Molti sono quelli che si fregiano dell'appellativo di patriota: per esempio quando si muore in guerra, si è patrioti. Gli Stati Uniti, è il paese in cui il patriottismo è apparentemente qualcosa che si aspetta da tutti i cittadini. In nessun paese al mondo ci sono state così tante Commissioni per le attività Antiamericane come negli USA. Si è antipatriottici quando si è contro il proprio paese, che si dovrebbe invece sempre amare. Ma perchè.. sempre? Dizionario.com definisce il patriottismo come "l'amore devoto, il supporto e la difesa del proprio paese; la lealtà nazionale." Questosembra essere molto positivo, ma è questo quello che rende unito un paese? La risposta è tutta entro i confini del termine "paese". Nelle nostre società c'è ancora il pregiudizio e l'odio, forse non comunemente tra la maggioranza delle persone, ma ancora presenti e la sensazione è che questi sentimenti sono in continuo aumento nella popolazione. Al fine di essere patriottico, dovrei essere orgoglioso di tutto il mio paese, dovrei sostenerlo, sostenere il governo, i militari, sostenere qualsiasi cosa entro i suoi confini, e più di ogni altra cosa al di fuori dei confini. Detto questo possiamo già vedere la somiglianza tra patriottismo e nazionalismo. Ci sono diverse definizioni per il nazionalismo, ma questa è molto interessante: "La politica o la dottrina di affermare gli interessi della propria nazione, visto come separato dagli interessi di altre nazioni o dagli interessi comuni di tutte le nazioni." La definizione di cui sopra è come dire che la mia nazione è più importante di tutte le altre, perché è la mia nazione, il paese in cui sono nato e in cui risiedo. E le persone che sono nate su questo pezzo di terra sono più importanti delle persone nate in un'altra parte della terra. Che è essenzialmente una definizione che si avvicina di molto a quella di razzismo. Non credo che qualcuno dovrebbe avere meno diritti, meno cibo, meno accesso alle cure sanitarie, o meno voce in capitolo perché vivono da un altra parte, invece che qui. Un pregiudizio sulla posizione al momento della nascita non è davvero diverso da un pregiudizio sul colore della pelle con cui siamo nati. È interessante notare che uno studio accademico sulla storia della guerra, (del progetto War), ha trovato una forte correlazione tra il patriottismo e la guerra. Si è riscontrato, ad esempio, che il patriottismo in Germania era molto diffuso alla vigilia della prima guerra mondiale, mentre oggi la Germania è agli ultimi posti nelle indagini sul patriottismo dei propri cittadini. Un sondaggio del World Values Survey riferisce di una risposta media alla domanda "Sei orgoglioso di essere [inserire nazionalità]?" La definizione di orgoglio è: "sentire piacere o soddisfazione per qualcosa considerato altamente onorevole o lodevole per se stessi." Non posso essere orgoglioso di me stesso solo per il fatto di essere nato in una parte del mondo, e non vedo perché dovrei sentirmi onorato. Sono grato di essere nato e di vivere in un luogo in cui posso mangiare tutti i giorni, cercare assistenza medica in caso di necessità e di avere acqua pulita, ma certo non sono orgoglioso di questo. Non è un onore il fatto che io faccia parte di questa elite. Semmai, significa solo avere ulteriori pregiudizi.
@ Mr. Burroughs, what is the future of rock? The sculpture
@ Fascism is the enemy,wherever it appears (P.K.Dick)
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@Libri Musica Ozio Ciber-Cultura Visioni Freedown
@ Cut-Up Site
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23/04/15
11/03/13
Morozov: Fuzz, la "People-Power Radio" e il populismo digitale di Grillo
Evgeny Morozov, classe 1984, giornalista, blogger e scrittore bielorusso. È un esperto di tecnologia e di internet. Insegna a Stanford. Scrive su Foreign Policy e collabora con Economist, Washington Post, Wall Street Journal e Financial Times. E' uno dei più giovani e lucidi esperti della Rete che ci siano al mondo. Il suo libro, The Net Delusion è forse la prima seria ricerca su i lati oscuri di Internet: dalle nuove tecnologie che aiutano i regimi totalitari a rimanere tali fino all’altra faccia dei social network non solo strumento per il coordinamento di rivolte spontanee ma anche piattaforme ideali per schedare facilmente dissidenti di ogni genere e provenienza.
Fuzz: Alla rete serve ancora un DJ
Di tutte le start up avviate lo scorso anno, Fuzz è probabilmente la più interessante e la meno conosciuta. Si definisce una people-powered radio, una radio fatta dalla gente, assolutamente priva di robot, e in questo modo si oppone alla crescente tendenza a usare gli algoritmi per scoprire nuova musica. A differenza di altre popolari stazioni radio in Internet, che utilizzano algoritmi per scegliere i brani da segnalare agli ascoltatori, Fuzz dà spazio a dj umani, utenti che sono invitati a caricare la loro musica sul sito, creando e condividendo le loro «stazioni radio». L’idea — o forse la speranza — che sta dietro Fuzz è che il fattore umano possa ancora offrire qualcosa che gli algoritmi non riescono a dare. Come ha detto Jeff Yasuda — fondatore di Fuzz — a «Bloomberg News» lo scorso settembre, «si sente il bisogno di tornare a credere che i consigli più interessanti provengano dagli esseri umani».
Ma anche se il lancio di Fuzz è stato in gran parte ignorato, non è più possibile eludere il crescente ruolo degli algoritmi in tutte le fasi della produzione artistica. La questione è stata recentemente affrontata da Andrew Leonard, giornalista di «Salon», in un interessante articolo su House of Cards, una serie televisiva molto discussa che ha segnato il debutto di Netflix, pay-tv in streaming, nella produzione in proprio. L’origine di House of Cards è risaputa: dopo aver analizzato i dati di accesso dei suoi utenti, Netflix ha scoperto che un remake dell’omonima serie britannica avrebbe potuto avere un grande successo, soprattutto se a interpretarla e curarne la regia fossero stati rispettivamente Kevin Spacey e David Fincher. «Nell’età in cui gli algoritmi sono il principale strumento di marketing, gli autori riusciranno a sopravvivere?», si chiedeva Leonard, provando a immaginare in che modo l’enorme quantità di dati raccolta da Netflix mentre gli utenti vedevano in streaming la prima stagione della serie ne avrebbe condizionato il futuro (quante volte avranno premuto il pulsante «pausa»?).
In molti altri settori si affrontano questioni analoghe. Amazon, ad esempio, raccoglie molte informazioni sulle abitudini di lettura dei suoi utenti attraverso il suo e-reader Kindle: quali libri leggano fino in fondo e quali no; quali parti saltino e quali leggano con particolare attenzione; con che frequenza cerchino le parole nel dizionario e quali passaggi sottolineino. Avvalendosi di questi dati, Amazon riesce a prevedere quali siano gli ingredienti che ci faranno arrivare — un click dopo l’altro — alla fine di un libro. Potrebbe magari fornirci dei finali alternativi, per meglio accontentarci. Come diceva un recente articolo sul futuro dell’intrattenimento, il nostro è un mondo in cui «le storie possono diventare algoritmi adattativi, creando un futuro più coinvolgente e interattivo». Proprio come Netflix ha capito — grazie ai dati raccolti — che sarebbe stato stupido non entrare nel business della produzione di film, così Amazon ha scoperto che sarebbe stato stupido non entrare nell’editoria. I dati a disposizione di Amazon sono però più estesi di quelli di Netflix: dato che ha anche un sito che vende libri, conosce molto bene le nostre abitudini negli acquisti e i prezzi che siamo disposti a pagare. Oggi Amazon possiede 7 marchi editoriali e ne ha in progetto altri.
Da diversi anni l’industria della musica ha decisamente adottato metodi analoghi: ricavare informazioni da enormi database di precedenti successi e insuccessi per prevedere se un nuovo brano musicale può sfondare. Il vantaggio è evidente: per ottenere un contratto non occorre più essere introdotti nell’ambiente, come accadeva una volta. Basta avere una canzone che, sulla scorta dei dati raccolti dalle esperienze trascorse, potrebbe piacere. Ma lo svantaggio è altrettanto chiaro: le canzoni finirebbero per essere insipide e assomigliarsi tutte. Come ha detto Christopher Steiner in Automate This, il suo libro del 2012, queste nuove tecnologie «ci possono portare nuovi artisti, ma dato che basano il giudizio su quel che era piaciuto in passato, finiranno col proporci la solita musica banale che conoscevamo. Uno dei punti deboli della tecnologia è che tra i dati che analizza ci sono anche anni e anni di musica mediocre».
Il supercomputer Watson dell’Ibm sta già analizzando migliaia di documenti legali e medici per arrivare a valutazioni che nessun avvocato o docente sarebbe in grado di fare, almeno non basandosi su una tale quantità di informazioni. Se l’obiettivo è studiare quel che si è venduto in passato e, su questa base, cercare di prevedere quel che si venderà nel futuro, Watson potrebbe facilmente allargare il suo campo d’azione alla musica, ai film e ai libri.Purtroppo questo sarebbe un vantaggio per le vendite ma non per l’innovazione culturale. Se allora ci fosse stato un Watson, avrebbe potuto prevedere la nascita della pittura impressionista o della poesia futurista o della Nouvelle Vague al cinema? Avrebbe approvato Stravinsky? Dubito che i Big Data si sarebbero accorti del Dadaismo.
Ma anche se il lancio di Fuzz è stato in gran parte ignorato, non è più possibile eludere il crescente ruolo degli algoritmi in tutte le fasi della produzione artistica. La questione è stata recentemente affrontata da Andrew Leonard, giornalista di «Salon», in un interessante articolo su House of Cards, una serie televisiva molto discussa che ha segnato il debutto di Netflix, pay-tv in streaming, nella produzione in proprio. L’origine di House of Cards è risaputa: dopo aver analizzato i dati di accesso dei suoi utenti, Netflix ha scoperto che un remake dell’omonima serie britannica avrebbe potuto avere un grande successo, soprattutto se a interpretarla e curarne la regia fossero stati rispettivamente Kevin Spacey e David Fincher. «Nell’età in cui gli algoritmi sono il principale strumento di marketing, gli autori riusciranno a sopravvivere?», si chiedeva Leonard, provando a immaginare in che modo l’enorme quantità di dati raccolta da Netflix mentre gli utenti vedevano in streaming la prima stagione della serie ne avrebbe condizionato il futuro (quante volte avranno premuto il pulsante «pausa»?).
In molti altri settori si affrontano questioni analoghe. Amazon, ad esempio, raccoglie molte informazioni sulle abitudini di lettura dei suoi utenti attraverso il suo e-reader Kindle: quali libri leggano fino in fondo e quali no; quali parti saltino e quali leggano con particolare attenzione; con che frequenza cerchino le parole nel dizionario e quali passaggi sottolineino. Avvalendosi di questi dati, Amazon riesce a prevedere quali siano gli ingredienti che ci faranno arrivare — un click dopo l’altro — alla fine di un libro. Potrebbe magari fornirci dei finali alternativi, per meglio accontentarci. Come diceva un recente articolo sul futuro dell’intrattenimento, il nostro è un mondo in cui «le storie possono diventare algoritmi adattativi, creando un futuro più coinvolgente e interattivo». Proprio come Netflix ha capito — grazie ai dati raccolti — che sarebbe stato stupido non entrare nel business della produzione di film, così Amazon ha scoperto che sarebbe stato stupido non entrare nell’editoria. I dati a disposizione di Amazon sono però più estesi di quelli di Netflix: dato che ha anche un sito che vende libri, conosce molto bene le nostre abitudini negli acquisti e i prezzi che siamo disposti a pagare. Oggi Amazon possiede 7 marchi editoriali e ne ha in progetto altri.
Da diversi anni l’industria della musica ha decisamente adottato metodi analoghi: ricavare informazioni da enormi database di precedenti successi e insuccessi per prevedere se un nuovo brano musicale può sfondare. Il vantaggio è evidente: per ottenere un contratto non occorre più essere introdotti nell’ambiente, come accadeva una volta. Basta avere una canzone che, sulla scorta dei dati raccolti dalle esperienze trascorse, potrebbe piacere. Ma lo svantaggio è altrettanto chiaro: le canzoni finirebbero per essere insipide e assomigliarsi tutte. Come ha detto Christopher Steiner in Automate This, il suo libro del 2012, queste nuove tecnologie «ci possono portare nuovi artisti, ma dato che basano il giudizio su quel che era piaciuto in passato, finiranno col proporci la solita musica banale che conoscevamo. Uno dei punti deboli della tecnologia è che tra i dati che analizza ci sono anche anni e anni di musica mediocre».
Il supercomputer Watson dell’Ibm sta già analizzando migliaia di documenti legali e medici per arrivare a valutazioni che nessun avvocato o docente sarebbe in grado di fare, almeno non basandosi su una tale quantità di informazioni. Se l’obiettivo è studiare quel che si è venduto in passato e, su questa base, cercare di prevedere quel che si venderà nel futuro, Watson potrebbe facilmente allargare il suo campo d’azione alla musica, ai film e ai libri.Purtroppo questo sarebbe un vantaggio per le vendite ma non per l’innovazione culturale. Se allora ci fosse stato un Watson, avrebbe potuto prevedere la nascita della pittura impressionista o della poesia futurista o della Nouvelle Vague al cinema? Avrebbe approvato Stravinsky? Dubito che i Big Data si sarebbero accorti del Dadaismo.
Per comprendere i limiti e i vantaggi degli algoritmi nel contesto della creazione artistica, dobbiamo ricordare che essa è fatta di tre elementi: scoperta, produzione e segnalazione agli utenti. Start up come Fuzz puntano su quest’ultimo fattore — la segnalazione — sperando che qualcuno preferisca ancora essere guidato da esseri umani anziché da algoritmi. FiveBooks applica un metodo simile ai libri. Anche nel suo caso, l’idea è che l’uomo sia preferibile agli algoritmi. Amazon fa molte ottime segnalazioni, ma FiveBooks — con i suoi libri consigliati da Paul Krugman, Harold Bloom e Ian McEwan — si pone su un altro piano. Nelle segnalazioni l’elemento umano e quello matematico possono probabilmente coesistere, almeno nel prossimo futuro: gli utenti possono trovare il giusto equilibrio tra i due. Ma quando si tratta di scoprire nuovi talenti e produrne le opere, le cose sono molto meno facili. Dopotutto, le segnalazioni sono importanti solo se c’è qualcosa di veramente significativo da segnalare. Quando un lavoro artistico viene scelto sulla scia di quanto era già piaciuto e viene creato pensando all’immediato feedback del pubblico, le vendite potranno magari aumentare, ma da tutto questo marketing uscirà qualcosa di veramente innovativo?
Lo scorso dicembre, l’edizione in inglese di «Global Times», giornale cinese pubblicato dal gruppo del «Quotidiano del Popolo », ha pubblicato un articolo sui Bear Warrior, gruppo punk che ha trovato un modo ingegnoso per misurare la reazione del pubblico alle sue canzoni. Il cantante solista è studente presso un’università di Pechino e si sta specializzando in strumenti di precisione. Ha quindi progettato un dispositivo — il «termometro pogo» — che misura l’intensità della danza del pubblico attraverso una serie di sensori applicati alla moquette della sala. I segnali vengono poi trasmessi a un computer che li analizza. Secondo il «Global Times», la band ha scoperto che i fan «cominciavano a muoversi quando entrava in scena la batteria, e ballavano con maggior foga quando il solista cantava su un registro acuto». «Le informazioni — dice il cantante — ci aiutano a capire come migliorare gli spettacoli in modo che il pubblico risponda alla musica secondo le nostre intenzioni». Forse questo sistema li aiuterà amigliorare gli spettacoli, ma come ha fatto la musica punk a diventare così gradevole? Far felice il pubblico deve essere la maggior preoccupazione dei manager, non deimusicisti punk. I Sex Pistols avrebbero usato quel tappeto solo in un modo e, vi assicuro, senza valersi di sensori. Ma i Sex Pistols, senza pensare al feedback, hanno lanciato una rivoluzione, mentre i Bear Warrior, nella migliore delle ipotesi, lanceranno la loro carriera.
www.evgenymorozov.com
27/09/12
Populisti e messianici, nemici della democrazia. Tzvetan Todorov
Popolo, Libertà e Progresso sono i fondamenti della democrazia, che però quando alimentano populismo, ultraliberismo e messianismo, possono diventare una minaccia per la democrazia stessa. La democrazia, oggi, non rischia di essere messa in discussione dai suoi tradizionali nemici, fascismo di tutti i colori. Anche se dopo l'11 settembre, c’è chi ha cercato di trasformare l'Islam in un nemico globale della democrazia, in realtà per i sistemi democratici le minacce esterne non sono più un pericolo reale: oggi i veri pericoli provengono dall'interno della democrazia stessa, nemici "intimi", forme di perversione e di stravolgimento di alcuni dei suoi principi di base. Il populismo, l'ultraliberismo, il messianismo sono il risultato della dismisura di alcuni elementi che la costituiscono: popolo, libertà e progresso.
Dismisura diventata possibile perché' sono venute meno le limitazioni reciproche cui questi elementi erano sottoposti. Il liberismo classico ha proclamato si la libertà degli individui, ma senza immaginarla come una libertà illimitata. La libertà nello spazio pubblico diventa sempre un potere e ogni potere, senza limiti, è un pericolo. Chi ha un potere cerca di espanderlo e la tentazione della tirannia è inerente al comportamento umano. Di conseguenza i poteri devono limitarsi e controbilanciarsi a vicenda. Solo cosi si evita il rischio del dispotismo. Il caso dell'ultraliberismo è il caso più evidente del mancato equilibrio tra i diversi principi che caratterizzano la democrazia: un’esasperazione smisurata del giusto principio di libertà. Vero è che da sempre gli uomini avanzano rivendicazioni di libertà individuale ma anche di appartenenza collettiva. E bene comune e bene individuale non vanno sempre nella stessa direzione. Oggi le democrazie corrono il rischio della tirannia dell'individuo, che in nome della libertà assoluta e smisurata, sottomette la vita sociale al dominio di un’ economia regolata esclusivamente dalle leggi del mercato. In questa prospettiva vi è l'assenza di ogni controllo della società e della politica sulle forze individuali dell'economia. Si arriva poi al neoliberismo di stato, la mostruosa combinazione in cui la funzione dello stato diventa quella di smantellare lo stato stesso e di impedire qualsiasi controllo della società sull’attività degli individui. Di fronte al potere dell'economia, il potere politico si ritrova impotente. E le democrazie rischiano di trasformarsi in oligarchie dirette dai pochi che controllano il potere economico.
(...) Il messianismo è il rischio che corre la democrazia quando, considerandosi superiore, pensa di dover intervenire per imporre agli altri i propri principi. Il colonialismo con la sua pretesa d'imporre ai popoli "selvaggi" una civiltà considerata superiore nasceva da questa prospettiva. Oggi, come allora, crediamo ingenuamente nella superiorità della democrazia, al punto che consideriamo giusto e legittimo imporla anche agli altri attraverso guerre asimmetriche, le cui vittime sono soprattutto civili. Tutto ciò non fa altro che indebolire la democrazia.
(...) Il populismo non si manifesta solo attraverso il razzismo e la xenofobia. E' presente ogni volta che pretende di trovare soluzioni semplici per problemi complessi, proponendo ricette miracolose all'attenzione distratta del popolo. Il populismo preferisce le semplificazioni e le generalizzazioni, sfrutta la paura e l'insicurezza, fa appello al popolo, cortocircuitando le istituzioni. Ma la democrazia..non è un sondaggio continuo..
In passato le forme di potere erano più facilmente identificabili, era quindi possibile rivoltarsi contro un avversario visibile. Con la mondializzazione il potere economico è diventato un potere diffuso, sfuggente, quasi impersonale. Per questo c’è una disillusione nei confronti della democrazia.
(...) La democrazia ha ancora la possibilità d'intervenire almeno in parte sulla realtà. I partiti e i programmi non sono tutti uguali, e con il voto è possibile determinare alcune scelte collettive sul piano dell'economia e della società. La moltiplicazione dei livelli d'impegno nella vita pubblica è un altro principio contro la crisi delle democrazie e segno di vitalità della democrazia stessa..
"I nemici intimi della democrazia"
Tzvetan Todorov
Garzanti - 16.40 E
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