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18/12/19
22/02/17
Disco Sucks! La Disco Demolition Night
Nell'estate del 1979 le discoteche si erano impossessate del mondo. Donna Summer, Chic e Gloria Gaynor erano in cima alle classifiche, solo pochi mesi prima, la Febbre del Sabato Sera, colonna sonora dell'omonimo film era stato nominato Album dell'Anno ai Grammy Awards.
Tutte le maggiori stazioni radio avevano eliminato i programmi di musica rock in favore della dance: gli amanti del rock erano furiosi.
Anche Steve Dahl, un disc jockey che fino ad allora aveva il suo show di Rock'n'Roll su Radio WDAI era stato licenziato per far posto alla nuova ondata di disco music. Steve aveva allora 24 anni e riuscì a trovare un posto su un'altra stazione radio di Chicago, la WLUP-FM. Una sera, Steve fece esplodere tutta la sua frustrazione distruggendo in diretta un disco, facendolo saltare in aria con un effetto sonoro. Era il suo modo di dichiarare l'odio che provava verso la disco music e furono centinaia le chiamate alla radio che attestarono l'apprezzamento per quel suo gesto dimostrativo.
Con Mike Veeck, pirotecnico direttore dei Chicago White Sox, la locale squadra di baseball, Steve ideò una delle più grandi promozioni di questo sport: la Disco Demolition Night. 'Disco Sucks!
Steve organizzò i suoi ascoltatori in un "esercito anti-discoteca ... pronti alla distruzione della terribile malattia musicale conosciuta come disco music. Era da tempo che Mike Veeck cercava un rilancio della sua squadra e insieme a una serata anti-discoteca. Fu Jeff Schwartz a fargli il nome di Steve Dahl, e dal loro incontro nacque il grido di battaglia, "Disco Sucks!"
La folle idea di far saltare in aria migliaia di dischi di disco music si svolse il 12 luglio 1979 presso Comiskey Park, sede della squadra di baseball dei Chicago White Sox, che in media poteva contare su 16.000 fan e quella sera se ne aspettavano al massimo 25 mila.
"La gente portò addirittura le scale, quasi come una sommossa." 60 mila persone diedero assedio al piccolo stadio, moltissimi dei quali avevano in mano un disco pronto per essere fracassato.
Dopo che i Sox persero la prima partita, una enorme cassa di legno piena di dischi venne portata all'esterno del campo."Dahl, vestito in tuta militare e casco da combattimento , iniziò a girare per il campo alla guida di una jeep aizzando la folla, DISC SUCKS..DISCO SUCKS!! Poi, con una fragorosa esplosione fecero saltare in aria la cassa con i dischi. L'esplosione lasciò un cratere nel centro del campo. La gente iniziò a scendere dagli spalti e ad invadere il campo.."Si scatenò l'inferno." Solo 20 poliziotti e pochi uomini della sicurezza privata a fronteggiare quella marea umana, con i fan che correvano all'impazzata incendiando dischi, vandalizzando le strutture al grido di DISCO SUCKS! La partita fu sospesa, con il tempo il fumo si diradò, intervenne la polizia antisommossa, si contarono numerosi feriti e 39 arresti. L'evento provocò un ondata di polemiche.
Sulla scia della debacle, alcuni critici musicali e molti artisti dichiararono che era stato un attacco alle minoranze, con la scusa della disco music e della discoteca, si era voluto colpire neri, latinos e gay. Ma Harry Wayne Casey, leader della KC e la Sunshine Band, uno dei gruppi disco cardine e ai vertici delle classifiche in quegli anni, smentì questa ricostruzione:<<"Tutti vogliono sempre legare un colore ad ogni situazione, i rockers si sono sentiti minacciati, hanno avuto la percezione che la loro musica stesse scomparendo, incalzata da questo nuovo tipo di sonorità... Mi ha ricordato di quando è arrivato Elvis Presley e le polemiche che ne scaturirono, poi i Beatles. Ci sono sempre state reazioni alle innovazioni, ai nuovi tipi di musica e al cambiamento sociale che hanno portato..>>
Mike Veeck fu licenziato dai White Sox sette mesi più tardi. Incapace di trovare un altro lavoro in grandi campionati - Veeck crede ancora di essere stato inserito in una lista nera da parte dei club - si trasferì in Florida, dove gli era stato offerto un posto in una squadra di lega minore. Nonostante il ritorno di fiamma, nel corso degli anni, ha una visione ottimistica del Disco Demolition Night.
<<E 'stata la cosa migliore che mi sia mai successa, perché mi ha insegnato alcune cose. Ero un micro-manager in ogni senso della parola e nel momento in cui ho visto quei ragazzi irrompere sul campo mi sono reso conto che certe cose non si possono controllare..>>
In quanto a Steve Dahl, continuò a fare radio. La Disco Demolition" fu oggetto di un suo libro, co-scritto con Dave Hoekstra, in cui negò in modo assoluto l'accusa di razzismo e sostenne che la disco music fosse definitivamente morta. Ma sappiamo che non fu così. A Chicago, continuò a proliferare nell'underground e rinacque diversi anni più tardi: l' House Music esplose, vendicando così la DISCO DEMOLITION NIGHT.
Tutte le maggiori stazioni radio avevano eliminato i programmi di musica rock in favore della dance: gli amanti del rock erano furiosi.
Anche Steve Dahl, un disc jockey che fino ad allora aveva il suo show di Rock'n'Roll su Radio WDAI era stato licenziato per far posto alla nuova ondata di disco music. Steve aveva allora 24 anni e riuscì a trovare un posto su un'altra stazione radio di Chicago, la WLUP-FM. Una sera, Steve fece esplodere tutta la sua frustrazione distruggendo in diretta un disco, facendolo saltare in aria con un effetto sonoro. Era il suo modo di dichiarare l'odio che provava verso la disco music e furono centinaia le chiamate alla radio che attestarono l'apprezzamento per quel suo gesto dimostrativo.
Con Mike Veeck, pirotecnico direttore dei Chicago White Sox, la locale squadra di baseball, Steve ideò una delle più grandi promozioni di questo sport: la Disco Demolition Night. 'Disco Sucks!
Steve organizzò i suoi ascoltatori in un "esercito anti-discoteca ... pronti alla distruzione della terribile malattia musicale conosciuta come disco music. Era da tempo che Mike Veeck cercava un rilancio della sua squadra e insieme a una serata anti-discoteca. Fu Jeff Schwartz a fargli il nome di Steve Dahl, e dal loro incontro nacque il grido di battaglia, "Disco Sucks!"
La folle idea di far saltare in aria migliaia di dischi di disco music si svolse il 12 luglio 1979 presso Comiskey Park, sede della squadra di baseball dei Chicago White Sox, che in media poteva contare su 16.000 fan e quella sera se ne aspettavano al massimo 25 mila.
"La gente portò addirittura le scale, quasi come una sommossa." 60 mila persone diedero assedio al piccolo stadio, moltissimi dei quali avevano in mano un disco pronto per essere fracassato.
Dopo che i Sox persero la prima partita, una enorme cassa di legno piena di dischi venne portata all'esterno del campo."Dahl, vestito in tuta militare e casco da combattimento , iniziò a girare per il campo alla guida di una jeep aizzando la folla, DISC SUCKS..DISCO SUCKS!! Poi, con una fragorosa esplosione fecero saltare in aria la cassa con i dischi. L'esplosione lasciò un cratere nel centro del campo. La gente iniziò a scendere dagli spalti e ad invadere il campo.."Si scatenò l'inferno." Solo 20 poliziotti e pochi uomini della sicurezza privata a fronteggiare quella marea umana, con i fan che correvano all'impazzata incendiando dischi, vandalizzando le strutture al grido di DISCO SUCKS! La partita fu sospesa, con il tempo il fumo si diradò, intervenne la polizia antisommossa, si contarono numerosi feriti e 39 arresti. L'evento provocò un ondata di polemiche.
Sulla scia della debacle, alcuni critici musicali e molti artisti dichiararono che era stato un attacco alle minoranze, con la scusa della disco music e della discoteca, si era voluto colpire neri, latinos e gay. Ma Harry Wayne Casey, leader della KC e la Sunshine Band, uno dei gruppi disco cardine e ai vertici delle classifiche in quegli anni, smentì questa ricostruzione:<<"Tutti vogliono sempre legare un colore ad ogni situazione, i rockers si sono sentiti minacciati, hanno avuto la percezione che la loro musica stesse scomparendo, incalzata da questo nuovo tipo di sonorità... Mi ha ricordato di quando è arrivato Elvis Presley e le polemiche che ne scaturirono, poi i Beatles. Ci sono sempre state reazioni alle innovazioni, ai nuovi tipi di musica e al cambiamento sociale che hanno portato..>>
Mike Veeck fu licenziato dai White Sox sette mesi più tardi. Incapace di trovare un altro lavoro in grandi campionati - Veeck crede ancora di essere stato inserito in una lista nera da parte dei club - si trasferì in Florida, dove gli era stato offerto un posto in una squadra di lega minore. Nonostante il ritorno di fiamma, nel corso degli anni, ha una visione ottimistica del Disco Demolition Night.
<<E 'stata la cosa migliore che mi sia mai successa, perché mi ha insegnato alcune cose. Ero un micro-manager in ogni senso della parola e nel momento in cui ho visto quei ragazzi irrompere sul campo mi sono reso conto che certe cose non si possono controllare..>>
In quanto a Steve Dahl, continuò a fare radio. La Disco Demolition" fu oggetto di un suo libro, co-scritto con Dave Hoekstra, in cui negò in modo assoluto l'accusa di razzismo e sostenne che la disco music fosse definitivamente morta. Ma sappiamo che non fu così. A Chicago, continuò a proliferare nell'underground e rinacque diversi anni più tardi: l' House Music esplose, vendicando così la DISCO DEMOLITION NIGHT.
25/03/16
John Peel: 4 canzoni per sessions leggendarie
Dall'archivio INTERZONE, del 17/06/014
John Robert Peel Ravenscroft (Heswall, 30 agosto 1939 – Cuzco, 25 ottobre 2004), giornalista e conduttore radiofonico britannico.
È stato una delle voci storiche della radio inglese: ha lavorato per la BBC dal 1967 fino alla sua morte, avvenuta per infarto del miocardio mentre si trovava in vacanza lavorativa in Perù. La sua influenza nella musica contemporanea (specie alternative rock, punk e reggae) è testimoniata dagli onori dedicatigli dopo la sua morte da artisti di livello mondiale (Blur, Oasis, The Cure, New Order) e dalla fama raggiunta dal suo programma principale, le "John Peel Sessions", in cui ospitava una band per un'esibizione esclusiva di quattro canzoni del loro repertorio. Molti di questi mini-concerti vennero poi pubblicati su disco.
(Wiki)
Capita che la gente parli dei gruppi di John Peel come scorciatoia per indicare un certo tipo di bizzarra formazione post-punk do-it-yourself volutamente eccentrica. Tu sei stato il grande campione della musica su etichetta indipendente o autopubblicata di qualunque sorta. Ma ben prima del punk gestivi la tua etichetta indie, Dandelion, facendo uscire gruppi come Tracton, Siackawaddy e Medicine Head.
Eravamo meno indipendenti di alcune delle etichette indipendenti. Inizialmente eravamo stati finanziati dalla CBS. Poi dalla Warner Bros, e in seguito dalla Polydor. E non facemmo guadagnare praticamente nulla a nessuna! Un gesto rivoluzionario involontario. Iniziammo nel 1969 con una donna di nome Bridget St John. Avevamo una grande passione per la sua musica e nessuno era interessato a registrarla. Le etichette major spesso vengono bastonate ma a quell’epoca facevano della sperimentazione. Avevano queste sigle a fondo perduto per i prodotti di nicchia su cui di tanto in tanto appariva qualche disco interessante.
Quindi fosti molto eccitato quando dopo il punk ci fu un eruzione di piccole etichette indie e gruppi che facevano uscire in proprio i dischi?
Immagino di si. E credo che mi capiti ancora. Sono un ammiratore spassionato dell’amatorialità allegra. Inoltre più che LP erano singoli. Negli anni settanta i gruppi avevano smesso di pubblicare singoli - gente come i Led Zeppelin pensava che fosse indegno. Quindi fu davvero meraviglioso. Ti ritrovavi dei tizi riottosi, che venivano da posti nel Lincolnshire che dovevi andare a cercare sulla cartina, che ti mandavano dischi. Sembra peggiorativo essere descritti come <<provinciali>>, ma io sono provinciale e decisamente fiero di esserlo. Mi piaceva l’idea per cui se convincevi il bassista a vendere la motocicletta e scassinavi un paio di cabine del telefono potevi mettere insieme abbastanza soldi da fare un disco. La gente lo faceva, e un numero incredibile di loro erano davvero bravi. Un’altra cosa che apprezzavo è che la maggior pane delle persone erano quasi completamente prive di ambizione. 'Una Volta che avevano fatto un disco, erano arrivati dove volevano andare. Una Volta chiamammo un gruppo che aveva fatto una Peel session e gli dicemmo <<Che ne dite di farne un’altra?>>. Ci risposero che tutto quel che avevano desiderato era una esibizione da noi - bastava una.
Era come se un’ondata di creatività si fosse liberata, e oltre a essa, un ondata ancora più grande di semplice attività - non necessariamente cosi creativa o originale musicalmente, ma che faceva sentire capaci le persone coinvolte.
Allora, come oggi, riuscivi a suonare solo una percentuale di quello che avresti voluto far sentire, mentre nei primi anni settanta come dj suonavi praticamente tutto quello che avevi. Il punk fece aprire le chiuse; già il puro volume di materiale aumentò in maniera drammatica, e da allora non ha ancora smesso.
Nel periodo 1979-82 ci sono molte formazioni e molti dischi del tuo programma che risaltano particolarmente nella memoria. Come i Cravats.
I Cravats semplicernente mi piacevano perché - e questo genere di cose in realtà non dovrebbe influenzarti, ma lo fa - mi piaceva questo tipo, chiamato The Shend, che era nel gruppo. Oggi fa l’attore, ed era un tipo cosi carino. Anzi, il suo biglietto da visita diceva <<The Shend - un tipo a posto>>. Dopo i Cravats entrò in questo gruppo, i Very Things, che facevano quel vecchio classico del varietà When Father Papered the Parlour e una canzone intitolata The Bushes Scream When My Daddy Prunes.
Un altro singolo che passava davvero spesso nel tuo programme era There Goes Concord Again dei Native Hipsters.
Era uno di quei dischi che mettevi su e pensavi <<Tra una settimana questo darà un fastidio tremendo. .. ma fino a quel momento, suoniamolo fino alla morte>>. E’ un disco molto richiesto nei programmi che faccio in Germania.
Poi c’era l’m in Love With Margaret Thatcher dei Notsensibles.
Quello che sfugge a un sacco di gente che scrive del punk e del post-punk e che buona parte del materiale era davvero divertente. Uso sempre quella canzone dei Notsensibles come esempio del perché non potevi prendere tutto drammaticamente sul serio. La storia viene riscritta praticamente quando è appena accaduta, e il punk è diventato un affare davvero serio e con la faccia scura. Noi andavamo ai concerti e ridevamo come matti dall’inizio alla fine. Potevi farti una serata genuinamente divertente andando al Roxy e al Vortex. E non solo con i tipi che cercavano deliberatamente di essere divertenti, ma anche se andavi a qualcosa come un concerto delle Slits. Mi verrebbe da dire che le due session che le Slits fecero per noi furono tra le migliori delle migliaia che sono state registrate. Un concerto delle Slits era un evento gioioso. Era palese che non sapessero suonare, ma si lasciavano trascinare dall’entusiasmo del pubblico e dalla loro fredda determinazione ad arrivare alla fine dell’esibizione, costi quel che costi. Era quel genere di amatorialità ispirata che trovavo attraente.
Attenzione, c’era in giro del materiale davvero dannatamente tetro in quel periodo e nel tuo programma: per esernpio Final Day degli Young Marble Giants.
Si, non tutto era da una risata al minuto. ln effetti era gradevolmente bilanciato.
Pssyche dei Killing Joke la passasti molto. Come canzone è davvero apocalittica: Jaz Coleman, che ha quasi letteralmente la bava alla bocca, canta del sinistro Controllore e di suore che vengono scopate. Poi sono diventati una sorta di gruppo gothic metal, non trovi?
Le persone hanno il diritto di cambiare, e se il mio gusto non li segue. . be’, sarebbe vergognoso se suggerissi che le persone restino povere e in miseria solo per soddisfare un qualche mio desiderio artistico. Ma le prime cose dei Killing Joke mi piacevano davvero.
11/08/15
Morte di un DJ
Cinque colpi, tre alla testa e due al petto. Così muore un DJ mentre è in onda, su una radio libera brasiliana. Così muore Gleydson Carvalho, che anche se trasmetteva da un network prevalentemente di musica popolare, la Liberdade FM di Camocimnon, nel nord-est del Brasile, non si stancava di attaccare la corruzione dei politici locali, che a quanto pare, si sono vendicati in modo.. definitivo.
Due uomini armati sono entrati negli studi nel pomeriggio di giovedi scorso e hanno sparato, non prima di aver ordinato al tecnico del suono di mettersi al riparo sotto un tavolo: lo hanno ucciso nel corso di un intermezzo musicale nel suo programma, allontanandosi poi su una moto. Pare che due ragazzi, di 18 e 22 anni siano in stato di fermo per l'assurdo omicidio, di cui è sicura la matrice politica.
Due uomini armati sono entrati negli studi nel pomeriggio di giovedi scorso e hanno sparato, non prima di aver ordinato al tecnico del suono di mettersi al riparo sotto un tavolo: lo hanno ucciso nel corso di un intermezzo musicale nel suo programma, allontanandosi poi su una moto. Pare che due ragazzi, di 18 e 22 anni siano in stato di fermo per l'assurdo omicidio, di cui è sicura la matrice politica.
12/05/15
Rockers in Fm: Vogliamo la Radio!
Utile guida. I tanti musicisti che conducono programmi Radio in Fm o sul satellite.(Alias)
Era già tutto scritto in We Want the Airwaves, il pezzo dell'81 dei Ramones: «Vogliamo la radio, vogliamo la radio, baby, se il rock vuole rimanere vivo/Dove ce l'hai il fegato, la voglia di sopravvivere/E proprio non vuoi tenerlo vivo il rock'n'roll, Sig. Programmatore/Ma io ho il mio martello/E spaccherò la radio». Detto fatto. Da a llora una teoria di musicisti ha invaso l'etere, sostituendosi ai conduttori, occupando quel golfo mistico che sta tra il prendere il rosso (quando premi il bottone e si accende la caratteristica scritta «on air») e il mondo oltre quel rosso: la radio di casa, la radio sul telefono,sull'mp3, sul computer, sulla tv.
Le ragioni che muovono gli artisti sono molteplici: da un lato l'impossibilità di relazionarsi a network sempre più appiattiti su logiche e suoni dominanti, in seconda battuta la volontà di rappresentarsi anche oltre le proprie produzioni. Inoltre: se non mi «passi», sarò io a passarmi da solo. La nascita delle radio on-line e satellitari (a pagamento) ha poi dato il via a un esercito di rocker/dj sempre più agguerriti. Il caso più eclatante fu Bob Dylan con il suo Theme Time Radio Hour, programma durato ben cento puntate e imperniato intorno alla collezione personale dell'artista,ai suoi ricordi, a jingle d’epoca, a storie di baseball, di guerra e gatti. Con la voce di Tom Waits che leggeva i messaggi degli ascoltatori. Il programma continua ad aggirarsi per il satellite
(http://www.siriusxm.com/deeptracks).
(http://www.siriusxm.com/deeptracks).
Già nel 1978 Elvis Costello metteva in guardia sui rischi di commercializzazione e omogeneizzazione indotti da programmatori troppo accondiscendenti nei confronti di case discografiche e studi di registrazioni. «O chiudi la bocca o non vai in onda», recitava un verso del singolo Radio Radio. Lo sa bene Little Steven, chitarrista della E Street Band di Springsteen che dal 2002 conduce Underground Garage, show settimanale di due ore in onda negli Usa in Fm e sul satellite nel mondo (su Sirius XM, piattaforma satellitare con oltre 17milioni di abbonati).
Mette quello che gli passa perla testa e vive bene. L'ultima puntata ascoltata da chi scrive raccontava la storia della British Invasion. A oggi Little Steven ha registrato oltre 450 puntate e tra gli ospiti vanno annoverati: Brian Wilson, Ray Davies, Ig-gy Pop, Ringo Starr, Keith Richards.
Info:http://undergroundgarage.com/member_area/membership_free.htm. In Italia il programma va in onda su Radio Città Futura, con buoni riscontri.
Anche Ronnie Wood (Jeff Beck Group, Faces e Rolling Stones) non si risparmia. Dallo scorso aprile Absolute Radio, stazione indipendente britannica, ospita tutti i giorni (ad eccezione della domenica) il Ronnie Wood Show (a Londra su 105.8 Fm). All'interno, chiacchiere e rock. La grande vendetta arriva però da Steve Jones, chitarrista dei Sex Pistols, mai trasmesso in radio ai tempi del punk e oggi al cuore della «radiofonia d'artista». Il suo Jonesy’s Jukebox (Jonesy è il soprannome che gli affibbiò Johnny Rotten) è al cuore di Los Angeles e contribuì a rendere famosa Indie 103.1. Quando la stazione optò per una programmazione solo latin, Jones fu fatto fuori. Ora è tornato - sempre a L.A. (dove vive) - su Kroq e non perdona. Grande ironia e buona selezione musicale, molto vicina alle attenzioni indie di Bbc Radio1 (http://kroq.radio.com/shows/steve-jones-jonesys-jukebox/).
Del resto proprio il punk mise il dito sulla piaga della radio commerciale. Con i Clash che in Capital Radio (1977) fecero a pezzi quella che al tempo doveva essere la radio di tutti e che mai si accostava al punk. Lo slogan «in sintonia con Londra», nel pezzo divenne «in sintonia con niente». Memorabile anche il pezzo degli Stiff Little Fingers, You Can't Say Crap on the Radio (1979),ovvero «non puoi dire cagata» alla radio, però loro sì - sottolineava la canzone - che «le possono trasmettere le cagate». Il pezzo raccontava lo shock di un conduttore quando sentì Burns - il cantante - dire in diretta «crap». Oggi il termine è roba da educande. Stesso risentimento nei confronti della radio anche in Payola Blues, pezzo di Neil Young dall'album Everybody's Rockin'. All’interno l'artista fa riferimento ai tempi in cui per essere trasmessi bisognava corrompere (economicamente) il conduttore. Il riferimento è ovviamente a Alan Freed, grande promotore del rock'n'roll negli anni Cinquanta. Nel pezzo Young è perentorio: «I never hear my record on the radio». Sulla stessa linea anche The Last Dj (2002) di Tom Petty in cui il rocker lamentava la fine delle radio locali sempre più ostaggio di programmi registrati e preconfezionati forniti loro dai grandi network. Tom Petty non si è perso d'animo e dal 2005 conduce Tom Petty's Buried Treasure su Sirius XM. Dopo una lunga pausa, dal 31 marzo sarà di nuovo in onda con una programmazione classic che include dagli Who a Otis Redding (http://www.tompetty.com/news/title/enter-for-a-chance-to-meet-tom-petty-as-part-of-siriusxms-ultimate-buried-treasure-contest). E se Nikki Sixx (bassista dei Motley Crue) racconta su Sixx Sense (http://www.sixxsense.com/main.html) un profluvio di aneddoti glam (spesso vissuti in prima persona) innaffiati da metal e hard rock, Chuck D dei Public Enemy la mette giù seria tra ritmi black e questioni non solo afro-americane. Già noto per aver condotto Unfiltered su Air America Radio oggi è il protagonista del settimanale Andyoudon'tstop!, su Wbai 99.5 Fm in onda a New York e on line (http://www.wbai.org/). Chuck D, Nelly, Ice Cube, sono solo alcuni rapper che hanno avuto accesso al mezzo radiofonico. Anni fa non era nemmeno pensabile. Non a caso in Apocalypse 91… The Enemy Strikes Black, storico quarto disco dei Public Enemy, campeggiava How to Kill a radio Consultant. Lì Chuck D chiedeva la testa del programnnatore di turno perché - come in tante altre radio - tralasciava l’hip hop privilegiando l’R&B più sciatto e da classifica. «Fammi sentire il rap, voglio gli X Clan», recitava un verso. Come si cambia: oggi il rap è ovunque. Tra i rocker che hanno scelto la radio c’è anche Alice Cooper che nel suo Nights with Alice Cooper,in onda su oltre 100 radio negli Usa, trasmette Ozzy Osbourne, Meat Loaf,punk, psichedelia. Lo si ascolta su http://nightswithalicecooper.com/Listen-To-Alice-Now-/3699069. Ma è soprattutto Bbc 6 - il canale on-line musicale della Bbc - che negli anni ha accolto il maggior numero di musicisti-conduttori: Tom Robinson, Jarvis Cocker (Pulp), Don Letts, Guy Garvey (Elbow), Huey Morgan (Fun Lovin'Criminals) hanno tutti un loro show musicale. È in questi spazi che si rappresenta al meglio un artista, che si evidenziano influenze e riverenze ar-tistiche. Impossibile resistere alle laconiche presentazioni di Cocker o alle intuizioni/scoperte sonore di Robinson. Così come risulta irresistibile la ginnastica verbale di Henry Rollins quando da Kcrw, la radio pubblica di Los Angeles, infila un pezzo punk dopo l’altro o improvvisamente si arresta e riparte con quella lingua affilatissima (http://www.kcrw.com/music/programs/hr). E se anni fa nel pezzo Turn off the Radio Ice Cube lamentava - anticipando di un anno How to Kill a Radio Consultant - che in giro ci fosse poca musica nera a cui relazionarsi («Te ne freghi dell’amore/Vuoi sentire un giovane nigga al microfono che impazzisce»), lo stesso facevano quattro anni prima gli Smiths. In Panic (’86) si dice: «La musica che viene trasmessa di continuo non racconta nulla della mia vita».Il riferimento era al giorno in cui subito dopo aver dato conto del disastro di Chernobyl, un conduttore era passato a un pezzo fin troppo esuberante dei Wham!. Da qui l’ira di Morrissey e Johnny Marr. Che i grandi network puntino da sempre a una marmellata di idee e suoni, è un dato di fatto; la rete o i programmi specializzati in tal senso vengono in aiuto. Ma non sempre: secondo Springsteen, il satellite sarebbe solo un’ulteriore arma di omogenizzazione. Più persone, cioè, ascoltano le stesse cose. È questo il succo di Radio Nowhere, il suo singolo dall’album Magic (2007). Può essere, ma qualche speranza c’è. Almeno finché il country rocker comunista Steve Earle continuerà a proporre il suo Hardcore Troubadour Radio (http://www.siriusxm.com/outlawcountry), oppure Lou Reed si divertirà a intrecciare jazz e electro rock in New York Shuffle (http://www.siriusxm.com/theloft). Proprio come si faceva, «quando i dj suonavano quello che gli pareva» (Reed).17/06/14
John Peel
John Robert Peel Ravenscroft (Heswall, 30 agosto 1939 – Cuzco, 25 ottobre 2004), giornalista e conduttore radiofonico britannico.
È stato una delle voci storiche della radio inglese: ha lavorato per la BBC dal 1967 fino alla sua morte, avvenuta per infarto del miocardio mentre si trovava in vacanza lavorativa in Perù. La sua influenza nella musica contemporanea (specie alternative rock, punk e reggae) è testimoniata dagli onori dedicatigli dopo la sua morte da artisti di livello mondiale (Blur, Oasis, The Cure, New Order) e dalla fama raggiunta dal suo programma principale, le "John Peel Sessions", in cui ospitava una band per un'esibizione esclusiva di quattro canzoni del loro repertorio. Molti di questi mini-concerti vennero poi pubblicati su disco.
(Wiki)
È stato una delle voci storiche della radio inglese: ha lavorato per la BBC dal 1967 fino alla sua morte, avvenuta per infarto del miocardio mentre si trovava in vacanza lavorativa in Perù. La sua influenza nella musica contemporanea (specie alternative rock, punk e reggae) è testimoniata dagli onori dedicatigli dopo la sua morte da artisti di livello mondiale (Blur, Oasis, The Cure, New Order) e dalla fama raggiunta dal suo programma principale, le "John Peel Sessions", in cui ospitava una band per un'esibizione esclusiva di quattro canzoni del loro repertorio. Molti di questi mini-concerti vennero poi pubblicati su disco.
(Wiki)
Capita che la gente parli dei gruppi di John Peel come scorciatoia per indicare un certo tipo di bizzarra formazione post-punk do-it-yourself volutamente eccentrica. Tu sei stato il grande campione della musica su etichetta indipendente o autopubblicata di qualunque sorta. Ma ben prima del punk gestivi la tua etichetta indie, Dandelion, facendo uscire gruppi come Tracton, Siackawaddy e Medicine Head.
Eravamo meno indipendenti di alcune delle etichette indipendenti. Inizialmente eravamo stati finanziati dalla CBS. Poi dalla Warner Bros, e in seguito dalla Polydor. E non facemmo guadagnare praticamente nulla a nessuna! Un gesto rivoluzionario involontario. Iniziammo nel 1969 con una donna di nome Bridget St John. Avevamo una grande passione per la sua musica e nessuno era interessato a registrarla. Le etichette major spesso vengono bastonate ma a quell’epoca facevano della sperimentazione. Avevano queste sigle a fondo perduto per i prodotti di nicchia su cui di tanto in tanto appariva qualche disco interessante.
Quindi fosti molto eccitato quando dopo il punk ci fu un eruzione di piccole etichette indie e gruppi che facevano uscire in proprio i dischi?
Immagino di si. E credo che mi capiti ancora. Sono un ammiratore spassionato dell’amatorialità allegra. Inoltre più che LP erano singoli. Negli anni settanta i gruppi avevano smesso di pubblicare singoli - gente come i Led Zeppelin pensava che fosse indegno. Quindi fu davvero meraviglioso. Ti ritrovavi dei tizi riottosi, che venivano da posti nel Lincolnshire che dovevi andare a cercare sulla cartina, che ti mandavano dischi. Sembra peggiorativo essere descritti come <<provinciali>>, ma io sono provinciale e decisamente fiero di esserlo. Mi piaceva l’idea per cui se convincevi il bassista a vendere la motocicletta e scassinavi un paio di cabine del telefono potevi mettere insieme abbastanza soldi da fare un disco. La gente lo faceva, e un numero incredibile di loro erano davvero bravi. Un’altra cosa che apprezzavo è che la maggior pane delle persone erano quasi completamente prive di ambizione. 'Una Volta che avevano fatto un disco, erano arrivati dove volevano andare. Una Volta chiamammo un gruppo che aveva fatto una Peel session e gli dicemmo <<Che ne dite di farne un’altra?>>. Ci risposero che tutto quel che avevano desiderato era una esibizione da noi - bastava una.
Era come se un’ondata di creatività si fosse liberata, e oltre a essa, un ondata ancora più grande di semplice attività - non necessariamente cosi creativa o originale musicalmente, ma che faceva sentire capaci le persone coinvolte.
Allora, come oggi, riuscivi a suonare solo una percentuale di quello che avresti voluto far sentire, mentre nei primi anni settanta come dj suonavi praticamente tutto quello che avevi. Il punk fece aprire le chiuse; già il puro volume di materiale aumentò in maniera drammatica, e da allora non ha ancora smesso.
Nel periodo 1979-82 ci sono molte formazioni e molti dischi del tuo programma che risaltano particolarmente nella memoria. Come i Cravats.
I Cravats semplicernente mi piacevano perché - e questo genere di cose in realtà non dovrebbe influenzarti, ma lo fa - mi piaceva questo tipo, chiamato The Shend, che era nel gruppo. Oggi fa l’attore, ed era un tipo cosi carino. Anzi, il suo biglietto da visita diceva <<The Shend - un tipo a posto>>. Dopo i Cravats entrò in questo gruppo, i Very Things, che facevano quel vecchio classico del varietà When Father Papered the Parlour e una canzone intitolata The Bushes Scream When My Daddy Prunes.
Un altro singolo che passava davvero spesso nel tuo programme era There Goes Concord Again dei Native Hipsters.
Era uno di quei dischi che mettevi su e pensavi <<Tra una settimana questo darà un fastidio tremendo. .. ma fino a quel momento, suoniamolo fino alla morte>>. E’ un disco molto richiesto nei programmi che faccio in Germania.
Poi c’era l’m in Love With Margaret Thatcher dei Notsensibles.
Quello che sfugge a un sacco di gente che scrive del punk e del post-punk e che buona parte del materiale era davvero divertente. Uso sempre quella canzone dei Notsensibles come esempio del perché non potevi prendere tutto drammaticamente sul serio. La storia viene riscritta praticamente quando è appena accaduta, e il punk è diventato un affare davvero serio e con la faccia scura. Noi andavamo ai concerti e ridevamo come matti dall’inizio alla fine. Potevi farti una serata genuinamente divertente andando al Roxy e al Vortex. E non solo con i tipi che cercavano deliberatamente di essere divertenti, ma anche se andavi a qualcosa come un concerto delle Slits. Mi verrebbe da dire che le due session che le Slits fecero per noi furono tra le migliori delle migliaia che sono state registrate. Un concerto delle Slits era un evento gioioso. Era palese che non sapessero suonare, ma si lasciavano trascinare dall’entusiasmo del pubblico e dalla loro fredda determinazione ad arrivare alla fine dell’esibizione, costi quel che costi. Era quel genere di amatorialità ispirata che trovavo attraente.
Attenzione, c’era in giro del materiale davvero dannatamente tetro in quel periodo e nel tuo programma: per esernpio Final Day degli Young Marble Giants.
Si, non tutto era da una risata al minuto. ln effetti era gradevolmente bilanciato.
Pssyche dei Killing Joke la passasti molto. Come canzone è davvero apocalittica: Jaz Coleman, che ha quasi letteralmente la bava alla bocca, canta del sinistro Controllore e di suore che vengono scopate. Poi sono diventati una sorta di gruppo gothic metal, non trovi?
Le persone hanno il diritto di cambiare, e se il mio gusto non li segue. . be’, sarebbe vergognoso se suggerissi che le persone restino povere e in miseria solo per soddisfare un qualche mio desiderio artistico. Ma le prime cose dei Killing Joke mi piacevano davvero.
20/01/14
Sceneggiati, fumetti, teatro..alla radio
Da bambino, le uniche cose che mi facevano star buono quando stavo male e costretto a letto, erano il nostro gatto di casa, il giradischi e..la radio. Per le canzonette preferivo il giradischi mentre scoprii gli sceneggiati alla radio, appunto. Ascoltavo le avventure di Tex Willer, Diabolik e di altri eroi dei fumetti fino a Dylan Dog, poi i veri e propri readiodrammi, testi teatrali recitati da attori famosi: mi piacevano perchè potevo associare paesaggi e volti a ciò che sentivo, e non avere il limite di ricevere passivamente, come accade per la televisione. I radiodrammi e gli sceneggiati hanno poi conosciuto poi un certo declino, ma negli ultimi anni,
grazie alle molteplici possibilità offerte dall'editoria digitale,
stanno vivendo una seconda giovinezza grazie all'enorme diffusione di
questo genere in formato audiolibro. E dopo tanto tempo in cui mi addormentavo con gli occhi incollati al video, ho riscoperto il piacere di inforcare le cuffie e ascoltarmi sceneggiati, servizi giornalistici, riduzioni cinematografiche, commedie, spesso scaricati in formato podcast. Da ascoltare è il ciclo di Eymerich, del nostro Valerio Evangelisti, tre episodi andati in onda su Radio 2 e scaricabili qui e la riduzione di Blade Runner, 15 puntate curate da Armando Traverso
“Blade runner, cacciatore di androidi”, tratto dal romanzo di P.k.
Dick. - See more at:
http://www.rai.it/dl/portali/site/articolo/ContentItem-c6fb488e-4831-42b0-be06-0cd6659c0675.html#sthash.pTOHYJgF.dpuf
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11/03/13
Morozov: Fuzz, la "People-Power Radio" e il populismo digitale di Grillo
Evgeny Morozov, classe 1984, giornalista, blogger e scrittore bielorusso. È un esperto di tecnologia e di internet. Insegna a Stanford. Scrive su Foreign Policy e collabora con Economist, Washington Post, Wall Street Journal e Financial Times. E' uno dei più giovani e lucidi esperti della Rete che ci siano al mondo. Il suo libro, The Net Delusion è forse la prima seria ricerca su i lati oscuri di Internet: dalle nuove tecnologie che aiutano i regimi totalitari a rimanere tali fino all’altra faccia dei social network non solo strumento per il coordinamento di rivolte spontanee ma anche piattaforme ideali per schedare facilmente dissidenti di ogni genere e provenienza.
Fuzz: Alla rete serve ancora un DJ
Di tutte le start up avviate lo scorso anno, Fuzz è probabilmente la più interessante e la meno conosciuta. Si definisce una people-powered radio, una radio fatta dalla gente, assolutamente priva di robot, e in questo modo si oppone alla crescente tendenza a usare gli algoritmi per scoprire nuova musica. A differenza di altre popolari stazioni radio in Internet, che utilizzano algoritmi per scegliere i brani da segnalare agli ascoltatori, Fuzz dà spazio a dj umani, utenti che sono invitati a caricare la loro musica sul sito, creando e condividendo le loro «stazioni radio». L’idea — o forse la speranza — che sta dietro Fuzz è che il fattore umano possa ancora offrire qualcosa che gli algoritmi non riescono a dare. Come ha detto Jeff Yasuda — fondatore di Fuzz — a «Bloomberg News» lo scorso settembre, «si sente il bisogno di tornare a credere che i consigli più interessanti provengano dagli esseri umani».
Ma anche se il lancio di Fuzz è stato in gran parte ignorato, non è più possibile eludere il crescente ruolo degli algoritmi in tutte le fasi della produzione artistica. La questione è stata recentemente affrontata da Andrew Leonard, giornalista di «Salon», in un interessante articolo su House of Cards, una serie televisiva molto discussa che ha segnato il debutto di Netflix, pay-tv in streaming, nella produzione in proprio. L’origine di House of Cards è risaputa: dopo aver analizzato i dati di accesso dei suoi utenti, Netflix ha scoperto che un remake dell’omonima serie britannica avrebbe potuto avere un grande successo, soprattutto se a interpretarla e curarne la regia fossero stati rispettivamente Kevin Spacey e David Fincher. «Nell’età in cui gli algoritmi sono il principale strumento di marketing, gli autori riusciranno a sopravvivere?», si chiedeva Leonard, provando a immaginare in che modo l’enorme quantità di dati raccolta da Netflix mentre gli utenti vedevano in streaming la prima stagione della serie ne avrebbe condizionato il futuro (quante volte avranno premuto il pulsante «pausa»?).
In molti altri settori si affrontano questioni analoghe. Amazon, ad esempio, raccoglie molte informazioni sulle abitudini di lettura dei suoi utenti attraverso il suo e-reader Kindle: quali libri leggano fino in fondo e quali no; quali parti saltino e quali leggano con particolare attenzione; con che frequenza cerchino le parole nel dizionario e quali passaggi sottolineino. Avvalendosi di questi dati, Amazon riesce a prevedere quali siano gli ingredienti che ci faranno arrivare — un click dopo l’altro — alla fine di un libro. Potrebbe magari fornirci dei finali alternativi, per meglio accontentarci. Come diceva un recente articolo sul futuro dell’intrattenimento, il nostro è un mondo in cui «le storie possono diventare algoritmi adattativi, creando un futuro più coinvolgente e interattivo». Proprio come Netflix ha capito — grazie ai dati raccolti — che sarebbe stato stupido non entrare nel business della produzione di film, così Amazon ha scoperto che sarebbe stato stupido non entrare nell’editoria. I dati a disposizione di Amazon sono però più estesi di quelli di Netflix: dato che ha anche un sito che vende libri, conosce molto bene le nostre abitudini negli acquisti e i prezzi che siamo disposti a pagare. Oggi Amazon possiede 7 marchi editoriali e ne ha in progetto altri.
Da diversi anni l’industria della musica ha decisamente adottato metodi analoghi: ricavare informazioni da enormi database di precedenti successi e insuccessi per prevedere se un nuovo brano musicale può sfondare. Il vantaggio è evidente: per ottenere un contratto non occorre più essere introdotti nell’ambiente, come accadeva una volta. Basta avere una canzone che, sulla scorta dei dati raccolti dalle esperienze trascorse, potrebbe piacere. Ma lo svantaggio è altrettanto chiaro: le canzoni finirebbero per essere insipide e assomigliarsi tutte. Come ha detto Christopher Steiner in Automate This, il suo libro del 2012, queste nuove tecnologie «ci possono portare nuovi artisti, ma dato che basano il giudizio su quel che era piaciuto in passato, finiranno col proporci la solita musica banale che conoscevamo. Uno dei punti deboli della tecnologia è che tra i dati che analizza ci sono anche anni e anni di musica mediocre».
Il supercomputer Watson dell’Ibm sta già analizzando migliaia di documenti legali e medici per arrivare a valutazioni che nessun avvocato o docente sarebbe in grado di fare, almeno non basandosi su una tale quantità di informazioni. Se l’obiettivo è studiare quel che si è venduto in passato e, su questa base, cercare di prevedere quel che si venderà nel futuro, Watson potrebbe facilmente allargare il suo campo d’azione alla musica, ai film e ai libri.Purtroppo questo sarebbe un vantaggio per le vendite ma non per l’innovazione culturale. Se allora ci fosse stato un Watson, avrebbe potuto prevedere la nascita della pittura impressionista o della poesia futurista o della Nouvelle Vague al cinema? Avrebbe approvato Stravinsky? Dubito che i Big Data si sarebbero accorti del Dadaismo.
Ma anche se il lancio di Fuzz è stato in gran parte ignorato, non è più possibile eludere il crescente ruolo degli algoritmi in tutte le fasi della produzione artistica. La questione è stata recentemente affrontata da Andrew Leonard, giornalista di «Salon», in un interessante articolo su House of Cards, una serie televisiva molto discussa che ha segnato il debutto di Netflix, pay-tv in streaming, nella produzione in proprio. L’origine di House of Cards è risaputa: dopo aver analizzato i dati di accesso dei suoi utenti, Netflix ha scoperto che un remake dell’omonima serie britannica avrebbe potuto avere un grande successo, soprattutto se a interpretarla e curarne la regia fossero stati rispettivamente Kevin Spacey e David Fincher. «Nell’età in cui gli algoritmi sono il principale strumento di marketing, gli autori riusciranno a sopravvivere?», si chiedeva Leonard, provando a immaginare in che modo l’enorme quantità di dati raccolta da Netflix mentre gli utenti vedevano in streaming la prima stagione della serie ne avrebbe condizionato il futuro (quante volte avranno premuto il pulsante «pausa»?).
In molti altri settori si affrontano questioni analoghe. Amazon, ad esempio, raccoglie molte informazioni sulle abitudini di lettura dei suoi utenti attraverso il suo e-reader Kindle: quali libri leggano fino in fondo e quali no; quali parti saltino e quali leggano con particolare attenzione; con che frequenza cerchino le parole nel dizionario e quali passaggi sottolineino. Avvalendosi di questi dati, Amazon riesce a prevedere quali siano gli ingredienti che ci faranno arrivare — un click dopo l’altro — alla fine di un libro. Potrebbe magari fornirci dei finali alternativi, per meglio accontentarci. Come diceva un recente articolo sul futuro dell’intrattenimento, il nostro è un mondo in cui «le storie possono diventare algoritmi adattativi, creando un futuro più coinvolgente e interattivo». Proprio come Netflix ha capito — grazie ai dati raccolti — che sarebbe stato stupido non entrare nel business della produzione di film, così Amazon ha scoperto che sarebbe stato stupido non entrare nell’editoria. I dati a disposizione di Amazon sono però più estesi di quelli di Netflix: dato che ha anche un sito che vende libri, conosce molto bene le nostre abitudini negli acquisti e i prezzi che siamo disposti a pagare. Oggi Amazon possiede 7 marchi editoriali e ne ha in progetto altri.
Da diversi anni l’industria della musica ha decisamente adottato metodi analoghi: ricavare informazioni da enormi database di precedenti successi e insuccessi per prevedere se un nuovo brano musicale può sfondare. Il vantaggio è evidente: per ottenere un contratto non occorre più essere introdotti nell’ambiente, come accadeva una volta. Basta avere una canzone che, sulla scorta dei dati raccolti dalle esperienze trascorse, potrebbe piacere. Ma lo svantaggio è altrettanto chiaro: le canzoni finirebbero per essere insipide e assomigliarsi tutte. Come ha detto Christopher Steiner in Automate This, il suo libro del 2012, queste nuove tecnologie «ci possono portare nuovi artisti, ma dato che basano il giudizio su quel che era piaciuto in passato, finiranno col proporci la solita musica banale che conoscevamo. Uno dei punti deboli della tecnologia è che tra i dati che analizza ci sono anche anni e anni di musica mediocre».
Il supercomputer Watson dell’Ibm sta già analizzando migliaia di documenti legali e medici per arrivare a valutazioni che nessun avvocato o docente sarebbe in grado di fare, almeno non basandosi su una tale quantità di informazioni. Se l’obiettivo è studiare quel che si è venduto in passato e, su questa base, cercare di prevedere quel che si venderà nel futuro, Watson potrebbe facilmente allargare il suo campo d’azione alla musica, ai film e ai libri.Purtroppo questo sarebbe un vantaggio per le vendite ma non per l’innovazione culturale. Se allora ci fosse stato un Watson, avrebbe potuto prevedere la nascita della pittura impressionista o della poesia futurista o della Nouvelle Vague al cinema? Avrebbe approvato Stravinsky? Dubito che i Big Data si sarebbero accorti del Dadaismo.
Per comprendere i limiti e i vantaggi degli algoritmi nel contesto della creazione artistica, dobbiamo ricordare che essa è fatta di tre elementi: scoperta, produzione e segnalazione agli utenti. Start up come Fuzz puntano su quest’ultimo fattore — la segnalazione — sperando che qualcuno preferisca ancora essere guidato da esseri umani anziché da algoritmi. FiveBooks applica un metodo simile ai libri. Anche nel suo caso, l’idea è che l’uomo sia preferibile agli algoritmi. Amazon fa molte ottime segnalazioni, ma FiveBooks — con i suoi libri consigliati da Paul Krugman, Harold Bloom e Ian McEwan — si pone su un altro piano. Nelle segnalazioni l’elemento umano e quello matematico possono probabilmente coesistere, almeno nel prossimo futuro: gli utenti possono trovare il giusto equilibrio tra i due. Ma quando si tratta di scoprire nuovi talenti e produrne le opere, le cose sono molto meno facili. Dopotutto, le segnalazioni sono importanti solo se c’è qualcosa di veramente significativo da segnalare. Quando un lavoro artistico viene scelto sulla scia di quanto era già piaciuto e viene creato pensando all’immediato feedback del pubblico, le vendite potranno magari aumentare, ma da tutto questo marketing uscirà qualcosa di veramente innovativo?
Lo scorso dicembre, l’edizione in inglese di «Global Times», giornale cinese pubblicato dal gruppo del «Quotidiano del Popolo », ha pubblicato un articolo sui Bear Warrior, gruppo punk che ha trovato un modo ingegnoso per misurare la reazione del pubblico alle sue canzoni. Il cantante solista è studente presso un’università di Pechino e si sta specializzando in strumenti di precisione. Ha quindi progettato un dispositivo — il «termometro pogo» — che misura l’intensità della danza del pubblico attraverso una serie di sensori applicati alla moquette della sala. I segnali vengono poi trasmessi a un computer che li analizza. Secondo il «Global Times», la band ha scoperto che i fan «cominciavano a muoversi quando entrava in scena la batteria, e ballavano con maggior foga quando il solista cantava su un registro acuto». «Le informazioni — dice il cantante — ci aiutano a capire come migliorare gli spettacoli in modo che il pubblico risponda alla musica secondo le nostre intenzioni». Forse questo sistema li aiuterà amigliorare gli spettacoli, ma come ha fatto la musica punk a diventare così gradevole? Far felice il pubblico deve essere la maggior preoccupazione dei manager, non deimusicisti punk. I Sex Pistols avrebbero usato quel tappeto solo in un modo e, vi assicuro, senza valersi di sensori. Ma i Sex Pistols, senza pensare al feedback, hanno lanciato una rivoluzione, mentre i Bear Warrior, nella migliore delle ipotesi, lanceranno la loro carriera.
www.evgenymorozov.com
14/02/13
La radio: giornata mondiale
Il 13 febbraio è stata la Giornata mondiale delle radiocomunicazioni, un giorno per celebrare la radio come mezzo, per migliorare la cooperazione internazionale tra le emittenti e promuovere l'accesso all'informazione e la libertà di espressione sulle onde radio.
La radio continua ad evolversi nell'era digitale, e resta il mezzo che raggiunge il pubblico più vasto in tutto il mondo. La radiofonia aiuta le persone, i giovani, a partecipare e discutere sugli argomenti più disparati e che li riguardano. Con la radio si possono salvare vite umane in caso di catastrofi naturali o causate dall'uomo, e costituisce una piattaforma per il giornalismo, per riferire fatti e raccontare storie. L'UNESCO incoraggia tutti i paesi per celebrare la Giornata Mondiale della Radio, di pianificare le sue attività in collaborazione con le emittenti regionali, nazionali e internazionali, organizzazioni non governative, i media e il pubblico.Le radio sono ovunque, e almeno il 75% delle famiglie nei paesi in via di sviluppo hanno accesso a una radio.
Ci sono circa 44.000 stazioni radio di tutto il mondo, e con i telefoni cellulari sono una delle forme più accessibili di tecnologia, che copre oltre il 70% della popolazione mondiale. Questa tecnologia è particolarmente utile per le donne, (soprattutto nei paesi in via di sviluppo), che sono spesso tagliate fuori o limitate dal frequentare le scuole e percorsi di formazione.
Le radio in AM / FM ,quelle satellitari, e quelle in streaming su Internet possono contare sull' 86% di persone adulte, di età compresa tra 25-54 , che ascoltano le piattaforme principali audio, con il 43% degli intervistati di età compresa tra 25-54 che dichiara di ascoltare le stazioni con i loro figli, mentre il 38% con il coniuge o il partner. Questi dati costituiscono i punti di forza di questo straordinario mezzo di comunicazione. La BBC è forse la radio più diffusa del pianeta, ma dalle rilevazioni si rileva che l'ascolto di una stazione radio straniera declina quando i media locali diventano più liberi e riescono a fornire notizie e informazioni più vicine e utili al territorio in questione, e che la persone apprezzano. Secondo la ricerca, nella maggior parte dei casi la BBC raggiunge un vasto pubblico (20% e più) solo se la scelta dei servizi locali è limitato a poche stazioni locali.
Ad esempio, gli agricoltori impegnati nella progettazione e nello sviluppo agricolo, dichiarano di avere quasi il 50% in più di probabilità di intraprendere pratiche agricole atte a migliorare la sicurezza alimentare tramite le informazione ottenute dalle radio, rispetto ai loro colleghi ascoltatori passivi. Inoltre è stato riscontrato che avvisi (settimanali) tramite SMS inviati ai telefoni degli ascoltatori 30 minuti prima di una trasmissione, può aumentare l'ascolto di una campagna radiofonica fino al 20%.
25 su 51 paesi (49%) hanno canali radio disponibili su una piattaforma combinata, mentre il 13% sono disponibili solo cavo e l'8% in satellite.
In 11 paesi esaminati in Africa, la radio locale commerciale è cresciuto in media del 360 per cento tra il 2000 e il 2006, mentre la radio comunitaria è cresciuto di un sorprendente 1386 per cento, in media, rispetto allo stesso periodo.Per la maggior parte degli ascoltatori in Kenya le informazioni più importanti apprese dalla radio riguardano la politica, in Tanzania è diventato il canale più interattivo nel corso del tempo, con particolare riferimento alla cultura e gli spettacoli, incoraggiando la popolazione alla partecipazione: il 76% di ascoltatori dichiara di ascoltare i radio show, solo il 5% ha effettivamente partecipato ad un evento culturale negli ultimi 12 mesi.
L'83% dei tanzaniani riceve notizie e informazioni dalla radio, che diventa così leader di tutti i mezzi di comunicazione del paese.
La radio è il mezzo più accessibile e utilizzato in Zambia. L'accesso alla radio e alla televisione in aree urbane è più o meno uguale (85% per la radio e il 79% per la TV), mentre nelle zona rurali, la differenza è più significativa (68% per la radio e il 26% per la TV).
Una caratteristica fondamentale in Africa è la convergenza del telefono cellulare con l'ascolto radiofonico . Tra gli abituali utenti mobili in Zambia, il 33% ha dichiarato di ascoltare la radio tramite il loro cellulare su base settimanale, e il 25% che l'ascolto su una base quotidiana. Diversamente l'uso di Internet mobile, l'ascolto della radio è più equamente distribuito tra gli utenti urbani e rurali. Tuttavia, solo l'8% degli utenti di telefonia mobile mensili possiede un telefono cellulare personale.
Il numero totale di stazioni radio comunitarie in America Latina sono circa 10.000, con il Perù con la percentuale più elevata e l'Ecuador, Bolivia e Brasile nel secondo, terzo e quarto posto. Se le stazioni non autorizzate sono anche presi in considerazione, i numeri complessivi sono molto più alti. Recenti indagini da parte dell'UNESCO, ad esempio, dimostrano che vi sono più di 10.000 stazioni radio comunitarie ancora in attesa per le licenze nel solo Brasile.
Il mercato radiofonico brasiliano è il secondo più grande in America, dopo quello statunitense. Secondo i dati dell'Istituto Brasiliano di Geografia e Statistica (IBGE) del 2009, le radio sono presenti nel 88% delle case, l'80% delle auto in circolazione, e nel 36% dei telefoni cellulari.
Nel Sud-est asiatico, la Thailandia è in cima ai grafici della regione con circa 5.000 stazioni, la maggior parte delle quali operano senza licenza. Nella popolosa Indonesia, la radio ha anche tolto rapidamente lo scettro della comunicazione alla tv, ma il numero di stazioni è nell'ordine delle centinaia piuttosto che delle migliaia. Le Filippine contano più di 55 stazioni radio indipendenti dagli interessi governativi e commerciali che operano al di fuori delle città e utilizzano trasmettitori a bassa potenza.
La radio è il canale più affidabile per la distribuzione di notizie, informazioni e intrattenimento nelle zone rurali interne delle Filippine ', dove le montagne spesso impediscono di ottenere dei buoni segnali televisivi. Secondo la Commissione nazionale per la cultura e le arti, la radio raggiunge l'85% delle famiglie del paese, mentre la televisione raggiunge poco meno del 60%.
Il pubblico totale per i media tradizionali che offrono contenuti di notizie in Russia è in costante diminuzione. Anche a Mosca, che ha un mercato di supporti di stampa con un sistema di vendita avanzata e di distribuzione, con un numero relativamente elevato di cittadini istruiti, i lettori in media mensili per i quotidiani è diminuita dal 18% della popolazione adulta nel gennaio del 2006 al 14,9% nel mese di aprile 2010. L'unico tipo di media tradizionali che è recentemente cresciuto è la radio, per la quale la media audience giornaliera totale è aumentato da 37.7 a 39.2 milioni (un aumento del 4%) dal 2008.
In Sud Sudan, la BBC World Service su radio a onde corte ha un seguito fedele, ottenuto durante la guerra di indipendenza e rimane molto popolare. In alcune zone è la seconda fonte più importante di informazioni dopo la radio statale, con livelli di ascoltatori tra il 30% e il 59% del pubblico.
La Pakistan Electronic Media Regulatory Authority (PEMRA) non consente ai privati di possedere stazioni FM per diffondere notizie nazionali e di economia. In genere, in Pakistan le emittenti private in FM trasmettono musica per il 70% della programmazione. Dedicano circa il 10% del tempo di trasmissione ai talk show, il 10% alla pubblicità e il 5% alle notizie
Fonti:
Unesco
Rapporto EFA Global Monitoring, 2012,
Intermedia, 2011. Mass Media in Zambia,
Voci dal Villaggi: Radio comunitaria in via di sviluppo. CIMA, 2011
Mapping digital media: Russia, Open Society Foundations
10/11/11
Radio Rock: in onda i fascisti del 3° millennio. A quando un’intervista a Priebke?
Indignazione e sconcerto tra gli ascoltatori di Radio Rock per l'intervista al leader di Casa Pound Gianluca Iannone. Banalità in onda, nessuno spazio ai contestatori.
Questa mattina i neofascisti di Casa Pound hanno trovato una insperata tribuna - senza contraddittorio - nella storica emittente romana Radio Rock che a partire dalle 9 ha trasmesso una intervista telefonica di Emilio Pappagallo a Gianluca Iannone, presidente della nota "associazione" di estrema destra Casa Pound Italia. Iannone inizialmente avrebbe dovuto parlare dagli studi di Radio Rock ma forse le annunciate contestazioni hanno fatto ripiegare intervistato e intervistatore verso la soluzione - più semplice di gestire - della conversazione tramite filo del telefono.
Radio Rock è una storica emittente di sinistra passata negli ultimi anni su posizioni qualunquiste, svolta che ha già provocato un’emorragia di ascolti verso altre emittenti più chiare sulla propria identità culturale e politica. Una emorragia in parte rimpiazzata da nuovi arrivi, soprattutto tra i più giovani.
Ma l’annuncio di ieri su facebook sull’intervista andata poi in onda oggi ha rappresentato uno strappo ulteriore che ha provocato un’ondata di indignazione tra gli ascoltatori dell’emittente romana. “Perché legittimare i fascisti del terzo millennio di Casapound?” si sono chiesti a centinaia sulla bacheca di Radio Rock, annunciando in molti casi l’addio a Pappagallo & C. Molti più accesi i toni nelle emittenti romane antifasciste o su Indymedia. Qualcuno ha anche preso la vicenda con ironia: "si fanno chiamare fascisti del terzo millennio, ma i loro metodi non li hanno aggiornati, sono ancora quelli delle squadracce di picchiatori" ricorda un commento postato su un blog. Oppure: 'l'ultima aggressione è stata ai danni di alcuni tizi del PD, al grido di 'a morte i comunisti'. Che c'entra il PD coi comunisti non si sa, ma cosa ci si può aspettare da quelli che per divertirsi si prendono a cinghiate?" ironizza un altro post.
Nessuna risposta, nessuna presa di posizione da parte della redazione che a inizio intervista questa mattina ha cercato di rimediare annunciando per la prossima settimana una intervista all’esponente di Action ed ex consigliere comunale al Campidoglio Nunzio D’Erme in nome di una par condicio che dovrebbe mettere tutto sullo stesso piano, fascisti e antifascisti.
L’intervista è scivolata via senza elementi di interesse: Iannone ha fatto la vittima parlando delle aggressioni nei confronti dei ‘volontari’ di Casa Pound e dichiarando che quelli della ‘cinghiamattanza’ si occupano per lo più di solidarietà e di sport, e che la violenza non gli appartiene. Le domande di Pappagallo non graffiano e non smentiscono le banalità snocciolate da Iannone, gli ascoltatori indignati e schifati dal passo falso di Radio Rock non ricevono udienza, i pochi sms letti dagli intervistatori sono tutti compatibili con il teatrino in onda. Impazzano buonismo e inviti alla tolleranza e al “volemose bene”, in nome del principio che ‘tutte le opinioni devono avere spazio’. Come a Porta a Porta di Vespa, tutti gli argomenti ricevono dignità, tutte le opinioni equivalenza. E i neofascisti ringraziano. A quando una intervista a Erich Priebke?
Intanto oltre che tra gli ascoltatori, l'intervista sdraiata di stamattina sta avendo pesanti ripercussioni anche sullo staff di Radio Rock: DJ Armandino ha preso le distanze, lo storico Prince Faster ha annunciato ieri sera sul suo profilo Facebook: "Da oggi non faccio più parte di Radio Rock".
Contropiano Ma l’annuncio di ieri su facebook sull’intervista andata poi in onda oggi ha rappresentato uno strappo ulteriore che ha provocato un’ondata di indignazione tra gli ascoltatori dell’emittente romana. “Perché legittimare i fascisti del terzo millennio di Casapound?” si sono chiesti a centinaia sulla bacheca di Radio Rock, annunciando in molti casi l’addio a Pappagallo & C. Molti più accesi i toni nelle emittenti romane antifasciste o su Indymedia. Qualcuno ha anche preso la vicenda con ironia: "si fanno chiamare fascisti del terzo millennio, ma i loro metodi non li hanno aggiornati, sono ancora quelli delle squadracce di picchiatori" ricorda un commento postato su un blog. Oppure: 'l'ultima aggressione è stata ai danni di alcuni tizi del PD, al grido di 'a morte i comunisti'. Che c'entra il PD coi comunisti non si sa, ma cosa ci si può aspettare da quelli che per divertirsi si prendono a cinghiate?" ironizza un altro post.
Nessuna risposta, nessuna presa di posizione da parte della redazione che a inizio intervista questa mattina ha cercato di rimediare annunciando per la prossima settimana una intervista all’esponente di Action ed ex consigliere comunale al Campidoglio Nunzio D’Erme in nome di una par condicio che dovrebbe mettere tutto sullo stesso piano, fascisti e antifascisti.
L’intervista è scivolata via senza elementi di interesse: Iannone ha fatto la vittima parlando delle aggressioni nei confronti dei ‘volontari’ di Casa Pound e dichiarando che quelli della ‘cinghiamattanza’ si occupano per lo più di solidarietà e di sport, e che la violenza non gli appartiene. Le domande di Pappagallo non graffiano e non smentiscono le banalità snocciolate da Iannone, gli ascoltatori indignati e schifati dal passo falso di Radio Rock non ricevono udienza, i pochi sms letti dagli intervistatori sono tutti compatibili con il teatrino in onda. Impazzano buonismo e inviti alla tolleranza e al “volemose bene”, in nome del principio che ‘tutte le opinioni devono avere spazio’. Come a Porta a Porta di Vespa, tutti gli argomenti ricevono dignità, tutte le opinioni equivalenza. E i neofascisti ringraziano. A quando una intervista a Erich Priebke?
Intanto oltre che tra gli ascoltatori, l'intervista sdraiata di stamattina sta avendo pesanti ripercussioni anche sullo staff di Radio Rock: DJ Armandino ha preso le distanze, lo storico Prince Faster ha annunciato ieri sera sul suo profilo Facebook: "Da oggi non faccio più parte di Radio Rock".
Ulteriori commenti? Bah..
I primi commenti furiosi. Poi il comunicato stampa: “Così facendo - scrivevano il capogruppo della Federazione della Sinistra alla Regione Lazio, Ivano Peduzzi, e Filippo Cannizzo, coordinatore Giovani Comunisti Lazio - Radio Rock legittima l’azione di Casapound, nota organizzazione neofascista, che, pur definendosi ‘fascista del terzo millennio’, usa comportamenti fascisti del secolo scorso”. Il riferimento, manco a dirlo, è alla recente aggressione subita da quattro giovani del Pd nel IV municipio. Solo l’ultima di una lunga serie.
La notizia fa il giro del web in un lampo. Si temono incidenti. Così, per prudenza, questa mattina l’intervista a Iannone avviene per telefono. Invece che negli studi della radio.
LA RABBIA DEGLI ASCOLTATORI - Dar voce ai fascisti significa fare apologia del fascismo? Ascoltare le loro “ragioni” significa giustificare la loro violenza? Farli parlare alla radio significa legittimarli? Secondo molti sì. Già da ieri pomeriggio la bacheca di Radio Rock su Facebook è stata letteralmente inondata di commenti sdegnati (per usare un eufemismo) di molti radioascoltatori romani. Oltre 800 in pochissime ore. Finché qualcuno è costretto a mettere un freno alla rabbia degli “indignados”: “Ci scusiamo per aver dovuto chiudere la bacheca, ma le offese e i toni utilizzati avevano oltrepassato i limiti del civile confronto”.
C’è chi cita il codice penale. Chi ne fa una questione di “coerenza editoriale”: “Il rock - scrive Max - non è solo un genere musicale, ma è stato sempre anche una filosofia di vita che è contraria a qualsiasi tipo di fascismo. Aver fatto parlare quel boia è stato tradire quello che Radio Rock ha significato per tanti anni”. Chi mette in dubbio la professionalità di Pappagallo per aver fatto passare “quelle merde come degli eroi rivoluzionari antisistema”. Chi lo accusa di essere “amico dei fasci”. Chi mette su un gruppo: “Boicottiamo Radio Rock” (manco fosse Israele!). E chi polemicamente si chiede: “A quando l’intervista a Erich Priebke?”. In molti vorrebbero che il dj venisse mandato via, espulso: "Per far sì che questa situazione abbia fine, dovete tenere Pappagallo fuori dalla sede". Tanti, da domani, cambieranno stazione.
CASAPOUND? UN TABÙ - Emilio Pappagallo non è nuovo a questo genere di polemiche. Già ai tempi del terremoto dell’Aquila, era stato duramente contestato. Per la stessa ragione di oggi: aver pronunciato il nome di Casapound in trasmissione. C’erano i morti per le strade, un’intera regione distrutta dal sisma e Radio Rock si dava da fare per raccogliere beni di prima necessità da portare ai terremotati. L’associazione di estrema destra si offrì come punto di raccolta. Inaccettabile, secondo qualcuno.
Oggi anche i suoi colleghi lo attaccano. Su tutti, Prince Faster, voce storica di Radio Rock, che sulla sua bacheca scrive: “In merito all’intervista: tutta la redazione ne era all’oscuro fino a ieri pomeriggio e certe scelte dovrebbero essere discusse con tutti quanti, come facciamo per ogni cosa tutte le settimane da un anno a questa parte. La decisione è stata presa autonomamente da Emilio Pappagallo, scelta che ha messo in difficoltà la radio tutta”.
Anche il gruppo napoletano dei 99 Posse, a Roma in tour i primi di dicembre con il suo ultimo album, diffida la radio dal trasmettere i propri brani: “Mai più una nostra canzone, nessuna richiesta di intervista, né di supporto alle nostre esibizioni nella capitale o altrove. Non c’è nessun dialogo possibile con chi fa dello squadrismo la stella polare della propria azione politica, nessuno spazio di condivisione con chi distingue i diritti sulla base della nazionalità, del colore della pelle, della lingua con la quale si parla. La tolleranza si riserva ai tolleranti, la democrazia ai democratici, il dialogo a chi crede nel dialogo”.
Lo scontro si sposta anche sulla bacheca Facebook di Emilio Pappagallo. Il suo cellulare è spento da ore. Ma il suo ultimo post recita: "Giovedì 17 novembre, alle ore 9, in collegamento telefonico ci sarà Nunzio D'Erme, movimentista di Action".
E ANCHE ACTION DA' DISDETTA - Passano poche ore è arriva la notizia della disdetta: Nunzio D'Erme non parteciperà alla trasmissione. In protesta contro chi, a suo giudizio, cerca solo di coinvolgere lui e l'associazione di cui fa parte nel "becero giochino degli opposti estremismi". "Quando ho accettato l'invito - scrive in una nota - ero completamente all'oscuro di quanto sta accadendo a Radio Rock: proprio non potevo immaginare che il mio intervento sarebbe servito a fare da contro altare all'intervista che Emilio Pappagallo ha effettuato allo squadrista Iannone. Radio Rock è libera di scegliere la propria linea editoriale, ma certo io e il movimento che rappresento non ci presteremo ad operazioni di equiparazione utili solamente a legittimare chi, come i fascisti di Casapound, da anni si rendono costantemente protagonisti di intimidazioni, aggressioni e violenze nei confronti delle forze democratiche della città".
14/10/11
Il futuro? E' qui. Denise
I futuro? E' già qui. Una stazione radio Usa, la Krov di S.Antonio, Texas,è stata la prima a creare un programma radiofonico con un conduttore virtuale. Per la precisione,una conduttrice virtuale,a cui è stato dato tanto di nome: Denise. Sviluppato dalla Guile3D, il software era stato inizialmente programmato per essere adibito ad assistente d'ufficio: rispondere al telefono, controllare la posta elettronica,fissare appuntamenti. Poi i programmatori si sono accorti dell' enorme potenziale della loro creazione e hanno lavorato fino a farlo diventare un vero e proprio speaker, un annuciatore radiofonico,una Dj virtuale. L'esordio è avvenuto in Agosto,con un programma pomeridiano di tre ore. I feedback del pubblico sono stati positivi. Le uniche pecche, a detta degli ascoltatori,sono nella qualità della voce di Denise, giudicata troppo meccanica, metallica, robotica. Ma la Guile3D ha già annunciato che presto risolveranno il problema,assicurando che alla fine nessuno sarà in grado di distinguere la voce di Denise da quella di un essere umano. Annunciare i brani in scaletta,intrattenere tra una traccia e l'altra,annunciare le previsioni del tempo. Il tutto immortalato in un docufilm, RadioWars, visibile sull'omonimo sito. (radiowars.com) Alle tante voci di approvazione per questo nuovo miracolo della tecnica si sono unite alcune di disapprovazione. E di preoccupazione. Con la scelta di Denise,in questi tempi di dura crisi economica globale,si eliminano voci di spesa impensabili,fino a qualche tempo fa: pagare stipendi a staff di persone per una redazione che può avvalersi di cinque o sei collaboratori,stipendio ai conduttori in carne ed ossa,di solito quelli più onerosi. E senza dover combattere con l'ego, anzi, il super ego dei vari Dj. Molti di questi e il personale dei network si sono risentiti,avvertendo chiaramente che il loro posto di lavoro è a rischio: altamente tecnologico..
11/10/11
RaiTunes: la radio ai tempi di Facebook
Intervista al conduttore Alessio Bertallot
Wired.it
Non siete i primi a utilizzare il web come supporto per una trasmissione radio., Cosa c'è di diverso nel vostro approccio?
Ma usate il web anche per dialogare con chi vi ascolta.
Wired.it
È iniziata da poco la seconda stagione di RaiTunes, trasmissione radiofonica in onda dal lunedì al venerdì dalle 22,40 sulle frequenze di Rai Radio 2. Al microfono c'è Alessio Bertallot, storico conduttore che in tanti anni di radio ci ha abituato ad arditi esperimenti di commistione tra linguaggi. Insieme a Fabrizia Brunati, Stefania Garibaldi, Marco Ligabue e FrankyB sta operando una rivoluzione tecnologica di un media. Vediamo come.
Non siete i primi a utilizzare il web come supporto per una trasmissione radio., Cosa c'è di diverso nel vostro approccio?
RaiTunes non considera il web in relazione allo Spazio, come un magazzino dove riporre dei contenuti, ma al Tempo. La radio accade mentre la ascolti. Per cui: come applicare il web alla trasmissione in tempo reale? Ogni giorno tentiamo di inventarci qualcosa di nuovo, utilizzando soprattutto i social network, che ultimamente hanno creato un netto spostamento dell'asse. La cosa più immediata è riprendere e rimandare in webcam qualcosa che succede mentre c'è la musica. Abbiamo illustratori che fanno le copertine dei dischi, artisti che improvvisano esperimenti di calligrafia, fino a momenti di suggestione tra Musica e Arte, in cui riprendiamo quadri famosi - come abbiamo fatto con i murales di Banksy – e li associamo alla musica. È un esperimento di multilinguaggio.
Ma usate il web anche per dialogare con chi vi ascolta.
Sì, passiamo dal multlinguaggio alla crossmedialità. Spesso a RaiTunes decidiamo di non fare la trasmissione con i dischi che porto io, ma con i link a youtube che gli ascoltatori ci postano sulla pagina di facebook. In base a una suggestione che io do loro – banalmente “la città di notte” - loro postano la canzone che gli è venuta in mente ed alcune vengono suonate in onda. L'ascoltatore diventa “ascoltautore”. La cosa interessante è ciò che rimane sulla nostra pagina facebook: una raccolta fatta in crowdsourcing di quello che può essere il rumore di fondo della musica secondo la prospettiva del pubblico. È un qualcosa che racconta tanto della nostra società. Per me il social network è una piazza e Rai Tunes è il locale che ti piace frequentare di più. Stiamo tentando di applicare la crossmedialità ad altri flussi di contenuti, come la fotografia: la settimana scorsa abbiamo avuto ospite Guido Harari, che ha fatto il direttore delle fotografie che mandavano gli ascoltatori. Noi le elaboravamo come copertine di dischi e le mandavamo in video, in concomitanza con i pezzi che suonavamo. Stiamo già cambiando però: l'idea è di non avere più qui fisicamente gli artisti, ma di averli da remoto. Ci piacerebbe soprattutto collaborare in questo senso con artisti legati alla net art. Lo abbiamo già fatto con il greco Angelo Plessas e il tedesco Rafaël Rozendaal che erano a casa loro, ascoltavano la trasmissione e ci mandavano le loro immagini via Skype.
Il linguaggio radiofonico rimane autonomo. Puoi sentire RaiTunes senza guardare cosa rimanda la webcam o consultare la pagina facebook. La radio continua ad essere indipendente. Noi diamo però dei valori aggiunti. Il web ci cambia la vita e se non tentiamo di sfruttare le occasioni che ci offre per migliorare il nostro lavoro, probabilmente la radio morirà. Non dobbiamo però utilizzare la tecnologia che abbiamo a disposizione oggi per imitare cose già esistenti. Dobbiamo tentare di fare altro. Quello che stiamo facendo noi è una cosa nuova, non è più solo radio: non ha ancora un nome, non so cosa sia esattamente ma lo stiamo facendo lo stesso. Stiamo facendo una cosa che per certi versi è talmente avanti che forse stiamo sbagliando. Noi stiamo aprendo delle strade che non sono ancora state battute. Qualcuno dopo di noi forse troverà la direzione giusta. C'è una cosa che non potrà mai mancare: l'apporto umano, anzi umanistico.
Il linguaggio radiofonico rimane autonomo. Puoi sentire RaiTunes senza guardare cosa rimanda la webcam o consultare la pagina facebook. La radio continua ad essere indipendente. Noi diamo però dei valori aggiunti. Il web ci cambia la vita e se non tentiamo di sfruttare le occasioni che ci offre per migliorare il nostro lavoro, probabilmente la radio morirà. Non dobbiamo però utilizzare la tecnologia che abbiamo a disposizione oggi per imitare cose già esistenti. Dobbiamo tentare di fare altro. Quello che stiamo facendo noi è una cosa nuova, non è più solo radio: non ha ancora un nome, non so cosa sia esattamente ma lo stiamo facendo lo stesso. Stiamo facendo una cosa che per certi versi è talmente avanti che forse stiamo sbagliando. Noi stiamo aprendo delle strade che non sono ancora state battute. Qualcuno dopo di noi forse troverà la direzione giusta. C'è una cosa che non potrà mai mancare: l'apporto umano, anzi umanistico.
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