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30/06/14

Piccolo dizionario musicale Beat

ASPETTO affascinante di questo mucchio selvaggio di scrittori e poeti chiamati Beat è la loro capacita di <<parlare di tutto con nervosa intelligenza e con chiarezza>>. Per questo è cosi facile amarli, malgrado tutti i loro difetti e il fastidio che si prova per chi oscilla fra mito e luogo comune. Clash, David Bowie, Bob Dylan, Willie Loco Alexander, R.E.M, Doors, Grateful Dead, Tom Waits, Bob Wilson, 10.000 Maniacs, King Crimson, Soft Machine, John Cage, Patti Smith, Laurie Anderson, Gus Van Sant, Susan Sontag, Norman Mailer, Francis Ford Coppola li hanno amati, li stanno amando. Perché Kerouac, Ginsberg, Burroughs, Corso, Ferlinghetti e gli altri sono ribelli senza una causa, ma con una idea molto precisa in mente: guardare il mondo e le cose con il proprio sguardo. E senza fidarsi delle chiacchiere di quelli che vestono di flanella grigia comprata da Brooks Brothers. Quelli tramano per farti del bene senza che tu l’abbia chiesto. Stare ai margini, stare fuori, lontano dai vostri sporchi affari e dalle vostre sporche guerre. Fuori dai vostri trucchetti, ma pronti a tirarvi un uovo marcio sulla camicia candida. I beat hanno poche certezze perché sono poche le battaglie che meritano di esser combattute. Una esperienza da fare in gruppo: insieme per il piacere di stare insieme. <<Il marxismo – ha detto Tuli Kupferberg, poeta, editore e musicista dei Fugs - era troppo meccanico. Venne ipnotizzato dalla macchina. Nacque nell’era dell’acciaio e del carbone, Era pre-psicologico, pre-antropologico, pre-elettrico e pre-psichedelico.>>

<<La Beat generation non ha interesse nella politica, solo nel misticismo, questa la sua religione. L’apatia politica è di per sé un movimento politico..>> J. Kerouac

Quella che segue è una microguida per sapere cosa succedeva nel mondo dei suoni della beat generation.


28/05/13

Il lavoro secondo i Beat

<<Ero una volta giovane e aggiornato e lucido e sapevo parlare di tutto con nervosa intelligenza e con chiarezza e senza fare tanti retorici preamboli come faccio ora..>>
I Sotterranei


E. Bevilacqua, Guida alla Beat Generation
<<...Trova un milione di dollari nella tazza di un cesso/Sei l’unico che osa pescarlo fuori/Mendica e smetti dopo cento dollari al giorno/Ruba/Entra negli affari/Sposa un ricco omosessuale...>>
Anche i beat hanno il loro Time Manager. Come per i giovani rampicanti di oggi, anche per i giovani sognanti di allora fiorisce una manualistica che doveva garantire i migliori risultati nel raggiungimento del proprio Mbo (Management By Objectives). Tuli Kupferberg, nel suo 1001 Ways to Live Without Working, pubblicato nel 1967, si diverte a compilare un manuale in versi dedicato agli aspiranti non lavoratori. L'obiettivo é lo stesso dei manuali di management di oggi. Raggiungere il fine con il minimo sforzo: <<Ruba pane ai piccioni/Ruba piccioni>>, in questo adombrando due diversi livelli di impegno, in quanto appare certo più semplice rubare il pane ai piccioni che non i piccioni medesimi. Non occorre dilungarsi però sul diverso valore nutritivo dei due bottini. Più semplice può essere <<Mangia da Mà’>>, se non bisogna attraversare l'’intero paese per farlo, mentre appare stimolante il <<Mangia da Henry Miller>>. E certamente non vi sarà sfuggito, nell’'accoppiare il 'da Mà’' al 'da Henry Miller', la riconferma di quel ruolo di padre dei beat, universalmente riconosciuto all’'autore del Tropico del Cancro. Kupferberg ha infatti voluto dire: <<mangia da mamma o da papà>>, cioè dove ti fa più comodo. Ma egli ama anche associare il sacro al profano (la mamma e Miller) e infatti propone di stampare o la Bibbia di Gutenberg oppure banconote. E, a proposito di libri, ci si può ricavare qualcosa senza lavorare: <<Recensisci libri, ruba libri, scrivi libri, stampa libri, mangia libri>>. Non mancano tuttavia in Kupferberg più precise norme dietetiche (Mangia merda/Mangia un giorno si e un giorno no..)  ll beat è il naturale avversario delle compagnie di assicurazione, almeno cosi lo vorrebbe Kupferberg, che propone ancora, nei suoi mille e un modo per vivere senza lavorare: <<Cadi dalla finestra, cadi davanti alla metropolitana, cadi davanti a un taxi e incassa l’'assicurazione>>.

Come ha osservato il sociologo Paul Goodman, c'è una mistica della povertà nei beatnik. In un suo libro dal titolo La gioventù assurda, suggerisce di analizzare la Beat Generation come una casta indigente. O meglio di cercare di capire <<l'’influsso culturale che la classe povera esercita sui bohémien d`oggi>>. Tuttavia i Sotterranei hanno sviluppato un forte senso di appartenenza al proprio gruppo e un profondo senso di lealtà, di comunità, la consapevolezza di essere oggetto di prevenzione, il senso dell'’inutilità economica, ma soprattutto la morale del lavoro. E’ per questo che lavorare, per un beat, significa soprattutto procurarsi una somma di denaro sufficiente per un certo periodo; non importa tanto il tipo di lavoro, quanto la possibilità di poterlo svolgere senza coinvolgimento e di abbandonarlo non appena raggiunta la somma sufficiente. Del resto proprio Paul Goodman, in uno studio realizzato insieme al fratello Percival (Communitas, Columbia University), ha dimostrato come esista una economia della sussistenza che consentirebbe, a chiunque lo volesse, di garantirsi i mezzi di sopravvivenza lavorando meno di un anno ogni sette.  
Certo si tratterebbe di una scelta consapevole di povertà ma in cambio si otterrebbe un'’enormità di tempo a disposizione per fare ciò che meglio aggrada: leggere, studiare, dormire, fare l'amore, osservare serenamente il susseguirsi delle giornate e delle stagioni, fare figli, giocare a carte, suonare la slide guitar, i bonghetti, imparare a lanciare il boomerang, andare in canoa, dedicarsi agli’ origami o al teatro, restaurare mobili o fare il vino o berlo, o tutte e due le cose insieme, o trangugiare gin, rum, o whisky, o, peggio, bevande analcoliche.

20/10/12

On The Road (al cinema) e gli Echo and the Bunnymen (al Circolo)

On The Road

Non è piaciuto proprio a nessuno. Un giro rapido sul web, le maggiori testate giornalistiche, i siti specializzati, e quelli più alternativi, solo una lunga sequenza di stroncature, alcune feroci, altre più soft, ma tutti accomunati dallo stesso giudizio: il film di Walter Salles (brasiliano) non restituisce un briciolo della grandezza del romanzo di Jack Kerouac. La sfida e la scommessa erano di quelle epocali, il progetto di trarre un film dal libro, bibbia della controcultura di più generazioni, che ha influenzato tanti scrittori e invogliato tantissimi a cimentarsi con la scrittura, giaceva ormai da decenni negli scaffali di Francis F. Coppola che ne aveva acquistato i diritti, dopo il gran rifiuto di Marlon Brando alle sollecitazioni dello stesso Kerouac di partecipare al progetto del film. Sono andato a vederlo già consapevole della regola: se hai letto prima un libro, la sua riduzione cinematografica non ne sarà comunque all'altezza.

Sono uscito dalla sala con delle..strane sensazioni. E non riuscivo a spiegarmele: inizialmente ho pensato solo che non mi fosse piaciuto, e quindi stavo elaborando la delusione. Poi ci sono arrivato: quell'inusuale senso di smarrimento e quell'odore che per tutta la serata mi si era appiccicato addosso non era altro che una.. presenza. Quella di alcuni miei vecchi amici, un gruppo di giovani e giovanissimi ribelli e anticonformisti, decisi a non farsi ingabbiare nelle logiche borghesi e benpensanti di una piccola città, immersi nei meandri ideologici e un po' mistici che il libro di Kerouac aveva così bene messo a fuoco, e alcuni dei quali persi dolorosamente durante il tragitto, nell'utopia che.. "Le sole persone che esistono sono quelle che hanno la demenza di vivere, discorrere, di essere salvate, che vogliono vivere tutto in un solo istante, quelle che non sanno sbadigliare.” On the Road era un rito d’iniziazione, bisognava averlo letto se si voleva entrare nel mondo della contro cultura, di assorbirlo e metabolizzarlo se si voleva essere accettati. E' stata una stagione breve, e la sintesi che alla fine ha rappresentato la parola “beat”, tra beatitudine (nel consumo di droghe) e il battito della musica jazz, colonna sonora del movimento, la vivevo allora come una sconfitta. Di quella stagione breve, ma intensa, mi è rimasta l'irrequietezza fisica e mentale, la rabbia e la voglia di cambiare il mondo. E' proprio questo che alla fine, manca nel film.

La storia di un gruppo di ragazzi alternativi che scoprono il viaggio come mezzo per conoscere se stessi e gli altri, alle prese con droghe, alcol e sesso. La cronologia è precisa, gli eventi sono narrati in modo meticoloso, ma le avventure negli stravizi diventano ripetitive con il risultato di annoiare, un po'. Perché' sono fine a se stesse, non s’intravede nessun collegamento con il contesto sociale e politico, dell'America puritana, bigotta, conservatrice e razzista del dopoguerra, non c’è quasi traccia del malcontento e della ribellione di cui era intriso il libro e che ha cambiato la cultura giovanile americana e non solo e a cui s’ispirarono i movimenti di protesta del sessantotto. E quando il gruppo inizia a parlare di poesia, letteratura e romanzi è davvero piatta la linea su cui dialogano, con il trio di personaggi troppo belli e puliti e per niente dannati, Allen Ginsberg (Carlo Marx nel film) ridotto a macchietta, il carisma di Dean Moriarty troppo artificioso da diventare controproducente.

Sam Rilley da poco spessore al Kerouac scrittore, troppo poco somigliante all'uomo timido e perennemente sbronzo che cosi bene ci aveva raccontato Fernanda Pivano, che per prima lo invitò in Italia, tanto che viene voglia di correre a casa e rivedere la sua grandiosa interpretazione in Control, bellissimo film di A. Corbijn su Ian Curtis e i Joy Division.

In definitiva un film sui rapporti umani, e sull'amicizia, ed è questo che mi ha provocato la "dissociazione" di cui sopra. Bene per quelli che conoscono la storia della Beat Generation e che ne hanno condiviso l'utopia anche in tempi relativamente recenti, male per la nuova generazione che si trova di fronte a scopate, gemiti e guaiti senza nessuno scopo.






Echo and the Bunnymen

Con Ultrasuoni, il bel festival che si è svolto nel quartiere Pigneto (Roma) la settimana non poteva finire meglio. Anche se il biglietto dava la possibilità di seguire molte band sin dal pomeriggio, l'appuntamento era per me con gli Echo and the Bunnymen, haedliner della serata. Cosa può accomunare il gruppo seminale del post punk/new wave di Liverpool con On the Road e i Beatnik americani? Apparentemente..nulla.

Una volta Allen Ginsberg ebbe a dire che Liverpool era il ..centro dell'universo, molto simile a S. Francisco: entrambe città portuali, entrambe con una fortissima identità. Bill Drummond, primo manager degli Echo e in seguito dei Teardop Explodes di J. Cope, racconta che in quegli anni, fine '70 inizi '80 c'erano tantissimi ragazzi che andavano in giro con il libro in tasca e spesso si poteva notarli agli angoli delle strade fermi a leggerne pubblicamente interi capitoli. Liverpool s’identificava con la musica di S. Francisco e con tutto quello che aveva preceduto i figli dei fiori. Dopo i Beatles, Echo and Bunnymen è stato il gruppo di Liverpool (e in genere” il gruppo Inglese”) per antonomasia, venerati insieme ai Joy Division,  rappresentanti di un mondo giovanile appesantito dalla rabbia e dalla malinconia. Ian McCulloch e Will Sergeant, rispettivamente voce e chitarra, furono i primi a riscoprire le "sottigliezze" nel post punk, costruendo un muro di suono privo dello sporco del punk, maestoso senza la pomposità dei vecchi super gruppi  e del prog dell'epoca, associando quel sound a testi rabbiosi e straziati. Anche dopo la svolta pop di Ocean Rain hanno sempre mantenuto uno standard di ottima qualità e un seguito di fedelissimi e appassionati. E in questa veste che mi sono recato al Circolo degli Artisti.

Non hanno deluso Ian McCulloch e Will Sergeant, unici superstiti del gruppo originale. Dopo i primi dieci, quindici minuti in cui ha regnato la confusione, quelli del mixer hanno preso le misure alla “delicata” acustica del Circolo e tutto il suono dell’ottima band che li supporta è venuto fuori, con Sergeant, a testa bassa sulla chitarra per tutta la serata, in gran forma. La voce di Ian è sempre potente, cupa, sognante, nonostante non abbia quasi mai smesso di fumare sul palco. Timido e con gli inseparabili occhiali scuri da miope, ha lasciato poco alla comunicazione, e sinceramente si è capito poco di quello che ha farfugliato tra un brano e l’altro. Molti i vecchi gioielli ripescati, apertura con Going Up, poi con gli immancabili cori di un pubblico eterogeneo sulle preziose The Cutter, All that Jazz, Rescue. Omaggio ai vecchi amori, con Roadhouse blues dei Doors e  Walk on the Wild Side di Lou Reed, e davvero bellissime le versioni “lente” di Seven Seas e The Killing Moon: qui, oltre alla pelle d’oca, sono tornate le sensazioni provate durante la visione di On the Road..

Una bella serata per i giovanissimi che hanno avuto la possibilità di ascoltare e vedere un gruppo leggendario, onnipresente in ogni resoconto su quella stagione magica che fu per la musica rock, e per chi fa ancora girare sul piatto i vinili originali, nonostante i graffi e l’usura del tempo. In generale abbiamo trovato il Circolo più organizzato, come doveva essere, per una manifestazione in stile nord europeo: nonostante sia Sabato, e gli Echo come headliner, non c’era il sold out e questa è l’unica stonatura insieme alla relativa brevità del concerto.

Buon Week end a tutti..


08/06/11

W.Burroughs e J.Kerouac a quattro mani

Non poteva non essere un piccolo evento,la pubblicazione di questo romanzo,scritto a quattro mani da William Burroughs e Jack Kerouac. 'E gli ippopotami si sono lessati nelle loro vasche' viene terminato nel 1945 e il tentativo di pubblicarlo non ottiene successo. 1945 quindi,quando i due scrittori non avevano ancora pubblicato niente. 'Sulla strada' di Kerouac è del 1957 mentre 'Il pasto nudo' di Burroughs vedrà la luce solo nel 1959. Anche se la prima edizione è del 2008,questo manoscritto può considerarsi un vero e proprio esordio. La verità è che la storia che vi si narra era già stata accennata nel primo vero romanzo di Kerouac,'La città e la metropoli' nel 1950,come lo stesso autore conferma in un intervista del 1967 ed è solo per il rispetto verso i protagonisti che il libro rimarrà inedito fino ad oggi. I due esponenti della Beat Generation prendono spunto da un torbido fatto di cronaca che occupò le pagine dei giornali americani per un bel pò di tempo:Lucien Carr,giovane rampollo della buona borghesia del sud in una calda notte di agosto del 1944 accoltella con il suo temperino da boy scout David E. Kammerer,suo amico di infanzia ed eterno innamorato e lo getta nelle acque del fiume Hudson.

L'intricata relazione tra i due era iniziata nel '36 quando Lucien aveva undici anni e David venti cinque a St Louis,una lunga e tormentata relazione,tra infinite bevute e litigi,culminata in quelle notte dove, dopo l'ennessima sbronza e la scenata di gelosia di Kammerer che non accetta la decisione di Carr di imbarcarsi alla volta dell'Europa su di un mercantile,si consuma il drammatico assassinio. Questi i fatti. La particolarità che rende ancor più interessante il libro è che i due protagonisti conoscevano bene ed erano amici sia di Burroughs,sia di Kerouac,oltre che di Allen Ginsberg.Era stato proprio grazie a Lucien che Burroughs,Kerouac e Ginsberg si erano conosciuti alla Columbia University,mentre Kammerer era stato compagno di scuola di Burroughs a St Louis negli anni '20.

Lucien Carr prima di costituirsi si presentò a casa di Burroughs e gli confessò l'omicidio,poi passò il resto della giornata con Kerouac in giro,visitando prima il luogo dove si era consumata la tragedia,poi per musei e bar a bere e a parlare. Quest'amicizia costò ai due scrittori l'arresto come persone informate sui fatti,poi rilasciati su cauzione. Nel libro ognuno dei due scrittori si serve di un alter ego per scrivere:Burroughs è Will Dennnison,barista tossico che lavora anche per un agenzia di investigazioni,mentre Kerouac sceglie il nome di Mike Ryko,marinaio di origini francesi in attesa di imbarco. A Lucien Carr viene dato il nome di Phillip Tourian,diciassettenne per metà turco mentre Kammerer si chiama Ramsay Allen,descritto come un quarantenne brizzolato e possente perdutamente innamorato del suo futuro assassino. Lo scenario è una New York nell'immediato dopo guerra,piovosa e dove è sempre notte,zeppa di ubriachi,automobili,romanzi e titoli di giornali,'il ritratto del segmento perduto della nostra generazione',cinico,onesto,di una realtà strabiliante. Tutti i personaggi del libro,nonostante gli pseudonimi sono riconoscibili,Lucien Carr a sorpresa venne condannato a dieci anni di reclusione (i giudici respinsero la teoria dell'ossessivo molestatore omosessuale che non lascia alternativa alla sua vittima di difendersi con la violenza),visse fino al 2005 sempre tentando di mettere a tacere la vecchia storia che gli aveva bruciato la gioventù,storia che per anni ha ossessionato un gran numero di scrittori.
Infine,l'origine del titolo: "Una sera io (Kerouac) e Burroughs seduti in un bar abbiamo sentito un annunciatore radiofonico che diceva:'..e cosi gli egiziani hanno attaccato..e intanto allo zoo di Londra era scoppiato un incendio devastante,che poi è divampato nei campi e gli ippopotami si sono lessati nelle loro vasche! Buonanotte a tutti..'. Era stato Bill (Burroughs) a notarlo. Lui queste cose le nota sempre.."