Visualizzazione post con etichetta Media. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Media. Mostra tutti i post

17/09/15

Notizie false, furti di identità, insulti: Le menzogne del web


Diffusione di notizie false, furti di identità, insulti come pratica diffusa. La Critica alla Rete con il rimpianto dell' autorità perduta del giornalismo

C' era un tempo in cui le informazioni, una volta assemblate e elaborate, erano spacciate come veritiere. I certiticatori che garantivano la loro esattezza erano inseriti in un dispositivo che prevedeva una verifica della loro fondatezza e la conseguente possibilita di una revisione. I giornalisti le producevano in base a un decalogo di regole che avevano, nelle gerarchie esistenti nei media, un fattore di controllo. La catena gerarchica era composta da caporedattori, direttori e financo l’editore poteva intervenire' per modificare quanto scritto o filmato. Nei manuali di storia del giornalismo sono stati spesi fiumi di inchiostro sugli strumenti di autogovemo dei media e sull'esistenza di leggi che garantivano il pubblico attraverso un sistema di norme e sanzioni - le querele per diffamazione, la richiesta di rettifica, l’indennizzo - 2 fattori, tutti, finalizzati alla correttezza e alla veridicità dell'informazione stampata, trasmessa in tv o per radio. Anche la tensione tra verità e veridicità svolgeva un ruolo non indifferente per garantire l'informazione da manipolazioni, esplicitando cosi il dubbio sull'oggettività e neutralità della informazione diffusa. L’autogoverno dei media garantiva inoltre l’esercizio del controllo sui poteri vigenti nelle società.
L’ospite inatteso
Questa "fabula", per quanto contestata e criticata, ha legittimato i media quali strumenti indispensabili nella produzione dell’opinione pubblica. Con la Rete, tutto ciò é andato in frantumi. Ogni uomo e donna possessore di un computer connesso al web diventava potenzialmente un produttore di informazione. L’autorità dei giornalisti ne é risultata ridimensionata, tanto più se in Rete giornali, tv e radio potevano essere messi in discussione e contestati. Il web poteva diventare il medium che esercitava il controllo sui cinque poteri vigenti, compresa la critica ai media mainstream. Anche in questo caso, un’altra favola si é imposta nella discussione pubblica: il <<potere della folla» garantiva forme di correzione e modifica in tempo reale dell’ informazione prodotta on-line.
ll potere autoregolativo della folla si é però rivelato fallace. Molti i casi di informazioni inventate e false diffuse; tantissimi gli episodi di imprese e governi nazionali che hanno assoldato “mercenari" per compilare voci parziali per Wikipedia, l’esempio più noto del potere della folla in Rete. Impossibile tenere il conto dei furti e delle false identità che caratterizzano il flusso informative on-line. Ricorrenti sono gli insulti e le notizie false su questo o quel personaggio pubblico e talvolta famoso. Rispetto al <<lato oscuro>> del cyberspazio va ripristinata una forma di autorità che certifichi la correttezza delle informazioni. Ne è convinto Charles Seife, autore del volume Le menzogne del web, pubblicato da Bollati Boringhieri (pp. 239, euro 22).
Seife ha una formazione scientifica - é laureato in matematica -, ma ha scelto come professione il giornalismo, arrivando a insegnare giomalismo alla New
York University. Nel suo lavoro di redattore e divulgatore scientifico si é misurato con la tendenza a spettacolarizzare l'lnformazione scientifica, intervenendo spesso contro l’enfasi data ad alcune notizie riguardanti ricerche scientifiche che di rivoluzionario poco avevano, anche se erano ‘spacciate come risolutive per la cura di questa o quella patologia; o come un sovvertimento radicale delle conoscenze finora acquisite in biologia, lisica, chimica.
ll punto di forza delle sue argomentazioni é sempre stato la necessita di riaffermazione delle capacità autoregolative della professione giornalistica come condizione per le necessarie verifiche delle notizie diffuse. Dunque controllo sulle fonti, esercizio del dubbio, messa a confronto di punti di vista e interpretazioni divergenti. E dunque espressione di quella <<cultura>> giomalistica che nel mondo anglosassone vede nei media gli strumenti di una informazione oggettiva della realtà. Comprensibile, dunque, la sua diffidenza nei confronti del flusso disordinato e caotico di informazioni e contenuti della Rete. In questo libro affronta alcuni temi <<forti>> :
Il potere della folla, in primo luogo.
Seife non disconosce le possibilita di una <<democratizzazione>> dei media derivante dal passaggio del pubblico da essere consumatore passivo a produttore attivo di informazione. Anzi, ritiene questa chance come un segnale di vitalità del mondo dei media. Ciò che propone tuttavia è il ripristino dell'intermediazione - il giornalista tra la realtà e la sua rappresentazione mediatica.
I casi che cita di menzogne e falsità veicolati della rete sono noti. Così come sono note le operazioni compiute dalle imprese per ricostruire un'immagine immacolata dei loro prodotti, politiche aziendali o per veicolare informazioni dannose su un concorrente. Non mancano le false recensioni pubblicate su Amazon scritte dagli stessi autori di libri. L'analisi però diventa prudente quando si tratta di analizzare i tentativi di controllo e di disinformazione compiuti da questo e quel governo. Dunque, un problema troppo grande per essere liquidato ripristinando l'autorità perduta dei giornalisti..


B. Vecchi (ilmanifesto)



21/05/15

Everlong e Dave se ne và

Ieri sera il suo talk show è andato in onda per l'ultima volta, a tarda notte. Parliamo di David Letterman e so bene che forse non frega molto a nessuno e che solo chi si occupa di televisione e di media in generale ha coperto la notizia in un modo o nell'altro.. L'intera extra-lunga puntata è stata triste per tutti i fan di lunga data di Letterman , e i momenti finali mi hanno commosso non poco, e comunque più di ogni altro spettacolo visto in televisione. La band preferita di Dave, i Foo Fighters, la cui canzone "Everlong" era stat dedicata a Dave per il suo quinto bypass applicato nel 2000, è tornata ad essere l'ultimo ospite musicale nella sua carriera, lunga ben 33 anni. La performance di "Everlong" aveva sullo sfondo un montaggio che attraversava tutta la storia, una rapida corsa fiammante attraverso il passato: anche se non sono abbastanza vecchio per avere visto i suoi primi anni alla NBC, posso solo immaginare come si sentivano le persone in questo momento, dopo tutti questi anni.

Io non voglio cercare di mettere in parole il motivo per cui questa cosa mi ha colpito così duramente. Ho già una sorta di prevenzione nei confronti di Everlong, anche se non sono neanche un super fan dei Foo Fighters. Ma sento che ho bisogno di commentare e condividere come Dave mi ha catturato: tutta la sua umiltà e autoironia, sostenendo il suo personaggio di eterno brontolone, il suo saper essere provocatorio e mai zerbino, il suo progressismo bonario, il suo amore per le cose che ci piacciono, la musica e il cinema, in particolare. Gli devo anche la scoperta di alcumi artisti, ospitando il meglio del rock e della musica alternativa per ltre 30 anni. Dave Letterman era divertente, e è stato portatore di una cultura popolare, ma mai "populista", non ha mai cercato facili consensi, semmai il contrario. Mi ha tenuto compagnia durante le notti insonni, strappandomi sorrisi e buon umore anche quando sarebbe stato difficile anche per il re dei clown. Un ottovolante di emozioni! In Italia solo Luttazzi ha tentato un esperimento simile, cercando di ricreare l'atmosfera che ha caratterizzato il Late Show sotto la guida di Letterman, ma abbiamo visto come è finita.

Tornando allo show finale, certo, si è abbandonato fino all'ultimo alla cultura della celebrità invitando alcuni suoi amici divi per la top ten conclusiva, ma in qualche modo è riuscito ad evitare facile sentimentalismi, tanto che fino agli ultimi quindici minuti o giù di lì sembrava una puntata regolare del Late Show, ed era quello che mi aspettavo: il David Letterman che ho conosciuto non avrebbe mai voluto fare un grand polverone (su se stesso) per il finale della sua carriera.
Oggi abbiamo la fortuna di avere You Tube, è possibile quindi rivederlo negli anni '80, dove forse risiede la sua roba davvero migliore: è un assaggio della cultura che regnava in quegli anni a New York, e che piano piano si è estesa in tutto il mondo, ed è abbastanza affascinante da rivivere.
Quindi oggi rendo omaggio a questo innovatore, che ha saputo mantenere il suo ego sotto controllo, a lui e al suo equipaggio, gli autori, e la piccola l'orchestra che lo ha sempre accompagnato: con la sua band preferita che suona la sua canzone preferita, mentre la commedia più importante degli ultimi 35 anni che ha balenato nelle nostre TV è andata per l'ultima volta in onda...





Quello che stiamo realmente facendo al nostro pianeta

E' di pochi giorni fa, l'appello di alti funzionari della chiesa e dello stesso Papa Francesco, che incoraggiano tutti a consumare di meno e a preoccuparsi di più dell'impatto che ciascuno di noi ha sull'ambiente.
E 'un avvertimento tempestivo, perché i prossimi sei mesi saranno cruciali per il nostro futuro.
Davanti a una serie di grandi eventi nel corso di quest'anno, due organizzazioni come The Foundation for Deep Ecology (Fondazione per una Profonda Ecologia) e la Population Media Center hanno pubblicato una collezione di foto che illustra gli effetti devastanti della cosidetta crescita e dei rifiuti ormai fuori controllo, e sono immagini mozzafiato.

E' il tentativo di un'azione diretta per coinvolgere opinion-leader, scienziati e cittadini per rispondere in modo creativo al degrado ambientale. Si sottolineano gli elementi di tutela ambientale che raramente vengono discussi: promozione dei diritti umani e della salute delle persone , come forti soluzioni indispensabili alla tutela dei diritti di altre specie ad esistere e alla salute del pianeta. "Sono problemi di cui le persone non si preoccupano, e spesso sono solo i media tradizionali ad occuparsene," afferma Missie Thurston, direttore del marketing e della comunicazione presso il Population Media Center. E 'difficile sapere qual'è l'impatto sull'ambiente delle nostre scelte quotidiane, come l'effetto reale di acquistare una bottiglia d'acqua o una TV extra large o un laptop. In un pianeta ormai sovrappopolato, Ognuno di noi genera (in media) oltre 4 chili di rifiuti al giorno - con un incremento di quasi il 60% dal 1960 -. La popolazione mondiale è in aumento di oltre 220,00 persone al giorno - cioè abbiamo almeno 9.000 persone in più ogni ora, e non è automatico che la Terra possa fornire facilmente spazio, cibo, alloggio e altre risorse per queste persone, oltre che a tutti noi che siamo già qui, se continuiamo terribilmente a maltrattare il mondo naturale e le altre specie presenti sul pianeta.

Innescare una nuova consapevolezza ambientale, una stabilizzazione della popolazione mondiale, raggiungibile attraverso l'esercizio e la realizzazione di un programma progressista dei diritti umani, l'istruzione primaria per tutti i bambini, il miglioramento delle condizioni delle donne e delle ragazze in tutto il mondo, garantire l'accesso alle informazioni sulla pianificazione delle famiglie, può essere un potente contributo alla soluzione dei problemi ambientali e sociali più pressanti.

Ecco quello che gli umani stanno realmente facendo al nostro pianeta.. in 10 sbalorditive immagini. (clicca per ingrandire)


Rifiuti elettronici, provenienti da tutto il mondo, vengono scaricati a Accra, in Ghana, dove si riciclano parti minerali per l'elettronica per poi bruciare tutto.
 Peter Essick/Foundation for Deep Ecology


Città del Messico, una delle città più popolose dell'emisfero occidentale.

 Pablo Lopez Luz/Foundation for Deep Ecolog


L'ex antiche foreste Willamette National Forest, livellate per lo sviluppo del petrolio, in Oregon

 Daniel Dancer/Foundation for Deep Ecology


Giungla Amazonica bruciata per fare spazio al pascolo del bestiame, in Brasile.

 Daniel Beltra/Foundation for Deep Ecology


 La più grande miniera di diamanti del mondo, in Russia.

 Digital Globe/Foundation for Deep Ecology


Vancouver Island, Canada.


 Garth Lentz/Foundation for Deep Ecology



Bangladesh, dove vengono prodotti gran parte del vestiario del mondo.

M.R. Hasasn/Foundation for Deep Ecology

Discarica immensa di pneumatici fuori uso in Nevada. 
 Daniel Dancer/Foundation for Deep Ecology


Nord East Land, Svalbard, in Norvegia, dove l'aumento delle temperature globali stanno cambiando radicalmente l'ecologia.


Cotton Coulson/Keenpress/Foundation for Deep Ecology


Nuova Delhi, in India, dove molti discariche stanno raggiungendo un punto di rottura. La popolazione circostante di Delhi ammonta a circa 25 milioni di persone.

 Digital Globe/Foundation for Deep Ecology

Nel mese di settembre, i leader mondiali cercheranno di accordarsi su obiettivi di sviluppo sostenibile che ci porteranno fino al 2030. Nel mese di dicembre, a Parigi, le Nazioni Unite tenteranno di impostare finalmente limiti vincolanti in materia di inquinamento. Il 2015 è l'anno in cui possiamo definire il modo in cui volgiamo il nostro pianeta.

La speranza è che queste, come altre foto, reportage e inchieste contribuiranno a generare consapevolezza e a spingerci all'azione. Perché, come come si diffonde la parola, così si può diffondere la volontà di fare in modo che non ci siano più immagini come queste da fotografare..



09/03/15

Di Battista & Co: Psicoterrorismo, alieni e quelli che fissano le capre..




Sfigati, ma di successo, finalmente. Alessandro Di Battista, deputato del Movimento 5 Stelle è uno che ha la faccia giusta, e nel nostro paese, uno come Di Battista non può non avere una poltrona giusta: infatti è vicepresidente della commissione Esteri, incarico che lo porta dritto nella classifica del New York Times come campione del politico spara balle. La notizia non è di prima mano, ma pubblichiamo questo post perchè la rete non dimentica, al contrario di molti altri, e perchè aggiunge disastri ad altri disastri..

"Vai su Wikipedia e leggi: 60% della Nigeria controllata da Boko Haram e nel resto c'è il virus Ebola". Su Wikipedia !?! Nel sonno magari, altro che Wikipedia, l'ha scambiato per uno dei tanti  siti complottisti a cui si abbeverano i grillini.
<<La ridicola affermazione del vicepresidente della commissione Esteri italiano e stella in ascesa del Movimento 5 Stelle, vince la classifica per la più folle panzana..>>. 
Impietoso ma che non fà una grinza.
Di Battista è anche uno che "dice cose", ma solo in salsa complottista: accusa, giudica e sentenzia, senza avere né l'autorità morale, né gli strumenti, né l'autorevolezza ancor prima che l'autorità per farlo. Ma c'ha, come si dice, la faccia giusta.

In un post di Facebook risolve il caso dell'omicidio di Piersanti Mattarella. Poi spiega che il terrorismo è l'unica arma di resistenza  contro i droni imperialisti. Non pago, va in tv a dire che "anche" il Papa ha "ripreso parzialmente" queste sue parole sul terrorismo islamico.

Ancora, confonde Assad con Gheddafi, riprende e rilancia subito la colossale bufala nell’ottobre scorso, che “in Grecia cittadini disperati si iniettano il virus dell’Aids per prendere il sussidio“;  mentre è nell'olimpo l'affermazione della la necessità di dialogare con lo Stato Islamico; “L’obiettivo politico (parlo dell’obiettivo politico non delle assurde violenze commesse) dell’ISIS, ovvero la messa in discussione di alcuni stati-nazione imposti dall’occidente dopo la I guerra mondiale, ha una sua logica. Dovremmo smetterla di considerare il terrorista un soggetto disumano con il quale nemmeno intavolare una discussione“. Più che una balla, più di una follia, si può considerarla una pur sempre posizione politica..  Posizione però che si rimangiò quasi subito:  “Il post sulla necessità di trattare con l’Isis? Ma io pensavo ad Hamas“. E vabbè, pensava ad Hamas (con cui peraltro in tantissimi sono disposti a dialogare e già dialogano), ma parlava dell’Isis. Continuare? Possiamo, ma non vogliamo.

Balle spaziali, innocue, ma impressionanti. Tutto in tema di politica estera, tutto dal vicepresidente della Commissione Esteri. Perché personaggi come Di Battista sono arrivati apposta per cambiare tutto, affinché nulla cambi. In buona compagnia, il nostro Di Battista, con i suoi colleghi di partito. C’è chi, fra i parlamentari, crede alle sirenette, chi ai microchip impiantati sottopelle dal governo americano e chi crede che qualunque sommovimento economico-politico sia colpa del famigerato Club Bilderberg.
Giulia Sarti fa calcoli senza alcun senso sulle pensioni e poi dice che le è stato hackerato il computer; Paolo Bernini è convinto che negli Usa mettano un microchip sotto la pelle della gente per controllarla (l’ha sentito nel documentario cospirazionista Zeitgeist); l’eurodeputato Marco Zullo vuole portare il tema delle scie chimiche a Bruxelles; Davide Bono crede che le decapitazioni possano essere un falso Usa; per non parlare delle molteplici uscite sull’attentato di Charlie Hebdo che i grillini ci hanno fatto sorbire.
La deputata Tiziana Ciprini appartiene al filone complottistico, con gli Stati Uniti principali imputati. Su Facebook la parlamentare, laureata in psicologia del lavoro, ci ha illuminato su come l’ISIS sia nato e da dove provengono i terroristi che ne compongono le fila, in un post dal titolo “Psicoterrorismo made in Usa”.

Hatra, patrimonio Unesco, rasa al suolo dall’ISIS con le RUSPE [le maiuscole sono a carico del lettore, così come gli accenti saltati poco più avanti, ndr], dice la stampa. È da un giorno e mezzo che cerco foto/video del prima e del dopo del rasamento al suolo. Nulla. Per l’industria SPARGIGUERRA americana i cattivi hanno sempre qualcosa di nero (ora la pelle, ora il vestito, ora la bandiera)”. Dopo i video i cui effetti speciali “fanno impallidire l’industria cinematografica di Hollywood”, dopo le statue distrutte, “ora i rasamenti al suolo con le RUSPE. ISIS? Si, si ci credo. American FALSE FLAG”.

Non è la prima volta per la Ciprini alle prese con una potenziale invasione aliena messa in piede da Barack Obama e soci: ci informa WIRED che l’anno scorso a luglio si presentò in Procura a Roma con il Comitato Popolo Sovrano per presentare – spiegò sempre sul suo account di Facebook – denuncia a carico “dei presunti cospiratori appartenenti al Gruppo Bilderberg, tra cui Monti, Draghi, Van Rompuy, Barroso & co, per la presunta violazione della Legge Anselmi sull’associazionismo”. In aula, un mese prima, si era scagliata contro il Bilderberg, “un governo ombra mondiale che decide in totale segreto le sorti dei Paesi, commissariandone la sovranità e pianificando eventi che successivamente appariranno come casuali”.

Il più fedele alla causa, comunque, resta il deputato Carlo Sibilia, che ogni volta parte per la località in cui si tiene l’annuale riunione del gruppo. Due anni fa andò in Inghilterra e nel 2014 prese il volo per la Danimarca “per tenere un faro sempre acceso su un evento che influenza i destini del mondo politico, economico e finanziario di tutto il mondo”.

Ma d’altra parte, quando il fondatore del partito e guru di internet è uno che fa previsioni utopiche su terza guerra mondiale, democrazia diretta globale e abolizione assoluta della pena di morte con tanto di date in cui tutto ciò avverrà, che cosa ci si può aspettare dagli adepti?
 
Ci si può aspettare che, tra non molto,  gli adepti potranno attraversare i muri, piegare i metalli, e fermare il cuore di animali e persone solamente con la forza del pensiero, come nel bellissimo film di Grant Heslov, "L'uomo che fissa le capre",  con George Clooney, Ewan McGregor, Jeff Bridges, Kevin Spacey,in cui si narrano le vicende di un ex soldato e da un giornalista che tentano di svelare il mistero di una compagnia «New Age» dell’esercito americano che a fini bellici doveva esplorare l’area del paranormale. Solo che nel film lo spaesato giornalista e un ex soldato convinto in buona fede che tentano di tirare le fila dell’intrigo, sono aiutati da dosi massicce di alcool e di droghe.. Non perdetelo, se vi capita. E' davvero imperdibile, grande satira, corrosivo, grottesco, gag esileranti e umorismo feroce sull'ottusità dei guerrafondai..
 
Il successo di Grillo è anche la radiografia di un paese che ha bisogno di credere ciecamente ai messia, che cerca imbonitori – e tanti ne abbiamo visti in questi anni – che promettano facili soluzioni a grandi problemi, miracoli, successo, e che ci deresponsabilizzino dei nostri mali, dando la colpa ad altri: alla BCE, all’Euro, agli immigrati, alla Cina, al governo, ai partiti, ai politici ladri, alle multinazionali, alla massoneria… colpa dello stato, della società, tutti colpevoli tranne noi.
Dimostrano solo, ancora una volta, come il M5S non sia l'antidoto a Berlusconi e a ciò che rappresenta, ma la sua paradossale continuazione.

per pochi spiccioli, potete informarvi più approfonditamente con..
..Tutte le balle a 5 Stelle



04/11/13

Netiquette e i patetici cyber comandamenti per la rete

Il prefisso "cyber" è usato di frequente per indicare l'orizzonte aperto dall'invenzione e diffusione di macchine che interagiscono strettamente con l'uomo, mentre la cibernetica è  il campo della teoria del controllo e della comunicazione sia nelle macchine che negli animali. Un controllo sempre più pressante, da parte dei governi e delle relative intelligence, come dimostra l'ultimo scandaloso episodio di grande fratello, il Datagate. La rete può essere uno strumento straordinario, come abbiamo già ribadito molte volte, di democrazia e partecipazione, un luogo dove poter esprimere la propria personalità, fare comunità,  costruire legami sociali, fare politica, cultura. Di fatto, esiste ancora un enorme divario tra centro e periferia, e un altrettanto enorme problema legato alla privacy dei cibernauti. Inoltre, mentre internet dovrebbe permettere a chiunque di esprimere diversità e autonomia, il caso Grillo dimostra come tutto sia ancora in discussione, con una comunità "politica" costruita intorno ad un leader che gestisce in modo autoritario, mortifica e appiattisce diversità e differenze..

03/07/13

La Tv pubblica norvegese, modello Pirate Bay

Eirik Solheim

<La TV modello Pirate Bay >

<<Ci costera una birra o due».
<<COSA?». <<Si, il software ha una licenza beerware>>.

Sono a una riunione e cerco di spiegare il costo del tracker di BitTorrent che abbiamo appena installato alla NRK, Norwegian Broadcasting Corporation. Non e facile. Ho passato settimane intere a illustrare perché il più grande gruppo televisivo pubblico in Norvegia dovesse utilizzare un sistema che si basa sullo stesso software che alimenta il sito di Pirate Bay. E ora devo far capire le nozioni fondamentali del beerware. <<Vedete, se mai incontrassimo il programmatore che ha realizzato il software, dovremmo offrirgli una birra. Questo è quanto. E’ tutto ciò che chiede>>.

Questo software ha aiutato l’emittente televisiva di proprietà del governo a distribuire terabyte di dati a migliaia di persone. Attraverso una tecnologia temuta dall’industria dei media, e tuttavia estremamente efficiente e solida, diffondiamo enormi quantità di contenuti a un costo totale di distribuzione vicino allo zero. E tutto questo costituisce solo un piccolo esperimento tecnico. Durante la riunione, mentre cercavo di spiegare il termine “beerware” a un responsabile aziendale, mi sono reso conto che davanti a noi si aprivano anni entusiasmanti. “Informare, educare e intrattenere”, sono queste le parole che il primo direttore generale della Bbc, John Reith, utilizzò nel lontano 1929 per descrivere il sistema radiotelevisivo pubblico. Questa definizione è ancora assolutamente valida. Ma cosa direbbe oggi? Internet ha democratizzato la distribuzione. Il progresso tecnologico ha democratizzato la produzione. Ora abbiamo possibilità che Mr Reith non aveva a disposizione. Condivisione e partecipazione, combinate ad abbondanza e libertà di scelta impossibili da immaginare ai suoi tempi. Noi della Norwegian Broadcasting Corporation, in quanto servizio pubblico, abbiamo la libertà di sperimentare con i contenuti in collaborazione con il nostro pubblico, senza essere limitati dai modelli tradizionali di business. Un esperimento recente è stato la trasmissione su uno dei nostri canali televisivi di un documentario di sette ore su un viaggio in treno attraverso il paese. Gli indici di ascolto sono stati da record, ma un altro risultato inatteso è che la gente si è “riunita” attorno al nostro documentario attraverso l’uso di Twitter e di altri strumenti di comunicazione sul web. Insomma, una sorta di enorme evento parallelo che non ha avuto inizio da noi. L’esperienza ci ha convinto a distribuire l’intero viaggio in free download, completo di una licenza Creative Commons che consente qualsiasi utilizzo e ridistribuzione. Cosi, non appena e terminata la discussione durante lo show, il testimone è passato alla creatività del dopo-trasmissione: in Rete il documentario si é arricchito di numerosi e interessanti progetti e video, prodotti gratuitamente dal nostro pubblico. Un altro esperimento é stato includere i file dei sottotitoli per i nostri show televisivi più popolari downloadabili via Internet. Il risultato é che tutti questi prodotti televisivi sono ora tradotti (in inglese e, in alcuni casi, in tedesco) dal nostro pubblico e, di nuovo, gratuitamente. Quando facciamo esperimenti cosi radicali, molti ci chiedono se non siamo spaventati di perdere il controllo. Ma sbagliano. Il futuro riguarda il pubblico. Il futuro riguarda il fatto che, se vuoi il controllo sui tuoi contenuti, devi essere il loro miglior distributore. 

Wired





22/03/13

I vaccini? Fanno diventare gay! Ecco chi c'è dentro i 'meet up' grillini

Da Vice.com
A sentire tutti gli eletti del M5S in parlamento, o anche in altri ambiti istituzionali, la loro carriera politica è iniziata da uno stesso, singolo, luogo: Meetup. Un sito nato per permettere alla persone con uno stesso interesse di conoscersi e incontrarsi fisicamente, morto velocemente per tutti, ma che ha stranamente attecchito fra le groupie di Grillo. Ancora oggi, candidati ed eletti riversano notizie e dubbi sul sito per confrontarsi e capire come muoversi. È il caso, per esempio, di Silvana Carcano, candidata Governatrice della Regione Lombardia che usa proprio la piattaforma giornalmente per sapere che fare e raccontare che accade in consiglio. Ma quali sono le persone con cui le Carcano d’Italia si confrontano e chiedono pareri e aiuto nelle regioni, e nella Camera e nel Senato? Ho voluto incontrare e conoscere per questo motivo uno dei più noti personaggi che animano il gruppo Meetup “Lombardia 5 Stelle”: Gian Paolo Vanoli.


04/03/13

Riot, la rivolta in pixel

Il capitalismo finanziario ha messo in moto una guerra (anti) sociale a tutto spiano: distruzione dei diritti del lavoro, riduzione del salario reale, imposizione di un orario di lavoro senza limiti, disoccupazione di massa, privatizzazione della scuola e della sanità., corruzione. Un processo che sta già provocando reazione, fascismo, violenza razzista, azioni di guerra civile in larga parte del continente. Ci sono poi le rivolte nel mondo arabo, le manifestazioni di Occupy. Un epoca di conflitti che sempre più spesso sfociano in manifestazioni di piazza, in vere e proprie rivolte di strada. Così Leonard Menchiari, editor e fotografo di Valve, filmaker e creatore di videogame come Half-Life, affiancato da game e sound designer, con una piccola squadra di programmatori ha creato Riot, videogame in cui vengono simulati disordini di strada, guerriglie urbane, cariche e pestaggi della polizia, manifestazioni e proteste in tutto il mondo. Il gioco è nato come un modo per esprimere e di raccontare le storie di queste lotte e proteste. Menchiari dichiara di aver vissuto in prima persona alcune di queste storie e promette di documentare in presa diretta le voci e i conflitti, tenendo costantemente aggiornato il gioco. Quali sono le dinamiche che scatenano la guerriglia urbana, e cosa provano poliziotti e manifestanti durate gli scontri? E' questa una nuova forma di gioco/interazione, un modo nuovo di fare informazione, alternativo ai media ufficiali, alla televisione che spesso distorce e disinforma, con l'ambizione di di rappresentare obbiettivamente le parti coinvolte, senza pregiudizi: solo i fatti...
.
Il Team di Riot ha bisogno di finanziamenti per portare il progetto in Italia e in altri paesi,  per la fase di ricerca e sviluppo del gioco,  le licenze software per le varie piattaforme e per sostenere le spese di viaggio e locazionie degli sviluppatori nei paesi coinvolti. I tempi non sono propizi, Riot avrà da lavorare..

www.riotgame.org/
https://www.facebook.com/riotgame.org




21/02/13

Hacked: l'era delle password è finita?

E NON E' NEPPURE UN SEGRETO BEN CUSTODITO. Solo una semplice stringa di caratteri che può rivelare tutto di te. Le email. Il conto in banca. Il numero della carta di credito. Immagini dei tuoi figli o, peggio ancora, tue foto imbarazzanti. Anche la localita precisa dove sei seduto ora a leggere queste parole. Fin dagli albori dell’era dell’informazione, diamo per scontata l’idea che una password, purché abbastanza complicata, sia un mezzo di protezione adeguato. Ma nel 2013 questa e una fantasia che non regge più. Per quanto complesse, per quanto uniche siano, le tue password non sono piu in grado di proteggerti. Guardati intorno. Falle e fuoriuscite ormai sono all’ordine del giorno. Il modo in cui concateniamo gli account, usando gli indirizzi email come username universali, crea un singolo punto vulnerabile che puo essere sfruttato con risultati devastanti. Grazie all'esplosione di informazioni personali immagazzinate nella cloud, indurre con l’inganno gli operatori dei servizi clienti a resettare le password non e mai stato cosi facile. Un hacker deve soltanto usare le informazioni personali che sono gia pubbliche su un servizio per ottenere accesso a un altro. Le nostre vite digitali sono troppo facili da craccare. inmagina che io voglia entrare nella tua email. E mettiamo che tu sia un utente Aol. Devo solo andare sul sito e inserire il tuo nome, e in piu magari la città in cui sei nato. Tutte informazioni non difficili da reperire nell’era di Google. Con quelli, Aol mi da la possibilità di resettare la password, e io posso accedere al tuo posto. Cosa faccio a questo punto? Cerco la parola "banca" per vedere dove tieni il conto online. Ci vado e clicco sul link <<hai dimenticato la password?>>. Ottengo il reset ed entro nel conto, che ora controllo. Ho in pugno i tuoi soldi oltre che la tua posta. La scorsa estate ho imparato a entrare praticamente ovunque. Con due minuti e 4 dollari da spendere su un sito straniero di quelli loschi, posso ottenere la tua carta di credito, il tuo numero di telefono e il tuo indirizzo di casa. Dammi altri cinque minuti e ti entro su Amazon e dovunque altro. Dammi 20 minuti, dico in tutto, e mi prendo anche il tuo PayPal. Alcune di queste falle nella sicurezza ora sono state tappate. Ma non tutte, e se ne scoprono ogni giorno di nuove. La debolezza comune in tutte queste violazioni e la password. E' il residuo di un’epoca in cui i nostri computer non erano iperconnessi. Oggi niente di qual cha fai, nessuna pracauzione, nessuna stringa lunga o casuale di carattari puo impadire a un individuo determinato di craccara il tuo account. L’era delle password é finita; é solo che non ce ne siamo ancora resi conto. Lo password sono vecchie quanto la civiltà. E fin da quando esistono, la gente le ha violate. Durante gli anni formativi del web, quando iniziavamo a conetterci tutti, le password funzionavano abbastanza bene. Ciò era dovuto soprattutto alla quantità ridotta di dati che dovevano effettivamente proteggere. Le nostre password si limitavano a una manciata di applicazioni: un Isp per la posta e forse un sito o due di ecommerce. Siccome non c’erano quasi informazioni nella cloud, che all’epoca era appena una nuvoletta, non c’era molto da guadagnare a violare l'account di una persona; gli hacker seri prendevario ancora di mira i grandi sistemi aziendali. Cosi abbiamo fatto tutti l’errore di rilassarci. Gli indirizzi email si trasformarono in una sorta di chiave d’accesso universale, usata pressoché ovunque come nome utente. Questa abitudine è continuata nonostante il numero di account, cioè il numero di punti vulnerabili, aumentasse esponenzialmente. L’email sul web ha dato il via a tutta una serie di nuove applicazioni su cloud. Abbiamo iniziato a compiere operazioni bancarie, a tenere i conti, a pagare le tasse nella nuvola. E a stiparci foto, musica e ogni tipo di documenti. Alla fine, con l’aumentare delle violazioni epiche, abbiamo adottato un curioso espediente psicologico: l’idea della password “forte”.
E' il compromesso escogitato dalle società del web in crescita per far si che le persone continuassero a usare i loro siti e ad affidargli i propri dati. Ogni sistema di sicurezza deve fare due compromessi per funzionare nel inondo reale. La prima è la comodità: anche il sistema piu sicuro non vale nulla se accedervi è una seccatura infinita. Chiederti di ricordare una password di 256 caratteri esadecimali potrà anche tenere i tuoi dati al sicuro, ma a quel punto è probabile che neppure tu stesso riesca a entrare nel tuo account. E' facile avere una sicurezza migliore se si è disposti ad arrecare parecchi disagi agli utenti, ma non è un compromesso fattibile. ll secondo compromesso è la privacy. Se l’intero sistema è progettato per tenere segreti i dati, è difficile che gli utenti tollerino un regime di sicurezza che distrugga la loro privacy per svolgere il suo compito.



DA EVITARE

*RIUTILIZZARE LE STESSE PASSWORD.
Permetteresti a un hacker che entra in uno solo dei tuoi account di prenderseli comodamente tutti.

*PESCARE UNA PAROLA DEL DIZIONARIO COME PASSWORD.
Se proprio devi, legane almeno due insieme fine a formare un’unica stringa.

*UTILIZZARE LE SOSTITUZIONI STANDARD : NUMERO/LETTERA.
Pensi che “P455wOrd" sia una buona password? Ma prOprlO no! I programmi che craccanco le password conoscono benissimo il trucchetto.

*SCEGLIERE UNA PASSWORD BREVE
Non importa quanto sia strana: anche una stringa come “h6!r$Q!" può essere indovinata rapidamente grazie alla attuale velocità di elaborazione dei dati. La tua migliore difesa é una stringa di caratteri piu lunga possibile.

-------------------

DA FARE

*ABILITARE L'AUTENTICAZ|ONE A DUE PASSAGGI QUANDO VIENE OFFERTA.
Quando ti connetti da un posto strano il sistema ti rnanda un Codice di conferma via sms. Certo, può essere craccato anche quello, ma è meglio di niente.

*DARE RISPOSTE ASSURDE ALLE DOMANDE DI SICUREZZA
Pensate sempre come password secondarie e fai in modo però che siano ben memorizzabili da te. «La tua prima macchina?». Era una Fiat Van Beethoven. Ovvio, no?

*RIPULIRE LA TUA PRESENZA ONLINE.
Uno dei modi piu sernplici per entrare nei tuoi account é usare la tua mail e i tuoi dati di fatturazione già presenti in vari siti. Molte piattaforme ti offrono la possibilità di essere eliminati dai loro database. Fallo.

*USARE UN SOLO INDIRIZZO EMAIL SICURO PER I RECUPERI DI PASSWORD.
Se un hacker sa da dove passano i tuoi resettaggi di password ha una buona posizione per attaccarti. Crea un account ad hoc che non userai per nessuna altra comunicazione. E scegli uno username che non sia riconducibile al tuo nome vero.


14/02/13

La radio: giornata mondiale

Il 13 febbraio è stata la Giornata mondiale delle radiocomunicazioni, un giorno per celebrare la radio come mezzo, per migliorare la cooperazione internazionale tra le emittenti e promuovere l'accesso all'informazione e la libertà di espressione sulle onde radio.

La radio continua ad evolversi nell'era digitale, e resta il mezzo che raggiunge il pubblico più vasto in tutto il mondo. La radiofonia aiuta le persone, i giovani, a partecipare e discutere sugli argomenti più disparati e che li riguardano. Con la radio si possono salvare vite umane in caso di catastrofi naturali o causate dall'uomo, e costituisce una piattaforma per il giornalismo, per riferire fatti e raccontare storie. L'UNESCO incoraggia tutti i paesi per celebrare la Giornata Mondiale della Radio, di pianificare le sue attività in collaborazione con le emittenti regionali, nazionali e internazionali, organizzazioni non governative, i media e il pubblico.Le radio sono ovunque, e almeno il 75% delle famiglie nei paesi in via di sviluppo hanno accesso a una radio.
Ci sono circa 44.000 stazioni radio di tutto il mondo, e con i telefoni cellulari sono una delle forme più accessibili di tecnologia, che copre oltre il 70% della popolazione mondiale. Questa tecnologia è particolarmente utile per le donne, (soprattutto nei paesi in via di sviluppo), che sono spesso tagliate fuori o limitate dal frequentare le scuole e percorsi di formazione.
Le radio in AM / FM ,quelle satellitari, e quelle in streaming su Internet possono contare sull' 86% di persone adulte, di età compresa tra 25-54 , che ascoltano le piattaforme principali audio, con il 43% degli intervistati di età compresa tra 25-54 che dichiara di ascoltare le stazioni con i loro figli, mentre il 38% con il coniuge o il partner. Questi dati costituiscono i punti di forza di questo straordinario mezzo di comunicazione. La BBC è forse la radio più diffusa del pianeta, ma dalle rilevazioni si rileva che l'ascolto di una stazione radio straniera declina quando i media locali diventano più liberi e riescono a fornire notizie e informazioni più vicine e utili al territorio in questione, e che la persone apprezzano. Secondo la ricerca, nella maggior parte dei casi la BBC raggiunge un vasto pubblico (20% e più) solo se la scelta dei servizi locali è limitato a poche stazioni locali.

Ad esempio, gli agricoltori impegnati nella progettazione e nello sviluppo agricolo, dichiarano di avere quasi il 50% in più di probabilità di intraprendere pratiche agricole atte a migliorare la sicurezza alimentare tramite le informazione ottenute dalle radio, rispetto ai loro colleghi ascoltatori passivi. Inoltre è stato riscontrato che avvisi (settimanali) tramite SMS inviati ai telefoni degli ascoltatori 30 minuti prima di una trasmissione, può aumentare l'ascolto di una campagna radiofonica fino al 20%.
25 su 51 paesi (49%) hanno canali radio disponibili su una piattaforma combinata, mentre il 13% sono disponibili solo cavo e l'8% in satellite.

In 11 paesi esaminati in Africa, la radio locale commerciale è cresciuto in media del 360 per cento tra il 2000 e il 2006, mentre la radio comunitaria è cresciuto di un sorprendente 1386 per cento, in media, rispetto allo stesso periodo.Per la maggior parte degli ascoltatori in Kenya le informazioni più importanti apprese dalla radio riguardano la politica, in Tanzania è diventato il canale più interattivo nel corso del tempo, con particolare riferimento alla cultura e gli spettacoli, incoraggiando la popolazione alla partecipazione: il 76% di ascoltatori dichiara di ascoltare i radio show, solo il 5% ha effettivamente partecipato ad un evento culturale negli ultimi 12 mesi.
L'83% dei tanzaniani riceve notizie e informazioni dalla radio, che diventa così leader di tutti i mezzi di comunicazione del paese.
La radio è il mezzo più accessibile e utilizzato in Zambia. L'accesso alla radio e alla televisione in aree urbane è più o meno uguale (85% per la radio e il 79% per la TV), mentre nelle zona rurali, la differenza è più significativa (68% per la radio e il 26% per la TV).

Una caratteristica fondamentale in Africa è la convergenza del telefono cellulare con l'ascolto radiofonico . Tra gli abituali utenti mobili in Zambia, il 33% ha dichiarato di ascoltare la radio tramite il loro cellulare su base settimanale, e il 25% che l'ascolto su una base quotidiana. Diversamente l'uso di Internet mobile, l'ascolto della radio è più equamente distribuito tra gli utenti urbani e rurali. Tuttavia, solo l'8% degli utenti di telefonia mobile mensili possiede un telefono cellulare personale.

Il numero totale di stazioni radio comunitarie in America Latina sono circa 10.000, con il Perù con la percentuale più elevata e l'Ecuador, Bolivia e Brasile nel secondo, terzo e quarto posto. Se le stazioni non autorizzate sono anche presi in considerazione, i numeri complessivi sono molto più alti. Recenti indagini da parte dell'UNESCO, ad esempio, dimostrano che vi sono più di 10.000 stazioni radio comunitarie ancora in attesa per le licenze nel solo Brasile.
Il mercato radiofonico brasiliano è il secondo più grande in America, dopo quello statunitense. Secondo i dati dell'Istituto Brasiliano di Geografia e Statistica (IBGE) del 2009, le radio sono presenti nel 88% delle case, l'80% delle auto in circolazione, e nel 36% dei telefoni cellulari.

Nel Sud-est asiatico, la Thailandia è in cima ai grafici della regione con circa 5.000 stazioni, la maggior parte delle quali operano senza licenza. Nella popolosa Indonesia, la radio ha anche tolto rapidamente lo scettro della comunicazione alla tv, ma il numero di stazioni è nell'ordine delle centinaia piuttosto che delle migliaia. Le Filippine contano più di 55 stazioni radio indipendenti dagli interessi governativi e commerciali che operano al di fuori delle città e utilizzano trasmettitori a bassa potenza.
La radio è il canale più affidabile per la distribuzione di notizie, informazioni e intrattenimento nelle zone rurali interne delle Filippine ', dove le montagne spesso impediscono di ottenere dei buoni segnali televisivi. Secondo la Commissione nazionale per la cultura e le arti, la radio raggiunge l'85% delle famiglie del paese, mentre la televisione raggiunge poco meno del 60%.

Il pubblico totale per i media tradizionali che offrono contenuti di notizie in Russia è in costante diminuzione. Anche a Mosca, che ha un mercato di supporti di stampa con un sistema di vendita avanzata e di distribuzione, con un numero relativamente elevato di cittadini istruiti, i lettori in media mensili per i quotidiani è diminuita dal 18% della popolazione adulta nel gennaio del 2006 al 14,9% nel mese di aprile 2010. L'unico tipo di media tradizionali che è recentemente cresciuto è la radio, per la quale la media audience giornaliera totale è aumentato da 37.7 a 39.2 milioni (un aumento del 4%) dal 2008.

In Sud Sudan, la BBC World Service su radio a onde corte ha un seguito fedele, ottenuto durante la guerra di indipendenza e rimane molto popolare. In alcune zone è la seconda fonte più importante di informazioni dopo la radio statale, con livelli di ascoltatori tra il 30% e il 59% del pubblico.
La Pakistan Electronic Media Regulatory Authority (PEMRA) non consente ai privati di possedere stazioni FM per diffondere notizie nazionali e di economia. In genere, in Pakistan le emittenti private in FM trasmettono musica per il 70% della programmazione. Dedicano circa il 10% del tempo di trasmissione ai talk show, il 10% alla pubblicità e il 5% alle notizie

Fonti:
Unesco
Rapporto EFA Global Monitoring, 2012,
Intermedia, 2011. Mass Media in Zambia,
Voci dal Villaggi: Radio comunitaria in via di sviluppo. CIMA, 2011
Mapping digital media: Russia, Open Society Foundations

20/12/12

Dark Social

A Alexis Madrigal, giornalista di The Atlantic, che Internet la frequenta dagli inizi degli anni '90, l'enfasi sul 'web social' gli suonava strana. Come se prima di Zuckerberg e soci ci fossero solo eremiti digitali. Al contrario, anche agli albori della rete di massa, l'esistenza virtuale di Madrigal (e di tanti altri) era tutt'altro che isolata.
"Avevamo la messaggeria istantanea, le chat, Icq, i forum e l'email. La mia presenza su internet ruotava proprio intorno alla condivisione di link con amici. " Certo, tecnicamente quelli erano strumenti che "correvano paralleli al web, e non sul web, ma c'erano". Eppure la narrazione prevalente non dava conto della ricchezza di relazioni virtuali prima di Facebook. Di qui, un disagio che Madrigal ha coltivato silente fino all'ottobre scorso, quando in suo aiuto e' arrivato Chartbeat, azienda specializzata nell'analisi del traffico web che, esaminando la provenienza dei visitatori delle pagine interne dei siti, ha certificato che la maggior parte di essi non giunge da Facebook e simili. Ben il 69% arriva da link scambiati attraverso applicazioni non identificabili dai sistemi di misurazione: email, chat, instant messaging. Folgorato dalla rivelazione, Madrigal ha deciso di chiamare questo universo "Dark Social", visto che sfugge alle rilevazioni ed e' offuscato da una visione Facebook-centrica. La scoperta ha un paio di conseguenze. "Primo, se pensi che ottimizzare la tua pagina Facebook o i tuoi tweet sia "ottimizzarli per i social" sei solo a meta' strada (o ad un terzo). Secondo, il patto implicito che stringiamo con i social network non e' quello che ci raccontano: non regaliamo i nostri dati peersonali in cambio della possibilita' di condividere link con gli amici. Un gran numero di persone, piu' ampio di quello che sta sui social network, lo fa gia' al di fuori di questi. Piuttosto scambiamo i nostri dati personali con la possibilita' di pubblicare e archiviare un database delle nostre condivisioni."


Derrick de Kerckhove, massmediologo ed esperto di internet: "Dal commercio digitale a Facebook, ogni giorno immettiamo sul web numerosi dai personali. E' importante la consapevolezza che il proprio 'profilo' è osservato da diversi soggetti, dai mercati ai governi"





17/11/12

Novembre Nero: Lettera aperta ai media Italiani

Finto lapsus del Presidente Obama, "Nobel per la pace" e lenti deformate della cosiddetta Informazione



In Israele si moriva di paura..  mentre a Gaza si muore per 'davvero'. Cosi inizia una lettera aperta degli amici della Mezzaluna Rossa (l'omologa palestinese della Croce Rossa) inviata ai media italiani. Eccone parzialmente il testo.
"In Israele si moriva di paura.. mentre a Gaza si muore davvero." Non é una differenza da poco, ma per la maggior parte dei mass media la differenza non si vede. O si vede al contrario, attraverso una lente deformata e giustificazionista del “diritto alla sicurezza”. Un neonato di 11 mesi carbonizzato da un missile israeliano, una bimba di 4 anni e una di 7 uccise da una bomba, una dozzina di bambini in fin di vita, hanno diritto a minor comprensione di un bambino israeliano spaventato. Mentre decine di droni armati di missili e numerosi F16 armati di bombe sganciano i loro oggetti di morte  e colpiscono oltre 100 persone uccidendone decine in  un solo giorno,  il Presidente degli Usa, Nobel Obama, invoca il diritto di Israele a difendersi. Forse ha preso un lapsus? Forse  voleva dire che in base al diritto internazionale sono i palestinesi sotto assedio che hanno diritto a difendersi. Purtroppo non é un lapsus, ma é la solita spudorata monzogna che si basa su una narrazione strutturata su due pilastri che servono da premessa sbagliata: spostare i tempi, invertire i ruoli. Funziona da sempre, e chi non sta al gioco perde il posto. Punto. In questo momento arriva la notizia di tre israeliani uccisi  da un razzo palestinese. Sincero  cordoglio, noi non vogliamo la  morte. Ma vogliamo che i mass  media impegnati professionalmente e onestamente ricordino con il loro lavoro che la sicurezza  non si ottiene assediando e bombardando ma solo imponendo il rispetto alla giustizia e alla legalità internazionale.  Secondo la IV Convenzione di  Ginevra un popolo sotto occupazione ha il diritto a difendersi e a ribellarsi all’occupante. Secondo il Diritto internazionale, in particolare l'art. 51 della Carta ONU,  in situazione di conflitto dichiarato , esattamente come lo stato  di guerra dichiarato da Israele verso Gaza, quel popolo ha diritto a difendersi e a resistere..
"Israele commette atti di terrorismo continuo, che la complicità di un lessico giornalistico accomodante definisce "omicidi mirati" quando non addirittura "operazioni di pace"...
Ci rivolgiamo a tutti gli operatori dell’informazione per chiedere loro di non farsi strumento di sostegno alle politiche di morte. La veritià non é soltanto rivoluzionaria, non é soltanto correttezza professionale, é un dovere morale imposto sia a quelli di voi che pensano alla sicurezza di Israele, sia a chi ha consapevolezza della continua violazione dei diritti dei palestinesi.
Aiutateci a dire "restiamo umani”.

Amici della Mezzaluna Rossa Palestinese




Anonymous per Gaza
Il testo (tradotto da Nena News) dell'appello video di Anonymous contro l'assedio e il bombardamento di Gaza.

Cari cittadini di tutto il mondo, questo è Anonymous. Il governo israeliano ha ignorato i ripetuti avvertimenti sulla violazione dei diritti umani, bloccando internet e maltrattando i propri cittadini e quelli dei paesi vicini. Novembre 2012 sarà un mese da ricordare per le forze di difesa israeliane e le forze di sicurezza di internet. Colpiremo tutti i siti web che riteniamo essere nel Cyberspazio israeliano come rappresaglia per i maltrattamenti degli abitanti di Gaza. Anonymous ti ha osservato ha inviato un chiaro avvertimento sul nostro intento di prendere il controllo dello spazio informatico israeliano in conformità con i diritti umani fondamentali di libertà di parola e di diritto a vivere. Alle 9 di mattina (fuso orario del Pacifico), sono stati attaccati 10.000 siti israeliani. L'attacco alla popolazione di Gaza, al popolo palestinese o a qualsiasi altro gruppo verrà considerato come una violazione degli obiettivi del collettivo Anonymous di proteggere i popoli del mondo. Israele, è nel tuo interesse cessare ogni ulteriore azione militare o le conseguenze peggioreranno di ora in ora. Questo è un messaggio di Anonymous Op Israele, Danger Hackers, Anonymous Special Operations e del Collettivo Anonymous di tutto il mondo. Tratteremo ogni ulteriore morte come un attacco personale ad Anonymous e reagiremo in modo rapido e senza preavviso. I nostri cuori sono con i bambini, le donne e le famiglie che stanno soffrendo in questo momento, a causa dell'abuso della potenza militare del governo di Israele. Fratelli e sorelle di Anonymous, vi invitiamo a protestare contro il governo israeliano e qualsiasi alleato della forza ostile. Ora è il momento per Anonymous di aiutare le persone che stanno soffrendo. Aiutate le persone che vengono sfruttate. Aiutate quelli che stanno morendo e ciò favorirà la collettività nel suo insieme. Noi cercheremo di portare la pace a Gaza a coloro che così disperatamente ne hanno bisogno. Chiediamo al collettivo Anonymous di hackerare (hack, dock, hijack, database leak, admin takeover, four oh four and DNS terminate) il Cyberspazio israeliano con ogni mezzo necessario. Al governo israeliano diciamo che Anonymous si è stancato del suo bullismo e che ora pagherà le conseguenze delle sue azioni. Una guerra informatica è stata dichiarata allo spazio informatico israeliano. Vedrete esattamente ciò di cui siamo capaci. Israele, l'angelo della morte calerà sul vostro spazio informatico.

Noi siamo Anonymous.





26/09/12

Non abbiamo bisogno di un martire della libertà con la faccia di Sallusti.

Due o tre cosucce sul caso del martire Sallusti. E perché non è il caso di piangere

Alessandro Robecchi
Giorna..chè?!
Va bene, pare che tutto il mondo “intellettuale” italiano, con tutto il milieu giornalistico in prima fila, compatto e granitico, sia in grandi ambasce per il rischio che Alessandro Sallusti, oggi direttore de Il Giornale e al tempo dei fatti di Libero, finisca in galera a seguito di una condanna per diffamazione. E’ confortante assistere a una così poderosa levata di scudi contro la restrizione della libertà personale, e dispiace semmai che tanta compattezza non si veda in altre occasioni. Tanta gente va in galera per leggi assurde e ingiuste – come circa tremila persone accusate del bizzarro reato di “clandestinità” – eppure la notizia è Sallusti. Bene, allora vediamola bene, questa notizia, al di là delle sentenze, delle polemiche, dei meccanismi della giustizia. Proviamo insomma ad applicare il vecchio caro concetto del “vero o falso?”

Il fatto. Nel febbraio del 2007 una ragazzina di Torino (13 anni) si accorge di essere incinta. I genitori sono separati. La ragazzina (che tra l’altro ha problemi di alcol ed ecstasy) vuole abortire, ha il consenso della madre, ma non vorrebbe dirlo al padre (i genitori sono separati). Per questo si rivolge alla magistratura. E’ quanto prevede la legge: mancando il consenso del padre si è dovuto chiedere a un giudice tutelare, che ha dato alla ragazzina (e alla madre, ovviamente) il permesso di prendere una decisione in totale autonomia. Come del resto precisato in seguito, a polemica scoppiata, da una nota dettata alle agenzie dal Tribunale di Torino: “Non c’è stata alcuna imposizione da parte della magistratura”.

L’articolo querelato. Strano che, in tutto il bailamme suscitato dal rischio che Sallusti finisca in carcere, nessuno si sia preso la briga di ripubblicare l’articolo incriminato. Anche in rete si fatica a trovare la versione completa, anche se basta scartabellare un po’ nella rassegna stampa della Camera dei Deputati per trovarlo (andate qui e leggetevelo: http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/getPDFarticolo.asp?currentArticle=DHQW1). L’articolo (Libero, 18 febbraio 2007) è firmato con lo pseudonimo di Dreyfus (quando si dice la modestia) e racconta la vicenda in altri termini. La prosa maleodorante e vergognosa – un cocktail di mistica ultracattolica e retorica fascista – non è suscettibile di querela e quindi ognuno la valuti come vuole. Ma veniamo ai fatti. La vulgata corrente di questi giorni insiste molto su una frase, questa:

“… ci fosse la pena di morte, e se mai fosse applicabile in una circostanza, questo sarebbe il caso. Per i genitori, il ginecologo e il giudice”

E’ vero. Si tratta di un’opinione. Scema, ma un’opinione. Disgustosa, ma un’opinione.

Vediamo invece le frasi che non contengono opinioni ma fatti. Falsi.

Il titolo, per esempio: “Il giudice ordina l’aborto / La legge più forte della vita”.

Falso. Nessun giudice ha ordinato di abortire.

Altra frase: “Un magistrato allora ha ascoltato le parti in causa e ha applicato il diritto – il diritto! – decretando l’aborto coattivo”.

Falso. Il giudice ha dato libertà di scelta alla ragazzina e alla madre.

Ancora: “Si sentiva mamma. Era una mamma. Niente. Kaput. Per ordine di padre, madre, medico e giudice, per una volta alleati e concordi”.

Falso. Il padre non sapeva (proprio per questo ci si è rivolti al giudice) e le firme del consenso all’aborto sono due, quella della figlia e quella della madre.

E poi: “Che la medicina e la magistratura siano complici ci lascia sgomenti”.

Falso. Complici di cosa? Di aver lasciato libera decisione alla ragazza e a sua madre?

Ora, sarebbe bello chiedere lumi anche a Dreyfus, l’autore dell’articolo. Si dice (illazione giornalistica) che si tratti di Renato Farina, il famoso agente Betulla stipendiato dai Servizi Segreti che – radiato dall’Ordine dei Giornalisti – non avrebbe nemmeno potuto scrivere su un giornale il suo pezzo pieno di falsità.

Non c’è dubbio che il caso della ragazzina torinese sia servito al misterioso Dreyfus, a Libero e al suo direttore Sallusti per soffiare quel vento mefitico di scandalo che preme costantemente per restringere le maglie della legge 194, per attaccare un diritto acquisito, per gettare fango in un ingranaggio già delicatissimo. Ma questo è, diciamo così, lo sporco lavoro della malafede, non condannabile per legge.

Condannabile per legge è, invece, scrivere e stampare notizie false. Di questo si sta parlando (anzi, purtroppo non se ne sta parlando), mentre si blatera di “reato d’opinione”.

Il reato d’opinione non c’entra niente. C’entra, invece, e molto, un giornalismo sciatto, fatto male, truffaldino, che dà notizie false per sostenere una sua tesi.

Per questo la galera vi sembra troppo? Può essere. Ma per favore, ci vengano risparmiati ulteriori piagnistei sul povero giornalista Sallusti che non può dire la sua.

PS) Un mio vecchio maestro di giornalismo, all’Unità (sono passati secoli, ma io gli voglio ancora bene), scrutava i pezzi scritti da noi ragazzini con maniacale attenzione. Quando trovava qualcosa di querelabile ci chiamava e ci diceva: “Vuoi che ci portino via le rotative? Vuoi che ci facciano chiudere il giornale dei lavoratori?”.

Nel fondo di oggi su Il Giornale, Sallusti lamenta con toni da dissidente minacciato di Gulag, che non intende trattare per il ritiro della querela, che ha già pagato 30.000 euro e non vuole pagarne altri 30.000. Spiccioli. Ecco. Forse “portargli via le rotative”, come diceva il mio vecchio compagno sarebbe meglio. Meglio anche della galera. Di molte cose abbiamo bisogno, ma non di un martire della libertà con la faccia di Sallusti.


25/09/12

I veri social sono i Blog


Sono i blog a esserne il cuore, per la loro libertà di espressione e condivisione

I social media sono software o siti come le webzine (riviste su Internet), i forum online, i blog, i social blog, i microblog, i wiki, i social network, i podcast; siti che raccolgono fotografie, immagini o video, o che svolgono content rating (classificazione dei contenuti) o social bookmarking (condivisione in rete dei propri preferiti). I social media permettono di svolgere delle attività creative ed espressive, e non solo di comunicare: sono molto più importanti di social network come Facebook o di siti 2.0 come YouTube. I due social network sopra citati continuano a ricevere attenzione perché sono gestiti da grandi aziende e raccolgono numerosi utenti grazie ai loro servizi centralizzati. Eppure è lecito pensare che questi grandi servizi centralizzati vadano contro la logica emancipata dei social media.

I social media permettono a ognuno di noi di dare il proprio contributo alla cultura e alla società; mettono nelle nostre mani la comunicazione, la produzione e la distribuzione di attività che, prima dell’avvento di Internet, erano accessibili solo a una manciata di grandi aziende. E al cuore dei social media ci sono i blog. Ogni qual volta leggerete o sentirete dire che i blog sono un’idea superata, pensate a questi dati: secondo le rilevazioni della NM Incite (una consociata della Nielsen/McKinsey) nell’ottobre 2011 c’erano 173 milioni di blog, il 17% in più dell’anno prima; la loro velocità di crescita ha toccato l’apice nel 2009 (il 62% di crescita in un anno) per poi rallentare, sicuramente perché alcuni autori avevano cominciato a usare Facebook per postare contenuti che prima mettevano sui loro blog. I blog, compresi quelli di fotografia, audio e video, sono fondamentali perché sono la casa telematica di un individuo, il suo personale spazio informazionale pubblico (con sezioni private dove, per esempio, si possono conservare le proprie creazioni non ancora pubblicate). E naturalmente c’è chi ha più di un blog, proprio come c’è chi ha più di una casa, e può invitare i lettori a uno dei suoi blog proprio come si possono invitare gli amici a casa propria. Parlando di autori che scrivono narrativa e poesia sul Web, il romanziere François Bon ha definito i loro blog e siti personali " alberi i cui rami sono il laboratorio aperto del processo creativo" (si veda Après le livre, Seuil 2011, in formato e-book).

I social media sono tipici della cultura digitale perché affondano le proprie radici negli individui. Naturalmente, se li chiamiamo social è perché i suddetti individui entrano in contatto e interagiscono, comunicano tra loro, sviluppano attività e progetti per mezzo dei social media. Oltre ai blog esistono tutte le tecnologie e i software che li collegano gli uni agli altri; Ping che avvisano un sito della pubblicazioni di nuovi contenuti, Rss feed che permettono di inserire la visione dei contenuti di un sito in un altro, tag e bookmark condivisi, oppure l’uso del microblogging per consigliare o criticare dei contenuti, e così via.

Il potenziale sviluppo umano derivante dai social media nasce da una combinazione senza eguali:
- il fatto che l’individuo possa progredire nelle sue attività creative, espressive o produttive a piccoli passi, nessuno dei quali richiede un investimento troppo ingente di tempo ed energie o l’acquisizione di nuove abilità;
- il fatto che gli scopi di questo processo di sviluppo siano totalmente sotto il suo controllo;
- il fatto che una larga parte delle espressioni culturali siano de facto accessibili e riutilizzabili, permettendo così a ognuno di noi di farne dei punti di partenza o delle fonti di ispirazione.

Bastano pochi minuti per aprire un blog su WordPress, ma il giorno in cui decidiate di passare al self-hosting (magari affidandovi a un hosting provider) potrete continuare a usare lo stesso software open source di WordPress e trasferirvi i contenuti del vostro blog. In altre parole, non sarete costretti a sacrificare l’ autonomia in favore della comodità. Nelle comunità di scrittura letteraria online la cosa che più mi colpisce è la frequenza con cui gli autori decidono di cambiare le proprie piattaforme o il loro aspetto per adattarle a nuovi progetti o scopi. Non c’è alcuna differenza tra lo scegliere gli strumenti, e a volte addirittura svilupparli, e i contenuti per cui sono usati. Come è ovvio, le persone hanno competenze diverse: le più difficili da acquisire riguardano l’uso delle parole o delle immagini e l’interazione sociale. Ma i social media forniscono una gigantesca scuola en plein air per lo sviluppo umano.

Questo potenziale è minacciato da alcune tendenze contemporanee. La prima ha a che fare con quello che spesso abbiamo dato per scontato su Internet: il fatto che la produzione di un individuo sarà sempre ragionevolmente ricercabile, accessibile e tramessa tanto quanto la produzione di una società internazionale o di un governo. Questa neutralità di Internet, sua caratteristica fondamentale, è minacciata quando si accede alla Rete tramite dispositivi mobili o specializzati come lettori di ebook e persino quando ci si collega con la normale connessione domestica. Gli operatori telefonici, in particolare i membri dell’Etno (cioè gli ex monopolisti) stanno cercando di inserire dei provvedimenti nella revisione del trattato dell’Itu (International Telecommunication Union). Se ci riuscissero, non sarebbe altro che un coup d’état privato contro Internet.

Ho già citato l’altro pericolo, dovuto alla centralizzazione dei servizi. Facebook ne è il caso più estremo, poiché ambisce a centralizzare non solo gli utenti e i loro dati, ma anche vari tipi di media che sarebbe meglio gestire separatamente. Anzi, nella cultura digitale è essenziale saper usare ciascun social medium per lo scopo per il quale è stato sviluppato, per esempio servirsi del microblogging per formulare una breve idea o per suggerire o criticare un contenuto segnalato tramite un link abbreviato. A questo proposito, in pochi anni il microblogging è diventato un canale chiave per consigliare contenuti Web (compresa l’autopromozione) e una forma di espressione unica, oggi celebrata nella twitteratura e nei festival di poesia su Twitter, e naturalmente accusata da altri ambienti di essere un inutile ronzio e di abbassare il livello della cultura. Twitter nasce da un’idea meravigliosa che è stata spinta con efficacia sul mercato. Eppure, la sua posizione dominante ha ben poco a che fare con qualsivoglia innovazione radicale abbia mai prodotto. Anzi, alcune delle innovazioni più importanti, come gli hashtag (le parole chiave segnalate dal simbolo #) e i retweet, sono riconducibili agli utenti. Twitter domina il mercato principalmente grazie ai suoi effetti di rete: è arrivata per prima ed è difficile spodestarla perché l’utente vuol essere dove sono tutti gli altri e ascoltare. Una funzionalità alla Twitter può essere raggiunta su un’implementazione distribuita in cui i tweet e le interazioni di tutti gli utenti siano self-hosted o ospitati su server distribuiti. Prima o poi gli utenti di Twitter si accorgeranno che tutta la loro storia di microblogging è accessibile solo con grande fatica e con un sotfware terzo, usando delle Api (Application Programming Interface), il cui utilizzo è soggetto a regole arbitrarie stabilite da una società quotata in borsa e spinta dai suoi azionisti a monetizzare gli utenti. A quel punto forse prenderanno in considerazione delle alternative, ma potrebbe essere troppo tardi. È meglio esplorare queste alternative oggi, anche solo per fare pressione su Twitter e altri servizi simili perché diventino più aperti.


Philippe Aigrain, tra i fondatori di La Quadrature du Net, un collettivo per la difesa delle libertà dei cittadini su Internet e autore di Sharing: Culture and the Economy in the Internet Age.

fonte: Wired 

 

18/09/12

I Social Network, Diaspora e la Stupidità Intelligente



A mo’ di sfogo..

Ho un account 'istituzionale su Facebook. In realtà, avevo resistito anni prima di attivarlo e una volta aperto si sono manifestati palesemente tutti i timori e le remore: un social network completamente in mano alle multinazionali che sfruttando le informazioni che gli stessi utenti forniscono, quello che ci piace, quello che facciamo, gli stili di vita, ci bombardano con pubblicità mirate. I nostri dati personali che finiscono in enormi database e messi a disposizione delle autorità, il rilevamento dei nostri spostamenti, il continuo monitoraggio da parte di aziende e datori di lavoro. Insomma, una schedatura di massa in piena regola cui, sembra, nessuno dei milioni di utenti da peso, continuando a spiattellare pure quante volte si va al bagno, in quale posizione fanno l'amore, quello che comprano per la cena della sera. Cosi ho limitato il mio account, fornendo semplicemente la mia vera identità (Facebook non accetta anonimi), e la città dove vivo, pochissimi amici intimi con cui condividere solo informazioni di servizio e ricevendo (cliccando sul famigerato "mi piace") solo notizie da alcuni organi d’informazioni on-line e aggiornamenti sui concerti che si svolgono in città. Lo stimolo maggiore è arrivato comunque dalla famiglia, e in particolare dai nipotini, che ho la sfortuna di avere lontani, autentici geek, famelici di contatti e condivisioni e che preferiscono la rete al cellulare per comunicare, ormai come la stragrande maggioranza della loro generazione. E poi per il lavoro: paradossalmente, si desta più di qualche sospetto: non hai un account Facebook, allora hai sicuramente qualcosa da nascondere. Quindi informazioni e contatti ridotti al minimo indispensabile, mentre i miei interessi, i miei acquisti, le mie posizioni politiche (per quanto evidenti), i miei stati d'animo e le esperienze che mi sento di condividere li ho spalmati su altri siti: un blog personale "generalista", un account per i video, uno per la musica. Google+, per curiosità e subito abbandonato, dopo la censura di una vecchia foto tratta dagli archivi di Life, pensate come stanno messi.. E Twitter, che comunque uso pochissimo. Per discussioni più approfondite, mailing list su argomenti specifici.

Già Robert Musil osservava che ' la stupidità è ormai a tal punto compenetrata nelle forme alte del nostro sapere, da renderla assolutamente inseparabile dall'intelligenza che la produce', potendo cosi parlare di "stupidità intelligente" e di "intelligenza stupida". Forse è impossibile aggirare la stupidità dei singoli (soprattutto la propria!), ma qualcosa si potrebbe e si dovrebbe pur fare contro quella collettiva e sistematica, che ha condotto e conduce a un vero e proprio regresso della ragione. L'intelligenza è sempre scaturita dall'ambiente in cui essa si sviluppa: l'intelligenza è ciò che permette di collegare gli individui sconnessi tra loro e da loro stessi...

Ero dunque curioso e contento quando lessi di un nuovo social in arrivo: una federazione di pod sparsi per il mondo, quindi dislocati e indipendenti anche se riconducibili a un unico server, progetto open source, cioè l'opportunità da parte degli utenti di poter intervenire sul codice sorgente e migliorarlo, niente pubblicità, più attenzione alla privacy mediante gli aspetti (una classificazione e sotto classificazione dei contatti, per scegliere più facilmente e con più attenzione cosa e con chi condividere i post..), la totale proprietà dei nostri dati e del materiale postato e la liberta di chiudere l'account in qualsiasi momento e in maniera definitiva. Be, con queste premesse, chi non avrebbe voluto partecipare? E poi..mi piaceva far parte di un progetto nuovo, costruito da un gruppo di ragazzi indipendenti, auto finanziato, aperto e totalmente in linea con le mie idee e la mia visione di una rete più aperta, sganciata dal potere e dalle pressioni dei grandi colossi commerciali, più rispettosa della liberta e della privacy degli internauti. Cosi ho spedito la richiesta (sul pod principale era richiesto un invito..) e dopo un po’, un bel po’ in verità, ho finalmente avuto un account su Diaspora.


Al primo colpo d'occhio risulta evidente che il codice della piattaforma è scritto un po’ alla carlona: semplice, essenziale, graficamente bruttino. Poco intuitivo comunque, per chi è a digiuno di linguaggi di programmazione e difficoltà a installare plug-in per utenti non esperti. La prima sensazione quindi è stata quella di un progetto debole, pieno di falle e bug, anche dopo il rilascio di una nuova versione. Ma non si può non dare fiducia a un impegno simile: ragazzi universitari che sottraggono tempo e risorse alla loro vita privata per tentare di sviluppare qualcosa in larga scala forse mai vista prima in rete: un connubio tra privacy e connessioni sociali. Fiducia accordata anche dopo le voci filtrate (e verificate) di un interessamento con relativa donazione da parte di Zuckerberg, dell'indicizzazione dei contenuti pubblici degli utenti da parte di Google e la destinazione finale delle foto e delle immagini, che finirebbero sui server di Amazon, altro colosso commerciale della rete.

E forse è proprio il connubio tra il tentativo di mantenere un livello di privacy accettabile e i rapporti tra utenti che riserva la delusione peggiore. C’è un po' aria da..unti del signore: un po’ per la vecchia faccenda degli inviti, e un po’ per il fatto di essere su di un social nuovo con tutte le aspettative descritte sopra. Per autodefinizione, tutti alternativi, anarchici, 'pieni di diversità, (sì, qualcuno, legittimamente per altro, si definisce cosi!), visionari, ecologisti, rivoluzionari... Io personalmente ho sempre diffidato di chi si auto definisce diverso, ma tant'e.. Gli aspetti, in definitiva, risultano quasi inutili: la maggior parte dei post sono pubblici, questo perché' si è sempre a caccia di nuovi contatti e una volta ottenuto uno nuovo, si passa oltre. La connessione sociale si limita al "mi piace" di Facebukkiana memoria e a qualche commento sui post: un fiorire di..wow!, wonderful, e soprattutto di 'LOL, il nuovo intercalare per bimbominchia deficienti e su cui hanno fatto addirittura un film che più idiota non si può. Ho già diffidato per altro, quelli che insistono con un altro intercalare, 'ehi man..ehi brother'..all arabs are terrorists: io non ho fratelli, né sorelle, coglione! .. Un flusso di post che scorrono sulla bacheca su arte (presunta e non), immagini, foto, gif stupidine e video musicali che per lo più non vengono riconosciuti, non si capisce se per un bug di sistema o per problemi di copyright. (Su gli altri social sono tutti ben visibili..). E a proposito di copyright, tutti anarchici e rivoluzionari, pronti pero a rimbrottarti se non metti la discalia dell'autore della foto o dell'immagine, cosa a volte impossibile dato i continui reshare che queste subiscono ogni giorno sulle sterminate highway della rete, e poi appropriarsi di vecchi post di altri utenti a nome proprio. Dopo le foto, le gif e i video, l'ingrediente più postato sono le citazioni: frasi storiche, proverbi, battute di cantanti e attori, versi, pezzetti di romanzi, barzellette: servono a dar prova di conoscenza diretta, di vastità d’interessi, puntando a far colpo e però alimentando il narcisismo che contraddistingue noi utenti della rete. (Sappiamo benissimo che le citazioni non provengono dalla conoscenza dei testi, ma dalle raccolte di citazioni, veri e propri dizionari presenti a migliaia sulla rete e in tutte le lingue, Google e Wikipedia in testa).



Ci sono poi quelli che occupano "militarmente" la bacheca e la quantità di tempo trascorso sui social network è sempre proporzionale alla qualità di post e commenti: la società odierna, più che di consenso, ha bisogno di attenzione, ma la troppa sollecitazione all'attenzione produce alla fine solo..insensibilità'. (In altre parole, alla fine più richiedi attenzione, più non ti si fila nessuno..)

Certo, ci sono persone e post interessanti, ma tocca stare sempre allerta.. Ci sono pochissimi utenti che esprimono qualcosa al proprio riguardo, alla propria vita, alle esperienze, che non significa dire a tutti che ti stai facendo una pasta e fagioli: quello, si chiama cazzeggio, ed è comunque lecito. Comunicazione, quindi, pari quasi a zero. Personalmente avevo più volte pensato di chiudere l'account. Tanti l'hanno fatto ed erano quelli tra i più interessanti, poi ho deciso di trasformarlo in una specie di diario personale per immagini e musica: tutto quel che posto ha un riferimento alla mia vita, un episodio, un’esperienza, uno stato d'animo, un riferimento al lavoro o a una situazione sentimentale o familiare e a notizie di attualità che mi stanno particolarmente a cuore. Me ne strafrego del "mi piace".

Va bene, come asserisce Fatamorgana, il cazzeggio è la base di tutti i social, nessuna discussione di rango, per lo più chiacchiericcio, riflessioni nervose, frettolose e in molti casi incivili. Si aggiungono poi piccole e grandi molestie reciproche associate a una malignità e un qualunquismo di fondo, schizofrenia, commenti fuori luogo, gioiosa stupidita..
Da un progetto nato non solo per dare un semplice servizio agli utenti ma per sensibilizzare e proporre un modo nuovo di stare in rete (e di socializzare..) ci si aspetterebbe qualcosina in più. Per il momento, ferme tutte le novità annunciate (tra cui una chat video, nuova gestione dei profili e la non risoluzione dei bug e delle falle) due pod hanno già chiuso i battenti, quello italiano (al solito) e quello canadese, ben più frequentato. Quel che resta è l'upload di foto e video, che fanno di Diaspora per il momento, uno dei tanti social sulla rete..

Forse sono solo un vecchio nostalgico: l'unico social davvero degno di questo nome era MySpace, finchè ha funzionato. Invece di potenziarlo, facendo accordi con siti di contenuti musicali, video e altro, preferirono seguire le strategie di Zuckerberg. E si è visto com’è finita. Proprio sullo Space conobbi la mia attuale compagna, come a dire: "Ho detto tutto"..

Per i più curiosi,
questa è la mia pagina su Diaspora



It Was A Pleasure  (E' stato un piacere..)