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21/04/18

Troppo dolore in Israele. Nathalie Portman fa la cosa giusta

Quanto sta accadendo in Israele è troppo doloroso.
 
<<"I recenti avvenimenti in Israele sono stati estremamente dolorosi per lei e non si sente a proprio agio nel partecipare ad alcun evento pubblico in Israele" e che "non può in buona coscienza andare avanti con la cerimonia">>.
 
È questo il motivo che ha portato l'attrice israelo-americano Nathalie Portman a rifiutare il Premio Genesis, detto il "Nobel ebraico" per la pace. A confermare la notizia con il comunicato che riportiamo sopra è stato un portavoce dell'attrice.
Il ministro della cultura israeliano, dal canto suo, avrebbe reagito dicendo che l'attrice "ha ceduto alle pressioni del Bds", movimento a guida palestinese per il boicottaggio di Israele. In una nota il premio ha comunicato di "temere che la decisione di Portman causerà alla nostra iniziativa filantropica una politicizzazione per evitare la quale abbiamo lavorato duramente negli ultimi cinque anni".
Come sempre, non una parola sulle decine di palestinesi assassinati nelle ultime settimane.
Mentre la Jewish Telegraphy Agency, la Fondazione Genesis Prize ha annunciato questo giovedì che stavano cancellando la cerimonia del premio in Israele a giugno, dopo che la beneficiaria del 2018 Natalie Portman ha dichiarato di non prendere parte alla luce degli "eventi recenti".

Nathalie Portman, una delle più famosi attrici di Hollywood, è nata a Gerusalemme il 9 giugno 1981 ed è stata in seguito naturalizzata cittadina americana. Tre anni fa ha scritto, diretto e interpretato A Tale of Love and Darkness, film ispirato allo scrittore israeliano Amos Oz.

Natalie è un accanita sostenitrice dei diritti degli animali, è vegetariana sin dall'infanzia. Nel 2009, dopo aver letto il libro Se niente importa (Eating animals) di Jonathan Safran Foer, è diventata vegana. Non mangia né carne animale, né prodotti derivati e tantomeno veste abiti di cuoio, piume, lana o pelliccia. Supporta anche attività contro la fame nel mondo e la povertà. Tra il 2004 e il 2005 ha viaggiato in Uganda, Guatemala e Ecuador come Ambasciatrice della Speranza per la FINCA International, un'organizzazione che promuove il microcredito per aiutare le aziende possedute da donne nei paesi in via di sviluppo.
Quest'anno (2018) è la protagonista in Annientamento (Annihilation), bel film di fantascienza di Alex Garland, già conosciuto nell'ambiente per  Ex Machina e, in precedenza, per aver scritto The Beach, romanzo di successo da cui venne tratto il film con Leo Di Caprio.
 
 
 
 

04/08/16

I valorosi soldati di Tsahal, l'esercito israeliano

E' dal settembre 2012, che le forze di sicurezza israeliane hanno recintato al-Ibrahimi Street a Hebron, una strada a ridosso della Tomba dei Patriarchi . Nonostante le dichiarazioni ufficiali che attestano la libera circolazione nella strada, più volte è stato documentato che l'esercito israeliano nega ai palestinesi l'accesso alla strada asfaltata. Questo è un video del 25 luglio 2016, in cui i volontari di B'Tselem riprendono il sequestro della bicicletta a Anwar Burqanun, una bambina di 8 anni, da parte di un ufficiale di polizia , che getta tra i cespugli la bici, tra i pianti e lo spavento di Anwar. Dopo la pubblicazione del video in rete, che è divento virale in poche ore, le autorità si sono affrettate a far sapere che il soldato israeliano è stato sospeso dal servizio.







 

26/12/15

Si festeggia in Israele

Estremisti ebrei ballano, cantano e celebrano la morte del bimbo palestinese bruciato vivo in Cisgiordania nel luglio scorso. Le immagini, registrate una decina di giorni fa e pubblicate dal sito del quotidiano Haaretz, mostrano il gruppo di ebrei ortodossi: alcuni danzano con pistole e coltelli, uno, con il volto coperto, ha una bomba molotov in mano, un altro pugnala la foto di Ali Dawabsheh. L'immagine poi passa di mano in mano finchè non viene distrutta.
Il piccolo, 18 mesi appena, morì nella casa paterna incendiata da ignoti ultra" ebrei, nel villaggio di Duma, in Cisgiordania. Il padre Saed, era deceduto l'8 agosto nell'ospedale israeliano di Soroka. Poco dopo, anche Reham Dewabsheh (27 anni), madre del bimbo e moglie di Saed, bruciati vivi dai coloni, muore per le ferite riportate. A rimanere gravemente ustionato era stato anche un altro figlio, di 4 anni.






25/10/15

Palestina: “Esistere è resistere”

il valoroso esercito israeliano
di Grazia Careccia
Nell’ultimo mese la tensione in Palestina e in Israele è cresciuta fino ad esplodere in scontri, omicidi, esecuzioni sommarie da parte dell’esercito e fitte sassaiole. Le immagini sono arrivate nelle nostre case dai telegiornali, con giornalisti che, con funambolica abilità, con la solita litania ci dicono che gli israeliani si difendono dai terroristi. Ormai si aggiornano solo i numeri.
E’ diventato questo il conflitto israelo-palestinese per i media? Ebbene sì un susseguirsi di numeri aggiornati in tempo reale. Le scene da film di Tarantino in cui feriti palestinesi, bambini o adulti che siano, vengono ammazzati, o come dice la sicurezza israeliana “neutralizzati”, non vengono trasmesse dai media internazionali.
Così come non lo sono le immagini del bambino ferito da un colono che senza pietà gli grida “figlio di puttana” e chiede ai poliziotti, che calciano il ferito, di finirlo. Le televisioni internazionali non hanno passato il video in cui con disprezzo un colono israeliano ha sbattuto sul viso di un ragazzino palestinese ferito che veniva trasportato su una barella delle fette di carne di maiale, gridando “sappiamo quanto a voi musulmani piace il maiale.” Le immagini di questi attacchi brutali si trovano su Facebook e Twitter, ad uso di coloro che la causa palestinese la seguono da anni e sanno già molto bene quale sia la situazione.
Il linguaggio usato dai media, che non pronunciano mai la parola occupazione e riportano cifre e fatti senza contesto, contribuisce nuovamente ad isolare i palestinesi, a beneficio di Israele. Un’altra porta in faccia a persone che da generazioni hanno fatto della resistenza, del restare attaccati alla propria terra ad ogni costo una ragione di vita.
“Esistere è resistere”, si legge sul Muro che Israele ha costruito oltre la Linea Verde per prendersi terre e risorse idriche palestinesi. Ma oggi i giovani palestinesi pensano che forse anche esistere non sia più sufficiente perché la loro è diventata una realtà che è al di sotto della sopravvivenza. Soffocati dall’oppressione del regime militare di occupazione che controlla le loro vite fin dalla nascita, dal numero sempre crescente di coloni, oggi oltre 600,000 di cui circa 300,000 solo a Gerusalemme Est, i giovani palestinesi hanno rotto le fila dell’immobilismo imposto dalla politica di contenimento dell’asservita autorità palestinese.
Con i leader politici di un certo calibro dietro le sbarre delle carceri israeliane e i burocrati neoliberisti dell’Autorità Palestinese al potere impegnati a far quadrare i conti per ingraziarsi i generosi donatori stranieri, occidentali o arabi che siano, i giovani palestinesi non hanno trovato che se’ stessi come ultima ed unica “arma” per contrastare l’occupazione. E non si può dire che non abbiano provato a farlo con mezzi pacifici.
Forse in pochi ricordano quando nel 2011 tentarono azioni di disobbedienza civile salendo sugli autobus riservati agli israeliani che attraversano la Cisgiordania con destinazione Gerusalemme e furono brutalmente picchiati e arrestati. Non fa notizia il fotografo palestinese che, nonostante abbia avuto entrambe le gambe amputate a seguito di operazioni militari, continua a chiedere giustizia pubblicando le foto di Gaza in macerie. Non hanno fatto notizia i ragazzi e le ragazze vestiti come i personaggi di avatar per protestare contro il muro che a Bil’in gli porta via le terre che le loro famiglie hanno coltivato da generazioni, che gli porta via il futuro.


Stanchi anche dell’indifferenza della politica internazionale, che ha ridicolizzato i timidi tentativi dei burocrati palestinesi di far uso dei meccanismi di giustizia internazionale, i giovani palestinesi non possono fare altro che prendere in mano il proprio futuro; è la loro unica possibilità di sopravvivenza. Non gli resta altro che danzare la debke mentre lanciano un sasso contro una jeep dell’esercito israeliano o andare verso morte certa colpendo con un coltello chi è partecipe, più o meno consapevole, di un sistema coloniale che da decenni li umilia e li opprime.
Sarebbe miope pensare che quello a cui stiamo assistendo in questi giorni sia la reazione alle restrizioni che Israele ha imposto un mese fa all’accesso alla moschea di Al Aqsa o che da parte israeliana la furia sia stata scatenata dall’attacco in cui hanno perso la vita due coloni israeliani nei pressi di Nablus.
Le violenze e le manifestazioni di questi giorni sono la cartina tornasole del fallimento degli accordi di Oslo, della pace economica di Saeb Erekat, della soluzione a due stati. Da parte palestinese è tragicamente sfociato in impotenza l’ottimismo di coloro che, non avendo capito che i lunghi documenti degli Accordi di Oslo altro non erano che una trappola per sottrarre ai palestinesi il controllo delle proprie terre, risorse e del proprio destino, vent’anni dopo, si sono solo trovati inermi e indebitati con le banche.
In questo clima di frustrazione, di slogan politici e nazionalisti che non erano altro che parole portate via dal vento, sono cresciuti i ragazzi e le ragazze che, con l’incoscienza e spudoratezza della loro età, oggi affrontano a volto coperto e con le mani piene di pietre un nemico crudele e inesorabile. Anche i bambini, cresciuti nei campi profughi o in una Gerusalemme est intrisa di tensione e paura, che hanno visto i propri parenti e i compagni di scuola picchiati e arrestati dalle forze di sicurezza israeliane, si sentono grandi e prendono parte ad un gioco al massacro più grande di loro.
Chi dovrebbe proteggerli ancora sembra non aver capito che le regole del gioco sono cambiate e che uccidere a sangue freddo un bambino palestinese per Israele è ordinaria amministrazione. A Gaza durante l’attacco dell’estate 2014, Israele ha ucciso oltre 550 bambini e non ha mostrato rimorsi, tanto meno la comunità internazionale ha alzato la voce per far capire che certe morti innocenti non possono essere tollerate, al contrario i dati di quest’anno indicano trend positivi nel settore industriale bellico israeliano.
Gli israeliani, scampato ogni pericolo che il sogno palestinese di oslo potesse diventare realtà, stanno dando libero sfogo alla fobia dell’arabo e alla voglia di vendetta generati dalla propaganda del terrore e dalla disumanizzazione ideologica dei palestinesi che pervade il sistema dell’istruzione, l’esercito e i media israeliani e internazionali.
La disumanizzazione dei palestinesi agli occhi degli israeliani è ulteriormente rafforzata dalla separazione fisica che i due gruppi hanno subito a causa delle politiche adottate da Israele e culminate con la costruzione del Muro e la chiusura di Gaza. In una società profondamente militarizzata è facile instillare disprezzo e senso di superiorità verso coloro tenuti sotto il giogo militare e coloniale. I continui attacchi dei coloni contro i palestinesi, le migliaia di ulivi sradicati, le case palestinesi bruciate e la morte di famiglie innocenti sono testimonianza di questi sentimenti.
Negli ultimi giorni questa violenza è sfociata in follia e caccia all’arabo, per cui il minimo sospetto legittima agli occhi dell’israeliano e dell’occidentale medio esecuzioni sommarie come quella avvenuta nella stazione degli autobus di Afula. La gravità della situazione è confermata dall’impunità con cui tutto questo avviene, ad ulteriore conferma del fatto che le autorità israeliane sono non solo complici ma istigatrici di questa violenza.
Gestire il livello di violenza a seconda delle necessità politiche è una delle tattiche con cui Israele si destreggia abilmente per assicurarsi la coesione interna e l’appoggio incondizionato delle potenze occidentali unite nella lotta al terrorismo. Fino a che il conflitto israelo-palestinese sarà confinato nella retorica del terrorismo il ciclo di violenza non si arresterà.
Fino a che non si condannerà l’occupazione israeliana in maniera categorica chiedendone la fine incondizionata, i ragazzi palestinesi continueranno a morire ammazzati senza che nessun rappresentanza politica rivendichi queste giovani vite. I ragazzi e le ragazze palestinesi che in questi giorni hanno accettato di sfidare la morte anche semplicemente uscendo da casa o da scuola, l’hanno fatto con la triste consapevolezza di non avere nessun esercito che si mobiliterà in loro difesa e che nessuna sentenza punirà mai i colpevoli della loro morte.
E’ difficile prevedere quali potranno essere gli sviluppi di una situazione in cui i responsabili politici, da un parte gli israeliani per un piano preordinato e dall’altra la leadership palestinese per debolezza politica e interesse, hanno rispettivamente voluto e lasciato che il conflitto sfociasse nella violenza privata. Il sindaco di Gerusalemme che esorta i propri cittadini ad armarsi e le misure punitive adottate dal Governo israeliano di chiudere alcuni quartieri di Gerusalemme Est e di non restituire i corpi dei palestinesi coinvolti in attacchi contro israeliani sono benzina sul fuoco, ed indicano che Israele intende far affogare la causa palestinese nel sangue.
Il rappresentante diplomatico palestinese alle Nazioni Unite ieri ha affermato che i Palestinesi necessitano della protezione delle forze delle Nazioni Unite, forse dimenticandosi che tale forza può essere autorizzata solo dal Consiglio di Sicurezza, l’organo delle Nazioni Unite che da sempre è stato ostile verso l’adozione di misure efficaci contro le violazioni israeliane a causa del diritto di veto dell’alleato chiave di Israele: gli Stati Uniti.


Forse avrebbe dovuto prendere nota del comunicato con cui l’amministrazione americana condannava gli attacchi contro gli israeliani senza far alcun riferimento ai morti palestinesi, che in meno di due settimane sono arrivati ad oltre 30. Il resto della comunità internazionale, impegnata in manovre bellico-diplomatiche sull’ingestibile fronte siriano, si è limitata a poche frasi di routine senza mordente.
Il presidente palestinese Abu Mazen ha dimostrato di aver perso completamente il polso della situazione e ha ribadito il proprio impegno per la pace e chiesto la fine dell’occupazione. Impegnarsi per la fine dell’occupazione con ogni mezzo e senza concessioni, per avere libertà, giustizia e rispetto per i propri diritti per arrivare a parlare di pace, è invece quello che oggi chiedono i giovani palestinesi, in Palestina e in Israele.
Ora più che mai sentono che il tempo è loro nemico e che l’occupazione li sta strangolando. E si sa, chi si sente afferrato alla gola non può che reagire scalciando violentemente per liberarsi dalla presa e non soccombere per la mancanza di ossigeno.
Se questa sia una terza intifada o meno poco importa, non è importante darle un nome, è importante capirne il messaggio: la politica a tutti i livelli e per ragioni diverse ha fallito, ha lasciato le persone indifese e gli individui devono far cambiare la politica.
Questo messaggio sembra essere arrivato anche ai palestinesi cittadini d’Israele e agli arabi israeliani che hanno indetto uno sciopero generale e in circa 200,000 hanno dimostrato a Sakhnin, nel nord di Israele, in solidarietà con i palestinesi sotto occupazione. A questa specifica manifestazione avrebbero dovuto aggiungersi gli ebrei israeliani, in quanto vittime della manipolazione e delle politiche coloniali israeliane.
Dovremmo tutti riempire le strade delle capitali europee, di New York, di Pechino, fare come a Santiago del Cile, avere il coraggio di esigere dai nostri politici di smetterla con l’ipocrisia di considerare le parti del conflitto israelo-palestinese come duellanti ad armi pari e di riconoscere che Israele detiene le chiavi per la soluzione di questo conflitto, che non è né religioso né lotta al terrorismo, ma un regime coloniale e razzista camuffato da occupazione militare. Riprendiamoci anche noi, come stanno facendo i giovani palestinesi il potere nelle nostre mani e facciamo sentire la nostra voce di dissenso nei confronti dei nostri stati per la loro connivenza con i crimini commessi da Israele.
Dobbiamo far in modo che la comunità internazionale sia costretta a mandare un segnale forte, assordante, che faccia sentire Israele a disagio con il resto degli alleati di sempre. Non è questo che si fa anche con un amico quando, dopo ripetute rimostranze, continua dritto per la sua strada? Ad un certo punto lo si allontana per incoraggiarlo a riflettere e cambiare atteggiamento.
E allora abbiamo il dovere di chiedere che i nostri stati cessino di fornire armi ad Israele, di puntare il dito ogni volta che la nostra politica estera filo-israeliana contribuisce a rafforzare l’occupazione, di rifiutarci di vedere nei nostri supermercati prodotti delle colonie israeliane in Palestina. Se alzassimo la testa e facessimo sentire la nostra voce e il nostro appoggio aiuteremmo questi giovani palestinesi a non dubitare che “Esistere è Resistere”, insieme.
La terza intifada, per quelli che vogliono chiamarla in questo modo, è una lotta a mani nude per la libertà e contro l’oppressione, che dovrebbe andare oltre i confini della Palestina, per dare a tutti noi di nuovo il coraggio di prendere in mano una pietra per scagliarla contro il muro d’indifferenza dei nostri politici, per far valere i nostri diritti.

BDS ITALIA 








 

30/08/15

Si torna, ma le infamie sono sempre le stesse. Il ragazzo di Nabi Salehè

Finite le vacanze, veniamo accolti da notizie e video che hanno dell'incredibile. Che fanno male. Mentre Benya­min Neta­nyahu è a Firenze, dove è stato omaggiato da Renzi, subito comitati e asso­cia­zione di ami­ci­zia e soli­da­rietà con il popolo pale­sti­nese hanno con­te­stato il calo­roso ben­ve­nuto che il sin­daco Nar­della ha riser­vato ieri a Neta­nyahu. Durante l’operazione “Mar­gine Pro­tet­tivo” a Gaza,  Firenze reagì chie­dendo la fine dell’offensiva che provocò circa 2200 morti pale­sti­nesi e il feri­mento di altre migliaia. In molti in città accu­sa­rono il primo mini­stro israe­liano di cri­mini di guerra.
Neta­nyahu ripete sempre le solite cose, già ascol­tate in altre visite nel nostro Paese. Sot­to­li­neando i legami sem­pre più stretti tra Israele e Ita­lia, si è detto addirittura commosso dal discorso tenuto da Renzi alla Knesset a luglio in Israele, un Renzi che dimostra un atteg­gia­mento di totale sot­to­mis­sione nei con­fronti del capo di un governo di etrema destra che,  si esprime ripe­tu­ta­mente con­tro il diritto dei pale­sti­nesi all’indipendenza e alla piena libertà, giustificando attacchi con stragi di civili sempre con la litania della lotta al terrorismo. In Italia è ben spalleggiato dalla sua ambasciatrice, la gior­na­li­sta ed ex par­la­men­tare italo-israeliana Fiamma Niren­stein ultranazionalista che ringhia contro chiunque osi criticare le scelte del suo governo, e che rego­lar­mente esprime il suo soste­gno alle poli­ti­che pro-insediamenti di Tel Aviv mostrando soli­da­rietà ai coloni che quotidianamente attaccano i civili palestinesi nelle loro case causando morti e feriti. Peccato che Bibi, con la sua signora, non si commuova davanti alle immagini nel video sotto, girato da giornalisti della Reuters. Un soldato insegue e poi trattiene un ragazzo con un braccio rotto - colpevole secondo l'esercito di aver lanciato pietre contro le truppe israeliane - stringendogli le braccia attorno al collo, con una forza al limite del soffocamento. Solo l'intervento dei  parenti e di attivisti intervenuti in difesa del ragazzo, ha permesso il rilascio del ragazzo. Prima di andare via, in segno di disprezzo, il soldato israeliano lancia una granata assordante. Questo è l'esercito di Israele, questi sono i soldati del popolo eletto.. Nella baraonda, durante scontri a Nabi Salehè, stato arrestato Vittorio Fera, 31 anni,  arrestato mentre con "un pacifico gruppo di dimostranti internazionali stava cercando di documentare l'attacco ad un ragazzino" palestinese da parte dell'esercito. Si torna dalle vacanze, ma le infamie sono sempre le stesse, e sempre dalla stessa parte.




08/08/15

La poliziotta e la paura

La foto è di quelle che fanno scalpore, destinata a scatenare commenti, sicuramente a diventare virale. Due uomini palestinesi fanno da scudo, proteggendo  una poliziotta israeliana che era intervenuta con altri colleghi a sedare gli scontri scoppiati tra i soliti coloni ebrei, aggressivi e armati e attivisti anti occupazione, non solo palestinesi.

La fotografia - scattata da Shaul Golan, fotografo per il giornale israeliano Yedioth Ahronoth  - mostra i tre  a Esh Kodesh, un avamposto in Cisgiordania, considerato dalle Nazioni Unite come parte integrante del territorio occupato.

L'ufficiale di polizia femminile è  senza equipaggiamento protettivo, molto spaventata, mentre i due uomini con le braccia alzate, senza armi e con solo i cellulari in mano cercano di proteggerla..



I due uomini palestinesi sono intervenuti per proteggere la poliziotta spaventato dopo gli scontri scoppiati tra gli attivisti anti-occupazione e quello che i media israeliani  hanno descritto come  coloni di esstrema destra. Gli incidenti - inizialmente con lanci di pietre da entrambi le parti - sono scoppiati vicino alla colonia di Aish Kodesh e il villaggio palestinese di Khusra. Questa foto è stata condivisa almeno 2.305 volte sulla pagina di Facebook di un giornalista israeliano di nome Igal Sarna.

"In mezzo a tutto il caos, ho visto questo ufficiale donna", era davvero spaventata. E 'stata abbandonata nel campo e i suoi cosiddetti nemici la stavano sorvegliando. Ho capito subito che era un momento speciale. Uno degli uomini che che cerca di proteggere l'ufficiale israeliano è Zakaria Sadaha, ."Quando l'ho vista," ha detto Sadah in un'intervista telefonica ad un giornale israeliano,  "non ho visto la sua uniforme o un simbolo dell'occupazione. Ho visto una persona che piangeva, e che stava crollando. E ho voluto essere al suo fianco. "

27/06/15

Thurston Moore (ex Sonic Youth) boicotta Israele

Uh.. Buone notizie. Notizielle che ci piacciono. Finalmente anche il mondo della musica inizia a scuotersi. Thurston Moore ex Sonic Youth è diventato l'ultimo artista ad aderire alla campagna di boicottaggio contro Israele per quello che definisce "brutali violazioni dei diritti umani" nei confronti del popolo palestinese.."

Thurston aveva in programma un live nella seconda città più grande di Israele, Tel Aviv, all'inizio di quest'anno, ma ha poi annullato il concerto senza offrire una spiegazione ufficiale. La notizia è stata resa pubblica solo ora e l'ex frontman dei Sonic Youth ha ora confermato che la decisione dell'annullamento è stata presa per dare sostegno al movimento BDS, organizzazione che si batte per la campagna di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS) contro lo stato ebraico fino a che non accetterà le norme internazionali sancite per il diritto e i diritti dei palestinesi ".

"E 'stato dopo un serio ripensamento che alla fine sono arrivato alla conclusione personale che esibirmi con la mia band in Israele era in conflitto diretto con i miei valori", ha spiegato Moore in una dichiarazione al The Quietus. "Con la consapevolezza che un boicottaggio culturale e accademico è fondamentale per lo scopo di portare all'attenzione una realtà di brutali violazioni dei diritti umani - tra cui quelle delle leggi discriminatorie e l'occupazione della Cisgiordania - che ho sentito il bisogno, con umiltà, di annullare l'impegno . "

Moore ha aggiunto in seguito nella sua dichiarazione: "Chiedo scusa e ringrazio tutti. Cerco di fare il mio lavoro con professionalità, e sò che questa decisione comporta una scelta difficile, e ad ogni persona che ha il desiderio di ascoltarci dal vivo, dico che ho preso la decisione, con la certezza che aiuterà a riconoscere pienamente la causa del boicottaggiohe fino a quando arriverà il momento in cui non ce ne sarà più bisogno "

Nel mese di maggio, Lauryn Hill ha cancellato un spettacolo in Israele dopo che gli era stato impedito di organizzare un corrispondente concerto in Palestina. Altri artisti hanno annullato i tour in Israele, come Lana Del Rey, Pixies, Neil Young, Gorillaz e Klaxons.. In passato i nomi più noti ad aderire a Bds erano stati quelli di Elvis Costello e Carlos Santana, mentre avevano ignorato l'appello di Roger Waters dei Pink Floyd i vecchi Rolling Stones: il 4 giugno 2014 i Rolling Stones hanno suonato a Tel Aviv, ma hanno anche posticipato l’inizio del loro concerto di 45 minuti per permettere agli ebrei ortodossi che osservavano la vestività dello Shavout – durante la quale non è permesso guidare o maneggiare soldi – di raggiungere in tempo il concerto.
I Rolling Stones hanno dato a Israele una foglia di fico per nascondere le oppressioni del loro regime, anche se, come sempre nel loro caso, la decisione è più dovuta a questioni finanziarie, più che ideologiche: il  biglietto più economico per il concerto degli Stones costava 200 dollari, 150 euro circa. Eh..pecunia..pecunia..






13/05/15

Atrocità e crudeltà a Gaza. Il tribunale Russel: Ken Loach, Roger Waters, Van­dana Shiva

Ho ascoltato tanti tipi di punti  di vista nel corso degli anni. Un mio amico appoggia l'invasione perché, "Dobbiamo farlo per salvare Israele". Un altro ha detto: "Io non credo nemmeno a Israele e al suo diritto di esistere. Non posso sostenere un paese la cui costituzione si basa sulla genetica. Hanno anche messo un simbolo religioso sulla loro bandiera ...e le persone che lottano per ottenere la loro terra sono giustificate in quello che fanno." Entrambi questi  amici, sono ebrei.

Bruxelles. Ora che è l'Isis a tenere banco nelle prime pagine dei media dedicate agli esteri, e la vigliaccata del parlamento italiano che non ha riconosciuto lo stato palestinese, ci pensa il Tribunale Russell ad accusare Israele per le offensive contro la Striscia: armi proibite e civili colpiti deliberatamente, esecuzioni sommarie e inutili devastazioni. Onu, Ue e Usa complici. Anche se in ritardo, è meglio che le conclusioni vengano ricordate, contro la totale impunità degli israeliani e per tenere alta l'attenzione nelle eventuali ripro­du­zioni delle atrocità, continuamente minacciate dal governo di Tel Aviv, che anzi, ha confermato che non ci sarà mai uno stato della Palestina e annunciato ancora colonie nelle terre a ridosso di Gerusalemme.

Ken Loach, Roger Waters, Chri­stiane Hes­sel, Van­dana Shiva, Rom Kasr­lil, Richard Falk, sono solo alcuni dei nomi digiu­ri­sti, intel­let­tuali e difen­sori dei diritti dell’uomo di pre­sti­gio mon­diale che compongono la giu­ria del Rus­sell Tri­bu­nal on Pale­stine, che ha pre­sen­tato al Par­la­mento euro­peo le con­clu­sioni del Tri­bu­nale che si è tenuto a Bruxeles sull’operazione israe­liana «Mar­gine Pro­tet­tivo» nella Stri­scia di Gaza.


13/03/15

La retorica fascista e anti-russa e Givi, comandante rockstar tra le macerie

Chi è Mikhail Tolstykh, nome di battaglia.. Givi? Il fascino del comandante, non è passato inosservato, dopo il video che lo vede imperturbabile fumare una sigaretta mentre proiettili gli cadevano vicino e gli altri uomini della sua milizia corrono al riparo all'interno di un edificio. Il video è diventato.."virale" sulla rete, con oltre 800 mila visualizzazioni in una settimana. 34 anni, non sposato, è il Comandante delle Forze Armate di Novorossya, le province separatiste dell’Ucraina orientale, Battaglione Somalia, uno dei più micidiali delle milizie della Repubblica Popolare di Donetsk. Givi e i suoi uomini sono stati decisivi nella battaglia dell’aeroporto di Donetsk, difeso strenuamente da mesi da un reparto di ucraini, soprannominati cyborg, per la loro ferocia e per la capacità di resistere per giorni e giorni in condizioni di assedio. In precedenza, Givi e il Somalia erano stati decisivi nella zona di Ilovaisk, dove l'esercito ucraino con un offensiva aveva rioccupato le province ribelli, ed proprio da quella battaglia inizia il mito del comandante e dei suoi uomini. Senza dubbio Givi ha qualcosa che ha a che fare con il mito, alto e magro, sigaretta sembre tra le dita e sguardo melanconico, una rockstar tra macerie e distruzioni. Durante un intervista, il comandante dà il suo numero di telefono dopo che il giornalista sosteneva di essere stato avvicinato da decine di ragazze che hanno chiesto di poter comunicare con lui..
Prima della guerra era un "uomo qualunque", ma poi si è unito alla milizia perché ha "sempre sostenuto la Federazione russa e la sua politica".
Osannato dai suoi, temuto dai nemici, a cui non risparmia minacce e umiliazioni, non ha mai torturato o ucciso prigionieri, come spiega nel comunicato nel video sotto, in cui avverte le milizie fasciste ucraine e i paesi stranieri che li appoggiano, (come la Polonia) : fermatevi o morirete, tutti.






       La retorica fascista e anti-russa

L’organizzazione più coinvolta fisicamente nel putsch di Kiev, il colpo di stato che mise fine al governo democraticamente eletto nel paese, è nota come Pravý Sektor (Fazione Destra). Una federazione di gruppi da combattimento nata in Ucraina nel 1990 (UNA-UNSO, Tridente, ecc.), intrisa d’immaginario neo-nazista e fascista, il cui denominatore comune è avere la Russia come bersaglio costante di tutti i loro discorsi e azioni. Dopo il colpo di Stato a Kiev, i precursori della dissoluzione formale di Pravý Sektor da parte del nuovo governo diedero l’impressione che tale organizzazione sarebbe stata messa da parte dopo l’uso. Questo è ovviamente il destino che avrebbe subito se fosse stato uno strumento fortuito, recuperato e manipolato dalla NATO, ma con invece una sua logica ed autonomia. Quindi, fondamentalmente uno strumento incontrollabile, imprevedibile e pericoloso perché in grado di sfuggire o di rivoltarsi contro il suo manipolatore.

3/3/14, Scott Rickard, ex-ufficiale dell’intelligence statunitense, linguista di NSA e US Air Force, confermò a PressTVche gli eventi in Ucraina erano stati orchestrati dagli Stati Uniti da anni, e nominò le due persone che investirono la loro fortuna nel fomentare i disordini: George Soros e Pierre Omidyar, fondatore di eBay.
 6/3 Russia Today intervista lo stesso funzionario dell’intelligence, che disse che il suo Paese aveva applicato in Ucraina la stessa strategia che in Africa e Medio Oriente: “Gli Stati Uniti creano reti strategiche nel mondo, alcune collegate ad organizzazioni umanitarie e altre ad organizzazioni fasciste e a personaggi che svolgono il lavoro sporco“.

Rickard ha anche sottolineato il coinvolgimento degli Stati Uniti nel jihadismo islamico e il ruolo di NATO, UE e Israele nel programma imperialista ed egemonico occidentale che avanza solo creando violenza e caos.
28/03, su RIA Novosti questo specialista riferiva nuovamente delle azioni segrete, “Per 20 anni Washington ha lavorato per ampliare o spingere l’Ucraina nella NATO (…). L’intelligence statunitense opera in Ucraina, ma la Crimea, popolata da russi, fu teatro delle operazioni più difficili per gli statunitensi, da cui furono cacciati subito (…)” in generale, gli statunitensi collaborano con piccoli gruppi che pubblicano giornali locali per condizionare la popolazione. “Così si riunì per protestare oltre mezzo milione di persone a Kiev (…), ma fallirono due volte nel mobilitare solo 500000 manifestanti, mentre la popolazione Ucraina è di quasi 50 milioni di abitanti”(…) questo risultato non era eccezionale, considerando il fatto che per 20 anni si erano preparate tali proteste e quasi 5 miliardi furono spesi solo dall’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (USAID)“

Victoria Nuland
06/02/14, una conversazione telefonica intercettata tra Victoria Nuland, assistente del segretario John Kerry nel Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, e Geoffrey Pyatt, ambasciatore degli Stati Uniti in Ucraina, finiva online. I due funzionari statunitensi parlavano tranquillamente degli individui da scegliere per comporre il prossimo governo ucraino.
02/22, due settimane dopo il colpo di Stato, il presidente di Kiev se ne andò mentre l’agenda definita da Washington continuava.
21/04, la stessa Nuland ammise alla CNN che il suo Paese aveva speso 5 miliardi di dollari in Ucraina per sostenere il cambio di regime, fin dalla fine dell’Unione Sovietica , miliardi che, secondo Dmitrij Jaroch, capo di Pravý Sektor, diventarono scorte e campi di addestramento paramilitari che riconosce essere nel suo Paese da una ventina di anni.

28/03, il settimanale polacco Nie (“No”) pubblicava un articolo che conferma il coinvolgimento della vicina Polonia (membro della NATO) nel colpo di Stato in Ucraina. L’articolo fu commentato da Thierry Meyssan di Réseau Voltairee la traduzione è disponibile su Scriptoblog. Dice che il governo polacco, non contento di curare i feriti di Euro-Majdan nei suoi ospedali, per lo più teste rasate ricoperte di tatuaggi di svastiche e altri simboli esplicativi, li aveva anche addestrati alle tecniche dei colpi di Stato e agli scontri urbani, due mesi prima degli eventi, fornendo la supervisione congiunta di polizia ed esercito.

01/05, un partito politico della sinistra francese, il Nuovo partito anticapitalista (NPA), pubblicava nel suo mensileL’Anticapitaliste un articolo di gennaio che ripete la versione NATO degli eventi, cioè della rivoluzione popolare spontanea, nonostante l’ovvio:

Euro-Maidan a Kiev, spacciata da media come rivoluzione spontanea contro un governo corrotto, è stata effettivamente programmata e preparata con addestramento paramilitare per 25 anni. La continuità degli sforzi tra prima e dopo il colpo di Stato è saldata dall’aggressione alla Russia, il cui regime è descritto come “fascista” e che sembra minacciare l’Ucraina con un’”occupazione”. L’insistenza di Dmitrij Jarosh sulla “minaccia russa”, consigliando i russi ad “iniziare la lotta contro il regime fascista di Putin”, rivelano che la retorica “fascista” e “anti-russa” assomigliano stranamente a quella delle compatriote Femen e dei giovani “fascisti” dell’Europa occidentale, in coro con il linguaggio dei media mainstream e della NATO. Inoltre, ciliegina sulla torta, Jarosh riconosce anche i legami tra la sua organizzazione e gli islamisti in Cecenia. Il cerchio si chiude. L’asse Washington-Tel Aviv (vero capo dell’alleanza militare) produce i suoi gruppi da battaglia anti-russi adattati alle culture locali. La NATO ha creato da zero 1) l’Islam “jihadista” filo-americano e filo-israeliano in Cecenia contro la Russia “infedele imperialista” (riproducibile in altre regioni, cambiando solo i nomi); 2) un’ultra-sinistra occidentale detta “Antifa” filo-americana e filo-israeliana, pienamente compatibile con il capitalismo e pronta ad attaccare la Russia come “persecutorice fascista degli omosessuali”; 3) un’ultra-destra ucraina “ultranazionalista” filo-americana e filo-israeliana, anch’essa pronta ad attaccare la Russia “fascista e imperialista”.

(...) Il metodo di Dmitrij Jarosh sono il tipico esempio di ingegneria sociale. Il gancio per conquistarsi la fiducia è un obiettivo dichiarato di Jarosh nei suoi vari interventi, come decolonizzare l’Ucraina, epurare il comunismo e la de-russificazione. Infatti, in pratica, ovviamente succede il contrario. Il progetto di decolonizzare l’Ucraina porta a farne una colonia statunitense... La de-russificazione dell’identità significa distruzione dell’Ucraina, culla storica del mondo russo e slavo. Il tutto lungi dal fare dell’Ucraina il culmine della guerra civile da esportare in Russia nell’ambito di un conflitto triangolare che diffonde caos nel mondo.
-  Press TV, interview with Scott Rickard, former American intelligence linguist
- Russia Today US foreign aid agencies paid for Kiev street violence – ex-US agent Scott Rickard
-  «Kiev authorities giving school camps to neo-Nazis for military training»; «Coup d’État occidental en Ukraine : Washington et Tel Aviv à la manœuvre». 



18/02/15

Ilan Pappé: l'Isis è la miglior cosa che potesse capi­tare a Israele

Quest'interessante intervista è tratta dal Manifesto. Ilan Pappè, storico israeliano, intellettuale e studioso anti-sionista, si è già distinto per la sua opposizione, con critiche pesanti al governo e alla politica di Tel Aviv sulla Palestina. Ricordiamo che  insegna all’Università di Exeter, in Inghilterra. Prima insegnava ad Haifa, ma non gli è stato rinnovato il contratto perché non è disposto ad insegnare le falsità sempre più assurde sulla Storia d’Israele. Pappè era stato invitato nella capitale dall'’ateneo di Roma Tre, che però ha revocato poco dopo il convegno “Europa e Medio Oriente: una strada contro gli identitarismi” con alcune motivazioni a  cui nessuno ha dato credito. Sembra invece chiaro il veto e la pressione dell’Ambasciatore Israeliano e dei capi della comunità ebraica di Roma” affinchè l'incontro sia sospeso:
“Sembra che offendere il profeta Maometto nelle vignette francesi sia libertà di parola mentre avere un dialogo accademico sulle sofferenze dei Palestinesi sia incitamento all’odio” .

Israele / Palestina. Ilan Pappé: «L'Isis pesca adepti tra i marginalizzati dell'Occidente. Non è una questione religiosa, ma socio-economica. E Tel Aviv lo sfrutta per avere supporto dall'Europa»

Alla fine Ilan Pappé ha par­lato. Sca­val­cando la can­cel­la­zione della con­fe­renza «Europa e Medio Oriente oltre gli iden­ti­ta­ri­smi», che avrebbe dovuto essere ospi­tata dall’Università di Roma Tre, il pro­fes­sore dell’Università di Exter, uno dei più noti sto­rici israe­liani, ha incon­trato il pub­blico romano lunedì al Cen­tro Con­gressi Fren­tani su ini­zia­tiva di AssoPace.
Lo abbiamo incon­trato e discusso con lui del con­cetto di iden­tità e del suo uti­lizzo da parte occi­den­tale e israeliana.

L’avanzata dello Stato Isla­mico viene stru­men­ta­liz­zata in Occi­dente per dare fon­da­mento al cosid­detto scon­tro di civiltà, in chiave neo-colonialista. Israele, Stato nato come bastione occi­den­tale in Medio Oriente, otterrà mag­giore sup­porto a sca­pito delle aspi­ra­zioni palestinesi?
Asso­lu­ta­mente sì. Lo Stato Isla­mico è la miglior cosa che potesse capi­tare a Israele. Con il calif­fato si risol­leva la voce di coloro per i quali esi­ste un solo Stato illu­mi­nato in Medio Oriente, Israele, baluardo con­tro l’avanzata dell’estremismo isla­mico. Spero che in Occi­dente la gente non cada in un trucco tanto meschino: non si tratta affatto di uno scon­tro di civiltà, ma di giu­sti­zia sociale e modelli demo­cra­tici di inte­gra­zione. Basta guar­dare a come l’Isis attira gio­vani musul­mani euro­pei andando a pescare tra i gruppi più oppressi e mar­gi­na­liz­zati. Non stiamo par­lando di una que­stione cul­tu­rale e reli­giosa, ma sociale ed eco­no­mica: se in Europa si assi­stesse ad una tra­sfor­ma­zione demo­cra­tica, se si impe­disse a ideo­lo­gie raz­zi­ste e pra­ti­che capi­ta­li­ste di deter­mi­nare l’esistenza della gente, gruppi come l’Isis non tro­ve­reb­bero spa­zio. L’Isis non ha ter­reno fer­tile dove la gente si sente inte­grata, dove è uguale a livello sociale e economico.
Per que­sto è neces­sa­ria un’analisi appro­fon­dita dell’imperialismo occi­den­tale e del movi­mento sio­ni­sta per com­bat­tere le sim­pa­tie che musul­mani euro­pei accor­dano a gruppi radi­cali. Se sei un mar­gi­na­liz­zato o un escluso trovi nell’identità musul­mana lo stru­mento per miglio­rare la tua esi­stenza. La stra­grande mag­gio­ranza degli oppressi non rea­gi­sce così, ma alcuni indi­vi­dui optano per la vio­lenza, in ogni caso minima rispetto a quella dell’oppressore. Così si allarga lo Stato Isla­mico, que­sto mostro che l’Occidente ha fab­bri­cato, novello Frank­en­stein che si ribella al suo creatore.

12/02/15

Il Jazz al servizio dell' apartheid


Rilanciamo l'appello di BDS Italia ad alcuni musicisti Jazz del nostro paese che hanno deciso di partecipare al festival di Eilat. Di seguito, la lettera di un gruppo di cittadini israeliani che si battono contro l' occupazione ebraica e contro l' autentico apartheid a cui è sottoposto il popolo palestinese, affinchè la musica non sia strumento per la propaganda e alibi, oltre che cercare di nascondere sotto il tappeto della cultura gli orrori dei crimini di guerra dell'esercito nei territori palestinesi. La nostra linea è chiara: la musica, la cultura, l'arte possono e devono essere strumenti di opposizione, contro la guerra, il razzismo, le discriminazioni, il fascismo. Diffidiamo di chi si nasconde dietro la motivazione che.."io sono solo un artista, la politica non centra..".
Quello che lo stato di Israele sta conducendo è una vera e propria politica di pulizia etnica, con i continui insediamenti che riducono sempre più lo spazio vitale dei cittadini palestinesi, oltre alle operazioni militari di vera e propria guerra, con crimini contro popolazioni civili inermi. Non si può, non si deve rimanere in differenti. Ancora sotto, la presa di distanza di BDS, e di tutte le organizzazioni che si battono per il boicottaggio, dalla vergognosa campagna dei fascisti a Roma, con la città tappezzata di manifesti a nome della fantomatica MILITIA, organizzazione razzista, antisemita,fascista, violenta, che oltre a strumentalizzare il boicattaggio ha pubblicato infami liste di proscrizione di attività commerciali di cittadini italiani ebrei, con tanto di nomi e indirizzi.


Il 19-20 febbraio si svolgerà il Red Sea Jazz Festival nella città israeliana di Eilat sul Mar Rosso. In calendario anche due concerti dell’Enrico Rava New Quartet, che mette insieme il noto jazzista con alcuni dei nuovi talenti come Francesco Diodati, Gabriele Evangelista e Enrico Morello.
Da più parti arrivano appelli agli artisti jazz che si esibiranno al festival di annullare la propria partecipazione in sostegno all’appello palestinese per il Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) contro Israele finché non rispetterà i diritti umani e il diritto internazionale.

La società civile palestinese, infatti, ha scritto a tutti gli artisti per ricordare loro che il festival, sponsorizzato da “una ventina di organizzazioni ufficiali israeliane”, si svolge “a pochi chilometri di distanza” dalla Striscia di Gaza, dove nell’ultima aggressione “Israele ha ucciso più di 2.168 palestinesi e ferito oltre 10.895, soprattutto civili”.

Nella lettera dalla Palestina viene rimarcato l’uso che Israele fa della cultura “per mascherare le violazioni del diritto internazionale”, una politica “apertamente confermata dal governo israeliano con il lancio della campagna globale di Brand Israel”. Secondo un portavoce del Ministero degli Esteri israeliano, Brand Israel ha lo scopo di veicolare "una migliore immagine per Israele”, il successo della quale “è parte integrante della sicurezza nazionale". Un linguaggio che ricorda quello utilizzato a suo tempo dal regime d’Apartheid in Sud Africa, e che rivela “un tentativo cinico e sistematico di manipolare l'opinione pubblica mondiale” per “distogliere l'attenzione dai crimini di guerra in corso dipingendo [Israele] come un vivace centro culturale e artistico.”

Anche il gruppo israeliano Boycott from Within, che sostiene l’appello palestinese per il boicottaggio di Israele dall’interno del paese, ha scritto agli artisti internazionali che suoneranno al festival. Nella lettera si ricorda che la città israeliana di Eilat “sorge su quello che una volta era il villaggio palestinese di Umm Rashrash”, uno dei 500 villaggi palestinesi distrutti dalle milizie israeliane tra il 1947 e il 1948. Ricorda inoltre che il Ministero israeliano del Turismo, tra gli sponsor del festival, pubblicizza e facilita il turismo nei Territori palestinesi occupati. Organizza anche tour per artisti che si esibiscono in Israele come parte di operazioni d’immagine, per produrre "video e foto di repertorio … durante sia i concerti che le visite ai siti turistici in Israele da utilizzare in campagne di marketing internazionali".

BDS Italia ha scritto direttamente agli artisti italiani dell’Enrico Rava New Quartet, ricordando che sono tanti gli artisti Jazz che hanno disdetto in passato la partecipazione al festival, “tra cui Stanley Jordan, Andreas Öberg, Eddie Palmieri, Tuba Skinny, Jason Morana e il Portico Quartet” insieme agli “altri musicisti, artisti, scrittori, registi, attori e intellettuali in tutto il mondo che sostengono l'appello palestinese per il boicottaggio, tra cui lo scomparso Gil Scott-Heron, Cassandra Wilson, Roger Waters, Elvis Costello, Naomi Klein, Alice Walker, Ken Loach, Mira Nair, Danny Glover e Desmond Tutu.”

Sono oltre 16.000 le firme sulla petizione internazionale che chiede agli artisti di “rimandare i concerti, al giorno in cui Israele avrà posto fine all’occupazione militare e alle politiche d’apartheid.”

31/07/14

Massive Attack, 98 intellettuali e premi Nobel, Mohammed Suliman, J. Barden: per Gaza

Da sempre impegnati in battaglie politiche e sociali, I Massive Attack, molto amati da Interzone,  non sono tipi da farsi intimidire e portano nel tour europeo la solidarietà al popolo palestinese, utilizzando il loro scenario high tech per inviare messaggi e informazioni alle platee dei loro set sempre gremiti. Israele continua a bombardare e massacrare civili inermi, continua a distruggere interi quartieri con case, ospedali, scuole, continua impunemente con i suoi assassini mirati, ad arrestare giovani e ragazzi, persino palestinesi/israeliani che si permettono di criticare su i social la politica di sterminio, nonostante le proteste, i moniti, le risoluzioni dell'Onu, le manifestazioni in tutto il mondo. E Robert Del Naja e soci non hanno paura di mostrare il loro sostegno alla causa della Palestina, peraltro perorata da lunga data : un megaschermo alle spalle della band si illumina con la scritta  "Gaza è stata occupata e soggetta a restrizioni dal 1948." E i messaggi si susseguono durante tutto lo show, con l'aggiornamento del numero di vite perse, mentre Del Naja ha sostenuto nelle conferenze stampa il ruolo dei musicisti nell' informare il pubblico e prendere posizione pubblicamente, cosa che grandi nomi del circo del rock non hanno fatto, Rolling Stones su tutti, che, anzi, hanno anche inserito Tel Aviv nel loro tour estivo. Robert ha anche confermato l'appoggio suo e della band al boicottaggio culturale di Israele in quanto "unica possibilità che hanno per mantenere la giusta pressione sulla questione."
"Il boicottaggio non è un atto di aggressione nei confronti del popolo israeliano, ma nei confronti del governo e delle sue politiche. E' giusto ricordarlo, perché è molto facile essere accusati di essere antisemiti, ma tutti sanno che non è di questo che si tratta". Sulla loro pagina Facebook, che conta 2.8 milioni di fans è stato aperto un forum di discussione e.. "non abbiamo intenzione di cancellare nulla o moderare, ma piuttosto incoraggiare il dibattito in maniera aperta e democratica.
I Massive Attack, in questo passaggio del loro tour, aprono sempre i loro concerti con  'Battlebox' e le immagini del video del brano..





23/07/14

Roger Waters: conversazioni per la Palestina

La musica, il ruolo politico degli artisti ed il suo attivismo per la giustizia nel mondo, compresa la Palestina.


Frank Barat*:
Quando hai preso la decisione di rendere così politico il tour di The Wall (che si è concluso a Parigi a settembre 2013)? E perché hai dedicato a Jean-Charles De Menezes il concerto finale?
Roger Waters: il primo spettacolo é stato il 14 Ottobre 2010. Insieme a Sean Evans, avevamo cominciato a lavorare sui contenuti dello show nel 2009. Avevo già deciso di renderlo più ampiamente politico di quanto fosse stato nel 1979/80. Non si poteva trattare solo di questo piccolo ragazzo lamentoso che non amava i suoi insegnanti. Doveva essere più universale.
Ecco perché ho introdotto al suo interno l'opera ‘fallen loved ones’ (cari caduti, ndt) (le scene mostrano immagini di persone che morirono durante le guerre), cercando di universalizzare il senso di dolore e di perdita che tutti noi sentiamo verso i familiari uccisi nel conflitto. Qualunque siano le guerre o le circostanze, essi (nel mondo non occidentale), sentono tanto la morte dei loro cari come noi. Le guerre diventano un simbolo importante a causa di quella separazione tra 'noi e loro', che è fondamentale per tutti i conflitti.
Per quanto riguarda Jean - Charles, eravamo soliti fare Brick II con tre assoli finali e ho deciso che tre assoli erano troppo, era noioso per me. Quindi, seduto in una stanza d'albergo, una sera, pensavo a cosa avrei potuto fare invece di quello. Qualcuno mi aveva recentemente inviato una fotografia di Jean -Charles De Menezes da mettere sulla parete. Ciò era nella mia testa e ho pensato che avrei dovuto cantare la sua storia. Ho scritto quella canzone, l'ho insegnata alla band, e questo è ciò che abbiamo fatto.

FB: Un sacco di artisti direbbero che il mescolare arte e politica é sbagliato. Che il loro obiettivo é solo quello di intrattenere. Cosa vorresti dire a queste persone?
RW: Beh, si dovrebbe dire che é divertente, perché ho appena finito ieri il testo di un nuovo brano che sarà uno dei miei nuovi album. Si tratta di un anziano dell'Irlanda del Nord che, insieme al nipote, parte alla ricerca della risposta alla domanda: "Perché uccidono i bambini ?", perché il bambino é davvero preoccupato . Proprio alla fine di esso, ho deciso di aggiungere qualcosa. Nella canzone, il bambino domanda al nonno: "É vero?" E il nonno risponde: "No, non possiamo terminare su questa nota, dammi un'altra nota". Inizia una nuova canzone e il nonno fa un discorso. Dice: "Viviamo su un minuscolo puntino in mezzo ad un fottuto sacco di niente. Ora, se non sei interessato a tutto questo, se sei uno di quelli che dicono "Roger, amo i Pink Floyd , ma odio la vostra politica del cazzo", se credi che gli artisti dovrebbero essere muti, asessuati, simili a cani che annuiscono e scodinzolano senza meta nella vita, faresti meglio ad andare al bar ora, perché, il tempo continua a scivolare via." Questa é la mia risposta alla tua domanda.

17/07/14

..Come si mantiene in forma nel nostro secolo l’odio

Guardate com’è sempre efficiente, come si mantiene in forma nel nostro secolo l’odio" 
Wisława Szymborska

Davvero, non si riesce, non si può (e non si deve ) restare in silenzio. La terribile punizione collettiva ( di hitleriana memoria ) che Israele sta infliggendo ai palestinesi in ritorsione all'uccisione di tre ragazzi ebrei da parte di scellerati terroristi isolati sta falciando, come sempre, la popolazione civile. Donne, anziani e ragazzi, bambini muoiono, senza colpa. Israele è consapevole, questi eccidi che in modo macabro si ripetono a distanza di qualche anno, servono per mantenere lo stato di guerra permanente che giova a Israele e al suo più stretto alleato, gli U.S.A. Per poi tornare allo status quo: continui nuovi insediamenti in territorio palestinese dei coloni, furto di acqua e diritti, la negazione di un entità autonoma. Chi dissente è anti semita, razzista, nazista. Mentre il nazismo ritorna lugubremente alla memoria quando si parla di "punizione collettiva". Israele unica democrazia nell'area mediorientale così poi reagisce alle critiche, a chi dissente, a chi si trova riluttante, imbarazzato e disgustato di fronte alle stragi compiute negli ultimi giorni. Questa volta tocca a Eddie Vedder dei Pearl Jam a finire nell'occhio del ciclone, colpevole di aver criticato  la guerra,  venerdì 11 luglio durante un concerto. Il Jerusalem Post ha bollato le sue dichiarazioni come una “Diatriba Anti-Israele” e le reazioni sono subito arrivate sia da parte dei fan Israeliani e sia da parte dei media radiofonici (Radio Rock DJ Ben Red), che sostenevano fino a quel momento la calata dei Pearl Jam in quella zona, salvo ora dichiarare: <<Finalmente Eddie Vedder si è rivelato per quello che è. Siete invitati a non venire. Non ti vogliamo: cancelleremo la pagina Facebook dedicata ai Pearl Jam e alla raccolta firma per invitarvi qui a Israele>>.

Il frontman dei Pearl Jam ha urlato tutto il suo disappunto nei confronti della guerra. Il suo proclama è avvenuto in riferimento ai recenti bombardamenti israeliani alla Striscia di Gaza, qualche giorno fa al Keynes National Bowl di Milton in Inghilterra. Eddie ha sorpreso tutti proprio durante l’esecuzione di Daughter: brano molto emotivo, che ha evidentemente spinto il singer dei Pearl Jam - bottiglia di vino alla mano – a iniziare il suo discorso volto a sensibilizzare il mondo e a mettere così fine alla violenza. <<Possiamo avere tutta la tecnologia moderna che vogliamo. Siamo in grado di raggiungere i nostri amici ovunque essi siano. Sappiamo cosa loro stiano pensando prima che ci pensino. Abbiamo una tecnologia incredibile e tutto sembra essere nelle nostre mani. Ma allo stesso tempo, mentre nel mondo accadono tante cose positive, allo stesso tempo nemmeno troppo lontano, qualcuno si sgancia bombe a vicenda. Ci sono persone, là fuori, alla ricerca di un motivo per uccidere. Cercano un pretesto per andare oltre confine e conquistare terre che non appartengono loro e da cui dovrebbero rimanere fuori. Perché andare in guerra? Fermiamoli, ora! Non vogliamo dare loro i nostri soldi. Utilizzano le nostre tasse per sganciare bombe sui bambini>> ha dichiarato Vedder, prima di sputare sul palco.
Interzone si associa alle parole di Eddie: Stop this fuck shit, now!
Qui sotto il video della protesta.
via Blabbermouth




08/07/14

Il massacro dei ragazzi in Palestina

Israeliani, ebrei. Il popolo degli eletti..

Dice Ilan Pappe, storico israeliano,
"Se la comunità internazionale continua a garantire a Israele l'immunità sotto l'ombrello del cosiddetto "processo di pace", questo ciclo di violenza non smetterà."
E, parlando della resistenza palestinese, violenta e non violenta,
"continuerà finché il mondo non costringerà Israele a cambiare la propria strategia politica." 


Pappe suggerisce, anche, a cosa porterà il ritrovamento dei corpi dei tre giovani coloni: indebolire Hamas e accelerare l'annessione dell'Area C. Sarebbe stata raggiunta, comunque, ma in modo più lento. L'accordo tra Hamas e Fatah ha dato una forte spinta a questo progetto.

Non c'è traccia, nei reportage nostrani, degli almeno 7 Palestinesi uccisi, dopo il ritrovamento dei cadaveri dei tre coloni né delle centinaia di arresti, tra i quali 600 membri di Hamas, parlamentari compresi. Gli ultimi arresti, ieri, hanno colpito 11 bambini del campo di Shu'fat (foto di Jamil Al Mashani), né delle tantissime abitazioni palestinesi distrutte.

Ieri, 6 luglio, sono morti due lavoratori palestinesi, investiti da un'auto di coloni, a Haifa. Si chiamavano Anwar Sati, 55 anni, e Zahi Abu Hamed, 44 anni (QUI e QUI)
Per quanto riguarda i morti nei bombardamenti sulla Striscia di Gaza (a proposito: perché vengono sempre presentati come "risposta al lancio di razzi dalla Striscia su Israele"?), non c'è bisogno di "dare i numeri" (4, 5, 6); sono 9, una cifra giunta, subito, appena i corpi sono arrivati in ospedale. E non sono tutti miliziani di Hamas, come riportato. Tra di loro, per esempio, c'è un giovane calciatore, il cui unico sogno era giocare a calcio, nella Nazionale palestinese (QUI)

Sempre restando nella Striscia, è notizia di oggi che il Governo israeliano ha ridotto, ancora una volta, il limite nautico, entro il quale i pescatori possono spingersi, portandolo da 6 (che è già molto meno di quanto stabilito dagli accordi di Oslo) a 3, minacciando di sparare contro le imbarcazioni che violeranno tale limite.
Mancano all'appello dei nostri media, anche gli Israeliani contrari alla politica e ai metodi del loro Governo. Membri di Nautrei Karta, per esempio, si sono recati a casa di Mohamed Abu Khudeir, il giovane palestinese rapito e ucciso, a presentare le loro condoglianze (video: QUI) o lo scrittore Miko Peled, arrestato nel corso della manifestazione settimanale di Bi'lin, perché mostrava le foto di Mohamed (foto: QUI)

Neanche il ferimento del corrispondente della CNN, Ben Wedeman, colpito da un proiettile israeliano, rivestito di gomma, ha trovato spazio, almeno per solidarietà di categoria. Nellla video-intervista, Wedeman mostra il proiettile, uguale a quelli che i soldati israeliani sparano contro i civili palestinesi, tutti i giorni, durante i raid notturni o alle manifestazioni pacifiche di protesta:
QUI.

Infine, qualche volta, si potrebbe dire che non tutti gli Stati vogliono rendersi complici di Israele. La scorsa settimana, i delegati di Israele sono stati espulsi dal vertice dell'Unione Africana. Le motivazioni? Le leggi che disciplinano l'UA sono ostili ai Paesi coloniali e, in più, le condizioni di vita della comunità africana che vive in Israele sono state più volte denunciate dalle associazioni di difesa dei diritti umani (vedi QUI)
Non è poco.


19/02/14

Villaggio di al-Eizariya, Palestina

Villaggio di al-Eizariya,  parte orientale occupata di Gerusalemme. Le forze armate israeliane vengono filmati mentre posano per una foto, con il loro trofeo: un bambino palestinese ferito e ammanettato, stretto  in una morsa. Il video di Rami Alarya è.. inquietante,ed  è stato pubblicato dalla Independent Media Center (IMC), che documenta regolarmente gli abusi israeliani nei villaggi  palestinesi.

Questa la descrizione dell 'International Middle East Media Center ha fornito:

<<I soldati hanno assalito il bambino durante gli scontri che hanno avuto luogo nella città di Al- Eizariya  , a est di Gerusalemme Est occupata .Uno dei soldati ha cercato di allontanare il cameraman e il suo collega  lontano dalla scena..
Fonti mediche hanno detto che i soldati hanno sparato al bambino , Yassin al- Karaki , 13 anni , con un proiettile di gomma che lo ha colpito alla gamba. Dopo essere caduto , i soldati lo hanno aggredito e malmenato. L'attacco è avvenuto dopo che i soldati , che si nascondevano in un edificio vicino al Muro di Annessione nella zona della Qabsa , hanno attirato un gruppo di bambini in un'imboscata  , e uno dei soldati ha aperto il fuoco. Diversi soldati poi hanno attaccato il bambino ferito prima di rapirlo .

I soldati hanno scattato foto in posa con il bambino ferito , uno di essi ha raccolto una Molotov da terra , mentre il bambino gridava in ebraico , "non è mia , non è mia" .

Lo tenevano in una morsa , e  prendevano in giro, imitando mosse di wrestling , mentre altri soldati scattavano le immagini , anche se il bambino era a malapena in grado di respirare .Lo hanno poi caricato sulla jeep , mentre uno di loro stava ancora filmando la scena .>>


Nel suo libro Golia , il giornalista dell' Electronic Intifada Max Blumenthal scrive che questo rito di scattare e filmarei loro cosiddetti "trofei"   hanno una lunga tradizione nelle forze militari  Israeliane . Blumenthal ricorda che una serie di queste fotografie sono state pubblicate diversi anni fa da Breaking the Silence , un gruppo israeliano che documenta le testimonianze di soldati israeliani sugli abusi commessi ai danni dei palestinesi, proteggendo comunque la loro identità.

Tra gli scatti inquietanti pubblicate sulle pagine di Facebook di giovani militari israeliani vi sono una foto di quattro soldati sorridenti che sovrastano una ragazza palestinese preadolescente, bendata e in ginocchio accanto alle canne della loro mitragliatrici , un soldato femmina sorridente  accanto a un uomo palestinese bendato e ammanettato ad una sedia di plastica, due soldati in posa trionfante davanti ad un cadavere che giace in strada, come spazzatura, un soldato deturpare le mura di una casa a Gaza disegnando una stella di Davide e la frase  " Torno subito " , truppe nella Striscia di Gaza  giocare  accanto a cadaveri spogliati e altre ancora. Le pagine di Facebook erano piene di questi documenti, testimonianze di umiliazioni , dominazione e  violenza degne del marchese de Sade .

Blumenthal vede in queste immagini  documenti di una "cultura coloniale", in cui i giovani ebrei israeliani sono preparati e condizionati ad agire sadicamente con i loro vicini palestinesi , e di una conquista perenne che richiede un  " principio "  di indottrinamentoin  attuato gia in tenera età ".

Le ultime immagini scioccanti da Gerusalemme occupata sono la prova che questa odiosa tradizione persiste.




30/01/14

Hanna Arendt - Incontro con Margarethe Von Trotta

In occasione della Giornata della Memoria, è uscito nelle sale italiane il 27 e 28 gennaio (2014, ndr) Hannah Arendt, ultimo film di Margarethe Von Trotta che ritrae la vita pubblica e privata della filosofa tedesca. Solo due giorni e in pratica, scomparso dalla circolazione. In occasione dell'anteprima per la stampa a Roma, alla Casa del Cinema, è seguito un incontro con la regista, redicontato da Sentieri Selvaggi e che noi riproponiamo.

Margarethe Von Trotta: Vorrei iniziare ringraziando Angelo Draicchio (titolare della Ripley's Film) per aver portato il mio film in Italia, che considero la patria del cinema più importante, e che, grazie al Leone d’Oro consegnatomi a Venezia nel 1981 per Anni di Piombo, ha permesso alla mia carriera cinematografica di aprirsi veramente al mondo. Anche se il film esce con un anno di ritardo rispetto al resto del mondo sono felice che possa essere visto anche dal pubblico italiano.

03/12/12

Quando Arafat infiammò l'Onu e l'intervento di Roger Waters al palazzo di Vetro

La vendetta isrealiana è scattata puntuale, feroce. Il governo ha approvato, dopo lo storico voto al Palazzo di Vetro che giovedì sera ha accolto alle Nazioni Unite la Palestina come stato osservatore, la costruzione di tremila nuovi alloggi per i coloni, praticamente tagliando la Cisgiordania in due, nord e sud, e minaccia altre terribile rappresaglie,come la revoca dei documenti ai palestinesi di Gerusalemme e il congelamento dei fondi provenienti dalle tasse pagate dai lavoratori palestinesi al governo isrealiano.


Quando YASSER ARAFAT infiammò l'ONU

 L'Assemblea generale dell’Onu decise, per la prima volta, dal 1952.di discutere in forma solenne la questione palestinese e invitò l'OLP a parteciparvi in qualitià di rappresentante del popolo palestinese. Quel culnine era stato opportunamente preannunciato. Nel 1947 la Francia aveva votato per la suddivisione; divenendo uno dei più fedeli amicidi lsraele nei prmi anni della sua esistsenza. Ma quando, nell’ottobre 1974, il suo ministro degli esteri, Jean Sauvagnargues  si recò in visita ufficiale in Libano, si sentì in dovere di fare colazione con Yasser Arafat. In seguito, pare avesse confidato che Arafat  stava acquisendo  la "statura di uno statista"; era un “moderato» che rappresenta, incarna, le aspirazioni dei Palestinesi.   Quel pasto‘ intimo, consumato nella residenza dell'ambasciatore francese, iniziò e fini con  l’accompagnamento dei boati sonici dei caccia israeliani che sorvolavano la cittià.. a quanto pareva in un gesto di  stizza per quello che equivaleva al primo riconoscimento da parte di una"potenza occidentale" . Pochi giorni dopo ci fù "un banchetto di nozze per i palestinesi".

19/11/12

Roma, attivisti del Teatro Valle occupato aggrediti nel quartiere ebraico

Squadraccia della lega della difesa ebraica o i soliti picchiatori della Digos?

(ilfattoquotidiano.it)

Il pestaggio poco dopo gli incidenti di mercoledì scorso. Uno dei ragazzi è riuscito a registrare parte del pestaggio: “Fate casino a Roma, ma se entrate nel quartiere ebraico siete morti”. Le vittime: “Sembravano agenti in borghese, ma alcuni avevano la kippah” di Lorenzo Galeazzi | 19 novembre 2012 “Qui dentro non ci dovete entrare. Potete andare a fare casino per tutta Roma, ma se entrate qui dentro siete morti”. E giù botte. Sono le 16.00 di mercoledì 14 novembre e dopo gli incidenti durante il corteo degli studenti, la città sta tornando lentamente alla normalità. Quattro attivisti del Teatro Valle occupato e uno del Cinema Palazzo, tre ragazze e due ragazzi – tutti giovanissimi – stanno attraversando i vicoli dell’antico ghetto ebraico per tornare a casa dopo la manifestazione. “Non avevamo né zaini, né caschi, né niente – raccontano – Stavamo solo camminando”. Ciò nonostante, quando arrivano in piazza delle Cinque Scole incrociano due uomini che, dopo uno scambio di sguardi per niente amichevoli, iniziano a seguirli. Davide, uno dei ragazzi, sente puzza di bruciato e accende la telecamera con la quale aveva ripreso gli scontri di qualche ora prima. “Abbiamo pensato che fossero due agenti in borghese e, dopo tutto quello a cui avevamo assistito in corteo, volevamo tutelarci registrando un eventuale abuso di polizia”, puntualizza Ilenia, attrice e unica trentenne del gruppo. Ma gli uomini sentono il motorino della telecamera azionarsi e così comincia la gazzarra: “Uno dei due ci è venuto addosso insultandoci e subito dopo si è scagliato addosso al ragazzo con la macchina da presa”. A quel punto si avvicinano altre persone. Davide viene immobilizzato sul cofano di un’auto posteggiata lì vicino e, davanti agli occhi sbigottiti dei suoi compagni, comincia il pestaggio. “Mi hanno preso al collo, stavo soffocando”, racconta la vittima. Nel frattempo si avvicinano altre persone che si presentano come poliziotti, ma, come raccontano gli aggrediti, non intervengono in loro aiuto, al contrario, cominciano a intimidire gli altri membri del gruppo: “Vi arrestiamo, vi portiamo dentro e poi vi ammazziamo. Fuori i documenti”.





11/04/12

Gunter Grass,«Quel che deve essere detto» e le farneticanti e infamanti reazioni Israeliane. Con un commento di Moni Ovadia

Anche in Italia, la poesia di Gunter Grass sul poderoso armamento nucleare israeliano (non dichiarato) ha scatenato l'altrettanto poderoso apparato mediatico e le potenti lobby ebraiche del paese,con il risultato che lo scritto è stato censurato, boicottato, nascosto o quantomeno ignorato dai media più diffusi. Così,solo alcuni siti on-line l'hanno pubblicata,non preoccupandosi delle ridicole e ignobili reazioni dei tanti attivisti pro israele,sempre le solite,ormai stantie: chiunque si azzardi a criticare le scelte di una società che vira sempre più pericolosamente a destra  la politica di israele nei confronti del popolo palestinese non è altro che un antisemita,un razzista e un sostenitore di Hitler,senza se e senza ma. Sono sempre più convinto che queste reazioni furiose non fanno altro che del male al popolo ebraico,quello onesto,quello progressista,che si oppone con coraggio alla folle politica dei dirigenti del loro governo,non fa che rafforzare in tutto il mondo l'idea che questa politica rappresenti un pericolo non solo per la pace in medio oriente..Qui sotto,quindi, "Quel che deve essere detto" con un commento di Moni Ovadia apparso oggi sul Manifesto.
Per il resto.. "per informazioni sulla patologia dei governanti israeliani è utile informarsi presso i Palestinesi..

"Dite quel che volete del sublime miracolo di una fede senza dubbi, ma io continuerò a ritenerla una cosa assolutamente spaventosa e vile."
Kurt Vonnegut

"Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario." 
(P. Levi)



«Quel che deve essere detto»
PERCHÉ taccio, passo sotto silenzio troppo a lungo
quanto è palese e si è praticato
in giochi di guerra alla fine dei quali, da sopravvissuti,
noi siamo tutt’al più le note a margine.
E’ l’affermato diritto al decisivo attacco preventivo
che potrebbe cancellare il popolo iraniano
soggiogato da un fanfarone e spinto al giubilo
organizzato,perché nella sfera di sua competenza si presume
la costruzione di un’atomica.
E allora perché mi proibisco di chiamare per nome l’altro paese,
in cui da anni — anche se coperto da segreto —
si dispone di un crescente potenziale nucleare,
però fuori controllo, perché inaccessibile
a qualsiasi ispezione?
Il silenzio di tutti su questo stato di cose,
a cui si è assoggettato il mio silenzio,
lo sento come opprimente menzogna
e inibizione che prospetta punizioni
appena non se ne tenga conto;
il verdetto «antisemitismo» è d’uso corrente.
Ora però, poiché dal mio paese,
di volta in volta toccato da crimini esclusivi
che non hanno paragone e costretto a giustificarsi,
di nuovo e per puri scopi commerciali, anche se
con lingua svelta la si dichiara «riparazione»,
dovrebbe essere consegnato a Israele
un altro sommergibile, la cui specialità
consiste nel poter dirigere annientanti testate là dove
l’esistenza di un’unica bomba atomica non è provata
ma vuol essere di forza probatoria come spauracchio,
dico quello che deve essere detto.
Perché ho taciuto finora?
Perché pensavo che la mia origine,
gravata da una macchia incancellabile,
impedisse di aspettarsi questo dato di fatto
come verità dichiarata dallo Stato d’Israele
al quale sono e voglio restare legato.
Perché dico solo adesso,
da vecchio e con l’ultimo inchiostro:
La potenza nucleare di Israele minaccia
la così fragile pace mondiale?
Perché deve essere detto
quello che già domani potrebbe essere troppo tardi;
anche perché noi — come tedeschi con sufficienti
colpe a carico —
potremmo diventare fornitori di un crimine
prevedibile, e nessuna delle solite scuse
cancellerebbe la nostra complicità.
E lo ammetto: non taccio più
perché dell’ipocrisia dell’Occidente
ne ho fin sopra i capelli; perché è auspicabile
che molti vogliano affrancarsi dal silenzio,
esortino alla rinuncia il promotore
del pericolo riconoscibile e
altrettanto insistano perché
un controllo libero e permanente
del potenziale atomico israeliano
e delle installazioni nucleari iraniane
sia consentito dai governi di entrambi i paesi
tramite un’istanza internazionale.
Solo così per tutti, israeliani e palestinesi,
e più ancora, per tutti gli uomini che vivono
ostilmente fianco a fianco in quella
regione occupata dalla follia ci sarà una via d’uscita,
e in fin dei conti anche per noi.

                             Il nervo scoperto di Israele
Alcuni giorni fa il quotidiano tedesco Süddeutsche Zeitung ha pubblicato un poemetto di Günter Grass. Il poemetto politico-didattico dal titolo «Quel che deve essere detto» punta il dito contro Israele per il suo poderoso armamento nucleare mai dichiarato, ma la cui esistenza e consistenza sono ormai provate oltre ogni dubbio e che, a parere dello scrittore, rappresenta un pericolo in sé, a fortiori a causa delle intenzioni dichiarate dal governo Nethanyahu di voler lanciare un attacco preventivo contro gli impianti nucleari di Tehran, sospettata di volere costruire un ordigno atomico.Come era prevedibile lo scritto ha scatenato un putiferio.
Il Nobel tedesco è stato sommerso da ogni sorta di critiche e di accuse infamanti, da antisemita a seminatore di odio contro Israele a casa, nel mondo e naturalmente nella stessa Israele. Il j'accuse di Grass coinvolge anche il suo paese, la Repubblica Federale Tedesca, a suo dire complice di Israele per avergli fornito un sottomarino attrezzato per la dotazione di testate nucleari e l'Occidente intero per la sua ipocrisia e il suo doppiopesismo. Il governo di Israele ha reagito, come sua consuetudine nel più stupido dei modi ovvero dichiarando Grass persona non grata nel Paese e, per dare maggiore credibilità al bando, ha tirato fuori i brevissimi trascorsi del Nobel in divisa da SS a 17 anni. Per promulgare lo stesso bando contro l'ebreo Noam Chomsky, definito dal New York Times «verosimilmente il più importante intellettuale vivente» quel surplus di infamia non era stato necessario. Alcune delle più lucide menti dell' opposizione hanno commentato così il provvedimento. Tom Segev ha scritto: «Basso livello di tolleranza... delegittimare chi critica è una tendenza molto pericolosa, autocratica e demagogica. Nethanyahu e Lieberman sono bravissimi in questo. Ogni voce contraria è subito indicata come segnale d'antisemitismo. Ma se davvero ci mettiamo a distribuire i permessi d'ingresso secondo le opinioni politiche delle persone finiamo in compagnia di Siria e dello stesso Iran». Gli scrittori Ronit Matalon e Yoram Kaniuk hanno dichiarato: «Il prossimo passo è bruciare i libri».

Ora è vero che Grass nella foga della sua vis polemica l'ha fatta fuori dal vaso. Ha omesso di dire che Ahmadinedjad, oltre ad essere un tiranno oppressore della sua gente, un giorno si e un giorno no minaccia di cancellare dalle carte geografiche Israele. Lo scrittore ha anche esagerato pesantemente le intenzioni di Nethanyahu attribuendogli la volontà di radere al suolo l'intero Iran, mentre l'obiettivo è quello di distruggere le sue potenziali dotazioni nucleari. Ma non pochi autorevoli esponenti dell'establishment israeliano, fra i quali esponenti dei servizi segreti, ritengono che un simile attacco incendierebbe l'intero Medioriente coinvolgendo, volenti o nolenti gli Stati Uniti e chissà quanti altri con conseguenze incalcolabili e certamente disastrose.

Ma il vero nervo scoperto di tutto l'affaire Grass per quanto riguarda i Nethanyahu e i Lieberman di turno non è nè l'antisemitismo, né il presunto odio per Israele. Queste accuse, a mio parere, sono solo un mediocre cocktail di folklore e propaganda. Il merito del contendere è l'assoluta indisponibilità a qualsiasi forma di controllo dell'arsenale nucleare israeliano da parte di chicchessia. Il sistema di potere dello stato di Israele pretende autoreferenzialmente di essere al di sopra di qualsiasi straccio di legalità internazionale al riguardo di certe questioni sensibili e segnatamente la sicurezza in tutte le sue declinazioni. Solo che ormai se ci si sintonizza sulla linea d'onda del governo israeliano è impossibile distinguere fra realtà e propaganda e la propaganda è ormai una sorta di metastasi della realtà. L'Occidente ipocrita per convenienza si comporta come le celebri tre scimiette: «Non vedo, non sento, non parlo». Per informazioni sulla patologia dei governanti israeliani è utile informarsi presso i Palestinesi.
Moni Ovadia (dal Manifesto)