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16/11/15

Parigi: no agli sciacalli. Il vero protagonista del conflitto è il mondo islamico.

Map by Laura Canali (click per ingrand.)

Urla, schiamazzi, strepiti, amenità e stupidità di sciacalli, e spacciatori di ignoranza e fanatismo. Ma lasciamo stare e cerchiamo di capire.. Senza dubbio trovo quest'articolo degno: alcune cose che penso sono quì ben scritte ed esplicate, ma la discussione è più che aperta.. 

di Mario Giro - Limes
 Parigi: il branco di lupi, lo Stato Islamico e quello che possiamo
Dopo il lutto e la condanna della barbarie per gli attentati del 13 novembre, ricordiamoci che il vero protagonista del conflitto che stiamo vivendo non è l’Occidente ma il mondo islamico. Le nostre priorità: rimanere in Medio Oriente e spegnere la guerra di Siria. 
Di fronte alla strage di Parigi, il primo atteggiamento giusto è dolore e lutto per le vittime assieme a tutta la nostra solidarietà e commozione per un paese fratello e una città simbolo della convivenza e dei valori europei. Subito dopo, è opportuna la più totale e ferma condanna per tali barbari attentati che nulla può – nemmeno indirettamente – giustificare. È indispensabile essere uniti nel ripudio assoluto del jihadismo e del terrorismo islamico contemporanei, chiedendo a tutti, musulmani inclusi, di far propria una incondizionata e radicale riprovazione. Infine occorre mettere in campo tutta l’intelligenza, la lucidità e la calma possibili, al fine di capire ciò che sta accedendo per trovare le misure adeguate. È da irresponsabili mettersi a gridare o agitarsi senza criterio: occorre prima pensare e comprendere bene. Se i barbari sono tra noi, c’è un’origine di tale vicenda, una sua evoluzione e – speriamo presto – un rimedio. Siamo in guerra? La guerra certo esiste, ma principalmente non è la nostra. È quella che i musulmani stanno facendosi tra loro, da molto tempo. Siamo davanti a una sfida sanguinosa che risale agli anni Ottanta tra concezioni radicalmente diverse dell’islam. Una sfida intrecciata agli interessi egemonici incarnati da varie potenze musulmane (Arabia Saudita, Turchia, Egitto, Iran, paesi del Golfo ecc.), nel quadro geopolitico della globalizzazione che ha rimesso la storia in movimento. Si tratta di una guerra intra-islamica senza quartiere, che si svolge su terreni diversi e in cui sorgono ogni giorno nuovi e sempre più terribili mostri: dal Gia algerino degli anni Novanta alla Jihad islamica egiziana, fino ad al-Qaida e Daesh (Stato Islamico, Is). Igor Man li chiamava “la peste del nostro secolo”. In questa guerra, noi europei e occidentali non siamo i protagonisti primari; è il nostro narcisismo che ci porta a pensarci sempre al centro di tutto. Sono altri i veri protagonisti. L’obiettivo degli attentati di Parigi è quello di terrorizzarci per spingerci fuori dal Medio Oriente, che rappresenta la vera posta in gioco. Si tratta di una sorta di “guerra dei Trent’anni islamica”, in cui siamo coinvolti a causa della nostra (antica) presenza in quelle aree e dei nostri stessi interessi. L’ideologia di Daesh è sempre stata chiara su questo punto: creare uno Stato laddove gli Stati precedenti sono stati creati dagli stranieri quindi sono “impuri”. L’Is sta combattendo un conflitto per il potere legittimandosi con l’arma della “vera religione”. Concorre ad affermarsi presso la Umma musulmana (la “casa dell’islam”, che include le comunità musulmane all’estero) quale unico vero e legittimo rappresentante dell’Islam contemporaneo. Questo nel linguaggio islamico si chiama fitna: una scissione, uno scisma nel mondo islamico. Per capirci: una guerra politica nella religione, che manipola i segni della religione, così come i nazisti usavano segni pagani mescolati a finzioni cristiane. Infatti l’Is, come al-Qaida, uccide soprattutto musulmani e attacca chiunque si intromette in tale conflitto. Per chi ha la memoria corta: al-Qaida chiedeva la cacciata delle basi Usa dall’Arabia Saudita e puntava a prendersi quello Stato (o alternativamente il Sudan e poi l’Afghanistan in combutta coi talebani). Daesh pretende di più: conquistare “cuori e menti” della Umma; esigere la fine di ogni coinvolgimento occidentale e russo in Siria e Iraq; creare un nuovo Stato laddove esisteva l’antico califfato: la Mesopotamia. Geopoliticamente c’è una novità: al-Qaida si muoveva in una situazione in cui gli Stati erano ancora relativamente forti; l’Is approfitta della loro fragilità nel mondo liquido, in cui saltano le frontiere. In sintesi: non esiste lo scontro tra civiltà ma c’è uno scontro dentro una civiltà, in corso da molto tempo. Per utilizzare un linguaggio da web: oggi nella Umma il potere è contendibile. A partire da tale fatto incontestabile, due questioni si impongono all’Occidente e alla Russia. La prima è esterna e riguarda la presenza (politica, economica e militare) in Medio Oriente: se e come starci. La seconda è interna: come difendere le nostre democrazie, basate sulla convivenza tra diversi, allorquando i musulmani qui residenti sono coinvolti in tale brutale contesa? Come preservare la nostra civiltà dai turbamenti violenti della civiltà vicina? Se ci limitiamo a perdere la testa, invocando vendetta senza capire il contesto, infilandoci senza riflessione sempre di più nel pantano mediorientale e utilizzando lo stesso linguaggio bellicoso dei terroristi, non facciamo niente di buono. Potremmo anzi concedere allo Stato Islamico la resa del “nostro” modello di convivenza, per entrare nel “loro” clima di guerra. Occorre innanzitutto proteggere la nostra convivenza interna e la qualità della nostra democrazia. Serve più intelligence e una maggiore opera di contrasto coordinata tra polizie, soprattutto nell’ambito delle collettività immigrate di origine arabo-islamiche, che rappresentano un’importante posta in gioco del terrorismo islamico. Da notare anche che tali attentati si moltiplicano proprio mentre lo Stato Islamico perde terreno in Siria. Contemporaneamente occorre conservare il nostro clima sociale il più sereno possibile. Mantenere la calma significa non cedere ai richiami dell’odio che bramerebbero vendetta, che per rancore trasformerebbero le nostre città in ghetti contrapposti, seminando cultura del disprezzo e inimicizia. Le immagini del britannico che spinge la ragazza velata sotto la metro di Londra fanno il gioco di Daesh. Sarebbe da apprendisti stregoni incoscienti rendere incandescente il nostro clima sociale, provocare risentimenti eccetera. Così regaliamo il controllo delle comunità islamiche occidentali ai terroristi, cedendo alla loro logica dell’odio proprio in casa nostra. Per dirla col linguaggio politico italiano: mostrarci più forti del loro odio non è buonismo complice, è parte della sfida. Il “cattivismo” diventa invece oggettivamente complice perché appunto fa il gioco dello Stato Islamico. In secondo luogo, dobbiamo darci una politica comune sulla guerra di Siria, vero crogiuolo dove si formano i terroristi. Imporre la tregua e il negoziato è una priorità strategica. Solo la fine di quel conflitto potrà aiutarci. Aggiungere guerra a guerra produce solo effetti devastanti, come pensa papa Francesco sulla Siria. Finora abbiamo commesso molti errori: l’Occidente si è diviso, alcuni governi si sono schierati, altri hanno silenziosamente fornito armi, altri ancora hanno avuto atteggiamenti ondivaghi, non si è parlato con una sola voce agli Stati vicini a Siria e Iraq eccetera. L’Italia ha dichiarato da oltre due anni che Iran (ricordate ciò che disse Emma Bonino prima di Ginevra II?) e Russia (ricordate le accuse a Federica Mogherini di essere filorussa?) andavano coinvolti nella soluzione. Matteo Renzi l’ha più volte ripetuto, facendone una politica. In parlamento se n’è dibattuto. Non siamo stati ascoltati, almeno finora. Tuttavia (finalmente!) le riunioni di Vienna con Russia e Iran possono far ben sperare: oggi tutti ci danno ragione. Meglio tardi che mai: il governo italiano è totalmente impegnato nella riuscita di un reale accordo. Nel nostro paese ci sono stati anche paralleli sforzi di pace e dialogo: dalle riunioni di Sant’Egidio con l’opposizione siriana non violenta, all’appello per Aleppo di Andrea Riccardi, all’ascolto dei leader cristiani di quell’area. La fine della guerra in Siria (e nell’immediato il suo contenimento) è il vero modo per togliere acqua al pesce terrorista. Senza zone fuori controllo ove prosperare, il jihadismo perderebbe la maschera. In terzo luogo, dobbiamo occuparci con urgenza del resto del quadro geopolitico mediterraneo: la Libia, che è per noi prioritaria (e in cui almeno si è frenato il conflitto armato mediante l’embargo delle armi); lo Yemen; la stabilizzazione dell’Iraq; le fragilità di Libano, Egitto e Tunisia… Anche se tali crisi sono in parte legate, vanno assolutamente tenute distinte. L’Is vorrebbe invece saldarle in un unico enorme conflitto (la sua propaganda è chiara), allo scopo di mostrarsi più potente di quello che è. In tale impegno occorrono alleanze forti con gli Stati islamici cosiddetti moderati: un modo per trattenere anche loro dal cadere (o essere trascinati) nella trappola del jihadismo che li vuole portare sul proprio terreno. Ogni conflitto mediorientale e mediterraneo ha una propria via di composizione e occorre fare lo sforzo di compiere tale lavoro simultaneamente. In altre parole: restare in Medio Oriente comporta un impegno politico a vasto raggio e continuo. È prioritario entrare dentro la spirale dei foreign fighters per prosciugarne le fonti. Ho recentemente scritto un libro su tale fenomeno. Qui aggiungo solo che non sarei sorpreso che tra gli attentatori di Parigi ci fossero vecchie conoscenze della polizia francese. Esistono antiche filiere degli anni Novanta, mai del tutto distrutte, che si riattivano in appoggio a chi pare egemone sul campo. Qualcuno può essere un combattente straniero di ritorno: il problema è capire la genesi del fenomeno. Ma non ce ne sarebbe nemmeno tanto bisogno: attentati di questo tipo possono essere compiuti da chiunque. Si è parlato di lupi solitari; qui siamo in presenza di un branco. Un ristorante, una trattoria, uno stadio, una sala di concerti non rappresentano reali obiettivi sensibili, segno che non occorre particolare addestramento. Sorprende piuttosto che dispongano di armi da guerra, non così facili da reperire in Francia. In Italia sappiamo che le mafie ne sono provviste ma anche molto gelose. Combattere il fenomeno foreign fighters corrisponde a coinvolgere le comunità islamiche e non spingerle verso l’uscita. Tutto ciò va fatto contemporaneamente. Gridare “siamo in guerra!” senza capire quale sia questa guerra, invocando irresponsabili atti di vendetta e reazioni armate, ci fa cadere nell’imboscata jihadista. Proprio lì lo Stato Islamico vuole portarci, per mettere le mani sull’islam europeo ma soprattutto su quello mediorientale. Vuole dividere il terreno in due schieramenti contrapposti, giocando sul fatto che per riflesso i musulmani saranno fatalmente attirati dalla sua parte. Per tale motivo la propaganda dell’Is (come quella di al-Qaeda prima) tira continuamente in ballo l’Occidente: in realtà sta parlando alla Umma islamica per farla reagire. Intraprendere tutto ciò non è facile ma necessario. Contenere e spegnere la guerra di Siria è il solo modo per prosciugare il lago terrorista. Sarà operazione lunga e complessa, ci saranno altri attentati, ma è una strada vincente alla lunga. Certo si tratta di far dialogare nemici acerrimi, di dare un posto a tavola a gente che non ci piace (Assad e i suoi) o a formazioni ribelli ambigue, ma è l’unico modo. Andare in Siria in ordine sparso è al contrario la via per compiacere Daesh e i suoi strateghi: un Occidente e una Russia divisi su tutto favoriscono chi sta creando uno “Stato” alternativo. Si tratta di una vecchia lezione della storia. L’operazione militare europea diretta, boots on the ground, è dunque necessaria? Non sembra, e comunque non ora: sarebbe andare allo sbaraglio. Ciò di cui abbiamo urgente bisogno è che ribelli siriani e milizie di Assad – assieme ai rispettivi alleati – capiscano che il nemico comune esiste, si siedano e parlino. Lo Stato Islamico furbescamente si presenta alla Umma come “diverso”: non alleato con nessuno, patriottico, anti-neocolonialista, no-global, non inquinato da interessi stranieri e puramente islamico, duro ma nazionale (nel senso che patria e nazione hanno per l’islam politico). In questo modo mette a repentaglio la sopravvivenza e gli interessi di tutti: dell’Occidente, della Russia, di Assad, dei ribelli, dei curdi e delle altre minoranze. Gli unici ad averlo apparentemente capito sono i curdi: c’è un solo nemico comune, sorto nel vuoto di potere. Il negoziato parte da questa consapevolezza e per questo deve coinvolgere anche russi e iraniani. L’obiettivo minimo è una tregua immediata; quello massimo un patto per il futuro della Siria. Solo a queste condizioni si potrà mettere in piedi un’operazione internazionale di terra, che miri a stabilizzare il paese e a mettere l’Is spalle al muro. Solo così si potrà svelare cos’è veramente l’Is: una cricca di ex militari iracheni e fanatici jihadisti che vengono dal passato e che hanno approfittato delle nostre divisioni. Il vuoto della politica, si sa, genera mostri. A meno – sarebbe l’altra soluzione – di non lasciare tutto e ritirarsi. Andarcene totalmente dal Medio Oriente, rinunciare tutti a ogni interesse e presenza, abbandonare i mediorientali al loro dramma. Qualcuno lo pensa, qualcuno lo dice. Se ce ne andassimo dal Medio Oriente, gli attentati in Europa smetterebbero subito, probabilmente. D’altro canto le vittime in quella regione sarebbero ancora maggiori. Lasceremmo il lago jihadista diventare un mare. E questa non è un’opzione. 

di Mario Giro - Limes


06/08/15

Siria, immagini dal conflitto

 Yasin Akgul
Syria -  AFP Getty Images
Per più di quattro anni, i Siriani hanno subito la perdita e il disagio causato da una lunga guerra civile. Quasi quattro milioni di siriani sono fuggiti dal Paese, per raggiungere mete in Europa e oltreoceano, molti ce la fanno,  a migliaia vanno a riempire campi profughi nei paesi vicini, centinaia sono quelli che muoiono in mare, donne, vecchi, bambini che disperatamente cercano di fuggire a bordo di barconi fatiscenti, gommoni, vere e proprie zattere. Aspri combattimenti intanto continuano senza sosta, la Siria ormai smembrata in  zone controllate dalle diverse milizie, tra cui ISIS, che si fronteggiano con le forze governative di Assad, ma con scontri anche tra loro.
Le aree intorno a Damasco sono abbastanza stabili, con i civili che riescono a portare avanti una vita normale, mentre molte delle aree nei lontani villaggi rurali sono ormai ridotte in macerie. Raid aerei, attacchi di terra,  bombardamenti, e  battaglie strada per strada si svolgono tutti i giorni, nonostante i tentativi diplomatici per fermare le ostilità. Ma la fine della guerra è lontana, e quelli intrappolati nel fuoco incrociato continuano a soffrire. Qui alcune immagini recenti del conflitto.. 

Damasco, Diaa Al-Din
Amer Almohibany
A. Doumany
Ammar Abdallah
M. Hebbo
Yasin Akgul



15/06/15

Non piangete, organizzatevi! Matite spezzate prima di Charlie Ebdo

E' vero, dai fatti di Gennaio, le parole "Charlie Hebdo" improvvisamente sono salite alla ribalta come un tragico simbolo della lotta per la libertà di espressione. La ragione per cui il mondo è così sconvolto per l'assassinio di questi fumettisti è perchè sembra un fatto insolito: in fondo siamo abituati a gente che è bombardata e uccisa a causa della loro religione, della loro inclinazione politica, o semplicemente perchè è nel posto sbagliato al momento sbagliato. Ma perché morire per aver disegnato alcune vignette? Qualche precedente prima di Charlie c'è, scrittori e artisti che hanno pagato per la loro arte espressa in piena libertà e che dava molto fastidio al potere, molto prima che questo diventasse un hashtag.
Lo spunto viene da Cracked,  che ha raccolto cinque illustri esempi di altrettanti uomini morti per il loro lavoro sul tavolo da disegno.

1. H.G. Oesterheld
The Walking Dead che incontra La guerra dei mondi, con un po di viaggio nel tempo. L’Eternauta è oggi un gadget di denuncia e di cultura in tutta l’Argentina.
E donde està Oesterheld? L’avete preso. E non è più tornato. Lo sceneggiatore dell’Eternauta ha cominciato a denunciare i pericoli della dittatura in tempi non sospetti. Quando i giorni sono diventati guerra sporca, il suo destino era già ammobiliato. Molti intellettuali sono fuggiti all’estero. Oesterheld invece ha affrontato il lato alieno del potere: nelle versioni degli anni 70, l’Eternauta è un esplicito invito a combattere il regime in tutti i modi. Di fatto l’eternauta-Oesterheld diventa un sovversivo legato alla falange più dura ed estremista dell’opposizione argentina, i Montoneros. E nella sua opera la morte poco alla volta prende i connotati di qualcosa che, in una repressione basata sul terrorismo di stato, è un rischio concreto e inevitabile. Scomparve il 21 aprile 1977. Fu una squadra armata a portarlo via. Oesterheld divenne un desaparecido, insieme alle quattro figlie, rapite tra il 1976 e il 1977. Al periodo della guerra sporca sopravvisse soltanto Elsa Sánchez, la moglie di Oesterheld. Oesterheld finì la serie nel 1959 e si era trasferito a fare altre cose, come ad esempio una biografia a fumetti di Che Guevara, una serie horror / sci-fi / chiamato Mort Cinder. Quando l'Argentina cadde nella feroce dittatura appoggiata dalla CIA nel 1976, Oesterheld, che aveva 57 anni, avrebbe potuto rilassarsi e proseguire la sua carriera come un latino Stan Lee. Invece, riportò El Eternauta, con alcune modifiche: un futuro in un mondo totalitario e dove il protagonista diventa un leader rivoluzionario che esorta il popolo a sollevarsi contro il potere, in questo caso gli invasori alieni. I militari argentini non gradirono "questo sottile simbolismo"..

2. Naji al-Ali
Naji al Ali, è stato il più grande disegnatore palestinese, affilato contro i regimi arabi e contro Israele fu ucciso nel 1987 a Londra, ma mai arrestati i colpevoli.
Era così famoso che non aveva nemmeno bisogno di firmare i sui lavori. La gente sapeva che era lui dal suo personaggio Handala, un ragazzino di dieci anni, senza scarpe creato per il quotidiano Al Seyassah, che a partire dal 1973 venne disegnato sempre di spalle, e con le mani unite dietro la schiena. Handala era un simbolo dell’emigrazione forzata che l’autore aveva subito quando aveva dieci anni, nel 1948, l’anno della proclamazione dello Stato d’Israele. Secondo le sue intenzioni, Handala sarebbe rimasto fermo a quell’età finché non fosse ritornato in Palestina.
Stabilitosi a Londra, fu aggredito mentre usciva dal giornale kuwaitiano per cui lavorava: gli spararono al volto e dopo un periodo in coma morì. Dieci mesi più tardi Scotland Yard arrestò Ismail Suwan, ricercatore palestinese che sosteneva di lavorare sia per l’OLP sia per il Mossad, che risultava essere informato della pianificazione dell’omicidio. L’allora premier Margaret Thatcher chiuse la sede del Mossad a Londra ed espulse due diplomatici israeliani (primo caso nella storia) per non aver avvisato la Gran Bretagna.
 

3. Gli artisti giapponesi del XVIII secolo
Per la maggior parte delle persone, le parole "antichi fumetti giapponesi" probabilmente ricordano le immagini di Astro Boy, ma il primo uso della parola "manga" (in origine significa "sketch comici") in realtà risale al 1798. Più indietro ancora, artisti giapponesi pubblicarono libri illustrati chiamati kibyoshi, da cui derivano gli odierni manga.
In quel periodo di forti agitazioni politiche, gli artisti kibyoshi erano noti per la loro sottile satira contro la costituzione giapponese attraverso le loro parabole: il libro Sogitsugi gingiseru, ad esempio, sembrava solo come una storia folle sulle disavventure romantiche di due gemelli con un solo corpo mentre in realtà, era una metafora sull'incapacità del governo di fare fronte ai b isogni del popolo. Le autorità cednsurarono i libri e i loro autori e a partire dal 1791 divenne illegale produrre kibyoshi. Gli artisti più importanti e famosi (Shikitei Sanba e Santo Kyoden..) vennero condannati, messi al bando e/o incarcerati. Koikawa Harumachi, che praticamente ha inventato il genere, morì in circostanze mai chiarite..

4. Joe Hill
Joe Hill (abbreviazione di Hillstrom, pseudonimo per Hagglund) era un immigrato svedese arrivato negli Stati Uniti nei primi anni del 1900. Iniziò con lavori precari e lentamente si costruì una reputazione attraverso la pubblicazione di canzoni satiriche e disegni satirici sui giornali dell'Industrial Workers of the World (IWW), costola militante del movimento operaio statunitense, di cui era membro e attivista. Ripetutamente aggredito, un giorno, nel 1914, si presentò presso un medico con un foro di proiettile in corpo, dicendo che fu una lite a causa una donna. Le autorità dello Utah lo arrestarono per un omicidio che era avvenuto lo stesso giorno, e nonostante la mancanza di prove a suo carico e l'abbondanza invece di testimonianze che accusavano un altro ragazzo, fu condannato a morte per fucilazione e giustiziato il 19 novembre 1915. Il suo ultimo messaggio ai compagni fu "Non piangete, organizzatevi!". La storia di Joe Hill è raccontata nella celebre canzone di Joan Baez.


aliferzat5. Chiunque faccia fumetti in Medio Oriente
Sembra che in Medio ed Estremo Oriente, fare il lavoro di cartooning sia uno dei lavori più pericolosi di sempre, con un tasso di mortalità altissimo tra chi è seduto tutto il giorno davanti a un tavolo da disegno.
Nel 1993, per esempio, un gruppo di artisti progressisti organizzò un festival a Sivas, Turchia, quando una folla inferocita di islamisti radicali interruppe la manifestazione bruciando vive 35 persone . Il festival era stato organizzato per celebrare un poeta che fu impiccato per le sue opere in quella stessa regione, circa 443 anni prima. Il cartoonist Asaf Kocak probabilmente non ebbe tempo di apprezzare l'ironia prima di diventare una delle vittime. Joseph Nasr invece venne rapito e ucciso nel 1973, Guerrovi Brahim subì la stessa sorte nel 1995. Nel 1996, cinque fondamentalisti inseguirono (e fortunatamente si limitarono a questo) l’editor di un giornale del Kuwait per aver pubblicato una striscia di Hagar l’Orribile solo perché vi compariva la voce di Dio.
Nel 2010, il fumettista politico dello Sri Lanka Prageeth Eknaligoda scomparve due giorni prima delle elezioni nel suo paese ed è tuttora sperduto (ma Amnesty International crede che il governo lo tenga segregato o sia ormai morto). Lo stesso si pensa del siriano Akram Raslan, arrestato nel 2012 per «aver offeso il prestigio dello Stato» disegnando il presidente Al-Assad nei panni di un clown..


07/03/15

Allah Akbar

"CHI FA DI SE STESSO UNA BESTIA SI SBARAZZA DELLA PENA DI ESSERE UN UOMO"
Dr. Johnson





25/02/15

Clint Eastwood a Michael Moore: se vieni ti uccido

Ormai è compromesso… il suo rapporto con Clint Eastwood, stando alle sue recenti parole. E Michael Moore fa risalire tutto ad un episodio del 2005, quando Eastwood lo minacciò di morte.. Come ha spiegato poi il sulla sua pagina Facebook: «Un sacco di gente mi chiede se il rumor è vero, cioè la natura del mio confronto con Eastwood nel 2005. Quindi ho deciso di dire alcune parole… Dieci anni fa, in questa settimana, Clint Eastwood durante la cena dei premi National Board of Review ha annunciato a me e al pubblico presente che mi “avrebbe ucciso” se mi fossi presentato a casa sua con una telecamera per realizzare un’intervista. “Ti uccido” ha dichiarato. Il pubblico ha riso nervosamente. Ho deciso immediatamente che stava solo cercando di essere divertente, quindi ho riso, nervosamente, come tutti gli altri. ”Dico sul serio”, abbaiò poi, e il pubblico è diventato più silenzioso. “Ti sparerei”.
Dovrei probabilmente stopparmi qui e dire soltanto che Clint Eastwood è un grande regista. Ma qualcosa ha cominciato a diventare strano nell’ultimo decennio. Ora American Sniper, un caos di film che riscrive la storia del cinema (noi che invadiamo l’Iraq per vendicarci dell’11 settembre), che porta avanti sentimenti razzisti nei confronti degli Arabi, e ha una trama semplicistica che mostra come Hollywood veda il cecchino buono bianco e quello cattivo in nero. Il protagonista diventa una vittima sia dell’epidemia dello stress post traumatico sia della violenta cultura americana e texana delle armi che, alla fine, si prende la sua vita.»

Non per essere fuori dal coro a tutti i costi, ma quì il cinema di Eastwood non ha mai avuto particolari estimatori, dagli spaghetti western (volevo un attore che non esprimesse assolutamente niente, disse una volta Sergio Leone..) a Dirty Harry fino alle ultime sue fatiche, con alcuni buoni primi tempi, per poi scivolare sempre nella melassa e nella retorica. Scatenando polemiche a raffica, il suo American Sniper, sull'infallibile tiratore dei Navy Seals americani che abbatte iracheni a più non posso, era uno dei candidati all'Oscar di quest'anno, ma è stato quasi completamente ignorato, se non fosse per il premio al miglior mon­tag­gio sonoro, insieme a un film che forse qualcosa meritava, quel Selma della regi­sta Ava DuVer­nay,( rievocazione delle marce da Selma a Montgomery che dal 1965 segnarono l'inizio della rivolta per i diritti civili negli Stati Uniti) e forse The Grand Buda­pest Hotel, di Wes Ander­son, che non ha vinto — come ci si aspet­tava invece — il pre­mio di miglior sce­neg­gia­tura non ori­gi­nale, ma ha por­tato a casa Oscar per la migliore colonna sonora. Ora, il film di Eastwood era salito alla ribalta anche per il processo all'assassino del vero American Sniper, un suo commilitone colpito dalla malattia che affligge molti dei reduci americani combattenti in Medio Oriente, processo che si è concluso con la condanna all'ergastolo dell'imputato. Del film, di Eastwood e delle ultime vicende della destra americana ci perla Michael Moore in quest'intervista rilasciata poco prima della cerimonia degli oscar a Vice America..

Il 18 gennaio, due giorni dopo l'uscita di American Sniper di Clint Eastwood, Michael Moore ha twittato: "Mio zio è stato ucciso da un cecchino durante la seconda guerra mondiale. Ci hanno insegnato che i cecchini sono dei codardi. Ti sparano alle spalle. I cecchini non sono eroi. E gli invasori sono peggio," seguito da: "Ma se sei sul tetto di casa tua a difenderla dagli invasori venuti dall'altro capo del mondo allora non sei un cecchino, sei un eroe." La reazione della destra è stata rapida e decisa. Breitbart ha definito i tweet "un trollaggio patetico," John McCain li ha trovati "idioti" e "offensivi," mentre Kid Rock ha scritto sul suo sito, "Michael Moore, sei un pezzo di merda e tuo zio si vergognerebbe di te." Ma la reazione più drammatica è arrivata da Sarah Palin, che durante la cerimonia per il conferimento della medaglia al valore al sergente Dakota Meyer ha mostrato un cartello con scritto: "Fuck You, Michael Moore" con due mirini al posto delle O di Moore.


Prima di parlare delle reazioni e di darti l'opportunità di chiarirne il significato, puoi dirci cosa ti ha spinto a scriverli, qual era la tua condizione emotiva?
Voglio premettere che non sento necessità di chiarire o difendere quello che ho scritto. Ne vado fiero. Non mi rimangio niente, e anzi ho aggiunto altro. Non mi faccio intimidire da persone che hanno trascinato un'intera nazione in una guerra illegale e senza senso. Tutto questo non ha avuto alcun impatto su di me. Ovviamente se mi fossi sbagliato, se fossi stato ingiusto, mi sarei certamente corretto, ma in questo caso non ho sbagliato. E mi manda davvero in bestia sentir dire che Michael Moore ha fatto marcia indietro, perché non è vero. Non devo giustificare le mie opinioni, né devo scusarmi per il fatto che voglio che i guerrafondai di questo paese la piantino una volta per tutte.

Su Twitter hai parlato dei cecchini, un tema che merita di essere approfondito, e poi c'è American Sniper—stai parlando di due cose diverse, giusto?
Esatto. Nei miei tweet sono stato attento a non dire nulla di American Sniper. Ho scritto quello che ho scritto perché quel weekend si parlava molto dei cecchini, per via del film, ma anche perché era l'anniversario della nascita di Martin Luther King, e ho trovato sgradevole che un film su un cecchino uscisse proprio nei giorni dedicati a un grande cittadino americano ucciso da un cecchino. E se nessuno ci trova niente di sbagliato, come vi sentireste se l'uscita di American Sniper 2 fosse annunciata per il 22 novembre [anniversario della morte di J.F.K.]?

Sì, non credo che sarebbe una grande idea realizzare un film su un attacco terroristico e farlo uscire l'11 settembre, ad esempio.
Esatto. Sarebbe come se un negozio di elettrodomestici sfruttasse il giorno Giorno della memoria per mettere fuori un cartello con scritto Oggi, forni in saldo. Chiaramente si tratta di un esempio estremo, ma dimostra che bisogna stare attenti al contesto. O magari hanno pianificato tutto. Magari il piano era, È appena uscito Selma. Ma i bianchi andranno a vederlo? Diamo anche ai bianchi qualcosa da vedere al cinema nel weekend dedicato a Martin Luther King. Non lo so, mi ha lasciato davvero di sasso. Mi ha fatto pensare ai cecchini, e se tu fossi cresciuto nella mia famiglia capiresti che è un nervo scoperto.

[...] Subito dopo il primo, ho scritto un altro tweet per chiarire cosa intendevo con il termine "cecchino." Un cecchino, per me, è un membro dell'esercito aggressore. È il soldato che combatte in modo sbagliato, che sale sul tetto degli edifici o sugli alberi, si nasconde e uccide senza che le vittime possano accorgersi della sua presenza, senza che possano in alcun modo difendersi o reagire. Ma se l'esercito di un altro stato marciasse su Broadway e qualcuno si arrampicasse su un tetto e cercasse in ogni modo di fermarlo, quello non sarebbe un cecchino. Sarebbe semplicemente una persona che sta difendendo la patria. Anche il cecchino arabo in American Sniper stava facendo proprio questo: stava cercando di fermare gli invasori.
All'inizio i cecchini venivano chiamati "tiratori scelti." Non si è parlato di "cecchini" fino alla Prima guerra mondiale. È stata la Germania durante la Prima guerra mondiale a perfezionare il concetto di cecchino, non gli Alleati. E da lì si è affermato. Durante la Seconda guerra mondiale—puoi controllare—due terzi dei soldati uccisi dai tedeschi e dai giapponesi sono morti per mano dei cecchini. Col proseguire della guerra, anche i russi hanno iniziato a usare questa tattica. Negli Stati Uniti avevamo una scuola di perfezionamento per cecchini in Ohio, ma Eisenhower l'ha chiusa tra il 1956 e il 1957.

Perché?
Non lo so. Questa settimana ho fatto un po' di ricerca. È rimasta chiusa per 30 anni, finché Reagan non l'ha riaperta nel 1987 a Fort Benning. Se ne è parlato molto dopo la guerra in Corea—me l'ha raccontato un veterano—e ne è risultato che non ha nulla a che fare con il modo americano di combattere. Quando dobbiamo difenderci siamo disposti a tutto, quindi se oggi venissimo attaccati diventeremmo tutti dei cecchini, se così si può dire. Ma quando arrivano i liberatori, sono i cecchini che li fanno fuori. Ed è questa la confusione che fa nascere FOX News. Intendo dire che quando parlano di American Sniper parlano dei soldati americani come fossero i liberatori dell'Iraq! Non abbiamo liberato proprio un bel niente. Abbiamo solo peggiorato la situazione, e abbiamo perso la guerra. Avremo un futuro migliore quando riusciremo ad ammettere che abbiamo perso in Vietnam, perso in Iraq e perso in Afghanistan.

La destra americana elogia questo film, sta andando davvero bene. Posto che un film va bene se alla gente piace il protagonista, vuol dire che agli americani piace questo cecchino, giusto? Perché, secondo te? Hai ragione quando dici che i cecchini sono sempre stati una figura sinistra. A morire è sempre il povero soldato in campo aperto, mentre l'infido cecchino si nasconde. Ma cosa c'è in questo cecchino che ha colpito e soddisfatto così tanto il popolo americano? Intorno a questo film è sorto un vero dramma psicologico nazionale.
Sì, e torna al fatto che siamo consapevoli di aver sbagliato. Sappiamo che non c'era nessuna arma di distruzione di massa. Sappiamo che 4.400 americani hanno perso la vita, come decine di migliaia di iracheni. Lo sappiamo, e sotto sotto ci sentiamo profondamente in colpa. Inoltre molti repubblicani che vanno a vedere il film, sai anche tu che non vivono fuori dal mondo. Tra i loro famigliari e tra i loro vicini ci sono reduci che sono tornati a pezzi dalla guerra. Il disturbo post-traumatico da stress è incredibilmente diffuso. I soldati tornati da questa guerra hanno gravi problemi a livello psicologico. E devo confessarti che, avendolo visto due volte, durante il finale rimangono tutti molto tranquilli. Nessuno festeggia. Credimi, io il film l'ho visto in compagnia di un pubblico che non ha esattamente le mie stesse idee politiche. Erano tutti molto colpiti, molto tristi. Tutti i personaggi principali del film finiscono per avere problemi psichici o peggio. Il film non è una celebrazione. Magari c'è chi arriva in sala esaltato, ma di certo non ne esce allo stesso modo.
Adesso la gente vuole vedere il film per il dibattito che ha scatenato, e perché è stato nominato agli Oscar. E poi è di Clint Eastwood—ha fatto dei film straordinari. La gente va al cinema per molte ragioni, ma devo dirti un'altra cosa, io l'ho visto a Union Square e in quel cinema non c'era una sola persona di Greenwich o di Manhattan. Venivano tutti col treno dal New Jersey o da Long Island. È stata fatta una ricerca—per sapere chi va al cinema—e ne è venuto fuori che il pubblico di questo film è tutta gente che va al cinema una volta all'anno, o nemmeno quella. È lo stesso tipo di pubblico di La Passione di Cristo.

È uscito da poco un altro film intitolato Fury. L'hai visto?
Sì.
 
Anche in quel film c'è un cecchino. Sembra che il valore di un cecchino dipenda dal punto di vista dell'osservatore. Qui il cecchino è il personaggio negativo che fa un'imboscata contro Brad Pitt.
Mi è piaciuto quel film. È un film di guerra fatto veramente bene che mi ha tenuto incollato allo schermo. All'inizio del film gli alleati arrivano in una città dove c'è un altro cecchino tedesco. I cecchini tedeschi erano sempre un problema per gli americani che entravano nelle città. Gli invasori, i tedeschi, occupavano la città e provavano a respingere le truppe liberatrici. Non potevano vincere in uno scontro diretto, gli americani avevano più soldati, più armi, più risorse. Ma io la vedo anche in modo più karmico: nella storia l'oppressore, l'invasore finisce—non sempre ma quasi—per essere sconfitto. In altre parole il bene trionfa sul male. Con alcune eccezioni, tra cui i nativi americani sono la più evidente.
Ricevo molte mail da persone che scrivono, Chris Kyle ha protetto i nostri soldati e ha salvato molte vite. Cosa vuol dire, che ha salvato delle vite? Le vite dei nostri soldati non dovevano essere messe a repentaglio. Eravamo noi quelli dalla parte del torto; eravamo gli invasori e alla fine abbiamo perso. Siamo andati là con motivazioni false, e abbiamo lasciato quel posto in condizioni peggiori di quando siamo arrivati.

Considerate anche le tue emozioni e la tua personale esperienza sul concetto di cecchino, puoi descriverci come ti sentivi prima di entrare al cinema, e come ti sei sentito uscendone?Era chiaro che quel cinema era pieno di veterani, soldati in servizio, famigliari e amici, ma ero contento di essere al cinema con questo tipo di pubblico, perché erano molto presi dal film. C'è chi ha pianto. I titoli di coda non erano accompagnati da nessuna musica—c'era un'atmosfera funebre. Tutti i personaggi principali escono devastati dalla guerra, alcuni cambiano idea e diventano pacifisti, altri muoiono. Alla fine non c'è nessuna vittoria americana per cui festeggiare, non c'è modo di pensare, Guardate cosa siamo riusciti a fare, o, come alla fine di Salvate il soldato Ryan, quando Tom Hanks muore, Be', almeno è morto per una buona causa. In questo film non c'è niente di tutto questo. Non c'è catarsi.

[..] Sono state fatte alcune buone scelte: ad esempio ho trovato coraggioso scegliere di non avere una canzone di chiusura, nessun tipo di musica, solo i titoli di coda che scorrono nel buio. Nel buio e nel silenzio. Per quanto riguarda invece la storia, è qui che il film si fa un po' più ostico, perché di base Clint voleva semplicemente girare un western vecchio stile—quindi mantenere una struttura molto semplice: le Torri Gemelle vengono colpite, loro vengono chiamati e subito dopo si ritrovano in Iraq.
Se non si presta attenzione, il film praticamente dice che noi siamo stati attaccati e quindi a nostra volta abbiamo attaccato l'Iraq. Sappiamo perfettamente che l'Iraq non c'entra nulla con l'11 settembre, ma il film sottintende che c'entri, e che la missione del protagonista sia di difendere il nostro paese. Ma il fatto che sia andato in Iraq non ci ha difeso da nulla. Ci sono dei problemi con la trama del film, e credo fosse per questo che la gente parlava in sala, perché erano confusi. American Sniper copre un lasso di tempo di circa cinque o sei anni per un totale di tre o quattro giri dell'Iraq, e la gente si chiedeva, come è possibile che finisca proprio nella stessa città con quella stessa persona? È solo semplicistico come i vecchi film western. In questo senso, è una specie di B-movie. Poi ovviamente ci sono tutti i dettagli storici sbagliati, ma non mi voglio addentrare. È un film, quindi non lo guardo come se fosse un documentario.

A Traverse City, dove vivo, ho iniziato questi programmi di recupero per veterani affetti da disturbi post traumatici da stress. Organizzo conferenze per aiutarli a trovare lavoro. Ho dato il via a un progetto pensato appositamente per favorire l'assunzioni dei veterani della guerra in Iraq e in Afghanistan e i soldati e le loro famiglie possono frequentare i miei cinema gratis, senza dover sborsare un centesimo.

Proietterai il film nei tuoi cinema, vero?
Sì, lo farò vedere in uno dei miei tre cinema. Perché penso che sia parte del dibattito sull'identità americana, e la gente dovrebbe guardarlo. Non puoi parlarne se prima non l'hai visto. John McCain mi ha criticato per quello che ho detto sui cecchini in generale, un reporter gli ha poi domandato se avesse visto il film e lui ha risposto, No, non l'ho ancora visto. Mi ha ricordato quella volta che è stato da Letterman e ha criticato 9/11; Letterman gli ha chiesto, Ha visto il film? e lui ha risposto, No, non l'ho ancora visto. Allora Letterman gli ha detto Senatore, crede sia giusto criticare qualcosa che non ha visto? E McCain ha risposto, No, forse ha ragione lei. Dovrei guardarlo.

Infine, il giudizio "politico" di Moore su Clint Eastwood:[...] Clint Eastwood non è un ideologo di destra; politicamente è un po' un mix. È un vero e proprio liberale. Non credo che sia dell'idea che gli Stati Uniti dovrebbero essere il poliziotto del mondo. È stato un segnale forte mostrare che il fratello del protagonista è contro la guerra.
Tutti capiscono che Chris continua a mentire a se stesso, a dire che ne vale la pena; continua a ripeterselo perché sotto sotto sa anche lui che non è vero—non si trova lì per difendere gli Stati Uniti d'America. Difendere gli Stati Uniti sarebbe il suo unico lavoro, il motivo per cui tutti noi paghiamo le tasse. Perché se ci attaccano o ci sono delle minacce incombenti, ci proteggano. L'Iraq non ci stava minacciando in nessun modo, non ci stava attaccando né stava pianificando attacchi futuri.


 

18/02/15

Ilan Pappé: l'Isis è la miglior cosa che potesse capi­tare a Israele

Quest'interessante intervista è tratta dal Manifesto. Ilan Pappè, storico israeliano, intellettuale e studioso anti-sionista, si è già distinto per la sua opposizione, con critiche pesanti al governo e alla politica di Tel Aviv sulla Palestina. Ricordiamo che  insegna all’Università di Exeter, in Inghilterra. Prima insegnava ad Haifa, ma non gli è stato rinnovato il contratto perché non è disposto ad insegnare le falsità sempre più assurde sulla Storia d’Israele. Pappè era stato invitato nella capitale dall'’ateneo di Roma Tre, che però ha revocato poco dopo il convegnoEuropa e Medio Oriente: una strada contro gli identitarismi” con alcune motivazioni a  cui nessuno ha dato credito. Sembra invece chiaro il veto e la pressione dell’Ambasciatore Israeliano e dei capi della comunità ebraica di Roma” affinchè l'incontro sia sospeso:
Sembra che offendere il profeta Maometto nelle vignette francesi sia libertà di parola mentre avere un dialogo accademico sulle sofferenze dei Palestinesi sia incitamento all’odio .

Israele / Palestina. Ilan Pappé: «L'Isis pesca adepti tra i marginalizzati dell'Occidente. Non è una questione religiosa, ma socio-economica. E Tel Aviv lo sfrutta per avere supporto dall'Europa»

Alla fine Ilan Pappé ha par­lato. Sca­val­cando la can­cel­la­zione della con­fe­renza «Europa e Medio Oriente oltre gli iden­ti­ta­ri­smi», che avrebbe dovuto essere ospi­tata dall’Università di Roma Tre, il pro­fes­sore dell’Università di Exter, uno dei più noti sto­rici israe­liani, ha incon­trato il pub­blico romano lunedì al Cen­tro Con­gressi Fren­tani su ini­zia­tiva di AssoPace.
Lo abbiamo incon­trato e discusso con lui del con­cetto di iden­tità e del suo uti­lizzo da parte occi­den­tale e israeliana.

L’avanzata dello Stato Isla­mico viene stru­men­ta­liz­zata in Occi­dente per dare fon­da­mento al cosid­detto scon­tro di civiltà, in chiave neo-colonialista. Israele, Stato nato come bastione occi­den­tale in Medio Oriente, otterrà mag­giore sup­porto a sca­pito delle aspi­ra­zioni palestinesi?
Asso­lu­ta­mente sì. Lo Stato Isla­mico è la miglior cosa che potesse capi­tare a Israele. Con il calif­fato si risol­leva la voce di coloro per i quali esi­ste un solo Stato illu­mi­nato in Medio Oriente, Israele, baluardo con­tro l’avanzata dell’estremismo isla­mico. Spero che in Occi­dente la gente non cada in un trucco tanto meschino: non si tratta affatto di uno scon­tro di civiltà, ma di giu­sti­zia sociale e modelli demo­cra­tici di inte­gra­zione. Basta guar­dare a come l’Isis attira gio­vani musul­mani euro­pei andando a pescare tra i gruppi più oppressi e mar­gi­na­liz­zati. Non stiamo par­lando di una que­stione cul­tu­rale e reli­giosa, ma sociale ed eco­no­mica: se in Europa si assi­stesse ad una tra­sfor­ma­zione demo­cra­tica, se si impe­disse a ideo­lo­gie raz­zi­ste e pra­ti­che capi­ta­li­ste di deter­mi­nare l’esistenza della gente, gruppi come l’Isis non tro­ve­reb­bero spa­zio. L’Isis non ha ter­reno fer­tile dove la gente si sente inte­grata, dove è uguale a livello sociale e economico.
Per que­sto è neces­sa­ria un’analisi appro­fon­dita dell’imperialismo occi­den­tale e del movi­mento sio­ni­sta per com­bat­tere le sim­pa­tie che musul­mani euro­pei accor­dano a gruppi radi­cali. Se sei un mar­gi­na­liz­zato o un escluso trovi nell’identità musul­mana lo stru­mento per miglio­rare la tua esi­stenza. La stra­grande mag­gio­ranza degli oppressi non rea­gi­sce così, ma alcuni indi­vi­dui optano per la vio­lenza, in ogni caso minima rispetto a quella dell’oppressore. Così si allarga lo Stato Isla­mico, que­sto mostro che l’Occidente ha fab­bri­cato, novello Frank­en­stein che si ribella al suo creatore.

18/05/12

La Rivoluzione non sarà Twittata

La rete,internet,i blog,i social network sono una realta' da cui attingere informazioni altrimenti difficili da raggiungere, nonostante tutti i tentativi di imbavagliare,controllare,boicottare i contenuti che i cyberattivisti condividono in nome della liberta' d'espressione,politica e nele arti e nelle scienze. Le rivoluzioni o per meglio dire le tentate rivoluzioni nei paesi del medio oriente, Egitto, Tunisia e Siria sono state viste in tutto il mondo come  rivoluzioni fatte da internet, ma.."le idee non partono da facebook alla piazza, ma viceversa". A sostenerlo  con forza e' Hassan el Hamalawy, giornalista,fotografo free lance e,per sua definizione blogger socialista. Egiziano, il suo e' un blog molto seguito nel panorama egiziano,collabora con Al Jazeera,Bbc,Cnn. Piu' volte arrestato, l'ultima volta per aver rimosso la bandiera statunitensa dalla sua universita' in segno solidale con il popolo palestinese, Hassan e' esponente di primo piano del SR, movimento socialista di ispirazione Trotzkista, sopravvisuto al disastro della sinistra egiziana negli anni '90. Unico gruppo che ha veramente contrastato e combattuto Mubarak presidiando piazze,fabbriche e campus universitari.
"La rivoluzione non sara' twittata!"
Il tentativo rivoluzionario egiziano non e' stato attuato dalla rete, anche se i social network, Facebook e Twitter sono stati usati dagli attivisti per la diffusione delle informazioni e per raccontare quello che accadeva (e che accade) nelle strade. Ma le idee che l'hanno innescato sono partite dalle piazze e non da internet. La gente ha discusso e proposto e quello che ne e' venuto fuori e' transitato on line per diffonderlo. " Ho 64 mila followers su Twitter,ma cosa sono rispetto a 85 milioni di abitanti del paese? ", dichiara Hassan. Effettivamente..niente. Ma questo non e' stato compreso all'estero. Quello che la rete ha fatto e' trasmettere quello che i media mainstream e controllati non riportano ai grandi network mondiali come Al Jazeera che ha cento milioni di utenti e le grandi agenzie di stampa come la Reuters. Le manifestazioni,gli scioperi,gli scontri sono nati spontaneamente e dopo gli arresti di mass del 2008,e non perche' sono stati chiamati su Facebook. E Mubarak non e' stato rimosso grazie alle migliaia di persone in piazza Tahrir ma attraverso gli scioperi generali scoppiati in diverse grandi citta' egiziane nel Febbraio 2004 che i grandi media praticamente ignorarono. Hassan,a ragione,afferma che non e' ancora cambiato niente, nonostante il presidente Mubarak sia stato deposto. Il vero potere e' sempre in mano ai suoi ex generali, che cercano di salvare la vecchia nomenklatura e instaurare un nuovo regime. I militari controllano quasi la meta' dell'economia del paese,non tollerano intrusioni nei loro affari ne discutere del loro budget e delle loro responsabilita' nella repressione e negli omicidi nelle piazze. Resta quindi solo un operazione di facciata avere eletti in parlamento o ottenere la carica di presidente della repubblica per un membro dell'opposizione. "Bisogna continuare,rovesciare i generali ed avere elezioni democratiche veramente libere per scrivere una nuova costituzione. Portare pz.Tahrir in tutte le strade,le scuole e in tutti centri produttivi. C'e' bisogno di democrazia diretta,del controllo delle fabbriche da parte dei lavoratori mediante l'autogestione e senza i vecchi burocrati dei partiti al potere. Boicottare i media controllati dal potere e per questa battaglia e' necessario la controinformazione che passa attraverso i cellulari (il 97% della popolazione ne e' dotata) e internet, che sotto l'aspetto visivo da un idea chiara di quello che accade nel paese. Documentando l'assalto della polizia contro i manifestanti,visualizzare gli eventi e' il modo migliore per diffonderli e causare un effetto domino". La fotografia e' un ottimo mezzo per smuovere le coscienze e mobilitare, perche' una foto puo' spiegare meglio di mille parole.
Il nome d'arte in rete di Hassan e' 3Arabway: prima era TheArabist che pero' in arabo ha una cattiva conformazione (Mustaarib) perche' e' cosi che si chiamano le unita' terroristiche israeliane che si infiltrano vestendosi come i palestinesi per poi assassinarli..