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28/12/12

Fiat: l'orribile "adunata", messainscena a Melfi

Quegli operai che battono le mani

La politica è una cosa, l'analisi teorica un'altra. “Classe operaia” e operai in carne e ossa sono parecchio differenti.

Nei momenti migliori gli esseri umani tendono a somigliare all'icona che la Storia ha disegnato. In tempi difficili, come questi, oltre a battaglie generose e disperate, si vedono invece anche scene vergognose. E che dovrebbero far pensare soprattutto i protagonisti. A Melfi è andata in scena, giovedì 20 dicembre, una cerimonia tentata soltanto nel ventennio fascista. Per la precisione nell'ottobre del 1932, al Lingotto, quando Mussolini venne omaggiato da Gianni Agnelli – il nonno dell'Avvocato, a sua volta nonno del John Elkann che a nome della “Famiglia” affiancava Sergio Marchionne sul set lucano – nello stabilimento torinese del Lingotto.

Anche allora ci furono applausi per il Duce e il Padrone. Operai selezionati tra il personale più fedele, capi travestiti in tuta (come ieri il direttore di Melfi!), una militarizzazione che sconsigliava dissonanze. Ma c'era anche una prospettiva industriale, una produzione che “tirava” nonostante il mondo intero stesse assaggiando la frusta della crisi del '29.

Lo stesso gioco, sette anni dopo, per l'inaugurazione di Mirafiori, non riuscì affatto. Il silenzio degli operai del 1939 fu tale da far andare via i gerarchi, di corsa, con Agnelli al seguito. La crisi non era affatto finita, l'Italia stava per entrare in guerra (lo fece qualche mese dopo, ma la discussione era all'ordine del giorno), e la Fiat stava per costruire camion militari e blindatini, invece di automobili.

A Melfi gli applausi ci sono stati. Obbligati, pagati, sotto ricatto occupazionale e produttivo (i due nuovi mini-suv che dovrebbero esservi costruiti partiranno solo nel 2014, e se non succederà qualcosa che lo sconsigli). Ma ci sono stati. Soprattutto, Monti e Marchionne hanno squadernato il “nuovo modello sociale” che dovrà caratterizzare secondo loro l'Italia del futuro: tanto lavoro per sempre meno gente, silenzio e testa bassa, applausi quando si accende la luce rossa a volontà del capo. Sputare sangue ed esser pronti a ringraziare, facendo la claque.
Dentro la fabbrica, e nel sistema delle relazioni industriali, un solo sindacato: quello di regime. Oggi sono ancora quattro (Cisl, Uil, il Fismic solo perché erano in casa Fiat, e l'inesistente Ugl ex-fascista), ma in tempi rapidi diventeranno uno solo, sfrondando apparati davvero pletorici per il lavoro che li aspetta: dire sì al padrone.

Fuori dalla fabbrica, e dal sistema della rappresentaza “riconosciuta”, tutte le sigle non omologate, conflittuali, dissenzienti. A Melfi c'era - fuori - la Fiom, con Maurizio Landini; considerato quasi un “sindacato di base”, ormai, e come quello “da cancellare”. Non c'era la Cgil e tantomeno Susanna Camusso, ufficialmente impegnata in un Direttivo nazionale durato un solo giorno invece dei due previsti. Si vede che non hanno trovato nulla su cui discutere, o almeno ragionare, mentre governo e padroni stanno disegnando un mondo che non prevede più la presenza di una cosa chiamata Cgil.
Gli applausi ci sono stati e ci devono far pensare. Senza una prospettiva, senza un orizzonte concreto verso cui indirizzare il malcontento e la rabbia, anche tra chi viene spremuto come un limone la Resistenza non inizia, non prende corpo. Ci si affida al Padrone e al Duce di turno nella speranza che le cose vadano meglio, che almeno quei pochi che lavorano continuino a farlo, che “passi 'a nuttata”.

Il ritiro delle organizzazioni “complici”, lo smarrimento di quelle che pur hanno resistito in questi ultimi anni senza però comprendere fino in fondo lo spessore “epocale” del “modello Pomigliano” (la Fiom, in primo luogo, ma non solo), sembra aprire una prateria davanti.
C'è il rischio, se si commettono altri errori, di lasciarla diventare un deserto.
Non serve sparare parole incendiarie, oggi. Serve, è necessario, è indispensabile, individuare quella prospettiva e mantenere-radicare-articolare la presenza antagonista. Mettere in piazza organizzazione fatta per durare, cervello e cuore, sguardo lungo e piedi per terra. Poche chiacchiere, nessuna mitologia, tanto lavoro.

Dante Barontini (Contropiano)





27/04/11

Pomigliano non si piega

La vita,l'esperienza,la lotta degli operai di Pomigliano nella vertenza con la Fiat.Su questi “accordi” si è letto e sentito di tutto e di più: televisioni e carta stampata si sono sostanzialmente divise tra chi sosteneva la tesi del “sacrificio duro ma necessario” e chi invece appoggiava in pieno il progetto Marchionne, accusando in sostanza gli operai fannulloni di Pomigliano e Mirafiori di essere i colpevoli della crisi economica. Tra tante voci, per lo più provenienti da giornalisti e politici che non hanno messo piede in fabbrica neppure un giorno in vita loro, nessuno o quasi si è premurato di chiedere direttamente agli operai della FIAT come gli accordi avrebbero cambiato, materialmente, le loro condizioni di lavoro e di vita. Tutto raccontato dai protagonisti,gli operai,una testimonianza diretta,viva,raccolta in questo piccolo e prezioso libro uscito per la A.C. Editoriale Coop di Milano dal titolo "Pomigliano non si piega".Di seguitio,la bella e interessante introduzione al libro scritta da Valerio Evangelisti,scrittore bolognese di narrativa e non solo,che ha pubblicato libri di grande successo, tra cui il ciclo di Eymerich e la saga di Pantera,animatore del sito di informazione e cultura Carmilla on Line



POMIGLIANO: CERNTRALITà OPERAIA


AA.VV., Pomigliano non si piega. Storia di una lotta operaia raccontata dai lavoratori,
a cura del circolo Prc Fiat Auto-Avio di Pomigliano, A.C. Editoriale Coop, Milano, 2011, pp. 210, € 8,00







Esiste il rischio che un libro di basilare importanza, per comprendere gli anni che viviamo e le poste in gioco, passi sotto silenzio per la modestia dell’edizione (non quanto a grafica, che anzi è elegante, ma per l’oggettiva marginalità della casa editrice). Invece questa raccolta di testimonianze dirette dovrebbe conoscere la massima diffusione. Farebbe la felicità degli storici futuri, che invece, probabilmente, non ne troveranno traccia nelle biblioteche. Fa già la felicità di chi ha l’opportunità di leggerlo. Potrebbe indirizzare diversamente le ricerche degli studiosi, anche molto rispettabili, convinti che la classe operaia sia tramontata, sostituita in toto dal lavoro intellettuale; o che non abbia più nozione di se stessa; o, ancora, che non sia più avanguardia di nulla, avendo ceduto il proprio ruolo a non meglio precisate “moltitudini”.

Certo, la situazione del proletariato di fabbrica è difficile. Perennemente insidiato dall’invadenza del macchinario e dell’automazione, scomposto dal decentramento e dalla delocalizzazione, sottomesso alla prassi dei servizi “esternalizzati” , corroso dal precariato, schiacciato dal dogma bipartisan della flessibilità, bersagliato dal mantra ossessivo della propria insignificanza, costretto a indossare le vesti carnevalesche di un falso lavoro autonomo. Si direbbe che l’attività manifatturiera si sia estinta, sommersa da strati di mansioni “intellettive” (sic!), e che nel processo di produzione non abbia più alcun ruolo. Peccato che ogni oggetto che tocchiamo, inclusa la tastiera su cui sto scrivendo, abbia all’origine lavoro manuale. La piramide sovrastante di manipolazioni, transazioni, forze di mercato, interventi sull’immagine della merce, regole di finanza, ingerenze del sistema creditizio ecc. può amplificare, moltiplicare o ridurre il valore del prodotto. Sta di fatto che il valore originario nasce dai gesti semplici di un operaio che dà all’oggetto forma concreta.

Mi scuso della digressione, ma era necessaria per capire l’utilità di questo libro. La classe operaia può contrarsi di numero, ma non potrà mai sparire del tutto. La sua centralità è oggettiva, anche se viene continuamente sminuita questa sua prerogativa. Sminuita da chi? Non solo dai nemici, comprensibilmente interessati a spegnerne la soggettività. A “farla sentire” marginale, prima ancora di emarginarla sul serio. Ma anche dagli “amici” presunti, pronti a teorizzare che non conta più nulla, che non incide sui rapporti politici (è vero) o economici (non è vero), che il lavoro manifatturiero non esiste più, che le merci si producono da sole. O, in alternativa, che a produrle sono cinesi, coreani o polacchi. Il che è indubbio: ma non sono anche costoro parte della classe operaia internazionale?

La lotta strenua e parzialmente perdente – ma in certa misura vittoriosa - di Pomigliano ha preso tutti di sorpresa, perché in netta contraddizione con i dogmi correnti. Ecco una bella fetta di classe operaia che comincia a remare contro, a manifestare una dignità negletta e una individualità negata. Posta di fronte a un ricatto – accettare condizioni inique o perdere il lavoro, in un quadro di crisi e di disoccupazione – sceglie di battersi a dispetto di tutto e di tutti. Ha contro il governo, due terzi dell’opposizione cosiddetta (la palma della vergogna assoluta va al solito Ichino, a Chiamparino, all’imbecille che governa Firenze), tutta la grande stampa, tutti o quasi i mezzi televisivi, tutti i sindacati tranne la FIOM – di fatto condannata dalla CGIL – e alcuni di base. Sotto il profilo politico, ha con sé partiti comunisti nemmeno rappresentati in Parlamento.

La sconfitta è inevitabile, e tuttavia di misura. Scontenta molto il padronato, che chiedeva una resa totale. Scontenta i “consociativi” per vocazione. Scontenta l’intero ceto politico parlamentare, che da un cedimento senza condizioni progettava di ricavare norme lavorative che abolissero il conflitto di classe una volta per sempre. Scontenta i media, turbati nello scoprire che chi ha accettato un contratto capestro lo ha fatto perché timoroso del licenziamento, e non per convinzione. Scontenta – è ovvio – i teorici della sparizione completa del lavoro materiale.

Ma raccontata da me, la storia è banale. Bisogna ascoltare protagonisti e testimoni, le loro motivazioni concrete, la loro vita in fabbrica. Speranze, delusioni, idealità. Questo piccolo libro soddisfa la richiesta. Procuratevelo, non ne usciranno altri così.


Richiedi il libro allo 0266107298
o a pomiglianoinlotta@gmail.com


Questo invece,è quello che scrissi nel luglio 2010,sull'onda emotiva di quegli avvenimenti


Caserme? Vaffanculo..
on Tuesday, 13 July 2010 at 19:23
A volte le difese della mente si riducono,come quelle del fisico,ma cosi il cervello viene investito,è aperto all'influsso dei linguaggi più disparati,assorbe per poi manipolare tutto in modo più o meno creativo. Se si ha qualcosa da dire,in tutti i campi. Ora,solo il lavoro,per come è strutturato oggi,per come è organizzato, per come viene assegnato e svolto e premiato nega qualsiasi creatività,soddisfazione,merito. Quasi nessuno fa il lavoro ke gli piacerebbe fare,la frustrazione di vedere gente ke non vale una cicca in posizioni ke spetterebbero ad altri per merito. Chi non si piega alle raccomandazioni,al lecchinaggio politico e sindacale deve sopravvivere come può. C'è indifferenza. Causa primaria di depressioni,suicidi. Non parliamo di morti bianche,no. E' risaputo,non sono proprio uno stacanovista. Un grazie agli operai di Pomigliano. Hanno dato un segnale forte,forse unico in questa fase di totale stravolgimento dei fattori ke dovrebbero regolare l'attività lavorativa dei salariati. Un segnale forte non solo alla fiat ma a tutto questo merdoso capitalismo italiano e al padronato,ke non ha patria se non quella del profitto,espressione della più grossolana avarizia tipica dell'imprenditoria di questo paese. Il caporalato è di casa,in nome del liberismo (parola ai più astratta ma ke significa la centralità dell'impresa e degli affaristi) e della globalizzazione (il padrone porta la produzione dove può riscuotere maggior profitto e abbattere i costi,ke sono basati sulla fame di coloro ke chiedono lavoro rinunciando a salari decenti e diritti..). Lavoro in cambio dell'abolizione dei più elementari diritti stabiliti,non per grazia di dio (aspetta..) ma con lotte furibonde,dure lotte decennali costate sangue e vittime e disgrazie,tutte sulla pelle dei lavoratori. Nel caso di Pomigliano il ricatto è accompagnato dalle solite litanie,principalmente si accampa come scusa l'alto livello di assenteismo. Peccato ke la stessa fiat solo qualche mese addietro aveva diramato dati ke indicavano come questo livello sia in linea con quello di altri stabilimenti,,Melfi,Cassino e perfino Mirafiori. Perché quest'attacco,allora? Ritmi produttivi macchinali,otto ore consecutive alla catena di montaggio,straordinari comandati,turni notturni e pause imposte solo in nome della produttività e decisi unilateralmente dall'impresa,divieto di protesta e di sciopero pena il licenziamento diretto,controllo militaresco della fabbrica e sulle assenze per malattia..esasperazione della conflittualità tra operai per spaccare il fronte sindacale,con premi di produzione per i più disperati,i più deboli e per i lecca culo. Come detenuti in regime speciale,non un posto di lavoro,ma una caserma,un campo di concentramento. Grazie agli operai di Pomigliano,ke non si sono fatti intimidire da un referendum illegittimo,privo di validità morale e legale e svoltosi in un clima di generale intimidazione,perchè alla fine qui non si parla di lavoro,di produttività,di economia ma..di politica. Un azione concertata e congiunta,confindustria e il governo degli affaristi per applicare quest'accordo,queste condizioni in tutte le fabbriche ed estenderli agli altri settori,come se non avessero già i tutti i mezzi per ricattarci. Avere ancora più mano libera e fare carne di porco dei diritti dei lavoratori. Grazie alla Fiom ke non si è piegata,alle ambiguità della CGIL e del PD,e ke esige rispetto da un azienda storicamente assistita e foraggiata dallo stato,quindi anche dai miei soldi,e ke ha un peso non indifferente sul disastroso debito pubblico italiano,per ribadire ke si,siamo salariati,operai,tecnici,impiegati ma non siamo dei morti di fame,da spremere e poi da buttare come limoni,da spolpare e svuotare della propria dignità. Vorrebbero cancellare i contratti nazionali e le leggi vigenti per dare ad ogni impresa il diritto di vita e di morte sui lavoratori.. Sulle altre organizzazioni sindacali..un velo più ke pietoso e un grosso vaffanculo agli azionisti ke,impavidi continuano a sedersi attorno ad un tavolo a spartirsi lauti dividendi e ke pagano fior di milioni a personaggi come Marchionne per ingrassarsi sul lavoro e sul sangue di migliaia di famiglie..