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25/02/20

Boxe, mondiale massimi: un Tyson Fury stellare demolisce Deontay Wilder


WBC Heavyweight Championship



Alla MGM Grand Garden Arena, a Las Vegas, sabato sera (domenica mattina in Italia) Tyson Fury impartisce una lezione durissima al campione in carica Deontay Wilder, che subisce due atterramenti e on KO tecnico alla settima ripresa. E' la prima sconfitta subita nella sua carriera nel corso della quale non solo non era mai stato sconfitto, ma non era mai andato knock down. 

Un terribile gancio destro di Fury alla terza ripresa arriva dritto sulla tempia di Wilder: l'orecchio inizia a sanguinare copiosamente mentre il gigante nero crolla a terra. L'incontro è segnato. Wilder è instabile, le gambe vacillano indebolite, ma è in grado di superare il round e continuare a combattere. Al quinto round Fury mette a segno un altro knockdown, questa volta con un colpo al corpo. Incredibilmente Wilder si rialza, sperando come sempre nella potenza del suo diretto destro, ma è senza difesa, il colpo alla tempia gli ha causato un problema al timpano, quasi sicuramente rotto. Al settimo round, Fury scarica una serie di pugni, che magari non sono potenti come i suoi ma sono tanti e lo marcano brutalmente, che spingono all'angolo Wilder: l'arbitro ferma l'incontro, con Wilder incredulo e che protesta. Ma è il suo team che ha lanciato l'asciugamano, anche se quasi nessuno se ne accorge.
Dopo 18 mesi in cui se le sono dette di tutti i colori, tra insulti, minacce, spinte e risse negli incontri pubblici e conferenze stampa, i due hanno risolto sul ring i loro dissidi.

"Che gran pugile sei - dice Tyson Fury a Wilder - Dio benedica te e la tua famiglia" e poi, quasi ad incoraggiarlo, gli ricorda il momento in cui hanno incrociato i guantoni dopo la prima campana: "In quel primo round eri una fottuta... dinamite, una dinamite".

Sono queste le parole che Tyson Fury sussurra all'orecchio di Wilder subito dopo lo scontro. Anche se il britannico è famoso per le sue spacconate e per non avere la modestia nelle sue attitudini caratteriali, diamo onore al Gipsy King per il rispetto dimostrato verso il suo avversario. Dall'altro canto, Wilder aveva avuto sempre la nostra simpatia: ha scelto la boxe per fare soldi e poter curare la sua bambina, affetta da un male alla spina dorsale, ma a distanza di un paio di giorni dall'epico scontro il campione americano ha puntato il dito per il suo KO alla pittoresca maschera con cui lo stesso era entrato sul ring della MGM Grand Garden Arena. 
“Era troppo pesante e per questo ho perso contro Fury” l’originale e sorprendente scusa del pugile, accusando anche l’arbitro, che secondo il boxeur dell' Alabama, non avrebbe sanzionato alcuni colpi scorretti alla nuca. Queste dichiarazioni non sono piaciute a noi ma nemmeno alla stragrande maggioranza degli appassionati e dai suoi stessi fan. Patetico è il commento più gettonato su Twitter.

Onore quindi a Tyson Fury per un successo strameritato: ha riportato la cintura WBC in Europa e in Gran Bretagna, e per una carriera che fino a qualche anno fa sembrava seppellita da una vita di eccessi, ma che è riuscito, nonostante tutto, a tornare sulla vetta di quella che è la categoria regina della boxe, i pesi massimi. Anche se forse vedremo un Fury - Wilder 3, per la clausola di remacth, tutti vorremmo quello che sarebbe un incontro stellare: Tyson Fury vs Anthony Joshua, match tutto britannico per la riunificazione delle corone.

onore a tyson fury



04/06/16

The Match


All'inizio fu un breve colpo di vento e il cielo sembrò aprire il coperchio di zinco che chiudeva da un mese Kinshasa in un unico blocco di umidità e caligine, poi in un attimo venne giù l'uragano, quasi la restituzione postuma di una preghiera o di un rito scaramantico da troppo tempo officiato a bassa voce, l’esito della cospirazione unanime di allibratori, di appassionati e degli uomini in divisa la cui presenza ubiquitaria aveva decorato l'evento come fosse uno scoppio incendiario del colore verde (ora più sgargiante, proprio perché madido di pioggia) e dunque sancito il trionfo un’Africa ancestrale e rediviva. Il tornado infierì sullo stadio che il regime di Mobutu, l’incubo in tinta verde del socialismo più autocratico, aveva allestito alla maniera dl un antico arengo o, persino, di un Colosseo panafricano dove il ring poteva simulare sia uno spazio gladiatorio sia un’ara sacrificale. Ma ogni cosa si era già compiuta un’ora avanti, alle quattro di mattina, quando il mondo della forza bruta, la dura legge della necessità, era stata violata da una forza contraria, cosi esatta e inesorabile, cosi padroneggiata nel ritmo di una danza e suggellata da una clausola d'autore, da riuscire in effetti fatale. Chiunque era autorizzato a pensare, oramai, che ll tornado esploso nella lividezza dell’alba fosse un segno apocalittico, nel senso etimologico della rivelazione, perché il vecchio Ali, l’artista e profeta, ll compagno di via di Malcolm X, colui che punge come un’ ape e vola come una farfalla, aveva vinto, mentre George Foreman, il lacche negro e bianco, il prodigio biomeccanico, la macchina da pugni e da soldi, era stato platealmente executé. A ora il cielo era un lavacro, nell'ora zero del sogno africano e dell'apoteosi di uno sport che aveva ambiguamente cominciato a morire proprio quella notte del 30 ottobre '74, nel corso dell’ottavo round, dopo un estenuante mimo che aveva visto Foreman sparare i suoi colpi nel vuoto e Ali, viceversa, rinunciare alle figure della danza consueta per adagiarsi sulle corde del ring come fossero una barra d’appoggio ovvero il soccorso del secondo principio della termo dinamica. Solo a metà dell’ottava riresa Ali si era staccato dalle corde e aveva guadagnato, imperioso, il Centro del ring accingendosi al ballo che annunciava l’inizio dell'esecuzione: 
<<Un proiettile delle dimensioni esatte di un guantone da boxe centrò in pieno la mente di Foreman, il miglior pugno di quella nottata sorprendente, il pugno che Ali aveva tenuto in serbo per tutta la sua carriera. (. . .) La sua mente lo tratteneva con un magnete grosso come il suo titolo, ma il suo corpo cercava il suolo. Andò giù come un maggiordomo sessantenne grande e grosso che ha appena udito una notizia tragica, si, cadde per due lunghi secondi, il campione, un pezzo alla volta, e Ali girava con lui in uno stretto cerchio, le mani pronte a colpirlo ancora una volta, e non ce fu bisogno, non fece altro che scortarlo al tappeto>>.


Nel 1975 Muhammad Ali, alias Cassius Clay, incontrò sul ring di Kinshasa, nello Zaire, George Foreman, campione dei pesi massimi. mai sconfitto prima, foreman si serviva del silenzio, della tranquillità e della devastante presenza fisica per intimorire gli avversari. Ali tentava di riprendere il filo di una carriera in declino, e di riconquistare per la seconda volta la corona dei massimi, investendo nell'impresa tutta la sua intelligenza, il gusto della provocazione, il talento. due uomini, due grandi campioni, due personalità opposte ma straordinarie. 
Questo è un piccolo estratto da The Match, (tornato in Italia nella nuova versione di Alfredo Colitto col titolo La sfida, Einaudi - Stile Libero 'Big', pp. 261, 14 euro) scritto in terza persona dal grande scrittore americano Norman Mailer, newyorkese, bianco ed ebreo, radicale, all’epoca tutto metafisica beat, marijuana, pacifismo e rigetto dell’establishment, di stanza da un mese a Kinshasa e presente quella notte a bordo ring, in  uno dei suoi libri più belli, in cui descrive la preparazione, il clima, la tensione delle settimane che precedettero l'evento, l'allenamento e infine l'indimenticabile match, dando ampio spazio anche alle tensioni tra Ali, sostenitore del Black Power e dei musulmani neri e amico personale di Malcom X, e Foreman, poco propenso a fare della questione razziale una priorità o una ragione di vita..



18/09/15

Calci e sputi e colpi di testa. Paolo Sollier ( Incipit bruciante )

Non occorre essere esperti per sapere che Paolo Sollier era un pò.. brocco come calciatore. La sua azione era goffa, il tocco di palla approssimativo; lo salvava il gran correre,da buon gregario. La sua vicenda umana e politica è certamente più estrosa e avvincente. Lo dimostra con questo libro, in cui i protagonisti sono l'infido mondo del calcio, la militanza politica, la vita di tutti i giorni. Un libro impietoso eppure umano, e estremamente politico. Un libro ormai introvabile, anche se ho sentito che è stato rieditato proprio ultimamente, e contro il parere dello stesso autore, che considera la sua vicenda qualcosa da relegare alla storia. Invece è avvincente e dove troverete la descrizione di una generazione .. al suo meglio.
 
<<Mi guardo e mi faccio ridere. Mi vedo impalato in una striscia alla Snoopy, fagotto in spalla, fumettando “ecco il famoso calciatore che lascia Torino...”.
Famoso una sega. Chissa cosa combino. Tre anni fa avevo rifiutato di fare questa vita. Dovevo andare dalla Cossatese al Lecco; c’era un allenatore, Longoni, che si era innamorato di me. Ma dovevo anche andare via di casa, cominciare quella sfigatissima comune. Era più importante restare a Torino, dare un taglio preciso al cordone ombelicale sentimentale economico coi miei; farmi finalmente spintonare dall’autonomia, coi miei pavimenti da pulire, le mic bollette da pagare, il mio cesso da aggiustare; avere una casa, una cuccia, una tana dove stare, incazzarrni, scopare. Adesso invece niente mi teneva. Non una ragazza: tutte cadute dalla mia scala Mercalli sentimentale; terremotate, rase al suolo. Non un impegno politico a mordermi la coda di cagnaccio sciolto. Non la comune, o vogliamo chiamarla casa di matti, o quattro scemi che ultimamente stavano insieme. L’ultima tappa di questa corsa nei sacchi comunitaria era cominciata un anno prima: Gigi ed io sopravvissuti alle tempeste precedenti, Andrea e Tito arrivati per caso. Andrea da una manifestazione per il Cile. Armi al Mir. `<<Hai una casa‘?>>. Dicì assassina. <<Si, abbastanza vuota». Frei boia. <<Ci verrei per qualche
mese». Compagno Allende sarai vendicato <<Vienici». Mai più senza fucile.
Ed era venuto a fare il numero tre, il terzino sinistro, il Facchetti della situazione. Sarebbe stato un po’ in difesa per poi infilarsi nel primo corridoio libero. Naturalmente intorno al corridoio avrebbero dovuto esserci stanze, una cucina, un gabinetto; una casa
insomma. Ma il lancio giusto non era arrivato e cosi si era sistemato con noi. Dopo un mese, Tito; se lo era tirato dietro da Torre Pellice; era arrivato una sera e aveva cominciato a parlare sulla porta, ancora con la borsa in mano <<Ho una situazione... ho una moglie e una fidanzata che ha anche un figlio. Con mia moglie non ci sto da un anno; e da un anno non lavoro. Sono sbandato. Ma ho deciso di ricostruire la mia vita...>>.
Aveva posato la borsa insieme a quel sorriso da lupi e aveva cominciato a lavare i piatti.
Stare insieme, diventare amici è come comprimere una miscela esplosiva. Più stai bene e più comprimi. Più comprimi più è esplosiva. Alla prima scintilla esplode. Ognuno viene lanciato via, distante, come una scheggia o un pezzo di stella. La compressione, l’amicizia,
ricominciano con altra gente. Poi nuove esplosioni, altri proiettili umani, nuove bombe da innescare. Cosi noi, e adesso siamo esplosi via. Il frammento Gigi a prendere per le trecce il suo sogno danese; Tito a caccia di lavoro e a cercare vipere; Andrea nella lotta
continua del suo libro scritto a colpi di registratore. Intervista tutti, operai,disoccupati, leader, rotti in culo, fumati, bucomani. Naturalmente non finirà mai.
Infine io, scheggiato a fare il calciatore. Finalmente saprò; tra le tante paure sono contento: basta col fare il calciatore di comprornesso, né calciatore né studente, né militante né cane sciolto, basta con la serie C, tra le zanzare mentali di Vercelli e il treno di Torino. Saprò fino a che punto valgo qualcosa nel calcio e saprò anche, prima paura, se venderò il culo ai condizionamenti. A parte il calcio giocato,  viaggi, allenamenti,
questo calcio professionistico mi ingoierà anche la testa? O riuscirò a fare la mia vita senza rotaie obbligate, come la voglio?
Questi i pensieri mentre la cinquecento fila (per modo di dire) verso Perugia, dieci ore di autostrada, di ricordi, di domande. Tutte le radici di Torino tagliate, chissà per quanto, quelle di Perugia che mi aspettano, chissà come. Chi troverò? I compagni di squadra
saranno pallosi o simpatici, e l’allenatore Castagner farà abbastanza rima con Sollier‘?
L’Umbria verde, l’Umbria rossa, l’Umbria jazz e tutto quel che so. Aggiungiamo un po’ di San Francesco, Jacopone da Todi e i lupi di Gubbio. Mi sembra di andare ad abitare nella mia ignoranza. Ci arrivo, Perugia incollinata sull’orizzonte, la mia casa cercata e trovata in un giorno. Sono proprio un emigrante di lusso. Penso a quelli veri, scippati dalla loro terra, scaraventati in città piovra, guardati con sospetto, tagliati fuori, a dormire nelle cantine, nei sottoscala, alla stazione. Li ho visti coi miei occhi e mi sembrano ridicole queste scaglie di paura. E’ la vecchia abitudine di sentire piu un’unghiata nella mia schiena che una picconata in quella di un altro. Ritiro precampionato: l’incubo dei calciatori: venti
giorni per rificcare nei muscoli la forza l'elasticita la voglia di correre. Quella prima settimana dove ogni ora di sonno perso, ogni mangiata fuori regola, ogni scopata di troppo sono restituite a sudore e bestemmie. D’altra parte è l’unico ritiro che tutti accettano quasi volentieri; si fatica ma si riposa, ci si rompe le scatole ma il fisico si rimette insieme. E’ una regolata a tutte le viti spanate da un mese di vacanza. E poi serve tutto l’anno. E’ una medicina utile, buttata giù con le smorfie ma che funziona. Le smorfie poi dipendono da dove sei, che rapporto riesci ad avere con la gente del posto, se riesci ad uscire dal cerchio della squadra; altrimenti a forza di vedere sempre le stesse facce cominciano i tilt e volano i coltelli.
Per noi c’e Norcia posto democristiano di San Benedetto, ma anche di Brancaleone. E l’armata Brancaleone sembra questo Perugia, quasi tutti nuovi, molti della serie C, l’altr’anno' non retrocessi per un pelo. Ci guardiamo in faccia e sembriamo dirci: <<Ma
dove vogliamo andare?». Io vorrei andare da quella biondina, ma in definitiva sono sempre un po’ imbranato. Poi non é che mi caghi molto; devo aprire un fronte di lotta. Uno dei modi di conoscersi dei calciatori e la doccia. Vedersi i chitarrini. Chi ce l’ha grosso, chi piccolo, chi storto, chi circonciso. Poi l’assoluta mancanza di parentela tra l’aspetto fisico e l’uccello. Il tipo grassoccio che ce l’ha lungo e stretto, quell’altro'affilato che ce l’ha piccolo e corto; il piccoletto col campanaccio e il superman col pisellino.
La figa è uno dei discorsi preferiti, insieme alla figa e alla figa. Tutte le battute sono per Zumbo, che ce l’ha abominevolrnente grosso, allora chissà quali paradisi distribuisce in giro; oppure Sergio con la cappella a ombrellone che fa ombra su tutte. Naturalmente le tesi sessuali secondo cui le dimensioni del pene hanno un’importanza secondaria vengono rovesciate. L’amore è venduto a etti, le scopate si misurano a metri. Fa parte del ruolo dell’uomo famoso contro cui le donne vanno a spiaccicarsi come falene in una lampadina; e se le falene ci sono, ansiose di farsi toccare e infilare dai vitelli d’oro, logico che il discorso tenga. E’ idiota ma tiene. Tiene anche se a farlo e gente sposata, con figli.
Mi chiedo ma in queste famiglie, con queste mogli, che rapporto c’e‘? Queste cazzate sulla donna come buco, le dicono anche a casa? Oppure doppia faccia, mariti perfetti in famiglia, scopatori da brivido fuori? Oltretutto, le mogli dei calciatori sono sempre un
oggetto (soggetto, pardon) misterioso: vivono di luce riflessa, lo seguono quando viene mercanteggiato, gli guardano i figli, lo aspettano quando torna dalle battaglie. E’ uno schema un po’ vecchiotto, che sta franando dappertutto. Quanto ci metterà da noi?>>...







06/05/15

Blindfold Boxing! Roma, 1949

Non sbirciate! Benvenuti nel meraviglioso mondo della BLINDFOLD boxe, a Roma nel 1950, più spettacolare dell'incontro del secolo, Pacquiao vs. Mayweather!!

Antenati di Daredevil? Il normale andamento della nostra giornata in ufficio? Hanno come sottofondo la musica dei Black Flack o dei Circle Jerks? Stanno imitando quello che facevamo da piccoli con nostro fratello? L'anticipazione del nostro governo attuale? Come in un pub alle due del mattino? Un nuovo metodo per evitare un occhio nero? Di sicuro, più spettacolare dell'incontro del secolo, Pacquiao vs. Mayweather!!






25/03/15

Ostalghia in bicicletta


Jens
Jens Voig mercoledì 17 settembre 2014 ha festeggiato i 43 anni.  Lui è tedesco. Ma uno strano tedesco di quelli che, nati quando il Muro di Berlino sembrava destinato a durare da qui all’eternità, portano ancora la Germania Est nel cuore. Non solo. Forse forse questo ciclista professionista, esempio di longevità agonistica e un palmares lungo così che comprende tappe al Tour  e al Giro, sotto sotto, se non comunista, resta comunque uno che guarda a sinistra, senza se e senza ma.

Quando non c’erano gelosie tra lavoratori...
Abita ancora a Berlino (zona orientale, natürlich...) e a differenza di tanti suoi colleghi che hanno trasferito la residenza a Montecarlo o in Svizzera ci tiene - ha chiarito in un’intervista a Le Monde - «a pagare le tasse nel mio Paese». Senza contare quel rimpianto nemmeno troppo velato per il regime pre 1989. «Nel nostro sistema politico - si, ha detto proprio così: «nostro» - le imposte servivano per equilibrare le differenze. Non c’erano gelosie tra il giardiniere e il professore che guadagnavano lo stesso salario».

A lungo dilettante, la vittoria nella Corsa della Pace
Nato nel 1971 in quel di Grevesmühle, mar Baltico, Jens a quattordici anni lasciò casa per frequentare la (prestigiosa) Scuola dello Sport di Berlino. Si, quella che sfornava supermen a getto continuo e per favore almeno stavolta cerchiamo di non associare il doping alla bici. Le specialità in cui Voigt (allenamenti divisi con il gesell Jan Ullrich) eccelleva erano il ciclismo e l’atletica leggera. Poi, verso i 18 anni, optò per il ciclismo. A lungo dilettante di Stato (si usava così nella Ddr, ricordate?...) arrivò alla fama con quella vittoria nella leggendaria Corsa della Pace che nel patto di Varsavia contava come Tour, Giro e Vuelta messi assieme, attraversando praticamente tutti i paesi della ex Cortina di ferro. Poi il passaggio al professionismo. Ma era il 1997. E la Ddr nel frattempo era divenuta un ricordo buono solo per i libri di storia.

Quel gesto di sportività al Giro
Prese a vincere da bimbetto, a 10 anni per non smettere praticamente più. L’ultimo successo risale all’anno scorso (negli Usa, guarda il caso: al giro di California... il traguardo era a Santa Barbara) e in circa vent’anni , da ottimo passista cronoman, ha raccolto una cinquantina di primi posti , tra cui il prestigioso Gran Premio delle Nazioni. Al Giro del 2006 ce lo ricordiamo per un gesto di grande sportività. Arrivato al traguardo in cima al Passo San Pellegrino in compagnia dello spagnolo Gárate, Voigt rinunciò alla volata poiché durante l’intera tappa era sempre stato a ruota in seguito a ordini di squadra. Vinse poi Gárate che sul podio ringraziò Jens.

Sulla bici la bandiera della ex Germania Est
Giusto pochi giorni Jens fa aveva annunciato il ritiro agonistico, dopo il Giro del Colorado. Poi deve averci ripensato. E appunto, tenterà di battere il record dell’ora detenuto con 49 km e 700 mt dal ceco Ondrej Sosenka. Non ha chiarito se al velodromo di Grenchen (Svizzera), dove è prevista la prova, userà quella bici su cui ha fatto incidere i nomi dei suoi sei figli: Marc, Julian, Adriana, Kim, Maya, e Helen. Sotto compare anche una bandiera tricolore nero-rosso-oro. Al centro campeggiano spighe di grano, un compasso e un martello... Lo stendardo della sua Ddr.


18/11/14

Fascism is the Enemy

Ancora un un attacco fascista a Roma. Ormai siamo all'emergenza. E che ci fosse una matrice tutta politica dietro l’assalto contro i tifosi della squadra romana di calcio di terza categoria 'Ardita San Paolo’, nel corso della partita di campionato con il Magliano Romano, era apparso chiaro fin da subito.  L'attacco squadrista, con spranghe di ferro e bastoni nei confronti di un gruppo di tifosi della squadra di calcio popolare ASD Ardita, espressione popolare di calcio dal basso nel quartiere San Paolo. è avvenuta domenica, 16 novembre, a Roma.

“Durante la partita di oggi abbiamo subito un’aggressione sugli spalti da parte di persone a volto coperte e armate di spranghe e bastoni. Questi fatti ci lasciano attoniti in quanto non comprendiamo le motivazioni alla base di tale gesto.
Questa è la terza stagione che ci vede protagonisti all’interno dei campionati federali, nei quali abbiamo sempre riscosso un notevole successo in termini di partecipazione e consenso dimostratoci anche dalle società calcistiche incontrate sul nostro cammino.
In conclusione, questo attacco è da considerarsi rivolto non soltanto a noi bensì a tutte le società che promuovono un modello differente di sport e a tutte quelle realtà sociali che operano nei territori di Roma e limitrofi”.

Questo il comunicato dell'Ardita.

Il fascismo è la forma più estrema e brutale di oppressione del potere economico. Quando il capitalismo si sente minacciato, durante i periodi di crisi, utilizza il fascismo come ultima risorsa: tentano di distruggere fisicamente l'opposizione, la sinistra, i sindacati, i gruppi progressisti, chi difende gli immigrati, i più deboli.. Aggrediscono, picchiano, intimidiscono, uccidono. Usano il razzismo per reclutare, e attraverso il terrore, la violenza, cercano di distruggere la lotta di classe e la democrazia. 
Da parte nostra, per dare alla nostre città un volto civile, dove l’autoritarismo, il razzismo e le discriminazioni non abbiano cittadinanza, si rivendica fino in fondo il diritto all'autodifesa, in caso di aggressione. Siamo in totale sintonia nel considerare l'antifascismo un valore fondamentale, che va salvaguardato e soprattutto PRATICATO.

Tutto quello che dobbiamo fare è..difenderci 

All wi doin is defendin



war... war...
mi seh lissen
oppressin man
hear what I say if yu can
wi have
a grevious blow fi blow

wi will fite yu in di street wid we han
wi have a plan
soh lissen man
get ready fi tek some blows

doze days
of di truncheon
an doze nites
of melancholy locked in a cell
doze hours of torture touchin hell
doze blows dat caused my heart to swell
were well
numbered
and are now
at an end

all wi doin
is defendin
soh get yu ready
fi war... war...
freedom is a very firm thing
all oppression
can do is bring
passion to di eights of eruption
an songs of fire wi will sing

no... no...
noh run
yu did soun yu siren
an is war now
war... war...

di Special Patrol
will fall
like a wall force doun
or a toun turn to dus
even dow dem think dem bold
wi know dem cold like ice wid fear
an wi is fire!
choose yu weapon dem
quick!
all wi need is bakkles an bricks an sticks
wi hav fist
wi fav feet
wi carry dandamite in wi teeth

sen fi di riot squad
quick!
cause wi runin wild
wi bittah like bile
blood will guide
their way
an I say
all wi doin
is defendin
soh set yu ready
fi war... war...
freedom is avery fine thing
LINTON KWESI JOHNSON



30/09/14

Il pugile e il panico

Una personale esperienza d’iniziazione a un mestiere del corpo tanto riconosciuto per l’eroica simbologia, e ho imparato che “l’agente sociale è, prima di tutto, un essere di carne, di nervi e di sensi, un <<essere che soffre>> . Sacrificio. La parola rimbalza sui muri i delle palestre, tra i tuoi guanti conciati, le fascette intrise di sudore, le scarpette alla caviglia, i caschi da sparring, le tute da ginnastica sbiadite, i sacchi rigidi. Prepararsi per un incontro significa sottoporsi, giorno dopo giorno, a un vero e proprio rituale di mortificazione. Ogni buon allenatore non fa che ripetere: <<fare il pugile è un mestiere che ti prende 24 ore su 24. Lo devi avere continuamente, in testa. Non puoi fare nient’altro se lo fai bene>>. Prepararsi ad un incontro è come iniziarsi a una religione, ha tempi specifici, stirati all’infinito, riti intrisi di minuzie, sinfonie di rumori, odori piccanti. Un microclima, un atmosfera densa, a volte quasi opprimente che impregnano il corpo, lo penetrano e lo eccitano, disponendolo al combattimento. Il giorno prima non stare in piedi, magari sdraiato sul divano, per non sforzare le gambe: rilassato e in ozio. Bisogna conservare tutta l’energia, fino al match. Il giorno prima può capitare di essere nervosi: mal di stomaco, fiacchi e senza forze. Un disagio evidente, un nodo alla gola, un angoscia diffusa. Poi il giorno dell’incontro tensione, e concentrazione, self control. Si deve capire la paura, per controllarla. E chissà se è davvero stata la paura ad impedire a Diego Velardo, 28 aani, di Ciampino, sabato 27 Settembre a non salire sul ring dove doveva combattere per il titolo vacante italiano dei pesi super medi contro Andrea di Luisa di 32 anni, campano ma di stanza a Viterbo.Per gli spettatori è stato qualcosa di mai visto, e di imperdonabile : rifiutarsi di combattere, soprattutto in uno sport come quello del pugilato che fa del coraggio e della lealtà uno dei valori principali, non ha e non può avere scuse. Ma nonostante tutto, credo che coraggio, lealtà e paura non centrano con quello che è successo a Diego, che ha dichiarato di non essere un vigliacco, che "è stata una cosa che non è mai accaduta, non mi sono mai tirato indietro nella mia carriera, sia da dilettante arrivando anche alla nazionale, che da pro". E' successo che uscito dallo spogliatoio, al momento di scendere le scale che lo portavano sul ring davanti al pubblico è tornato sui suoi passi, chiudendosi prima in bagno poi nello spogliatoio e a nulla sono valsi tutti gli incitamenti, le rassicurazioni. Da solo, chiuso nello spogliatoio, sino alla decisione dell’arbitro di assegnare a tavolino il titolo a Di Luisa dopo un quarto d'ora di attesa. Una crisi, una crisi di pianto e nervi, un crollo psichico, paralizzato, impaurito. In pratica, un attacco di panico. Il manager di Velardo che ha dichiarato di non voler più aver nulla a che fare con il suo assistito, ma è ingiusto, oltre a dimostrare insensibilità e ignoranza. Solo chi ha vissuto un esperienza simile, solo chi ha sofferto di questa patologia, terribile, può capire. Ed è difficile da spiegare, è difficile far capire come si ci sente in quei momenti. Gli attacchi di panico si manifestano in modo diverso, variano da persona a persona, anche se i sintomi iniziali sono sempre gli stessi: il cuore batte forte,  fa male il petto, ti senti soffocare. Intorno è solo confusione, le immagini diventano sfocate o sembrano irreali, vedi il cielo che si abbassa su di te. Pensi al cuore, stai per morire e perdi il contatto con la realtà. Forse Diego è arrivato a questo incontro troppo frettolosamente, forse è stato caricato di una responsabilità troppo grande per lui in questo momento. Ma noi non lo sappiamo, nessuno può saperlo. Mentre c'è chi lo invita a  riflettere accuratamente se proseguire la sua carriera di pugile professionista, noi invitiamo invece  solo a capire e a comprendere e auguriamo a questo pugile un ritorno sereno, perchè deve essere davvero tremendo essere accusati di codardia per qualcosa che, ripetiamo, nulla ha a che fare con il coraggio e la vigliaccheria.  Intanto per la cronaca Andrea di Luisa è il nuovo campione italiano dei pesi super medi, vittoria a tavolino..



31/07/14

Massive Attack, 98 intellettuali e premi Nobel, Mohammed Suliman, J. Barden: per Gaza

Da sempre impegnati in battaglie politiche e sociali, I Massive Attack, molto amati da Interzone,  non sono tipi da farsi intimidire e portano nel tour europeo la solidarietà al popolo palestinese, utilizzando il loro scenario high tech per inviare messaggi e informazioni alle platee dei loro set sempre gremiti. Israele continua a bombardare e massacrare civili inermi, continua a distruggere interi quartieri con case, ospedali, scuole, continua impunemente con i suoi assassini mirati, ad arrestare giovani e ragazzi, persino palestinesi/israeliani che si permettono di criticare su i social la politica di sterminio, nonostante le proteste, i moniti, le risoluzioni dell'Onu, le manifestazioni in tutto il mondo. E Robert Del Naja e soci non hanno paura di mostrare il loro sostegno alla causa della Palestina, peraltro perorata da lunga data : un megaschermo alle spalle della band si illumina con la scritta  "Gaza è stata occupata e soggetta a restrizioni dal 1948." E i messaggi si susseguono durante tutto lo show, con l'aggiornamento del numero di vite perse, mentre Del Naja ha sostenuto nelle conferenze stampa il ruolo dei musicisti nell' informare il pubblico e prendere posizione pubblicamente, cosa che grandi nomi del circo del rock non hanno fatto, Rolling Stones su tutti, che, anzi, hanno anche inserito Tel Aviv nel loro tour estivo. Robert ha anche confermato l'appoggio suo e della band al boicottaggio culturale di Israele in quanto "unica possibilità che hanno per mantenere la giusta pressione sulla questione."
"Il boicottaggio non è un atto di aggressione nei confronti del popolo israeliano, ma nei confronti del governo e delle sue politiche. E' giusto ricordarlo, perché è molto facile essere accusati di essere antisemiti, ma tutti sanno che non è di questo che si tratta". Sulla loro pagina Facebook, che conta 2.8 milioni di fans è stato aperto un forum di discussione e.. "non abbiamo intenzione di cancellare nulla o moderare, ma piuttosto incoraggiare il dibattito in maniera aperta e democratica.
I Massive Attack, in questo passaggio del loro tour, aprono sempre i loro concerti con  'Battlebox' e le immagini del video del brano..





26/06/14

Calcio: La più patetica delle partite nello stadio dell'infamia

In Cile sono passati appena due mesi dal tragico golpe di Augusto Pinochet e dalla morte di Salvador Allende. L’Estadio Nacional per un giorno cessa di essere un lager, si sospendono gli "interrogatori" e le torture sui "nemici" del regime e si pensa al calcio. La Roja entra in Campo, dagli spalti - invero pieni solo a metà - giunge qualche applauso e viene suonato l’inno nazionale. Tutto è pronto per il calcio di inizio, che tocca ai ragazzotti in maglia rossa e pantaloncini blu. Una serie di rapidi passaggi e la palla finisce in porta. Che però è incustodita. Si, perché gli avversari dei cileni non si sono presentati, ma il regime ha voluto lo, stesso che si tenesse questa farsa. <<Il match più patetico di sempre>>, ebbe a definirlo Eduardo Galeano. Come dargli torto. Per l’ennesima volta, il football si era scontrato con la politica, uscendone con le ossa rotte. Quella partita da teatro dell’assurdo valeva addirittura la qualificazione ai Mondiali di Germania (allora solo Ovest) del 1974. Per uno strano scherzo del destino lo spareggio tra un’esponente europea e una sudamericana mise di fronte l’Urss e il Cile, dall’11 settembre del 1973 in mano a Pinochet e ai suoi sgherri. La gara d'andata, in programma a Mosca il 26 settembre, si disputò nonostante i dubbi della giunta cilena. Nessuno doveva lasciare il Paese, ma per la nazionale si fece un’eccezione. Certo, ai giocatori, in particolare a Carlos Caszely e Leonardo Veliz, di dichiarate simpatie socialiste, fu intimato di tenere la bocca chiusa. Altrimenti i loro familiari ne avrebbero pagato le conseguenze in patria. In una freddissima serata di settembre, allo stadio Lenin la Roja riuscì a strappare un pareggio a reti inviolate grazie alla fantastica prestazione dei due centrali difensivi Alberto Quintano e Elias Figueroa. Tutto era così rimandato alla partita di ritorno, la cui sede designata era il Nacional. Un’arena realizzata nel 1938 sul modello dello stadio Olimpico di Berlino di hitleriana memoria e che nel 1962 aveva addirittura ospitato la finale del mondiale vinto dal Brasile di Garrincha. Quali fossero le attività extra-calcistiche che si svolgevano nell’impianto era cosa ormai risaputa, tanto che la stampa internazionale iniziava a diffondere resoconti al proposito. Non a caso la federazione cilena provò timidamente a proporre di spostare l'incontro a Vina del Mar. Ma Pinochet fu irremovibile. La reazione dei sovietici non si fece attendere. <<Chiediamo alla Fifa di organizzare il match in un Paese terzo, dal momento che non intendiamo giocare in uno stadio macchiato dal sangue del popolo cileno>>. Il massimo organismo calcistico internazionale tenne un sopralluogo e finì per rigettare la richiesta dei russi, poiché aveva riscontrato che la situazione a Santiago <<era del tutto calma>>. Se si siano fatti influenzare dalle operazioni di "cosmesi" momentanea apportate dalla giunta militare, oppure se le motivazioni furono ancor più profonde (e forse inconfessabili), non è dato sapere. Fatto sta che su decisione dello stesso Leonid Bréznev l’Urss si rifiutò di volare in Cile, lasciando strada agli avversari per l’approdo alla fase finale della Coppa del Mondo. In realtà quel giorno di novembre, esauritasi la commedia iniziale, la Roja una partita di calcio la disputò. Fu però umiliata dal grande Santos per ben 5-0. Quanto al Mondiale, terminò con una ingloriosa eliminazione al primo turno per mano delle due Germanie.
I. M. 





08/05/14

Le carogne in giacca e cravatta

Quello che davvero è successo a Tor di Quinto: 
Lettera dei tifosi napoletani della STELLA ROSSA sui fatti di Roma

E' difficile prendere parola dopo questi giorni, viene voglia di chiudersi nel silenzio più sordo, stringersi attorno alle persone che come te posso guardarti negli occhi e parlare perchè conoscono la verità dei fatti o almeno hanno l'umiltà di ricercarla fuori dai preconcetti.
Abbiamo aspettato nel rispetto di Ciro e della sua condizione, abbiamo sperato che fosse fuori pericolo di vita, avevamo paura di unirci alle tante voci che si sentono in questi giorni, posizioni che si contraddicono continuamente , lezioni di vita e come spesso accade in questo paese tutti parlano da professori dell'argomento, ma magari non ne sanno nulla.
Anche noi eravamo all'Olimpico quel maledetto sabato 3 maggio, ma sarebbe meglio dire che eravamo a Tordi Quinto.. perche all'Olimpico non ci siamo mai entrati.

Eravamo come sempre insieme a tanti amici e compagni che dalla periferia nord di Napoli si muovono per andare a vedere la squadra della nostra città. Conosciamo bene Ciro, cosi come conosciamo bene Alfonso e Genny anche loro colpiti dai proiettili della pistola di De Santis, li conosciamo non per sentito dire ma perchè con loro abbiamo fatto pezzi di strada insieme, siamo stati spalla a spalla nelle curve del San Paolo tante volte. Ci permettiamo di nominarli solo perchè eravamo li con loro, solo perchè sappiamo chi sono e quanto amano la vita e la loro città.
Ciro - è stato detto e ridett o- viene da Scampia, il quartiere dove gioca la Stella Rossa e come tanti ragazzi di quel quartiere lo abbiamo anche visto venire a curiosare in curva all'Hugo Pratt per capire con i propri occhi cosa fosse questo tanto chiacchierato calcio popolare.

22/04/14

Hurricane di Bob Dylan e The Match di Norman Mailer

Dopo una battaglia con un cancro alla prostata, muore Rubin "Hurricane" Carter, il pugile  oggetto dell'iconica  canzone di Bob Dylan "Hurricane".
Nel 1967, tre bianchi vengono assassinati da due uomini neri a Paterson, New Jersey. Carter e il suo amico John Artis furono portati in ospedale, al capezzale di uno dei tre uomini colpiti, che prima di spirare non identifica nessuno dei due accusati.. In definitiva, Carter e Artis furono in seguito condannati da una giuria di soli bianchi, sulla base della testimonianza di Alfred Bello, un criminale che poi ritrattò la sua storia. Carter fu condannato al carcere a vita.
Nel 1975, Carter inviò  una copia della sua autobiografia a Dylan,  "Il sedicesimo round: da sfidante numero 1 a numero 45472". Secondo Rolling Stone, Dylan visitò Carter in prigione dopo un mese dal ricevimento del libro. Dylan disse in un intervista:
"La prima volta che l'ho visto ho capito che la filosofia dell'uomo e la mia filosofia correvano lungo la stessa strada, e che non si incontrano molte persone del genere."

Dylan, con il produttore Jacques Levy scrisse "Hurricane", che fu eseguita durante il suo tour Rolling Thunder Revue ed è inclusa nel album Desire. La canzone contribuì  a portare la storia di Carter all'attenzione dell'opinione pubblica.
Dylan inoltre tenne due grandi concerti di beneficenza per il fondo legale a favore di Carter, a cui parteciparono  Stevie Wonder, Isaac Hayes, Santana, Richie Havens, la Band di Rick Danko, e molti altri. Nel 1976, dopo la ritrattazione di Bello, ci furono le condizioni per l'istruzione di un nuovo processo. Bello ancora una volta ritrattò, e Carter e Artis furono di nuovo condannati  e imprigionati per otto anni, prima che un giudice della corte distrettuale di Newark decise che i due imputati non avevano avuto un processo equo, affermando che l'accusa era "basata su motivazioni razziali". Ancora una volta, grazie alla pressione della pubblica opinione e  al lavoro di un giovane gruppo di avvocati si andò ad un nuovo processo, dove venne ribaltata la condanna.
Certo, la storia è meglio raccontata da Dylan:




Qui il bel film Hurricane – Il Grido dell'Innocenza (1999) con Denzel Washington

05/11/13

Interisti: Interismo/Leninismo


LOU REED: "Per ogni momento nero, ho un momento euforico. Penso che le persone che sono spesso depresse, sanno anche raggiungere una grande euforia".. 
 
"l’lNTER, quel mito che finora si è fatto carico di spiegare l’inspiegabile: che cioè in cent’anni di esistenza l’lnter è sempre stata capace di alternare partite fantastiche a cadute rovinose, imprevedibili le une e le altre e sempre maturate in un brevissimo torno di tempo"..
 
AGLI INTERISTI..
Comunismo è una parola indicibile. <<Se fermi qualcuno per strada e gli dici: “io sono comunista”, quello non ti capisce>>. Cosi si e espresso Fausto Bertinotti, nell’agosto 2008. Qualche mese prima, Massimo Cacciari veniva intervistato a proposito del ventesimo anniversario dello scudetto del Milan di Sacchi. Dopo aver sostenuto che Sacchi doveva ritenersi il simbolo di quella stagione e che nel suo gioco "non conta l’individuo, ma il sistema" (”Contano certamente gli interpreti adeguati, ma devono sapere che non sono assolutamente dei solisti, ma parte di un’orchestra”), all’intervistatore che gli chiedeva se si trattasse di una lezione utile anche per la politica italiana ha risposto: <<Ci sono teorie politiche che sostengono esattamente quello che Sacchi ha realizzato Col Milan>>.

12/06/13

Il Ragno Nero: Lev Jascin

Un portiere, come il sovietico Lev Jascin nel 1963, che solleva il Pallone d'Oro resta uno dei primati tuttora imbattuti nel calcio mondiale. Nonostante una lunga lista di candidati straordinari tra i numeri uno d’ogni epoca: da Dino Zoff all'inglese Gordon Banks, dall'erede di Jascin, Rinat Dasaev, fuoriclasse dell’Urss del colonnello Lobanovski a fine anni '80 (finalista agli Europei di Germania 1988, sconfitta dall'Olanda), sino a Iker Casillas, a Gigi Buffon. Ci è andato vicino invece il tedesco Oliver Kahn, terzo nella classifica finale 2002 (Germania finalista contro il Brasile al Mondiale in Giappone e Corea del Sud), dietro a Ronaldo e Roberto Carlos. ln pratica, un embargo verso gli estremi difensori. Che difficilmente sarà revocato nei prossimi anni. Zero chances di successo, anche se hanno vinto, da protagonisti assoluti, ogni competizione, come Casillas, campione d’Europa 2012 con la Spagna e della Liga spagnola con il Real Madrid. E anche Gigi Buffon avrebbe potuto vincere il premio. Nel 2006, con l’ltalia campione del mondo a Berlino, gli è stato preferito Fabio Cannavaro.

Di N. Sellitti

Il mito del Ragno Nero non é svanito. Ancora vivo nella scatola nera del calcio. Cinquanta anni fa il sovietico Lev Jascin, forse il più forte portiere nella storia del gioco, vinceva il Pallone d’Oro. Unico sinora tra gli estremi difensori. E nell’era di fuoriclasse come Alfredo Di Stefano, Gianni Rivera, Eusebio. Con lui, ecco il concept moderno del portiere che domina l’area di rigore in uscita e coordina i movimenti dei difensori. Jascin, icona dello sport dell’Urss che produceva una serie infinita di aneddoti. Tra cui, portiere di “fabbrica” perché pare che i suoi compagni gli lanciassero dei bulloni, per verificarne i quasi irreali riflessi. Parava tutto, compreso i calci di rigore (circa 150), rendendo quasi inutili gli assalti degli avversali (207 volte imbattuto su 326 gare in carriera). Un muro per tredici anni della Nazionale Sovietica. Un corpo da cestista che nelle sue mani giganti compattava pallone e politica. La sua esplosione a grandi livelli (fino a 25 anni era un giocatore di hockey) avveniva nell’era post stalinista. Con i grandi campioni sovietici che erano utilizzati come cartina di tornasole della rinnovata potenza politica e militare sovietica., che voleva (in teoria) mettere da parte le rudezze del regime. Propaganda nazionalista, messaggi da spedire direttamente nelle stanze dei bottoni dei Paesi occidentali. Per questo motivo, la vedova del grande portiere sovietico, Valentina, si è opposta all’idea del presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, di realizzare un film sulla vita da leggenda del Ragno Nero, soprannome dovuto al colore della sua tenuta da gioco.
<<Quando sarò morta, allora potranno fare un film o qualunque altra cosa venga loro in mente>>, ha detto la vedova Jascin alla rete tv russa Dozhd.

L’iniziativa di Putin si colloca sulla scia del grande successo di pubblico riscosso da Leggenda n 17. Il film, del regista Nikolaj Lebedev, racconta la vita e la carriera di Valeri Kharlamov, mito dell’hockey sovietico tra il 1969 al 1981. Leggenda n 17 ha incassato oltre 35 milioni di rubli (1,1 milioni di dollari) in un solo giorno. Un record assoluto nell'ambito delle produzioni cinematografiche russe degli ultimi anni. Su Jascin al cinema con i pop corn, niet, nulla da fare. Con enorme delusione per l’ex portiere della Nazionale russa Vyacheslav Malafeev, che si era proposto per interpretare il ruolo del portierone dell’Urss. Il rischio di cadere nella propaganda era concreto. Jascin era un figlio della Russia povera, sopraffatta dalla Seconda Guerra Mondiale. Le sue qualità vennero fuori con la Dinamo Mosca, squadra del ministero dell’Interno sovietico, con cui vinse cinque campionati e tre Coppe di Russia. Ma il portiere diventava una stella di prima grandezza del calcio alle Olimpiadi di Melbourne 1956. Proiezione a cinque cerchi della nuova fase di apertura politica (e economica) sovietica, con Nikita Kruscev segretario generale del Pcus. E la denuncia dei crimini di Stalin, contro cui, al XX congresso del Pcus, fu prodotto un rapporto segreto sulla sua attività politica e sugli spietati metodi di governo. L’Urss, sotto Kruscev, investiva forte sullo sport per evidenziare la superiorità del regime. Agli atleti veniva proposto un tenore di vita decisamente più elevato rispetto ai cittadini sovietici. Con risultati entusiasmanti. Nel medagliere, l'Urss centrava 98 medaglie, ventiquattro più degli statunitensi. Un successo che non riusciva ovviamente a coprire le violenze che si stavano verificando in Ungheria. A pochi giorni dalla cerimonia inaugurale dei primi Giochi australiani, Ungheria e Urss si sfidarono nel torneo di pallanuoto. La partita nota come Bagno di sangue di Melbourne con un pallanuotista ungherese che usciva dalla piscina con il sopracciglio desiro sanguinante, dopo un colpo volontario ricevuto da un sovietico. Il clima era rovente. E il Ragno Nero, con la sua forza, la sua potenza, rappresentava sul rettangolo di gioco il potere sovietico. Quattro anni dopo, nel 1960, Jascin era ancora protagonista indiscusso del successo dell’Urss alla fase finale degli Europei, in Francia. Confermandosi custode sportivo del nuovo Corso dell’Urss. La faccia sportiva della destalinizzazione., Dopo Melbourne 1956, gli Europei francesi erano l’occasione giusta per confermare la supremazia sovietica anche nel calcio, il gioco nato nei Paesi occidentali, non solo nelle discipline olimpiche, in cui c’erano tradizione e successi. Un torneo, gli Europei, reso possibile dal disgelo tra i Paesi del blocco occidentale e quelli socialisti.

La Guerra Fredda tornava pero protagonista nei quarti di finale: Urss contro Spagna del generale Franco. Jascin contro Di Stefano: due scuole di pensiero, due modi diversi di fare calcio. Ma nessun rapporto diplomatico tra le due nazioni. La Spagna si rifiutò di giocare a Mosca per volere del suo generale. Sovietici in semifinale, contro la Cecoslovacchia, superata grazie alle prodezze di Jascin. Poi, la finale. Battuta la Jugoslavia, torneo ai sovietici, per la gioia di Breznev in tribuna, Jascin subisce appena due reti in tutto il torneo. 1963, il suo anno d'oro con il Pallone d'oro, miglior portiere del campionato sovietico, sei reti subite in ventisette partite. Dodici mesi prima, aveva deciso di ritirarsi, dopo l’eliminazione dell’Urss dai Mondiali in Cile per mano dei padroni di casa. Nel 1964 Breznev sale al potere, ritornano i conflitti tra Oriente e Occidente, la primavera di Praga. Ma Jascin continuava a collezionare premi e ammiratori, sino alla fine della sua carriera, con una partita d’addio allo stadio Lenin di Mosca nel 1971. 100 mila spettatori, in campo i migliori attaccanti del mondo, tra i pali, il loro incubo.




da il manifesto, 06.06.013

27/02/13

Calcio e Antifascismo: il Sankt Pauli

Mentre in Italia molte società subiscono il ricatto di gruppi di tifosi, legati all' estrema destra e spesso alla malavita, perchè gestire una curva vuol dire anche fare affari, in Europa c'è una piccola squadra che milita nella serie B tedesca che fa proseliti, non solo in Germania.


Amburgo, Germania. Fine settimana.

La palla percorre un verde intenso nel centro di uno stadio macchiato di marrone e bianco. E rosso. Cori che rintronano, assordanti. Onde di tessuti che fluttuano, ancheggiando al ritmo di Hells Bells degli AC/DC. Gol che imperversano sulle note dei Blur, Song 2. E il Che presente, siempre. Anche l’Antifaschistische Aktion, in tutti gli angoli degli spalti. Sulle bandiere, sulle sciarpe, nel cuore. È il Sankt Pauli.

Catologna, il sud. Immagini proiettate in diretta su un telo bianco. In un ateneo popolare, rivestito di rosso e nero. Pareti che trasudano storia, di movimenti popolari, di movimento operaio. Un luogo di intensità, impegno, militanza. Ci sono anche il tempo libero e lo svago. Antifascismo e gol celebrati a ritmo di ska. Un gruppo di persone che fanno il tifo, sciarpa in mano. È il Sankt Pauli FanClub Catalunya. E il legame? Doppio. Sportivo e politico.

Due mondi che alcuni, in modo formale, solo formale, pretendono separare. Il tempo libero e la gestione. Il divertimento e la serietà. Rifeudalizzazione dello spazio pubblico, nelle parole di Habermas. E nonostante questo, alcuni si ostinano a mostrare l’altra faccia, l’altro rovescio della realtà. Il pallone e la Politica. Devono sempre essere estranei lo sport e la Politica? Quella con maiuscola, non la Real Politik, non il mero scontro elettorale. Fu questa la radice, la causa per cui un gruppo catalano decise di costituire, a più di 1500 chilometri di distanza, un fan club di una squadra tedesca di serie B. Non certo i successi sportivi. È dignità cosciente. Non è semplice svago per sfuggire all’apatia. È la visione del calcio come una attività umana relazionale, iscritta nella vita sociale, radicata nella comunità. E, insieme a questo, la stessa definizione della squadra, il FC Sankt Pauli, nei suoi statuti, come ntifascista, antirazzista e antisessista. Un esempio, forse unico, nella pratica professionale. Questa è la causa dell’ammirazione, dell’unione tra due realtà territoriali: la concezione concreta dello sport. Non significa la sua politicizzazione, ma la sua nozione come spazio che non è isolato dal contesto sociale in cui si iscrive. Il capitalismo, nella sua continuità storica, ha cooptato la totalità delle sfere della vita, imponendosi anche in maniera inesorabile al tempo libero, sotto la sua idea di business. Il calcio e i suoi partecipanti si creano come oggetti di consumo di massa all’interno di una industria che, cercando la massimizzazione dei suoi profitti, finisce per occupare i consigli di amministrazione delle diverse squadre. L’uniformizzazione si impone e si intravede in tutto il territorio, solo distinta dal colore delle magliette. E in questo manto di sabbia, in bianco e nero, emergono esperienze che raccolgono la memoria del passato e la visione di un futuro diverso. La dignità di un’altra idea, di un’opzione differente. Una alternativa all’unicità imposta dalle elite e diffusa dai mezzi di comunicazione di massa. Una aspettativa materializzata nel quartiere portuale e rosso di Sankt Pauli, ad Amburgo, con spigoli che convergono nella realtà sociale. Un modello di ribellione. Viene raffigurata da un esempio di empowerment del tifo, che adotta la bandiera pirata, la quale finisce per diventare quella ufficiosa. È un modello di ribellione, di traslazione dell’asse alle persone. La squadra con il maggior numero di tifosi. Quella in cui le tifose, perdendo una fonte di finanziamento, riuscirono a far ritirare dallo stadio una pubblicità di una rivista destinata al genere maschile. È la realizzazione di un’opzione contraria alla sottomissione e al patriarcato. La prima squadra che proibisce ufficialmente nel suo stadio qualsiasi simbologia fascista. Pirati che lottano per la trasformazione e la presa di coscienza sociale. È la forza della comunità. Quella per cui il tifo la riuscì a salvare dalla bancarotta attraverso la creazione e la vendita di magliette, e mediante una campagna capeggiata dai bar del quartiere: per ogni birra consumata, mezzo euro di salvezza. Una squadra in cui le principali vittorie sono le campagne per stabilire distributori di acqua potabile nelle scuole di diversi paesi latinoamericani. Solidarietà, sport come cooperazione, non come rivalità. Il legame fra il nord e il sud. Amburgo e la Catalogna. Una boccata di aria fresca nell’oppressione. Il rifiuto del calcio come business. Una visione opposta dello sport e del tempo libero. Cooperazione e solidarietà. Posizionamento. Manifestazione di alternative sociali sugli spalti. Resistenza. È il Sankt Pauli.

Natxo Parra Arnaiz ** Avvocato, membro del FanClub St. Pauli Catalunya


Aggiornamento del 18/03/013: 
Striscione del Sankt Pauli nell'anniversario dell'assassinio di Davide Dax Cesare per mano fascista a Milano,
il 16 marzo 2003..




19/02/13

Palestre Popolari

La palestra popolare Antifa Boxe nasce nel 2001 presso il centro sociale Askatasuna di Torino con un corso di pugilato, recuperando materiale di seconda mano da altre palestre, un'occasione per avvicinare i giovani del quartiere a questo sport. È un’esperienza di autogestione in cui nessuno guadagna soldi e dove le conoscenze tecniche vengono messe a disposizione di tutti «con l’obiettivo di crescere allenamento dopo allenamento». Antifa Boxe coinvolge persone di ogni età, dai quindicenni all’ex operaio Fiat Giovanni di 60 anni, che ha scoperto la passione per il pugilato che non aveva mai potuto coltivare. «La nostra scelta è di consentire a tutti di apprendere le tecniche pugilistiche e raggiungere un livello atletico accettabile per confrontarsi in combattimento, sempre nell’ambito della palestra».
Info: antifaboxe.blogspot.com

di PASQUALE COCCIA (Alias)
Roma
Popolare è un termine che non si usa più, è stato cancellato innanzitutto dal linguaggio della politica. I politici negli studi televisivi, sostituiti da tempo alle piazze, ormai non parlano più di masse popolari, e neppure di iniziative popolari o dimanifestazioni popolari, eppure la crisi economica ci ha uniti per farci sprofondare nella povertà, una condizione comune a una moltitudine di persone, una condizione popolare, che ci rende tutti vittime dello spread, delle bolle e delle speculazioni. A rievocare il termine popolare e a unirlo allo sport ci hanno pensato i giovani di tanti centri sociali sparsi in varie parti d'Italia, in particolare nel centro-nord, per nulla preoccupati che quel termine fosse d'antan. Una decina di anni fa, presi dalla passione per lo sport, hanno dato vita alle palestre popolari, non solo nella definizione, ma anche nella politica sportiva attiva di tutti i giorni. Si era all'inizio del nuovo secolo, quando alcuni giovani dei centri sociali di varie parti d'Italia dettero vita ai corsi autogestiti, tendenti principalmente alla difesa personale, alle arti marziali, riservati esclusivamente ai militanti di quei centri. Un'iniziativa che ha avuto nel corso degli anni un certo successo, perciò a Roma nel quartiere popolare di San Lorenzo, in via dei Volsci, una strada alquanto famosa negli anni Settanta del secolo scorso per essere stata la sede politica di Autonomia Operaia, è nata la polisportiva popolare, anche se qualche centinaio di metri più avanti rispetto a quella storica sede. La polisportiva si definisce popolare, perché è andata ben oltre la ristretta cerchia dei militanti dei centri sociali e si è aperta al territorio, ai comitati per la casa, agli anziani e alle casalinghe, ai bambini, insomma al popolo, anche se con numeri non molto grandi, ma nel significato politico sì.  «Oggi a Roma esistono dodici palestre popolari, nate sul modello di quella di via dei Volsci a San Lorenzo - dice Simone Sallusti, istruttore di pugilato della federazione pugilistica del Coni e anima di una delle prime palestre popolari sorte in Italia -. Gli spazi dove si svolgevano i primi corsi non erano stati progettati per le attività sportive, ma si trattava di capannoni abbandonati, locali a destinazione commerciale di proprietà del comune di Roma vuoti da anni, case sfitte di enti pubblici rimaste inutilizzate, da noi occupati a seguito delle lotte politiche per la casa. Inizialmente le palestre popolari avevano una forte connotazione politica, poi con il passare del tempo abbiamo aperto i corsi ai territori e la gente che partecipava ci ha chiesto di variare l'offerta. Abbiamo seguito i corsi di formazione, che riguardavano principalmente le tecniche della ginnastica dolce, come lo shiatsu e lo yoga, per i corsi di queste discipline abbiamo utilizzato anche spazi a dimensione umana, come, ad esempio, le case occupate di 150-200 metri quadri».
Cambia, rispetto a un tempo, la prospettiva politica dei comitati di quartiere per la lotta alla casa, spazi non più concepiti quali luoghi esclusivi della discussione politica, dell'organizzazione dei cineforum e i conseguenti dibattiti, ma anche come spazi per l'organizzazione di corsi per il benessere del corpo. Sotto questo aspetto la nascita delle palestre popolari a opera dei centri sociali, rappresenta una svolta «politica» per il corpo, alcuni luoghi occupati per vivere e pensare diventano anche spazio per il benessere fisico, per la promozione della ginnastica dolce.


30/11/12

L'ora del Macho

Il pugilato, poi, è particolarmente prezioso e pochi spettacoli sono sani e belli quanto un incontro di boxe. L’importante è la bellezza dell'arte del pugilato, la precisione perfetta dell'allungo, i salti laterali, i tuffi, la gamma dei colpi - i ganci, i diretti, gli swipe - e, in secondo luogo, la fantastica emozione virile che quest'arte suscita. Molti scrittori hanno descritto la bellezza, il fascino del pugilato..
Vladimir Nabokov
 
Con le parole del grande scrittore russo rispondiamo (anche se in ritardo) all'incredibile censura operata dalla Rai, che durante le Olimpiadi di Londra ci ha privato della visione in prima serata di sport come la boxe, la lotta e delle arti marziali, in nome di una presunta "tutela dei diritti dei minori e al rispetto delle fasce protette in tv". Censura e divieto che persiste al momento anche per gli incontri di pugilato professionistico. Incredibile perché' neanche nella Rai democristiana e bacchettona di Bernabei si era verificata una vicenda cosi grave e francamente..incomprensibile. Che cosa sarebbe successo con il leggendario match Benvenuti-Griffith? Sarebbe stato trasmesso a notte fonda? E con Cammarelle (che meritava l'oro, glielo ha detto anche il presidente Giorgio Napolitano) che a Londra ha combattuto di domenica alle 16 del pomeriggio? I bambini non avrebbero potuto vederlo? Inoltre, vietando ai minori la visione di tali sport si offende anche il senso comune e l'intelligenza di quei genitori che, sull'onda dell'entusiasmo dei recenti Giochi Olimpici di Londra, dove queste quattro discipline (pugilato, judo, lotta e taekwondo) hanno contribuito al medagliere azzurro con sei podi (pari al 21,4%), hanno portato in massa i loro figli a iscriverli nelle palestre di tutt'Italia. Associare il pugilato a manifestazioni di tipo violento è sconcertante e degna di un’ignoranza culturale che la Rai in quanto servizio pubblico non può permettersi. Il pugilato è lealtà, educazione, rispetto delle regole e dell'avversario.


Macho vs Sugar Ray
"Che ora è? - L'ora del Macho!"..
(Hector "Macho" Camacho) 
Dispiacere. E tristezza.. Ancora me lo ricordo quell'incontro. Con mio padre, fan accanito di Sugar Ray Leonard, il più carismatico dei pugili post-Ali', intelligente e feroce e, in generale, convinto assertore di una presunta superiorità dei pugili di colore. Io invece, giovane appassionato di boxe, schierato senza il minimo dubbio con Hector Camacho, alias "Macho". "Sei strano, non potevi che tifare per Camacho"..sentenzio'. Che fosse strano, fuori dal comune, era evidente."Macho" saliva sul ring con fare da clown, vestito da Tarzan, a volte da gladiatore romano, ma picchiava duro, e in quell'incontro leggendario annichilì il grande Sugar Ray, battuto per KO al quinto round e segnando il ritiro definitivo dell'ex campione. Mi piaceva "Macho" per quel suo fare spavaldo, per quel volto e quell'espressione da soldato da strada, affiliato a una delle tante gang del suo paese, Portorico, tra le più feroci e organizzate. Lui, portoricano cresciuto tra le strade di Harlem, la sua storia, la sua discesa all'inferno, ce l'aveva scritta in faccia. Hector "Macho" aveva combattuto contro i più grandi pugili della sua epoca, Duran, De La Roya,Chavez, Montoya: tre volte campione del mondo in tre diverse categorie,superpiuma, leggeri e superleggeri, a cavallo tra gli anni '80 e '90. Poi, un rapido declino: i problemi con alcol e droga lo portano a una condanna a sette anni per furto (pene poi ridotta), altri guai per aver picchiato la moglie svariate volte, accusa che gli era stata rivolta anche da suo figlio.
Un pugile non viene apprezzato per la sua umanità ma perché' è "un picchiatore, un selvaggio, spietato e crudele", e gli avversari non sono semplicemente sconfitti, ma "stesi, stecchiti, freddati, distrutti"... E così che è finito "Macho", freddato, massacrato: sparato in faccia, come un dio selvaggio del ring. Con lui muore Adrian Moreno,trafficante di droga a Porto Rico. L'agguato a Bayamón, sua città natale, la cocaina, forse, il motivo. 

15/06/12

Teofilo Stevenson

Qui a Interzone la Boxe piace, tanto. Pubblichiamo questo articolo di  Claudio D'Aguanno, scritto il 2 aprile del 2006 per l'Unita', in occasione della visita di Teofilo Stevenson, prematuramente scomparso a l'Avana, l' 11 giugno 2012. Il grande pugile venne in Italia, a Roma come accompagnatore della nazionale juniores cubana.

IN GIRO PER ROMA CON TEOFILO STEVENSON LAWRENCE
Per trecento e passa incontri non ha mai sfilato la canotta del pugile dilettante, rossa o blu delle competizioni ufficiali, col nome Cuba scritto sul cuore. E non è mai salito da professionista sui ring più importanti del mondo, quelli pieni di dollari verdoni e tante illusioni. Ma ancora oggi, a trentanni di distanza, è quel suo mancato match con Ali a fare testo nelle discussioni degli avvelenati aficionados della noble art. Correva l’anno 1976 e Teofilo Stevenson, dopo aver messo a sedere il camionista nero John Tate, aveva appena regolato Mircea Simon nella sfida per il titolo dei massimi alle olimpiadi di Montreal. Il romeno per due round aveva preferito girare al largo spazzolando il quadrato con il classico abile “gioco di gambe in fuga” ma al primo vero affondo del caraibico, poco più d’ottanta chili di muscoli per un metro e novanta di fresca agilità, c’avevano pensato i suoi secondi, col getto dell’asciugamano, a togliere ai giudici l’imbarazzo del verdetto. Nel parterre del palazzetto canadese c’era Foreman, trionfatore otto anni prima a Mexico City, c’erano Consell e Steward commentatori esperti e smagati, c’era soprattutto, con la sua zazzera elettrica tirata a mille volts, quella volpe di Don King che non esitò a timbrarlo al volo come “un fenomeno degno di battersi con Frazier o Ali”. E fu forse in quell’occasione che nacque l’idea del confronto “del secolo” tra il dilettante dominatore di tutte le competizioni mondiali e il “più grande”, l’ex “labbro di Lousville”, quel Muhammad Ali che sapeva “danzare come una farfalla e pungere come un’ape”.
Cinque milioni di biglietti dello zio Sam furono messi sul piatto per convincerlo a passare tra i prof ma, dicono i suoi estimatori, bastarono meno di cinque minuti a el Pirolo, come lo chiamano ancora dalle sue parti di Puerto Padre a Las Tunas, per rispedire al mittente quella tipica proposta indecente da american way of life. Rapida come il suo micidiale destro la battuta di allora che nell’isola, dall’Avana a Santiago, tutti sono ancora in grado di citarti a memoria: “Prefiero el cariño de ocho millones de cubanos… Preferisco l’affetto di otto milioni di cubani ai milioni di dollari americani.”
Per Teofilo è questo il match che mai smetterebbe di raccontare. Un match ben più suggestivo di quello epico con cui a Monaco aveva messo orizzontale il marine Duane Bobick, speranza bianca attesa da anni e finita out in pochi minuti. “Non lo so come sarebbe finita con Ali –si lascia andare mentre in macchina dalla Pineta Sacchetti caliamo sul Foro Olimpico direzione Flaminio- Lui una volta ha detto che sarebbe finita pari. Comunque avrei dovuto studiarmela bene. Ali aveva battuto tutti. Dopo Kinshasa aveva messo in fila Bugner, Frazier, Norton. Non aveva rivali. E un match da titolo mondiale WBC durava quindici asaltos mentre i dilettanti si affrontavano per soli tre round. Però io ero più giovane e fresco di lui. Il problema era che non volevo passare professionista anche se ero disposto a battermi. E così, a un certo punto, la mia Federazione fece pure la proposta di disputare il confronto in cinque incontri da tre riprese ciascuna e in cinque città diverse degli Stati Uniti. Oppure tres combates da cinque. Ma niente. Fu Ali a rinunciare e, con onestà poi ammise che aveva solo da rischiare da un incontro del genere perché, diceva, peleando con un dilettante aveva nada que ganar, aveva tutto da perdere.”
Non è la prima volta che il tre volte campione olimpico, attuale vicepresidente della Federación de boxeo de Cuba, è a Roma ma oggi c’è venuto in compagnia della squadra juniores del suo paese, terza tappa d’un tour d’allenamento che dopo Milano e Firenze si chiuderà a Napoli. Nella palestra del Flaminio, selezionati dal maestro Zonfrillo, le nostre speranze si chiamano Blandamura e Biagiotti, Califano e Ernesti, Di Savino o Spada, ma devono vedersela con plurititolati iridati del calibro di Yordan Gendry, Julio Jglesias Dunque o il massimo Munos Francia che di nome fa Robert Marx e che, con tanto richiamo al filosofo di Treviri sulla carta d’identità, guida il gruppo con l’autorità d’un leader. “La base pugilistica a Cuba –riprende a dirmi Teofilo- è forte di quindicimila praticanti. Gli agonisti sono molti meno e tutti, prima di pensare a lottare per le medaglie, devono preoccuparsi di andare avanti con gli studi. Sport e cultura a Cuba vanno insieme. Sono due diritti che la rivoluzione di Fidel ha portato a tutti. Non sono una cosa per pochi. Io avevo pochi anni quando Batista fu cacciato ma me li ricordo i vecchi e i bambini che morivano di fame. Me le ricordo le ingiustizie e le prepotenze. Da un giorno all’altro, con Fidel, è cambiato tutto. E da allora, la salute, lo sport, l’istruzione, sono diventati a Cuba un bene comune. E questa cosa neanche tanti anni di embargo decisi dai governi americani sono riusciti a cancellarla.”
Nel ‘98 a volare nell’isola con un carico di medicinali e di aiuti ci andò proprio Muhammad Ali in persona e l’amicizia tra i due fu benedetta tra finte e jab simulati su un ring improvvisato. “Con Ali sono grande amico. E’ stato un grande pugile. Ma ancor di più lui è un grande personaggio della nostra epoca. Tutti mi chiedono di boxe, di come è andato quell’incontro o quell’altro e di quale avversario ho un ricordo più duro. Ma a me piace parlare di sport anche in altra maniera. Mi piace dire cosa rappresenta sul piano sociale e come può aiutare il popolo del mio paese. E poi, se mi chiedi di pugilato, di incontri difficili e di prove superate, ti dico che il match più duro per me è sempre stato l’allenamento. Scendere in palestra, combattere col sacco, darsi una disciplina. Questi sono i primi round, quelli más difíciles da vincere. Dopo viene l’umiltà di saper apprendere dalle sconfitte: de las derrotas se sacan experiencias. Queste sono lezioni della nostra scuola cubana. Così si insegna a vincere la paura, ad avere dei valori, ad affrontare le prove.”
Dalla Farnesina la fisionomia dell’Olimpico stacca bianca sullo sfondo verde di Monte Mario. Il più forte pugile dei nostri anni ’70, un mito della mia giovinezza stradarola e movimentista, quello che buttava al tappeto los americanos, sobbalza buttando l’occhio alla tribuna che si vede da Ponte Duca d’Aosta. “Mi piace il calcio –sorride serio- Seguo tutti gli sport ma il calcio mi piace molto. Maradona è stato il più forte al mondo ed è un grande amico mio come di tutto il popolo cubano. Mi piace pure la nazionale del Brasile e dell’Argentina. E poi Ronaldinho del Barcellona ma anche il vostro Totti… è di Roma no?” La citazione del capitano di Porta Metronia meriterebbe da sola un abbraccio curvarolo ma c’è poco tempo di parlare di lupacchiotti e virtù sangueoro. Sulla porta del palazzo della Fpi, assieme a Marcello Stella, c’è Gianni Minà che lo branca in clinch e l’accompagna alla conferenza stampa. Su uno schermo scorrono le immagini d’un cuento de boxeo, un film di Alessandro Angelini ritmato dalla rumba dei pugni che hanno fatto la felicità di un’epoca mentre in sala già suona la campana d’un altro match fatto di flash, parole e ricordi.


10/06/12

Anonymous e gli Europei di Calcio 2012


Comunicato di Anonymous per gli europei di calcio 2012.

Saluti cittadini del mondo
Siamo Anonymous

Siamo venuti a conoscenza che il calcio UEFA EURO 2012 e il governo ucraino sono stati impegnati in uno dei più brutali e sanguinosi massacri sistematici di animali che il mondo abbia mai visto.
Finora 80.000 cani sono stati uccisi nelle città dell'Ucraina per "ripulire" le strade per un evento di calcio.
Oltre 1 milione di persone hanno firmato varie petizioni indirizzate direttamente alla UEFA e il governo ucraino chiedendo di porre fine a questi atti inumani, ma hanno ignorato ogni singola richiesta.
Ancora peggio: la censura del Governo ucraino ha coperto questi eventi con menzogne e fabbricati resoconti dei media. Perché ti chiederai? La risposta è chiara, il denaro.
UEFA rende milioni di euro con questo evento, così come l'Ucraina per ospitare l'evento.
250.000 saranno uccisi per gli EURO 2012 e la UEFA continua a negare avere alcun coinvolgimento con la macellazione, dell'Ucraina, affermando che non può interferire con questioni non direttamente legate al calcio, anche se sono direttamente correlate.
La UEFA ha donato in due occasioni, 8.000 euro per la sterilizzazione dei cani randagi, così come gatti nella città di Ucraina, ma ha dato 196 milioni di euro in bonus per l'intero evento.
Di chi è la colpa? contro chi dobbiamo puntare il dito? E 'facile.
Il presidente della UEFA Michel Platini Franswah e il presidente dell'Ucraina Viktor Yanukohvich
Loro sono i responsabili per questo massacro di animali.
Quando Diverse organizzazioni animaliste straniere hanno offerto le loro conoscenze e aiuti per contribuire a salvare gli animali randagi nelle città di Ucraina non hanno mostrato alcun interesse.
Voi affermate che ci non è abbastanza soldi per avviare un programma di salvataggio degli animali, eppure avete abbastanza soldi per comprare un crematorio mobile di 20.000 dollari?
Le vostre azioni contraddicono la Convenzione europea dei diritti degli animali e i principi morali!

Noi Anonymous vi daremo, Operation Ucraina.
Noi combatteremo contro la violazione dei diritti umani e animali.
Noi non perdoneremo l'Olocausto Canino che avete fatto e state facendo, e non dimenticcheremo la censura imposta al popolo.

 Per il governo ucraino e UEFA
Noi non perdoniamo.
Noi non dimentichiamo.

Aspettateci.





Anonymous

brings you #OpUkraine

Greetings Citizens of the world,
We are Anonymous.
It has come to our Attention that the UEFA Football EURO 2012 & Ukrainian Government have been engaging in one of the most brutal, bloody systematic slaughters of animals the world has ever seen. So far 80,000 dogs have been killed in the cities of Ukraine to “clean-up” the streets for a week long football event. Over 1 Million people have signed various petitions addressed directly to the UEFA and Ukrainian Government calling for an end to these inhumane acts, yet they ignore every complaint. Even worse: The Ukrainian Government censors these events with lies and fabricated media reports. Why do you ask? The answer is clear, money. UEFA makes millions of Euros with this event, as does Ukraine for hosting the event. 250,000 more dogs lives will be lost leading up to the UEFA EURO 2012 and UEFA continue to deny having any involvement with the Ukraine’s slaughter, stating they cannot interfere with matters not directly related to football, even though they ARE directly related. UEFA has donated on two occasions 8,000 Euros for the Sterilization of stray Dogs, as well as cats in the city of Ukraine, as well as giving away 196 Million Euros in bonuses for the whole event. Who is to blame? Who do we point the finger at? It’s easy.
UEFA President Michel Franswah Platini & Ukraine President Viktor Yanukohvich, You are both solely responsible for this massacre on animals. When Several foreign animal organizations offered their knowledge and help to rescue the stray animals in the cities of Ukraine, you showed absolutely no interest. You claim there is not enough money to start an animal-rescue program, yet you have enough money to buy a 20,000 dollar mobile crematorium? Your actions contradict European Animal rights Convention and any adequate humans moral principles!

We Anonymous give you, Operation Ukraine. We will fight against your violation of human, and animal rights. We will not forgive your Canine Holocaust, and We will notforget the Censorship you impose upon the people. To the Ukraine Government & UEFA.

You should have expected US.