyte di dati a migliaia di persone. Attraverso una tecnologia temuta dall’industria dei media, e tuttavia estremamente efficiente e solida, diffondiamo enormi quantità di contenuti a un costo totale di distribuzione vicino allo zero. E tutto questo costituisce solo un piccolo esperimento tecnico. Durante la riunione, mentre cercavo di spiegare il termine “beerware” a un responsabile aziendale, mi sono reso conto che davanti a noi si aprivano anni entusiasmanti. “Informare, educare e intrattenere”, sono queste le parole che il primo direttore generale della Bbc, John Reith, utilizzò nel lontano 1929 per descrivere il sistema radiotelevisivo pubblico. Questa definizione è ancora assolutamente valida. Ma cosa direbbe oggi? Internet ha democratizzato la distribuzione. Il progresso tecnologico ha democratizzato la produzione. Ora abbiamo possibilità che Mr Reith non aveva a disposizione. Condivisione e partecipazione, combinate ad abbondanza e libertà di scelta impossibili da immaginare ai suoi tempi. Noi della Norwegian Broadcasting Corporation, in quanto servizio pubblico, abbiamo la libertà di sperimentare con i contenuti in collaborazione con il nostro pubblico, senza essere limitati dai modelli tradizionali di business. Un esperimento recente è stato la trasmissione su uno dei nostri canali televisivi di un documentario di sette ore su un viaggio in treno attraverso il paese. Gli indici di ascolto sono stati da record, ma un altro risultato inatteso è che la gente si è “riunita” attorno al nostro documentario attraverso l’uso di Twitter e di altri strumenti di comunicazione sul web. Insomma, una sorta di enorme evento parallelo che non ha avuto inizio da noi. L’esperienza ci ha convinto a distribuire l’intero viaggio in free download, completo di una licenza Creative Commons che consente qualsiasi utilizzo e ridistribuzione. Cosi, non appena e terminata la discussione durante lo show, il testimone è passato alla creatività del dopo-trasmissione: in Rete il documentario si é arricchito di numerosi e interessanti progetti e video, prodotti gratuitamente dal nostro pubblico. Un altro esperimento é stato includere i file dei sottotitoli per i nostri show televisivi più popolari downloadabili via Internet. Il risultato é che tutti questi prodotti televisivi sono ora tradotti (in inglese e, in alcuni casi, in tedesco) dal nostro pubblico e, di nuovo, gratuitamente. Quando facciamo esperimenti cosi radicali, molti ci chiedono se non siamo spaventati di perdere il controllo. Ma sbagliano. Il futuro riguarda il pubblico. Il futuro riguarda il fatto che, se vuoi il controllo sui tuoi contenuti, devi essere il loro miglior distributore. 

Wired





16/03/13

Groupie: le canzoni

«La regola era sesso, droga e rock’n’roll. Noi eravamo il sesso».

La storia di molte di queste ragazze raccontata attraverso le canzoni a loro dedicate

«Crew Slut» Frank Zappa
Nella canzone del 1979 tratta dall’album Joe's Garage uno Zappa dissacrante come al solito mette in scena il reclutamento di una «sgualdrina del gruppo»: «Hey ragazze di questa città industriale! So che vi state annoiando dei pagliacci che abitano qui. Non vi rispettano e non vi trattano bene. Dovreste forse provare a seguire un consiglio da amici e diventare «sgualdrine del gruppo».
Se c’è un musicista rock che ha contribuito a creare e celebrare il mito delle groupie questo è stato proprio Zappa. Il suo genio musicale era pari alla sua incontinenza sessuale e si circondava di eserciti di amanti giovanissime disposte a tutto. Negli anni ’60, reclutò nel suo harem viaggiante forse la più famosa groupie di sempre, Pamela Ann Miller (in seguito Pamela Des Barres) che avrà tra le sue conquiste anche Jim Morrison, Mick Jagger, Jimmy Page, Keith Moon, Noel Redding, Gram Parson e in tempi più recenti Terence Trent D’Arby. Zappa convinse Pamela e le ragazze del suo entourage (che utilizzava anche come babysitter dei suoi figli) a fondare un gruppo rock chiamato The GTOs. La sigla era l’acronimo di Girls Together Outrageously, (Ragazze insieme oltraggiosamente) e furono la prima e, per fortuna, unica band di groupie della storia del rock. L’eclettico Frank produsse il loro album uscito nel ’69 e intitolato Permanent Damage, disco in cui compaiono anche, chissà perché, Jeff Beck, Ry Cooder e Rod Stewart. Pamela è poi diventata giornalista e ha scritto diverse memorie dei suoi anni al seguito dei grandi del rock. Zappa ha spesso celebrato e dileggiato il mondo delle groupie in pezzi dalla forte ironia misogina come Easy Meat (Carne facile) e Wet T-Shirt Nite (Notte delle magliette bagnate).

«She Came in Through the Bathroom Window» The Beatles
Più che una vera e propria groupie, Diane Ashley era quella che oggi definiremmo una stalker. Faceva parte di un gruppo di fan dei Beatles che passavano la loro vita a pedinare i Fab Four e stazionavano regolarmente davanti al quartier generale londinese della casa discografica dei Beatles, la Apple,tanto da guadagnarsi il nomignolo di Apple Scruffs (scarti di mela). La Ashley spese una significativa parte della propria adolescenza a seguire Paul McCartney che incontrò, si narra, 560 volte. La cifra è così precisa perché la ragazzina teneva un diario di ogni avvistamento. Un giorno però decise di passare all’azione e, con la complicità di un’amica, prese una scala entrando in casa di Paul a St. John's Wood, approfittando della finestra del bagno aperta. Aprì poi la porta alle amiche e insieme si impossessarono di qualche maglietta sporca e di souvenir assortiti, tra cui alcune fotografie. McCartney al momento dell’effrazione era negli Stati Uniti e, secondo alcune fonti, si fece restituire dalle fan una foto a cui era particolarmente affezionato. La vicenda ispirò She Came in through the Bathroom Window, canzone finita nell’album Abbey Road e resa celebre anche da Joe Cocker. Un onore forse immeritato per delle ladre. Ma Diane non ha rimpianti, sposata con 4 figli ha dichiarato dei suoi anni beatlesiani: «Non mi sono mai pentita per quello che ho fatto. Mi sono sempre divertita tantissimo».
George Harrison dedicò alle ossessive Apple Scruffs un’affettuosa canzone omonima inclusa nel suo album solista All Things Must Pass del 1970.

«Star Star» The Rolling Stones
Gli Stones sono stati tra i padri fondatori del mito delle groupie e ne descrivevano sommariamente, ma ruvidamente le imprese in questo brano del 1973, uno dei più volgari del loro repertorio. Il titolo originale era Starfucker,ma il nome fu cambiato per ordine della casa discografica. Compaiono comunque amenità ed eccessi vari («Ho visto le tue Polaroid, ecco quello che definisco osceno. Il tuo giochetto con la frutta era davvero divertente») nonché citazioni di personaggi famosi: «Ali McGraw ti odia perché hai fatto un lavoretto a Steve McQueen (…) Scommetto che ti farai John Wayne prima che muoia». Nel ’73 gli Stones erano reduci da uno dei loro tour più selvaggi, quello seguito all’album Exile on Main St. e che venne seguito anche per un breve periodo da Truman Capote in qualità di reporter. Testimone e protagonista di quegli anni selvaggi fu la groupie Chris O'Dell che non fu solo donna di corte,ma fu regolarmente assunta come assistente e poi divenne tour manager. Originaria dell’Arizona venne reclutata dall’entourage dei Beatles rimediando un lavoretto in Inghilterra alla Apple e diventando in seguito parte della cerchia più intima del quartetto e amante di Ringo Starr e George Harrison. In tour con gli Stones nel 1972, ebbe relazioni con Keith Richards, che riforniva di droghe, e con Mick Jagger che pretendeva in maniera esplicita che tutte le donne che lavoravano per gli Stones dovessero essere disposte a fare sesso con lui. La stessa O’Dell ha confessato che la sua popolarità presso le rockstar era forse dovuta al fatto che lei era una delle poche in grado di condividere con le rockstar le droghe, fatto che gli conquistò la stima e l’ammirazione di Richards. La O’Dell è una sorta di Forrest Gump del rock, assistette alle incisioni del White Album e Abbey Road, partecipò al coro di Hey Jude, compare sulla copertina di Exile on Main St., fu poi collaboratrice (e forse amante) di Bob Dylan, ebbe una relazione con Eric Clapton e lavorò con Santana, Phil Collins, Led Zepplin, Fleetwood Mac e la Electric Light Orchestra. A lei George Harrison dedicò nel 1973 la canzone Miss O’Dell.

«Living Loving Maid (She's Just a Woman)» Led Zeppelin
Dalla fine degli anni ’60 i tour dei Led Zeppelin si caratterizzarono per scene da basso impero i cui resoconti sono ormai la parte più scabrosa dell’aneddotica dell’epopea rock. Si racconta addirittura di un’orgia in un hotel di Seattle in cui vennero coinvolti alcuni squali appena pescati dalle acque dell’Oceano. Secondo Cynthia «Plaster Caster» la band inglese era come un’orda di barbari che attraversò l’America «saccheggiando e stuprando». Erano guidati da un manager senza scrupoli, Richard Cole, che il giornalista Nick Kent definì «decisamente terrificante», e da un promoter, Peter Grant, che agiva con metodi da boss della malavita. Robert Plant, Jimmy Page, John Paul Jones e John Bonham si comportavano come dei Caligola del rock, girando in motocicletta nei corridoi degli hotel, devastando camere, tirando televisioni giù dal balcone, aggredendo George Harrison a torte in faccia e bevendo quantità di alcol spropositate. Le groupie erano parte essenziale, ma anche vittime, di questa folle corte e finirono anche in diverse canzoni della band. Living Loving Maid (She's Just a Woman) è un brano del 1969 dedicato a una fan ossessiva e a caccia di soldi. In Sick Again del 1975 la band sembra più consapevole dello sfruttamento a cui molte ragazze giovanissime si sottoponevano per seguire i loro idoli. Gli eccessi alla fine costarono molto. John Bonham morì a 32 anni, Page e Plant divennero schiavi dell’eroina. Plant si è più tardi giustificato per i suoi anni selvaggi: «Ero molto giovane quando arrivai in America, avevo solo 19 anni. Quando incontrai le GTOs andai fuori di testa. Venivo dal nulla, da una città sconosciuta nelle Midlands e si presentarono davanti a noi queste bellissime ragazze che si spogliavano e si buttavano addosso a noi. E impazzimmo».

«Whole Lotta Rosie» AC/DC
«Voglio raccontarvi una storia, su una donna che conosco. Quando si parla di amore ruba la scena a chiunque».
Uno degli inni più memorabili firmati dagli AC/DC, tratto dall’album Let There Be Rock del 1977, è ispirato e dedicato a una groupie di nome Rosie con cui l’allora cantante del gruppo, il compianto Bon Scott, passò una notte infuocata al Freeway Gardens Motel di Melbourne. Scott la presenta come una dea del sesso,ma non ne nasconde le fattezze: «non è esattamente bella, né esattamente piccola». Il testo della canzone rivela che Rosie era un donnone di più di cento chilogrammi («19 stone») e cita delle misure più che giunoniche, 42-39-56, dimensioni che tradotte nei nostri centimetri diventano davvero importanti: 106-100-142. Fellini sarebbe stato contento. Bon Scott lo era anche di più e cantava: «Non ho mai avuto una donna come te». Il leader degli AC/DC però aveva la cotta facile. Sempre nell’album Let There Be Rock compare la canzone Go Down, ispirata a una celebre groupie australiana chiamataWendy. Scott la conobbe nel corso di un Festival. Era nota nel mondo del rock con un soprannome che era tutto un programma «bbra di rubino», la canzone lascia davvero adito a pochi dubbi. Scott, però, recita la parte del sedotto e abbandonato e intona
sconsolato i versi: «dove sei stata tutto questo tempo? Da quando te ne sei andata non faccio che bere whisky».

«We’re an American Band» Grand Funk Railroad
Oggi quasi dimenticati, i Grand Funk Railroad furono una delle band di riferimento della scena rock Usa all’inizio degli anni ’70. Il loro brano più memorabile è questa cavalcata in cui celebrano la loro vita on the road da divi della musica. La canzone paga pegno nei primi versi a una ragazza che di divi se ne intendeva davvero, Connie Hamzy. Per alcuni anni è stata un’istituzione nella scena americana e chiunque si esibisse nella sua città di Little Rock, in Arkansas, era destinato a richiedere le sue attenzioni. Tra gli altri tenne compagnia (per così dire) a Neil Diamond, Alice Copper, Huey Lewis, Willy Nelson, Geddy Lee dei Rush, Gene Simmons e Paul Stanley dei Kiss, Gregg Allman, Keith Moon, Don Henley, non mancano neppure il solito Frank Zappa e i soliti Led Zeppelin. Le sue avventure furono raccontate nel 1974 dalla rivista Cosmopolitan e nel 1992 rivelò tutti i dettagli più scabrosi della sua carriera a Penthouse confessando che l’amante più focoso che aveva mai avuto era stato Alex Van Halen (per una volta preferito al fratello Eddie) e il più deludente, per motivi strettamente anatomici, il chitarrista Peter Frampton. La Hamzy rivelò anche di aver ricevuto pesanti avance da Bill Clinton all’epoca in cui era governatore dell’Arkansas. Clinton fu costretto a smentire ufficialmente e diramò una versione alternativa dei fatti, corroborata da testimonianza firmate, secondo cui la intraprendente groupie si era spogliata davanti a lui. «È ancora una leggenda a Little Rock - ha dichiarato di recente un proprietario di un rock club della città -. Ogni volta che c’è un buon concerto viene qui prima dello show, si fa versare uno chardonnay e ci racconta queste straordinarie storie sulla sua vita». Chi voleva ambire al titolo di «american band», come i Grand Funk Railroad, non poteva non ricevere la sua approvazione.

«Lady Grinning Soul» David Bowie
Definire Claudia Lennear una groupie e forse è un po’ ingeneroso, certo fu modella di Playboy, donna di irresistibile sensualità, cantante di classe, amante e musa di grandi rockstar. Era una soul singer di talento e lavorò come corista per Ike e Tina Turner, gli Humble Pie, Leon Russel, Joe Cocker, incidendo anche l’album solista Phew nel 1973. Riuscì a stregare David Bowie che le dedicò la ballata Lady Grinning Soul (la signora sorridente del soul), pubblicata nel 1973 nell’album Aladdin Sane. Bowie ai tempi aveva come responsabile delle pubbliche relazioni un’altra celebre groupie che si faceva chiamare Cherry Vanilla (anch’essa amante del Duca Bianco) che spesso ospitava la coppia nella sua casa di New York in una stanza da letto con la tappezzeria rosa circondata da specchi e rifornita di sex toys. Bowie aveva conosciuto Claudia grazie al suo grande amico Mick Jagger che la frequentava dal 1968. Si narra,ma qui la questione è più controversa, che l’ammaliante Lennear fosse stata anche la vera ispirazione per il classico degli Stones Brown Sugar.

«Summer of ’68» Pink Floyd
Anche una delle canzoni più note dei Pink Floyd tratta da Atom Heart Mother è dedicata alle groupie. La band era lontana forse dagli eccessi degli Stones e dei Led Zeppelin,ma non era estranea all’abitudine di circondarsi di ragazze intraprendenti. Il brano è scritto da Richard Wright: «Ci siamo detti addio prima di dirci ciao. (...) Domani arriva un’altra città e ci sarà un’altra ragazza come te». 

«Look away» Iggy Pop
«Sono andato a letto con Sable quando aveva 13 anni. I suoi genitori erano troppo ricchi per fare qualcosa. Si fece strada a Los Angeles finché un New York Doll la portò via». Nel suo album del 1996 Naughty Little Doggie, Iggy Pop racconta la storia di Sable Starr che fu nota negli anni ’70 come la regina delle groupie di Los Angeles. Iniziò a frequentare giovanissima e ancora minorenne i club di LA diventando nota come la «baby groupie».
Senza curarsi molto della sua età, le rockstar facevano a gara a conoscerla. Un’altra groupie, Bebe Buell (mamma di Liv Tyler) disse che «ogni rocker che arrivava a Los Angeles voleva incontrarla». In un’intervista del 1973, Sable dichiarò di aver avuto relazioni con i Led Zeppelin, David Bowie, Mick Jagger, Rod Stewart, Marc Bolan e Alice Cooper. Arrivò alle mani con la moglie di Mick Jagger, Bianca, che pure era al corrente delle infedeltà del marito. Si fidanzò poi con Johnny Thunders chitarrista dei New York Dolls con cui ebbe una tormentata storia d’amore autodistruttiva tra droga e violenza. L’esperienza con Thunders mise fine ai suoi giorni da «regina delle groupie» della West Coast. «Anni più tardi - canta Iggy - Thunders morì al verde, Sab è tornata a casa e ha avuto un bambino».

«Plaster Caster» Kiss
Cynthia Albritton divenne nota come «Plaster Caster», l’ingessatrice. Trasformò le sue passioni per il sesso e le rockstar in una forma d’arte. A partire dalla fine degli anni ’60 iniziò a frequentare le maggiori celebrità musicali dell’epoca chiedendo loro di immortalare i loro genitali in un calco di gesso. Jimi Hendrix fu la sua conquista più prestigiosa, ma fu Frank Zappa che rimase impressionato dall’idea e introdusse Cynthia a molti protagonisti dell’epoca. Zappa pensò addirittura di creare un’intera collezione per una futura grande esposizione ma il progetto non si concretizzò. Nella raccolta compaiono calchi tra gli altri di Noel Redding, Eric Burdon, Wayne Kramer e Jello Biafra. A quanto pare però nessuno può competere con quello del grande Jimi. I Kiss le dedicarono una canzone nel 1977 anche se nessuno della band, neppure Gene Simmons, autore del brano e notorio sex-addicted, si prestò mai all’operazione. Cynthia, che fu anche amante di Keith Moon ed ebbe un incontro burrascoso con i Led Zeppelin, raccolse rifiuti eccellenti tra cui quello di Eric Clapton nonostante i buoni uffici di Zappa. Ha proseguito questo hobby come forma d’arte e ultimamente ha raccolto calchi di seni di artiste e musiciste tra cui Peaches. A lei è dedicata anche la canzone Five Short Minutes di Jim Croce. È citata anche in un brano di Caparezza, La rivoluzione del sessintutto.

«I Need Lunch» Dead Boys
Anche il punk ha avuto le sue groupie. Siouxsie Sioux, all’anagrafe Susan Janet Dallion, fu una delle ragazze dei Sex Pistols e divenne poi protagonista della scena musicale inglese. Nancy Spungen fu vicina a band quali Aerosmith, New York Dolls e Ramones, si fidanzò poi con il bassista dei Pistols, Sid Vicious e il loro amore finì nel dramma. Lydia Lunch, musicista, scrittrice, attrice, performer, fu da giovanissima l’amante di tutti i membri della punk band dei Dead Boys di Stiv Bators che in Young Loud and Snotty, album d’esordio del 1977, le dedicarono il brano I Need Lunch («No baby, non ho bisogno di romanticismo - canta Stiv Bators - voglio solo infilarmi nei tuoi pantaloni»)

G.M. Alias




She Came In Through The Bathroom Window, cover di Joe Cocker, fu anche la sigla di apertura di Avventura, storico e mitico programma della Rai della seconda metà degli anni '70, a cura di B. Modugno e S. Dionisi. Programma di formazione di una generazione, che ricordo con gioia,Avventura era una trasmissione dedicata ai documentari, tutti di produzione RAI, sulla natura e alle imprese di esplorazione in luoghi impervi o sconosciuti, alla scoperta di popoli lontani, ed a culture diverse. Un vero viaggio intorno al mondo in un palinsensto televisivo che dimostrava una sensibilità didattica ed educativa ormai persa nel tempo. Attraverso la visione di quella trasmissione molti giovani si ritrovarono per la prima volta faccia a faccia con antiche popolazioni, scoprirono affascinanti figure storiche (dai Faraoni ai Re e Imperatori di Roma..) , fino ad argomenti più "particolari" come il deja-vu e la reincarnazione. La sigla di chiusura era A Salty Dog dei Procol Harum. Come a dire di come sia cambiata e peggiorata, di molto, la tv dei giorni nostri..


24/01/13

Corrado Guzzanti ringrazia

Anche se non ne avevamo fatto menzione in questo blog, abbiamo partecipato e sostenuto a livello personale e su varie piattaforme e social in giro per la rete l'appello a favore di Corrado Guzzanti, e contro  L’Associazione dei telespettatori cattolici (Aiart), che aveva denunciato appunto, secondo il  costume bacchettone e retrogrado degli integralisti religiosi, Corrado, reo di aver offeso il 'LORO SENTIMENTO RELIGIOSO' nello show andato in onda qualche settimana fa su la7. Le firme a sostegno della petizione per la non rimozione di Guzzanti dai palinsesti televisivi e per il diritto alla libertà di satira sono state promosse e raccolte da Articolo21 e Change.org. Sotto, il comunicato di S. C., che si è prodigato su Change e la lettera che Guzzanti ha scritto a tutti 'noi'.
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Vittoria doppia, anzi tripla. E qualche volta vale la pena di gioire pubblicamente dei risultati ottenuti per campagne di libertà che si combattono con convinzione. La petizione per Corrado Guzzanti ha raccolto oltre 54mila firme. L’Associazione dei telespettatori cattolici (Aiart) ha ritirato la denuncia. Guzzanti ci ha scritto una splendida lettera (che puoi leggere sotto) per ringraziare te e quanti hanno promosso e firmato l’appello e per dire la sua sulla satira in un paese che dovrebbe essere “laico e democratico” ma troppo spesso appare come uno “stato teocratico”.
Oltre al positivo esito finale della vicenda, la petizione su Change.org ha messo in evidenza che tanti cittadini non accettano né bavagli né censure e che quella per l’informazione libera (e la libera satira) è una battaglia irrinunciabile di democrazia. "Chi lotta può perdere, chi non lotta ha già perso", scriveva un noto rivoluzionario, medico argentino.

Anche un appello individuale può essere una piccola grande lotta per ottenere un diritto, denunciare un sopruso, ristabilire un principio elementare di giustizia e di verità.

S. C.
Change.org.

Ecco la lettera che ci ha inviato Corrado Guzzanti:

“Un enorme grazie agli amici di Articolo21 e di Change.org, per aver promosso la petizione in mia difesa e a tutti quelli che l’hanno diffusa e firmata. Con l’occasione ringrazio anche molti giornalisti che hanno preso le mie parti scrivendo della querelle tragicomica di Padre Pizzarro. Ciò detto è probabile che abbiamo sopravvalutato tutti le minacce dell’Aiart, associazione che pretende di rappresentare i telespettatori cattolici, di cui né io, né voi, né i telespettatori cattolici avevamo mai sentito parlare.

Vorrei innanzitutto precisare, anche se è stato già fatto altrove, che La7 non stava mandando in onda un mio nuovo programma, ma la ripresa televisiva di uno spettacolo teatrale del 2010, già replicato su Sky decine di volte, e anche in chiaro sul canale del digitale terrestre “Cielo”, pubblicato in DVD, presente da tempo su youtube etc. L’Aiart poteva legittimamente non esserne a conoscenza, o essere stato appena fondato e voler recuperare il tempo perduto, ma non lo era neanche del fatto che i reati di opinione, insieme al vilipendio ecc. sono stati fortemente ridimensionati nel nostro ordinamento. Gli attuali limiti della satira, si parli di politica o di religione, si riducono sostanzialmente alla calunnia o all’insulto personale, per i quali la legge, come è noto, prevede il diritto di querela. Dunque paradossalmente avrei più speranze io di sfidare l’Aiart in tribunale per le parole offensive che mi rivolge nei suoi comunicati, senonché l’ultimo di ieri, in cui si dice soddisfatta delle mie scuse, estorte per gioco in una gag de “Le Iene”, mi ha riempito il cuore di tenerezza.

In merito all’offesa confesso di non capire esattamente cosa sia il “sentimento religioso” perché sfortunatamente non ne sono dotato. Ho sempre pensato che essere intimamente credenti non possa essere troppo diverso dall’essere intimamente liberali, o socialisti, o vegani. Si tratta di amare e riconoscersi in delle idee, in una visione della società e del mondo, e le idee non sono sacre e intoccabili solo perché noi crediamo così fortemente in esse; vivono nel dibattito pubblico, confrontandosi e dovendo convivere con idee diverse e a volte opposte. Spero di non offendere nessuno se affermo che l’esistenza di un creatore, l’inferno, il paradiso, l’immortalità dell’anima, il giorno del giudizio ecc. siano, fino a spettacolare prova contraria, soltanto delle idee, delle opinioni che si è liberissimi di sostenere purché non si tenti di imporle agli altri come un tabù inviolabile.

Che il sentimento religioso non possa reclamare una superiore legittimità, perché supportato, mi dicono, da pervasiva e speciale intuizione, appare evidente dal fatto che le credenze religiose sono tante, più di quelle da cucina dell’Ikea, e producono purtroppo affermazioni contrastanti. Un buddista e un cattolico, egualmente persuasi della loro fede, saranno certi di saperla molto lunga sull’origine e il senso dell’uomo e dell’universo, ma almeno uno di loro, al momento del trapasso, avrà una sorpresa. Ciò dovrebbe suggerire che convinzione “sentimentale” profonda e verità siano sostanzialmente due cose diverse.
Si obietterà, magari stavolta tra i denti, che l’unica fede valida sia la nostra (e raramente qualcuno insorge perché sia stata offeso il sentimento religioso di qualcun altro), eppure non tutti i credenti si offendono, alcuni addirittura ridono, e spero che L’Aiart non pensi che a persone di questo genere siano capitati in sorte una fede o un sentimento di serie B.

Mi conforta che questa associazione limiti la sua vigilanza ai nostri canali generalisti; al confronto di ciò che osa la satira in Inghilterra, in Francia o negli Stati Uniti, il mio Padre Pizzarro fa la figura del tenero Giacomo della Settimana Enigmistica. Ma il nostro è un paese “laico e democratico” dove un presidente del consiglio che nessuno di noi ha eletto, come primo atto ufficiale va a porgere i suoi omaggi al Papa. E il motivo per cui io e i miei colleghi scriviamo e recitiamo cose come “Padre Pizzarro” è che l’Italia sembra spesso uno stato teocratico “di fatto”. Solo pochi anni fa un ministro dell’istruzione avanzava, con un certo successo, la proposta di abolire Darwin dall’insegnamento scolastico per rispetto ai creazionisti, che ancora ci devono spiegare (come diceva un noto comico americano) perché Dio prima di creare l’essere a sua immagine e somiglianza si sia gingillato per milioni di anni coi dinosauri. Dunque non mi stupisce troppo che una minoranza di ferventi religiosi, invece di limitarsi a cambiare canale, si senta in diritto di chiedere una punizione legale, e questo rende, e temo renderà ancora, iniziative come la vostra necessarie a difendere e ribadire civilmente la libertà di tutti. In molti anni di televisione non credo di essermi guadagnato la fama del provocatore seriale, a caccia di polemiche per ottenere attenzioni e notorietà, né quella di un comico particolarmente violento o volgare. Ho sempre fatto il mio lavoro seguendo il mio “sentimento satirico”, parlando di tutto e di tutti nel modo più libero che mi è stato e che mi sono concesso. So inoltre cosa significhi sentirsi indignati. Le affermazioni fatte da esponenti di quel mondo, o da politici che, più o meno sinceramente, parlano e decidono in sua difesa, delle nostre scelte in materia di sessualità, diritti, vita e morte, mi hanno offeso numerose volte e continuano ad offendere il mio sentimento laico. Per questo ogni tanto Padre Pizzarro parla ed altri oltre a lui e dopo di lui parlano e parleranno.
Grazie ancora a tutti. Vi abbraccio.”

Corrado Guzzanti


15/10/12

The Walking Dead, terza stagione

A noi, piace assai..

La serie tv The Walking Dead, oltre a essere uno dei successi degli ultimi anni, è una perla rara per gli appassionati di fumetti. Chi segue da tempo il fumetto della Image Comics da cui è tratta può dividersi in due fazioni, come spesso accade in questi casi: chi vorrebbe un adattamento fedelissimo, chi – la maggioranza, pare – invece si aspetta qualcosa di più. Ecco, il serial della Amc riesce a dare quel qualcosa in più in termini di colpi di scena, emozioni, personaggi, scontentando pochi fan. Se a grandi linee la trama portante è quella, efficacissima, del fumetto (il comic in bianco e nero più venduto d’America), nelle due stagioni finora andate in onda la serie tv si discosta in maniera originale e brillante. E aggiunge nuovi personaggi come i fan-favourites Merle Dixon (Michael Rooker), abbandonato a morire nella prima stagione ma di ritorno nella terza, e il fratello Daryl (Norman Reedus), grande sorpresa delle scorse puntate. Se può spiazzare, il vedere alcuni volti amati dai lettori dei comics soccombere ai pericoli dell’apocalisse zombie in corso molto prima del previsto, di certo questo aggiunge quell’imprevedibilità che rende il serial un’esperienza nuova e intrigante anche per chi conosce a menadito i comics.

La terza stagione, 16 episodi in onda in Usa dal 14 ottobre e in Italia su Fox dal giorno dopo, sembra sarà ambientata poche settimane dopo la seconda. Da un lato è certa la presenza della nuova ambientazione principale che i lettori dei fumetti si aspettavano: una prigione abbandonata circondata da zombie, in un gigantesco set costruito appositamente. Inoltre saranno del cast due personaggi già cult per i lettori, la spadaccina Michonne e il crudele villain noto come il Governatore. La prima l’abbiamo intravista nel finale della seconda stagione, interpretata da Danai Gurira, mentre andava in giro con due zombie sdentati al guinzaglio e una katana. Il secondo ha il duro volto dell’inglese David Morrisey ed è il leader di un’altra comunità di sopravvissuti che andrà inevitabilmente in collisione con quella guidata dal protagonista della serie, il poliziotto Rick Grames/Andrew Lincoln. D’altro canto, c’è veramente la possibilità che accada di tutto, ancor più quando altri esseri umani disperati entrano sulla scacchiera. Dopotutto, il motto della nuova stagione è “Fight the dead, fear the living”: come nella tradizione della narrativa post-apocalittica, il vero nemico è l’essere umano disperato e disposto a tutto pur di sopravvivere. Gli zombi hanno devastato il mondo ma pare siano gli umani rimasti in circolazione a terminare l’opera.

Come nasce questo effetto sorpresa lo racconta Robert Kirkman, cocreatore della serie a fumetti, edita in Italia da Saldapress: “ Non facciamo altro che guardare ai comics e notare cosa funziona e cosa no, in base a cosa si è già visto nel serial televisivo. Ad esempio, ci sono personaggi che abbiamo già mostrato e sono morti, che nei fumetti hanno un ruolo importante nella prigione. Adattandoci, inventiamo nuovi colpi di scena e cambiamenti nella trama generale, andando poi nel dettaglio dei singoli episodi”. Di recente, Kirkman ha raggiunto un accordo con il disegnatore dei primi numeri, Tony Moore, dopo che questi gli aveva fatto causa per i diritti dei personaggi accusandolo di avergli sottratto migliaia di dollari. Insomma, sono sempre gli umani i primi a scannarsi tra loro.


È una serie post-televisiva, concepita per una fruizione nomade, su piattaforme come tablet e telefonini, distribuita via iTunes e Xbox Live, svincolata da ogni “palinsesto” (nozione obsoleta come il tragico duopolio Rai-Mediaset, espressione di una cultura feudale e retrograda). Una serie che può già contare su una comunità di freaks & geeks che esaminano ogni scena, inquadratura e “schermata”, sul modello di Lost, e condividono informazioni in Rete, perché la visione, quella vera, ha luogo su Internet, non in tele-visione.

Wired.it


24/09/11

Caprica

58 anni prima degli avvenimenti della miniserie di Battlestar Galactica, le 12 colonie di Kobol tentano di mantenere quieti rapporti diplomatici, nonostante uno strisciante fanatismo religioso e un non velato razzismo fra gli abitanti. Questo difficile clima sfocia in un attentato in cui tragicamente periscono Zoe Graystone, viziata ma geniale figlia del magnate della tecnologia Daniel Graystone e Tamara e Shannon Adams, figlia e moglie dell’avvocato originario di Tauron Joseph Adams. Il lutto e una sconcertante scoperta su Zoe da parte di Daniel avvicineranno le due famiglie e cambieranno per sempre le loro vite.

Cos'è Caprica?

Caprica e’ ambientato circa 50 anni prima di Battlestar Galactica. Caprica e’ un family drama che e’ ambientato in un mondo fantascientifico. Non e’ uno space drama, anche se ci sara’ anche lo spazio. Caprica, in fondo, non e’ altro che la storia della creazione dei Cylon e di come i Cylon sono stati sviluppati all’inizio, quindi e’ proprio l’inizio della fine.
E’ una serie totalmente diversa da Battlestar Galactica. Ha un tono diverso, un ritmo diverso, e ha un aspetto diverso e un diverso punto di vista.
Il motivo per cui io e Ron abbiamo scelto questo particolare momento di Caprica e’ perche’ e’ proprio il culmine della societa’ di Caprica che inizia a disintegrarsi e cadere in pezzi. Rendendosi in qualche modo vulnerabile a quella che alla fine sara’ l’ascesa dei Cylon.
Caprica non e’ una serie di azione/avventura. Caprica e’ ambientata prima della Guerra, Caprica parla di una societa’ in pace. Caprica ci racconta di persone che vivono la propria vita senza vedere come i semi della propria distruzione siano attorno a loro.
So che i fan di Battlestar Galactica lo guarderanno e vedranno quel qualcosa in Caprica da fargli dire: “Oh, mio Dio! Oh, mio Dio! Ecco come e’ successo!”. Ma quello di cui ci siamo preoccupati io e Ron e’ stato assicurarci di portare ad un pubblico differente la stessa filosofia dietro Battlestar Galactica, cioe’ che guardando qualcosa che e’ al di fuori del nostro tempo possiamo riflettere sul nostro tempo.

Fonte: Video “What the frak is Caprica. Traduzione di ITASA. 


IL PILOT

E’ ambientato 58 anni prima della caduta delle dodici colonie e narra la storia di due uomini. L’esperto di robotica militare Daniel Graystone (Eric Stoltz) e l’avvocato Joseph Adams (Esai Morales) accomunati da una tragedia, la perdita dei propri cari, che li costringe a riconsiderare il significato della famiglia nelle proprie vite. Entrambi infatti hanno perso una figlia in un attentato terroristico di matrice religiosa.
Le prime scene sono incentrate sulle figlie adolescenti dei due uomini e potranno far storcere il naso a qualche spettatore ma ben presto ci si accorge che il tema principale è un’altro. Siamo in presenza, anche questa volta, di una storia ben scritta e ben sceneggiata e il filo degli eventi diviene interessante. Dopo l’attentato Daniel scopre che sua figlia, Zoe, aveva creato un proprio avatar nel suo computer, un avatar estremamente sofisticato, una simulazione virtuale quasi perfetta delle sue conoscenze e della sua personalità. Tale scoperta è così impressionante che convince Daniel della reale possibilità di far rivivere Zoe portandola nel mondo reale costruendole un corpo robotico e offre questa possibilità anche a Joseph, in cambio del suo aiuto.
Questa proposta mette Joseph dinanzi ad un dilemma simile a quello di Adamo nel paradiso: assaggiare il frutto proibito o rassegnarsi alla realtà dei fatti ed accettare la morte di sua figlia. A differenza di Daniel, Joseph però ha ancora un altro figlio di 11 anni, William, che in futuro crescerà e diverrà il comandante della Galactica.
Stoltz e Morales interpretano con grande maestria due uomini che intraprendono strade emotivamente opposte. Adams alla fine affronta la tragedia che lo ha colpito riscoprendo ciò che per lui conta di più, l’amore di suo figlio e il suo retaggio, tanto da rivelargli il suo vero cognome, Adama. Per tanto tempo tenuto nascosto per evitare l’intolleranza strisciante dei Capricani per i Tauriani.
Daniel invece si immerge nel lavoro lasciando che il dolore lo corrompa. Stoltz riesce a ben interpretare un uomo che alla fine sceglie di ignorare la perdita per sfruttarne le opportunità che gli vengono offerte. Con agghiacciante distacco, Daniel va avanti nella sua ricerca che lo conduce alla creazione del primo Cylon.
Nel 1978, la serie classica era una sorta di estensione televisiva di “Star Wars” e quindi trattava il tema del bene contrapposto al male. La serie reimmaginata ha ridefinito questo concetto rendendolo più sfumato ma è rimasta comunque una space opera.

Caprica è qualcosa di ancora diverso, la si potrebbe paragonare a Gattaca perché descrive le potenzialità di un futuro tanto vicino al nostro tempo, con l’infusione di elementi di “Matrix” e “Terminator”. Sicuramente non è una serie alla “Portami su Scotty” per usare una frase usata da Morales in un dietro le quinte del pilot, cioè non ci sono molti elementi d’azione, non ci sono alieni, né battaglie spaziali. Si tratta di un vero e proprio dramma con scene di sesso esplicito, omicidi ed intrighi.
Alla fine Caprica parla del futuro dell’umanità qui sulla Terra, dei pericoli del progresso tecnologico senza morale, del progressivo disfacimento della linea di demarcazione tra giusto e sbagliato, del pericoloso connubio sempre più spinto tra carne e circuiti, del pericolo della nostra arroganza. Tutto questo viene legato assieme con un filo sottile all’universo di “Galactica”. Insomma Caprica è qui, Caprica è adesso.